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sabato 6 dicembre 2025

La tempesta di bugie - Antonio Cipriani

 

“Prevenire il collasso climatico significa proteggerci da una tempesta di bugie”. Lo scrive George Monbiot sul Guardian, tradotto da quell’indispensabile rivista che è Internazionale. Afferma il giornalista inglese: se si trattasse solo di una crisi climatica l’avremmo già risolta. Abbiamo soldi e tecnologie, mancano le scelte politiche. E mancano perché la crisi climatica si scontra con una quella epistemica. Non da oggi, da decenni viviamo una crisi di produzione e diffusione di conoscenze. La maggior parte delle persone non sanno niente di niente, non leggono, non si informano se non davanti alla tv o davanti allo schermo del telefonino, non identificano più i confini di ciò che è vero e ciò che è falso. Quindi non hanno elementi per porsi delle domande, per comprendere i propri diritti, per decifrare la vita che vivono.

Le persone abboccano a tutto perché vivono immerse in una gigantesca ed efficace struttura di persuasione; pura propaganda travestita da verità oggettiva, democrazia, libertà, diritti civili. Così chi si pone dubbi e studia qualcosa in più oltre le tabelline coglie in controluce un sistema efferato di ingiustizie. Eleganti, ben narrate, ma bugie di una tempesta che è appena cominciata.

La conoscenza pubblica mai come in questa fase storica è plasmata dal potere.

Scrive saggiamente Monbiot: “La promessa della democrazia era che la vita di tutti sarebbe migliorata con la diffusione della conoscenza: avremmo trasformato una maggior comprensione del mondo in progresso sociale. Per un po’ ci siamo riusciti. Ora però quell’epoca sembra avviarsi alla fine…”

E come mai? La domanda sorge spontanea. Come mai la nostra democrazia sembra un fantoccio in mano a interessi spietati? Come mai anche il diritto internazionale, fiore all’occhiello di una visione progressista del mondo, è bombardato?  Purché svanisce il senso morale che ci animava a vantaggio di un’indifferenza pavida? Perché mai le persone festeggiano i successi dei miliardari anche se vanno a intaccare il bene comune di tutti?

Una parte fondamentale della crisi epistemica proviene dal potentissimo e cinico sistema di informazioni? Su questo Polemos tante volte abbiamo a parlato della libertà di stampa padronale, salvando i buoni cronisti che sono la spina dorsale delle speranze residue… Quante volte abbiamo posto l’accento sui proprietari dei mezzi di informazione e di comunicazione di massa? Chi ha in mano il potere delle informazioni? Persone molto molto ricche o loro accoliti.

“Se la democrazia è il problema che il capitale cerca sempre di risolvere, la propaganda è parte della soluzione”, aggiunge, ineccepibile, Monbiot.

E la crisi epistemica è così declinata: la diffusione della conoscenza, aiutando a comprendere il mondo, è terreno fertile per la democrazia. Al potere che è forte, cavolo se è forte, la strada del progresso sociale non conviene, quindi meglio fare a pezzi tutto, a suon di ferocia e narrazioni tossiche, in bilico tra persuasione e propaganda.

Gli interessi di pochi stanno uccidendo il pianeta.

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giovedì 16 dicembre 2021

Fermiamo il capitalismo che sta uccidendo il pianeta - George Monbiot

 

C’è un mito sugli esseri umani che resiste a ogni evidenza, cioè che mettiamo sempre la nostra sopravvivenza al primo posto. Questo è vero ma per altre specie, che quando si trovano di fronte a una minaccia imminente, come l’inverno, investono grandi risorse per evitarla o sopportarla: migrando o andando in letargo, per esempio. Per gli esseri umani la questione è diversa.

Di fronte a una minaccia imminente o cronica, come il collasso climatico o ambientale, sembra che facciamo di tutto per compromettere la nostra sopravvivenza. Ci convinciamo che non è così grave, o addirittura che non sta succedendo niente. Raddoppiamo la distruzione, sostituendo le nostre auto ordinarie con dei suv, lanciandoci verso l’oblio con un lungo viaggio in volo, bruciando tutto quanto, in un ultimo accesso di frenesia. In fondo alla nostra testa c’è una vocina che ci sussurra: “Se la situazione fosse davvero così grave, qualcuno ci fermerebbe”.

Quando ci occupiamo di questi problemi, lo facciamo in modi meschini, simbolici, comicamente inadeguati alla gravità della nostra situazione. È impossibile ravvisare, nella nostra reazione a ciò che sappiamo, il primato del nostro istinto di sopravvivenza.

Reazione a catena
Sappiamo che le nostre vite dipendono totalmente da sistemi naturali complessi: l’atmosfera, le correnti oceaniche, il suolo, le reti biologiche del pianeta. Le persone che studiano i sistemi complessi hanno scoperto che questi si comportano in modi coerenti. Non importa se il sistema sia una rete bancaria, uno stato nazionale, una foresta pluviale o una calotta di ghiaccio dell’Antartide: il suo comportamento segue certe regole matematiche. In condizioni normali, il sistema si regola da solo, mantenendo uno stato di equilibrio. Può assorbire le pressioni fino a un certo punto. Ma poi improvvisamente si capovolge. Supera un momento critico e si stabilizza in un nuovo stato di equilibrio, che è spesso impossibile rovesciare.

La civiltà umana si basa sugli attuali stati di equilibrio. Ma in tutto il mondo vari sistemi fondamentali sembrano avvicinarsi ai loro punti critici. Se un sistema crolla, è probabile che trascini con sé gli altri, innescando un’ondata di caos a catena, nota come collasso ambientale sistemico. È quello che è successo durante le precedenti estinzioni di massa.

Ecco uno dei tanti modi in cui questo potrebbe succedere. Il Brasile centrale è coperto da una porzione di savana nota come Cerrado. La sua vegetazione dipende dalla formazione della rugiada, che a sua volta dipende da alberi con radici profonde che aspirano l’acqua di falda, rilasciandola poi nell’aria attraverso le foglie. Ma negli ultimi anni ampie zone del Cerrado sono state abbattute per piantare colture alimentari, soprattutto soia per nutrire i polli e i maiali del mondo. A mano a mano che gli alberi vengono abbattuti, l’aria diventa più secca. Questo significa che le piante più piccole muoiono, quindi circola ancora meno acqua. Insieme all’effetto del riscaldamento, secondo alcuni scienziati questo circolo vizioso potrebbe presto trasformare l’intero sistema in deserto.

Il Cerrado è la fonte di alcuni dei più grandi fiumi del Sudamerica, compresi quelli che scorrono a nord, nel bacino amazzonico. Diminuendo l’acqua che alimenta i fiumi, potrebbe aumentare anche lo stress di cui soffrono le foreste pluviali. Queste ultime sono vittime di una combinazione mortale di disboscamento, combustione e riscaldamento, e sono minacciate da un possibile collasso sistemico. Il Cerrado e la foresta pluviale creano entrambi dei “fiumi nel cielo”: flussi di aria umida che distribuiscono le precipitazioni in tutto il mondo. E che contribuiscono a dirigere la circolazione globale, cioè il movimento dell’aria e delle correnti oceaniche.

La circolazione globale appare già vulnerabile. Per fare un esempio, il cosiddetto Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica (Amoc), che porta il calore dai tropici verso i poli, è messo in difficoltà dallo scioglimento dei ghiacci artici e ha cominciato ad affievolirsi. Senza di esso, il Regno Unito avrebbe un clima simile a quello della Siberia.

L’Amoc ha due stati di equilibrio: acceso e spento. È stato acceso per quasi 12mila anni, dopo un devastante stato di spegnimento millenario chiamato Dryas recente (tra i 12.900 e gli 11.700 anni fa), che ha causato una spirale globale di cambiamento ambientale. Tutto quello che conosciamo e amiamo dipende dal fatto che l’Amoc rimanga acceso.

Un riflesso inconscio
Indipendentemente dal sistema complesso che si prende in esame, c’è un modo per capire se ci si sta avvicinando a un punto critico. Ed è quando questo comincia a scricchiolare. Più si avvicina alla sua soglia critica, più le sue fluttuazioni sono incontrollate. Quest’anno abbiamo assistito a molti scricchiolii, con i sistemi terrestri che cominciano a rompersi. Cupole di calore sulla costa occidentale del Nordamerica; enormi incendi nella stessa regione, in Siberia e in tutto il Mediterraneo; inondazioni letali in Germania, Belgio, Cina, Sierra Leone. Sono tutti segnali che, in codice morse climatico, significano mayday, aiuto.

Ci si potrebbe aspettare che una specie intelligente risponda a questi segnali in modo rapido e definitivo, modificando radicalmente la sua relazione con il mondo vivente. Ma non è così che funzioniamo. La nostra grande intelligenza, la nostra coscienza altamente evoluta che una volta ci ha portato così lontano, ora lavora contro di noi.

Un’analisi del gruppo Albert, che si occupa di sostenibilità dei mezzi d’informazione, ha rilevato che la parola “torta” è stata menzionata dieci volte più spesso di “cambiamento climatico” nei programmi televisivi del Regno Unito del 2020. “Uovo alla scozzese” ha ricevuto il doppio delle menzioni di “biodiversità”. Banana bread ha battuto “energia eolica” ed “energia solare” messe insieme.

Riconosco che i mezzi d’informazione non sono la società, e che i canali tv hanno interesse a promuovere il banana bread e i circhi. Ma ho il sospetto che, di tutti i modi in cui potremmo misurare i nostri progressi nel prevenire il collasso ambientale sistemico, il rapporto torta-clima sia un indice decisivo.

Questo rapporto riflette un deciso interesse nei confronti di quanto è irrilevante, anche se siamo davanti a una catastrofe globale. Basta sintonizzarsi su una stazione radio, a qualsiasi ora, per ascoltare questa frenetica distrazione all’opera. Mentre in tutto il mondo infuriano gli incendi, le inondazioni spazzano via le auto dalle strade e le coltivazioni si seccano, assistiamo al dibattito sull’opportunità di mettersi i calzini in piedi o seduti o a una discussione sui taglieri di salumi per cani. Non sto facendo esempi a caso: mi sono davvero imbattuto in questi discorsi mentre passavo da un canale all’altro nei giorni del disastro climatico. Se accendessimo la radio mentre un asteroide si sta dirigendo verso la Terra, probabilmente sentiremmo frasi come: “L’argomento caldo di oggi è: qual è la cosa più divertente che ti sia mai capitata mentre mangiavi un kebab?”. È così che il mondo finisce: non con un botto ma con uno scambio di battute frivole.

Di fronte a crisi di dimensioni senza precedenti, i nostri cervelli vengono riempiti di un insistente chiacchiericcio. La banalizzazione della vita pubblica crea un circolo vizioso: diventa socialmente impossibile parlare d’altro. Non sto dicendo che dovremmo parlare solo dell’imminente catastrofe. Non sono contrario alle battute frivole. Ma sono contrario a un mondo fatto solo di battute frivole.

La maggior parte delle notizie politiche non contiene altro che pettegolezzi di corte. Evitano attentamente tutto quello che c’è sotto: il denaro sporco, la corruzione, l’allontanamento del potere dalla sfera democratica e il collasso ambientale alle porte che rende insensate queste ossessioni.

Sono sicuro che non sia un fatto voluto. Credo che nessuno, di fronte alla prospettiva di un collasso ambientale sistemico, si dica: “Presto, cambiamo argomento e parliamo di taglieri di salumi per cani”. È un riflesso inconscio che ci dice più di noi stessi di quanto non facciano le nostre azioni coscienti. Le chiacchiere alla radio arrivano attutite come i segnali lontani di una stella morente.

Perdere di vista il problema
Ci sono alcune specie di tricottero la cui sopravvivenza dipende dalla capacità di perforare la pellicola superficiale dell’acqua di un fiume. La femmina penetra all’interno di essa – un’impresa non da poco per una creatura così piccola e delicata – poi nuota lungo la colonna d’acqua per deporre le uova nel letto del fiume. Se non riesce a perforare la superficie, non può chiudere il cerchio della vita, e la sua progenie è destinata a morire con lei.

La storia degli esseri umani è la stessa. Se non riusciremo a perforare la superficie vitrea della disattenzione e a entrare in relazione intima con quello che giace sotto di essa, non assicureremo la sopravvivenza dei nostri figli né, forse, della nostra specie. Tuttavia non sembriamo disposti a perforare questa pellicola superficiale. Penso a questa strana condizione come alla nostra “tensione superficiale”, cioè la tensione tra ciò che sappiamo della crisi a cui siamo confrontati e la frivolezza con cui ne prendiamo le distanze.

La tensione superficiale la fa da padrona anche quando sosteniamo che ci stiamo occupando della distruzione dei sistemi che rendono possibile la nostra vita. Ci concentriamo su quelle che io chiamo “microstronzate consumistiche”: piccole questioni come le cannucce di plastica o i bicchieri di caffè, invece che sulle poderose forze strutturali che ci stanno portando alla catastrofe. Siamo ossessionati dai sacchetti di plastica. Crediamo di fare un favore al mondo comprando borse di stoffa anche se in realtà, secondo una stima, l’impatto ambientale della produzione di una borsa di cotone organico equivale a quello di ventimila sacchetti di plastica.

Siamo giustamente inorriditi dall’immagine di un cavalluccio marino con la coda avvolta intorno a un cotton fioc, ma a quanto pare l’eliminazione di interi ecosistemi marini da parte dell’industria della pesca ci lascia indifferenti. Emettiamo suoni di disapprovazione e scuotiamo la testa, ma continuiamo a mangiare in un modo che devasta la vita dei mari.

L’azienda Soletair Power ha ricevuto un’ampia copertura sui mezzi d’informazione dopo aver affermato di “combattere il cambiamento climatico” catturando l’anidride carbonica esalata dai suoi dipendenti. Ma la sua macchina aspira carbonio – una torre di acciaio elettronica con grande impatto sull’ambiente – aspira appena un chilogrammo di anidride carbonica ogni otto ore. Nello stesso periodo l’umanità produce, soprattutto bruciando combustibili fossili, circa 32 miliardi di chili di anidride carbonica.

Non credo che la nostra attenzione alle soluzioni microscopiche sia accidentale, anche se è inconsapevole. Siamo tutti bravi a usare le cose buone che facciamo per oscurare quelle cattive. I ricchi possono convincersi di essere diventati ecologici perché riciclano, e nel frattempo dimenticano di avere una seconda casa (probabilmente il più stravagante di tutti i loro assalti al mondo vivente poiché, per ospitare la famiglia che hanno costretto a spostarsi, dovrà essere costruita un’altra casa). E ho il sospetto che, in qualche profondo anfratto del cervello, ci convinciamo che, se le nostre soluzioni sono così piccole, allora il problema non può essere così grande.

Non sto dicendo che le piccole cose non contano, ma solo che la loro importanza non dovrebbe andare a detrimento delle cose che contano di più. Ogni piccolo gesto conta. Ma non per molto.

Istinto di obbedienza
La nostra attenzione alle microstronzate consumistiche finisce per allinearsi con gli obiettivi delle grandi aziende. Il tentativo deliberato d’impedirci di vedere il quadro generale cominciò nel 1953 con una campagna chiamata “Keep America beautiful” (Mantieni bella l’America). Fu creata dai produttori di imballaggi, motivati dai profitti che potevano ottenere sostituendo i contenitori riutilizzabili con la plastica monouso. Volevano, più di tutto, distruggere le leggi statali in base a cui le bottiglie di vetro venivano restituite e riusate. “Keep America beautiful” spostò la colpa dello tsunami di rifiuti di plastica dai produttori ai litter bug cioè le persone che buttano immondizie per terra. La locuzione nacque proprio in quel contesto.

La campagna “Love where you live” (Ama il posto in cui vivi), lanciata nel Regno Unito nel 2011 da Keep Britain Tidy, dall’Imperial tobacco, da McDonald’s e dal produttore di dolci Wrigley, ha svolto un ruolo simile. Ha avuto l’ulteriore vantaggio – vista la sua forte presenza nelle aule scolastiche – di garantire l’esposizione dell’Imperial Tobacco ai bambini delle scuole.

L’attenzione delle grandi aziende ai rifiuti, amplificata dai mezzi d’informazione, distorce la nostra visione di tutte le questioni ambientali. Per esempio, da un recente sondaggio sulle percezioni della popolazione a proposito dell’inquinamento dei fiumi è emerso che i rifiuti e la plastica erano di gran lunga la causa principale evocata dagli intervistati. In realtà la fonte più grande di inquinamento dell’acqua è l’agricoltura, seguita dalle fognature. I rifiuti sono in fondo alla classifica. Il problema non è che la plastica non sia importante. Il problema è che sembra essere l’unica storia che conosciamo.

Nel 2004 la compagnia pubblicitaria Ogilvy & Mather, lavorando per il gigante petrolifero Bp, fece un ulteriore passo avanti in questo scaricabarile, inventando l’impronta di carbonio personale. Si trattava di un’innovazione utile, ma aveva anche l’effetto di dirottare la pressione politica, dai produttori di combustibili fossili ai consumatori. Le aziende petrolifere non si sono fermate lì. L’esempio più estremo che ho visto è stato un discorso del 2019 dell’amministratore delegato della compagnia petrolifera Shell, Ben van Beurden, che ci invitava a “mangiare cibi di stagione e a riciclare di più”, rimproverando pubblicamente il suo autista per aver comprato un cestino di fragole a gennaio.

La grande transizione politica degli ultimi cinquant’anni, alimentata dal marketing aziendale, è consistita in uno spostamento dall’affrontare i nostri problemi collettivamente all’affrontarli individualmente. In altre parole, ci ha trasformato da cittadini in consumatori. Non è difficile capire perché siamo stati portati su questa strada. Come cittadini che si uniscono per chiedere un cambiamento politico, abbiamo un potere. Come consumatori, siamo quasi impotenti.

Nel suo libro Vita e destino Vasilij Grossman scrive che, quando Stalin e Hitler erano al potere, “uno dei tratti umani più sorprendenti che vennero alla luce in quel periodo fu l’obbedienza”. L’istinto di obbedienza, osserva, era più forte di quello di sopravvivenza. Agire da soli, vedersi come consumatori, fissarsi sulle microstronzate consumistiche e su inezie che ci intontiscono, anche quando il collasso ambientale sistemico incombe: sono forme di obbedienza.

Preferiremmo affrontare la morte della civiltà che l’imbarazzo sociale causato dal sollevare argomenti scomodi, e le difficoltà politiche connesse al resistere a forze potenti. Il riflesso dell’obbedienza è il nostro più grande difetto, la particolarità del cervello umano che minaccia di più le nostre vite.

Una parola tabù
Cosa vediamo se rompiamo la tensione superficiale? La prima cosa che abbiamo di fronte, che emerge dalle profondità, dovrebbe spaventarci quasi a morte. Si chiama crescita. La crescita economica è universalmente accolta come una cosa buona. I governi misurano il loro successo sulla loro capacità di realizzarla.

Ma pensate per un momento a cosa significa. Immaginiamo per esempio di raggiungere il modesto obiettivo, promosso da organismi come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, del 3 per cento di crescita globale all’anno. Questo significa che tutta l’attività economica che vedete oggi – e buona parte dell’impatto ambientale che genera – raddoppia in 24 anni, cioè entro il 2045. Poi raddoppia di nuovo entro il 2069. Poi ancora entro il 2093. È come la maledizione Gemino di Harry Potter e i doni della morte, che moltiplica il tesoro nella camera blindata di Bellatrix Lestrange fino a minacciare di schiacciare Harry e i suoi amici e di ucciderli. Tutte le crisi che cerchiamo di evitare oggi diventano due volte più difficili da affrontare quando l’attività economica globale raddoppia, e poi raddoppia ancora, e così via.

Abbiamo già toccato il fondo? Assolutamente no. La maledizione Gemino è il risultato di una cosa che difficilmente osiamo menzionare. Come una volta era blasfemo usare il nome di Dio, così oggi in società la sola parola capitalismo è un tabù.

La maggior parte delle persone fatica a definire il sistema che domina le nostre vite. Ma se li metti sotto pressione, è probabile che borbottino qualcosa sul duro lavoro e l’impresa, sul comprare e sul vendere. È proprio così che i beneficiari del sistema vogliono che sia compreso il nostro mondo. In realtà le grandi fortune accumulate in un sistema capitalistico sono ottenute attraverso il saccheggio, il monopolio e l’accaparramento degli affitti, seguito dall’eredità.

Una stima suggerisce che nell’arco di duecento anni gli inglesi sottrassero all’India 45 trilioni di dollari, considerando i valori odierni. Usarono quel denaro per finanziare l’industrializzazione in patria e la colonizzazione di altre nazioni, la cui ricchezza è stata poi saccheggiata a sua volta.

Il saccheggio avviene non solo attraverso i confini geografici, ma anche attraverso il tempo. L’apparente salute delle nostre economie oggi dipende dalla confisca delle ricchezze naturali alle generazioni future. Questo è quello che stanno facendo le compagnie petrolifere, cercando di distrarci con microstronzate consumistiche e dall’impronta carbonio. Il furto ai danni del futuro è il motore della crescita economica. Il capitalismo, che appare così ragionevole quando viene spiegato da un economista istituzionale, in termini ecologici non è altro che una truffa piramidale.

È questo il cuore della questione? No. Il capitalismo è solo un mezzo con cui si persegue qualcosa di ancora più grande: la ricchezza.

Trasferimento di responsabilità
Non ha molta importanza quanto si pensi di essere ecologici. La causa principale del tuo impatto ambientale non è il tuo atteggiamento né il tuo modo di consumare né le scelte che fai. È il tuo denaro. Se hai un surplus di denaro, lo spendi. Può convincerti di essere un grande consumatore ecologico, ma in realtà sei solo un grande consumatore. Questo è il motivo per cui gli impatti ambientali delle persone ricchissime, per quanto possano essere consapevoli, sono infinitamente maggiori di quelli di tutti gli altri.

Per evitare che il riscaldamento globale aumenti di più di 1,5 gradi centigradi occorre che le nostre emissioni medie non superino le due tonnellate di anidride carbonica per persona all’anno. Ma l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale produce in media più di settanta tonnellate. Bill Gates, secondo una stima, produce quasi 7.500 tonnellate di diossido di carbonio, soprattutto perché vola con i suoi jet privati. Dalla stessa stima emerge che Roman Abramovič produce quasi 34mila tonnellate, in gran parte attraverso il suo gigantesco yacht.

Anche se le molte case degli straricchi fossero dotate di pannelli solari, se le loro potenti automobili fossero elettriche, se i loro aerei privati funzionassero a cherosene verde, la differenza dell’impatto complessivo del loro consumo sarebbe quasi identica. In alcuni casi, sarebbe maggiore. Il passaggio ai biocarburanti favorito da Bill Gates è oggi tra le maggiori cause di distruzione dell’habitat naturale, poiché le foreste sono abbattute per produrre pellet e combustibili liquidi, e i terreni sono distrutti per produrre biometano.
Ma più importante dell’impatto diretto degli straricchi è il potere politico e culturale con cui questi rendono impossibile un cambiamento reale. Il loro potere culturale si basa su una favola ipnotica. Il capitalismo ci persuade che siamo tutti in attesa di diventare milionari. È questo il motivo per cui lo tolleriamo. La verità è che alcune persone sono estremamente ricche perché altre sono estremamente povere: la ricchezza di massa dipende dallo sfruttamento. E se diventassimo tutti milionari, distruggeremmo il pianeta in un batter d’occhio. Ma la favola della ricchezza universale, che un giorno arriverà, assicura la nostra obbedienza.

La dura verità è che, per evitare la catastrofe climatica ed ecologica, dobbiamo livellare tutto verso il basso. Dobbiamo perseguire quello che la filosofa belga Ingrid Robeyns chiama “limitarismo”. Proprio come esiste una soglia di povertà al di sotto della quale nessuno dovrebbe cadere, esiste una soglia di ricchezza al di sopra della quale nessuno dovrebbe salire. Abbiamo bisogno non di tasse sul carbonio, ma sulla ricchezza. Non dovrebbe sorprenderci che la ExxonMobil sia a favore di una tassa sulle emissioni. Si concentra solo su un aspetto di una crisi ambientale dalle molteplici facce e trasferisce la responsabilità dai principali colpevoli a tutti noi. Inoltre può essere altamente regressiva, il che significa che i poveri pagano più dei ricchi.

Le tasse sulla ricchezza, invece, colpiscono al cuore della questione. Dovrebbero essere abbastanza alte da spezzare la spirale dell’accumulazione e ridistribuire le ricchezze accumulate da pochi. Potrebbero essere usate per metterci su un binario completamente diverso, che io chiamo “autosufficienza privata, lusso pubblico”. Se è chiaro che non c’è abbastanza spazio ecologico o anche fisico sulla Terra perché tutti possano godere del lusso privato, è vero che ce n’è abbastanza per dare a tutti un lusso pubblico: magnifici parchi, ospedali, piscine, gallerie d’arte, campi da tennis, sistemi di trasporto, campi da gioco e centri per la socializzazione. Ognuno di noi dovrebbe avere i suoi piccoli territori – l’autosufficienza privata – ed essere in grado, quando vuole allargarsi, di farlo senza sottrarre risorse ad altre persone.

Acconsentendo alla continua distruzione dei nostri sistemi che rendono possibile la vita, accontentiamo i desideri degli straricchi e delle potenti aziende che loro controllano. Rimanendo intrappolati nella pellicola superficiale, assorbiti nella frivolezza e nelle microstronzate consumistiche, li autorizziamo ad agire per conto della società.

Resisteremo solo se smetteremo di acconsentire. Gli attivisti democratici del diciannovesimo secolo lo sapevano. Le suffragette lo sapevano. Gandhi lo sapeva. Martin Luther King lo sapeva. Anche i manifestanti per l’ambiente che chiedono un cambiamento di sistema hanno afferrato questa verità fondamentale. All’interno di Fridays for future, di Green new deal rising, di Extinction rebellion e delle altre rivolte globali contro il collasso ambientale vediamo persone, perlopiù giovani, che rifiutano di acconsentire. È la lezione più importante della storia: la nostra sopravvivenza dipende dalla disobbedienza.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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lunedì 15 novembre 2021

Estinguere la ricchezza estrema: è l’unico modo per evitare il collasso climatico - George Monbiot

 

Assecondare i ricchi ci ha messo in questo pasticcio. La correlazione tra ricchezza e comportamento inquinante non potrebbe essere più chiara

La maggior parte delle nostre disfunzioni sono causate dall’assecondare i ricchi. Il modo in cui i governi hanno permesso che la democrazia fosse erosa dai lobbisti (compresi i politici con interessi privati ​​lucrativi); la deregolamentazione che consente a corporazioni, oligarchi e proprietari terrieri di spremere i loro lavoratori e inquilini, per poi scaricare i loro costi sulla società; l’ambiente permissivo per il profitto durante la pandemia; il degrado della sanità, dell’istruzione e di altri servizi pubblici a causa della spinta costante verso la privatizzazione: tutti questi sono sintomi della stessa condizione.
Lo stesso vale per la peggiore delle nostre difficoltà: la distruzione dei nostri sistemi di supporto vitale. I ricchissimi si arrogano la parte del leone nello spazio planetario da cui tutti dipendiamo. È difficile capire perché tolleriamo questo attacco ai nostri interessi comuni.


L’1% più ricco della popolazione mondiale (quelli che guadagnano più di $ 172.000 all’anno) produce il 15% delle emissioni mondiali di carbonio: il doppio dell’impatto combinato del 50% più povero. In media, emettono oltre 70 tonnellate di anidride carbonica a persona ogni anno, 30 volte di più di quanto possiamo permetterci di rilasciare se non vogliamo superare 1,5°C di riscaldamento globale. Mentre le emissioni delle classi medie mondiali sono previste in forte calo nel prossimo decennio, grazie alla generale decarbonizzazione delle nostre economie, la quantità prodotta dai più ricchi difficilmente diminuirà del tutto: in altre parole, saranno responsabili di un una quota ancora maggiore della CO2 totale. Diventare buoni cittadini globali significherebbe ridurre il loro consumo di carbonio in media del 97%.
Anche se il 90% della popolazione non producesse affatto carbonio, le emissioni previste del 10% più ricco (quelli che guadagnano più di $ 55.000) nei prossimi nove anni utilizzerebbero quasi l’intero budget globale. La disparità nell’impatto ambientale rispecchia la disuguaglianza di una nazione. Non c’è da stupirsi che le persone benestanti delle nazioni ricche siano così desiderose di cercare di scaricare la colpa sulla Cina o sui tassi di natalità di altre persone: a volte sembra che proveranno di tutto prima di occuparsi dei propri effetti.


Una recente analisi degli stili di vita di 20 miliardari ha scoperto che ciascuno ha prodotto una media di oltre 8.000 tonnellate di anidride carbonica: 3.500 volte la loro quota equa in un mondo impegnato a non più di 1,5°C di riscaldamento. Le cause principali sono i loro jet e yacht. Un superyacht da solo, tenuto in standby permanente, come lo sono alcune barche di miliardari, genera circa 7.000 tonnellate di CO2 all’anno.
Bill Gates, che si è posizionato come un campione del clima, non possiede uno yacht. Anche così, ha un’impronta stimata 3000 volte più grande di quella del buon cittadino globale, in gran parte grazie alla sua collezione di jet ed elicotteri. Afferma di “comprare carburante verde per l’aviazione”, ma non esiste una cosa del genere. I biocarburanti per i jet, se ampiamente utilizzati, innescherebbero una catastrofe ambientale, poiché è necessario così tanto materiale vegetale per alimentare un singolo volo. Ciò significa che le colture o le piantagioni devono sostituire la produzione alimentare o gli ecosistemi selvaggi. Al momento non sono disponibili altri carburanti “verdi” per l’aviazione.
Gates cerca di risolvere tali conflitti acquistando compensazioni di carbonio. Ma tutte le opportunità disponibili per assorbire l’anidride carbonica dall’atmosfera sono ora necessarie per ridurre l’impatto dell’umanità nel suo insieme. Perché dovrebbero essere catturati da coloro che vogliono continuare a vivere come imperatori?
Ci viene spesso detto dai frequent flyer che dovremmo trascurare gli impatti climatici dell’aviazione, poiché ammontano a “solo una piccola percentuale”. Ma l’unico motivo per cui rimangono relativamente bassi è che il volo è altamente concentrato. Il volo rappresenta la maggior parte delle emissioni di gas serra dei super ricchi, motivo per cui l’1% più ricco genera circa la metà delle emissioni dell’aviazione mondiale. Se tutti vivessero come vivono, l’aviazione sarebbe la più grande di tutte le cause del crollo climatico.
Ma la loro avidità di carbonio non conosce limiti: alcuni dei super-ricchi ora sperano di viaggiare nello spazio, il che significa che ciascuno di loro produrrebbe tanta anidride carbonica in 10 minuti quanta ne emettono 30 umani medi in un anno. I ricchissimi pretendono di essere creatori di ricchezza. Ma in termini ecologici, non creano ricchezza. Lo prendono da tutti gli altri.


Un sacco di soldi ora compra tutto: anche l’accesso agli incontri che dovrebbero affrontare queste disfunzioni. Secondo alcuni, Cop26 è il più esclusivo di tutti i vertici sul clima. I delegati delle nazioni povere sono stati ostacolati da una crudele combinazione di requisiti per i visti bizantini, promesse non mantenute di rendere disponibili i vaccini Covid e costi folli degli alloggi, grazie ai fallimenti del governo nel limitare i prezzi locali o nel rendere disponibili le camere. Anche quando i delegati delle nazioni più povere riescono a scalare questi muri, spesso si trovano esclusi dalle aree di negoziazione, e quindi incapaci di influenzare i colloqui.
Al contrario, è stato concesso l’accesso a più di 500 lobbisti dei combustibili fossili, più delle delegazioni combinate di otto nazioni che sono già state devastate dalla crisi climatica: Pakistan, Bangladesh, Filippine, Mozambico, Myanmar, Haiti, Puerto Rico e le Bahamas. I colpevoli vengono ascoltati, le vittime escluse.


C’è un assioma spesso citato, la cui paternità è oscura: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Parte del motivo è che il capitalismo stesso è difficile da immaginare. La maggior parte delle persone fa fatica a definirlo e i suoi sostenitori sono generalmente riusciti a mascherare la sua vera natura. Cominciamo quindi immaginando qualcosa di più facile da comprendere: la fine della ricchezza concentrata. La nostra sopravvivenza dipende da questo.
Sono arrivato a credere che la più importante di tutte le misure ambientali siano le tasse sul patrimonio. Prevenire il collasso ambientale sistemico significa portare all’estinzione la ricchezza estrema. Non è l’umanità nel suo insieme che il pianeta non può permettersi. È l’ultra-ricco.


George Monbiot è un editorialista del Guardian

Traduzione a cura di Assopace Palestina

 

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sabato 23 maggio 2020

I governi non devono aiutare le industrie che inquinano - George Monbiot




“Non rianimare”. Quest’ordine dovrebbe valere per l’industria del petrolio e quella automobilistica, e per le compagnie aeree. Naturalmente i governi dovrebbero garantire sussidi ai lavoratori di queste aziende, ma nel frattempo dovrebbero rimodellare l’economia per creare nuovi posti di lavoro in settori diversi. Dovrebbero sostenere solo quelle attività economiche che possono contribuire alla salvezza dell’umanità e delle altre specie viventi.
Gli stati potrebbero rilevare le attività inquinanti e indirizzarle verso tecnologie pulite, o mantenere una promessa che spesso fanno (ma in realtà non vogliono veder realizzata): lasciare che sia il mercato a decidere. Cioè, lasciare che quelle attività falliscano.
È la seconda, grande occasione che abbiamo per creare un futuro diverso. E potrebbe essere l’ultima. La prima, nel 2008, è stata clamorosamente sprecata. All’epoca furono spese grandi quantità di denaro pubblico per rimettere in piedi la vecchia economia inquinante, garantendo allo stesso tempo che la ricchezza rimanesse concentrata nelle mani di pochi. Oggi molti governi sembrano pronti a ripetere lo stesso, catastrofico errore.
Il “libero mercato” è sempre stato il prodotto delle scelte dei governi. Se le leggi sulla concorrenza sono deboli, pochi giganti sopravvivono mentre tutti gli altri affondano. Se le industrie sporche devono rispettare normative ferree, quelle pulite possono prosperare. Altrimenti ne approfitta chi trova delle scappatoie.
Nei paesi capitalisti raramente le imprese private sono state così dipendenti dalle politiche pubbliche come in questo momento. Molte grandi industrie hanno bisogno dell’aiuto dello stato per sopravvivere. I governi tengono in pugno l’industria petrolifera – che si ritrova con centinaia di milioni di barili di greggio invendibili – esattamente come tenevano in pugno le banche nel 2008. All’epoca gli stati non riuscirono a sfruttare quel potere per mettere fine alle pratiche finanziarie socialmente dannose e per rifondare il settore mettendo in primo piano le reali necessità delle persone. A quanto pare oggi stanno facendo lo stesso.
La Banca d’Inghilterra ha deciso di rilevare il debito di compagnie petrolifere come la Bp, la Shell e la Total. Il governo britannico ha concesso a EasyJet un prestito da 600 milioni di sterline anche se poche settimane prima la compagnia aveva distribuito dividendi per 171 milioni di sterline: il profitto è privatizzato, il debito è socializzato. Negli Stati Uniti il primo piano di aiuti approvato prevede 25 miliardi di dollari per le compagnie aeree, e in generale un’intensa attività di estrazione di petrolio per creare riserve strategiche, la cancellazione delle leggi contro l’inquinamento e l’esclusione delle rinnovabili. Diversi paesi europei stanno cercando di salvare i produttori di auto e di aerei.
Dobbiamo diffidare dei governi quando dicono di agire in nome del popolo. Un recente sondaggio condotto da Ipsos in 14 paesi indica che in media il 65 per cento della popolazione vorrebbe che il cambiamento climatico fosse una priorità per i piani di ripresa economica. Gli elettori di tutto il mondo cercano di convincere i governi ad agire nell’interesse dei cittadini, non delle multinazionali e dei miliardari che li finanziano e gli fanno pressioni. La sfida democratica è rompere i legami tra i politici e i settori economici che dovrebbero regolamentare o, in questo caso, semplicemente chiudere. Anche quando i politici ci provano, i loro sforzi sono spesso deboli e ingenui.
La lettera con cui un gruppo di parlamentari britannici ha chiesto al governo di salvare le compagnie aeree solo se “faranno di più per risolvere l’emergenza climatica” potrebbe essere stata scritta nel 1990. I viaggi in aereo sono intrinsecamente inquinanti. Non esistono misure realistiche che possano avere un effetto significativo, neanche a medio termine. Sappiamo che il sistema di compensazione delle emissioni di gas serra è completamente inutile: ogni settore economico deve ridurre il più possibile le emissioni, non ha senso trasferire questo peso da una parte all’altra. L’unica riforma accettabile si basa sul taglio dei voli aerei, e qualsiasi tentativo che impedisca un ridimensionamento di questo settore compromette la possibilità di limitarne l’impatto ambientale.
La crisi attuale mostra che c’è ancora molto da fare per allontanarci da una traiettoria disastrosa. Nonostante gli enormi cambiamenti nelle nostre vite, quest’anno le emissioni globali di anidride carbonica si ridurranno di appena il 5,5 per cento. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, per avere una minima possibilità di scongiurare un aumento della temperatura globale superiore a 1,5 gradi dovremmo ridurre le emissioni del 7,6 per cento all’anno per i prossimi dieci anni. In un certo senso il lockdown ha messo in evidenza il limite dell’impegno individuale. Viaggiare meno aiuta, ma non basta. Per ottenere i necessari tagli alle emissioni è indispensabile un cambiamento strutturale. Questo significa creare una politica industriale completamente nuova, ideata e portata avanti dai governi. Paesi come il Regno Unito dovrebbero cancellare i piani per la costruzione di nuove strade. Anziché ampliare gli aeroporti, bisognerebbe ridurre il numero di slot (intervalli di tempo assegnati alle compagnie aeree) per gli atterraggi. Più in generale, servirebbero politiche concrete per fermare l’estrazione di combustibili fossili.
Ripensare la mobilità
Durante la pandemia molti hanno scoperto quanto siano superflui alcuni spostamenti. I governi possono partire da questa nuova consapevolezza e investire negli spazi pedonali e ciclabili, oltre che nei trasporti pubblici, quando non sarà più necessario mantenere le distanze. Questo significa marciapiedi più ampi, piste ciclabili migliori e sistemi di trasporto pensati per le persone, non per generare profitti. Bisognerebbe investire nelle energie pulite e ancora di più nella riduzione della domanda di energia, per esempio puntando sull’efficienza energetica delle case. La pandemia ha messo in luce la necessità di una migliore progettazione urbanistica, che riduca gli spazi dedicati alle auto e moltiplichi quelli per gli esseri umani. Inoltre ha messo in evidenza che le economie liberalizzate e con una scarsa pressione fiscale non sono in grado di garantire quel tipo di sicurezza di cui abbiamo bisogno ora.
Dobbiamo creare quella cosa che molti chiedevano a gran voce anche prima del disastro sanitario: un new deal verde. Ma, per favore, smettetela di descriverlo come un pacchetto di incentivi. Nell’ultimo secolo abbiamo incentivato fin troppo i consumi, ed è proprio per questo che viviamo una catastrofe ambientale. Chiamiamolo pacchetto di sopravvivenza, e facciamo in modo che l’obiettivo sia garantire redditi, distribuire ricchezza ed evitare il disastro, abbandonando l’ossessione della crescita economica perpetua.
Salviamo le persone, non le multinazionali. Salviamo le creature viventi, non i loro carnefici. Abbiamo una seconda occasione: non sprechiamola.

(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale


sabato 2 novembre 2019

Come i demagoghi prosperano eccitando la nostra furia - George Monbiot



Questa è la spirale mortale della democrazia? Stiamo cadendo, in questo e in altri paesi, in un ciclo letale di furia e reazione che blocca il conversare ragionato da cui dipende la vita civica?
In ogni età ci sono stati imbonitori politici che hanno usato l’aggressione, le bugie e lo sdegno per affossare gli argomenti ragionati. Ma solo negli anni Trenta ci sono riusciti in tanti. Trump, Johnson, Narendra Modi, Jair Bolsonaro, Scott Morrison, Rodrigo Duterte, Nicolas Maduro, Viktor Orban e molti altri hanno scoperto che l’era digitale offre ricchi raccolti. La rabbia e l’incomprensione generate dai media sociali, esacerbate da fabbriche di troll, bot e pubblicità politica finanziata nascostamente, si riversano sulla vita reale.
Oggi politici e commentatori parlano un linguaggio di violenza che era impensabile alcuni anni fa. In Gran Bretagna Boris Johnson irride la memoria della parlamentare assassinata Jo Cox. Nigel Farage, parlando di dipendenti pubblici, promette che “una volta realizzata la Brexit useremo il coltello con loro”. Brendan O’Neill direttore della rivista Spiked, che ha ricevuto finanziamenti dai fratelli Koch, ha dichiarato alla BBC che dovrebbero esserci disordini per il ritardo della Brexit. Devono sapere tutti, particolarmente in vista delle minacce e aggressioni subite da parlamentari donne, che il linguaggio violento autorizza la violenza. Ma queste affermazioni sembrano perfettamente sintonizzate per scatenare aggressioni irrazionali.
Certamente gli elettori devono oggi risvegliarsi da questo incubo, deporre quelli che hanno fabbricato la nostra crisi e ripristinare la politica pacifica, razionale da cui dipende la nostra sicurezza? Purtroppo potrebbe non essere così semplice.
Diverse branche affascinanti delle neuroscienze e della psicologia suggeriscono che le minacce e lo stress nella vita pubblica hanno probabilità di autoperpetuarsi. Più ci sentiamo minacciati, più le nostre menti sono sovrastate da riflessi involontari e reazioni irrazionali.
Il più strano di questi effetti è descritto dai neuroscienziati Stephen Porges e Gregory Lewis.  Essi dimostrano che quanto ci sentiamo minacciati non possiamo letteralmente ascoltare voci calme, colloquiali. Quanto ci sentiamo sicuri i muscoli dell’orecchio medio si contraggono, con un effetto simile alla tensione della pelle di un tamburo. Questo esclude suoni di sfondo e ci consente di sintonizzarci sulle frequenze utilizzate dal normale parlare umano.
Ma quando ci sentiamo minacciati sono i rumori profondi dello sfondo che abbiamo bisogno di sentire. Nell’era evolutiva erano questi suoni (ruggiti, urla, il calpestio delle zampe o il rombo degli zoccoli, il tuono, il rumore di una piena in un fiume) che presagivano il pericolo. Così i muscoli dell’orecchio medio si rilassano, escludendo le frequenze della conversazione. Nel contesto politico se ci urlano addosso le voci moderatrici sono, fisicamente, escluse. Tutti devono urlare per essere sentiti, aumentando il livello dello stress e della minaccia.
Quando ci sentiamo particolarmente minacciati si innesca una reazione di lotta o fuga che sopraffà la nostra capacità di ragionare, un fenomeno che alcuni psicologi chiamano sequestro dell’amigdala. L’amigdala si trova alla base del cervello e canalizza forti segnali emotivi che possono scavalcare la corteccia prefrontale, impedendoci di prendere decisioni razionali. Scattiamo irrazionalmente, dicendo cose stupide che poi scatenano il sequestro dell’amigdala in altre persone. E’ più o meno così che funzionano i media sociali.
Tutto questo è esacerbato dal modo frenetico e ottuso in cui cerchiamo un posto sicuro quando ci sentiamo insicuri.  La sicurezza è ciò che gli psicologi chiamano un classico “valore di ammanco”, la cui importanza per noi si intensifica quando sentiamo di essere deficitari, escludendo altri valori. Questo consente alle stesse persone che ci rendono insicuri di presentarsi come “uomini forti” (sempre, in realtà, gli uomini più deboli immaginabili) cui possiamo rivolgersi per rifugio dal caos da essi creato. In modo inquietante, un sondaggio della Hansard Society di aprile ha rivelato che il 54 per cento degli intervistati oggi concorda con l’affermazione “la Gran Bretagna ha bisogno di un governante forte disposto a infrangere le regole”, mentre solo il 23 per cento dissente.
Io sospetto che i demagoghi – o i loro consiglieri – sappiano quel che stanno facendo. Istintivamente o esplicitamente capiscono in modi irrazionali in cui reagiamo alle minacce e sanno che, per vincere, devono impedirci di pensare. Perché Johnson risulta volere così intensamente una Brexit senza accordo? Forse perché essa genera lo stress e la minaccia da cui dipende il suo successo. Se non spezziamo questa spirale, essa potrebbe trascinarci davvero in un luogo scurissimo.
Dunque, che cosa fare? Come, in particolare, discutere situazioni realmente allarmanti, come la Brexit o la crisi climatica, senza scatenare reazioni da minaccia? La prima cosa che ci dice la scienza è questa: trattiamo tutti con rispetto. La cosa più stupida che verosimilmente si può fare, se si vuole salvare la democrazia, è trattare gli avversari da stupidi.
Non facciamoci mai attirare in una gara di urli, per quanto offensiva possa essere l’altra persona. Non facciamoci distrarre da tentativi di produrre indignazione: riportiamo la conversazione all’argomento che vogliamo discutere. Dovremmo emulare la forza calma con la quale Greta Thunberg reagisce all’onda di marea delle malignità che subisce: “Come potete aver notato, gli odiatori sono più attivi che mai, attaccandomi per il mio aspetto, i miei vestiti, il mio comportamento e le mie differenze… Ma non sprecate il vostro tempo riservando loro una qualsiasi attenzione”.
Dopo aver studiato i successi o i fallimenti di altri movimenti politici, Extinction Rebellion ha sviluppato un protocollo per l’attivismo che pare un modello di buona psicologia politica. Utilizza l’umorismo per deviare l’aggressione, distribuisce opuscoli che spiegano l’iniziativa e si scusano per il disturbo, addestra attivista a resistere alle provocazioni e conduce seminari sul disinnesco, insegnando alle persone a trasformare potenziali scontri in dialoghi razionali. Sollecita il “rispetto attivo” nei confronti di chiunque, compresa la polizia.
Organizzando assemblee popolari cerca di creare uno spazio civico nel quale altre voci possano essere udite. Come segnala un altro documento di Stephen Porges, il neuroscienziato il cui lavoro ha fatto tanto per spiegare i nostri riflessi, i nostri cervelli non ci consentono di provare compassione per altri fino a quando non ci sentiamo al sicuro. Creare spazi calmi nei quali esplorare le nostre differenze è un passo essenziale verso la ricostruzione della vita democratica.
Tutto questo può sembra buonsenso. Lo è. Ma capire come funzionano le nostre menti ci aiuta a comprendere quando stanno operando inconsciamente a favore dei demagoghi. Spezzare la spirale significa ripristinare lo stato mentale che ci consente di pensare.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo  www.znetitaly.org
Fonte:  https://zcomm.org/znetarticle/demagogues-thrive-by-whipping-up-our-fury/