cioè il colonialismo, il nostro avvenire dietro le spalle, di Francesco Masala
Quando gli europei arrivarono in America, che ancora non si chiamava così, cedevano paccottiglie varie agli indigeni in cambio di oro e altre ricchezze, gli europei si credevano i più furbi del mondo.
Quando gli indigeni di tutto il continente capirono l’avidità degli europei le ricchezze furono rubate attraverso genocidi e schiavitù, quella dei neri africani.
Un meccanismo simile funziona oggi, gli Stati Uniti d’America, si credono i più furbi del mondo, hanno imparato bene dai maestri, comprano tutti i prodotti e i servizi applicando dazi ai venditori, che in cambio comprano i prodotti e servizi Usa senza nessun dazio (e senza che le imprese Usa paghino le tasse e imposte come tutti), come in India, recentemente.
Quando gli abitanti di tutto il mondo capiscono, non da oggi, l’avidità degli Usa, sempre fedeli alla loro storia criminale (1), e che i dazi vengono applicati in maniera asimmetrica, per chi ci sta, e per gli altri, per chi non ci sta, ci sono colpi di stato, rivoluzioni colorate, guerre e genocidi (Venezuela e Palestina lo testimoniano). Alcuni stati riescono a resistere, per nostra fortuna, cosa mai successa prima, agli Usa.
Gli statiunitensi, eredi degli europei, come dice Narco Rubio (qui in italiano), propongono all’Europa un luminoso futuro di colonialismo, rapina, stupri e genocidi.
L’Europa applaude.(2)
Ci fosse Dante scriverebbe "Ahi serva Europa, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”
Allora non esistevano molti stati europei, gli Usa e Israele, e dei genocidi futuri non si aveva notizia.
E magari, pensando ai versi della Divina Commedia/Inferno/Canto XXV
Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi d'incenerarti sì che più non duri, poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? (Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi progenitori?)
chissà cosa Dante scriverebbe oggi, anche solo leggendo questa notizia e quest'altra, o vedendo questo video, di sicuro lo lincerebbero dandogli dell’anticolonialista, antieuropeo, antiamericano, antisemita.
(1) Cavallo Pazzo, di Larry McMurtry, pubblicato nel 1999, in italiano da Einaudi nel 2025 (tradotto da Gaspare Bona) pagina 69:
Per la fortuna della Nazione e la sfortuna dei Sioux, le Black Hills aspettavano il loro momento. Da tempo correva voce che ci fossero grandi depositi d’oro nelle montagne sacre dei Sioux. Tuttavia, a imbarazzare i governanti, c’erano i vincoli del tanto strombazzato accordo del 1868, che assegnava per sempre quelle montagne agli indiani e stabiliva in maniera insolitamente chiara che ai bianchi doveva essere impedito l’accesso. Il governo degli Stati Uniti aveva infranto molti trattati con gli indiani, alcuni sostengono tutti. Recentemente lo scrittore Alex Shoumanoff ne ha calcolati 378, ma pochi di qui casi provocarono tanta agitazione, tante riflessioni e tante manfrine quanto il trattato del 1868. Il generale Sheridan cominciò a brontolare in maniera poco convincente per le violazioni da parte dei Sioux; in realtà gli indiani a quell’epoca si stavano comportando bene, come lo stesso generale aveva ammesso in un altro contesto. Non c’era nessuna scusa per rompere il trattato del 1868, se non quella che, alla fine, i bianchi usavano sempre: gli Stati Uniti volevano le Black Hills e tutto l’oro che contenevano. Il primo passo importante per impossessarsi delle montagne fu la spedizione che riportò il generale Custer a ovest, testimoniata dalla famosa fotografia di una colonna senza fine di carri che attraversa una valle delle Black Hills. La spedizione raggiunse in fretta il suo scopo principale, seppure sottaciuto, trovò oro in quantità tali da placare la sete dei mercati agonizzanti.
“Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il globo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino irreversibile, accelerato dalle rivoluzioni comuniste atee e dalle rivolte anticolonialiste che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire”. Poi nel 1945 l’unione sacra tra le due coste dell’Atlantico ha evitato questo disastro e l’Occidente è tornato a dominare. Oggi dunque l’obiettivo è fermare “il declino controllato dell’Occidente”, per far rivivere “l’era di dominio dell’Occidente” e per “rinnovare la più grande civiltà della storia umana”.
Rubio ha anche nominato Dante, Shakespeare, Mozart e Beethoven e qualche altro gigante della cultura occidentale, dimenticando chissà perché Galileo e Darwin e pure che alcune cose tra quelle che fanno grande l’Occidente sono il frutto di innovazioni fatte fuori da esso: la polvere da sparo viene dalla Cina probabilmente via mercanti arabi, mentre quella cosa che fa funzionare i social network si chiama algoritmo e come tutte le parole che cominciano per al viene dalla dominazione araba – Rubio ha menzionato anche Beatles e Rolling Stones, i primi dischi dei secondi sono blues, quella musica americana che senza l’importazione forzata di persone non cristiane non sarebbe mai nata. Naturalmente all’inverso anche cinesi, arabi e africani si sono giovati di cose inventate da noi…
(intervista a Lorenzo Guadagnucci di Elisabetta Ambrosi, su ilfattoquotidiano.it)
“A che servono Sant’Anna di Stazzema, MonteSole, Civitella
in Val di Chiana, le FosseArdeatine, a che servono
i musei, le scuole e i parchi della pace,
le cerimonie, le celebrazioni, i discorsiistituzionali?
Ci siamo abituati a frequentare i luoghi sacri della Seconda
Guerra Mondiale con il sentimento di chi ha subito un sopruso.
La nostra memoria è autoreferenziale, vittimista, si
piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di
accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo
Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria –
Guerre, stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da
ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria
– afferma – va radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme,
perché si è detto e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz,
fanno sì che quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché
non accadano più cose del genere ci vuole azione politica, ci
vuole una consapevolezza che oggi non c’è”. Parole che
assumono ulteriore significato se pronunciate da un nipote di una vittima della
strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu trucidata dai nazisti a 43
anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del 1944 (il padre Alberto si
salvò).
Guadagnucci,
lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata.
I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di
essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo
selezionato tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci
siamo sentiti vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono
state, però abbiamo messo dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici.
Mi riferisco a cose avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute
dagli italiani precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia,
in Albania, in Grecia, in Montenegro.
Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta una
distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali
dinamiche della violenza e della sopraffazione,
che riguardano anche noi.
Lei sostiene
che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non essere
realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel lascito.
In che senso?
Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito
il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo,
l’Onu, le Corti internazionali, il diritto internazionale,
la Dichiarazione dei diritti umani: ma collocandoci in questa
tradizione non ci sente obbligati a rispettarla, a metterla in pratica,
nella concretezza delle cose, delle scelte politiche.
Per lei una
memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo debole che
non produce azione politica.
Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come
viene interpretato l’antifascismo, per questo parlo di un
antifascismo debole, una auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria,
dall’altro però anche consolatoria e confermativa.
Si dice: io appartengo a questa storia, ma non c’è niente nell’oggi che concretizzi
questa ha auto-collocazione; l’antifascismo è una cosa molto più importante
di così, è un movimento di rottura, rivoluzionario, è
quella parte della storia politica di una minoranza del nostro paese che ha
saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e che ha dato le premesse
per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in piedi: le democrazie, le
istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è chi interpreta
l’antifascismo semplicemente come una appartenenza, un’etichetta,
qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte.
Veniamo a
Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene che ci può
essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah. Questo libro
nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che sta ancora
avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in
diretta. Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato
dalla strage, ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa
mentre il mio paese, che nasceva su una retorica della memoria
dell’antifascismo, permetteva e collaborava in qualche modo al genocidio in
corso. Credo che questo sia un punto di rottura radicale che
deve rimettere in discussione tutte le politiche della memoria, perché oggi
tutta quella retorica non funziona più, non è più credibile, non ha
più la possibilità di essere percepita come una cosa reale.
Lei quindi
pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza?
Credo che sia obbligatorioparlarne, non è una
possibilità o qualcosa che sia discutibile: tutta l’elaborazione che
abbiamo fatto sulla Shoah va in questa direzione, quella
della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di genocidio
nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si pensi di
non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e
a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui
in questo Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele,
un paese che ha costruito buona parte della propria identità sulla memoria
della Shoah, volesse andare ad Auschwitz dovrebbe
essere arrestato; siamo veramente di fronte a un momento di
cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto.
La memoria,
le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un antifascismo
forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le
persecuzioni.
Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione,
è qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque
abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della
memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione
autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti
trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale,
non c’è una via di mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra,
guerra difensiva, democratica, sbaglia, anzi commette
una eresia. Tutte le guerre sono guerre contro i civili,
sono guerre contro una persona umana.
Non lasciamoci ingannare. Quella
ottenuta da Trump non è una pace, ma per il momento una tregua, un cessate il fuoco,
comunque benvenuto per le martoriate popolazioni palestinesi. Esso schiude
spiragli per il futuro aperti a importanti possibilità su cui occorrerà
ritornare. La rivolta di massa che ha investito i paesi europei, le divisioni
interne allo stato di Israele, lo scandalo della posizione genocida americana
di fronte al mondo, ha costretto Trump, o qualche suo influente consigliere, a
intervenire con qualche soluzione che fermasse il massacro. Il sollievo che
proviamo in questo momento, le emozioni che ci suscitano le immagini dei
disperati, che festeggiano la tregua tra le rovine delle proprie case, non ci
deve, tuttavia, annebbiare la mente, né far desistere dai compiti dell’analisi
storica. L’unica in grado di restituire la corretta lettura dei fatti. Anche se
oggi bisogna pur sottolineare un fatto di grandissimo rilievo: la potenza
politica delle mobilitazioni di massa. Quello che non hanno fatto gli
stati di quasi tutto il mondo, il Parlamento europeo, le inconsistenti élites di un continente
alla deriva, lo hanno fatto milioni di cittadini, tantissimi ragazzi e ragazze che per giorni e giorni sono scesi nelle strade nostre città. Ma il
fine di questo articolo è un altro.
Oggi, in
Italia, assistiamo a un evidente fenomeno di comportamento gattopardesco. Di
fronte all’abbagliante evidenza del genocidio compiuto a Gaza, i
narratori delle magnifiche sorti e progressive dell’Occidente cominciano ad
ammettere qualcosa, ma non per rivedere errori di valutazione, accennare a
un’onesta autocritica. No. Cedere su questa o quella questione particolare
risponde a un intento politico preciso: mantenere intatta la visione egemonica
che il genocidio manda in frantumi. Esponenti politici, giornalisti,
intellettuali democratici (soprattutto quelli democratici) sono pronti a
scaricare i sensi di colpa con cui per due anni hanno nascosto e giustificato i
massacri, concedendo che, si, “Israele ha sbagliato, doveva fermarsi prima”, e
qualcuno osa persino esporsi con “Netanyahu è un criminale”. E altre
concessioni di simile tenore. Ammissioni più penose per superficialità delle
menzogne precedenti. Se poi si fa cenno alle responsabilità americane
naturalmente tutte vengono selettivamente concentrate sul violento e
imprevedibile Trump, che aveva proposto di trasformare Gaza in un resort per
miliardari come lui.
Sappiamo
bene che il genocidio e il disegno della “soluzione finale” nei
confronti della popolazione di Gaza e della Cisgiordania, non erano una
solitaria follia del criminale Netanyahu e degli uomini del suo Governo, ma
di tutto il fronte sionista delle classi dirigenti israeliane. E non solo,
gran parte del gruppo dirigente israeliano ha condiviso quella scelta. Basti
ricordare che il 24 luglio di quest’anno la Knesset, il parlamento di Tel Aviv,
con 71 voti favorevoli e 11 contrari ha approvato una mozione che impegna
il Governo d’Israele a procedere all’annessione della Giudea e della
Samaria, che nel linguaggio biblico corrispondono all’odierna Cisgiordania.
Ma fermarsi
alle responsabilità di Israele di fronte a quanto è accaduto, anche soltanto in
questi ultimi due anni, oggi non è ammissibile neppure nelle chiacchiere da
bar. In realtà abbiamo tutte le ragioni per affermare che senza l’ampio
appoggio militare, politico, diplomatico e mediatico degli USA il genocidio non
sarebbe stato neppure concepibile. Cominciamo col ricordare gli ingenti
capitali messi a disposizione di Israele: dal 7 ottobre 2023 al 30 settembre
2024 gli Stati Uniti hanno speso ben 22,7 miliardi di dollari in sostegno
militare a Israele (L. J. Bilmes, W.D. Hartung, S. Semler, United
State on Israel’s Military Operations and Related U.S. Operations in the
Region. October 7,
2023 – September 30,
2024, Watson Institute for International Public Affairs, 7 ottobre
2024). E questo è solo un aspetto del supporto militare. Trascuriamo
per brevità le portaerei nel Mediterraneo, le migliaia di soldati insediati in
area, le basi militari, ecc.
In questi
due anni è stata l’amministrazione del democratico Biden a fornire all’esercito
di Israele le bombe che hanno
distrutto abitazioni, ospedali, scuole, università, annientato tende di
rifugiati, bruciato campagne coltivate, ucciso anziani inermi, donne e bambini
a migliaia al mese. Un rapporto del Comitato Speciale delle Nazioni Unite sulle
pratiche israeliane nei territori occupati, presentato all’Assemblea Generale
il 18 novembre 2024, ricordava che nel solo mese di febbraio le forze
israeliane avevano utilizzato, nella striscia di Gaza, più di 25.000 tonnellate
di esplosivo: l’equivalente di due bombe nucleari, vale a dire circa il doppio
della potenza distruttiva della bomba sganciata su Hiroshima. Erano bombe
spedite costantemente dagli USA, che evidentemente condividevano, con
Netanyahu, il progetto della “soluzione finale” della questione palestinese.
Qualcuno ricorda quante volte, durante il 2024, Joe Biden annunciava come
prossimo un cessate il fuoco? Menzogne suggerite dagli esperti della
comunicazione. Dovevano consentire a Israele di continuare il “lavoro sporco”
(come si è espresso con eleganza quel grande statista tedesco) contro i
palestinesi, ingannando l’opinione pubblica americana e offrendo ai giornalisti
occidentali l’immagine di una falsa neutralità mediatoria degli USA su cui
poggiare il proprio pacchetto di menzogne. Biden sotto banco inviava tonnellate
di bombe, in pubblico annunciava imminenti accordi di pacificazione che non
arrivavano mai.
E qui sfioro
una questione capitale. Il sostegno mediatico che gli USA forniscono alle
classi dirigenti occidentali per ottenere consenso, manipolare la propria
opinione pubblica, mascherare anche le operazioni più criminali, è uno degli
aspetti più ignorati e politicamente più rilevanti della storia contemporanea
recente. Sono gli Americani che decidono (e convincono larga parte del
mondo) quali formazioni sono da considerare terroriste, quali stati sono “Stati
canaglia”, quali sono le forze del bene e quelle del male. Essi forniscono
il materiale informativo e l’indirizzo ideologico al fine di consentire alla
stampa vassalla la possibilità di impastare il nobile racconto occidentale.
E alla realizzare di tale compito lavorano non soltanto con le loro potenti
agenzie di stampa, come Associated Press e l’Agenzia Reuters (senza considerare
l’influenza dei colossi mediatici), ma anche, e in maniera più mirata, con
decine di migliaia di esperti di comunicazioni di massa al servizio del
Pentagono. Gruppi di creatori di notizie che confezionano le narrazioni
destinate alle redazioni dei giornali. È grazie a questa gigantesca opera
sotterranea, che l’oppressione quotidiana, l’apartheid conclamato,
l’imprigionamento di fatto di milioni di palestinesi a Gaza, un oltraggio
all’umanità che dura decenni, è stato sapientemente cancellato agli occhi
dell’opinione pubblica mondiale. (Sul ruolo della stampa oggi, P. Bevilacqua, Stampa
di guerra, Historia Magistra, 2023, n. 43, ma la pubblicazione è del
2024)
Ma c’è un
sostegno storico più ampio degli USA a Israele, che ha trovato il suo culmine
dopo il 7 ottobre 2023, e che colloca l’iniziativa americana entro una
prospettiva più vasta. Washington ha cominciato a finanziare
decisamente Israele dopo la guerra dei sei giorni del 1967. Le capacità
militari dimostrate dall’esercito di Tel Aviv in quel conflitto hanno convinto
gli americani a farne il proprio avamposto strategico in Medio
Oriente. Con gli anni, poi, le potenti lobby ebraiche USA, com’è largamente
noto, hanno finito col condizionare il sistema elettorale americano, legando
così in maniera sistemica lo Stato di Tel Aviv al suo protettore. Israele,
spesso va oltre le indicazioni USA, vassallo irrequieto, e impetuoso. Alcuni
studiosi – in una ricerca ingiustamente trascurata – hanno addirittura messo in
evidenza come in fatto di tecniche militari gli israeliani hanno talora fornito
insegnamenti all’esercito americano (E. Bartolomei, D. Carminati, A.
Tradardi, Gaza e l’industria israeliana della violenza,
DeriveApprodi, 2015). Tuttavia Israele resta il braccio armato della
politica estera dell’impero americano in quella importante regione del mondo.
Gli USA non si limitano a mandare armi, ma hanno bloccato dal
1948 ben 45 volte le 94 risoluzioni dell’ONU che
sanzionavano le violenze e le infrazioni di Israele (tutte
lodevolmente pubblicate in appendice a J. Baud, Operazione Diluvio
Al-Aqsa. La sconfitta del vincitore, Max Milo, 2024). Tutti i ferventi
difensori dell’ordine internazionale si ricordano della sua esistenza solo per
la Russia che ha invaso l’Ucraina e dimenticano l’essenziale. Vale a dire che
l’ordine internazionale è stato sistematicamente violato per 80 anni da
Israele, con la copertura degli USA, i quali hanno finito con l’infliggere
danni irreparabili al prestigio e alla credibilità dell’ONU. Con la
copertura politica della potenza americana, Israele, soprattutto dopo la guerra
del 1967, ha potuto compiere tutta la propria operazione di espropriazione
delle terre palestinesi, la politica di apartheid nei territori occupati, i
massacri a Gaza seguiti alle varie intifade, le occupazioni illegali in
Cisgiordania, i bombardamenti in Libano e in Siria, insomma tutta l’opera che
precede e accompagna il genocidio di questi ultimi due anni.
Infine
un’ultima considerazione. Chi ha a cuore le sorti del popolo palestinese spesso
lamenta l’indifferenza, se non l’ostilità, di gran parte degli Stati
arabi nei suoi confronti. Ma di quanta corruzione in fiumi di dollari, di
quante minacce militari subite si nutre da decenni questa indifferenza? Che
cosa ne sappiamo noi delle operazioni segrete delle agenzie USA presso le élites politiche
di questi paesi? La storia segreta della politica estera americana si può
conoscere solo dopo decenni, quando vengono desecretate le carte d’archivio e
il castello di menzogne con cui è stata ingannata l’opinione pubblica mondiale
viene alla luce. Spesso, bisogna dire, per merito di storici e giornalisti
americani. Ma davvero i governi del Qatar, del Libano, della pur debole
Giordania, dell’Egitto, della Turchia, della stessa Arabia Saudita, con le loro
opinioni pubbliche ferocemente antisraeliane, sarebbero rimaste inerti di
fronte a tanto massacro senza la presenza militare USA, le sue basi militari,
le sue portarei, la sua minaccia di devastanti bombardamenti? Forse che che
le élites di
quegli stati non ricordano i bombardamenti in Iraq, Libia, Siria, e ultimamente
sull’Iran?
Dunque il
genocidio a Gaza è interamente parte del progetto di dominio unipolare
dell’Impero americano. E i governi europei che nel genocidio hanno fatto la
loro parte, soprattutto Germania e Italia (E. Traverso, Gaza davanti
alla storia, Laterza, 2024), oggi vedono macchiato dal disonore un
mito che dura da 80 anni, pilastro egemonico della loro narrazione: quello
dello Stato democratico più antico del mondo, che esporta la democrazia
presso gli stati autocratici. Oggi quella democrazia appare per quello che è da
decenni, una plutocrazia aperta agli esiti più avventurosi, come mostra la
presidenza Trump. È evidente dunque che le élites europee si trovano
intrappolate nelle menzogne con cui hanno cercato di mascherare la propria
subalternità al Grande Fratello e ora cercano di fronteggiare un duplice
scacco: la sconfitta nella guerra in Ucraina, con cui si voleva far crollare la
Russia, e il fallimento del progetto genocida a Gaza, compresa la liquidazione
dell’Iran. Perciò le loro posizioni pubbliche oscillano oggi penosamente tra il
ridicolo e il grottesco. Come fanno a schierarsi con gli USA, mentre il loro
governo si è trasformato in nemico, agente di una guerra economica e
commerciale senza precedenti contro l’Europa? E infatti non possiamo non porci
la grande domanda che riguarda il nostro immediato futuro: quale grave e
irreversibile delegittimazione subiranno le classi dirigenti del nostro
continente, che continuano a indicare nella Russia il nemico alle porte, mentre
l’America tenta di arginare il suo declino saccheggiando il nostro patrimonio
industriale e imponendoci esborsi finanziari rovinosi?
Nativi. Come le riserve
indiane ispirarono i campi di concentramento nazisti - Raffaella Milandri
La capacità
dell'America di mantenere un'aria di robusta innocenza sulla scia della morte
di massa dei Nativi Americani pare che abbia colpito Hitler come un esempio da
emulare. Nel 1928, Hitler osservò, con approvazione, che i coloni bianchi in
America avevano “ridotto i milioni di pellerossa a poche centinaia di
migliaia”.
«L'illusione
è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non
ha scolari», diceva Antonio Gramsci. Aveva ragione, la storia non ha scolari
che acquisiscano insegnamenti positivi ma, come vedremo, sono le ispirazioni
negative e tragiche, invece, che spesso vengono riprese, replicate e
“implementate”. Secondo molti studiosi, è questo il caso del trattamento
riservato ai Nativi Americani e, in generale, delle leggi razziali
statunitensi, tra cui le Leggi Jim Crow, che avrebbero quindi influenzato il
regime nazista nella formulazione delle Leggi di Norimberga del settembre 1935.
Andiamo a
vedere come.
Innanzitutto,
occorre accennare all’ampio movimento dell’eugenetica, iniziato alla
fine del XIX secolo, emerso nel Regno Unito, per poi diffondersi in molti
Paesi, tra cui gli Stati Uniti, il Canada, l'Australia (paesi guarda caso in
mano ai colonialisti), e la maggior parte dei Paesi europei (come Svezia e
Germania). Le politiche eugenetiche, razziste, erano volte a migliorare la
qualità del patrimonio genetico delle loro popolazioni e vi aderirono eminenti
personaggi come Sir Winston Leonard Spencer Churchill e Dwight D. Eisenhower.
La supremazia in tali politiche toccava agli Stati Uniti, come afferma James
Q. Whitman, professore alla Yale Law School: “All'inizio del XX
secolo, l'America era la principale giurisdizione razzista del mondo”.
È importante
ricordare come oggi, anche nell’ultimo censimento del 2020, la popolazione
statunitense sia stata divisa in Black or African American, Neri
o Afroamericani, Asian, Asiatici, American Indian o Alaska
native, Indiani Americani e Alaskani, Native Hawaiian and
Other Pacific Islander, Nativi Hawaiani e altri Isolani del Pacifico, Some
Other Race, altre razze e, infine Two or more Races. La
maniacale cura con cui vengono riportate le “razze” la dice lunga su una
mentalità erede delle famose Leggi Jim Crow, obbrobrio disumano di
discriminazione razziale, sulla quale non mi soffermo in quest’articolo.
Whitman
esplora metodicamente come i nazisti si siano ispirati al razzismo americano
della fine del XIX e dell'inizio del XX secolo per perpetrare i loro piani
razziali. Egli osserva che, nel “Mein Kampf”, Hitler elogiava l'America come
l'unico Stato che avesse fatto progressi verso una concezione principalmente
razziale della cittadinanza, “escludendo alcune razze dalla naturalizzazione”.
Quando Hitler elogiava le restrizioni americane sulla naturalizzazione, aveva
in mente la Legge sull'Immigrazione statunitense, Immigration Act del 1924, che
imponeva quote nazionali ed escludeva del tutto una parte di nazionalità ed
etnicità.
Per gli
osservatori nazisti, questa era la prova che l'America si stava evolvendo nella
giusta direzione, nonostante la sua speciosa retorica sull'uguaglianza. La
Legge sull'Immigrazione statunitense giocò un ruolo di facilitazione
nell'Olocausto, perché le quote impedirono a migliaia di ebrei, tra cui Anna
Frank e la sua famiglia, di raggiungere l'America. Il libro di Whitman “Il
modello americano di Hitler: Gli Stati Uniti e la creazione della legge
razziale nazista” (Hitler's American Model: The United States and the Making of
Nazi Race Law) del 2017 ha ricevuto ampi consensi nel mondo accademico,
diventando un punto di riferimento e sdoganando una serie di articoli su
giornali e riviste prestigiose. Whitman dimostra la misura in cui le leggi
razziali degli Stati Uniti, come abbiamo detto, abbiano influenzato il regime
nazista nella formulazione delle Leggi di Norimberga. “Il modello americano di
Hitler” di Whitman, con la sua analisi comparativa delle leggi razziali
americane e naziste, si unisce a studi precedenti come “L'Occidente americano e
l'Oriente nazista” di Carroll Kakel, una discussione fianco a fianco del
Destino Manifesto e del Lebensraum; e “La connessione nazista” di Stefan Kühl,
che descrive l'impatto del movimento eugenetico americano sul pensiero nazista.
“La legge
razziale negli Stati Uniti”, uno studio del 1936 dell'avvocato tedesco Heinrich
Krieger, cercò di risolvere le incongruenze nello status giuridico degli
americani non bianchi. Krieger concludeva che l'intero apparato era
irrimediabilmente opaco, nascondendo obiettivi razzisti dietro giustificazioni
contorte. Perché non dire semplicemente cosa si intende? Questa era una delle
principali differenze tra il razzismo americano e quello tedesco. Gli eugenisti
americani non facevano mistero dei loro obiettivi razzisti, e le loro opinioni
erano tanto diffuse che F. Scott Fitzgerald le presentò ne “Il Grande Gatsby”.
Vediamo
alcuni punti.
Nel 1935, la
Germania nazista approvò due leggi radicalmente discriminatorie ispirate alle
leggi americane: la Legge sulla cittadinanza del Reich, Reich Citizenship Law e
la Legge per la protezione del sangue e dell'onore tedesco, Law for the
Protection of German Blood and German Honor. Insieme, queste furono conosciute
come le Leggi di Norimberga e gettarono le basi legali per la
persecuzione degli ebrei durante l'Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale. Ma,
come dicevamo, quando i nazisti decisero di privare legalmente dei diritti e di
discriminare i cittadini ebrei, non si limitarono a proporre idee dal nulla.
Avevano
studiato attentamente le leggi di un altro Paese. Secondo James Q. Whitman,
quel Paese erano gli Stati Uniti. In particolare, i nazisti ammiravano le leggi
Jim Crow che discriminavano i neri americani e li segregavano dai bianchi
americani, e discutevano se introdurre una segregazione simile in Germania.
Afferma Whitman: “Uno dei punti di vista nazisti più sorprendenti era che Jim
Crow era un programma razzista adatto negli Stati Uniti, perché i neri
americani erano già oppressi e poveri. Ma in Germania, al contrario, dove gli
ebrei, secondo i nazisti, erano ricchi e potenti, era necessario adottare
misure più severe”. Per questo motivo, i nazisti erano più interessati al modo
in cui gli Stati Uniti avevano trattato i Nativi Americani, i filippini e altri
gruppi come non-cittadini, che vivevano negli Stati Uniti o nei loro territori.
Le
leggi contro i matrimoni misti: “L'America aveva, con un ampio
margine, la legge più severa di questo tipo”, afferma Whitman. Esse proibivano
i matrimoni interrazziali in trenta dei quarantotto Stati. “In particolare,
alcune leggi statali minacciavano severe punizioni penali per i matrimoni
interrazziali. Era qualcosa che i nazisti radicali erano molto desiderosi di
fare anche in Germania”. L'idea di vietare i matrimoni tra ebrei e ariani
presentava ai nazisti un dilemma: come avrebbero fatto a capire chi era ebreo e
chi no? Dopotutto, le categorie razziali ed etniche erano state costruite
socialmente e le relazioni interrazziali producevano figli che non rientravano
perfettamente in una sola casella.
Ancora una
volta, i nazisti guardarono all'America.
C'era una
grande quantità di giurisprudenza americana su come classificare chi
appartenesse a quale razza. Le controverse regole statunitensi della
“one-drop”, goccia unica (di sangue) stabilivano che chiunque avesse
un'ascendenza nera era legalmente nero e non poteva sposare un bianco. Le leggi
definivano anche ciò che rendeva una persona asiatica o nativa americana, al
fine di impedire a questi gruppi di sposare i bianchi (solo la Virginia aveva
una “Eccezione Pocahontas” per le famiglie bianche di spicco che affermavano di
discendere da Pocahontas). Anche le Leggi di Norimberga crearono un sistema per
determinare chi appartenesse a quale gruppo, consentendo ai nazisti di
criminalizzare il matrimonio e il sesso tra ebrei e ariani. Piuttosto che
adottare la “regola della goccia unica”, i nazisti decretarono che una persona
ebrea era chiunque avesse tre o più nonni ebrei. Il che significa, nota
Whitman, “che la legge americana sulla classificazione razziale fosse molto più
severa di qualsiasi cosa i nazisti stessi fossero disposti a introdurre in
Germania”.
Non dovrebbe
sorprendere, quindi, che i nazisti non fossero condannati in modo uniforme
negli Stati Uniti prima che il Paese entrasse in guerra. Nei primi anni '30,
gli eugenisti americani accolsero le idee naziste sulla purezza razziale e
ripubblicarono la loro propaganda.
Il programma
di sterilizzazioneforzata della California pare
abbia ispirato la legge di sterilizzazione nazista del 1934. Il primo movimento
eugenetico tedesco fu guidato da Wilhelm Schallmayer e Alfred Ploetz. Henry
Friedlander ha scritto che, sebbene i movimenti eugenetici tedesco e americano
fossero simili, il movimento tedesco era più centralizzato e non conteneva
tante idee diverse come il movimento americano. A differenza del movimento
americano, la Società tedesca per l'Igiene Razziale, German Society for Racial
Hygiene, rappresentava tutti gli eugenisti. Lo storico Edwin Black ha
scritto che, dopo che il movimento eugenetico si era affermato negli Stati
Uniti, si era diffuso in Germania. Gli eugenisti californiani iniziarono a
promuovere l'eugenetica e la sterilizzazione all'estero a scienziati e medici
professionisti tedeschi. Nel 1933, la California aveva sottoposto a
sterilizzazione forzata più persone di tutti gli altri Stati Uniti messi
insieme. Il programma di sterilizzazione forzata ideato dai nazisti fu in parte
ispirato da quello della California, che colpì duramente, tra gli altri, i Nativi
Americani.
Al ritorno
dalla Germania nel 1934, dove più di 5.000 persone al mese venivano
sterilizzate con la forza, il leader dell'eugenetica californiana C. M. Goethe
si vantò con un collega:
“Le
interesserà sapere che il nostro lavoro ha avuto un ruolo importante nel
formare le opinioni del gruppo di intellettuali che sono dietro Hitler in
questo programma epocale. Ovunque ho percepito che le loro opinioni sono state
enormemente stimolate dal pensiero americano... Voglio che lei, caro amico,
porti con sé questo pensiero per il resto della sua vita, ovvero che ha davvero
spinto all'azione un grande governo di 60 milioni di persone” (tratto da Eugenics
and the Nazis, the California connection, articolo di Edwin Black https://www.sfgate.com/opinion/article/Eugenics-and-the-Nazis-the-California-2549771.php ).
Il
ricercatore eugenetico statunitense Harry H. Laughlin nel 1934 fu invitato a
una cerimonia di premiazione presso l'Università di Heidelberg in Germania per
ricevere un dottorato ad honorem per il suo lavoro sulla “scienza della pulizia
razziale”. A causa di limitazioni finanziarie, Laughlin partecipò alla
cerimonia e lo ritirò dall'Istituto Rockefeller. In seguito, condivise con
orgoglio il premio con i suoi colleghi, affermando che riteneva che
simboleggiasse “la "comprensione comune degli scienziati tedeschi e
americani sulla natura dell'eugenetica”" (Lombardo, P. A., 2008, Three
generations, no imbeciles: Eugenics, the Supreme Court, and Buck v. Bell,
Johns Hopkins University Press).
Veniamo a
un’altra “ispirazione” di provenienza statunitense. Nel 1924 ebbe luogo la
prima esecuzione con camera a gas, in Nevada. In una storia della
camera a gas americana, Scott Christianson afferma che l'agente fumigante
Zyklon-B, concesso in licenza ad American Cyanamid dall'azienda tedesca I.G.
Farben, fu preso in considerazione come agente letale, ma si rivelò poco
pratico. Tuttavia, lo Zyklon-B fu utilizzato per disinfettare gli immigrati che
attraversavano il confine a El Paso, una pratica che non passò inosservata a
Gerhard Peters, il chimico che fornì una versione modificata dello Zyklon-B ad
Auschwitz. In seguito, le camere a gas americane furono dotate di uno scivolo
che consentiva di far cadere le palline di veleno. Earl Liston, l'inventore del
dispositivo, spiegò: “Tirare una leva per uccidere un uomo è un lavoro duro.
Versare l'acido in un tubo è più facile per i nervi, è come innaffiare i
fiori”. Lo stesso metodo fu introdotto ad Auschwitz, per “alleviare lo stress”
delle guardie delle SS.
I campi
di concentramento: “I campi di concentramento non sono stati inventati in
Germania”, disse Hitler nel 1941. “Sono gli inglesi i loro inventori, che
utilizzano questa istituzione per spezzare gradualmente la schiena ad altre
nazioni”. Gli inglesi avevano gestito dei campi in Sudafrica, sottolinearono i
nazisti. I propagandisti del Partito evidenziarono allo stesso modo le
sofferenze dei Nativi Americani. I nazisti non avevano certo torto nel citare i
precedenti americani. Thomas Jefferson parlò della necessità di “eliminare” o
“estirpare” i Nativi Americani. L'autore canadese Baron Alexander Deschauer,
scrivendo per il Mirror Online, ha detto che il suo libro Campi di
concentramento del Canada, del 2017, espone le somiglianze tra i campi nazisti
di Hitler e le riserve indiane. “È questa idea di contenere le
persone, di cancellare le loro identità sostituendo i loro nomi con dei numeri
e di spezzare il loro spirito con le percosse se non rispettano le regole che
si possono vedere nei terribili campi di concentramento creati successivamente
sotto il regime nazista”, scrive.
È possibile
che un regime noto per la sua barbarie clinica sia stato ispirato da un Paese
come il Canada, meglio conosciuto per i suoi campi di grano, le Montagne
Rocciose e le opportunità illimitate? Deschauer sostiene che Hitler ha fuso la
sua visione del Terzo Reich con il conflitto tra “cowboy e indiani” da cui era
attratto. Come milioni di altri tedeschi, amava le storie d'avventura di Karl
May e conservava l'intera collezione di opere nella sua stanza da letto. Era
particolarmente interessato ai campi, che negli Stati Uniti e in Canada erano
conosciuti come riserve indiane.
Deschauer
scrive: “Non è chiaro se Hitler abbia tratto ispirazione diretta dal sistema
canadese o statunitense, ma la sua metodologia era molto simile. Il governo
degli Stati Uniti aveva creato dei campi di concentramento già nel 1838; l'uso
di questo metodo divenne prevalente dagli anni '60 del XIX secolo, quando i
confini degli Stati Uniti si spostarono verso ovest”. I governi statunitense e
canadese si riferivano a questi campi di concentramento come a “riserve
indiane”, ma vi erano anche le scuole residenziali indiane, che erano spesso
dei campi di lavori forzati. “Mentre i campi nazisti durarono poco più di un
decennio, quelli canadesi continuarono per quasi 150 anni”, dice Deschauer.
Gilles
Petiquay, nativo canadese, ha raccontato che a ogni alunno della scuola di Pointe
Bleus che frequentava, veniva assegnato un numero. “Ricordo che il primo numero
che avevo nella scuola residenziale era il 95”, ha detto. “Ho avuto quel numero
- 95 - per un anno. Il secondo numero era il numero 4. L'ho avuto per un
periodo più lungo. Il terzo numero era il 56. Anche questo l'ho tenuto per
molto tempo. Camminavamo con il numero addosso”.
“I nazisti
comprendevano il ruolo dei loro campi. In superficie, fornivano una fonte di
manodopera gratuita, soggetti disponibili per i loro esperimenti medici e un
luogo dove mettere i dissidenti senza ucciderli del tutto, almeno
inizialmente”, ha detto Deschauer .
I campi
nazisti si assicuravano che tutti i corpi abili venissero messi al lavoro,
producendo giocattoli, scarpe e munizioni. Si trattava di una componente chiave
della strategia di Hitler. La sua guerra era totale: culturale, fisica ed
emotiva. Il suo obiettivo era quello di ripulire la Germania e il mondo dalle
persone indesiderate (dagli ebrei agli zingari) e dalle culture indesiderate.
Come indesiderati, e fortemente, sono stati i Nativi Americani.
Torniamo a
Karl May e alla romanticizzazione tedesca dei Nativi Americani. Hartmut Lutz
coniò il termine Indianthusiasm (Indiantusiasmo, entusiasmo Indiano) per questo
fenomeno, sul quale rimando a una lettura per chi vuole approfondire a questo
link: https://is.muni.cz/th/u3xbw/German_Indian_Enthusiasts.pdf.
Accenno un
argomento sconosciuto ai più: il piano che riguardò i Nativi Americani.
Uno dei
piani – falliti - di Goebbels fu di conferire lo status di ariano onorario alle
tribù di Nativi Americani, nella speranza che si ribellassero ai loro
oppressori. La promessa di Hitler, propagandata negli Stati Uniti da vari
esponenti, tra cui Elwood A. Towner, uno strano personaggio che si era dato il
nome di Red Cloud, Nuvola Rossa, e che vestiva da nativo americano con tanto di
copricapo di piume, fu proprio di dare la cittadinanza ariana ai Nativi
Americani, di cui ammirava la cultura, e di restituire loro le terre rubate. Ma
il piano fallì e, come sappiamo, i Nativi Americani combatterono nell’esercito
americano e non solo: attraverso i code-talker – Navajo e altri - e l’uso delle
lingue native come codice, diedero un aiuto fondamentale per la vittoria degli
Stati Uniti.
Nel maggio
del 1933, Heinz Spanknöbel ricevette l'autorità da Rudolf Hess, Vice Führer,
per formare un ramo americano ufficiale del Partito Nazista. Il ramo era
conosciuto come Amici della Nuova Germania negli Stati Uniti. Il Partito
Nazista si riferiva a esso come Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori
Tedeschi degli Stati Uniti. L'organizzazione di Spanknöbel era apertamente
filonazista ma ebbe vita breve. Sembra però che correnti naziste e neonaziste
abbiano sempre aleggiato negli Stati Uniti, come in altri Paesi.
Il
neonazismo emerse come ideologia durante la fine degli anni Settanta, cercando
di utilizzare la propria ideologia per promuovere l'odio e la supremazia
bianca, e attaccare le minoranze razziali ed etniche. È un fenomeno globale con
una rappresentanza organizzata in molti Paesi e reti internazionali. Prende in
prestito elementi dalla dottrina nazista, tra cui l'ultranazionalismo, il
razzismo, la xenofobia, l'omofobia, l'antisemitismo, l’anticomunismo.
Organizzazioni come l’American Nazi Party, la National Alliance e la White
Aryan Resistance si sono formate nella seconda metà del secolo scorso. La
National Alliance, fondata negli anni '70 da William Luther Pierce, è stato il
gruppo neonazista più grande e più attivo negli Stati Uniti negli anni '90.
Secondo il
Southern Poverty Law Center, la National Alliance ha perso la maggior parte dei
suoi membri entro il 2020, ma è ancora presente negli Stati Uniti. Altri
gruppi, come Atomwaffen Division e l’Aryan Nations, definita dall'FBI una
“minaccia terroristica”, e dalla RAND Corporation la “prima rete terroristica
davvero diffusa in tutto il paese” hanno preso il suo posto. I gruppi
neonazisti americani si sono spostati verso un'organizzazione più
decentralizzata e verso reti sociali online con un obiettivo terroristico. A
causa degli ideali di supremazia bianca, non è escluso – ma finora nessuno ne
ha parlato apertamente - che alcuni loro esponenti siano implicati in casi di
MMIP, Missing and Murdered Indigenous People, una delle piaghe che affligge la
comunità nativa americana: donne, bambini e uomini nativi che scompaiono, e che
vengono trovati senza vita.
Raffaella Milandri. Scrittrice e giornalista,
Raffaella Milandri, attivista per i diritti umani dei Popoli Indigeni, è
esperta studiosa dei Nativi Americani e laureata in Antropologia. È membro
onorario della Four Winds Cherokee Tribe in Louisiana e della tribù Crow in
Montana. Ha pubblicato oltre dieci libri, tutti sui Nativi Americani e sui
Popoli Indigeni, con particolare attenzione ai diritti umani, in un contesto
sia storico che contemporaneo. Si occupa della divulgazione della cultura e
letteratura nativa americana in Italia e
attualmente si sta dedicando alla cura e traduzione di opere di autori nativi.
Chi legge il
libro di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta, La crociata anticomunista
di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro
mondo (Einaudi, 2021) ne uscirà con una visione rovesciata
della storia mondiale dopo il 1945, e con l’animo sconvolto. È
successo anche a me, storico dell’età contemporanea, e testimone del mio tempo,
a cui tanti fatti e vicende qui raccontate erano noti. L’autore è un
prestigioso giornalista americano, che è stato corrispondente del Washington
Post, del Los Angeles Times, del Financial Times, ha scritto
per il New York Times e tanti altri giornali americani e
inglesi. Già questa appartenenza al giornalismo USA, per quel che racconta di
gravissimo in danno dei governi del proprio paese, costituisce una prima
garanzia di imparzialità e obiettività. D’altra parte non sarebbe la prima
volta. Quello dei giornalisti americani che scavano nelle carte segrete e
denunciano le malefatte dei loro governanti è un fenomeno non raro, che fa
onore a quei professionisti. È sintomatico dell’onestà di fondo dell’animo e
della cultura antropologica di gran parte del popolo americano, comunque ormai
ampiamente manipolati. È così clamorosa la contraddizione con gli ideali
democratici della loro formazione, che non pochi giornalisti, allorché scoprono
azioni omicide segrete del loro Stato, sono spinti a una ribellione morale
che li porta a intraprendere vaste indagini e a scrivere libri come questi.
Ma
l’autorevolezza del Metodo Giacarta si fonda sullo scrupolo
scientifico di Bevins, sulla vastità e rilevanza documentaria delle sue fonti,
che sono carte desecretate degli archivi americani e di vari paesi del mondo,
pubblicazioni di altri studiosi, registrazioni dirette di riunioni segrete,
telegrammi, testimonianze rese dai protagonisti e soprattutto dai sopravvissuti
ai massacri ecc. Grazie a questi materiali l’autore ci fa entrare spesso
direttamente nel tabernacolo del potere americano, facendoci assistere a
conversazioni inquietanti, come quella del 1963, in cui John Kennedy ordina
agli uomini della sua amministrazione, che lo informano sulla condotta non
gradita del presidente del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem: «fatelo fuori».
«Diem venne rapito insieme a suo fratello. I due vennero uccisi a colpi i
pistola e a pugnalate nel retro di un furgone blindato». E non meno
sconcertanti sono le informazioni che si ricevono su personaggi ai quali, ad
esempio, è andata per decenni la nostra simpatia umana e politica. Non si può
rimanere indifferenti quando si apprende che dopo il fallito tentativo USA di
invadere Cuba alla Baia dei Porci, nel 1961, Robert Kennedy «suggerì di far
esplodere il consolato americano per giustificare l’invasione».
Ma in che
cosa consiste il rovesciamento della storia ufficiale, da tutti accettata,
degli ultimi 70-80 anni di storia mondiale? In breve, a partire dal
dopoguerra, gli USA mettono in atto una strategia sempre più perfezionata per
controllare e dominare economicamente e militarmente il maggior numero
possibile dei paesi che si stavano liberando del colonialismo della
Gran Bretagna, della Francia e dell’Olanda. Giova ricordare che in quei paesi,
quasi ovunque, si affermano in quegli anni forze politiche nazionaliste che
tentano di recuperare e gestire le proprie risorse, con processi di
nazionalizzazione, ad esempio delle compagnie petrolifere (come fa in Indonesia
il presidente Sukarno), delle miniere, delle piantagioni ecc. A queste riforme
di solito si accompagnano programmi di alfabetizzazione della popolazione,
costruzione di scuole pubbliche, distribuzione delle terre ai contadini,
riforme agrarie. Tali strategie riformatrici di governi che intendono
affacciarsi allo sviluppo economico dopo la guerra, seguono una politica
equidistante tra Washington e Mosca, anche se talora sono appoggiati dai
partiti comunisti nazionali. Ma essi sono guardati con sospetto e ostilità
dagli USA che tramano segretamente per il loro rovesciamento. Talora è proprio
la scoperta di tale ostilità che porta i dirigenti nazionalisti a guardare con
favore e a chiedere appoggio a Mosca o a diventare comunisti, come accadde a
Fidel Castro, dopo la fallita invasione americana di Cuba nel 1961.
Spesso a
dare il via ai progetti dei colpi di stato sono le pressioni sulle
amministrazioni americane delle compagnie petrolifere, o dei grandi proprietari
terrieri, che vedono
anche semplicemente contrastato il loro vecchio modello di sfruttamento
coloniale delle risorse locali. Nel 1954 in Guatemala è il caso della United
Fruit Company, sospettata di frodare il fisco. La pretesa del Governo
guatemalteco di far rispettare gli obblighi fiscali alla ditta monopolista
costò cara al Guatemala. Dopo due falliti colpi di Stato, «la Cia piazzò
casse di fucili con l’effige della falce e del martello in modo che fossero
“scoperti” e costituissero la prova della infiltrazione dei sovietici». Da li
cominciò l’ingerenza armata degli USA, con varie vicende e campagne di
terrorismo psicologico, di diffamazione dei comunisti come agenti di Mosca, a
cui qui non possiamo neppure accennare. Il colpo di Stato si concluse con
l’insediamento di Castillo Armas, il favorito degli USA. «In Guatemala tornò la
schiavitù. Nei primi mesi del suo governo, Castillo Armas istituì il Giorno
dell’anticomunismo e catturò e uccise dai tre ai cinquemila sostenitori di
Arbenz» (il presidente deposto, che aveva avviato la riforma agraria).
Qui davvero
è impossibile dar conto delle trame ingerenze messe in atto da tutte le
amministrazioni USA degli ultimi 70 anni per controllare i paesi che
uscivano dalle antiche colonizzazioni europee, spesso con l’aiuto del Regno
Unito, maestro secolare di dominio coloniale, che in tanti casi rese
onore alla sua tradizione sanguinaria. Lo fecero spesso con colpi
di Stato poche volte falliti, ma spesso ripetuti fino al finale cambio di
regime: in Iran (1953), Guatemala (1954), Indonesia (1958 e 1965), Cuba (1961),
Vietnam del Sud (1963), Brasile (1964), Ghana (1966), Cile (1973) e un numero
incalcolabile di sabotaggi, uccisioni, condizionamenti delle politiche del vari
governi. Senza mettere nel conto la guerra contro il Vietnam, scatenata con il
falso pretesto dell’“incidente del Tonchino”, che provocò 3 milioni di morti,
oltre ai vasti bombardamenti con gli elicotteri dei villaggi contadini «in
Cambogia e Laos [dove] ne morirono molti di più». Ricordo che dopo il
colpo di stato in Brasile non ci furono più elezioni per 25 anni e la
violenta dittatura di Suharto, in Indonesia, durò 32 anni.
Gli
strumenti di queste politiche erano – come scrive lapidariamente Bevins – «esercito
e finanza». I capi di tanti eserciti nazionali si erano formati spesso
nelle scuole militari degli USA, e comunque venivano corrotti da ingenti
finanziamenti americani, donazioni e vendite di armi, manovrati dalla Cia. In
tante realtà si creò una scissione tra i governi indipendenti, che spesso
venivano economicamente strozzati dai sabotaggi commerciali e finanziari, e i
sistematici finanziamenti segreti forniti agli eserciti. Ma il cemento
ideologico più determinante, e forse in assoluto la leva più potente che rese
possibile l’intero progetto, fu la propaganda anticomunista, con tutto il
repertorio di orrori fasulli di cui venivano ritenute responsabili le forze che
vi si ispiravano. La minaccia del comunismo, oltre ad essere una formidabile
arma di controllo sociale interno dei gruppi dirigenti americani, fu il
fondamento psicologico e culturale, potremmo definirlo egemonico, su cui i vari
golpisti riuscirono a coinvolgere nei massacri anche pezzi di popolazione
civile. Uno strumento di persuasione di massa reso possibile dal fatto che in
quasi tutti i paesi “attenzionati” dagli USA, la stampa era in mano ai grandi
proprietari terrieri, o alle compagnie petrolifere, ostili alle riforme agrarie
e alle nazionalizzazioni, in grado di imbastire campagne di falsificazione su
larga scala, fondate su racconti di storie inventate, riprese dalle radio,
talora trasformati in film e documentari.
Che cosa è
il Metodo Giacarta? In
breve. L’Indonesia, il quarto paese più popoloso del pianeta, che ospitava il
terzo più grande Partito comunista del mondo (PKI), sostenuto da milioni di
militanti, non poteva restare indipendente. Dopo vari tentativi falliti, uno
riuscì e fu il più sanguinoso dei piani messi in atto dagli USA. Il pretesto
definitivo fu un oscuro episodio ancora oggi non chiarito. Alcuni militari
sequestrarono cinque generali dell’esercito indonesiano che poi
furono trovati uccisi. Fu lanciata allora una campagna su larga scala di
terrore psicologico, attraverso la stampa, la radio, i comizi. Venne sparsa la
voce che i cinque uomini fossero stati oggetto di sevizie, mutilati
dei genitali e poi massacrati, mentre alcune donne danzavano nude intorno a
loro, svolgendo riti satanici. Nel 1987, quando tutto era ormai dimenticato,
venne alla luce che la storia era un falso, i generali, secondo l’autopsia
fatta eseguire allora da Suharto, il golpista a servizio degli USA che
estromise il presidente Sukarno, aveva rivelato che erano tutti morti per colpi
di arma da fuoco, eccetto uno, ucciso da una lama di baionetta, probabilmente
durante il sequestro nel suo appartamento. Quel che seguì a Giacarta e in tutte
le isole dell’arcipelago, dopo quella provocazione e quella campagna di caccia
ai terroristi comunisti, è difficile da immaginare e da raccontare: «Le persone
non venivano ammazzate nelle strade, non venivano giustiziate ufficialmente, le
famiglie non erano sicure che fossero morte: venivano arrestate e poi scomparivano nel
cuore della notte». Solo giorni dopo, come si vide ad esempio nel fiume Serayu,
«gli omicidi di massa divennero evidenti: i corpi ammassati erano così tanti da
ostacolare il corso del fiume e il tanfo che emanavano era orribile». In
proporzione agli abitanti, l’isola che che subì la quota maggiore di uccisioni
fu Bali, il 5% della popolazione, oltre 80 mila persone finite a colpi di
machete. Non andò bene alle indonesiane: «Circa il 15% delle persone
prese prigioniere furono donne. Vennero sottoposte a violenze particolarmente
crudeli e di genere», ad alcune «tagliarono i seni o mutilarono i genitali; gli
stupri e la schiavizzazione sessuale erano diffusi ovunque». Alla fine i morti
complessivi, secondo calcoli necessariamente sommari, si aggirarono tra 500
mila e 1 milione di persone, mentre un altro milione venne rinchiuso nei campi
di concentramento. Il PKi, cui non poté essere addebitata nessuna sommossa o
violenza, venne sterminato. A compiere i massacri furono i militari
indonesiani, le squadre armate dei proprietari terrieri, bande di persone
comuni assoldate o sobillate dalla propaganda. «Le liste delle persone da
uccidere non furono fornite all’esercito indonesiano soltanto dai funzionari
del governo degli Stati Uniti: alcuni dirigenti di piantagioni di proprietà
americana diedero i nomi di sindacalisti e comunisti “scomodi” che poi furono
uccisi». Più tardi il Tribunale internazionale del Popolo per il
1965 convocato all’Aja nel 2014, dichiarò i militari indonesiani
colpevoli di crimini contro l’umanità, e stabili che il massacro era stato
realizzato allo scopo di distruggere il Partito comunista e «sostenere un
regime dittatoriale violento» e che esso venne realizzato con il supporto degli
USA, del Regno Unito e dell’Australia. Dopo il 1965 il Metodo Giacarta venne
teorizzato da molti dirigenti filoamericani dell’Asia e dell’America Latina e
usato anche come parola d’ordine con cui venivano terrorizzati i dirigenti
comunisti e i politici nazionalisti che proponevano riforme e
nazionalizzazioni. Venivano minacciati facendo circolare la voce: «Giacarta sta
arrivando» .
Alcune
considerazioni per concludere. Noi conosciamo da tempo molte delle operazioni,
spesso ben documentate, condotte dagli USA in giro per il mondo almeno a
partire dal dopoguerra. Nel voluminoso William Blum, Il libro nero
degli Stati Uniti (Fazi, 2003, ed. orig. Killing Hope. U.S.
Military and CIA Interventions Sine World War II, 2003, che meglio
rispecchia contenuto del volume e intenzioni dell’autore), se ne trova, da
oltre 20 anni, un repertorio vastissimo e di impeccabile serietà storiografica.
Ma il libro di Bevins ha qualcosa in più. Esso non mostra soltanto come gli USA
abbiano condotto una politica estera fondata sulla violazione sistematica del
diritto internazionale, spesso calpestando il diritto alla vita di milioni di
persone. Non è solo questo, che sarebbe sufficiente per illuminare di luce
meridiana le ragioni dell’attuale “disordine” mondiale. Il Medoto Giacarta
mostra che cosa ha prodotto quella guerra segreta, che ha impedito
l’emancipazione dei popoli usciti dal dominio coloniale e la nascita di un
terzo polo mondiale dei paesi cosiddetti “non allineati”: cioè equidistanti
rispetto a Washington e Mosca. Il grande progetto di mutua cooperazione avviato
con la Conferenza di Bandung nel 1955, di cui Sukarno era stato uno dei
protagonisti, si dissolse. I paesi del Sud del mondo vennero ricacciati
nella loro subalternità che in tanti casi si è protratta fino quasi ai nostri
giorni.
Perciò
Bevins può scrivere, alludendo ai colpi di stato in Brasile e Indonesia: «La
cosa più sconvolgente, e la più importante per questo libro, è che i due eventi
in molti altri paesi portarono alla creazione di una mostruosa rete
internazionale volta allo sterminio di civili – vale a dire al loro sistematico
omicidio di massa – e questo sistema ebbe un ruolo fondamentale nel costruire
il mondo in cui viviamo oggi». È, infatti, il nostro tempo che questo libro
rende comprensibile. Alla luce di quanto accaduto, le guerre intraprese dagli
USA, da soli o con la Nato, ispirate alla retorica delle lotta al terrore o
all’esportazione della democrazia, in Jogoslavia, Afganistan, Iraq, Libia,
Siria e ora in Ucraina, non sono una svolta aggressiva della politica
estera USA nel nuovo millennio, ma la continuazione coerente del perseguimento
del proprio dominio globale, da mantenere con ogni possibile mezzo.
“L’acquisizione di ricchezze attraverso la guerra nasce dalla natura,
infatti l’arte venatoria è una parte di essa e si deve usare sia verso
gli animali, sia verso quegli uomini che, essendo nati per obbedire, rifiutano
di sottomettersi e tale guerra è giusta per natura“. Juan
Ginés de Sepúlveda sintetizzava così la giustificazione della guerra come mezzo
di evangelizzazione nella “Disputa del Nuovo Mondo” che lo contrappose
al frate domenicano, procuratore degli Indios, Bartolomè de Las Casas nel
1550-51. Il teologo spagnolo si rifaceva alla teoria aristotelica della
“servitù naturale” ed aggiungeva: “I filosofi insegnano che alle genti barbare
e inumane che aborriscono vita civile conviene stare sottomessi al potere di
popoli più umani e virtuosi, i quali, con l’esempio della virtù,
delle leggi e della prudenza, loro facciano abbandonare la loro
bestialità”. La “Disputa”, convocata dall’imperatore Carlo V, non si
concluse con un verdetto chiaro e furono quindi i coloni, prima spagnoli e poi
delle altre nazioni europee, a scriverlo.
È probabilmente allora che gli europei, sino ad allora marginali nella
storia del mondo, cominciano a interiorizzare l’idea della propria superiorità
e a percepirsi come il centro del mondo, soggetti di una storia universale
nella quale “il resto” diviene oggetto. L’Altro non europeo in questa storia è
sempre un po’ meno che umano. O quando lo è, deve essere educato, alla
cristianità, alla civiltà, alla democrazia…
Su questa percezione di sé si sosterrà moralmente lo sterminio della gran
parte delle popolazioni americane e la deportazione di 12 milioni di schiavi
neri. Poi la spartizione dell’Africa, stabilita a Berlino nel 1884, per
“prendersi cura del miglioramento delle condizioni e del loro [degli indigeni]
benessere morale e materiale”. Intanto l’altro pezzo d’Europa, la
Russia, si “prendeva cura” delle popolazioni della Siberia asiatica.
Nel Mediterraneo la professione di superiorità si affermò più lentamente. Qui l’Occidente era
stato di fronte ad una civiltà che aveva regalato all’Europa il caffè, l’algebra
e la filosofia greca e prodotto imperi che controllavano il commercio globale.
Il lungo conflitto con quel mondo per il controllo del commercio con
l’Oriente non aveva sino a quel momento prodotto l’altro non umano. I
“saracini” erano infedeli, ma pienamente umani.
La hybris occidentale si estese al Maghreb e al Mashreq
con lo smembramento violento dell’impero Ottomano. Napoleone invade l’Egitto,
poi la Francia occupa Tunisia e Algeria, poi fu la volta del Regno d’Italia a
dichiarare guerra alla Turchia e occupare la Tripolitania e la Cirenaica,
infine il britannico Mark Sykes e il francese François Picot si divisero con un
tratto di penna sulla carta geografica le ultime spoglie dell’impero, smembrato
con la Prima guerra mondiale.
Come scrive Edward Said in “Orientalismo”, l’Europa inventa l’Altro
orientale. Ciò permetterà di definire nel trattato di Versailles le popolazioni
del Mashreq come “non in grado di resistere da sole nelle condizioni del mondo
moderno” giustificando così la colonizzazione dello spazio ex ottomano.
Sepulveda non avrebbe saputo fare di meglio.
Dunque, da cinque secoli l’Altro non europeo è un po’ meno che umano o
comunque inferiore e “naturalmente” subordinato o al massimo sotto tutela. Una
dominazione ovviamente “per il suo bene”.
Oggi, che la supremazia occidentale è messa in discussione, ci si dice che
dobbiamo fare la guerra per difendere l’Occidente (con il
corollario del dollaro come moneta di scambio) e che tutti i conflitti
attuali sono “un attacco ai nostri valori”. In Ucraina, come in Palestina.
Ma quali valori?
Sulla superiorità morale dell’Occidente ci sarebbe molto da dire. È
l’Europa che ha prodotto il nazismo, culmine del mito della Nazione e del
Razzismo scientifico (entrambe invenzioni europee) e che, come ha acutamente
notato il poeta martinicano Aimé Cesaire, ha fatto in Europa e verso
popolazioni “bianche” ciò che tutte le altre nazioni facevano in Africa senza
troppo scomporsi.
E non si dica che si tratta di cose del passato. Ricordiamo
che l’Occidente ha condannato alla morte per fame mezzo milione di bambini
iracheni per embargo affermando, come ebbe a dire la segretaria di stato USA,
Madeleine Albright, che “ne valeva la pena”. Oppure che l’Europa
assiste indifferente e all’affogamento di migliaia di ragazzi e ragazze nel
Mediterraneo o che nega il diritto di asilo a persone che scappavano da una
guerra di Putin, ma che avevano il torto di essere siriani.
La ferocia che nasce dalla convinzione di avere il diritto di vivere meglio
degli altri è di oggi, non di ieri. Ed è questa concezione dell’altro come
“un po’ meno che umano”, che fa sì che possano essere espressi ad alta voce
pensieri come quelli ascoltati dopo l’eccidio del 7 ottobre.
Questo Israele è diventato davvero un paese europeo, interpretando il mito
europeo della Nazione e praticando la colonizzazione, come hanno fatto tutti i
bianchi occidentali. È la stessa idea di Stato-Nazione che nel continente ha
causato, in due guerre mondiali, cento milioni di vittime, di civili e di
ragazzi vestiti con una camicia di forza color kaki e la testa imbottita di
idiozie identitarie.
E non può meravigliare il silenzio europeo. L’Europa è abituata. La
strage di Gaza, contrariamente a quanto si dice, non è per l’Europa nulla di
nuovo.
Non ha nulla da invidiare all’eccidio di Addis Abeba, quando i coloni
italiani, in rappresaglia per un attentato, spalleggiati dall’esercito, diedero
vita ad una vera e propria “caccia al moro” con il linciaggio indiscriminato di
migliaia di civili, dando fuoco alle case e distruggendo le proprietà.
O alla strage di Amritsar quando l’esercito inglese sparò sulla
folla, dopo averla rinchiusa nella piazza in cui si era radunata per
manifestare contro la Compagnia delle Indie, trucidando centinaia di persone
disarmate.
O al massacro di Hai Pong in cui la Francia repubblicana rase al
suolo l’intero distretto vietnamita uccidendo a cannonate tra 6 e 20mila
persone perché si erano attardate ad abbandonare la zona che la Francia aveva
dichiarato sotto la sua sovranità. Si trattava di “dare una severa lezione a
quelli che ci hanno aggredito a tradimento”.
O ancora al genocidio (riconosciuto tale dalla Germania) degli Herero e dei
Nama quando, dopo aver conquistato con la guerra il territorio, le forze
coloniali tedesche avvelenarono i pozzi per causare la morte per fame e sete,
nell’intento di liberare il territorio dalla loro presenza. La popolazione
nativa fu più che dimezzata.
Tutti questi crimini costituenti il benessere europeo, mai riconosciuti
come tali, sono stati archiviati come “dura legge della storia”. Nessuno se ne
è presa la responsabilità.
È questa percezione di superiorità, che comprende la convinzione di
avere il diritto di vivere meglio degli Altri, che impedisce di provare
empatia per gran parte del genere umano e consente la sconcertante differenza
di trattamento che hanno le vittime bianche da quelle non bianche. Che si
tratti di sfollati ucraini o africani, di immigrati rumeni o africani, di
malati di covid europei o cinesi, di bambini israeliani o palestinesi.
Quelli che meritano pietà e quelli “un po’ meno”.
Pensiamoci quando ci chiameranno per la prossima guerra in difesa
dell’Occidente.
Da mandare a memoria: non ci sono genocidi e apartheid buoni - Francesco Masala
Il 27 gennaio di ogni anno è giorno dedicato alla memoria secondo la legge n.211 del 20 luglio 2000 (qui il testo della legge).
A prescindere dal fatto che la stessa legge, scritta male, non cita, fra i degni di memoria fra le vittime dei campi di concentramento, gli omosessuali e gli zingari, fra gli altri, sfugge come mai si siano vietati in Italia i cortei a sostegno dei palestinesi, per ricordare al mondo il genocidio portato avanti dal governo e dall'esercito di Israele, proprio adesso.
Qualcuno ricorda un genocidio cattivo (Shoah), e allo stesso tempo sostiene i genocidi buoni (Gaza), come se ci fossero genocidi e apartheid cattivi e genocidi e apartheid buoni.
TRITACARNE - Gian Luigi Deiana
diplomazia occulta, notizie false e carne umana
proviamo a vedere col senso di tre giorni, settantadue ore soltanto, su cosa è stata calamitata l'attenzione di uno qualunque, quale io sono:
il 26 gennaio la CORTE DI GIUSTIZIA dell'ONU, che ha sede all'AIA in olanda, ha dichiarato fondata la condizione di genocidio perpetrata da israele sulla striscia di gaza e sulla cisgiordania, e in particolare in queste ore su khan yunis e jenin;
il 27 gennaio (che in termini di coscienza morale del mondo dovrebbe essere il giorno di memoria dell'olocausto e della coerenza "mai più"), il GOVERNO DI ISRAELE ha dichiarato che l'UNWRA, l'agenzia delle nazioni unite deputata all'assistenza dei rifugiati nei campi profughi sparsi in giro per i territori palestinesi occupati, è compromessa col terrorismo ed in particolare con l'operazione messa in atto da hamas il 7 di ottobre;
il 28 gennaio il giovane tennista italiano (alto-atesino!) jannik sinner vince la principale competizione mondiale del tennis: bravo, e poi serve almeno rimandare la memoria al prossimo anno e passare di nuovo ad altro; nel contempo, le diplomazie alleate di israele, e quindi fornitrici di armamenti e di copertura logistica, propagandistica e politica, concordano la sospensione dei contributi finanziari dovuti per l'attività assistenziale dell'UNWRA;
domani è il 29 gennaio, e come ogni volta è un altro giorno; e allora?
allora il problema è questo: le notizie sono tante, milioni di milioni, ma il loro salame, al contrario di negroni, non vuol dire verità;
come raccomanda esopo, è sempre necessario diffidare di chi grida "al lupo" giusto per dirottare l'attenzione; questa infatti è sempre la prassi adottata in tempi di conflitto dai belligeranti che hanno torto, o comunque un torto molto più antico e molto più annientatore di quello del nemico : nel caso di questi mesi, questo è esattamente il caso del governo di israele: i cui servizi di intelligence sono risultati molto stupidi nella capacità di decifrare i piani del nemico, ma sono sempre estremamente intelligenti nel montare frottole planetarie per pilotare su pericolosi sensi unici le diplomazie, e per ingozzare di veleno l'opinione pubblica;
dunque, la denuncia avanzata dal governo netanhyau ieri 27 ottobre, giorno della memoria, contro le "nazioni unite" e in specie contro l'agenzia di soccorso sui campi profughi "unwra", a me e al vecchio esopo appaiono molto molto sospette; gente come noi ci tiene all'ottavo comandamento;
non nego che possano esservi connivenze inconfessabili tra operatori dei campi e rifugiati nelle tendopoli: infatti una tendopoli di guerra non è un camping di villeggianti: vorrei vedere me, o vorrei vedere te;
ma se questa è una condizione fisiologica e quotidiana, perché mai essa viene immessa nel trita-news della carne umana proprio in risposta mediatica al pronunciamento della corte internazionale di giustizia delle nazioni unite? se si sapeva di queste connivenze, e se lo si sapeva con fondamento di verità, perchè le autorità israeliane non lo hanno detto prima, tenendolo invece di riserva come strumento di ritorsione? e perchè non ne viene resa nota la dimensione, le specifiche responsabilità e la eventuale pericolosità e correggibilità, senza mettere alla gogna l'opera di assistenza e soccorso dei campi?
perchè? è semplice: il governo di israele, struttuttalmente fascista di suo, ha finalmente associato una decina di alleati occidentali nel proposito di mettere alla fame, alla sete, all'inedia e alla malattia tutta la gente dei campi profughi;
chi è il mio fratello, chi é il tuo fratello, oggi?
a questo punto io che sono uno del niente, ma per quanto indegno resto un titolare di verità, senza di che ogni ordinamento politico mi fa schifo, io semplicemente chiedo: perchè in palestina esistono i campi profughi, i cui rifugiati sono palestinesi cacciati con lutti e violenza dalle proprie case, senza giustificazione giuridica alcuna?
perchè continuano a esistere i campi profughi, dove i vecchi muoiono senza un cimitero, gli ammalati sono privi di cure, e i bambini nascono senza assistenza neonatale?
da quanti anni dura tutta questo, se l'aspettativa diplomatica non dichiarabile ma esplicita é che tutti questi rifugiati vadano quanto prima a morire, e per di più con una ghirlanda di vergogna?
è davvero l'unwra il problema? sono gli operatori dell'unwra il problema? cosa faresti tu, tu comune piccolo figlio di dio di nazionalità padrona (stati uniti, canada, australia, gran bretagna, germania, italia, francia, ecc.) a decidere sul pane o sul latte o sul castigo da riservare a quei tuoi dissimili lá dentro? i tuoi "dissimili", là dentro?
29 gennaio: non so cosa ne verrà domani 29 gennaio nel trita-news del giorno, quello che un tempo era invece la libera stampa e la pubblica opinione; il risultato sembra comunque già scritto: una diecina di stati occidentali, vigliacchi e complici di un genocidio in corso, ha dichiarato guerra alle nazioni unite: e questo è tutto;
(("la palestina è oggi la falsa coscienza del mondo" - ettore masina, giornalista rai, 1968))
La giornata
della memoria e il tentativo di controllare il passato - Eric Gobetti
Si dice che
la storia la scrivono i vincitori, ce lo ripetono spesso i nostri avversari. Ci
dicono che è necessaria una pacificazione delle memorie del passato. Ma la
pacificazione si raggiunge facendo ognuno un passo indietro, ammettendo ognuno
le proprie colpe, trovando un terreno comune di dialogo. Qui abbiamo una
richiesta di resa, più che di pace.
Ci viene
chiesto di ammettere i crimini partigiani, di arrenderci all’evidenza che la
Costituzione non è antifascista, di riconoscere che la Resistenza non voleva la
democrazia. Intanto chi ce lo chiede arriva al potere vantandosi dei busti del
duce sulla scrivania, portando avanti un’agenda politica nazionalista e
razzista, minacciando o licenziando i dissidenti, rifiutando il dialogo e
imponendo la propria visione della storia.
Ci dicono
che la storia l’hanno scritta i vincitori. Non è vero. La storia la scrivono i
vincitori quando vincono loro, i fascisti. Siccome la Seconda guerra mondiale
l’abbiamo vinta noi, la storia l’hanno scritta tutti. O meglio, la storia
l’hanno scritta gli storici, mentre ognuno ha coltivato la propria memoria.
Persino i fascisti, che hanno scritto libri, hanno pubblicato giornali, hanno
realizzato film con il loro punto di vista, falsificando la storia per poter
nascondere il proprio passato criminale. Ora che hanno raggiunto il potere
stanno cercando di imporre quella narrazione falsata come storia di tutti, come
storia ufficiale del Paese. È una storia che fa leva sul vittimismo, come tutte
le narrazioni nazionaliste. Gli italiani sarebbero un popolo buono e innocente
per definizione, e il fascismo sarebbe solo una pagina fra le tante di quella
fulgida storia.
Chi sono
invece i veri criminali dell’epoca fascista? Ce lo dovrebbero insegnare le
giornate memoriali istituite per commemorare la Seconda guerra mondiale. Da una
parte il Giorno della Memoria, in cui ricordiamo le vittime dei crimini
nazisti, cioè la volontà genocidiaria di cancellare dalla faccia della terra
interi popoli (rom, ebrei…) e intere categorie umane (disabili, omosessuali…).
Dall’altra il Giorno del Ricordo, che ha lo stesso peso istituzionale, ma
subisce un uso politico ben maggiore. Quella giornata dovrebbe ricordare i
crimini commessi dai partigiani jugoslavi a fine guerra, una reazione eccessiva
alle violenze subite nei vent’anni precedenti, tra cui gli stessi crimini
nazisti, contro cui i partigiani combattevano. Qual è invece il messaggio che
veicola nell’opinione pubblica? Che le foibe sono la “nostra Shoah”, l’esodo è
una pulizia etnica e chi sostiene il contrario è un “negazionista”. In pratica
i partigiani avrebbero commesso crimini analoghi ai nazisti, anzi forse
peggiori, visto che se ne parla di più e più spesso. Non a caso il comune di
Lucca poche settimane fa ha rifiutato di intitolare una via a Sandro Pertini
con la motivazione che “è stato un partigiano”! Non c’è da stupirsene,
purtroppo. E l’Anpi non a caso è costantemente attaccata da chi diffonde questa
visione distorta della storia. Cosa manca nelle politiche della memoria su
quell’epoca storica? Abbiamo il Giorno della Memoria per condannare i crimini
nazisti, quello del Ricordo sui crimini partigiani… E i crimini fascisti? I
fascisti evidentemente sono innocenti, anzi vengono addirittura rappresentati
come vittime innocenti delle foibe. Se i fascisti non hanno commesso crimini,
evidentemente il fascismo “ha fatto solo cose buone”, perché
quelle cattive non ce le raccontano mai. Questo è lo scenario sul nostro
passato creato da chi ci governa. La storia, oggi, non la stanno scrivendo i
vincitori: la stanno scrivendo i vinti della Seconda guerra mondiale,
distorcendola a proprio vantaggio.
“Chi
controlla il passato, controlla il futuro”, diceva uno slogan del Partito Unico
in 1984 di George Orwell. Io credo sia vero. Attraverso il
controllo di quel passato, di quella storia, gli eredi del modello politico
fascista hanno imposto il proprio dominio sul presente, e un’ipoteca sul
futuro. Hanno raggiunto l’egemonia politica dopo aver ottenuto quella
culturale. E l’hanno fatto attraverso inganni retorici in cui sono caduti molti
sinceri democratici (le foibe come pulizia etnica, lo stereotipo degli italiani
brava gente per negare i crimini fascisti…) e vere e proprie bugie (sulle cifre
delle vittime delle foibe, sui “poveri nazisti” definiti “musicisti in
pensione”… e tante altre).
Voi
dell’Anpi avete scelto di impegnarvi in una battaglia culturale che ha un
valore immenso. Certo fate anche altro, magari fate anche politica, ma come
dirigenti Anpi avete il compito di difendere la storia della Resistenza e i
valori che incarna. Dunque è necessario innanzitutto capire come contrastare
l’uso capovolto che la politica fa di quella storia negli ultimi decenni. Sono
stato invitato, in quanto storico, per offrirvi degli strumenti di autodifesa.
Purtroppo non ho molto da dirvi. Studiate, imparate, non smettete di
documentarvi, non arrendetevi all’ignoranza: una battaglia culturale si
combatte con gli strumenti della cultura. E come ci insegna Orwell, non è una
battaglia inutile o irrilevante: è la principale battaglia da combattere, oggi,
per riportare al centro della nostra vita civile i valori della democrazia e
della libertà.
Oggi mi sono
vestito con i colori dell’Italia. Non ho paura di mostrarmi patriottico. Io mi
identifico nei valori della nostra Costituzione antifascista, della nostra
Italia libera e democratica, non di una nazione eterna fuori dal tempo, un
popolo immutato da Cesare a oggi, che è una visione irrealistica e antistorica,
che in questo modo includerebbe anche il contrario della nostra patria, cioè
l’Italia fascista. Voi vi siete assunti il compito di difendere questo Stato
democratico e la storia da cui è nato. Non è un compito facile, ma è un compito
realmente patriottico.
Essere
patriottici è il contrario di essere nazionalisti. Non significa giustificare
gli italiani in quanto tali, metterli tutti sullo stesso piano, fascisti e
antifascisti, vittime e carnefici, colpevoli e innocenti. Significa invece
distinguere, identificare nella storia chi ha tradito i valori della
democrazia, chi ha mandato i nostri nonni a uccidere e morire in nome della
patria. Significa anche operare, lottare se è necessario, per una patria
giusta, solidale, realmente democratica. Quindi anche lottare contro un governo
nazionalista, contro le sue logiche razziste, contro gli egoismi dei più ricchi,
contro le bugie storiche di chi si identifica con la dittatura fascista. Non
abbiate paura di scegliere e di schierarvi, anche contro le istituzioni, se
tradiscono gli ideali da cui è nata la nostra patria.
Ma essere
patriottici significa anche non dimenticare di essere parte dell’umanità. Agite
sempre in un’ottica internazionale, perché i diritti degli italiani devono
essere i diritti di tutti, se no si chiamano privilegi. Difendere la nostra
storia, quella storia, significa anche identificare ogni oppressione nel mondo,
schierarci sempre dalla parte degli ultimi, dei deboli, degli oppressi, e di
chi si ribella all’oppressione. Significa lottare per chi subisce un’invasione
e una occupazione, ma anche per chi è oppresso da un governo nazionalista e antidemocratico,
come o peggiore del nostro. Difendere la storia della Resistenza significa
lottare per la pace e per la giustizia per tutti i popoli del mondo, in ogni
parte del mondo.
È la lectio tenuta
dall’autore nella Assemblea nazionale dei giovani dirigenti Anpi (Riccione, 2-3
dicembre 2023)
L’atroce
paradosso del nuovo antisemitismo - Gian Giacomo Migone
In questi
mesi un atroce paradosso si dipana sotto i nostri occhi. Il Governo
d’Israele è diventato il principale generatore di veleno antisemita per
l’eccidio che si sta consumando nella striscia di Gaza. Soprattutto le
nuove generazioni, che non hanno vissuto da vicino la tragedia storica
dell’Olocausto, assistono indignate alla strage in atto, alle espulsioni
forzate di Palestinesi dalle loro case in Gerusalemme Est e Cisgiordania, in
palese violazione del diritto internazionale vigente, mentre diffidano delle
circostanze non chiarite in cui non è stato prevenuto e contrastato l’attacco
sanguinoso di Hamas ad Israele. Facilmente esse cadono vittime di un errore
eguale e contrario alla mistificazione diffusa, per giustificare l’appoggio
occidentale a Netanyahu e ai suoi peggiori accoliti, secondo i quali qualsiasi
critica al governo d’Israele è quantomeno sintomo di antisemitismo. Le accuse
strumentali di antisemitismo alle mobilitazioni in difesa dei diritti
palestinesi, tali da costringere le rettrici dell’Università della Pennsylvania
e di Harvard alle dimissioni (https://volerelaluna.it/mondo/2023/12/14/stati-uniti-se-la-liberta-di-parola-si-ferma-alla-soglia-della-palestina/), configurano delle limitazioni
alla libertà di espressione e di ricerca tali da confondere ulteriormente
antisemitismo e critiche alla politica israeliana.
La Giornata
della Memoria impone rispetto per i milioni di Ebrei vittime, a cui si
aggiungono oppositori politici, Rom, Sinti, portatori di handicap, religiosi,
omosessuali perseguitati e sterminati dal regime nazista. Quel senso di rispetto richiede
anche il chiarimento delle circostanze storiche che hanno accompagnato l’azione
di quel regime programmaticamente finalizzato all’eliminazione della minoranza
ebraica. Se le responsabilità della Germania di Hitler e dell’Italia fascista,
autrice delle leggi razziali, sono state chiarite in maniera inequivocabile
dalla storia, resta un misconosciuto, perlopiù inconsapevole, senso di colpa
per un antisemitismo antico, allora diffuso nel mondo, che ha
accompagnato e, in qualche misura, favorito quegli orrori di cui i
diritti di Palestina e dei Palestinesi diventeranno bersagli innocenti. Non
mancano esempi ineludibili al riguardo. Quando iniziò la fuga degli Ebrei dalla
Germania, dopo la famigerata Notte dei Cristalli, il governo nazista appose la
lettera “J” sui loro passaporti, ma su richiesta dei governi della Svizzera e
della Svezia che non volevano accoglierli, senza rinunciare ai benefici
economici del turismo tedesco (cfr. Birgitta von Otter, Navelsträngar
och narrspeglar, 2020). In quegli stessi anni, l’ambasciatore degli Stati
Uniti William Dodd (cfr. Robert A. Dallek, Democrat and Diplomat: The
Life of William E. Dodd, 1968) – storico, nominato dal presidente Franklin
D. Roosevelt, che lo protesse nel corso del suo intero mandato – fin
dall’inizio della sua missione intese e denunciò ai suoi diretti superiori la
natura del governo presso il quale era stato accreditato. I diplomatici di
professione del Dipartimento di Stato gli rimproveravano di non comportarsi
secondo le tradizionali regole professionali della diplomazia, prima tra le
quali quella di intrattenere rapporti buoni, possibilmente cordiali con il
governo presso il quale si è accreditati. Soprattutto, essi non gradivano i
numerosi visti che l’ambasciatore elargiva agli Ebrei in fuga, a causa di un
antisemitismo largamente diffuso negli Stati Uniti e in tutte le classi alte
dell’Occidente.
Ma vi è di
più. Riflettiamo su questo episodio. A seconda guerra mondiale inoltrata, nella
notte tra il 22 e il 23 agosto 1942, su un treno che li porta da Varsavia a
Berlino, il giovane diplomatico svedese Göran Fredrik von Otter si trova per
caso nello stesso scompartimento con il tenente delle SS, Kurt Gerstein (cfr.
Saul Friedländer, L’ambiguità del bene. Il caso del nazista pentito
Kurt Gerstein, 2002). Nel clima di confidenza che talvolta si crea tra due
viaggiatori, dopo avere controllato l’assenza di microfoni spia, Gerstein
preannuncia una rivelazione che potrebbe costargli la vita, chiedendo soltanto
al suo compagno di viaggio di riferire quanto sta per dirgli ai suoi superiori.
Reduce da una visita ai campi di concentramento di Belzec e di Treblinka – egli
era dirigente dell’Ufficio di Igiene dei Waffen SS – afferma di avere assistito
all’eliminazione di centinaia di persone con uso del gas Zyklon B. Al ritorno a
Berlino, il suo ambasciatore gli sconsiglia di riferire per iscritto e, invece,
lo fa ricevere a Stoccolma dal ministro degli esteri, Christian Ernst Günther e
da Per Albin Hansson, socialista e capo del governo di unità nazionale della
Svezia neutrale. Entrambi lo ascoltano con attenzione, dando l’impressione di
credergli ma di non voler sapere quanto il giovane diplomatico riferisce loro.
Una qualsiasi dichiarazione pubblica avrebbe potuto mettere in pericolo lo
status di neutralità della Svezia. Un silenzio che Gerstein continua a
combattere, fornendo analoghe informazioni al nunzio apostolico, Cesare
Orsenigo, di nuovo senza alcun risultato. Dello stesso tenore sono le
informazioni scaturite dagli archivi della Croce Rossa Internazionale (cfr.
Caroline Moorehead, Dunant’s Dream: War, Switzerland, and the History
of the Red Cross, 1998 ). A seguito di informazioni reperite dai suoi
ispettori, fu convocata una seduta segreta del suo Consiglio, a cui partecipò
pure il presidente della Confederazione Elvetica. A grande maggioranza fu
votato il silenzio, anche in quella sede. Soltanto tre membri (le sole donne)
votarono a favore di una pubblicazione dell’Olocausto in atto che avrebbe
potuto ulteriormente motivare l’impegno militare schierato contro l’Asse. È
quanto viene rappresentato nell’opera teatrale di Rolf Hochhut, bandita in
Italia nel 1963, ove la figura de Il Vicario, nella persona di Pio
XII, rappresenta simbolicamente un’umanità che tace ai fini della propria
salvaguardia.
Sono
numerosi gli esempi di reticenza e di implicita connivenza nei confronti
dell’eccidio degli Ebrei, nel corso della Seconda guerra mondiale. È radicato nel tempo
l’antisemitismo soprattutto delle classi alte – operai e contadini, se non
aizzati allo scopo, non ne avevano esperienza ed occasione – che ancora negli
anni Cinquanta e Sessanta operavano significative discriminazioni nei confronti
di Ebrei in rilevanti sedi sociali e istituzionali. La rimozione dei
sensi di colpa riemerge nella collusione con nuovi eccidi. Lasciamo alla
Corte, giustamente investita, decidere se si tratta di genocidio, quello in
atto contro i Palestinesi da parte del governo d’Israele, la cui politica oggi
genera ancora poche ma crescenti forme di nuovo antisemitismo.
Chi intacca
la memoria dell’Olocausto?- Francesco Pallante
La
ricorrenza del Giorno della Memoria proprio nel frangente in cui l’esercito
israeliano compie un inaudito e criminale massacro della popolazione civile di
Gaza rende complicato, ma proprio per questo particolarmente necessario, essere
rigorosi nel mantenere distinti i piani degli accadimenti e delle relative
valutazioni. Ne è dimostrazione, a contrario, la conferenza stampa
congiunta della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei),
Noemi Di Segni, e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo
Mantovano, sul tema delle iniziative per il Giorno della Memoria patrocinate
dalla Presidenza del Consiglio, per almeno tre motivi.
Il primo
motivo è legato alla risposta formulata da Mantovano alla domanda se il
fascismo possa essere definito «male assoluto». In linea con la postura oramai
consolidata degli esponenti di Fratelli d’Italia, il sottosegretario ha eluso
la domanda (una domanda «sporca», secondo il presidente del Senato, Ignazio La
Russa, cui era stato chiesto se, dopo aver visitato a Milano il luogo da cui
partivano i treni per Auschwitz, si sentisse almeno un po’ antifascista). «Non
c’è da fare una classifica: ogni totalitarismo merita condanna»: queste le
parole di Mantovano, in concreto poi rivolte contro le persecuzioni religiose
in Corea del Nord e in Nicaragua, con omissione di qualsivoglia riferimento,
anche indiretto, al fascismo. C’è da dire che Meloni e i suoi sul punto sono
chiari: non sono antifascisti, non ritengono il fascismo un male assoluto,
difendono simboli fascisti (e nazisti) come il saluto romano, rivendicano la
propria discendenza da repubblichini criminali come Giorgio Almirante. E, in
effetti, ci sarebbe da stupirsi del contrario, vista la fiamma che continua a
scaldare il loro cuore. Ciò che stride e genera sorpresa è il ritrovare al loro
fianco esponenti di spicco dell’ebraismo italiano, come la presidente Ucei
Noemi Di Segni o, in più d’una circostanza, la senatrice a vita Liliana Segre.
Difficile comprenderne il motivo. Perché figure tanto autorevoli dell’ebraismo
si prestano in modo così supino allo sdoganamento di una forza politica che
mantiene un’ostentata ambiguità – a dir poco – nei confronti del fascismo?
Il secondo
motivo è legato alla denuncia dello svilimento della memoria della Shoah di
cui, secondo la condivisibile posizione della presidente Di Segni, si macchia
chi paragona lo sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti alla condotta dello
Stato di Israele nei confronti dei palestinesi: un vero e proprio abuso
storico, che svilisce quanto avvenuto ad Auschwitz e negli altri campi di
sterminio. L’orrore assoluto per le violenze antisemite del nazifascismo deve,
in effetti, essere parte dell’identità politica di ogni cittadino democratico e
nessun atto compiuto da Israele, per quanto criminale, può valere a benché
minima giustificazione dell’Olocausto. Lo sterminio nazista di milioni di
esseri umani per ciò che erano – non per ciò che dicevano o facevano, e che
avrebbero potuto smettere di dire o fare – e in modo così mostruosamente
sistematico e razionale è qualcosa che si può ritenere non aver pari nella
storia dell’umanità. Chi transige su questo si allinea, volente o nolente, a
chi rifiuta di vedere nel nazifascismo il male assoluto. Se così è, ne segue
che altrettanto svilente della memoria della Shoah, e dunque inaccettabile
perché rivolta a negarne l’unicità, è la posizione di chi paragona ai nazisti i
palestinesi che si battono per la liberazione dei territori occupati da Israele
nel 1967 (il che non significa che non debbano essere condannati i crimini
commessi dai palestinesi, come quelli efferati del 7 ottobre scorso) e,
soprattutto, chi bolla di antisemitismo qualsiasi critica sia rivolta a
Israele. Tutte le volte che qualcuno a fini propagandistici dice «il mio nemico
è il nuovo Hitler!» – Erdogan nei confronti di Natanyahu, così come Netanyahu
nei confronti di Sinwar –, ebbene: quel qualcuno sta intaccando la memoria dei
campi di sterminio. Colpisce, dunque, che, commentando i tragici avvenimenti di
Gaza, proprio la presidente Noemi Di Segni abbia in novembre dichiarato: «per
sconfiggere Hitler, Berlino è stata rasa al suolo, non si può dire a Israele
“non fate troppo i cattivi”». Sarebbe davvero tragico doverne dedurre che tra
chi nega l’unicità della Shoah vi sia anche l’attuale guida dell’ebraismo
italiano.
Il terzo
motivo è legato alla pretesa della presidente Noemi Di Segni di fare della
memoria dell’Olocausto un’esclusiva ebraica, come emerge dalla stigmatizzazione
dell’impiego da parte di alcuni studenti palestinesi della seguente frase di
Primo Levi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò
che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed
oscurate: anche le nostre». La reazione della presidente Ucei – «Lasciate Primo
Levi alla nostra memoria. Abbiate la dignità di manifestare il vostro pensiero
senza offendere la memoria dei sopravvissuti e cercatevi citazioni altrove» –
lascia, quantomeno, perplessi. Una cosa, infatti, è ritenere – come sopra
argomentato – che l’accostamento, anche solo evocativo, del nazismo a Israele
sia un abuso inaccettabile; tutt’altra è ritenere, come sembra fare la
presidente Di Segni, che Primo Levi sia esclusiva proprietà della memoria
ebraica. Primo Levi è tra coloro che più a fondo hanno riflettuto su come la
natura umana abbia potuto corrompersi al punto da produrre gli orrori del
nazismo. L’unicità della Shoah non ne esclude la ripetibilità. La
preoccupazione di Primo Levi è proprio che l’orrore possa ritornare, anche in
forza della consapevolezza che il male, nella sua banalità denunciata da Hannah
Arendt, si annida potenzialmente in noi tutti. Scrive Primo Levi: «È avvenuto contro
ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un
intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di
Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf
Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi
può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può
accadere, e dappertutto». «Dappertutto», ammonisce Primo Levi: ecco perché la
sua riflessione non può essere considerata esclusiva di nessuno e perché
pretendere di farlo significa travisarne in radice il messaggio.
Non deluderemo Gaza. La
Palestina, l’Italia sionista e il 27 gennaio, giornata dell’oblio
All’indomani
della proibizione dei cortei per la Palestina il 27 gennaio, lo scrittore
Filippo Kalomenìdis ci invita a riflettere diversamente sull’Italia sionista e
a lottare per «non deludere Gaza».
Intervista
di Mariella Valenti* a Filippo Kalomenìdis
«…Anche se ci trasformassimo in atomi sparsi
nell’aria, non lasceremo Gaza. Non importa quanto ci costerà, non lasceremo
Gaza (…) Che la grande guerra si accenda, perché noi siamo il suo popolo e i
suoi uomini. Ai nostri fratelli, ai nostri figli e ai nostri padri a Gaza,
siamo con voi. Non siete soli. Il nostro sangue per voi è a buon mercato e
saremo con voi fino al nostro ultimo respiro. Dio rifiuta che siamo sottomessi
e umiliati mentre viene versato il vostro sangue. Cosa ci dirà Dio quando Lo
incontreremo? Avete deluso Gaza. No, per Dio, non la deluderemo, costi quel che
costi».
Prima di cominciare l’intervista, Filippo Kalomenìdis
mi mostra la dichiarazione di Abdul Salam Jahaf, generale di brigata yemenita,
diramata nella prima notte di bombardamenti anglo-americani sul suo Paese.
Mi confida che è uno dei testi più lirici e
sconvolgenti scritti dal 7 ottobre a oggi. «Gli Houti hanno affrontato i
sionisti per difendere il popolo palestinese con le ferite ancora aperte dal
conflitto voluto dagli Stati Uniti, sferrato dai corrotti sauditi, e armato
dallo stato italiano. I rivoluzionari yemeniti, martoriati da oltre dieci anni
di guerra, stanno mettendo in gioco tutto per salvare Gaza. Questa è l’immagine
stessa della sconfitta dell’Occidente, è un esempio lucente e struggente da
seguire. Lo stato e il governo italiano, nel frattempo, si mettono
vigliaccamente a capo della fila dei paesi europei che attaccheranno lo Yemen
per sostenere il genocidio del popolo palestinese, la difesa della libertà di
commercio e di moltiplicare profitti sulla pelle degli ultimi. Le uniche
libertà che interessino gli occidentali».
Filippo Kalomenidis, scrittore, poeta e militante
politico sardo-greco, con origini turche e russe, tiene sempre a precisare di
essere figlio e nipote di profughi. Per chiarire che il suo impegno per il
popolo palestinese non è solo ideologico e fondato su cruciali legami
personali. Ma viene dal profondo del suo sangue in rivolta di «uomo senza
luogo che ha vissuto il furto di tante case e tante terre», come spesso
racconta. Autore di “La direzione è storta – Reportage sul Covid 19 e i virus
del potere” (2021, Homo scrivens editore) e “Per tutte, per ciascuna, per
tutti, per ciascuno – Canti contro la guerra dell’Italia agli ultimi” (2022,
D.E.A. Edizioni), e del breve, molto amato da alcuni e contestatissimo da
altri, saggio eretico-poetico-politico “La Rivoluzione Palestinese del 7
ottobre”, uscito su “Osservatorio Repressione” il 20/10/2023
Parto da “Per tutte, per ciascuna, Per tutti, per
ciascuno”. Un’impresa letteraria, un manifesto poetico di resistenza e amore
che attraversano tempo, spazio, morte e vita. Il libro contiene canti contro la
guerra dell’Italia agli ultimi (incluso un brano in versi dedicato al militante
palestinese Wael Zuaiter, ammazzato nel 1972 a Roma dal Mossad col beneplacito
dei servizi segreti italiani), ma può essere affine nella denuncia della quasi
secolare occupazione della Palestina da parte di Israele, del massacro di
decine di migliaia di civili e combattenti che non si rassegnano a essere
vittime e diventano partigiani consapevoli. In un’intervista del 9 novembre
2023 a “Nuova Resistenza”, hai parlato di «consanguineità ideologica e
concreta dello stato italiano con lo stato genocida sionista».
Israele è il cuneo più avanzato del sistema liberale e
coloniale non solo europeo, ma anche italiano. Tra i progressisti italiani che
asseriscono di lottare per la Palestina è diffusa la convinzione di un ruolo
marginale del loro Paese nel genocidio che i sionisti preparano e perpetrano
dalla fine di due secoli fa. Riducono strumentalmente il sangue palestinese che
imbratta la bandiera tricolore a una faccenda di pur rilevanti vincoli
geopolitici, economici, mercantili, militari, accademici.
Cosa vorrebbero nascondere allora?
L’Italia è tra le prime ispiratrici del progetto di
uno stato coloniale ebraico in Palestina sin dal ventennio fascista.
La collaborazione con il movimento sionista culminò
con gli addestramenti di banditi giudaici nell’accademia della Marina Regia a
Civitavecchia, per rendere elevata la loro preparazione nella pulizia etnica
dei palestinesi.
Gli italiani erano all’avanguardia nell’assassinio
scientifico di massa, come dimostrano l’innovazione assoluta dei campi di
sterminio in Libia, Somalia, Eritrea dal 1930 e l’uso di armi chimiche in
Etiopia contro resistenti e civili dal 1935.
Finché l’insegnamento delle dottrine e prassi
massacratrici s’interruppe per l’opportunistica promulgazione mussoliniana delle
leggi razziali, in nome dell’alleanza con la Germania nazista.
Nel dopoguerra, l’abbraccio culturale col sionismo è
stato rinsaldato dalla Repubblica che riconosce prontamente l’entità
d’occupazione della Palestina nel ‘49, permette alle comunità ebraiche di
diffondere propaganda israeliana, e di essere de facto diretta emanazione di un
illegittimo stato d’apartheid.
Tanto per intenderci, l’Unione delle comunità ebraiche
italiane ha grottescamente denunciato in un recentissimo documento il
«vittimismo palestinese» e farneticato che le parole
«sterminio-lager-occupazione-genocidio» non possano mai essere attribuite a
Israele, ma soltanto all’Olocausto.
Una Repubblica, poi, che ha consentito agli squadroni
della morte del Mossad l’uccisione a Roma di esuli palestinesi: Wael Zuaiter il
16 ottobre 1972; Majed Abu Sharar il 9 ottobre del 1981, Nazih Matar e
Kamal Yousef il 17 giugno 1982, tutti e tre in attentati esplosivi, poco
lontani dal Quirinale. Fa sorridere come i pacifisti italiani ricordino con
commozione le ipocrite frasi indignate di Pertini sull’ eccidio di profughi
palestinesi a Sabra e Shatila, in Libano, di appena tre mesi dopo. Ci volevano
oltre quattromila esseri umani trucidati perché il farisaico presidente
partigiano si accorgesse che i sionisti avevano licenza di compiere mattanze
ovunque?
Nella sinistra radicale italiana sono però tanti che
hanno scelto la causa palestinese senza esitazioni e infingimenti…
Vero, però le élite marxiste non hanno quasi mai fatto
i conti con le radici sioniste, ben attecchite e prospere al centro del terreno
culturale italiano.
Con Pier Paolo Pasolini, ad esempio, che definiva gli
israeliani «fratelli maggiori per dolore», negava l’esistenza dei
palestinesi chiamandoli solamente «arabi» e riservava ai loro bambini la
sua consueta trance pedofila e disumanizzante per i figli dei senza nulla: «bestioline
con gli stupendi occhi umani».
Con Toni Negri che dichiarava di aver imparato armonia
collettiva e comunismo nei kibbutz, costruiti sui cadaveri dei palestinesi.
O con Erri De Luca che sostiene che «la Palestina è
sempre stata occupata» da tanti invasori e per questo dovrebbe sparire di
fronte all’ «evidenza dello stato» confessionale ebraico. L’elenco
potrebbe proseguire e sarebbe molto lungo…
Non stupiamoci quindi dei pacifisti depoliticizzati
che insozzano il movimento con slogan vili come “né con Hamas né con
Netanyahu”. In fondo, percepiscono gli israeliani come fratelli, ex socialisti,
che hanno imboccato la strada sbagliata. Per loro, un assassino come Yitzhak
Rabin è un eroe. Per loro, gli accordi di Oslo e la conseguente pace
sterminatrice di palestinesi erano la condizione ideale.
Non sorprendiamoci dei dirigenti del partito
democratico che sventolano bandiere con la stella di David, dei neofascisti al
governo che danno appoggio militare diretto ai boia della Knesset e che
dirigono le associazioni italo-israeliane. Sono eredi di un’oscena e acclarata
tradizione storica nazionale.
Nel saggio “La Rivoluzione Palestinese del 7 ottobre”
hai scritto che finalmente tanti tra i nostri figli hanno deciso di «rifiutare
e sputare sull’idea razzista, suprematista di fittizia identità europea. La
vera progenitrice, persino più del nazionalismo genocida statunitense, del
colonialismo israeliano».
In altri tuoi testi, hai definito gli europei
come «vecchi progenitori» di Israele», «un figlio così
mostruoso, così perfetto nel realizzare una democrazia genocida da divenire
punto di riferimento assoluto del sistema liberista occidentale». In che
senso Israele è un modello per l’Italia?
Lo stato italiano fa del razzismo coloniale una
religione. Il nesso biologista, suprematista, fondato sul dispotismo
capitalistico tra Italia e Israele è, ribadisco, innanzitutto culturale.
Hai visto lo scorso autunno le fotografie di migranti
minorenni dietro il filo spinato e le reti del nuovo Cpr di Pozzallo, in
Sicilia, compressi tra barriere d’acciaio e vortici di sprangate per il crimine
d’essere scappati dalla devastazione e dal saccheggio del Sud del Mondo
compiuti dall’Occidente? Non ti hanno ricordato i bambini palestinesi internati
nei penitenziari israeliani, raccontati dallo scrittore e prigioniero politico
Walid Daqqah?
Nel settembre del 2023, c’è stata l’emanazione degli
editti discriminatori del governo neofascista che perfezionano la detenzione
amministrativa per i migranti. Una legge di segregazione etnica del 1998 che
porta, intinto nel sangue dei reclusi e degli assassinati, il nome del padre
della patria razzista, Giorgio Napolitano. Una norma che riprende l’invenzione
repressiva sionista, ad aeternum e al più elevato livello di brutalità per i
palestinesi.
Proprio in questi mesi si pianifica la deportazione e
l’internamento dei rifugiati in altre nazioni. Non ti fa venire in mente il
progetto sionista?
Nell’apparato giudiziario-carcerario, poi, il legame è
altrettanto palese: l’infinito imprigionamento dei detenuti politici di ogni
stagione d’insorgenza; la Legge israeliana dei Servizi Carcerari del 1971 presa
a modello in Italia – che si serve, per citare Ahmad Sa’dat, dell’isolamento
del detenuto «come pena, forma estrema di tortura, e metodica distruzione
psichica» – con l’articolo 90 prima per i rivoluzionari comunisti, e il 41 bis
poi per anarchici, combattenti anticapitalisti e mafiosi; e, nelle galere
riservate ai “comuni”, le celle colme di profughi del Sud del Mondo che non s’è
riusciti a togliere di mezzo con gli annegamenti di massa nel Mediterraneo, con
le garrote del mare.
Riprendo una lettera scritta nel dicembre del 1948 da
un gruppo di importanti ebrei statunitensi, tra cui Albert Einstein e Hannah
Arendt al New York Times, per esprimere la propria preoccupazione per
l’emergere del partito della libertà, il Tinuat Haherut, precursore del Likud,
che veniva descritto come strettamente affine per organizzazione, metodi,
filosofia politica e attrattive sociali ai partiti nazisti e fascisti. Si
spiegano così le “affinità” della politica del governo di Israele, soprattutto
oggi in mano alla destra oltranzista e religiosa, una fotocopia feroce di natura
fascista e genocida del Likud. È proprio così?
Alla base della tesi di Einstein e della Arendt ci
sono insincerità e assurdità: come si può ritenere che il problema di uno stato
d’insediamento coloniale, teista, genocidario, eretto sulla Nakba, sull’espropriazione
di ogni elemento vitale di un altro popolo, sull’obiettivo ultimo della
cancellazione dei palestinesi, sia la colorazione politica del suo governo?
Israele ha avuto venti primi ministri nella sua storia
criminale. Solo sette appartenenti al Likud e due ad altre formazioni di
destra.
È incontestabile che i palestinesi – quando non
venivano scacciati dalla loro terra – vivessero in un inferno terreno, in un
gigantesco campo di sterminio a cielo aperto, anche sotto gli infidi, carnefici
premier della sinistra laica del Mapai di Ben Gurion e del partito laburista.
Sono curiosa di sapere allora cosa pensi del celebre
saggio “La banalità del male” della Arendt. Un’espressione tornata alla mente
di tanti di fronte alle immagini del mattatoio di Gaza, delle macerie e ai
proclami deliranti di Netanyahu, Yoav Gallant, e Ben Gvir?
Sulle pagine manipolatorie della Arendt sarebbe tempo
di comprendere, come ci invita a fare Samed Ismail dei Giovani Palestinesi, che
«il male è banale solo quando il malvagio non può più nuocere, prima di
allora il male è quanto di più profondo possa esistere, un abisso sul quale la
banalità del bene non osa affacciarsi… Il male nascente, ormai svezzato, del
sionismo getta uno sguardo retrospettivo sul male domato del nazismo. Qui sono
tratteggiate le linee di avvicendamento tra questi due movimenti storici. Nella
lezione scolastica su “La banalità del male”, Israele non viene menzionato.
Quanto è poco banale questo fatto. Se si parla di storia non si guarda alla
storia in corso. Quanto è poco banale che la memoria sia diventata un
potentissimo strumento di oblio?».
Da ben prima del genocidio a Gaza di questi mesi
ossia, per dirla con Joseph Massad, della quarta e terminale fase della Nakba,
io asserisco semplicemente la fondamentale priorità dell’annientamento dello
stato d’Israele.
Vuoi spiegare meglio in che termini?
È singolare come in questa era di scotomizzazione
delle coscienze, il buon senso storico venga interpretato come intollerabile e
indicibile.
Guardiamo forse orripilati all’abbattimento dei
dipartimenti coloniali francesi in Algeria dal 1954 fino all’indipendenza del
1962? No.
Alla distruzione nel 1975 del Vietnam del Sud, stato
collaborazionista e protettorato dell’imperialismo nordamericano? No.
All’estirpazione della monarchia persiana nel 1979,
istituzione creata in laboratorio dal dominio statunitense e sionista? Nemmeno.
Non sono così sprovveduto da pensare che
l’annientamento dello stato genocida sionista e la liberazione totale della
Palestina possano scaturire, per usare il linguaggio coranico, da un soffio di
«vento buono». Sarà «vento furioso, mugghiante e pieno di sassi»,
sarà «vento infuocato», l’infernale tamun.
E poi, perdona la vertiginosamente banale reductio ad
Hitler, i liberali e i sovietici non hanno forse spazzato via il Terzo Reich
nella stessa maniera?
Eppure ci sono ancora dei “benpensanti” che credono
nella soluzione “due popoli, due Stati”. O chi si trincera dietro un
silenzio indecente – che misura la temperatura morale di una società priva di
etica e di umanità – e celebra il Giorno della Memoria, dedicato allo Shoah,
senza indignarsi e reagire di fronte all’eccidio di Gaza, ad oggi 25.000
innocenti, di cui 12.000 bambini e 6.000mila donne.
I martiri di Gaza e della Cisgiordania ci riportano
all’urgenza di collocare l’Olocausto tra i genocidi compiuti, fra il ‘novecento
e l’inizio di questo secolo, dalla civile Europa, coloniale, capitalistica.
Bisogna smettere di incorniciarlo come l’abisso, il tremendum, l’abiezione più
grande di tutte.
Sappiamo bene dall’insegnamento di Aimé Césaire che le
atrocità nazi-fasciste colpiscono l’immaginario dei bianchi perché rompono il
patto sacro tra le potenze bianche: ferocia e nientificazione possono essere
inferte solo su popoli arabi, neri, asiatici, nativi delle Americhe e slavi.
Sui selvaggi.
Relativizzare l’Olocausto non significa negare empatia
verso chi lo ha subito, ma anzi potenziarla, renderla autentica, umana, fuori
da ogni idolatria mistificatoria.
Per spiegarmi meglio, mi limito a esaminare gli anni
immediatamente successivi alla falsa, unanime constatazione degli occidentali
che nessuno sterminio sia stato altrettanto biecamente scientifico, alla
contraffazione propagandistica del “mai più”.
Dal 1947 al 1948, le autorità coloniali francesi si
scatenarono in Madagascar per punire la rivolta indipendentista malgascia,
violentando la popolazione, incendiando interi villaggi. Uccisero 100000
persone. Scientificamente. Con l’ideazione dei voli della morte: le vittime
venivano gettate vive da aerei militari in mezzo al mare.
Questa specialità francese tornò in uso in Vietnam
fino al 1954, e durante la battaglia di Algeri nel 1956-57.
I francesi hanno dunque ucciso sistematicamente un
milione di vietnamiti, un milione di algerini e centomila malgasci. Mi fermo a
tre dei loro possedimenti coloniali e al 1957.
Andassi oltre, fino ai nostri giorni, ed estendessi
l’analisi alle scientifiche carneficine commesse dalle altre nazioni della
cosiddetta Europa e dagli statunitensi, passeresti almeno una settimana filata
ad ascoltarmi.
Relativizzare l’Olocausto, rifiutare “la giornata
della memoria”, combatterla è un atto di sovversione culturale. Significa
strappare di mano ai sionisti il loro contaminante brodo di cultura.
La complicità dell’Occidente è palesemente criminale,
così come Israele compie crimini contro l’umanità e crimini di guerra, come
denunciato dal Sud Africa di fronte alla Corte dell’Aia, con l’appoggio di
oltre cinquanta Paesi. Scorgi in questo atto un passaggio epocale in cui prende
forma una nuova rete di appoggio al popolo palestinese?
È un risultato meramente simbolico. Utile perché
aumenta l’isolamento di Israele e destabilizza il mondo sionista, a cominciare
dalla menzionata Unione delle comunità ebraiche italiane. Utile soprattutto
alle nazioni che affiancano la Repubblica del Sud Africa, per aumentare il loro
peso contrattuale con la sfera di dominio delle potenze globali (Stati Uniti,
Unione Europea, Cina e Russia che non hanno ovviamente aderito).
Il diritto internazionale però è un rituale vuoto,
essoterico, con una liturgia vana nella quale nessuno ripone la minima fede.
Il popolo, la Resistenza Palestinese, invece, hanno
ora bisogno di azioni in cui ci siano fede e concretezza. Come l’appoggio
militare dato sul campo da Hezbollah in Libano, dagli Huthi nello Yemen, dai
combattenti siriani e iracheni. Oppure politico, come quello fornito da parte
consistente del movimento per la liberazione della Palestina alle nostre
latitudini.
Dal 7 ottobre del 2023, la “difesa indispensabile di Israele”
– cito anche io il documento dell’Ucei a cui hai fatto riferimento – sta
rispondendo con un genocidio ad un’azione certamente violenta nei confronti di
civili israeliani da parte di Hamas, senza che i media abbiano minimamente reso
chiaro il contesto.
Si dovrebbe parlare di Resistenza Palestinese, unita
nelle sue quattro componenti dal 2021. Hamas è la prevalente.
Ho già scritto e ripeto per l’ennesima volta che
l’opera trentennale di Hamas è stata ed è preziosa, centrale per Gaza, per la
Palestina. Non è una setta terroristica, bensì un’organizzazione politica,
sociale e rivoluzionaria. Ha contribuito più volte, con una strategia limpida,
avanzata a infrangere lo *stallo che consentirebbe ai sionisti e agli
occidentali di procedere nell’eliminazione del popolo palestinese. E sta
contribuendo a far splendere in questi giorni la luminosa potenza dell’umano
davanti alle tenebre della civiltà occidentale.
Non si dovrebbe invece parlare di “civili israeliani”.
Nello stato d’insediamento coloniale sionista, non esistono “civili”. Ma
migliaia di coloni armati fino ai denti che assaltano le case dei palestinesi,
li derubano delle terre e li uccidono.
Sul 7 ottobre, ti rispondo con un passo del mio
saggio: «I guerriglieri di Gaza sui deltaplani sono diventati folate di
vento e grida che hanno sovvertito il tempo, hanno dipinto un’immagine di
liberazione tra le più elevate della recente storia dell’umanità. Un quadro
immortale di gioia che nessun palestinese, nessuna donna, nessun uomo
schiavizzato dal totalitarismo liberale, si leverà mai dallo sguardo.
Un’autentica preghiera visiva da recitare con gli occhi di fronte a ogni
sopruso subito».
Per concludere: ci hai richiamato spesso a non
focalizzarci sulla narrazione vittimistica della Palestina, bensì ad esaltare
la potenza di ciò che hai definito «lo straripare palestinese», «la prima
rivoluzione di questo secolo»,«la thawra( ثورة) palestinese». Come
vedi la situazione oggi, dopo oltre cento giorni di resistenza a Gaza e in
Cisgiordania, e di manifestazioni e lotte del movimento in Italia e nel resto
del mondo?
La Resistenza Palestinese sta sferrando colpi
micidiali alla potenza nucleare sionista dal punto di vista bellico, politico e
comunicativo. Israele è sull’orlo del collasso sociale, economico e militare.
Stiamo dunque assistendo a qualcosa di inimmaginabile,
un prodigio rivoluzionario che abbatte confini e trascina i movimenti ovunque,
anche su queste sponde del Mediterraneo.
Sul territorio dello stato italiano, dopo qualche
settimana di flessione, l’azione delle giovanissime avanguardie del movimento
sta creando significativi rilanci: ha stroncato i tentativi di prendere la
guida delle piazze da parte dei depoliticizzati professionisti
dell’umanitarismo e della “pace” (che uccide in silenzio), e ha tenuto il
fronte nonostante la criminalizzazione operata dei media e dagli apparati
repressivi dello stato.
Portare l’università di Cagliari al punto di poter
rompere gli accordi di collaborazione con gli atenei sionisti, boicottare per
le strade natalizie gli interessi israeliani, e sabotare la Fiera dell’oro di
Vicenza, senza alcun timore dello scontro e della violenza poliziesca, sono tre
ondate vittoriose che potrebbero generarne altre ancora più alte e impetuose.
«Hai deluso Gaza?», è l’interrogativo che dobbiamo
ascoltare ogni istante. «Non la deluderemo», è la risposta che dovremo dare
ogni giorno.
* Mariella Valenti, autrice di “Il marito
senegalese” (1999, L’Harmattan Italia), “Storie Africane” (2003, D.E.A.
edizioni), intervistatrice per Pressenza Italia di Rania Hamad, Maria De
Lourdes Jesus, Karim Hamarneh, Stefano Luisi del PCRF Italia, Yilmaz
Orcan. È Presidente dell’Associazione Culturale Livorno Palestina,
militante politica, ex responsabile del PCRF di Medio Oriente e Immigrazione di
Livorno.
Filippo Kalomenìdis, scrittore, docente di
scrittura e militante politico. Ha pubblicato La direzione è storta – Reportage
lirico sul Covid 19 e i virus del potere (Homo scrivens editore, 2021), e con
il Collettivo Eutopia Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno – Canti
contro la guerra dell’Italia agli ultimi (DEA edizioni, 2022). È stato
sceneggiatore per il cinema e la televisione.
Oggi Gaza è un cumulo di macerie tra migliaia di corpi senza più vita, un
numero raccapricciante di vittime, soprattutto civili, soprattutto bambini e
donne, ben oltre i venticinquemila, ma c’è chi parla di oltre trentamila,
contando i dispersi. E chi ce l’ha ancora una vita, chissà per quanto ancora,
non ha più alcun diritto: né di “stare”, né di farsi curare, né di nutrirsi, né
di scaldarsi, né di fuggire, né di alzare le braccia in segno di resa, perché
nessuno li vuole vivi, nemmeno come prigionieri, nemmeno i civili, la
stragrande maggioranza, che nulla hanno a che fare con questa guerra. Pensiamo
soltanto alle bombe sganciate da Israele in questi mesi: qualcosa come
trentamila ordigni (la stima è per difetto), pari alla potenza distruttiva di
due ordigni nucleari, in un territorio minuscolo, una striscia di terra lunga
41 chilometri e larga mediamente 9. La tecnologia satellitare ha già rilevato
che si tratta dei bombardamenti più intensi della storia: più di
quanto sta accadendo in Ucraina o in Siria, ma anche più di quanto sia
avvenuto durante l’intera Seconda Guerra Mondiale. L’Onu e tutte le
principali organizzazioni internazionali continuano a lanciare appelli
disperati: la situazione umanitaria è vergognosa e continua a scivolare verso
un abisso di proporzioni incalcolabili, senza precedenti. Scrive l’Alto
commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr):
«Attualmente ogni singola persona a Gaza soffre la fame, un quarto
della popolazione muore di fame e lotta per trovare cibo e acqua potabile. La
carestia è imminente. Le donne incinte non ricevono un’alimentazione e
un’assistenza sanitaria adeguate, mettendo a rischio la loro vita. Inoltre,
tutti i bambini sotto i cinque anni – si calcola siano 335mila – sono ad alto
rischio di malnutrizione grave poiché il rischio di condizioni di carestia
continua ad aumentare: un’intera generazione è ora in pericolo di
soffrire di arresto della crescita». Le parole del capo dell’Ufficio
dell’alto commissariato per i diritti umani nei territori palestinesi occupati,
Ajith Sunghay, non lasciano spazio a interpretazioni di parte: «È una pentola a
pressione, nel mezzo del caos più totale: terribile la situazione umanitaria,
le carenze, la paura e la rabbia dilaganti». Ma l’accusa dell’Onu è diretta, precisa: «È senza
precedenti che un’intera popolazione civile soffra la fame in modo così
completo e rapido. Israele sta distruggendo il sistema alimentare di
Gaza e sta usando il cibo come arma contro il popolo palestinese. Sta
distruggendo e bloccando l’accesso ai terreni agricoli e al mare. Rapporti
recenti affermano che da quando l’offensiva di terra dell'esercito israeliano è
iniziata, il 27 ottobre, circa il 22% dei terreni agricoli, compresi frutteti,
serre e terreni agricoli nel nord di Gaza, è stato raso al suolo dalle forze
israeliane. La maggior parte dei panifici non è operativa, a causa della
mancanza di carburante, acqua e farina di frumento e di danni strutturali. Il
bestiame muore di fame e non è in grado di fornire cibo o di essere una fonte
di cibo. Nel frattempo, l'accesso all'acqua potabile continua a diminuire
mentre il sistema sanitario è collassato a causa della distruzione diffusa
degli ospedali, aumentando significativamente la diffusione delle malattie
trasmissibili. Israele ha inoltre distrutto circa il 70% della flotta
peschereccia di Gaza. Oltre ad aver distrutto più del 60% delle case
palestinesi a Gaza, colpendo direttamente la capacità di cucinare qualsiasi
cibo, e provocando un domicidio attraverso
la distruzione di massa delle abitazioni, rendendo il territorio inabitabile».
Si possono usare parole più chiare? E forse è utile ribadire che non
c’è orrore (come l’inaccettabile, feroce, spietato attacco
perpetrato dai terroristi di Hamas il 7 ottobre scorso: 1.139 vittime, la più
giovane di appena 10 mesi uccisa a colpi d’arma da fuoco nel Kibbutz
Beeri) che possa giustificarne un altro, di pari o superiore portata.
Oggi Palestina è un impasto di distruzione, rancore e odio, senza tregua,
senza soluzione. Israele, o meglio il governo che in questa drammatica fase
storica è alla guida di Israele, non ha in mente alcuna via d’uscita, non ha
visione del “dopo”: l’unico proposito dichiarato è annientare Hamas e tutti i
suoi seguaci, non importa a quale prezzo di vite civili. Quanto ai
palestinesi, che se ne vadano altrove: «Nei paesi pro Hamas», come teorizza
Nikky Haley, la rivale “moderata” repubblicana di Donald Trump, oppure
in un’isola artificiale costruita ad hoc al largo di Gaza,come ipotizzato dal ministro degli Esteri
israeliano, Israel Katz. Ovunque, fuorché lì dove sono ora, tra quelle macerie
che per loro sono ancora casa, terra, radici…