La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
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venerdì 24 agosto 2018
martedì 20 marzo 2018
Sedici Paesi hanno bombardato la Siria - Fulvio Scaglione
Ricorre proprio in questi giorni il settimo anniversario dall’inizio
della guerra in Siria, che un vero e “ufficiale” inizio non ebbe mai ma
che, per convenzione, si ritiene cominciata in un qualche momento degli scontri
che nel Sud del Paese, e in particolare nella città di Dar’a, scoppiarono tra
manifestanti ed esercito e videro già impegnate le prime formazioni islamiste
armate.
È il momento giusto, allora, per ricordare alcuni dati che di solito vengono trascurati e illuminano la natura dello sconvolgente massacro siriano che, da Ghouta ad Afrin non conosce sosta e ha già falciato quasi mezzo milione di vite.
Una realtà cui troppo poco si pensa è questa: sono ben sedici i Paesi stranieri che hanno condotto bombardamenti e incursioni aeree sul territorio della Siria. Ecco l’elenco, in ordine di volume di fuoco impegnato: Usa, Russia, Francia, Regno Unito, Turchia, Israele, Australia, Canada, Danimarca, Olanda, Belgio, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco.
Già il numero delle nazioni che si sono accanite su questa terra tormentata dovrebbe farci mettere da parte il cumulo di fandonie sull’esportazione della democrazia e la lotta per la libertà. In Siria si combatte quella terza guerra mondiale a pezzetti di cui ha parlato papa Francesco e si replica lo scontro tra due fronti che è esploso un po’ ovunque, dall’Ucraina all’Iran alle attuali tensioni “spionistiche” tra Londra e Mosca. E che viene molto efficacemente rappresentato dalla progressiva militarizzazione della Casa Bianca, dove il controllo del potere reale è passato ai militari (sono ex generali il capo dello staff, il consigliere per la sicurezza nazionale, il presidente degli Stati maggiori riuniti e il ministro della Difesa, ed è un ex militare ed ex industriale dell’aerospazio anche il nuovo segretario di Stato) e ai loro finanziatori, gli esponenti del complesso militar-industriale, un settore che da solo vale più del 10% del Pil americano.
Se poi andiamo nello specifico, e incrociamo le cronache di questi anni con i dati raccolti da Airwars, l’Ong inglese formata da ex militari e giornalisti specializzati in questioni militari, che costantemente analizza le operazioni aeree condotte sulla Siria, scopriamo altre realtà che ci aiutano a giudicare.
È il momento giusto, allora, per ricordare alcuni dati che di solito vengono trascurati e illuminano la natura dello sconvolgente massacro siriano che, da Ghouta ad Afrin non conosce sosta e ha già falciato quasi mezzo milione di vite.
Una realtà cui troppo poco si pensa è questa: sono ben sedici i Paesi stranieri che hanno condotto bombardamenti e incursioni aeree sul territorio della Siria. Ecco l’elenco, in ordine di volume di fuoco impegnato: Usa, Russia, Francia, Regno Unito, Turchia, Israele, Australia, Canada, Danimarca, Olanda, Belgio, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco.
Già il numero delle nazioni che si sono accanite su questa terra tormentata dovrebbe farci mettere da parte il cumulo di fandonie sull’esportazione della democrazia e la lotta per la libertà. In Siria si combatte quella terza guerra mondiale a pezzetti di cui ha parlato papa Francesco e si replica lo scontro tra due fronti che è esploso un po’ ovunque, dall’Ucraina all’Iran alle attuali tensioni “spionistiche” tra Londra e Mosca. E che viene molto efficacemente rappresentato dalla progressiva militarizzazione della Casa Bianca, dove il controllo del potere reale è passato ai militari (sono ex generali il capo dello staff, il consigliere per la sicurezza nazionale, il presidente degli Stati maggiori riuniti e il ministro della Difesa, ed è un ex militare ed ex industriale dell’aerospazio anche il nuovo segretario di Stato) e ai loro finanziatori, gli esponenti del complesso militar-industriale, un settore che da solo vale più del 10% del Pil americano.
Se poi andiamo nello specifico, e incrociamo le cronache di questi anni con i dati raccolti da Airwars, l’Ong inglese formata da ex militari e giornalisti specializzati in questioni militari, che costantemente analizza le operazioni aeree condotte sulla Siria, scopriamo altre realtà che ci aiutano a giudicare.
Per esempio: nessuna delle 16 nazioni che hanno condotto raid aerei sul
territorio della Siria è innocente rispetto alla morte dei civili. Nessuna. Non
a caso Ian Overtone, direttore di Action on Armed Violence, organizzazione indipendente che
studia gli effetti dei conflitti, dice: “Le incursioni aeree, per quanto
precise e mirate siano, quando sono condotte sui centri abitati sono terribili
per i civili. Finché gli Stati cercheranno di distruggere gruppi terroristici
colpendoli dal cielo, i civili saranno quelli che soffriranno di più”.
Poi, naturalmente, ci sono le proporzioni. All’aviazione russa vengono addebitate circa 11mila vittime civili. Ma agli Usa, delle cui azioni si parla assai meno, almeno altre 7 mila, con un significativo incremento da quando James Mattis, l’ex generale dei marine che è ministro della Difesa con Donald Trump, ha lanciato la “tattica di annientamento”, basata sull’idea di infliggere il maggior numero possibile di perdite al nemico. I velivoli americani hanno sganciato più di 21 mila ordigni sulla sola Raqqa.
Al terzo posto, per impegno aereo sulla Siria, viene la Francia, che fu il primo Paese ad affiancarsi agli Usa nel 2014 ed è stato anche il primo a mandare una portaerei, la “Charles de Gaulle”, nell’area delle operazioni. Il suo ruolo, però, viene ultimamente insidiato dal Regno Unito che, dopo una partenza “lenta”, ha di molto incrementato l’impegno sul fronte siriano, con droni e cacciabombardieri.
Poi ci sono, ovviamente, Israele e Turchia. Le forze aeree dello Stato ebraico hanno condotto più di 100 missioni militari sulla Siria e quel che sta facendo la Turchia è sotto gli occhi del mondo, con l’accerchiamento di Afrin e la decimazione dei combattenti e dei civili curdi. Molto attivi, in proporzione al ruolo, anche Australia e Canada. Quest’ultimo, in particolare, ha condotto quasi 1.500 missioni sui cieli siriani fino a quando, nel febbraio 2016, i suoi jet sono stati ritirati come aveva promesso in campagna elettorale Justin Trudeau, poi diventato primo ministro.
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania e Marocco sono stati attivi in Siria soprattutto nei primi tempi, poi hanno preferito orientare i loro mezzi verso la guerra nello Yemen. E merita una segnalazione il caso della Danimarca. I suoi sette cacciabombardieri F-16, dispiegati in Medio Oriente su richiesta degli Usa, hanno smesso di operare in Siria nel dicembre 2016 dopo aver condotto 550 missioni. Il ritiro è stato causato dalle forti polemiche scoppiate perché, invece di colpire i miliziani dell’Isis, gli aerei danesi aveva colpito gruppi di miliziani schierati con Bashar al-Assad. Involontariamente, dissero i comandi.
Ci vuole molta fantasia per sostenere che uno schieramento di questo genere ha dovuto spendere quattro anni per liquidare l’Isis. E ancor più fantasia occorre per credere che tutti questi Paesi siano andati in Siria a combattere per il bene dei siriani. L’unica cosa straordinaria, a questo punto, è che esista ancora una cosa che è possibile chiamare Siria. Ma certo non è merito nostro.
Poi, naturalmente, ci sono le proporzioni. All’aviazione russa vengono addebitate circa 11mila vittime civili. Ma agli Usa, delle cui azioni si parla assai meno, almeno altre 7 mila, con un significativo incremento da quando James Mattis, l’ex generale dei marine che è ministro della Difesa con Donald Trump, ha lanciato la “tattica di annientamento”, basata sull’idea di infliggere il maggior numero possibile di perdite al nemico. I velivoli americani hanno sganciato più di 21 mila ordigni sulla sola Raqqa.
Al terzo posto, per impegno aereo sulla Siria, viene la Francia, che fu il primo Paese ad affiancarsi agli Usa nel 2014 ed è stato anche il primo a mandare una portaerei, la “Charles de Gaulle”, nell’area delle operazioni. Il suo ruolo, però, viene ultimamente insidiato dal Regno Unito che, dopo una partenza “lenta”, ha di molto incrementato l’impegno sul fronte siriano, con droni e cacciabombardieri.
Poi ci sono, ovviamente, Israele e Turchia. Le forze aeree dello Stato ebraico hanno condotto più di 100 missioni militari sulla Siria e quel che sta facendo la Turchia è sotto gli occhi del mondo, con l’accerchiamento di Afrin e la decimazione dei combattenti e dei civili curdi. Molto attivi, in proporzione al ruolo, anche Australia e Canada. Quest’ultimo, in particolare, ha condotto quasi 1.500 missioni sui cieli siriani fino a quando, nel febbraio 2016, i suoi jet sono stati ritirati come aveva promesso in campagna elettorale Justin Trudeau, poi diventato primo ministro.
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania e Marocco sono stati attivi in Siria soprattutto nei primi tempi, poi hanno preferito orientare i loro mezzi verso la guerra nello Yemen. E merita una segnalazione il caso della Danimarca. I suoi sette cacciabombardieri F-16, dispiegati in Medio Oriente su richiesta degli Usa, hanno smesso di operare in Siria nel dicembre 2016 dopo aver condotto 550 missioni. Il ritiro è stato causato dalle forti polemiche scoppiate perché, invece di colpire i miliziani dell’Isis, gli aerei danesi aveva colpito gruppi di miliziani schierati con Bashar al-Assad. Involontariamente, dissero i comandi.
Ci vuole molta fantasia per sostenere che uno schieramento di questo genere ha dovuto spendere quattro anni per liquidare l’Isis. E ancor più fantasia occorre per credere che tutti questi Paesi siano andati in Siria a combattere per il bene dei siriani. L’unica cosa straordinaria, a questo punto, è che esista ancora una cosa che è possibile chiamare Siria. Ma certo non è merito nostro.
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sabato 19 agosto 2017
Quando l’umanitario lo fa il capitale - Paola Somma
1. La feroce determinazione con cui si colpisce chi cerca di salvare vite
umane mentre si lascia carta bianca alle multinazionali che si
stanno spartendo la “risorsa rifugiato” sono due aspetti non
disgiunti, ma complementari, dello stesso disegno di appropriazione del pianeta
e di riduzione in schiavitù della maggioranza dei suoi abitanti perseguito
dalle istituzioni finanziarie e dai governi che ai loro dettami ubbidiscono. Un
disegno nel quale la crescente collaborazione tra il settore pubblico e le grandi imprese coinvolte nelle così dette “partnership per
i rifugiati” ha un ruolo non irrilevante.
Più che dalla abusata motivazione che gli stati
nazionali non hanno denaro e quindi devono collaborare con i privati ricchi di
risorse ed esperienza manageriale, la diffusione di tali
iniziative è frutto di una scelta strategica delle imprese.Molte,
infatti, hanno capito che firmare un assegno o farsi un selfie con un rifugiato
per migliorare l’immagine della ditta sono gesti che rendono poco
rispetto ai profitti che si possono
ricavare diversificando gli investimenti e destinando una quota di capitale
alla filiera filantropica e hanno deciso di adottare linguaggio e metodi
del capitale di ventura per conquistare il mercato dei beni e servizi per
rifugiati.
Tale approccio è apertamente condiviso ai più alti
livelli delle pubbliche istituzioni, come dimostrano, ad esempio, le
dichiarazioni rilasciate durante il Summit per il rifugiato del settembre 2016
e la contemporanea iniziativa dell’allora presidente degli Stati Uniti Obama,
che ha lanciato un call for action per
spronare il settore privato a impegnarsi per “risolvere la crisi” dei
rifugiati. All’appello hanno risposto con entusiasmo oltre 50 corporations, da Google a Airbnb, da Western Union a
Linkedin, oltre che Goldman Sachs e JPMorgan.
Anche l’UNHCR, l’alto commissariato delle nazioni
unite per i rifugiati, ha avviato una serie di compartecipazioni con grandi
imprese mondiali. Uno dei primi accordi è stato siglato con IKEA, le cui
iniziative, abilmente propagandate da campagne pubblicitarie, hanno suscitato
il plauso unanime dei commentatori. In particolare Better
shelter, un ricovero prefabbricato di semplice montaggio, ha avuto
numerosi riconoscimenti. Nel 2016 è stato
premiato come miglior oggetto di design dal museo di design di Londra e un suo
esemplare è esposto al Moma di New York. UNHCR ne ha installati 5000 in varie
parti del mondo: Iraq, Gibuti, Niger, Serbia, Grecia. Pressoché sotto silenzio,
invece, è passata la notizia che IKEA ha dovuto ritirare dal mercato 10000
scatole di Better Shelter, già acquistate da UNHCR, dopo che la città di Zurigo
si è rifiutata di usare le casette perché non soddisfano le norme antincendio
svizzere.
Per Heggenes, amministratore delegato della IKEA
foundation, ha ammesso che sapevano che il prodotto “non è
adatto a tutti i climi” e che ora lo stanno ridisegnando.
Comunque, sono soddisfatti perché è stata una esperienza istruttiva dalla quale
hanno imparato molto. Quando il business incontra le Nazioni unite, ha
aggiunto, ci sono sempre dei problemi… abbiamo bisogno di tempo di capirci… «noi non siamo organizzazioni umanitarie, noi investiamo. Ma
cerchiamo un ritorno sociale e non solo finanziario».
E la ricerca del ritorno sociale è l’obiettivo
dichiarato del più recente progetto che IKEA sta mettendo a punto per far lavorare i rifugiati in Giordania, uno dei paesi
confinanti con la Siria dove Banca mondiale, Stati Uniti, Unione Europea e Gran
Bretagna sono a caccia di occasioni di investimento.
2. Il piano di Ikea è di creare una linea di tappeti ed altri
manufatti tessili da far produrre dai siriani dei campi. Le
prime 200 postazioni dovrebbero essere pronte entro pochi mesi, ma l’ambizione
è di creare, entro 10 anni, 200 mila posti di lavoro in
varie località.
Rispetto a better shelter, si tratta indubbiamente di
un programma diverso, nel quale il valore aggiunto non deriva tanto dalla merce
prodotta ma dal lavoratore, secondo la logica sintetizzata dallo slogan “rifugiato come opportunità” ed ampiamente illustrata
in un rapporto di un consulente della Unione Europea dal titolo inequivocabile:
il lavoro del rifugiato, un investimento umanitario che genera dividendi (Philippe Legrain, The
refugee work, an humanitarian investment that yelds economic dividends,
2016).
Anche la scelta di cominciare dal campo profughi di
Zaatari non è irrilevante. Creato nel 2012, il campo è ormai, per
dimensione, la quarta città della Giordania e secondo gli
esperti internazionali non solo è destinato a permanere nel tempo, ma
rappresenta il modello di città del futuro. Ed in effetti, se
si tiene conto che la Banca mondiale ha concesso fondi alla Giordania perché
riformi il mercato del lavoro, che l’Unione Europea ha negoziato la
qualifica di “mercato preferenziale” per le merci
prodotte in 18 zone industriali dove almeno il 15% degli occupati sono
immigrati e che gli Stati Uniti hanno firmato un trattato di
libero scambio commerciale con la Giordania, il futuro della città/deposito di
esseri umani a disposizione degli investitori sembra garantito. Come ha
spiegato il sottosegretario al commercio degli Stati Uniti, accompagnando una
decina di rappresentanti di grandi imprese, tra le quali Microsoft, Master
card, Coca cola e Pepsi cola a visitare il campo, «non vi portiamo in gita a
Zaatari per farvi parlare con dei disgraziati, ma perché cogliate l’opportunità
commerciale connessa all’impegno per una causa umanitaria».
3. In questo fervore di iniziative benefiche poco si dice a proposito delle
condizioni di lavoro, ed anche immani disastri, come
l’incendio di un capannone o il crollo di un edificio, vengono rapidamente
archiviati e le ditte continuano a profittare dei nuovi schiavi.
Quando nel 2015 l’organizzazione britannica Business and Human Rights Resource
Centre ha distribuito un questionario alle grandi firme del tessile operanti in
Turchia, solo H&M e Next hanno ammesso di aver scoperto che nelle fabbriche
dei loro fornitori erano impiegati bambini siriani. Le altre hanno risposto in
termini evasivi o non hanno nemmeno risposto.
In un momento in cui le organizzazioni senza
scopo di lucro vengono trattate come criminali, non dovrebbe essere difficile
pretendere trasparenza su questo punto da Ikea, che legalmente, cioè
fiscalmente, è una onlus. Ikea foundation, infatti, non è una
società per azioni ma una charity, con sede in
Olanda, controllata dall’azienda olandese Ingka holding a sua volta posseduta
da una fondazione non profit e paga le tasse con aliquota del 3,5%. La
fondazione è una delle più grandi non profit al mondo ed
ha un patrimonio che supera i 35 miliardi di dollari. Come
recita un famoso aforisma di Henry David Thoreau «la bontà è l’unico
investimento che non fallisce mai».
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