“Così fan tutte”. Ci sono enigmi che
rimangono nascosti per anni sotto la coltre della “ragion di Stato” e poi
improvvisamente emergono, rivelando aree di sovranitàlimitata sempre più estese e radicate nelle
strutture statali europee, anche le più avanzate. Questa frase, “Così fan
tutte”, rimane custodita per tre decenni nella memoria di Rose L., agente dei
servizi segreti svedesi (Sapo, acronimo di Sakerhetspolisen)
fino all’estate 2020, quando vengono definitivamente chiuse senza alcun esito
le indagini sull’omicidio di Olof Palme avvenuto
il 28 febbraio 1986. La conclusione irrisolta del
caso consente di rendere pubblicamente accessibile parte della documentazione
accumulata durante le indagini: quintali di atti relazioni e verbali alcuni dei
quali – è bene precisarlo – rimangono tuttora secretati.
Fra le carte accessibili dopo il 2020
spunta un memorandum datato 25 marzo 1988, due anni dopo l’omicidio Palme,
scritto da ToreForsberg, a quel tempo capo del controspionaggio
svedese, e da lui firmato insieme a due agenti, Rose S. e Lars-Erik N.
Dalla lettura del memorandum emergono
fatti di straordinaria rilevanza che avrebbero potuto e dovuto generare
una clamorosa svolta nelle indagini, anziché rimanere
sepolti fra le carte: il 28 febbraio 1986, la notte in cui Palme viene ucciso
in pieno centro a Stoccolma, i servizi segreti della Sapo – o meglio: alcune
unità dei servizi – avevano in corso una non meglio identificata “operazione”
nel centro della capitale svedese; operazione della quale nessuna autorità era stata messa a conoscenza, né
prima né dopo l’omicidio del primo ministro.
Curioso il nome in codice attribuito a
questa operazione segreta: “Così fan tutte”,
titolo di un’opera lirica in due atti di Mozart; curiosa anche la coincidenza:
Olof Palme quella sera tornava a casa dopo aveva visto al cinema un film su
Mozart, precisamente I fratelli Mozart della
regista Suzanne Osten. E cosa fa la sera del 28 febbraio 1986 il capo del
controspionaggio svedese, Tore Forsberg, durante l’operazione “Così fan tutte”?
Si reca insieme a Rose L. a Kungsträdgården, il parco nel centro di Stoccolma
con una grande pista di pattinaggio su ghiaccio, accomodandosi a un tavolo del
vicino Café Opera. Successivamente i due si dirigono a piedi fino all’Embassy
Club vicino al parco Humlegården, a poca distanza dal luogo dove un killer
ucciderà di lì a poco il primo ministro svedese.
Ricevuta la notizia della morte di Palme, mentre tutti si precipitano al
comando centrale della polizia di stato, Tore Forsberg decide di tornare a
casa.
Ma per quale motivo alcune squadre dei
servizi di controspionaggio si trovavano nel centro di Stoccolma la sera del 28
febbraio 1986? Per quale tipo di operazione? Con quali finalità? Difficile
pensare che stessero operando per prevenire scippi o consumo di stupefacenti
nei parchi. Possibile che non fossero al corrente di
quanto stava per capitare al primo ministro svedese? Tore Forsberg non può
fornire alcuna risposta, essendo deceduto nel 2008; prima di lasciare
l’incarico aveva definito il proprio lavoro “una necessità illegale con cui
tutti gli stati hanno a che fare”. Peraltro lo stesso Forsberg aveva escluso
che ChristerPatterson, il
vagabondo inizialmente accusato e poi prosciolto, potesse essere l’autore di un
simile omicidio.
Come spesso accade dopo la scomparsa di
una figura apicale del sistema di potere, dopo la scomparsa di Tore Forsberg
iniziano ad emergere ulteriori dettagli su quella maledetta notte svedese.
Allora facciamo un passo indietro e vediamo “chi” era materialmente presente a
Stoccolma la sera del 28 febbraio 1986: quali unità della Sapo, per compiere
quale missione. Scopriamo che c’era una speciale unità dei servizi, denominata
“Barbro”, facente parte della rete svedese Stay Behind. Ne parla Donald Forsberg, un agente
dei servizi di controinformazione; ne parla soprattutto Olof Frånstedt, a capo
del controspionaggio svedese negli anni ’60 e ’70, convinto sostenitore della
rete Stay Behind in terra scandinava, che dagli anni Settanta aveva avuto
contatti diretti proprio con l’unità Barbro. Dopo l’omicidio Palme diversi
testimoni raccontano di avere visto persone in borghese che comunicavano via
walkie-talkie.
La presenza consolidata di Stay Behind in
Svezia (paese a quel tempo neutrale e non aderente alla Nato) risale al tempo
in cui operava a Stoccolma il futuro responsabile della Cia, William
Colby, misteriosamente scomparso dieci anni dopo
l’omicidio Palme, nel 1996: stava cenando e – questa la versione ufficiale –
sente improvvisamente il bisogno di fare un giro in canoa sul fiume Maryland in
una delle serate più fredde e piovose che la storia ricordi; viene
ritrovato annegato otto giorni dopo.
Che la sera dell’omicidio di Olof Palme
fosse in corso a Stoccolma un’operazione dei servizi è
stato confermato anche da Ulf Dahlsten, Segretario di Stato svedese e amico
intimo di Olof Palme; dubbi sul ruolo della rete Stay Behind la sera
dell’omicidio emergono anche da un’intervista rilasciata al quotidiano Dagens Nyheter da parte di Inga-Britt
Ahlenius, alto funzionario svedese alle Nazioni Unite (sottosegretario generale
dell’Ufficio per i servizi di controllo interno dell’Onu, soprannominata non a
caso “Miss Fearless”). Una serie di testimonianze raccolte a caldo dalla
polizia di stato assumono ora un peso diverso; come la coppia di pensionati che
testimonia di aver visto, la sera del 28 febbraio 1986, alcuni uomini con
walkie-talkie nel cortile della scuola di Norra Latin, da dove uno di loro li
allontana minacciosamente e bruscamente
mentre cercano di parcheggiare per andare ad un concerto di Owe Thörnqvist; la
coppia si sposta e parcheggia l’auto presso Tunnelgatan, la via di fuga
dell’assassino di Palme, e anche lì notano un uomo con un walkie-talkie insieme
a un’altra persona.
Nel febbraio 1986 Olof Palme sta gestendo
per conto dell’Onu l’arbitrato internazionale nella guerra fra Iraq e Iran, verificando
che una rete occulta fornisce armi all’Iran per finanziare i Contras in Nicaragua; rappresenta una figura
politica autorevole in quanto autonoma: la “terza via” da
lui praticata rappresenta un modello per l’Europa e per molti Paesi emergenti,
un’alternativa praticabile rispetto al rigido sistema di controllo geopolitico
bipolare.
“Informa i nostri amici che la palma
svedese verrà abbattuta”: così un telegramma inviato da Licio Gelli a Philip Guarino il 25 febbraio 1986. Tre giorni
dopo, durante l’operazione “Così fan tutte”, quegli spari nella notte a
Stoccolma mettono fine a tutto questo.
se
hai amato la trilogia di Stieg Larsson(*), questo è il libro che fa per te.
Jan Stocklassa, un giornalista che cercava
di capire i misteri della morte di Olof Palme, per caso arriva all’archivio di
Stieg Larsson, morto a 50 anni.
anche Stieg Larsson ha
cercato per anni di fare luce su quel mistero, su quel misterioso omicidio
politico, senza rivendicazioni e senza soluzione.
il libro, che si legge
come un romanzo, mette insieme le ipotesi di Stieg e Jan, e va avanti nelle
indagini, fino ad arrivare a delle ipotesi molto convincenti.
viene
sottolineata spesso, giustamente, l’inadeguatezza e l’incapacità della polizia
svedese, che non è quella del commissario Wallander (lo
straordinario personaggio creato da Henning Mankell) e degli altri poliziotti
nati dalla penna di ottimi scrittori svedesi.
il fatto che polizia e
magistratura svedese siano spesso inadeguate è forse il motivo per cui gli
svedesi devono scrivere e leggere dei romanzi per riuscire a trovare un po’ di
giustizia.
come in Italia succede
spesso (penso al caso Mattei, ma non solo), per la Magistratura svedese
l’assassinio politico di Olof Palme resta ufficialmente irrisolto, con sommo
godimento dei mandanti.
per ottenere giustizia
e verità dobbiamo leggere romanzi, inchieste giornalistiche e vedere qualche
film.
(*) poche parole dopo aver letto la trilogia di Stieg Larrson
Stieg Larrson - Uomini che odiano le donne
A me è
piaciuto molto, e leggerò gli altri due!
Stieg Larsson -La ragazza che giocava con il fuoco
non riesco a
trovare un motivo per rimpiangere di averlo letto.
se volete farvi del bene Stieg Larsson vi aspetta.
intanto, scusate, inizio il terzo.
La regina dei castelli di carta - Larsson Stieg
Potrei dire
come finisce, ma mi trattengo.
Alla fine 2300 pagine che non deludono.
Dai, provateci, non ve ne pentirete!
Lisbeth e Mikael saranno dei nuovi amici (altro che Facebook!).
Il segreto più grande
di Stieg Larsson è rimasto chiuso per un decennio in venti scatole abbandonate in un deposito. Nel 2004, la morte improvvisa del geniale
autore svedese ha interrotto anche quella che doveva essere l'inchiesta della
sua vita. Perché prima di essere un grande narratore, Larsson è stato un
giornalista, un investigatore che aveva scelto i movimenti di estrema destra
come cuore delle proprie ricerche e che – dalla sera dell'omicidio del primo
ministro svedese Olof Palme, il 28 febbraio 1986 – iniziò a intuire un
micidiale teorema di connessioni. «Uno dei delitti più sconvolgenti di cui io
abbia mai avuto l'ingrato compito di occuparmi» arrivò a dichiarare. Oggi il giornalista
Jan Stocklassa, grazie al permesso esclusivo di aprire i venti scatoloni
sigillati, riporta in vita l'ultima indagine di Larsson, un puzzle di
affascinante complessità, il vero ultimo giallo dell'autore. L'omicidio di Olof
Palme fu un evento di portata internazionale; l'uomo che sfidò a viso aperto
l'apartheid del Sudafrica fu ucciso mentre rientrava a casa con la moglie dal
cinema. Stoccolma, la capitale della civilissima Svezia, si tinse di rosso e il
nero della matrice politica del delitto impregnò le sue strade. Un intrigo che
rimane alle fondamenta della trilogia «Millennium».
Stieg Larsson (1954-2004)era un giornalista esperto a livello mondiale di movimenti di estrema destra,
collaboratore di diverse testate e dell’agenzia di stampa TT, corrispondente
dall’Inghilterra, consulente del ministero di Giustizia, inviato per l’OSCE, ha
lavorato anche come consulente di Scotland Yard. Nel 1995, dopo l’omicidio di
cinque ragazzi a Stoccolma per mano di estremisti di destra, fondò la rivista
EXPO, con intenti antirazzisti.
Stieg Larsson riteneva di avere una missione: sempre impegnato in prima linea
contro razzismo, antisemitismo, fascismo, movimenti nazionalisti,
discriminazioni, abusi sulle donne, si identificava totalmente con il proprio
lavoro.
Bersaglio di gruppi neonazisti, visse per anni protetto dalla polizia,
costretto a tenere segreta la propria abitazione e a modificare quotidianamente
i suoi tragitti.
Un autore che la critica svedese ha acclamato come una rivelazione, una voce
veramente nuova, fuori dal coro, capace di rilanciare il genere rivelandone le
nuove potenzialità, per doverlo subito piangere, perché morto improvvisamente
per un attacco cardiaco, nel novembre 2004, poco prima dell’uscita in libreria
del primo episodio della trilogia che aveva appena concluso.
Stieg Larsson, morendo, ha portato con sé molti segreti.
Amava il poliziesco anglosassone. A un giornale confidò: «Più che fare
propaganda o tentare di fare letteratura classica, un poliziesco deve in primo
luogo intrattenere il lettore. La narrativa di genere è tra le forme più
popolari d’intrattenimento. E solo catturando completamente l’attenzione e la
fiducia del lettore posso usarla per trasmettere un messaggio, ed è quello che
voglio fare, naturalmente.»
StiegLarssoncover.jpgLa televisione svedese SVT e la compagnia di produzione Yellow
Bird (di cui è socio anche Henning Mankell) stanno lavorando a una serie
televisiva tratta dai tre romanzi della Millennium Trilogy, oltre che a un film
per il grande schermo ispirato al primo episodio della serie, Uomini che odiano
le donne (in uscita italiana per i tipi Marsilio). La Millennium Trilogy di
Stieg Larsson è una trilogia poliziesca dalla singolare storia editoriale: ha
venduto 150.000 copie in meno di un mese dall’uscita e solo in patria ha ormai
raggiunto 1.800.000 copie, facendo di Larsson l’autore di thriller attualmente
più venduto in Svezia.
Clamoroso caso editoriale internazionale, tradotto in 20 paesi, Larsson ha già
venduto tre milioni e mezzo di copie dei suoi romanzi in Europa: in Francia
Uomini che odiano le donne, uscito in sordina, grazie a un inarrestabile
passaparola ha raggiunto le 60.000 copie vendute; in Germania è stato il
tascabile più venduto dell’anno; in Danimarca il terzo volume della trilogia,
con 110.000 copie, è il libro con la più alta prima tiratura del paese dopo la
Bibbia.
L'autointervista
che segue è stata redatta poco prima della morte dell'autore.
La fondazione
Expo
Expo è una fondazione per la ricerca con uno
scopo molto semplice: difendere la democrazia e la libertà di parola contro i
movimenti razzisti, antisemiti, di estrema destra e totalitari. Expo è libera da legami con partiti politici.
Nel lavoro della fondazione sono impegnate persone di estrazione molto diversa,
dai giovani moderati agli ex comunisti. Chi lavora a Expo deve lasciare il proprio
bagaglio politico fuori dalla porta.
Il lavoro alla rivista Expo e le minacce
Abbiamo iniziato nel 1995 quando sette persone
furono assassinate da un gruppo di neonazisti. All’inizio, in redazione c’erano
alcuni ragazzi che per due anni hanno lavorato fino allo sfinimento. Io stavo
su anche la notte cercando di mandare avanti le cose. Non abbiamo avuto alcun sostegno e nel 1998 la
rivista fu sospesa. Allora tre-cinque di noi erano ancora nel direttivo e
abbiamo ricevuto l’incarico di ristrutturare l’attività e saldare i debiti. Ci
siamo riorganizzati con un nuovo direttivo nel 2001. Mi è capitato di ricevere minacce. Ma capita a
tutti quelli che scrivono di questi movimenti. Le minacce arrivano subito. Anche per i testi
più “innocenti”. Se le minacce aumentano, telefoniamo alla polizia. Per
esempio, qualcuno ha sparato alla finestra dell’ufficio di Kurdo Baksi, la
tipografia è stata danneggiata da un gruppo di vandali e qualcuno ha assalito
uno dei distributori di Expo. Ma siamo stati costretti a telefonare alla
polizia soltanto in tre occasioni.
La Millennium Trilogy
Ho iniziato a scrivere nel 2001. All’inizio lo
facevo per divertimento. Era una vecchia idea degli anni Novanta. Io e
Kenneth A dell’agenzia di stampa TT non avevamo molto da fare e così abbiamo
iniziato a scrivere un testo sui vecchi Gemelli Detective, una
serie per bambini degli anni Cinquanta. Era divertente e ci siamo detti che
avremmo dovuto scrivere che ora avevano quarantacinque anni e che stavano
affrontando il loro ultimo mistero. Così ebbe inizio la mia idea, ma subì dei
cambiamenti. Cominciai a pensare a Pippi Calzelunghe. Come
sarebbe stata oggi? Come sarebbe stata da adulta? Come l’avrebbero definita?
Sociopatica? Donna-bambina? Pippi ha un’altra visione della società. La trasformai
in Lisbeth Salander, venticinque anni, una ragazza completamente al di fuori
della società. Non conosce nessuno, non ha alcuna capacità di socializzare. Poi pensai che ci volesse un contrappeso per
Lisbeth. E fu Mikael “Kalle” Blomkvist, un giornalista di quarantatré anni. Un
“fratello in gamba” che lavora alla propria rivista, Millennium.
L’azione si svolge intorno alla redazione della rivista. Ma anche intorno a
Lisbeth, che non vive una vita molto attiva. Le persone coinvolte sono molte, di tutti i
tipi. Lavoro con tre gruppi distinti. Uno intorno a Millennium,
che ha sei dipendenti. I personaggi secondari non entrano in scena soltanto per
dire qualcosa. Agiscono e influenzano l’azione. Non è un universo chiuso. Poi c’è il gruppo intorno alla Milton Security,
una società di sicurezza diretta da un croato. E poi c’è il corpo di polizia, attori che
agiscono da soli. Solo nel terzo romanzo tutti i pezzi del puzzle
trovano il loro posto e si capisce quello che è successo. Ma si tratta anche di
qualcos’altro. Nei romanzi gialli in genere non si vedono mai le conseguenze di
quello che è successo in una storia precedente. Nei miei romanzi sì.
Scrivere romanzi gialli
È tutta la vita che leggo romanzi gialli. Alla
TT scrivevo due colonne all’anno, una d’estate e una a Natale. Scrivevo sui
cinque migliori romanzi del momento. Fra i quali Sara Paretsky, Val McDermid,
Elisabeth George, Minette Walters. Strano, ma i romanzi che ho lanciato erano
quasi tutti scritti da donne. So quello che mi irritava dei romanzi gialli.
Spesso i protagonisti non descrivono la società che li circonda. Scrivo molto rapidamente. È facile scrivere
romanzi gialli. È più difficile scrivere un articolo di 5000 caratteri che deve
essere corretto al cento per cento. Non dobbiamo mai sbagliare a Expo,
perché in quel caso possiamo essere attaccati dalla stampa avversa. Scrivere un romanzo giallo significa scrivere
qualcosa di divertente. Non è come scrivere propaganda o letteratura classica.
I romanzi gialli sono fra i più popolari mezzi di intrattenimento che esistono.
E se poi si cerca di inviare un messaggio... io lo faccio.
Lo scrittore svedese Stieg Larsson, autore della
trilogia Millennium, tre settimane dopo l'omicidio di Olof
Palme, il premier socialdemocratico, spedì una lettera di sette pagine a Gerry
Gable, caporedattore di Searchlight, il
periodico britannico schierato contro il razzismo. Il testo è stato scovato
nell'archivio segreto di Larsson da Jan Stocklassa, ex diplomatico e scrittore,
che proprio da quelle carte è partito per la sua inchiesta, lunga otto anni,
dedicata al caso Palme. Larsson suggeriva di seguire le due piste che oggi –
come racconta Jan Stocklassa nel suo libro L'uomo che scherzava col fuoco,
in uscita per Rizzoli – sono le più accreditate dalla polizia: i servizi
segreti sudafricani e i neofascisti svedesi. Ecco la lettera
Stoccolma, 20 marzo 1986
Cari Gerry & amici, l’omicidio del primo ministro svedese Olof Palme
è, a essere del tutto sinceri, uno dei delitti più
incredibili e sconvolgenti di cui io abbia mai avuto
l’ingrato compito di occuparmi.
Sconvolgente per come la storia si avvita di
continuo su se stessa, cambia bruscamente direzione, dando origine a nuove sconcertanti scoperte, per
poi mutare ancora, in vista del passo successivo.
Incredibile per la sua portata politica e per il fatto che –
per la prima volta nella storia, credo – un capo di
governo sia stato ucciso senza che si abbia la minima
idea del o dei colpevoli. Inquietante – i delitti lo sono
sempre – poiché la vittima era il primo ministro, un
uomo apprezzato e rispettato in Svezia, non solo dai
socialdemocratici ma anche da chi (come me) non lo è.
Da quando il telefono si è messo a squillare nelle prime ore del mattino di sabato 1º marzo, e il
mio caporedattore mi ha informato del delitto
ordinandomi di farmi trovare alla scrivania, il mio mondo è costantemente nel caos. Provate a immaginare
se doveste occuparvi dell’omicidio della signora
Thatcher e l’assassino fosse scomparso senza lasciare traccia.
E poi lo shock. Quel sabato mattina, mentre la
notizia si spargeva per la Svezia ancora addormentata, ho incontrato persone che d’impulso uscivano in
strada, con volti pallidi e cupi. In redazione ho visto
navigatissimi cronisti di nera – uomini e donne che hanno visto di tutto, più e più volte – interrompersi
all’improvviso a metà della scrittura di una frase, chinare il capo e scoppiare a piangere.
Io stesso mi sono ritrovato di colpo in lacrime,
quella mattina. È successo quando mi è piovuta addosso una disperata sensazione di déjà-vu, nel momento
in cui mi sono reso conto che in meno di tre anni
era la seconda volta che perdevo un primo ministro: il
primo era stato Maurice Bishop, a Grenada – un uomo per il quale nutrivo affetto, rispetto e fiducia
più che per molti altri. E adesso succedeva ancora.
Dopo, messo da parte lo sconforto e sepolto il
signor Palme, ecco il momento in cui i reporter tutt’a un tratto si accorgono di quanto questo caso sia
un esempio da manuale.
A volte si sviluppa al ritmo concitato di un
romanzo di Robert Ludlum. Certi giorni, invece,
assomiglia a un mistero alla Agatha Christie per poi evolvere in un poliziesco in stile Ed McBain,
con una spolverata di spacconeria alla Donald
Westlake. La posizione della vittima, l’incidenza
politica, l’assassino senza volto, le congetture, le piste
che non portano a nulla, arrivi e partenze di
presidenti e monarchi, i percorsi delle automobili, le
dicerie, i pazzoidi, quelli che «io l’ho sempre saputo», le
telefonate, le soffiate anonime, gli arresti e la sensazione che si ha quando si crede che i conti stiano per quadrare… e invece si approda solo al nulla e
alla confusione.
Su questa storia si scriveranno libri.
Di norma, chi uccide un capo di governo viene
catturato o ucciso nei secondi o minuti immediatamente successivi al fatto. E l’indagine di solito si
riduce a un caso aperto e subito chiuso. Stavolta no. Qui abbiamo un primo ministro che fa una
passeggiata serale insieme alla moglie, senza guardie del corpo nel raggio di chilometri. E abbiamo un
assassino che svanisce nel nulla.
Insomma, siamo seri: da dove si comincia
un’indagine che ha letteralmente migliaia di sospettati e neppure una pista?
Perdonatemi questo esordio farfugliante. Non avevo neppure messo in conto di scrivere tutte
queste cose.
Venendo al punto, ho pensato di scrivervi del delitto Palme fin da subito. Ho abbozzato otto o nove
lettere senza concluderne neppure una. Perché? È presto detto: perché prima che io avessi il tempo di
concludere, emergeva qualche nuovo e sorprendente elemento che impartiva alla vicenda una nuova direzione.
Così, ogni volta dovevo strappare quel che avevo
scritto e ricominciare daccapo.
Perciò questa lettera è solo un tentativo di
darvi un ragguaglio su cosa, in relazione
all’omicidio, è un dato di fatto e cosa no. Dopo aver passato le
ultime tre settimane a convivere con questo delitto ventiquattr’ore su ventiquattro, ho grosse
difficoltà a mantenere il giusto distacco, e dato che
questa sera l’intera indagine sembra essere finita in
un vicolo cieco, questo ragguaglio sarà anche un
modo per mettere ordine nei miei pensieri e fare il
punto. Cosa che potrebbe tornarvi utile, qualora
decideste di scrivere un articolo nel prossimo numero.
Cercherò di citare solo le informazioni pertinenti.
Tanto per cominciare, cos’è accaduto e cosa
sappiamo sul delitto?
Un paio di minuti dopo le undici di sera del 28 febbraio Palme esce dal cinema Grand in compagnia della moglie e del figlio maggiore. L’uscita al cinema
è stata decisa in un momento imprecisato della giornata
di venerdì; Palme ne ha fatto cenno davanti a un
giornalista alle due del pomeriggio, ma i loro programmi non erano noti al pubblico.
Il primo ministro, come spesso accadeva, ha
congedato le guardie del corpo dicendo che non avrebbe avuto bisogno di loro per tutta la sera. Niente
d’insolito in quella richiesta, poiché tutti sanno che
Palme amava passeggiare di notte da solo, quando non
era in servizio e non c’era nulla che rendesse
necessarie misure di sicurezza supplementari. In ogni caso,
non è chiaro se la polizia di sicurezza fosse al
corrente dei suoi programmi per la serata.
Fuori dal cinema, Palme e la moglie hanno dato
la buonanotte al figlio e – dato che il cielo era
limpido e il gelo svedese ordinario – si sono incamminati
verso casa. Qualche minuto dopo che si sono separati,
per puro caso il figlio si è voltato e ha notato un
uomo alle spalle dei genitori; non è riuscito a vederlo in
faccia ma la descrizione dell’abbigliamento dell’uomo,
che il figlio ha rilasciato in seguito, è coerente
con quella dell’assassino fornita da altri testimoni.
Due minuti dopo, il primo ministro e la moglie hanno incrociato un testimone, il quale si è fermato
al loro passaggio. Questi ha raccontato che i coniugi
erano tallonati da un individuo, e che altri due
uomini precedevano la coppia. Ha avuto l’impressione che fossero tutti insieme, e ne ha concluso che i tre
sconosciuti fossero la scorta del politico.
Il primo ministro e la moglie hanno imboccato Sveavägen, hanno attraversato la strada per
guardare una vetrina, poi hanno ripreso a camminare. All’angolo tra Sveavägen e Tunnelgatan
l’assassino si è avvicinato al primo ministro e gli ha esploso
un proiettile calibro .357 Magnum nella schiena.
Per la polizia tutto fa pensare che l’omicidio
sia stato commesso da un professionista, e la stampa sembra concordare, pur con un margine di dubbio. L’assassino ha sparato un solo colpo, ma la
pistola è una delle armi leggere più potenti al mondo.
Chiunque abbia conoscenze in materia sa quanto possa
essere devastante l’effetto di un unico colpo. Risulta che il proiettile è penetrato al centro della
schiena – tranciando la spina dorsale, devastando i
polmoni, lacerando la trachea e l’esofago – e ha lasciato
un foro di uscita abbastanza ampio da contenere un
cappello. La morte è stata istantanea, o è sopraggiunta entro pochi secondi. La pallottola non era
progettata per frammentarsi, ma era rotante e incamiciata,
in modo da poter perforare anche un eventuale
giubbotto antiproiettile.
L’assassino ha poi esploso un secondo colpo su Lisbeth Palme, moglie del primo ministro, ma
evidentemente non aveva lo scopo di ucciderla: l’avrebbe colpita alla spalla, se lei non si fosse voltata di scatto. Di conseguenza, la pallottola ha
trapassato una spallina del cappotto, provocando soltanto qualche ustione superficiale. Partendo da questi
fatti si possono avanzare congetture sulla professionalità dell’assassino: certi ritengono che mirasse a uccidere, ma che essendo un dilettante abbia
commesso un errore dovuto all’agitazione; altri affermano che semmai questo dimostra che si tratta di un professionista e che il secondo colpo aveva
l’unico scopo di spaventare Lisbeth Palme affinché non lo inseguisse.
Dopo l’omicidio, l’assassino si è allontanato
lungo quello che sembrerebbe un «percorso di fuga ben
pianificato», prendendo la scalinata in fondo a Tunnelgatan e rendendo così impossibile l’inseguimento in auto.
Quelli che ho riportato finora sono fatti
concreti, in linea con la versione ufficiale della
polizia. È da qui che cominciano i problemi.
Diversi testimoni hanno fornito descrizioni
vaghe, spesso contraddittorie, dell’assassino. La più ricorrente, e dunque probabilmente la più
corretta, è questa: uomo bianco, fra i trenta e i
quarant’anni, statura media e spalle larghe, con un berretto
grigio più o meno della foggia di quello di Andy Capp
ma con lembi che si possono calare sulle orecchie, un
giaccone scuro lungo fino ai fianchi e pantaloni scuri.
Più di un testimone dice che portava un piccolo
borsello con cinghia, di quelli nei quali si tengono, per
esempio, soldi e passaporto.
Da una serie di testimonianze si evince quanto segue:
1. Lars, un uomo sui venticinque anni, ha
incrociato l’assassino in fondo a Tunnelgatan, ma senza
essere visto, perché i due sono passati ai lati opposti del gabbiotto di un cantiere. Lars ha esitato
per pochi preziosi secondi – meno di un minuto – dopodiché ha deciso di corrergli dietro. In quel momento non sapeva che la vittima era il primo ministro.
Si è lanciato su per gli ottantasei gradini, ma
quando è arrivato in cima alla scalinata dell’assassino
non c’era traccia. D’istinto, Lars ha proseguito lungo David Bagares gata, dove dopo un quarto d’ora si
è imbattuto in…
2. … una coppia che veniva a piedi verso di lui.
Ha chiesto ai due se avessero visto un uomo che
correva via, e loro hanno confermato che sì, lo avevano visto mezzo minuto prima. Lars era stupito – ha poi raccontato – di non essere più riuscito
a scorgerlo, dato che l’uomo non aveva poi così
tanto vantaggio.
3. Una quarta testimone, di cui non compare il nome, ma che è nota come «Sara», ha segnalato un nuovo avvistamento l’indomani mattina. Sara, che ha ventidue anni ed è un’artista
specializzata in ritratti, intorno all’ora del delitto stava camminando lungo Smala gränd, a pochi passi da David Bagares gata. A metà del vicolo ha incrociato un uomo che corrisponde alla
descrizione dell’assassino. Sembrava di fretta, ma quando si è trovato alla sua altezza ha esitato per qualche secondo. Tornata a casa, Sara ha
acceso la radio, ha sentito la notizia dell’omicidio e l’ha subito collegata all’uomo che aveva
visto, e ha buttato giù un ritratto. Il suo disegno è
stato usato come base per l’identikit tracciato dalla polizia.
Questi quattro, scelti fra più di diecimila,
vengono ritenuti testimoni attendibili che hanno
riportato fatti incontrovertibili.
4. Un quinto testimone – reputato non
altrettanto affidabile – è un tassista che, mentre era fermo nella sua auto in Snickarbacken, ha visto una persona passare di corsa e saltare a bordo di una Passat verde, o blu, che a quanto pare lo aspettava. La
vettura è partita in fretta.
Snickarbacken è una traversa di Smala gränd, ed
è possibile che quanto riportato dal tassista
abbia qualche attinenza con il percorso dell’assassino.
Tuttavia, ci sono parecchi punti di domanda. L’uomo
afferma che l’evento si è verificato circa
dieci-quindici minuti dopo l’ora del delitto, ma per coprire quel
tragitto ne bastano tre o quattro. Inoltre, sbaglia il nome della traversa di
Snickarbacken: non cita Smala gränd, ma un’altra via. Ciononostante, la catena di prove fa pensare che l’assassino gli sia davvero passato accanto, e
la polizia è dell’opinione che il tassista si fosse
assopito, e che per questo abbia commesso un errore nel dare
indicazioni sull’orario. (Comunque sia, la sua testimonianza ha avuto come effetto la ricerca di una Passat verde o blu, soprattutto perché l’uomo ha
fornito un numero di targa parziale.)
I fatti appurati finora hanno indotto la polizia
a ipotizzare che ci troviamo di fronte a
un’esecuzione pianificata con meticolosità da più individui.
Salvo il fatto che gli inquirenti non hanno indicato, a
livello ufficiale, di quale tipo di gruppo o di persone
possa trattarsi.
Prima domanda insidiosa: Cosa sarebbe successo se il primo ministro non fosse tornato a casa a piedi, ma avesse preso la
metropolitana insieme al figlio, e dunque non fosse mai arrivato nel punto ideale per il delitto? Se ci fosse stata un’accurata pianificazione,
l’assassino si sarebbe visto costretto a rimandare
l’omicidio, a meno che altre auto per la fuga e/o diversi
complici non fossero stati previsti sin dall’inizio. Come dicevo, le dichiarazioni di alcuni
testimoni avvalorano quest’ultima tesi. (Da notare che
sono state messe in dubbio da inquirenti e
giornalisti, e che ben poche sembrano credibili.)
1. Un uomo che ha attraversato Tunnelgatan
all’ora dell’omicidio, ma nel senso opposto, dall’altro
lato di Sveavägen, ha incrociato due uomini di
mezz’età che si allontanavano di corsa dal luogo del
delitto.
2. Altre due persone confermano: parlano di due
uomini che svoltano in Drottninggatan e si separano.
3. Una quarta testimone racconta di un uomo che, uno o due minuti dopo, è arrivato di corsa in
Drottninggatan, sì è fermato di colpo e ha fatto un cenno a un’auto, che lo ha caricato ed è «partita a
tutta velocità».
È più o meno qui che l’indagine si arena. Certo,
si possono fare innumerevoli congetture, ma non c’è nulla di direttamente collegabile al crimine. Vicolo cieco. Punto.
La maggior parte dei summenzionati fatti è stata appurata nei primi 1-2 giorni (o minuti,
addirittura) successivi al delitto. Dopodiché sono arrivati i mitomani con il classico «sono stato io», più un
certo numero di testimonianze di scarsa o nessuna
attendibilità e – ovviamente – le telefonate anonime. In genere dopo un attentato terroristico,
perlomeno da parte della «sinistra», la rivendicazione dei mandanti arriva entro poche ore. Non in
questo caso.
Fra le organizzazioni che hanno tentato di
prendersi il merito del misfatto c’è di tutto, dal
commando Christian Klar al gruppo Holger Meins, dagli
ustascia a diverse formazioni destrorse e neonaziste.
Nessuna di queste rivendicazioni è da prendere
seriamente in considerazione.
Dalla notte del delitto, per vari giorni la
Svezia è stata una nazione sotto assedio: aeroporti
bloccati, rigorosissimi controlli alla frontiera, traghetti
e porti passati al setaccio. (Naturalmente questo genere di misure non serve a niente, dato che a un
omicidio ben pianificato segue una fuga altrettanto ben
pianificata.) Tre giorni dopo l’attentato, un poliziotto viene
fermato e sottoposto a interrogatorio, perché sospettato di essere implicato: un estremista di destra,
noto per andare in giro armato, e con un alibi
traballante. Ma lo rilasciano nel giro di due giorni, e la
polizia dichiara che non ha nulla a che vedere con il crimine.
Poi, dopo una decina di giorni dalla notte
dell’omicidio, un altro uomo viene posto in stato di fermo per presunta complicità. Si chiama Victor
Gunnarsson, trentadue anni, e risulta membro del Partito
Operaio Europeo (Europeiska Arbetarpartiet). Per quasi
ventiquattr’ore è sembrato profilarsi un ottimo scoop, soprattutto quando la polizia ha dichiarato
pubblicamente di aver trovato il colpevole. (Cambiando anche la formulazione delle accuse). Parecchi elementi puntavano contro di lui.
È uno squinternato estremista di destra,
documentatamente ossessionato dal primo ministro – in riferimento al quale ha più volte dichiarato che
«bisognerebbe sparargli» –, nonché noto per aver seguito Palme durante comizi e manifestazioni pubbliche. Si trovava nei dintorni, al momento dei fatti.
Secondo alcune fonti, era nello stesso cinema dov’era
entrato il primo ministro.
Lui non è in grado di fornire indicazioni
precise su dove si trovava, e ha mentito spudoratamente
alla polizia su diversi punti cruciali.
Possiede un berretto grigio e un giaccone simili
a quelli dell’assassino.
In quanto addetto alla sicurezza per diverse
agenzie private, è addestrato all’uso delle armi e sa
maneggiare un revolver.
Un testimone lo ha identificato come l’uomo che ha cercato di fermare un’auto per allontanarsi
dalla zona immediatamente dopo i colpi d’arma da
fuoco, in una traversa di Tunnelgatan.
È stato visto entrare in un cinema, circa dieci
o dodici minuti dopo lo sparo, quando il film era
cominciato già da mezz’ora.
È noto per avere legami con un gruppo non ancora identificato di estrema destra, religioso e
antisemita, con sede in California, dove ha anche trascorso
vari periodi.
Nel giro di ventiquattr’ore tutto l’interesse
della nazione si concentra sul Partito Operaio
Europeo, su cui io stesso ho scritto diversi articoli, e
pare finalmente che il caso si stia risolvendo.
Ma poi, poche ore prima dell’udienza per la
carcerazione, Gunnarsson viene rimesso in libertà. Perché? Be’, perché il testimone che l’aveva visto
cercare di farsi dare un passaggio dopo il delitto
tutt’a un tratto non è più in grado di puntare il dito
contro di lui con una sicurezza del 100%.
La qual cosa ci porta alla data odierna: oggi la
polizia ha cancellato la quotidiana conferenza stampa,
non avendo nulla di nuovo da dichiarare. Vicolo
cieco. Riflessione: è possibilissimo che Gunnarsson
venga arrestato di nuovo; il giudice per le indagini
preliminari dice che non ci sono elementi contro di lui, ma che merita attenzione.
E questo è tutto, per ora. Certo, potrei
continuare con le congetture per altre duecento pagine –
come dicevo, su questa storia si scriveranno libri (forse
dovrei scriverne uno io) – ma non c’è poi molta
sostanza. Abbiamo un primo ministro morto e un assassino scomparso senza lasciare traccia.
Tra le varie ipotesi c’è quella di un nesso con
certi interessi sudafricani. La Commissione Palme, di
cui il primo ministro era un membro importante,
aveva avviato una campagna contro i trafficanti d’armi
che facevano affari con il regime dell’apartheid.
C’è anche la teoria del Pkk, il partito curdo
che negli ultimi due anni ha commesso almeno tre omicidi
politici in Svezia. Finora i bersagli erano «traditori»
all’interno dell’organizzazione stessa, ma un’idea diffusa
(e piuttosto razzista) vuole che il colpevole vada cercato lì. Perché? Perché la sede del partito a
Stoccolma è in David Bagares gata, proprio dove l’assassino si
è volatilizzato. (Sorvoliamo sul fatto che questa teoria non tiene conto che bisognerebbe essere molto
stupidi per correre a nascondersi nel quartier generale dei
propri mandanti, a due minuti dal luogo del delitto).
Insomma, lo scenario è questo. Se accade
qualcosa di nuovo, posso telefonarvi, se volete un
resoconto, e potete sempre usare queste informazioni come
materiale di base.
Accludo una foto di Gunnarsson, ma ricordate: il suo avvocato intende fare causa ai giornali
stranieri che dovessero pubblicarla (io sono tra quelli
che erano riusciti ad accaparrarsela in previsione dello
scoop – prima che lo rilasciassero).
di Dario Cambiano e Stefano Grossi, realizzato con le ragazze e i ragazzi del Liceo Coreutico Germana Erba di Torino, per la mostra "100 anni di pace. La costruzione della pace dal Novecento a oggi":
Vittoria Bonioli interpreta Rosa Parks
Francesco Bottin interpreta Andrej Sacharov
Alberto Caresana interpreta Patrice Lumumba
Alice Chiorino interpreta Rachel Carson
Alberto De Luca interpreta André Trocmé
Stefano Etzi interpreta Muhammad Yunus
Michele Fazzani interpreta Olof Palme
Vittoria Fusi interpreta Vandana Shiva
Giovanni Gibbin interpreta Arne Naess
Roberto Marra interpreta Danilo Dolci
Micaela Piredda interpreta Jane Addams
Arianna Pozzi interpreta Hebe De Bonafini
Lorenzo Rho interpreta Abdul Ghaffar Khan
Alessandra Vinciguerra interpreta Jane Goodall
Testi di Dario Cambiano
Riprese e suono di Angelo Santovito
Montaggio di Luca Mandrile
Musiche di Stefano Giaccone e Lalli
Prodotto dal Centro Studi Sereno Regis
Durata 38.50
2018
Il 28 febbraio 1986, il Primo Ministro svedese Olof Palme viene assassinato
nel pieno centro di Stoccolma. Mentre la polizia accumula errori e false piste,
il giornalista Stieg Larsson riunisce una colossale mole di documenti per
cercare di determinare i moventi del crimine e l’identità degli assassini. Nel
2013, Jan Stocklassa scopre questo archivio dimenticato e riprende in mano
l’inchiesta.
Quella sera, nel quartiere di Norrmalm il termometro segna -7˚. Il Primo
Ministro e sua moglie Lisbeth rincasano a piedi, incrociando solo qualche raro
passante. Sono stati al cinema con il figlio e la sua fidanzata, a vedere l’ultimo
film di Suzanne Osten, di cui hanno discusso fino a qualche minuto prima.
L’idea di un’uscita in famiglia è nata nel tardo pomeriggio di quello stesso
giorno, quando Olof Palme ha già congedato le sue guardie del corpo.
Un uomo che non lasciava indifferenti
Questo comportamento può sembrare imprudente, ma non ha niente di insolito
in Svezia, dove il modello sociale aperto presuppone che anche i suoi dirigenti
conducano una vita il più ordinaria e trasparente possibile. Bisogna ricordare
inoltre, che qui l’ultimo assassinio politico risale al 1792, quando il re
Gustavo III fu ferito a morte da un colpo di pistola per aver scontentato
la nobiltà locale.
Negli anni Ottanta, Olof Palme è uno dei politici più ammirati e detestati
al mondo. Segretario generale del potentissimo Partito Socialdemocratico dei
Lavoratori di Svezia fin dal 1968, era succeduto al lunghissimo regno di Tage
Erlander, primo ministro ininterrottamente dal 1948 al 1970 e tornato al
potere, dopo una breve parentesi centrista e liberale, tra il 1976 e il 1982.
Nato in una famiglia della grande borghesia conservatrice, Olof Palme
diventa un militante di sinistra negli anni Cinquanta, dopo un periodo di studi
in Ohio che gli ha lasciato un sentimento di rivolta contro il segregazionismo
e le disuguaglianze. Molti di coloro che condividono le sue origini sociali lo
considerano un traditore della sua classe.
Sostenitore di una « terza via », in un periodo in cui la guerra
fredda sembrava non dover finire mai, nel corso della sua carriera politica ha
criticato con uguale intensità l’intervento statunitense in Vietnam e quello
sovietico in Afghanistan, ed è uno strenuo oppositore all’apartheid in
Sudafrica. Tanto basta per essere considerato un sostenitore del liberalismo da
alcuni, e un agente del KGB da altri.
Un crimine perfetto commesso da un dilettante
Sono le 23:21 quando i coniugi Palme si apprestano ad attraversare la via
Tunnelgatan lungo la via Sveavägen. In quell’istante, un uomo li avvicina
improvvisamente e spara due volte con un revolver calibro 357 magnum. La
prima pallottola colpisce a morte il Primo Ministro, la seconda ferisce di
striscio sua moglie. L’assassino fugge immediatamente lungo la via Tunnelgatan,
scomparendo in cima a una scalinata.
Contrariamente a quanto dichiarato dalla polizia, niente fa pensare a un
killer professionista: né l’arma, un potente revolver per il quale è
impossibile utilizzare un silenziatore e tirare in modo preciso numerosi
proiettili per non lasciare scampo alla vittima, né la munizione blindata,
considerata poco letale, né la fuga a piedi dell’assassino che, nel risalire
una scalinata di 86 gradini avrebbe potuto facilmente essere intercettato da un
passante o da una pattuglia di polizia.
Per il resto, le forze dell’ordine tardano ad intervenire, il perimetro di
sicurezza è cosi limitato che i proiettili vengono ritrovati da alcuni
passanti, le autorità sotto choc non sanno a chi affidare l’inchiesta, che
segue rapidamente una pista stravagante: l’assassinio sarebbe stato
commissionato dal PKK, la cui sede si trova vicino al luogo in cui si sono
perse le tracce del killer.
L’inchiesta di Stieg Larsson
A quell’epoca, il giornalista Stieg Larsson si interessa già all’estrema
destra. Nel 1991 dedica un libro all’argomento, mentre quattro anni più tardi
ne pubblica un altro sui Democratici di Svezia, un piccolo partito infestato di
neonazisti, di cui presagisce l’ascesa folgorante (otterrà quasi il 20% dei
voti alle elezioni del 2018, in seguito ad una normalizzazione di facciata).
In una lettera ad alcuni amici, scritta meno di tre settimane dopo i fatti,
Larsson avanza l’ipotesi che l’omicidio sia stato commesso da un militante
dell’estrema destra su commissione di una rete legata ai servizi segreti
sudafricani. Il movente non sarebbe tanto la difesa dell’apartheid, quanto il
traffico d’armi, minacciato dalla commissione Palme.
«È la prima volta nella storia credo, scrive il
giornalista in questa lettera, che un capo di Stato viene ucciso senza che
nessuno abbia la minima idea di chi sia il suo assassino.» Trentatré anni
dopo questa frase è ancora attuale, almeno per quel che riguarda la versione
ufficiale.
Né « Expo », il trimestrale dedicato all’antifascismo da lui
fondato nel 1995, né la trilogia Millenium, che lo renderà
celebre in tutto il mondo qualche mese dopo la sua morte nel 2004, lo
distoglieranno dal suo interesse per il caso Olof Palme.
Jan Stocklassa, dalla diplomazia al gonzojournalism
Tutto si sarebbe fermato qui, se la curiosità di un ex diplomatico e uomo
d’affari svedese, Jan Stocklassa, non lo avesse spinto a interessarsi alla
morte di Olof Palme, inizialmente con l’intenzione di scrivere un libro
sull’influenza dei luoghi sulle persone che commettono crimini. Nel corso delle
sue ricerche, lo scrittore scopre l’archivio di Stieg Larsson, conservato nella
sede di Expo, dove si trova anche la lettera citata più sopra.
Ai suoi occhi questo documento costituisce un eccellente punto di partenza,
ed egli ottiene l’autorizzazione di consultare tutta la documentazione dell’archivio.
Si rende conto allora che il lavoro del suo predecessore ha già scartato un
certo numero di false piste, e può accelerare la soluzione dell’enigma.
Dopo aver consultato queste fonti, Stocklassa si è lanciato a sua volta in
un’inchiesta durata otto anni, di cui il libro pubblicato nel giugno scorso da
Rizzoli con il titolo L’uomo che giocava con il fuoco. L’ultima
inchiesta di Stieg Larsson, è il primo risultato. Tradotto in varie lingue,
ha avuto in patria un’eco relativamente limitata, nonostante l’immane lavoro di
indagine svolto dall’autore.
Giornalista dilettante, Jan Stocklassa si mette in scena nella sua ricerca
di testimonianze. Sua alleata inestimabile è una giovane ceca, che utilizza la
sua rete di contatti e il suo potere di seduzione per piratare scambi di e-mail
e di messaggi sui social media e ottenere confessioni registrate su microspie
con alcuni dei possibili protagonisti di questo assassinio, conferendo a questa
inchiesta l’atmosfera di un autentico romanzo di spionaggio. L’autore ne è
convinto: la risoluzione del caso è ormai molto vicina.
Lo scrittore svedese Stieg Larsson, autore della
trilogia Millennium, tre settimane dopo l'omicidio di Olof
Palme, il premier socialdemocratico, spedì una lettera di sette pagine a Gerry
Gable, caporedattore di Searchlight, il
periodico britannico schierato contro il razzismo. Il testo è stato scovato
nell'archivio segreto di Larsson da Jan Stocklassa, ex diplomatico e scrittore,
che proprio da quelle carte è partito per la sua inchiesta, lunga otto anni,
dedicata al caso Palme. Larsson suggeriva di seguire le due piste che oggi –
come racconta Jan Stocklassa nel suo libro L'uomo che scherzava col fuoco,
in uscita per Rizzoli – sono le più accreditate dalla polizia: i servizi
segreti sudafricani e i neofascisti svedesi. Ecco la lettera
Stoccolma, 20 marzo 1986
Cari Gerry & amici, l’omicidio del primo ministro svedese Olof Palme
è, a essere del tutto sinceri, uno dei delitti più
incredibili e sconvolgenti di cui io abbia mai avuto
l’ingrato compito di occuparmi.
Sconvolgente per come la storia si avvita di
continuo su se stessa, cambia bruscamente direzione, dando origine a nuove sconcertanti scoperte, per
poi mutare ancora, in vista del passo successivo.
Incredibile per la sua portata politica e per il fatto che –
per la prima volta nella storia, credo – un capo di
governo sia stato ucciso senza che si abbia la minima
idea del o dei colpevoli. Inquietante – i delitti lo sono
sempre – poiché la vittima era il primo ministro, un
uomo apprezzato e rispettato in Svezia, non solo dai
socialdemocratici ma anche da chi (come me) non lo è.
Da quando il telefono si è messo a squillare nelle prime ore del mattino di sabato 1º marzo, e il
mio caporedattore mi ha informato del delitto
ordinandomi di farmi trovare alla scrivania, il mio mondo è costantemente nel caos. Provate a immaginare
se doveste occuparvi dell’omicidio della signora
Thatcher e l’assassino fosse scomparso senza lasciare traccia.
E poi lo shock. Quel sabato mattina, mentre la
notizia si spargeva per la Svezia ancora addormentata, ho incontrato persone che d’impulso uscivano in
strada, con volti pallidi e cupi. In redazione ho visto
navigatissimi cronisti di nera – uomini e donne che hanno visto di tutto, più e più volte – interrompersi
all’improvviso a metà della scrittura di una frase, chinare il capo e scoppiare a piangere.
Io stesso mi sono ritrovato di colpo in lacrime,
quella mattina. È successo quando mi è piovuta addosso una disperata sensazione di déjà-vu, nel momento
in cui mi sono reso conto che in meno di tre anni
era la seconda volta che perdevo un primo ministro: il
primo era stato Maurice Bishop, a Grenada – un uomo per il quale nutrivo affetto, rispetto e fiducia
più che per molti altri. E adesso succedeva ancora.
Dopo, messo da parte lo sconforto e sepolto il
signor Palme, ecco il momento in cui i reporter tutt’a un tratto si accorgono di quanto questo caso sia
un esempio da manuale.
A volte si sviluppa al ritmo concitato di un
romanzo di Robert Ludlum. Certi giorni, invece,
assomiglia a un mistero alla Agatha Christie per poi evolvere in un poliziesco in stile Ed McBain,
con una spolverata di spacconeria alla Donald
Westlake. La posizione della vittima, l’incidenza
politica, l’assassino senza volto, le congetture, le piste
che non portano a nulla, arrivi e partenze di
presidenti e monarchi, i percorsi delle automobili, le
dicerie, i pazzoidi, quelli che «io l’ho sempre saputo», le
telefonate, le soffiate anonime, gli arresti e la sensazione che si ha quando si crede che i conti stiano per quadrare… e invece si approda solo al nulla e
alla confusione.
Su questa storia si scriveranno libri.
Di norma, chi uccide un capo di governo viene
catturato o ucciso nei secondi o minuti immediatamente successivi al fatto. E l’indagine di solito si
riduce a un caso aperto e subito chiuso. Stavolta no. Qui abbiamo un primo ministro che fa una
passeggiata serale insieme alla moglie, senza guardie del corpo nel raggio di chilometri. E abbiamo un
assassino che svanisce nel nulla.
Insomma, siamo seri: da dove si comincia
un’indagine che ha letteralmente migliaia di sospettati e neppure una pista?
Perdonatemi questo esordio farfugliante. Non avevo neppure messo in conto di scrivere tutte
queste cose.
Venendo al punto, ho pensato di scrivervi del delitto Palme fin da subito. Ho abbozzato otto o nove
lettere senza concluderne neppure una. Perché? È presto detto: perché prima che io avessi il tempo di
concludere, emergeva qualche nuovo e sorprendente elemento che impartiva alla vicenda una nuova direzione.
Così, ogni volta dovevo strappare quel che avevo
scritto e ricominciare daccapo.
Perciò questa lettera è solo un tentativo di
darvi un ragguaglio su cosa, in relazione
all’omicidio, è un dato di fatto e cosa no. Dopo aver passato le
ultime tre settimane a convivere con questo delitto ventiquattr’ore su ventiquattro, ho grosse
difficoltà a mantenere il giusto distacco, e dato che
questa sera l’intera indagine sembra essere finita in
un vicolo cieco, questo ragguaglio sarà anche un
modo per mettere ordine nei miei pensieri e fare il
punto. Cosa che potrebbe tornarvi utile, qualora
decideste di scrivere un articolo nel prossimo numero.
Cercherò di citare solo le informazioni pertinenti.
Tanto per cominciare, cos’è accaduto e cosa
sappiamo sul delitto?
Un paio di minuti dopo le undici di sera del 28
febbraio Palme esce dal cinema Grand in compagnia della moglie e del figlio maggiore. L’uscita al cinema
è stata decisa in un momento imprecisato della giornata
di venerdì; Palme ne ha fatto cenno davanti a un
giornalista alle due del pomeriggio, ma i loro programmi non erano noti al pubblico.
Il primo ministro, come spesso accadeva, ha
congedato le guardie del corpo dicendo che non avrebbe avuto bisogno di loro per tutta la sera. Niente
d’insolito in quella richiesta, poiché tutti sanno che
Palme amava passeggiare di notte da solo, quando non
era in servizio e non c’era nulla che rendesse
necessarie misure di sicurezza supplementari. In ogni caso,
non è chiaro se la polizia di sicurezza fosse al
corrente dei suoi programmi per la serata.
Fuori dal cinema, Palme e la moglie hanno dato
la buonanotte al figlio e – dato che il cielo era
limpido e il gelo svedese ordinario – si sono incamminati
verso casa. Qualche minuto dopo che si sono separati,
per puro caso il figlio si è voltato e ha notato un
uomo alle spalle dei genitori; non è riuscito a vederlo in
faccia ma la descrizione dell’abbigliamento dell’uomo,
che il figlio ha rilasciato in seguito, è coerente
con quella dell’assassino fornita da altri testimoni.
Due minuti dopo, il primo ministro e la moglie
hanno incrociato un testimone, il quale si è fermato
al loro passaggio. Questi ha raccontato che i coniugi
erano tallonati da un individuo, e che altri due
uomini precedevano la coppia. Ha avuto l’impressione che fossero tutti insieme, e ne ha concluso che i tre
sconosciuti fossero la scorta del politico.
Il primo ministro e la moglie hanno imboccato Sveavägen, hanno attraversato la strada per
guardare una vetrina, poi hanno ripreso a camminare. All’angolo tra Sveavägen e Tunnelgatan
l’assassino si è avvicinato al primo ministro e gli ha esploso
un proiettile calibro .357 Magnum nella schiena.
Per la polizia tutto fa pensare che l’omicidio
sia stato commesso da un professionista, e la stampa sembra concordare, pur con un margine di dubbio. L’assassino ha sparato un solo colpo, ma la
pistola è una delle armi leggere più potenti al mondo.
Chiunque abbia conoscenze in materia sa quanto possa
essere devastante l’effetto di un unico colpo. Risulta che il proiettile è penetrato al centro della
schiena – tranciando la spina dorsale, devastando i
polmoni, lacerando la trachea e l’esofago – e ha lasciato
un foro di uscita abbastanza ampio da contenere un
cappello. La morte è stata istantanea, o è sopraggiunta entro pochi secondi. La pallottola non era
progettata per frammentarsi, ma era rotante e incamiciata,
in modo da poter perforare anche un eventuale
giubbotto antiproiettile.
L’assassino ha poi esploso un secondo colpo su Lisbeth Palme, moglie del primo ministro, ma
evidentemente non aveva lo scopo di ucciderla: l’avrebbe colpita alla spalla, se lei non si fosse voltata di scatto. Di conseguenza, la pallottola ha
trapassato una spallina del cappotto, provocando soltanto qualche ustione superficiale. Partendo da questi
fatti si possono avanzare congetture sulla
professionalità dell’assassino: certi ritengono che mirasse a uccidere, ma che essendo un dilettante abbia
commesso un errore dovuto all’agitazione; altri affermano che semmai questo dimostra che si tratta di un professionista e che il secondo colpo aveva
l’unico scopo di spaventare Lisbeth Palme affinché non lo inseguisse.
Dopo l’omicidio, l’assassino si è allontanato
lungo quello che sembrerebbe un «percorso di fuga ben
pianificato», prendendo la scalinata in fondo a Tunnelgatan e rendendo così impossibile l’inseguimento in auto.
Quelli che ho riportato finora sono fatti
concreti, in linea con la versione ufficiale della
polizia. È da qui che cominciano i problemi.
Diversi testimoni hanno fornito descrizioni
vaghe, spesso contraddittorie, dell’assassino. La più ricorrente, e dunque probabilmente la più
corretta, è questa: uomo bianco, fra i trenta e i
quarant’anni, statura media e spalle larghe, con un berretto
grigio più o meno della foggia di quello di Andy Capp
ma con lembi che si possono calare sulle orecchie, un
giaccone scuro lungo fino ai fianchi e pantaloni scuri.
Più di un testimone dice che portava un piccolo
borsello con cinghia, di quelli nei quali si tengono, per
esempio, soldi e passaporto.
Da una serie di testimonianze si evince quanto segue:
1. Lars, un uomo sui venticinque anni, ha
incrociato l’assassino in fondo a Tunnelgatan, ma senza
essere visto, perché i due sono passati ai lati opposti del gabbiotto di un cantiere. Lars ha esitato
per pochi preziosi secondi – meno di un minuto – dopodiché ha deciso di corrergli dietro. In quel momento non sapeva che la vittima era il primo ministro.
Si è lanciato su per gli ottantasei gradini, ma
quando è arrivato in cima alla scalinata dell’assassino
non c’era traccia. D’istinto, Lars ha proseguito
lungo David Bagares gata, dove dopo un quarto d’ora si
è imbattuto in…
2. … una coppia che veniva a piedi verso di lui.
Ha chiesto ai due se avessero visto un uomo che
correva via, e loro hanno confermato che sì, lo avevano visto mezzo minuto prima. Lars era stupito – ha poi raccontato – di non essere più riuscito
a scorgerlo, dato che l’uomo non aveva poi così
tanto vantaggio.
3. Una quarta testimone, di cui non compare il nome, ma che è nota come «Sara», ha segnalato un nuovo avvistamento l’indomani mattina. Sara, che ha ventidue anni ed è un’artista
specializzata in ritratti, intorno all’ora del delitto stava camminando lungo Smala gränd, a pochi passi da David Bagares gata. A metà del vicolo ha incrociato un uomo che corrisponde alla
descrizione dell’assassino. Sembrava di fretta, ma quando si è trovato alla sua altezza ha esitato per qualche secondo. Tornata a casa, Sara ha
acceso la radio, ha sentito la notizia dell’omicidio e l’ha subito collegata all’uomo che aveva
visto, e ha buttato giù un ritratto. Il suo disegno è
stato usato come base per l’identikit tracciato dalla polizia.
Questi quattro, scelti fra più di diecimila,
vengono ritenuti testimoni attendibili che hanno
riportato fatti incontrovertibili.
4. Un quinto testimone – reputato non
altrettanto affidabile – è un tassista che, mentre era fermo nella sua auto in Snickarbacken, ha visto una persona passare di corsa e saltare a bordo di una Passat verde, o blu, che a quanto pare lo aspettava. La
vettura è partita in fretta.
Snickarbacken è una traversa di Smala gränd, ed
è possibile che quanto riportato dal tassista
abbia qualche attinenza con il percorso dell’assassino.
Tuttavia, ci sono parecchi punti di domanda. L’uomo
afferma che l’evento si è verificato circa
dieci-quindici minuti dopo l’ora del delitto, ma per coprire quel
tragitto ne bastano tre o quattro. Inoltre, sbaglia il nome della traversa di
Snickarbacken: non cita Smala gränd, ma un’altra via. Ciononostante, la catena di prove fa pensare che l’assassino gli sia davvero passato accanto, e
la polizia è dell’opinione che il tassista si fosse
assopito, e che per questo abbia commesso un errore nel dare
indicazioni sull’orario. (Comunque sia, la sua testimonianza ha avuto come effetto la ricerca di una Passat verde o blu, soprattutto perché l’uomo ha
fornito un numero di targa parziale.)
I fatti appurati finora hanno indotto la polizia
a ipotizzare che ci troviamo di fronte a
un’esecuzione pianificata con meticolosità da più individui. Salvo
il fatto che gli inquirenti non hanno indicato, a
livello ufficiale, di quale tipo di gruppo o di persone
possa trattarsi.
Prima domanda insidiosa: Cosa sarebbe successo se il primo ministro non fosse tornato a casa a piedi, ma avesse preso la
metropolitana insieme al figlio, e dunque non fosse mai arrivato nel punto ideale per il delitto? Se ci fosse stata un’accurata pianificazione,
l’assassino si sarebbe visto costretto a rimandare
l’omicidio, a meno che altre auto per la fuga e/o diversi
complici non fossero stati previsti sin dall’inizio. Come dicevo, le dichiarazioni di alcuni
testimoni avvalorano quest’ultima tesi. (Da notare che
sono state messe in dubbio da inquirenti e
giornalisti, e che ben poche sembrano credibili.)
1. Un uomo che ha attraversato Tunnelgatan
all’ora dell’omicidio, ma nel senso opposto, dall’altro
lato di Sveavägen, ha incrociato due uomini di
mezz’età che si allontanavano di corsa dal luogo del
delitto.
2. Altre due persone confermano: parlano di due
uomini che svoltano in Drottninggatan e si separano.
3. Una quarta testimone racconta di un uomo che, uno o due minuti dopo, è arrivato di corsa in
Drottninggatan, sì è fermato di colpo e ha fatto un cenno a un’auto, che lo ha caricato ed è «partita a
tutta velocità».
È più o meno qui che l’indagine si arena. Certo,
si possono fare innumerevoli congetture, ma non c’è nulla di direttamente collegabile al crimine. Vicolo cieco. Punto.
La maggior parte dei summenzionati fatti è stata appurata nei primi 1-2 giorni (o minuti, addirittura) successivi al delitto. Dopodiché sono arrivati i mitomani con il classico «sono stato io», più un
certo numero di testimonianze di scarsa o nessuna
attendibilità e – ovviamente – le telefonate anonime. In genere dopo un attentato terroristico, perlomeno da parte della «sinistra», la rivendicazione dei mandanti arriva entro poche ore. Non in
questo caso.
Fra le organizzazioni che hanno tentato di
prendersi il merito del misfatto c’è di tutto, dal
commando Christian Klar al gruppo Holger Meins, dagli
ustascia a diverse formazioni destrorse e neonaziste.
Nessuna di queste rivendicazioni è da prendere
seriamente in considerazione.
Dalla notte del delitto, per vari giorni la
Svezia è stata una nazione sotto assedio: aeroporti
bloccati, rigorosissimi controlli alla frontiera,
traghetti e porti passati al setaccio. (Naturalmente questo genere di misure non serve a niente, dato che a un
omicidio ben pianificato segue una fuga altrettanto ben
pianificata.) Tre giorni dopo l’attentato, un poliziotto viene
fermato e sottoposto a interrogatorio, perché sospettato di essere implicato: un estremista di destra,
noto per andare in giro armato, e con un alibi
traballante. Ma lo rilasciano nel giro di due giorni, e la
polizia dichiara che non ha nulla a che vedere con il crimine.
Poi, dopo una decina di giorni dalla notte
dell’omicidio, un altro uomo viene posto in stato di fermo per presunta complicità. Si chiama Victor
Gunnarsson, trentadue anni, e risulta membro del Partito
Operaio Europeo (Europeiska Arbetarpartiet). Per quasi
ventiquattr’ore è sembrato profilarsi un ottimo scoop, soprattutto quando la polizia ha dichiarato
pubblicamente di aver trovato il colpevole. (Cambiando anche la formulazione delle accuse). Parecchi elementi puntavano contro di lui.
È uno squinternato estremista di destra,
documentatamente ossessionato dal primo ministro – in riferimento al quale ha più volte dichiarato che
«bisognerebbe sparargli» –, nonché noto per aver seguito Palme durante comizi e manifestazioni pubbliche. Si trovava nei dintorni, al momento dei fatti.
Secondo alcune fonti, era nello stesso cinema dov’era
entrato il primo ministro.
Lui non è in grado di fornire indicazioni
precise su dove si trovava, e ha mentito spudoratamente
alla polizia su diversi punti cruciali.
Possiede un berretto grigio e un giaccone simili
a quelli dell’assassino.
In quanto addetto alla sicurezza per diverse
agenzie private, è addestrato all’uso delle armi e sa
maneggiare un revolver.
Un testimone lo ha identificato come l’uomo che ha cercato di fermare un’auto per allontanarsi
dalla zona immediatamente dopo i colpi d’arma da
fuoco, in una traversa di Tunnelgatan.
È stato visto entrare in un cinema, circa dieci
o dodici minuti dopo lo sparo, quando il film era
cominciato già da mezz’ora.
È noto per avere legami con un gruppo non ancora identificato di estrema destra, religioso e
antisemita, con sede in California, dove ha anche trascorso
vari periodi.
Nel giro di ventiquattr’ore tutto l’interesse
della nazione si concentra sul Partito Operaio
Europeo, su cui io stesso ho scritto diversi articoli, e
pare finalmente che il caso si stia risolvendo.
Ma poi, poche ore prima dell’udienza per la
carcerazione, Gunnarsson viene rimesso in libertà. Perché? Be’, perché il testimone che l’aveva visto cercare di farsi dare un passaggio dopo il delitto
tutt’a un tratto non è più in grado di puntare il dito
contro di lui con una sicurezza del 100%.
La qual cosa ci porta alla data odierna: oggi la
polizia ha cancellato la quotidiana conferenza stampa,
non avendo nulla di nuovo da dichiarare. Vicolo
cieco. Riflessione: è possibilissimo che Gunnarsson
venga arrestato di nuovo; il giudice per le indagini
preliminari dice che non ci sono elementi contro di lui, ma che merita attenzione.
E questo è tutto, per ora. Certo, potrei
continuare con le congetture per altre duecento pagine –
come dicevo, su questa storia si scriveranno libri (forse
dovrei scriverne uno io) – ma non c’è poi molta
sostanza. Abbiamo un primo ministro morto e un assassino scomparso senza lasciare traccia.
Tra le varie ipotesi c’è quella di un nesso con
certi interessi sudafricani. La Commissione Palme, di
cui il primo ministro era un membro importante,
aveva avviato una campagna contro i trafficanti d’armi
che facevano affari con il regime dell’apartheid.
C’è anche la teoria del Pkk, il partito curdo
che negli ultimi due anni ha commesso almeno tre omicidi
politici in Svezia. Finora i bersagli erano «traditori»
all’interno dell’organizzazione stessa, ma un’idea diffusa
(e piuttosto razzista) vuole che il colpevole vada
cercato lì. Perché? Perché la sede del partito a
Stoccolma è in David Bagares gata, proprio dove l’assassino si
è volatilizzato. (Sorvoliamo sul fatto che questa teoria non tiene conto che bisognerebbe essere molto
stupidi per correre a nascondersi nel quartier generale dei
propri mandanti, a due minuti dal luogo del delitto).
Insomma, lo scenario è questo. Se accade
qualcosa di nuovo, posso telefonarvi, se volete un
resoconto, e potete sempre usare queste informazioni come materiale di base.
Accludo una foto di Gunnarsson, ma ricordate: il suo avvocato intende fare causa ai giornali
stranieri che dovessero pubblicarla (io sono tra quelli
che erano riusciti ad accaparrarsela in previsione dello
scoop – prima che lo rilasciassero).