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giovedì 14 dicembre 2023

Agnese Moro: “Gli ex Br sono diventati amici difficili e preziosi” - Michela Bompani

 


La figlia dello statista ucciso ha ricevuto il premio Primo Levi per il suo impegno nella “giustizia riparativa”. Primo ad applaudire Bonisoli, l’ex terrorista che partecipò al rapimento. “Non si ripara l’irreparabile, ma abbiamo attraversato insieme i nostri inferni, io e i miei amici difficili e improbabili, i miei amici preziosi”: Agnese Moro parla di chi ha ucciso suo padre, Aldo Moro, 45 anni fa, nel silenzio assoluto del Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, a Genova, ieri sera, dopo aver ricevuto dalle mani del sindaco Marco Bucci il Premio internazionale Primo Levi, istituito da Piero Dello Strologo presidente del Centro Culturale Primo Levi di Genova nel 1992, e assegnato ad Agnese Moro per il suo impegno nella “giustizia riparativa”.

E il primo ad alzarsi in piedi, il primo di tutti, poi seguito da tutta la sala, per una commossa standing ovation, è Franco Bonisoli, ex brigatista, proprio uno dei suoi “amici difficili e improbabili”, che rapì l’ex presidente del consiglio e presidente della Dc.

“L’incontro è molto importante - dice Moro - perché, fino ad allora, vivevo in un mondo popolato di fantasmi. Al primo incontro, invece, mi trovai di fronte a una persona: fino ad allora ero circondata da fantasmi giovani, invece lì c’era un vecchio. E il dolore, ho capito, non era solo mio. Mi disse “Hai una faccia che non si può vedere”, perché gli ricordavo mio padre. È strano il loro desiderio di incontro. Si sono fatti decine di anni di galera brutta, eppure mi vogliono incontrare. La giustizia riparativa è fatta così: raccontare, rimproverare e imparare a disarmarsi, per ascoltare. E ci fa togliere le maschere: quelle che ci hanno intrappolato per decenni: loro, quelle di cattivi per sempre. Noi, quelle di vittime per sempre. La giustizia riparativa si occupa dell’irreparabile”.

E il sindaco Bucci ha raccontato quel suo giorno di marzo, il 16, del 1978, quando Moro venne rapito e cinque uomini della sua scorta uccisi: “Studiavo al liceo D’Oria - parla e guarda negli occhi Agnese Moro - uscimmo da scuola e ci sedemmo sui gradini delle Caravelle, avevamo tutti un senso di disperazione: pensavamo a cosa ne sarebbe stato di noi, se la violenza poteva avere il sopravvento?” e ricorda anche l’uccisione di Guido Rossa, nel gennaio successivo. A indagare le origini nella Torah, della giustizia riparativa è stato Davide Assael, presidente dell’associazione Lech Lechà, che ha indicato come il filosofo medievale Maimonide avesse già spiegato che “la giustizia serve per liberare le parti”, altrimenti bloccate nel momento del delitto. E, introdotta dal presidente del Primo Levi Alberto Rizzerio, è intervenuta Claudia Mazzucato, docente di Giustizia riparativa e promotrice del progetto “L’incontro” che ha messo in contatto negli anni vittime e autori di delitto, non solo in Italia, ma anche in Irlanda del Nord, Paesi Baschi, Israele, Belgio e Francia.

Cita i “Sommersi e i salvati” di Primo Levi e il suo indagare “tutte le parti, non solo le vittime” e riconosce a Moro la “forza mite di essere chiamata e rispondere”. Agnese Moro ha sottolineato l’onore di ricevere il Premio dedicato a Primo Levi: “Ammiro tanto il suo coraggio di non cedere mai alla tentazione della semplificazione - ha detto - Levi non ha mai escluso neppure un atomo, neppure il più contraddittorio o il più scomodo. Una virtù, la complessità, di cui abbiamo assoluto bisogno, in un mondo che ama i leader, le persone strafighe”.

Ringrazia i mediatori del progetto “L’incontro”: “Noi vittime eravamo squinternati, danneggiati dal nostro dolore - dice - sono grata a loro, ma anche ai miei compagni di viaggio difficili”. Perché, spiega Moro, è tornata a respirare: “Il mio unico merito è aver varcato la soglia, aver accettato di provarci - dice - dopo trentuno anni dalla morte di mio padre. Mi sono accorta, durante un incontro, che era da allora che non facevo più un respiro completo. E ho anche ritrovato un “prima”. Perché guardavo le foto di mio padre, con me piccola, e le vedevo macchiate di sangue. I miei amici improbabili mi hanno restituito il conforto di quelle fotografie”.

Agnese Moro racconta la storia di due piantine. La prima, quella che le ha portato un ex brigatista, la prima volta che si sono incontrati. La seconda è quella che nasce “nelle crepe dei marciapiedi di Roma: quella sono io, un po’ stortignaccola, ma che vive”. E conclude: “In me c’era una goccia d’ambra in cui era intrappolato un insetto ferito - parla, piccola, e fortissima, nella sua sedia al centro dell’enorme salone del Ducale - ora, al suo posto, c’è un luogo di quiete in cui convivono mio padre, Aldo Moro, e i miei amici improbabili”.

(La Repubblica, 11 dicembre 2023)

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giovedì 24 giugno 2021

chi cerca trova...guai

 

Paolo Persichetti e il complottismo eterno delle procure - Daniele Zaccaria

Paolo Persichetti è indagato per il suo lavoro di ricercatore storico sul caso Moro avrebbe divulgato documenti “riservati” che tutti conoscevano.

Che il complottismo demenziale animi lo spirito dei tempi non stupisce più di tanto, alimentato e moltiplicato dalla rete, incubatrice di paranoiche visioni e leggende metropolitane, esso offre rifugio e conforto alle frustrazioni di tutti noi fornendo risposte pronte a qualsiasi quesito. Cedere alle lusinghe intellettuali delle sirene cospirazioniste è una tendenza molto umana, incarnata dal cosiddetto “popolo del web”, autore collettivo delle più strampalate teorie su congiure, misteri e diaboliche macchinazioni.

Una letteratura “dal basso” che come un telefono senza fili passa di bocca in bocca. Fa però molta più impressione quando il complotto viene agitato e avallato dalle autorità; personaggi politici, ufficiali di polizia, e immaginifici procuratori della repubblica. Ci sono in tal senso pagine della nostra storia costantemente annebbiate dal morboso retropensiero complottista, con la sua fanatica ricerca della “verità”, sempre e immancabilmente diversa da quella ufficiale. Una di queste riguarda la “controstoria” del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro nutrita dalle lisergiche pubblicazioni dell’ex senatore Sergio Flamigni (già membro della Commissione parlamentare d’inchiesta) che da decenni insegue le ipotesi più pittoresche su quella tragedia, evocando trame oscure, intelligence deviate e connivenze politiche nel tentativo di far passare le Brigate Rosse come una succursale dei servizi segreti. Suggestioni che non hanno mai avuto lo straccio di un riscontro nella realtà, ispirando per lo più la schiera dei dietrologi in servizio permanente e filmacci come l’ineffabile Piazza delle cinque lune del sovranista Renzo Martinelli, ma evidentemente hanno estimatori anche nel variegato mondo delle toghe.

Quel che è accaduto a Paolo Persichetti, ex membro delle Br-Ucc (ha scontato una condanna di 22 anni di reclusione per concorso morale dell’omicidio del generale Licio Giorgieri). Oggi uomo libero e ricercatore storico, è un caso emblematico di questo inesauribile filone. Almeno dieci agenti della Digos della Polizia postale gli sono piombati in casa di prima mattina e, per un’intera giornata, hanno rovistato tra i suoi archivi, sequestrando computer, telefono, tablet, hard disk, pendrive, fotocamere, quaderni, appunti e le bozze di un saggio che avrebbe dovuto essere pubblicato nei prossimi mesi. Si sono portati via persino i certificati e referti medici che appartengono al figlio disabile.

Persichetti, che sul caso Moro ha pubblicato diversi libri spesso polemici con le sommarie supposizioni della Commissione d’inchiesta, è ufficialmente indagato per un reato gravissimo: associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento. E per aver diffuso documenti “riservati” “acquisiti e/o elaborati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro”, come recita l’ordinanza del sostituto Eugenio Albamonte. Secondo la procura di Roma farebbe parte di un’organizzazione attiva dal 2015 volta a realizzare un indefinito disegno terrorista di cui “non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete”, scrive lo stesso Persichetti in un intervento sul suo sito web Insorgenze, in cui racconta la surreale violenza con cui gli hanno portato via anni di ricerca storica, l’irruzione, brutale nella sua vita privata. “Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi”, continua Persichetti, tuonando contro la doppiezza e la malafede dei suoi accusatori.

Perché lo scopo dell’indagine non è certo smantellare un’organizzazione criminale che non c’è, quello è soltanto un artificio giuridico per far scattare l’articolo 270 bis del codice penale sull’associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. Uno strumento “speciale” che autorizza l’impiego di metodi di indagine invasivi figli della legislazione di emergenza che limitano il diritto alla difesa e le tutele degli indagati. L’obiettivo della procura è chiaramente il lavoro storico di Persichetti, tutto incentrato nella minuziosa ricerca sul periodo degli anni 70, anche per contrastare e le sue eterne fake news che regolarmente aleggiano attorno alla vicenda Moro (dal covo di via Gradoli che sarebbe appartenuto al Sisde, alla grottesca circostanza della “scopa nella vasca da bagno” al ruolo ambiguo di Mario Moretti).

Ma c’è chi non si rassegna, forse per narcisismo intellettuale, forse per sincere manie di protagonismo e continua a rovistare nel pozzo senza fondo del complottismo. Sempre la procura di Roma, in un’inchiesta parallela, ha fatto prelevare lo scorso marzo un campione di Dna ad una decina di persone tra cui l’ex br Giovanni Senzani e Paolo Baschieri per confrontare il codice genetico con quello presente sui mozziconi di sigarette trovati in una delle auto utilizzate il 16 marzo del 1978 per sequestrare il presidente della Dc.

(da Il Dubbio)

 

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La procura sequestra e tace - Paolo Persichetti

 

Vorrei ringraziare tutte e tutti per i messaggi di solidarietà ricevuti in pubblico e in privato. Siete in tanti, sui social, direttamente, e non riesco a starvi dietro in queste giornate un po’ faticose. L’appello che è stato lanciato mi dicono che è già vicino alle 500 firme. A breve verrà reso pubblico.
Nonostante siano trascorsi dieci giorni dalla perquisizione di martedì 8 giugno la Procura tace. Nessun fascicolo è stato depositato davanti al tribunale del riesame dove il mio avvocato, Francesco Romeo, ha presentato ricorso. Ad oggi non sappiamo ancora cosa c’è scritto nell’informativa della Polizia di prevenzione del 9 febbraio da cui sono scaturite le accuse di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e favoreggiamento e il sequestro di tutti i miei strumenti di lavoro e comunicazione, oltre che del mio intero archivio digitale nel quale sono raccolti decenni di ricerche, dell’archivio amministrativo di famiglia, dell’intero archivio medico-sanitario di mio figlio Sirio, di quello scolastico del fratello Nilo. Oltretutto emergono falle procedurali notevoli. Dopo aver dato comunicazione pubblica di quanto avvenuto, ho deciso di attendere prima di riprendere la parola. La Costituzione, il Diritto, la norma giuridica, la procedura penale prevedono che quando si apre una procedura penale sia chi muove le accuse a dover giustificare i propri atti, documentandoli se ne è in grado. Non sta a me fornire delle spiegazioni, tanto meno in una materia come la ricerca storiografica che è libera.


Caso Persichetti, la ricerca storica sotto attacco - Marco Grispigni

Anni Settanta. Incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi

Osservandola da fuori, indubbiamente l’Italia è un paese assai strano da comprendere. Se poi ci si interessa agli anni Settanta del secolo scorso, forse più che strano il paese sembrerebbe immerso in una sceneggiatura distopica.

È infatti nel campo dell’assurdo che si colloca l’incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi. L’accusa è la divulgazione di materiale riservato «acquisito e/o elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro».

Il reato di divulgazione di materiale riservato andrebbe inserito nel contesto di due più gravi reati, quello di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. In sostanza, per giustificare perquisizione e sequestro, si accusa Paolo Persichetti da far parte di una banda terrorista attiva niente di meno che dall’8 dicembre 2015. A parte l’assurdità dell’accusa e dell’utilizzo del reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, la data di inizio rimanda al giorno in cui la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni, ex democristiano e ora deputato del Pd, discuteva ed emendava la bozza finale della relazione. Una nuova colonna, «studi storici», nasceva in quel giorno con l’incarico di divulgare le segretissime carte, che poco dopo diventeranno pubbliche con il versamento all’archivio storico della Camera.

Ora a parte l’ironia possibile su questa vicenda che ha un effetto pesante e ingiustificato sulla vita e il lavoro di Paolo Persichetti, direi che questa iniziativa solleva almeno tre ordini di problemi.

Il primo è l’incredibile attacco alla ricerca storica che si interroga su periodi “difficili” della nostra storia nazionale. È inevitabile leggere questa iniziativa giudiziaria quasi in parallelo con la proposta di legge di introdurre il reato di «negazionismo» nei confronti di chi mette in discussione la vulgata bipartisan-presidenziale sulle «foibe». Questo tema è al centro dell’appello lanciato da alcuni studiosi in solidarietà con Persichetti.

Il secondo riguarda gli studi e riflessioni sugli anni Settanta e sul fenomeno della lotta armata di sinistra. Dopo che per un ventennio il discorso pubblico e la ricostruzione storica di quel periodo erano state sostanzialmente delegate alle aule di tribunale e ai magistrati, da diversi anni ormai su quel decennio e sul tema della violenza politica c’è una notevole produzione scientifica, sia in ambito universitario che fuori dai circuiti dell’accademia. Ora l’accusa contro Persichetti sembra una sorta di duro monito proprio contro la vasta area di studiosi non accademici di quegli anni. Mentre si giustificano operazioni di pura vendetta, come quella contro i dieci «terroristi» rifugiati in Francia, con un presunto bisogno di «svelare i misteri» di quella stagione, si avvia una procedura giudiziaria contro uno studioso che su quei «misteri» ha a lungo lavorato, smontando con l’uso di documenti di archivio i vari complottismi.

Il terzo, infine, riguarda direttamente Paolo Persichetti. Persichetti non è solo un conosciuto studioso non accademico e autore di diverse pubblicazioni su quegli anni, ma è anche un «ex». Persichetti infatti fece parte delle Brigate rosse – Unione dei comunisti e fu condannato a 22 anni per banda armata e concorso morale nell’omicidio del generale Licio Giorgieri. La sua condizione di «ex» è il punto di partenza di tutti gli articoli su questa iniziativa giudiziaria. Ovunque, prima di soffermarsi sull’incredibilità delle accuse, gli articoli iniziano parlando della passata militanza di Persichetti.

Il messaggio abbastanza chiaro è: «stiamo parlando di un ’ex terrorista’, quindi anche se le accuse sembrano strampalate, non si sa mai». La damnatio memoriae nei confronti di quegli anni e in particolare nei confronti di chi scelse la strada della lotta armata deve essere riaffermata sempre. Il diritto di parola esiste se si è funzionali a ricostruzioni basate su oscuri complotti e se è preceduto da un «contrito pentimento».

 

Quelle pietre d’inciampo preziose che hai seminato -  Silvia De Bernadinis

 

Caro Paolo, avevi ragione tu e sbagliavo io. Avevi ragione ogni volta che hai insistito nell’andare alla ricerca del più piccolo dettaglio nella ricostruzione dei fatti per stanare i diffusori istituzionali di bufale, pur sapendo perfettamente che ciò non significasse affatto risolvere il problema della dietrologia. Smonti una truffa e ne creano altre cento! Come ben sai, ho sempre pensato fosse una perdita di tempo ed energie, sottratto all’essenza della storia. E invece avevi ragione tu, perché le assurdità delle tante balle su cui abbiamo forse con leggerezza e sottovalutazione riso un po’ tutti (il livello di cialtroneria raggiunto dall’ultima Commissione Moro ha raggiunto davvero punte inarrivabili), erano lanciate per l’attacco finale, perché non restassero evidenze della realtà, qualcosa se possibile che è più che riscrivere la storia, come nel peggiore degli scenari distopici, sotto l’egida del colle più alto e della sua Verità. Non si trattava per niente di perdita di tempo. Sono pietre d’inciampo preziose, oggi più di ieri, quelle che hai messo. Nessuno, che non sia mediamente serio, può prescindere dalla lettura e dal confronto con il tuo lavoro se vuole orientarsi in quel labirinto artificiale, un apparato mastodontico creato per portare su sentieri che svelano ai più attenti non i misteri, ma i meccanismi di auto-preservazione del potere. Che ipocritamente santificano il loro martire avendone fatto scempio e continuando a farlo. Da lì deve cominciare se vuole capire quanto sia illusoria e allo stesso tempo profondamente politica la sua costruzione. Colpirti, perché si colpisce il tuo lavoro, è segno inequivocabile che hai fatto centro, che sei andato a rompergli le uova. Non c’è nessun labirinto e il re è nudo. Non resta che continuare su questa strada dunque. Se fino alla scorsa settimana pensavo avesse una qualche importanza fare quel che ognuno di noi a suo modo fa, oggi sono convinta che sia un dovere, una necessità assoluta quella di continuare. Non solo per amore della storia evidentemente, in ballo c’è molto di più, a cominciare dalla banalissima libertà di pensiero, per chi ancora un pensiero critico e libero ce l’ha! Al lavoro dunque, più di ieri!

https://insorgenze.net/


martedì 22 settembre 2020

ricordo di Rossana Rossanda

 

 


Il 28 marzo 1978, in pieno sequestro Moro, Rossana Rossanda pubblica sul manifesto questo corsivo intitolato «Il discorso sulla dc» con la celebre (e incompresa) affermazione sull’«album di famiglia» e le Br.

Nei giorni successivi piovvero critiche, a cui rispose con un articolo più lungo del 2 aprile successivo intitolato esplicitamente «L’album di famiglia»

Stampa e radio si sono piegate febbrilmente, il giorno di Pasqua, sul secondo messaggio delle Brigate rosse come su un palinsesto da decifrare.

Siccome sulle cose che contano – se Moro sia vivo, se lo libereranno e a quali condizioni – non dice niente, i commentatori ne hanno dedotto che è invece interessantissimo politicamente.

Lo hanno trovato: a) ricco di novità, b) tale da accattivarsi le simpatie della nuova sinistra (i più gentili), o da esserne senz’altro il frutto (i più maliziosi).

Perché? Perché sviluppa un vasto attacco alla democrazia cristiana, cosa che nella vecchia sinistra non è più di moda.

Ma quando mai è stato di moda nella sinistra nuova? Nel 1968 essa nacque accusando, a torto o a ragione, i partiti operai di essersi dati come solo nemico la dc, mentre era il sistema nel suo complesso che bisognava disvelare e demolire.

Nel 1977, il movimento ha avuto per nemico tutto «lo stato», e in particolare i riformisti perché vi ingabbiavano le masse. Per una sola breve fase la nuova sinistra (meglio i gruppi) scoprirono la dc, e fu nel 1972 con Fanfani.

In verità, chiunque sia stato comunista negli anni cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria.

In verità, chiunque sia stato comunista negli anni cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria.

Il mondo – imparavamo allora – è diviso in due.

Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo. L’imperialismo agisce come centrale unica del capitale monopolistico internazionale (allora non si diceva «multinazionali»). Gli stati erano «il comitato d’affari» locale dell’imperialismo internazionale. In Italia il partito di fiducia – l’espressione è di Togliatti – ne era la dc.

In questo quadro, appena meno rozzo, e fortunatamente riequilibrato dalla «doppiezza», cioè dall’intuizione del partito nuovo, la lettura di Gramsci, una pratica di massa diversa, crebbe il militarismo comunista fino agli anni cinquanta.

Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa Ibm, il suo schema è veterocomunismo puro.

Cui innesta una conclusione che invece veterocomunista non è, e cioè la guerriglia.

In quel contesto infatti essa non funziona.

Se le masse sono manipolate dagli apparati, con quale esercito si fa la rivoluzione? Se il nemico è un potentissimo partito – stato, protetto dall’estero e padrone di tutte le istituzioni, difficile pensare di abbatterlo col cecchinaggio.

E infatti quella posizione aveva, per logica conseguenza, o l’abbassamento del tiro o «Ha da venì Baffone», cioè il rinvio dell’ora X all’esplodere d’una crisi europea, d’una nuova guerra che rovesciasse il rapporto impari di forze.

Tanto è vero che, quando il problema della rivoluzione italiana tornò all’ordine del giorno nella sinistra, nei primi anni sessanta, comportò un’analisi diversa anche della democrazia cristiana, più complessa e insieme più aggredibile; si vide nell’interclassismo cattolico un terreno di disgregazione del vecchio e di riaggregazione, nella lotta di massa, del nuovo blocco storico.

Tutta la spinta a sinistra ne fu alimentata, e ne risentì la stessa Democrazia cristiana, specie nelle fasi in cui si trovò sotto sterzo, cioè nell’estate del 1963 e poi dal 1975 al 1976.

Interessi imperialisti, capitale privato e di stato, stato, partiti, confessionalismo, «luoghi» della dominazione borghese apparvero in continuità, ma non appiattiti; e nel relativo scollamento si riflette la forza d’urto dell’avanzata a sinistra.

Se oggi qualcuno scopre nel testo delle Br una efficace critica della dc, vuol dire che l’arretramento delle idee politiche s’è fatto precipitoso.

Le Br odierne, se pure di loro si tratta, ci hanno contato.

E il partito comunista farebbe bene a misurare lo spazio che ha lasciato scoperto e l’ampiezza di manovra che esso offre.

Consente infatti ai brigatisti di fare degli ammazzamenti, sequestri e ora relativa ideologia, i cardini d’una doppia operazione: far saltare la democrazia cristiana o parte di essa fuori dal «compromesso democratico» e indebolire la credibilità della sinistra, nel momento in cui si attua una destabilizzazione a destra.

da «il manifesto» del 28 marzo 1978, ripubblicato sull’edizione in edicola il 17 marzo 2018

da qui



Rossana Rossanda intervista Salvador Allende

Questa conversazione si è svolta al Palazzo presidenziale della Moneda, a Santiago del Cile, ai primi di ottobre del 1971, circa un anno dopo l’ascesa al potere di Unidad Popular con la vittoria di Salvador Allende, socialista, alle elezioni presidenziali del 1970. Essa si colloca alla fine della fase felice dell’esperienza cilena: la partecipazione popolare è, in certi settori, ancora intensa, la destra sta appena preparandosi a levare il capo – le prime manifestazioni avrebbero avuto luogo un paio di mesi dopo – il viaggio di Fidel Castro, iniziato, con prudenza, è terminato in un crescendo di entusiasmo.

Poi il clima si sarebbe rapidamente teso fra Allende e l’alleato obbligato alle Camere, la Democrazia cristiana di Frei, fra socialisti e comunisti (questi ultimi più inclini al compromesso), fra socialisti e Mir, incline invece a una radicalizzazione. La crisi del rame; l’inflazione galoppante, il relativo isolamento mondiale permisero all’esercito, appoggiato dalle grandi compagnie americane espropriate, di preparare il colpo di stato dell’11 settembre1973. Salvador Allende si difese armi alla mano nel Palazzo della Moneda, e lì mori mitragliato dagli uomini di Pinochet. I materiali di questo e altri servizi sono stati pubblicati in proprio in un volume del manifesto: Sul Cile.

Se vincono i militari non sarà un cambio della guardia a Palazzo. Sarà il massacro

18 ottobre 1971, Santiago del Cile

 

Salvo qualche svolazzo nei comizi, il parlar politico a Santiago non ha nulla del cliché latino-americano: poca retorica, uso moderato degli aggettivi, inclinazione marcata a vedere il pro e il contro e a non mettere eccessive ipoteche sul futuro.

Il Cile sembra in attesa, prudente come un gatto, ma niente affatto addormentato: se si chiede a chiunque – e si può chiederlo a chiunque, dall’intellettuale all’operaio al tassista alla commessa, perché sono «politicizzati» tutti – nessuno risponderà categoricamente. Ma non perché il cileno sia, come si ama dire per natura «istituzionale» e quindi tranquillo; ma perché sa, e non lo nasconde, che la situazione è instabile.

Il personaggio più categorico che ho incontrato è il cileno per eccellenza, il presidente Salvador Allende Gossens; il quale, come tutti i suoi compatrioti, misura le parole ma oggi più d’un anno fa (al tempo, per intenderci, della conversazione con Regis Debray [pubblicata in volume da Feltrinelli, ndr]) è perentorio nelle intenzioni e previsioni, perché deve perentoriamente giocare le sue carte, e in fretta.

Ho parlato a lungo con Allende durante una colazione al palazzo presidenziale. Era offerta a Paul Sweezy, Michel Gutelman e me, invitati dalle due università di Santiago a un seminario sulle «società di transizione».

Questa nostra presenza aveva così sovranamente irritato i comunisti, che questi avevano disertato i lavori del seminario e ci avevano mosso un attacco di straordinaria volgarità sul loro foglio non ufficiale – una sorta di Paese sera che si adorna del nome, di pretta ispirazione nazionalistica, di Puro Chile – definendoci «gringos ignorantes», rinnegati «pekinistas» e simili. L’invito del presidente, che pure ha solidi legami con il Partito comunista cileno, voleva dunque essere una lezione di stile: non ignorava infatti che nessuno di noi, per essere invitato del governo, aveva lesinato i suoi dubbi o contraffatto le sue posizioni.

Pochi minuti dopo che eravamo seduti accanto a tavola, mi chiedeva con un sorriso «C’è qualcosa che la persuade, compagna, in questo paese?». «È importante quel che lei sta tentando signor presidente (e mi blocca subito. «Non signor presidente, compagno. Sono un compagno, come lei»). Ma di qui al socialismo la strada mi pare ancora lunga». Non è una risposta che lo entusiasma, però acconsente: «Sì, è una strada difficile».

Ma non è un terreno su cui gli interessa restare: gli importa che capiamo come si muove, quel che vuole, soprattutto la dimensione delle difficoltà che incontra e sulle quali non stende veli ottimistici.

Appena entrato nella sala dove lo attendevamo, nel modesto palazzo presidenziale, Allende, piccolo, più rotondo e acceso in volto che non sembri dalle fotografie, palesemente affaticato ma con piglio sicuro ci aveva abbordato direttamente: «Vi ringrazio di essere venuti, siete dei formatori dell’opinione nei vostri paesi, è per noi di grande importanza che sappiate e diciate che cosa è il Cile oggi».

E dopo poche civetterie («io sono un medico, faccio il politico per forza») il discorso fila subito al sodo.

E parte dalle difficoltà presenti. Anche di ordine internazionale? «Anche, mi risponde. Abbiamo quattromila chilometri di frontiera, nessuno li può difendere. Ci siamo trovati qui in fondo al continente, soli. E diamo fastidio a molti».

Il riferimento al Brasile, nome non pronunciato, è evidente, come dovunque in America latina: forte, violento ed espansionista, ha diretto il colpo di stato in Bolivia, togliendo ad Allende un possibile polo di alleanza. «Non penso a un attacco militare. Ma è essenziale per noi non essere isolati. È stato Lanusse, il presidente argentino, ad aprirmi le porte dei paesi del patto andino. Certo – e mi dà un’occhiata, giacché non ignora quel che ne pensano gli esiliati politici argentini in Cile – anche lui ha avuto il suo interesse in questa operazione. Ma per il momento il maggior vantaggio lo abbiamo avuto noi».

Ed ha ragione: concordando una linea con Lanusse s’è rafforzato di fronte agli Stati uniti e ha tolto un possibile retroterra alla destra cilena, che non aveva fatto mistero di contare sui militari dell’immenso vicino, steso dorso a dorso sul Cile lungo la cresta della Cordigliera. «Ora possiamo dirci sicuri nel Cono Sud, anche se il colpo di stato in Bolivia è un fatto grave». Grave, ma finisce perfino col giocare in favore di Allende: il colonnello Banzer rispolverando imprudentemente l’antica rivendicazione boliviana di uno sbocco sul mare a spese del Cile, rifà di colpo l’unità dell’esercito – che resta il punto più incerto nel disegno allendista – attorno al presidente.

Ma gli americani? Come valuta Allende le dichiarazioni di Rogers dopo il rifiuto dell’indennizzo alle miniere nazionalizzate, un gesto di dispetto o una minaccia reale?

«Una minaccia reale – afferma –. Molto più seria di quanto nessuno, qui e altrove, sembri rendersi conto».

E ribadisce la sua argomentazione, già espressa nella secca risposta al Dipartimento di stato: gli Stati uniti non si rassegnano che un paese rivoglia le ricchezze che gli sono state rapinate, (tanto più che questo gesto cileno costituisce un pericoloso precedente) e scaricano il ricatto su tutta l’America latina. Ma, differentemente da quanto afferma il settimanale Newsweek e, appena più ipocritamente, il grande giornale di Santiago nemico di Allende, il Mercurio, il governo di Unità popolare non solo non punta alla rottura, ma si muove con estrema prudenza, puntando a fondo solo dove, come nel caso delle miniere, il diritto è innegabilmente dalla parte sua.

Tutta l’operazione del conteggio sugli indennizzi all’Anaconda e alla Kennecott, che doveva arrivare al clamoroso: «Non solo non vi dobbiamo niente, ma siete voi che ci dovete ancora circa quattrocento milioni di dollari», è stata condotta senza fragore, con il minimo di ricorso agli slogan e un massimo di copertura da parte di esperti internazionali.

«Gli Stati uniti possono danneggiarci molto. Tutti i pezzi di ricambio per l’industria del rame vengono dagli Stati uniti. E così i reattivi. Possono bloccarci la produzione da un giorno all’altro».

Andrà così? «Speriamo di no. Abbiamo bisogno per questo dell’appoggio internazionale».

Quali sono, domando, le difficoltà più gravi a breve scadenza?

Anche qui una risposta senza perifrasi: «Approvvigionamento e divise». Il Cile ha bisogno di importare, da sempre, alimentari e oggetti di consumo: aumentati i salari per un valore reale che è calcolato a circa il 40%, ne è seguita una crescita della domanda dei beni di consumo. E questi devono venir dall’estero: quasi trecento milioni di dollari quest’anno, di più l’anno prossimo. Poi occorre pagare una quota di 360 milioni di dollari l’anno per coprire il debito estero, paurosamente aumentato con la nazionalizzazione delle miniere. E non è un mistero che le riserve si stanno facendo esigue, sono ormai non più di 100 milioni di dollari.

«Dovete proprio pagare?». Il presidente mi guarda di sbieco: «Il Cile terrà fede. Pagheremo».Sono le grandi banche mondiali, ed è un guaio farsele nemiche. L’una voce e l’altra si portano via praticamente il gettito di quella sola fonte di divise che è il rame. «Abbiamo bisogno di crediti», spiega Allende, e non finge di averli trovati. «In questo campo tutto è aperto. Aperto il problema con i paesi socialisti, stiamo trattando, niente è concluso, tutto è in discussione».

C’è l’ Europa, ma è lontana e, come saprò poi, la Fiat che pareva interessata a una facilitazione di rapporti per una grossa installazione in Cile, si è improvvisamente coperta da mille garanzie governative. C’è la Germania. C’è il Giappone con tutti quei milioni e milioni di dollari imbarcati quest’estate: dovrà pure metterli da qualche parte. E infatti, s’è affacciato anche il Giappone.

Ma è chiaro che nessun paese oggi, di fronte all’irritazione americana – e forse all’ incertezza sul destino interno di Allende – ha finora puntato a una forte concessione di crediti al Cile, la cui riconversione industriale non sarà cosa di pochi giorni e dove la riforma agraria costerà, per un pezzo, più che non renda.

La cautela sovietica, poi, è manifesta. Che questo sia il problema numero uno, Allende non lo nasconde; così come la certezza, se risolve questo, di regolare tutto il resto. Con la destra e con la sinistra.

A destra, è arrivato ormai ai ferri corti con la Democrazia cristiana. «Sono tutti contro, tutti coalizzati». «Tomic, inizialmente, però, si comportò diversamente?». «Sì, ma oggi sono tutti dall’altra parte»; lo dice con rabbia, amarezza, con un mezzo sorriso, che sottintende i limiti dell’opposizione di destra.

«L’esercito, però, per il momento è neutralizzato». L’esercito cileno, mi spiega come tutti in questo paese, non è il tradizionale strumento del golpismo; è espressione d’un ceto medio fortemente istituzionale. Tuttavia, differentemente da altri, il compagno presidente non sembra cullarsi in troppe illusioni; dosa gli aggettivi, e si contenta per ora, d’una «neutralità». Per questo gli è essenziale una politica di acquisti all’estero, che non gli alieni, attraverso una restrizione dei consumi, il ceto medio e non fornisca una base di massa ai nervosismi d’una destra assai più ramificata che non sia il partito di Alessandri.

Tanto più che uno scontro si avvicina sulla famosa legge che delimita le aree di intervento statale. Allende s’è precipitato a nazionalizzare le industrie, rapidamente, prima che il grosso dei capitali fugga; ma è ovvio che sotto la grandine, nessun privato – salvo la piccola e media impresa, coperte – investa più niente, e la Democrazia cristiana cerchi di delimitare – forte della minoranza relativa di Unità popolare alle camere – fin dove il governo possa andare nell’esproprio. Ha quindi proposto di elencare le aree di possibile intervento statale, quelle di intervento misto, quelle lasciate ai privati. Allende mi spiega il meccanismo, e afferma che, se non si va a un accordo, bloccherà la legge, con un veto presidenziale, se passerà alla Camera e che presenterà una legge propria attraverso un plebiscito. A questo si tratta di arrivare riducendo al minimo il margine di consenso di massa dell’avversario. E l’avversario lo sa.

La partita si gioca a tempi stretti, e la preoccupazione di Allende è evidente; mentre mi parla, a voce bassa e frasi brevi – la tavolata è troppo grande per non dividersi in una serie di colloqui a due, ciascuno col vicino – Allende mangia pochissimo e non sembra incline a diplomatizzare niente. «Come ha trovato lo spirito della gente?», mi domanda. Rispondo che il paese sembra, apparentemente, privo di tensione: la passione più grande sta nella giovane leva chiamata al governo, e poi nel Mir. Una partecipazione di folla, di base non si vede. «Le masse possiamo mobilitarle quando vogliamo». «Ma non è importante che si mobilitino da sé? Se la situazione è difficile, non sarebbe bene che le masse avessero i propri strumenti di intervento?». Qui Allende non mi segue, anche se un momento dopo gli balenerà un sorriso dietro gli occhiali, ricordando che «la compagna è «ultraizquierdista».

«Le masse debbono mobilitarle e organizzarle i partiti; è affar loro. Ci sono i partiti, i sindacati. Come ha trovato il partito socialista?». A me è parso interessante, come una spugna che assorbe forze diverse, meno chiuso del partito comunista e più capace di riflettere le spinte contrastanti di una base politica investita da una situazione nuova; Allende lo trova poco organizzato, e con ragione.

Mi dice che non ha tempo di occuparsene, anche se partecipa a una riunione di partito ogni mercoledì e venerdì. Ma è chiaro che altro lo preoccupa proprio perché esce dal suo orizzonte politico – e cioè l’abbozzarsi di una presenza di massa, o di classe, quale sta sollecitando il Mir con le occupazioni contadine, che non sta alle regole del gioco politico – istituzionale.

Queste masse, questo Mir che possono sfuggire a un ritmo concordato, vanno – anche se non lo dice a tutte lettere – «neutralizzati» o almeno «canalizzati» anch’essi. E non a caso mi assicura che i suoi rapporti col Mir sono, sul piano personale, ottimi: sua figlia, Laura, che è medico – mi spiega – ha un figlio che è un quadro del Mir e ce li ha sempre, lui e i suoi compagni, per casa. In Cile, questi legami contano.

Poco dopo però quando, terminata la colazione, io, un po’ imbarazzata di avere monopolizzato il presidente, cercherò di allontanarmi e lasciarlo agli altri, l’accento cambia. Il discorso è caduto sul processo che proprio Allende ha intentato qualche giorno prima a un suo nipote mirista – «Capite, che sia mio nipote non conta!» – il quale sul foglio del Mir, il Rebelde ha detto qualche parola di più contro l’esercito.

Il presidente si accende: «Non si gioca col fuoco. Non tollererò provocazioni irresponsabili. Se qualcuno crede che in Cile un colpo di stato dell’esercito si svolgerebbe come in altri paesi latino-americani, con un semplice cambio della guardia qui alla Moneda, si sbaglia di grosso. Qui, se l’esercito esce dalla legalità è la guerra civile. È l’Indonesia. Credete che gli operai si lasceranno togliere le industrie? E i contadini le terre? Ci saranno centomila morti, sarà un bagno di sangue. Non tollererò che si giochi con questo».

Lo pensa davvero; ma, ancora una volta, come per il rapporto con le masse, vede la sola garanzia nei tempi che egli stesso dà all’operazione, nel suo stile di «violenza legalitaria», unito a una rara abilità di scompaginare il fronte nemico. Ogni iniziativa di classe più diretta, più elementare, rischia di far precipitare negativamente gli equilibri.

Dubito che il nipote, el sobrino, vada in galera; ma le bacchettate sulle dita al Mir sono ormai di rigore. E così, quando occorre, un richiamo all’ordine degli operai. Mentre stiamo per congedarci, in capo a due ore e mezza, Allende racconta che sta per partire al nord, verso l’immensa miniera di rame di Chuquicamata, i cui operai hanno chiesto un clamoroso aumento di stipendio, dal 50 al 70% in più. «Non si può. Glielo vado a dire. E perché devono fare uno sciopero? Contro chi sono in guerra? Sono loro, ormai, i padroni della miniera». «Non sono loro i padroni, compagno presidente. È lo stato ». Il dottor Allende mi fulmina come un malato recalcitrante. «Il popolo è il padrone». «Beh, compagno presidente…». «Lo è. Lo sarà!».

Un momento dopo, già congedati, mi richiama. «So che domani va a Concepción. Ne sono contento. È importante che veda Concepción. Vorrei che parlassimo dopo, con calma». Il fatto è che a Concepción l’invito viene dall’università «mirista», ed è là che il Mir ha organizzato soprattutto la presa delle terre.

Allende, che già mi ha fatto trasecolare dimostrandosi informato di quel che è il manifesto, crede nelle virtù del dibattito, vuole convincere, difendere il «suo» Cile, la sua linea, conquistare tutti, «ultraizquierdisti» compresi.

Ma il «dopo» non ci sarà e io non rivedrò più il dottor Allende.

Fra il ritorno da Concepción e la mia partenza non c’è che un giorno; e la sera prima è scoppiato uno scandalo clamoroso. La destra agraria ha pensato, imprudentemente, di denunciare lo «statalismo» del governo, che minerebbe i valori della proprietà e dell’iniziativa contadina, in occasione dell’apertura della Fiera agricola latino-americana, in presenza di ministri e ambasciatori.

Allende, che doveva presenziare, riesce a vedere solo un’ora prima il discorso di Benjamin Matte, una sorta di Bonomi locale che si credeva, forse, coperto dall’essere presidente dell’istituto per i rapporti con Cuba.

Inferocito, il presidente non solo non andrà a inaugurare la Fiera, ma ingiungerà a Matte di leggere, prima del suo discorso, una lettera di lui, Allende, in cui gli dà senza mezzi termini dell’irresponsabile. La Fiera si apre in un clima indicibile, con la gente che applaude freneticamente la lettera di Allende, il Matte che tenta di parlare in mezzo a fischi e grida di «momio, maricon!» («Mummia, finocchio»), ambasciatori e ministri che se la squagliano, paesi amici che chiudono precipitosamente i padiglioni.

L’indomani sensazione nei giornali, consiglio dei ministri, burrasca violenta con la democrazia cristiana. Impossibile vedere il presidente, e si capisce.

Ma anche questo episodio completa il ritratto dell’uomo: è forse, anzi, il terreno su cui è più forte, imbattibile. La ragione per cui amici e nemici, a destra e sinistra lo rispettano. Parlano di lui, «el Chicho», con un misto di affezione e dispetto. Ne elencano i difetti, ma con riserva.

Si può essere, come il Mir, su posizioni radicalmente diverse – ma nessuno gli nega una determinazione da uomo politico di grande statura; un vecchio socialista che, differentemente dal costume dei socialisti e dei presidenti, in America latina e altrove, non andrà a compromessi.

Il dottor Allende ha tentato tre volte di andare al governo per portare a termine il suo esperimento; ora non lo mercanteggerà con nessuno. Resta da vedere la stabilità interna del suo progetto: se è destinato a durare, o a precipitare verso una sconfitta o verso quella rivoluzione che Allende crede di aver già fatto.

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