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venerdì 13 febbraio 2026

“Blocco navale? No, fumo negli occhi”. Il giurista sul ddl del governo: “Inutile e contrario alla Convenzione ONU”

 

Il disegno di legge che ha ricevuto l’ok del governo in Consiglio dei ministri contiene anche norme per impedire l’ingresso di navi nelle acque territoriali italiane. “E’ inutile e per lo più illegittimo secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”, spiega senza incertezze Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare. Ma andiamo con ordine. Ecco cosa dice il testo sul tavolo del Cdm: “Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Interno”. Dove sta la novità? Fin qui non ce ne sono. Anzi, “l’articolo 19 della Convenzione Onu sul diritto del mare, che è legge dello Stato perché l’Italia l’ha ratificata, elenca già tassativamente i casi in cui il passaggio di una nave può essere considerato “non inoffensivo” e dunque lo Stato può ostacolarlo”, spiega il giurista. “Ma lo Stato non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali”.

In base alla Convenzione (art. 17) a nessuna nave può essere impedito il passaggio nelle acque territoriali finché è “inoffensivo“, compresa la sosta quando comporta, ad esempio, l’assistenza a persone in pericolo. L’articolo 19 dice che “il passaggio è inoffensivo fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”. Il passaggio è invece pregiudizievole quando, nel mare territoriale, la nave è impegnata in attività come l’uso della forza, spionaggio, propaganda, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate, inquinamento grave o interferenze con comunicazioni e impianti. Ma torniamo al ddl del governo, che di minacce gravi ne prevede quattro: “il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale”; “la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”; “le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale”; “gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”. Casi in cui il governo può disporre l’interdizione per un massimo di “trenta giorni, prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi“.

Secondo Cataldi, a parte il rischio terrorismo già perfettamente contemplato dalla Convenzione, il resto sarebbe illegittimo secondo la norma ONU. Che, tra l’altro, va applicata secondo proporzionalità e necessità: “Senza stabilire una discriminazione di diritto o di fatto tra le navi straniere”. Quanto alle minacce ipotizzate dal governo, per le “emergenze sanitarie” Cataldi osserva che bisognerebbe adottare identici provvedimenti per aeroporti e confini terrestri, “altrimenti è discriminazione”. Per gli “eventi internazionali di alto livello” parla di “ipotesi ridicola, assolutamente incompatibile con la Convenzione”. Infine, nel caso della “pressione migratoria eccezionale”, Cataldi ritiene “impossibile negare il passaggio inoffensivo” soprattutto se si tratta di navi che hanno soccorso naufraghi in un’operazione SAR (search and rescue) e chiedono il noto porto sicuro (place of safety). “Queste hanno sempre il diritto di entrare in acque internazionali“, spiega, chiarendo che tale ingresso non equivale a decidere autonomamente dello sbarco. Di più: “Non si può determinare a priori che per un mese tutte le navi delle Ong siano pericolose: la minaccia deve essere specifica e provata per la singola imbarcazione, e la presenza di persone salvate in mare non costituisce di per sé una minaccia”.

A proposito di Ong, il ddl del governo aggiunge che “i migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione possono essere condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese”. Ipotesi che però non avrebbe nulla a che fare col passaggio in acque internazionali regolato dalla Convenzione Onu. Nel coordinare un’operazione di soccorso, l’Italia potrebbe decidere di assegnare – illegittimamente secondo Cataldi, che cita le convenzioni internazionali in materia – un porto lontano, anche in un altro Paese. Nondimeno, “l’imbarcazione ha sempre il diritto di entrare nelle acque territoriali in base al diritto internazionale. E in caso di emergenza anche di entrare in porto, come ribadito in diverse sentenze, come quella del caso di Carola Rakete”. Ancora: “L’obbligo di soccorso prevale sulle norme interne relative all’immigrazione: i naufraghi non possono essere considerati migranti illegali nel momento in cui la nave comunica l’emergenza e richiede un “place of safety””, ricorda Cataldi. Peraltro, aggiunge, “sono tutte cose già viste e superate ai tempi in cui a tentare soluzioni identiche fu Matteo Salvini col decreto Sicurezza bis (decreto-legge n. 53/2019), sempre in virtù della pressione migratoria”. Il decreto fu poi modificato dal governo Conte II che ricondusse la norma ai soli casi conformi alla norme internazionali. Che, è bene ricordarlo, secondo l’articolo 117 della Costituzione rappresentano un limite invalicabile per la legislazione nazionale.

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domenica 7 dicembre 2025

Una conferenza denuncia i crimini coloniali e chiede verità, giustizia e risarcimenti - Marco Santopadre

 

Domenica e lunedì decine di delegazioni hanno partecipato nella capitale algerina ai lavori della “Conferenza internazionale sui crimini del colonialismo in Africa”.

La conferenza si è tenuta sulla base di una risoluzione, adottata a febbraio dall’Unione Africana, che chiede giustizia e meccanismi riparatori che consentano ai paesi coinvolti di poter affrontare le durature conseguenze politiche, economiche e sociali del dominio coloniale europeo. Uno degli obiettivi espliciti dell’iniziativa è stato quello di elaborare una posizione africana unitaria sulla questione dei risarcimenti e di inserire il colonialismo nella lista dei “crimini contro l’umanità” riconosciuti dal diritto internazionale.

Infatti mentre la schiavitù, la tortura e l’apartheid sono esplicitamente menzionati dalle convenzioni internazionali, neanche la Carta delle Nazioni Unite, che pure condannando l’occupazione di territori altrui, fa alcun riferimento specifico al colonialismo.

 

Molti paesi africani sostengono che questa lacuna giuridica abbia contribuito a proteggere le ex potenze coloniali anche secoli di furto di di risorse, lavoro forzato, espropriazione territoriale e sottomissione politica continuano a condizionare fortemente la condizione economico e sociale del continente africano. Secondo alcuni economisti, il costo complessivo dello sfruttamento coloniale dell’Africa ammonterebbe a varie migliaia di miliardi di dollari.

Inoltre le richieste di risarcimento includono anche la restituzione di beni archeologici, culturali e storici confiscati durante l’epoca coloniale e ancora conservati nei musei europei.

Il messaggio centrale diffuso dalla Conferenza di Algeri è che l’Africa non intende chiudere il capitolo della dominazione coloniale senza attivare un percorso internazionale fondato su una memoria condivisa, sul riconoscimento dei crimini commessi dalle potenze coloniali e sulla riparazione.

La Dichiarazione di Algeri
Questi intenti sono stati riassunti nella “
Dichiarazione di Algeri” adottata dalla Conferenza al termine dei lavori e che sarà sottoposta all’esame e all’approvazione dell’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana convocata nel febbraio 2026.

La Dichiarazione ha chiesto la proclamazione del 30 novembre come “Giornata africana di omaggio ai martiri e alle vittime della tratta transatlantica degli schiavi, della colonizzazione e dell’apartheid”, sulla base di una proposta avanzata dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune.

Il testo invita esplicitamente le ex potenze coloniali ad «assumersi pienamente le proprie responsabilità storiche attraverso il riconoscimento pubblico ed esplicito delle ingiustizie commesse», raccomandando «la creazione di archivi digitali panafricani, la revisione dei programmi educativi e la creazione di memoriali, musei e giornate commemorative».

I partecipanti hanno raccomandato l’istituzione, da parte degli stati membri dell’Unione Africana, di “Commissioni nazionali per la verità e le riparazioni”, oltre a sostenere «l’istituzione e il rafforzamento di meccanismi legali a livello nazionale, regionale, continentale e internazionale volti a istituzionalizzare la criminalizzazione del colonialismo nel diritto internazionale attraverso la documentazione, l’accesso e la restituzione completa degli archivi, e a garantire sia la responsabilità legale per i crimini coloniali sia le loro conseguenze durature».

La Dichiarazione sostiene inoltre «la creazione di un Comitato panafricano sulla memoria e la verità storica, che avrà il compito di armonizzare gli approcci storici, supervisionare la raccolta degli archivi, coordinare i centri di ricerca africani e produrre analisi e raccomandazioni per il continente».

I firmatari sottolineato da questo punto di vista «l’urgente necessità di riformare i sistemi educativi africani per integrare pienamente la storia precoloniale, coloniale e postcoloniale e per dotare le giovani generazioni di una coscienza storica informata».

Risarcimento ambientale
Gli estensori del documento hanno anche affermato «la necessità di stabilire una valutazione continentale dell’impatto ecologico e climatico del colonialismo e delle esigenze di riabilitazione dei territori colpiti da test nucleari, chimici e industriali», sostenendo «l’istituzione di una Piattaforma africana per la giustizia ambientale, incaricata di identificare le aree colpite, valutare i danni, supportare gli Stati interessati e formulare raccomandazioni continentali per la riabilitazione e il risarcimento».

«Esortiamo gli stati storicamente responsabili dei danni ambientali che hanno causato il cambiamento climatico, in particolare le ex potenze coloniali, ad assumersi la propria responsabilità morale e politica, invitandoli a fornire supporto finanziario, tecnologico e istituzionale agli sforzi di adattamento e mitigazione del continente» recita un passaggio della Dichiarazione.

L’Africa nel mondo multipolare
Per quanto riguarda le ricadute economiche, la Dichiarazione di Algeri sottolinea «l’importanza di intraprendere un audit continentale degli impatti economici del colonialismo al fine di sviluppare una strategia di riparazione basata sulla giustizia che comprenda, tra le altre cose, il risarcimento per la ricchezza saccheggiata, la cancellazione del debito e un equo finanziamento dello sviluppo».

Il documento sottolinea inoltre la necessità di riformare la governance economica globale per smantellare l’eredità coloniale radicata nelle istituzioni finanziarie internazionali e nei regimi commerciali.

A tale scopo, i partecipanti hanno chiesto «la revisione dell’architettura finanziaria internazionale, compreso un effettivo riequilibrio del potere decisionale all’interno del FMI, della Banca Mondiale, delle banche regionali di sviluppo e degli organismi di regolamentazione economica globale, consentendo ai paesi africani di definire liberamente le proprie politiche di sviluppo, accedere ai finanziamenti a costi equi e partecipare pienamente alle decisioni che plasmano l’economia globale».

La Conferenza e la richiesta di congrui risarcimenti da parte delle ex potenze coloniali europee – Portogallo, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Italia, Germania – si inseriscono in un contesto geopolitico nel quale i paesi africani tentano di sfruttare le nuove sponde economiche e diplomatiche offerte dalle potenze emergenti attive nel continente – Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi – per poter rafforzare la propria posizione nelle trattative in corso con l’Unione Europea.

All’interno di uno scenario già multipolare segnato da una feroce competizione tra le diverse potenze, la memoria storica e la richiesta di un risarcimento per i saccheggi e le violenze inflitte ai popoli del continente costituiscono un potenziale strumento per riequilibrare rapporti asimmetrici con i paesi europei.

Il protagonismo dell’Algeria
A fare gli onori di casa è stato il Ministro degli Esteri algerino, Ahmed Attaf, che nel corso del suo intervento nella sessione inaugurale ha spiegato che le sofferenze inflitte dalla Francia al suo paese durante l’occupazione coloniale, mai del tutto riconosciute da Parigi, hanno spinto Algeri ad ospitare la conferenza.

Dal 1954 al 1962 l’Algeria affrontò infatti una delle più sanguinose guerre anticoloniali di tutto il continente prima di poter ottenere l’indipendenza; il conflitto causò centinaia di migliaia di vittime e le forze di occupazione francesi, sostenute da milizie formate da coloni, si resero responsabili di eccidi, rapimenti e torture.

Secondo Attaf, il risarcimento dovuto dai paesi colonizzatori dovrebbe essere considerato un obbligo legale e non un gesto di magnanimità. L’Africa «ha il diritto di esigere il riconoscimento ufficiale ed esplicito dei crimini commessi contro i suoi popoli durante il periodo coloniale» che continuano ad imporre «un prezzo pesante in termini di esclusione, emarginazione ed arretratezza».
«Il colonialismo non è una macchina pensante, né un corpo dotato di ragione; è violenza allo stato naturale» ha detto il dirigente algerino citando Frantz Fanon».

Attaf non ha mancato di ricordare che il periodo coloniale ha lasciato dietro di sé enormi strascichi e conflitti, citando il caso del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola parzialmente occupata dal Marocco negli anni ’70, come un dossier di decolonizzazione irrisolto.

Sono sempre più numerosi i paesi occidentali ma anche africani che stanno riconoscendo l’annessione del Sahara occidentale al Marocco, riconosciuta della mozione approvata recentemente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che cita l’autonomia della regione all’interno del territorio di Rabat come base di partenza per ogni soluzione negoziale, di fatto cancellando la priorità da sempre accordata ad un referendum che permetta alla popolazione dei territori occupati di decidere il proprio destino.

Ma il Ministro degli Esteri algerino ha ribadito il sostegno del proprio paese al popolo saharawi, elogiandone la lotta «per affermare il proprio legittimo e legale diritto all’autodeterminazione».

È indubbio che il governo algerino abbia utilizzato la conferenza per segnare qualche punto contro il Marocco, suo eterno rivale, cercando di recuperare agibilità dopo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul Sahara occidentale promossa dall’amministrazione Trump

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giovedì 4 dicembre 2025

La finanza usata come arma contro la Palestina - Maurizio Bongioanni


Negli ultimi mesi l’occupazione israeliana dei territori palestinesi ha assunto in modo sempre più evidente i tratti di una stretta finanziaria senza precedenti, che si somma alla devastazione materiale e alla violenza sistematica inflitta alla popolazione civile. Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite parla apertamente di una “catastrofe economica e finanziaria”.

Nella Striscia di Gaza, la maggior parte delle attività commerciali, agricole e industriali risulta danneggiata, la disoccupazione supera l’80 per cento, il Pil è crollato e gli scambi si sono fermati. La povertà è endemica e nei mesi scorsi è stata dichiarata la carestia. A questa crisi strutturale si aggiunge oggi una crisi di liquidità: le banche e i bancomat sono stati in gran parte distrutti, Israele ha bloccato l’afflusso di nuova valuta, il contante è diventato raro e i prezzi dei beni essenziali sono esplosi: a metà 2025 il costo dell’olio da cucina è aumentato del 1.200 per cento, quello della farina del 5mila per cento, mentre gli operatori umanitari perdono fino al 40 per cento del loro salario solo per riuscire ad accedervi. I pagamenti digitali, infatti, sono ostacolati da blackout elettrici e interruzioni delle telecomunicazioni.

Ne abbiamo parlato con Attiya Waris, docente di Fiscal Law all’Università di Nairobi ed esperta indipendente sugli effetti del debito estero delle Nazioni Unite. 

Professoressa Waris, in un comunicato stampa delle Nazioni Unite lei denunciava il collasso dell’economia palestinese e la difficoltà di recuperare gli spazi economici perduti nell’ultimo anno. È possibile immaginare un futuro percorso di ricostruzione economica, qualora si arrivasse a un cessate il fuoco stabile? Da dove si potrebbe ripartire?

In questo momento è estremamente difficile avere una visione chiara dell’economia palestinese. La violenza continua e l’aggressione costante impediscono qualunque stabilità. La possibilità di una ripresa economica si allontana man mano che il conflitto prosegue. E comincio a credere che questa non sia una conseguenza collaterale, ma il risultato di una strategia deliberata. Come ho indicato nel mio ultimo rapporto di ottobre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, strumenti finanziari vengono usati come vere e proprie armi, con l’obiettivo di indebolire in profondità l’economia palestinese.

Può farci qualche esempio concreto di strumenti finanziari utilizzati come armi?

Le due banche israeliane autorizzate a processare le transazioni verso la Palestina sono un punto critico del sistema, perché senza le deroghe alle norme antiriciclaggio e antiterrorismo i trasferimenti vengono bloccati automaticamente. Da anni la minaccia di revocare queste deroghe crea instabilità: basta un annuncio o un ritardo per far rallentare o interrompere i flussi di denaro, con conseguenze immediate sulla capacità della Palestina di pagare salari, importare beni o sostenere servizi essenziali.

Uno dei problemi più gravi riguarda il trattenimento delle entrate fiscali dovute all’Autorità Nazionale Palestinese, l’Anp. Parliamo delle imposte che Israele raccoglie per conto della Palestina e che, secondo gli Accordi di Oslo, dovrebbe trasferire regolarmente. Quando Israele blocca questi fondi, l’Autorità Palestinese si trova senza la liquidità necessaria per pagare stipendi pubblici e fornitori, compresi quelli che garantiscono elettricità, carburante, manutenzione delle reti e servizi ospedalieri. In Cisgiordania la maggior parte dell’energia viene acquistata dalla compagnia elettrica israeliana, che pretende pagamenti regolari: se l’Anp non ha fondi, la fornitura viene ridotta o sospesa.

Questo ha effetti immediati sulla vita delle persone. Quando l’elettricità salta o viene razionata, gli ospedali entrano in crisi. Gli incubatori dei reparti neonatali, ad esempio, richiedono una fornitura elettrica continua: senza elettricità, i macchinari si spengono. E abbiamo ricevuto informazioni credibili secondo cui in alcuni di questi blackout dei bambini prematuri sono morti perché le incubatrici non potevano funzionare. Non si tratta di un danno “indiretto”: è la conseguenza diretta di una decisione politica di trattenere fondi destinati ai servizi essenziali.

Questo è il motivo per cui parlo esplicitamente di finanza usata come arma. Non è un linguaggio metaforico: quando si blocca intenzionalmente l’accesso a risorse finanziarie indispensabili al funzionamento dei servizi primari, si colpisce deliberatamente la capacità di una popolazione di sopravvivere. È un modo di esercitare pressione politica attraverso la vulnerabilità economica, con conseguenze umanitarie gravissime e prevedibili.

Lei ha detto che Israele non sta rinnovando la deroga che permette alle banche israeliane di processare transazioni verso banche palestinesi. Se questo blocco dovesse perdurare a lungo, quale sarebbe lo scenario futuro?

Senza quella deroga, ogni transazione palestinese sarebbe trattata come un’operazione proibita o ad altissimo rischio. Di fatto significherebbe isolare completamente la Palestina dal sistema finanziario globale. Niente trasferimenti internazionali, niente aiuti umanitari, niente pagamenti, nessuna capacità di sostenere importazioni. È difficile pensare a una misura più radicale di questa per soffocare un’economia.

Più in generale, cosa si intende per “crisi di liquidità” e come si sopravvive a tale condizione?

Significa che non c’è abbastanza contante nell’economia. Parliamo proprio delle banconote fisiche necessarie per qualsiasi transazione quotidiana. I raid dell’esercito israeliano contro cambiavalute e banche, documentati anche da video, mostrano soldati che portano via denaro contante: togliere fisicamente moneta dall’economia significa ridurre immediatamente la capacità delle persone di accedere a beni essenziali. In contesti di crisi estrema la popolazione non si fida dei pagamenti digitali e in Palestina le interruzioni di elettricità rendono quelle soluzioni quasi impraticabili. Se il contante manca, l’economia scivola verso il baratto. È un processo che già vediamo: chi ha un po’ di liquidità sopravvive, gli altri scambiano beni o servizi.

Prima del 7 ottobre 2023 era ancora possibile ritirare soldi e ricevere rimesse?

Sì, era possibile, anche se con crescente difficoltà. Dopo quella data la situazione è rapidamente peggiorata. Chi aveva denaro contante lo sta usando ora per la sopravvivenza. Chi non ne ha, non ha accesso al sistema finanziario. La valuta dominante resta lo shekel israeliano, insieme a dinari giordani e piccole quantità di valuta egiziana. Ma l’uso dello shekel è in sé problematico, perché la Palestina non controlla né la sua emissione né la quantità che può essere depositata nelle banche. È un meccanismo che amplifica la vulnerabilità.

Torniamo in Cisgiordania, dove il collasso economico avanza per motivi diversi rispetto a Gaza. La sospensione dei permessi di lavoro per circa 100mila lavoratori palestinesi ha ulteriormente drenato risorse. Quanto era importante questa componente dell’economia?

Era una componente cruciale. I redditi dei lavoratori palestinesi in Israele rappresentavano circa un quarto del reddito nazionale lordo. Toglierli significa tagliare un intero canale di sostentamento non solo per quei lavoratori, ma per le comunità familiari che dipendono da loro. È uno shock economico che ha effetto immediato su consumi, mutui, prestiti, spesa alimentare. Un’intera economia locale si reggeva su quei flussi.

Qual è il ruolo del diritto internazionale in questo quadro?

La Corte internazionale di giustizia e l’Assemblea generale dell’Onu hanno stabilito che l’occupazione israeliana è illegale e che deve terminare. Questo vale anche per la dimensione economica: l’occupante deve garantire il funzionamento dell’economia locale, non distruggerla. Trattenere entrate fiscali, bloccare valuta, impedire pagamenti e sfruttare risorse naturali è contrario a questi obblighi. Il quadro giuridico è molto chiaro, e il suo mancato rispetto crea responsabilità internazionali precise.

Ora la priorità è la liquidità. Senza contante, nessuna economia può sopravvivere. Va permesso l’ingresso di valuta, va ristabilito un sistema sicuro di distribuzione del denaro e va garantito un minimo di stabilità elettrica per usare i pagamenti digitali. A questo vanno affiancate misure immediate come la restituzione delle entrate fiscali trattenute e il rinnovo permanente della deroga bancaria. Non sono richieste politiche, sono richieste vitali per la sopravvivenza economica.

Lei ha detto che per uscire da questa crisi strutturale servirebbe una banca centrale palestinese e una valuta propria. Ma un progetto del genere può partire senza il riconoscimento ufficiale da parte della Banca Mondiale?

Sì, può farlo. E, a mio avviso, avrebbe dovuto iniziare molti anni fa. Una banca centrale è uno degli elementi fondamentali per qualsiasi percorso di autodeterminazione statale. Paesi che non godono di pieno riconoscimento internazionale — penso per esempio al Somaliland — hanno comunque una propria moneta e un’istituzione monetaria funzionante. La Palestina non l’ha potuta sviluppare finora a causa dei vincoli strutturali imposti dall’occupazione: il controllo israeliano sulle frontiere, sui flussi finanziari, sulle risorse e perfino sulla quantità di valuta che può circolare complica enormemente la creazione di una moneta autonoma.

Detto questo, non è necessario attendere il riconoscimento della Banca Mondiale per avviare il processo. Nelle fasi iniziali conta molto di più il riconoscimento da parte dei Paesi vicini e di quelli con cui si intrattiene commercio quotidiano. La Banca Mondiale può certamente sostenere il progetto – e io credo che avrebbe dovuto farlo con maggiore decisione già in passato – ma non è un prerequisito.

Oggi esistono anche alternative tecnologiche: sistemi di pagamento digitali, e-wallet, forme di moneta elettronica che potrebbero in parte aggirare i blocchi imposti sulle valute fisiche. Naturalmente tutto questo richiede infrastrutture minime, come un accesso stabile all’elettricità e alle telecomunicazioni, che attualmente non sono garantite. Ma sul piano teorico e tecnico la Palestina ha la capacità di creare la propria politica monetaria. Ciò che manca non è la possibilità: è lo spazio politico per farlo.

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giovedì 20 novembre 2025

La distruzione definitiva della Palestina

 

Lo storico Kamel stronca il sì dell’Onu al piano Usa su Gaza: “È un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” – Gisella Ruccia

“È un grande giorno per Netanyahu, Hamas e Trump, presidente-pregiudicato che presiederà il ‘Consiglio di pace’. È un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele, per l’autodeterminazione palestinese e più in generale anche per le tante persone perbene che ci sono nel nostro mondo”. Con questa frase icastica, Lorenzo Kamel, professore di Storia Internazionale all’Università di Torino, adjunct professor alla Luiss School of Government e finalista del premio nazionale per la divulgazione scientifica con il suo ultimo saggio Israele-Palestina in 36 risposte (Einaudi), commenta la risoluzione 2803 su Gaza, approvata il 17 novembre dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con 13 voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina. Un voto che rimescola gli equilibri della regione e affida a Donald Trump il controllo della Striscia per due anni attraverso un organismo dai contorni indefiniti, il “Consiglio di Pace”, i cui membri saranno scelti direttamente dal presidente statunitense.

Ospite di Effetto Giorno, su Radio24, Kamel mette in evidenza la natura “talmente vaga e talmente arbitraria” del testo, privo di riferimenti alle risoluzioni precedenti e agli accordi che negli ultimi decenni hanno definito il quadro negoziale israelo-palestinese. Nessun cenno agli Accordi di Oslo, che stabiliscono l’unità territoriale di Gaza e Cisgiordania; nessun richiamo alla risoluzione 476 del 1980, con cui il Consiglio di Sicurezza aveva ribadito che l’acquisizione di territori con la forza è inammissibile. La nuova risoluzione, osserva lo storico, “va sostanzialmente in una direzione opposta”, cristallizzando la separazione tra i due territori palestinesi e impedendo all’Autorità nazionale palestinese di avere un ruolo nella Striscia.
L’orizzonte politico che ne risulta appare così indeterminato da offrire a Trump e Netanyahu la possibilità di dichiarare insufficiente “qualsiasi sforzo della controparte palestinese”, anche in una situazione ipotetica in cui i palestinesi “divenissero la Norvegia del Medio Oriente”.

Kamel ricorda che i paesi arabi che hanno sostenuto la risoluzione sono guidati da “leader corrotti e ricattabili”, a cominciare da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Leader che, osserva, sanno che la loro sopravvivenza politica ed economica “passa dal piegarsi a ciò che gli viene richiesto”, e che si attendono concessioni sostanziali da parte di Trump.
Le astensioni di Mosca e Pechino aprono un altro capitolo: “vedremo a breve cosa riceverà, ad esempio, la Russia in cambio del suo mancato veto”, afferma Kamel, lasciando intendere che un ritorno politico non mancherà.

Alla domanda del conduttore Alessio Maurizi su come interpretare il via libera dell’ANP e il rifiuto di Hamas, la spiegazione affonda nel quadro che ha dato origine all’Autorità nazionale palestinese. L’ANP nasce dagli Accordi di Oslo del 1993-1995: ne derivano i suoi poteri, la sua legittimità, il suo finanziamento e la sua sopravvivenza amministrativa. Senza Oslo, semplicemente, non esisterebbe.
Lo storico conferma questo punto: “L’Autorità nazionale palestinese è totalmente dipendente dal processo di Oslo e il suo capo, Abu Mazen, è un leader totalmente screditato e corrotto che non ha nessuna aderenza con la società palestinese, dunque non ha alternativa se non quella appunto di piegarsi totalmente a quello che gli viene richiesto”.
Scaturisce così la sintesi politica del professore: il voto rappresenta “un grande giorno per Netanyahu”, che ottiene un margine di manovra e una via d’uscita anche in caso di ripresa della guerra; “un giorno importante anche per Hamas”, che vede consolidarsi il proprio potere nella parte di Gaza rimasta sotto controllo palestinese; “un grande giorno per Trump”, destinato a presiedere il Consiglio di pace nonostante la condanna inflitta dalla giustizia americana.
Al contrario, è “un brutto giorno per ciò che resta di Gaza”, divisa e privata della sua terra coltivabile, “un brutto giorno per la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele”, “un brutto giorno per l’autodeterminazione palestinese” e “un brutto giorno” per chi ha a cuore la causa palestinese.

Sul futuro, Kamel intravede uno scenario che richiama quello della Cisgiordania dopo il 1967: un’occupazione “temporanea, fra virgolette”, destinata a protrarsi nel tempo. “Oltre il 50%, il 53% della Striscia di Gaza è occupato dalle autorità israeliane”, spiega, e si tratta della parte più fertile e agricola. La zona sabbiosa e meno produttiva rimane ai palestinesi.
Il professore lega questo quadro alle dinamiche in Cisgiordania, definite dagli Accordi di Oslo II del 1995. Le aree A e B, frammentate in 165 isole amministrative, rappresentano poco più del 40% del territorio e resterebbero sotto controllo palestinese; l’area C, il restante 60%, è la porzione strategica: risorse idriche, terra fertile, spazio per gli insediamenti.
Se figure come Bezalel Smotrich continueranno a guidare la linea del governo israeliano, avverte Kamel, si tenterà di “smuovere il più possibile e di espellere la popolazione palestinese dall’area C”. Il risultato sarebbe una mappa in cui i palestinesi mantengono soltanto le aree A e B della Cisgiordania e la parte sabbiosa costiera di Gaza, mentre la porzione vitale dal punto di vista agricolo, idrico e strategico rimane sotto controllo israeliano.

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L’Onu e la seconda Nakba dei palestinesi - Alberto Negri

La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella di fatto la formula “due popoli, due Stati” lasciando un assai vago “percorso verso l’autodeterminazione dei palestinesi” che non significa nulla. Ma conferma, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre, il genocidio di un popolo, affidato militarmente a Israele, con il timbro politico di Trump e il nostro assenso. A meno di non voler credere che davvero un contingente multinazionale e il disarmo di Hamas siano così fondamentali: questi sono dettagli per gettare polvere negli occhi a una comunità internazionale che non vede l’ora di essere accecata e voltare la testa dall’altra parte.

Vediamo la prima catastrofe perché apre la strada alla seconda, a quella in corso. La risoluzione dell’Onu del 1947 divideva la Palestina in due Stati ma quello ebraico occupava il 56% della terra pur essendo gli arabi palestinesi il doppio della popolazione ebraica. Nessuno poteva accettare una soluzione dove metà del territorio veniva ceduto a un movimento esterno alla regione. La narrativa comune dice che gli arabi rifiutarono allora questa risoluzione. In realtà nessuno chiese mai ai palestinesi, sotto mandato britannico, il loro parere: anche allora il principio di autodeterminazione dei popoli fu gettato nel cestino della carta straccia, oggi viene riesumato in questa ultima risoluzione sapendo perfettamente che non verrà mai esercitato. Israele e il suo premier Netanyahu sono stati chiari: non ci sarà mai uno Stato palestinese. La pax trumpiana, imposta dopo l’attacco israeliano a Doha del 9 settembre scorso, salva Netanyahu e non deve salvaguardare le vite dei palestinesi ma gli interessi americani, come dimostra la visita alla Casa Bianca del principe saudita Mohammed Bin Salman – quello che fece fare a pezzi il giornalista Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul – intenzionato ad acquistare gli F-35 Usa.

Quanto successe dopo il 1947 ricorda quello che sta accadendo adesso, sia a Gaza che in Cisgiordania. Nel 1948 le milizie sioniste attuarono la pulizia etnica della Palestina distruggendo città e villaggi con l’espulsione subito di oltre 250mila palestinesi. Oggi Israele occupa oltre il 50% della Striscia e in Cisgiordania le milizie sioniste radicali con il sostegno dell’esercito stanno devastando i territori occupati preparando il colpo finale: la divisione in due della West Bank e impedire ogni continuità territoriale ai palestinesi. L’annessione è solo questione di tempo.

Secondo i documenti dell’epoca portati alla luce da storici israeliani come Ilan Pappé l’operazione della prima catastrofe venne minuziosamente organizzata: alla fine del mandato britannico, il 15 maggio 1948, giorno della prima Nakba e celebrato da Israele come quello dell’indipendenza, centinaia di migliaia di palestinesi avevano dovuto abbandonare le loro case e la loro terra senza poterci tornare mai più (la Giordania occupava allora la Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’Egitto Gaza). Tutti sapevano cosa stava accadendo ma, come oggi, nessuno fece nulla: Israele prese il 78% del territorio del mandato britannico e 800 mila palestinesi furono vittime della pulizia etnica.

Quanto valgono per Israele le risoluzioni delle Nazioni Unite ce lo dicono i precedenti. L’Onu stabilì che i profughi dovevano tornare alle loro case e che Gerusalemme doveva essere posta sotto il controllo internazionale. Niente di tutto questo è mai avvenuto e niente oggi lascia supporre che Israele possa ammettere un ritorno dei palestinesi. Come scrive il manifesto l’idea è totalmente diversa, ovvero procedere, in ogni modo possibile, alla loro deportazione (articoli di Michele Giorgio domenica e ieri di Wahid Tamimi).

È interessante notare un altro parallelo tra il passato e quanto avviene oggi sul ruolo degli Stati uniti. Lo sottolinea con efficacia proprio lo storico Ilan Pappé nel suo recente libro La fine di Israele (Fazi editore). La guerra dei Sei giorni del 1967, con cui Tel Aviv occupò Cisgiordania, Gaza e la alture siriane del Golan, cambiò in maniera drastica il processo di pace. Questo processo diventò un monopolio americano. Gli Usa, sotto la spinta di un Congresso filo-israeliano – scrive Pappé – hanno tenuto fuori chiunque altro della regione e del mondo volesse fare da mediatore nel conflitto. Per questo i processi di pace, anche quelli che portarono al accordi di Oslo del 1993, si sono trasformati in una tragica farsa. Si illudevano i palestinesi e si prendeva un po’ in giro la comunità internazionale mentre Israele aveva l’unico obiettivo di prendere tempo, normalizzare l’occupazione e rapinare altri territori con gli insediamenti. La risoluzione Onu votata ieri ripete lo stesso schema solo con qualche variante più appetibile alla comunità internazionale e agli europei.

Per questo credere agli Usa e a Trump oggi è come credere al pifferaio magico dei fratelli Grimm. La risoluzione infatti piace a Israele (che si sente come al solito legibus solutus) e anche all’Anp perché promette di assestare un colpo al rivale Hamas. È un copione già visto, riscritto alla buona per un film già visto. La fine è nota.

da qui

Genocidio senza sanzione? - Domenico Gallo

Pubblichiamo alcuni stralci della introduzione di Domenico Gallo al libro dell’editore Edimedia dal titolo: “Genocidio, la verità dell’ONU su Gaza” (con la Convenzione e i rapporti dell’ONU sul genocidio):

1. Genocidio: la parola che non c’era

Le parole non sono solo dei segni che ci aiutano a orientarci nella mappa concettuale dei significati. La parola determina gli orizzonti del pensabile. Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di depotenziamento dell’azione collettiva.

Costituita dal prefisso greco genos (tribù, popolo) e dal suffisso latino caedo (l’atto di uccidere), la parola genocidio illustra la metodica e glaciale intenzionalità di cancellare un intero gruppo nazionale assieme alle condizioni basilari per la sua esistenza: cultura, religione, istituzioni, costumi, salute, dignità.

E’ stata proprio la parola “genocidio”, coniata mentre i campi di sterminio lavoravano a pieno regime, a consentirci di guardare dentro l’orrore per distinguere la specificità di questa tecnologia del massacro, che dispiega nella Storia umana la geometrica potenza delle energie distruttrici.

[…] il 6 agosto 1945, il tragico fungo atomico di Hiroshima annunziava che la notte di orrore dell’umanità non era passata e che la belva aveva ripreso a ruggire.

4. Da Auschwitz a Hiroshima, dal Tribunale di Norimberga alla Convenzione internazionale per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio.

Ha scritto il premio Nobel per la pace Elie Wiesel: “E’ Auschwitz che genererà Hiroshima, e se il genere umano scomparirà a causa della bomba atomica, questo sarà il castigo di Auschwitz, dove, nella cenere, si spensero le promesse dell’uomo.”[1]

La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio è il capostipite dei Trattati internazionali sui diritti umani che saranno sviluppati in seguito nell’ambito dell’ONU. Infatti la Convenzione, in quanto primo strumento giuridicamente impegnativo, idoneo a limitare la potestà d’imperio degli Stati sui propri cittadini, ha aperto la strada all’elaborazione di tutta la successiva normativa pattizia sui diritti umani. Essa  fu approvata con voto unanime dall’Assemblea generale il 9 dicembre 1948, in stretto rapporto con la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo di cui costituisce un’appendice ideale. Entrambi questi documenti concorrono a delineare il quadro con cui la Comunità internazionale, appena uscita della Seconda guerra mondiale, promise alle generazioni future che quella barbarie che aveva sconvolto il mondo non sarebbe ritornata mai più. 

6. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.

La Convenzione consta di un preambolo e XIX articoli. Nel preambolo le Alte Parti Contraenti prendono atto che “l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella Risoluzione 96/1. dell’11 dicembre 1946 ha dichiarato che il genocidio è un crimine di diritto internazionale, contrario allo spirito e ai fini delle Nazioni Unite e condannato dal mondo civile”. Pertanto: “riconoscendo che il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità”, si dichiarano convinte “che la cooperazione internazionale è necessaria per liberare l’umanità da un flagello così odioso”.

La Convenzione conferma che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale, che le parti contraenti si impegnano a prevenire ed a punire, definisce la nozione di genocidio e identifica le condotte punibili che contribuiscono a realizzarlo o ad agevolarlo negli articoli II e III, che conviene riportare per intero.

Articolo II.

Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:

a) uccisione di membri del gruppo;

b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;

c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;

d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;

e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

Articolo III.

Saranno puniti i seguenti atti:

a) il genocidio;

b) l’intesa mirante a commettere genocidio;

c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;

d) il tentativo di genocidio;

e) la complicità nel genocidio.

Nell’articolo IV sono previste le categorie degli autori dei reati che gli stati si impegnano a punire; non solo gli individui privati ma anche i governanti ed i pubblici funzionari.

Le norme successive riguardano le disposizioni relative alla repressione del genocidio: obbligo degli Stati contraenti di emanare delle norme interne necessarie a dare attuazione alla Convenzione (art.V); competenza a giudicare dei tribunali interni e del Tribunale penale internazionale (art. VI); esclusione del carattere politico del delitto di genocidio ai fini dell’estradizione (art. VII); garanzie internazionali della Convenzione (art. VIII e IX). Seguono poi le norme procedurali e finali.

La Convenzione è stata ratificata dall’Italia con la legge n. 153 dell’11 marzo 1952 ma la sua effettiva esecuzione in Italia è rimasta sospesa per 15 anni… Con la legge 9 ottobre 1967 n. 962 è stata data piena attuazione della Convenzione nel nostro ordinamento.

Il problema più arduo che la Convenzione ha dovuto superare è stato quello della punibilità del genocidio in concreto. Prevedere l’obbligo degli Stati parte di emanare una legislazione che assicurasse la punizione dei responsabili di atti di genocidio è un passaggio obbligato ma si tratta sostanzialmente di un’arma spuntata. Il genocidio può provenire soltanto da un’organizzazione statale ed implica necessariamente delle responsabilità governative; sarebbe ingenuo prevedere la responsabilità dei governanti e dei funzionari pubblici rimettendo esclusivamente agli organi nazionali la repressione dei relativi atti delittuosi.[2]

Con un atto di creatività giuridica e di lungimiranza la Convenzione ha previsto che il delitto di genocidio, in alternativa ai Tribunali nazionali, potesse essere giudicato da un Tribunale penale internazionale, che all’epoca non esisteva.

9. Il contrasto di USA e Israele alla Corte penale internazionale.

Il Congresso degli Stati Uniti ha adottato un provvedimento legislativo, firmato il 2 agosto 2002 dal Presidente George W. Bush, denominato: American Service members’  Protection Act (ASPA), che contiene disposizioni volte a impedire che militari statunitensi (e certe altre persone legate al governo USA) possano essere consegnati o giudicati dalla Corte Penale Internazionale.

Il provvedimento autorizza il Presidente degli Stati Uniti ad usare “tutti i mezzi necessari e appropriati” per liberare membri dell’esercito USA (o persone alleate) detenute per conto della Corte Pe nale Internazionale.  Per questo motivo è talvolta chiamato “Hague Invasion Act”.

Quando la Corte penale internazionale ha cominciato ad interessarsi dei crimini di guerra commessi da tutte le parti in Afganistan, immediata è scattata la rappresaglia americana.

Nell’era del primo mandato di Trump sono partite le minacce e le sanzioni personali nei confronti degli organi della Corte per impedire che svolgessero il loro lavoro di accertamento e di repressione dei crimini internazionali. Il 2 settembre 2020 il Segretario di Stato dell’epoca Mike Pompeo ha annunciato che gli USA avrebbero applicato delle sanzioni contro la Corte penale internazionale definita come “un’istituzione totalmente perduta e corrotta”.  Tutto questo sulla base dell’Ordine Esecutivo 13928, firmato da Donald Trump l’11 giugno 2020, intitolato “Blocking Property of Certain Persons Associated With the International Criminal Court”.  L’ordine dichiara che la CPI — con l’autorizzazione di indagini contro personale statunitense o personale di Paesi alleati senza consenso del governo USA — rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”. Le sanzioni erano dirette contro la Procuratrice dell’epoca, Fatou Bensouda, e il capo della giurisdizione del tribunale Phakiso Mochochoko, che furono entrambi inseriti nell’elenco “Specially Designated Nationals” del Dipartimento del Tesoro americano. Le agenzie ci informarono che l’ordine esecutivo emesso da Trump era stato concordato con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Questi si congratulò con l’amico americano per la decisione di imporre sanzioni alla “corrotta e faziosa Corte penale internazionale”, da lui definita: “una Corte politicizzata ossessionata dal condurre caccia alle streghe contro Israele, gli Stati Uniti e altre democrazie che rispettano i diritti umani “. Netanyahu accusò la Corte di aver inventato “accuse stravaganti”, come quella secondo cui “gli ebrei che vivono nella loro patria storica costituiscono un crimine di guerra”. Questa viscerale critica di Netanyahu ora come allora si fondava evidentemente sulla concezione che il territorio dell’ex Mandato britannico sulla Palestina fosse stato assegnato direttamente da Dio allo Stato di Israele, mentre la Corte, che non ha competenza in materia di diritto biblico, trae la sua legittimazione dalle fonti del diritto internazionale, fra cui  la terza Convenzione di Ginevra del 1949, che vieta ad una Potenza occupante di trasferire la sua popolazione nei territori occupati.

Netanyahu aveva ben motivo di dolersi dell’ingerenza della CPI nelle vicende del Medio-Oriente perché l’Autorità nazionale palestinese il 2 gennaio 2015 ha aderito allo Statuto della Corte penale internazionale. Il 5 febbraio 2021 la Pre-Trial Chamber, accogliendo le richieste formulate dalla Procuratrice Fatou Bensouda, ha statuito che la Corte penale internazionale ha competenza a giudicare i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da chiunque in Palestina, vale a dire nei territori occupati da Israele dal 1967, Gaza e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est.

Con la loro decisione i giudici hanno respinto la tesi di Israele dell’inammissibilità dell’intervento della Corte poiché la Palestina non è uno Stato. «La Palestina – affermano – ha accettato di sottomettersi ai termini dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale e ha il diritto di essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all’attuazione dello Statuto».

Immediata è stata la reazione del premier israeliano Netanyahu che ha bollato come «puro antisemitismo» il passo mosso dai giudici internazionali. «La Corte – ha commentato  – ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo Stato di diritto (.) – aggiungendo che la decisione – va contro il diritto dei paesi democratici di difendersi dal terrorismo». Poi ha avvertito che «in qualità di primo ministro di Israele, posso assicurarvi questo: combatteremo questa perversione della giustizia con tutte le nostre forze».

10. Il mandato di cattura a Netanyahu e Gallant e le sanzioni USA.

Il 21 novembre 2024, la Camera preliminare I della Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi dall’8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024. La Corte ha ritenuto che vi siano fondati motivi per ritenere che entrambi gli imputati siano responsabili penalmente del crimine del ricorso alla fame come metodo di guerra; e dei crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti disumani. Più specificamente la Corte ha ritenuto che Netanyahu e Gallant: “abbiano intenzionalmente e consapevolmente privato la popolazione civile di Gaza di beni indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui cibo, acqua, medicinali e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità, almeno dall’8 ottobre 2023 al 20 maggio 2024. Tale conclusione si basa sul ruolo svolto da Netanyahu e Gallant nell’impedire gli aiuti umanitari in violazione del diritto internazionale umanitario e sulla loro incapacità di agevolare i soccorsi con tutti i mezzi a loro disposizione. La Corte ha rilevato che la loro condotta ha compromesso la capacità delle organizzazioni umanitarie di fornire cibo e altri beni essenziali alla popolazione bisognosa di Gaza. Le suddette restrizioni, unitamente all’interruzione dell’elettricità e alla riduzione della fornitura di carburante, hanno avuto un impatto significativo anche sulla disponibilità di acqua a Gaza e sulla capacità degli ospedali di fornire assistenza medica.”

Le reazioni di Netanyahu sono state immediate. In un video diffuso sui social, Netanyahu ha detto: “Oggi è un giorno oscuro nella storia dell’umanità(..) la Corte internazionale dell’Aia, che è stata inventata per proteggere l’umanità, è oggi divenuta il nemico dell’umanità.” Ha aggiunto che il mandato è un “passo antisemita” la cui funzione è intimidire Israele e impedirgli di difendersi.

Ciò ha provocato la reazione indispettita di Trump che ha accusato la Corte di lesa maestà per aver osato incriminare il suo alleato. La preoccupazione principale degli Stati Uniti è stata quella di spegnere la voce della giurisdizione internazionale per consentire ad Israele di portare avanti indisturbato il suo programma di massacri e pulizia etnica della popolazione palestinese. Con l’Ordine Esecutivo n. 14203 emesso il 6 febbraio 2025, Donald Trump. si duole dei procedimenti intrapresi dalla CPI nei confronti di Stati Uniti e Israele affermando che la Corte ha abusato del proprio potere emettendo mandati di arresto infondati contro Netanyahu e Gallant. Secondo Trump la Corte penale internazionale non ha alcun motivo per indagare su USA e Israele perché «entrambi sono democrazie fiorenti con forze armate che rispettano rigorosamente le leggi di guerra». Proseguendo, Trump annuncia: «qualsiasi tentativo da parte della CPI di indagare, arrestare, detenere o perseguire persone protette (in sostanza i governanti e i militari israeliani) costituisce una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti, e con la presente dichiaro uno stato di emergenza nazionale per affrontare tale minaccia. […] Gli Stati Uniti imporranno sanzioni concrete e significative a coloro che sono responsabili delle violazioni della CPI, che potranno includere il blocco di beni e proprietà, nonché la sospensione dell’ingresso negli Stati Uniti per funzionari, dipendenti e agenti della CPI, insieme ai loro familiari stretti». L’ordine esecutivo ha sanzionato direttamente il Procuratore capo della CPI, Karim Khan, ma Trump non si ferma qui e ha delegato il Segretario di Stato, Marco Rubio, a designare gli ulteriori soggetti da sanzionare fra tutti coloro che partecipano o contribuiscono all’attività della CPI. Dopo il Capo della Procura, sono stati sanzionati a cascata altri otto magistrati: il 5 giugno 2025 quattro giudici della CPI: Solomy Balungi Bossa (Uganda), Luz del Carmen Ibáñez Carranza (Perù), Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou (Benin), Beti Hohler (Slovenia); e il successivo 20 agosto due ulteriori giudici – Nicolas Guillou (Francia) e Kimberly Prost (Canada) – e due vice-procuratori – Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal).

Seguendo questo filone a Francesca Albanese sono state applicate, con un decreto di Marco Rubio del 9 luglio 2025, le medesime sanzioni previste per la CPI perché, nella sua qualità di Relatrice speciale  del Consiglio (ONU) dei Diritti umani sulle violazioni dei diritti umani nei territori occupati da Israele nel 1967: «ha manifestato uno sfacciato antisemitismo, ha espresso sostegno al terrorismo e aperto disprezzo per gli Stati Uniti, Israele e l’Occidente. Tale pregiudizio è stato evidente nel corso della sua carriera, inclusa la raccomandazione alla CPI, senza una base legittima, di emettere mandati di cattura contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant». Nel suo decreto Rubio lamenta, inoltre, che Albanese «di recente ha intensificato questa azione scrivendo lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell’energia e dell’ospitalità, formulando accuse estreme e infondate e raccomandando alla CPI di avviare indagini e procedimenti penali contro queste aziende e i loro dirigenti». Quindi Rubio conclude: «Non tollereremo queste campagne di guerra politica ed economica, che minacciano i nostri interessi e la nostra sovranità nazionale. Gli Stati Uniti continueranno a intraprendere tutte le azioni che riterranno necessarie […] per controllare e prevenire gli abusi di potere e gli abusi illegittimi della CPI e per proteggere la nostra sovranità e quella dei nostri alleati». Cosa significano queste sanzioni lo ha spiegato Francesca Albanese in una conferenza stampa il 4 settembre 2025.

Le sanzioni USA alla CPI hanno suscitato un’immediata ondata di indignazione a livello globale. In particolare, 79 Stati parti dello Statuto di Roma, il 7 febbraio 2025, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta affermando il loro «continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della CPI» perché «la Corte rappresenta un pilastro fondamentale del sistema giudiziario internazionale, garantendo l’accertamento delle responsabilità per i crimini internazionali più gravi e la giustizia per le vittime». La Dichiarazione è stata firmata da tutti i paesi dell’Unione Europea, tranne l’Italia, la Repubblica ceca e l’Ungheria (che ha avviato la procedura per ritirarsi dalla CPI). Evidentemente l’insofferenza del Governo Meloni per la giurisdizione non si arresta alle frontiere nazionali e non esita a rovesciare le tradizioni costituzionali del nostro paese che è stato capofila dell’iniziativa diplomatica sfociata nella sottoscrizione a Roma, il 17 luglio 1998, dello Statuto della CPI.

La pretesa di bloccare l’operatività della Corte penale internazionale, proprio nel momento in cui sarebbe massimo il bisogno di reagire con misure di giustizia a un genocidio in corso sotto i nostri occhi, è uno scandalo, un golpe contro il diritto internazionale e le regole che faticosamente la Comunità degli Stati si è data per cercare di rafforzare la debole trama del diritto internazionale dei diritti umani.   

11. Israele accusata di genocidio: il processo dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia

Il 28 dicembre 2023 il Sud Africa ha presentato alla Corte Internazionale di Giustizia la richiesta di istituire un procedimento contro Israele.

Naturalmente, anche di fronte a questo atto Netanyahu ha reagito con rabbia definendo il processo innanzi alla CIG “una vergogna di cui ci si ricorderà per generazioni”, ma non ha potuto sottrarsi al procedimento perché la giurisdizione della Corte è obbligatoria per tutti gli Stati che abbiano sottoscritto la Convenzione

13. I segnali d’allarme provenienti dalla società israeliana.

E significativo registrare come anche in Israele si sono levate voci dalla società civile che hanno con coraggio denunciato i crimini commessi dal proprio paese e non hanno esitato a ricorrere al concetto di genocidio. L’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), Medici per i diritti umani-Israele, ha pubblicato il 2 luglio 2025 un documento intitolato “A Health Analysis of the Gaza Genocide” (una analisi sanitario del genocidio di Gaza). Questo documento esamina le azioni israeliane a Gaza negli ultimi 22 mesi, sostenendo che la distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie e le condizioni di vita imposte alla popolazione costituiscono atti di genocidio secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948.  Il rapporto documenta l’attacco a 33 dei 36 ospedali e cliniche di Gaza, l’evacuazione forzata di 22 ospedali nel nord e a Gaza City, e l’uccisione o detenzione di oltre 1.800 operatori sanitari. Il rapporto evidenzia, inoltre, le restrizioni imposte da Israele sull’ingresso di forniture mediche essenziali, come analgesici, disinfettanti, strumenti chirurgici e latte in polvere, che hanno contribuito a sofferenze e decessi evitabili. Sottolinea la creazione deliberata di condizioni di vita destinate a distruggere la popolazione palestinese, inclusi l’accesso limitato a cibo, acqua e assistenza sanitaria, e l’erosione dei determinanti sociali della salute. Secondo PHRI le azioni israeliane soddisfano almeno tre dei criteri stabiliti dall’Articolo II della Convenzione sul genocidio: a) uccisione di membri del gruppo; b) causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo c) imporre deliberatamente condizioni di vita destinate a distruggere il gruppo. In conclusione, l’organizzazione invita la comunità internazionale a intraprendere le opportune azioni per fermare il genocidio e garantire la protezione dei diritti umani a Gaza.

Ancora più perentoria risulta la conclusione del rapporto “il nostro genocidio” pubblicato Il 28 luglio 2025, da B’Tselem, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati. Con questo rapporto, B’Tselem documenta ciò che tutti i governi occidentali, a partire da quello italiano, fingono di non vedere: ovvero che da quasi due anni Israele sta portando avanti un genocidio a Gaza. Un genocidio deliberato e sistematico con uccisioni di massa, creando enormi danni fisici e mentali alla popolazione, usando la fame come arma di guerra e creando condizioni generali che impediscono ai palestinesi di continuare a vivere a Gaza. Israele sta pianificando e organizzando la pulizia etnica dei palestinesi. Per B’Tselem, il genocidio è stato sviluppato “cogliendo l’opportunità del 7 ottobre 2023” e, dopo oltre 21 mesi, continua a Gaza e, in forme specifiche, anche in Cisgiordania e all’interno di Israele. Ma non solo, fa parte della storia dello Stato israeliano, del patrimonio politico sionista. La politica dominante, di centro destra e di centro sinistra, in Europa, nel mondo occidentale, ma non solo (vedi i cosiddetti “Paesi fratelli” del mondo arabo e musulmano),non fa nulla di “reale” per fermare questo genocidio. Discute oziosamente di “eccessi”, di sanzioni contro Israele, parla di riconoscimento dello Stato di Israele quando per oltre 30 anni, dagli Accordi di Oslo, ha finto di non vedere che questi servivano ad aumentare l’oppressione e l’espropriazione territoriale dei palestinesi, rendendo impraticabile qualsiasi possibilità di “due popoli, due stati”. Intanto accordi militari, economici, politici, armi, materie prime e merci “dual use”, continuano a essere sottoscritti e a fluire verso Israele. Un genocidio dei palestinesi che avviene con l’attiva complicità dei paesi occidentali, ma anche con l’inesistente opposizione dei capitalismi russo e cinese, loro rivali nella spartizione del mondo.

15. L’accordo firmato in Egitto ferma il genocidio ma le sue conseguenze restano.

Il 10 ottobre finalmente si è giunti ad un cessate il fuoco, a seguito dell’accettazione da parte di Israele e di Hamas del piano di pace in 20 punti proposto da Donald Trump, il 29 settembre, con il supporto di Egitto, Qatar e Turchia. Il 13 ottobre, avvenuta la liberazione dei 25 ostaggi israeliani e di circa 2.000 detenuti palestinesi ostaggio di Israele, Trump è stato accolto trionfalmente alla Knesset dove ha celebrato il suo piano di pace come “l’Alba di un nuovo Medio Oriente”, annunciando che “Israele vivrà in pace per l’eternità”. 
Ma il genocidio rimane.
Ha scritto da Gaza la scrittrice Lina Ghassan Abu Zayed: “Quando le bombe smettono di cadere, il mondo presume che la guerra sia finita e la chiama pace. Ma a Gaza il silenzio che segue il bombardamento non è pace; è l’inizio di un confronto con il vero dolore”.

Domenico Gallo


[1] Elie Wiesel, l’ebreo errante, Firenze, 1986

[2] Roberto Barsotti, voce Genocidio in Codice degli atti internazionali sui diritti dell’uomo, Giuffrè, 1981

da qui


PALESTINA OLTRE LA MISTIFICAZIONE DELLA PACE - Pasquale Liguori

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile

Ieri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo: una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità invece di illuminarle.

Ne usciva l’ennesima rappresentazione anestetizzata del genocidio: si parlava di cessate il fuoco, di dialogo, di pace, come se fossimo alla fine di una guerra sfortunata, non dentro la prosecuzione di un progetto coloniale.

È anche da questo disagio che nasce la necessità di mettere in fila alcuni punti, senza pretese di esaustività ma con il desiderio di offrire, almeno, una piccola bussola. Non per aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma per provare a restituire la struttura di ciò che sta accadendo, oltre le narrazioni tranquillizzanti dei talk show.

In Palestina non c’è nessun dopoguerra, perché la guerra non è mai finita. Quella enfaticamente annunciata da Trump non somiglia né a una tregua, né a un cessate il fuoco: è solo una pausa cosmetica che ha leggermente abbassato il volume della violenza. L’assedio a Gaza resta intatto, il 90 percento delle infrastrutture è stato distrutto, più della metà della Striscia è sotto controllo militare diretto, il cibo e i farmaci entrano a gocce, i prezzi sono schizzati alle stelle. La fame continua a essere un’arma di guerra e i massacri non sono cessati, si sono “normalizzati”. Parlare di pace è, semplicemente, una mistificazione.

Questo non è un incidente passeggero, ma l’ultima fase di oltre un secolo di guerra contro il popolo palestinese e la sua terra: colonie che si espandono, popolazione indigena compressa, recintata o espulsa. Per la maggior parte dei palestinesi, tra Gaza e Cisgiordania, il futuro resta cupo: aleggia l’incertezza, domina il lutto, la paura che la prossima ondata possa essere perfino peggiore.

In questo contesto, la vecchia formula della “soluzione a due Stati” appare per quello che è sempre stata: un metodo diplomatico pensato per guadagnare tempo e coprire il consolidamento del progetto coloniale. Da decenni Israele moltiplica le colonie in Cisgiordania, ritaglia blocchi territoriali che rendono impraticabile la contiguità di qualunque Stato palestinese reale, mantiene un assedio duraturo su Gaza, trasforma ogni ipotesi di sovranità in una finzione amministrativa. Il problema non è la geometria dei confini, ma la logica del regime. Ciò che andrebbe messo al centro non è la scelta tra uno o due Stati, ma la necessità di porre fine alla supremazia etno-nazionale che ha strutturato Israele: un sistema che dà gerarchia razziale alla cittadinanza, legifera la discriminazione, organizza la propria riproduzione politica attorno all’annientamento – fisico, sociale, simbolico – dei palestinesi.

De-sionizzare Israele significa questo: smantellare il regime di apartheid, sciogliere l’idea di stato “ebraico” suprematista tra il fiume e il mare, riconfigurare i rapporti tra coloro che vivono su quella terra a partire da certezze politiche, dal diritto al ritorno, dall’autodeterminazione, dalla fine della guerra permanente contro la popolazione indigena.

Finché Israele continuerà a muoversi dentro un regime di impunità totale – militare, politica, giudiziaria – nessuna ipotesi istituzionale potrà reggere. La domanda cruciale non è come adornare la scena con nuovi riconoscimenti, ma come disinnescare il sistema che garantisce a Israele l’esenzione perpetua da ogni responsabilità.

Dentro questo regime, la resistenza palestinese non è un eccesso irrazionale ma una necessità storica. I media occidentali la registrano quasi esclusivamente come terrorismo, vendetta, pulsione suicida. Lo sguardo è sempre lo stesso: patologizzare la ribellione, naturalizzare la violenza coloniale. Ma la prospettiva si capovolge se si parte dalle condizioni materiali: villaggi in Cisgiordania strangolati da colonie e strade militari, uliveti incendiati, lavoratori picchiati o uccisi sui tragitti, assedio totale su Gaza, fame programmata, bombardamenti quotidiani, uso sistematico della carcerazione e della tortura come strumenti di governo. In questa architettura della morte, resistere significa semplicemente rifiutare di accettare il proprio annientamento come destino. La resistenza – armata, popolare, culturale – diventa l’unico modo per tentare di deformare il regime, alterarne i rapporti di forza, costringere il mondo a fare i conti con la questione palestinese non come “dossier” ma come crisi strutturale dell’ordine globale.

Le discussioni interne – strategiche e tattiche – sulla scelta di intraprendere una manovra offensiva come quella del 7 ottobre non annullano questi presupposti. Si può discutere se quella decisione abbia colto il momento giusto, se abbia sottovalutato la risposta genocida dello Stato coloniale, se abbia aperto più spazi o più vulnerabilità. Ma un fatto è innegabile: il genocidio non è cominciato il 7 ottobre, è esploso alla luce del sole. Israele ha mostrato il proprio volto senza più infingimenti, e nel farlo ha eroso la propria legittimità internazionale, soprattutto nella percezione delle nuove generazioni.

In questo senso, la resistenza palestinese non è solo difesa: è anche un principio di speranza. Non nel senso consolatorio del termine, ma come apertura di possibilità politiche: costruire alleanze reali, spingere i movimenti nel mondo a misurarsi con la Palestina, produrre spostamenti materiali nei rapporti di forza. È qui che la lotta palestinese eccede i propri confini: “Palestina” diventa una parola chiave per interrogare la natura stessa dell’impero statunitense, il rapporto tra colonia d’insediamento e metropoli, il funzionamento di un capitalismo che integra il genocidio nel proprio metabolismo.

Una delle strategie centrali del dominio israeliano è sempre stata la frammentazione. Muri, checkpoint, zone militari, permessi di circolazione, regimi diversi di cittadinanza e residenza: carta d’identità verde per i palestinesi della Cisgiordania, blu per Gerusalemme, regole ancora differenti per Gaza. Un solo sistema di controllo, declinato in forme diverse di inclusione ed esclusione, privilegiate e subalterne. L’obiettivo: impedire la costruzione di una soggettività politica unitaria, ridurre la moltitudine palestinese a una somma di comparti stagni, con interessi e orizzonti apparentemente divergenti.

Il 7 ottobre ha messo a nudo potenzialità e limiti imposte da questa architettura. Gaza, pur sotto assedio, ha sviluppato nel tempo capacità proprie: strutture sotterranee, produzione autonoma di armamenti, organizzazione politica relativamente coesa. Ma la Cisgiordania, Gerusalemme e i palestinesi con cittadinanza israeliana, decimati da decenni di arresti preventivi, cooptazioni, controllo capillare, non hanno potuto – o saputo – produrre una risposta coordinata all’altezza di quel momento storico. Ne sono nate fratture, senso di colpa, percezione di uno squilibrio nel sacrificio. E tuttavia, proprio l’intensificazione della violenza coloniale ricorda a tutti, con brutalità, che il progetto di lungo periodo della colonia è sbarazzarsi dei palestinesi in quanto tali. Il messaggio è chiaro: non importa che documento porti in tasca, quale sia la tua posizione nella gerarchia giuridica, quale segmento di territorio abiti. Nel calcolo strategico del sionismo, sei un ostacolo da rimuovere, gradualmente o in blocco. È questa minaccia condivisa che, paradossalmente, rilancia l’idea dell’unicità, al di là della frammentazione prodotta dall’occupazione.

Intorno a Gaza sono fioriti i piani per il “day after”. Think tank imperiali, miliardari dell’hi-tech, architetti della governance globale hanno immaginato la Striscia come laboratorio: dalla “riviera immobiliare” sognata nelle prime versioni trumpiane, in cui i palestinesi erano semplicemente scomparsi, fino ai progetti più recenti che prevedono combinazioni di colonie israeliane, zone speciali, corridoi economici, forme di amministrazione “palestinese” rigidamente subordinate alla sicurezza israeliana.

Ciò che accomuna queste fantasie è l’esclusione pressoché totale della volontà dei gazawi e del popolo palestinese. La priorità non è ricostruire una vita degna, ma neutralizzare Gaza come centro della resistenza, trasformarla in un territorio addomesticato, integrato nel circuito degli affari. Ricostruire senza restituire sovranità, investire senza restituire diritti: è il modello classico della controinsurrezione neoliberale, ora applicato su macerie ancora fumanti.

Per i palestinesi, e per chiunque prenda sul serio la questione, il problema non è “cosa costruire sulle rovine”, ma perché quelle rovine esistono. Senza affrontare la radice politica – il regime di supremazia, l’apartheid, l’occupazione, il diritto al ritorno negato – ogni piano di ricostruzione è solo un’operazione estetica al servizio dell’ordine coloniale.

Se guardiamo alle metropoli occidentali, questi due anni hanno prodotto un effetto evidente: le crepe nell’egemonia ideologica del sionismo si sono allargate. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Europa, la Palestina è diventata un banco di prova morale: gli studenti occupano i campus, i lavoratori si attivano stimolando i propri sindacati, le comunità nere, arabe, musulmane intrecciano le proprie lotte con quella palestinese, sempre più persone vedono la coincidenza tra “interessi nazionali” proclamati dall’élite e complicità con il genocidio.

 

Non è un caso che alcune figure politiche emergenti, anche in contesti profondamente ostili, siano state trascinate in parte dal loro posizionamento su Palestina: non perché incarnino una svolta radicale, ma perché il modo in cui si rapportano a questa questione diventa misura di attendibilità etica complessiva. La Palestina ha reso visibile, in modo quasi osceno, la distanza tra retorica dei “diritti umani” e pratica effettiva dell’imperialismo liberale.

E tuttavia, il sostegno strutturale a Israele non è crollato. Le classi dirigenti continuano a fornire armi, intelligence, copertura diplomatica. Alcuni governi europei hanno riconosciuto lo “Stato di Palestina”, ma senza interrompere i contratti militari con Israele, senza sostenere sanzioni reali, senza mettere in discussione la cooperazione industriale e tecnologica. È un doppio movimento: lavaggio di coscienza da un lato, continuità materiale del sostegno dall’altro. Per questo la parola chiave resta la stessa: impunità. Finché Israele potrà bombardare, affamare, espellere, incarcerare di massa senza pagare alcun prezzo in termini di sanzioni, isolamento, rottura di relazioni strategiche, ogni riconoscimento simbolico rimarrà una foglia di fico. La priorità non è dare un timbro di “statualità” alla Palestina, ma togliere il salvacondotto politico-militare allo Stato aggressore.

Nella società israeliana, esiste un dissenso – refuseniks, piccole realtà anti-sioniste, poche voci intellettuali – ma resta minoritario, tardivo, centrato per lo più su questioni interne: la corruzione di Netanyahu, la restituzione degli ostaggi, la crisi istituzionale. Le grandi manifestazioni che hanno riempito le strade non hanno preso parola contro il genocidio a Gaza, ma contro la gestione “inefficiente” della guerra, contro il rischio che il patto tra Stato e società ebraica si incrinasse. Il sistema politico nel suo complesso – dalla destra messianica alla cosiddetta “sinistra sionista” – condivide gli stessi presupposti: la necessità di mantenere uno Stato ebraico tra il fiume e il mare, la centralità della forza militare, l’inaccettabilità del diritto al ritorno, l’idea che i palestinesi siano, nella migliore delle ipotesi, una popolazione da amministrare. Netanyahu non è un’anomalia, ma un’espressione particolarmente sfrontata di una struttura condivisa. Il conflitto interno riguarda le forme del dominio, non la sua fine. Non sorprende, allora, che le poche sacche di dissenso più lucido guardino all’esterno: chiedono boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, fine dei programmi di cooperazione militare e accademica. Sanno che, senza pressione esterna, la società israeliana non produrrà da sola la trasformazione necessaria. Questo è un punto che i movimenti nel Nord globale dovrebbero assumere con chiarezza: non c’è “pace” possibile appaltata alla coscienza del carnefice.

 

La Palestina, però, non si limita a esigere solidarietà. Costringe a guardare in faccia la corruzione delle istituzioni occidentali: media che mentono spudoratamente mentre i video di Gaza circolano sui telefoni di tutti; università che si presentano come spazi critici e reprimono gli studenti; parlamenti che si indignano per l’invasione russa dell’Ucraina e finanziano il genocidio in Palestina; Ong e apparati “umanitari” che depoliticizzano l’orrore trasformandolo in questione di “aiuti”.

In questo senso, la Palestina è una condensazione di contraddizioni. Mostra come la democrazia liberale sia perfettamente compatibile con l’apartheid e il genocidio, purché avvengano abbastanza lontano, purché colpiscano i soggetti giusti. Mostra come il capitalismo globale integri la distruzione di intere società nel proprio funzionamento ordinario: commesse militari, accordi energetici, sperimentazioni di tecnologie di sorveglianza che poi vengono esportate. Mostra come il linguaggio dei diritti umani possa essere usato come arma, selettiva e ipocrita. Ma proprio per questo, offre anche qualcosa: l’occasione di rompere l’incantesimo. Chi ha seguito Gaza in questi due anni ha visto, spesso per la prima volta, la nudità delle relazioni di potere che fino a ieri erano coperte dal velo della “comunità internazionale”. La fiducia nelle istituzioni si erode, non solo a destra ma anche in ampi settori popolari che rifiutano l’idea che “non ci sia alternativa”.

Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile.

Da questa breccia non nasce automaticamente un’altra società. Serve organizzazione. Non basta l’indignazione, non basta la solidarietà episodica, non bastano le manifestazioni oceaniche che non lasciano strutture dietro di sé. Quello che manca, tanto in Palestina quanto nelle metropoli, è un ecosistema organizzativo all’altezza del tempo: reti stabili, media indipendenti, gruppi capaci di passare dalla protesta simbolica a forme di lotta che interrompano davvero i flussi logistici, economici, militari.

Le azioni dei tempi recenti – blocchi dei porti, campagne contro i produttori d’armi, occupazioni universitarie, forme di sabotaggio simbolico e materiale – indicano una direzione, ma restano sparse. La sfida è trasformarle in una trama: territori in cui ci si conosce di persona, capacità di comunicare anche se le piattaforme vengono censurate, saperi “low tech” che permettano di resistere dentro scenari di controllo sempre più pervasivo, preparazione alla lotta non come fantasia romantica, ma come eventualità concreta in un’Europa che scivola verso forme sempre più dure di autoritarismo.

La discussione sui fascismi che avanzano, sulle società dello scoring sociale, sulle doppie vite necessarie per sfuggire alla sorveglianza di massa non riguarda un futuro remoto. È già qui, nei dispositivi che regolano frontiere, welfare, lavoro. La Palestina non è un altrove esotico: è il laboratorio in cui queste tecniche vengono testate con la massima violenza. Ignorarlo significa prepararsi a subirne una versione “domestica” senza avere né gli strumenti analitici né quelli organizzativi per opporvisi.

Il cessate il fuoco a Gaza non è la fine della guerra: è una pausa tattica dentro un ciclo di annientamento che dura da oltre un secolo. In questo intermezzo apparente, la domanda politica non è “quanto durerà la tregua”, ma che cosa fare di questa sospensione relativa: lasciarla riempire da processi di normalizzazione – i piani di ricostruzione business-friendly, i riconoscimenti simbolici, il ritorno alla routine – o usarla per costruire organizzazione, tessere reti, preparare il terreno perché la prossima offensiva non trovi un mondo altrettanto complice e disarmato.

La Palestina non chiede pietà. Chiede che si guardi in faccia la verità dell’ordine globale, che si scelga da che parte stare e che ci si organizzi di conseguenza. In cambio offre qualcosa che, nel cuore della catastrofe, resta prezioso: la possibilità concreta di pensare e costruire un’altra forma di vita politica. Non al posto dei palestinesi, ma insieme a loro, sapendo che la loro liberazione non è una causa esterna, ma una condizione della nostra stessa emancipazione.

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L’omesso e il nascosto nella risoluzione Usa su Gaza all’Onu

«Il Consiglio di Sicurezza ha detto sì, ma ciò che resta sul tavolo somiglia più a un involucro che a un accordo di pace», introduce con efficacia il cattolico Avvenire. «La risoluzione americana su Gaza, approvata con 13 voti favorevoli e le astensioni di Mosca e Pechino, segna certo un passaggio diplomatico rilevante, ma non offre alcun riferimento concreto all’unico sbocco riconosciuto dalla comunità internazionale come credibile: la soluzione a due Stati».

Assenza decisiva, lo Stato di Palestina

Dal premier Netanyahu l’opposizione alla nascita di uno Stato palestinese costretta dalla diplomazia. Senza ritegno il suo governo di estremisti. «La missione della mia vita è impedire la creazione di uno stato palestinese nel cuore della nostra terra», dichiara il ministro delle finanze Bezalel Smotrich. Peggio Itamar Ben Gvir, sottolinea il manifesto, che vorrebbe far fuori tutti i leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp): «Se accelerano il riconoscimento dello stato palestinese, e l’Onu lo riconosce, dovrebbero essere ordinati omicidi mirati di alti funzionari dell’Anp». Per il 90enne  Abu Mazen, «C’è una cella di isolamento pronta per lui nella prigione di Ketziot», ha minacciato il suprematista ebraico. Un altro personaggio su cui la Corte penale dell’Aja continua ad essere distratta.

Ringhi elettorale ma di Stato Palestinese non c’è traccia

Ma Israele sa bene che nella risoluzione che gli Stati uniti hanno portato all’Onu non esiste un progetto chiaro per la nascita di uno stato palestinese. Il riferimento è stato inserito per volontà dei governi arabi, ma solo per non irritare l’alleato, e l’arzigogolo Trump: «percorso verso l’autodeterminazione». Il non dire per mai fare. Nella striscia intanto Israele continua a uccidere. Ad al-Daraj,sganciato un ordigno su una scuola-rifugio, ferendo 13 persone, tra cui diversi bambini. Almeno due palestinesi sono stati uccisi dai militari vicino alla ‘linea gialla. Nella Cisgiordania occupata, i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e automobili palestinesi vicino a Betlemme, mentre a Tzur Misgavi a centinaia hanno attaccato persino la polizia israeliana che tentava di sgomberare un avamposto illegale, denuncia Eliana Riva.

L’invenzione Onu

«Una forza internazionale sarà incaricata di stabilizzare la Striscia e disarmare Hamas. Donald Trump esulta, definendo il voto ‘storico’ e annunciando la creazione di un Board of Peace che guiderà personalmente». Oltre le sparate ormai caricaturali del personaggio che s’indora, i fatti purtroppo dicono altro.

Rigoroso Giulio Isola su Avvenire

«Un entusiasmo che stride con il contenuto del documento, nel quale la prospettiva della statualità palestinese viene solo evocata in forma condizionale e rinviata a un futuro indeterminato, subordinata a riforme dell’Autorità Palestinese e a un avanzamento della ricostruzione. Una formula di circostanza che non definisce tempi, garanzie né competenze».

Più diplomazia che contenuti

Russia e Cina, inizialmente pronte a mettere il veto, hanno scelto l’astensione, pur criticando l’opacità del processo. Mosca aveva depositato nei giorni scorsi una bozza alternativa: niente smilitarizzazione obbligatoria, nessun Board of Peace presieduto dallo stesso Trump, e una forza internazionale affidata alla supervisione del segretario generale dell’Onu, non a Washington. Posizioni condivise da Pechino e dall’Algeria, rimaste però isolate di fronte alla compatta pressione dei principali Paesi arabo-musulmani — Qatar, Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Indonesia, Pakistan e Turchia — determinati a non rallentare la fase due del piano, dopo il cessate il fuoco, la liberazione dei prigionieri e il ritiro parziale dell’Idf dalla Striscia. L’Autorità Palestinese ha salutato con ‘soddisfazione’ il voto e chiesto una «attuazione immediata».

L’assenza di impegni chiari nel testo

La reazione dei diretti interessati denuncia la fragilità del tutto. Hamas ha respinto la risoluzione definendola un passo verso una tutela straniera su Gaza degli interessi israeliani, rifiutando ogni riferimento al disarmo. Netanyahu, stretto tra pressioni interne e la prospettiva di una governance internazionale della Striscia, ha ribadito che Israele «resta contrario allo Stato palestinese» e che la smilitarizzazione di Gaza sarà perseguita «con le buone o con le cattive». Sul terreno la tensione resta alta: gli scontri con i coloni nell’avamposto di Tzur Misgavi e le violenze a Jaba’a, vicino Betlemme, confermano che la Cisgiordania continua a essere un banco di prova instabile e infiammabile.

Russia e Cina astenuti ma arrabbiati

Da Mosca e Pechino, pur scegliendo l’astensione, molte critiche. Il rappresentante russo ha denunciato l’affrettatezza del processo e l’assenza di un impegno reale verso due Stati. L’ambasciatore cinese Fu Cong ha parlato di un documento che «non riflette una visione adeguata per una soluzione politica complessiva» e che consegna agli Usa un ruolo dominante attraverso il Board of Peace e l’International Stabilization Force, di cui «non si conoscono né mandato né limiti».

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