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martedì 6 giugno 2023

Quella volta che Dino … - Gianluca Cicinelli

 Oggi ne avrebbe compiuti 71, oggi saranno venti anni che manca. Quando penso a Dino mi ricordo perchè sono stato comunista e che fu giusto esserlo. Penso a tutte le persone nel mondo che hanno un suo ricordo. Nel mondo, letteralmente nel mondo. E le immagino tutte con un sorriso mentre evocano un momento trascorso con lui, una sigaretta fumata insieme tra un’assemblea e un’altra, tantissime sigarette, mannaggia a te, tra un corteo e un altro, tra un boccone mangiato insieme e un altro. E sono migliaia, mica decine. Italiani, palestinesi, pakistani, bengalesi, marocchini, tunisini, curdi ancora di più, tanti altri, tantissimi, con una caratteristica in comune: non avevano niente, nè cibo nè terra nè casa. Niente. Mai come con Dino l’idea di stare accanto agli ultimi è diventata pratica politica. Però non mi va proprio di contribuire al santino di Dino, lo lascio ad altri che ne ricorderanno l’importanza politica.

Io volevo bene a Dino perchè era Dino e basta. Per me Dino era la materializzazione del comunismo, era “il” comunista. Una persona che ha sempre messo se stessa all’ultimo posto per stare con gli ultimi che avevano bisogno di lui nella lotta come nella vita. Ma non voglio santificarlo, credo che ne riderebbe.

Quando è morto avevo proposto a un gruppo di compagni di fare un libro da intitolare “Quella volta che Dino …”, ma per carità, i comunisti sono diventati più bacchettoni dei preti, raccontare un essere umano per la sua incredibile e disarmante fallibilità, che lo rendeva unico e irripetibile insieme alla sua irripetibile e disarmante capacità politica sembrava peccato mortale. E’ uscito pochi giorni fa un libro curato da Senza Confine che parla del Dino Frisullo pubblico. Io ho amato in lui l’uomo, la persona, e di quell’uomo dolce, ironico, determinato, rivoluzionario e surreale voglio parlare.

Chiunque abbia conosciuto Dino ha un aneddoto su di lui. Col tempo magari un po’ “arricchito”, ma nemmeno tanto, perchè a mettere l’incanto in quei momenti era Dino stesso, con Dino poteva succedere di tutto. E siccome quel libro non si è mai fatto, volevo condividere qualche storia qua, in ordine sparso, frutto di vissuti diretti, di chiacchiere con Dino e di racconti di altri compagni.

Con Aurelia, una mia carissima amica e compagna che purtroppo anche lei non c’è più, ci occupavamo di psichiatria e andammo a proporre alla federazione romana di DP di fare una mostra con dati e immagini da portare nei quartieri. La dirigente che se ne occupava ci organizzò un incontro con questo compagno che ne aveva già fatta una, che si trattava soltanto di aggiornare. Per telefono il compagno ci diede un appuntamento. A cui non venne. Ce ne diede una decina di appuntamenti. Non venne mai e noi c’incazzavamo ogni volta di più, immaginando cose terribili di questo grandissimo stronzo che ci trattava con supponenza. Infine ce ne diede un altro di appuntamento, ma non in federazione, ci diede un appuntamento in una casa vicino a piazza Malatesta a Roma. Ci andammo pensando che se non veniva l’avremmo mandato affanculo definitivamente. Arrivammo in una casa e ci trovammo davanti a un appartamento svuotato, con decine di pacchi chiusi. Nemmeno il tempo di dirgli “Ciao, noi siamo quei due …” che ci mise in mano uno scatolone per uno e iniziammo a fare il trasloco di casa di Dino Frisullo. Così, col fiatone, sudando e salendo queste scale senza ascensore a un piano alto, sbuffando e smadonnando, ci spiegò come dovevamo fare la mostra e dove recuperare quella che aveva fatto lui. Fu amore a prima vista, pochi secondi dopo che ci aveva messo gli scatoloni in mano ridevamo insieme con questo pazzo furioso che della forma non sapeva che farsene.

Parecchio tempo prima che nascesse Democrazia Proletaria Dino venne a Roma, mandato da Avanguardia Operaia per aprire una sede, che credo sarà poi quella usata a via Buonarroti da DP, e piantare le radici del partito. Non sappiamo esattamente quanto gli dava AO come “stipendio”, grande eufemismo, da funzionario. Di certo quei soldi non bastavano nemmeno a coprire le spese dell’affitto della sede. E poi c’erano i volantini, il ciclostile, le iniziative, tante spese per tenere in piedi la presenza del partito a Roma, tutte sulle sue spalle. Ma c’era grande fermento di militanza a quel tempo e si contava sulle sottoscrizioni dei compagni che avrebbero aderito ad AO. Le cose però andarono diversamente e le difficoltà furono maggiori del previsto. A un certo punto di Dino non si seppe più niente. Non c’erano i cellulari all’epoca e così, dopo molti giorni di silenzio, almeno due o tre settimane, da Milano AO mandò un compagno a vedere che fine avesse fatto Frisullo. Lo trovò dopo qualche altro giorno in un ospedale. Lo avevano ricoverato per una grave forma di malnutrizione. Aveva speso tutto per l’attività politica e non aveva più soldi per mangiare, non aveva una casa e dormiva direttamente nella sede.

Assemblea di DP, mi sembra fosse una Conferenza d’Organizzazione, una roba del genere. Si discute una mozione di cui onestamente non ricordo il contenuto. Dopo tre ore di dibattito la mozione viene approvata, una cosa tipo 150 voti a favore e 20 contro. A quel punto arriva Dino, che non era presente al dibattito. Incazzatissimo, disperato quasi. Prende la parola, spiega perchè quella mozione era sbagliata. Parla almeno un’ora e mezzo. Molti si arrabbiano fanno presente che c’era già stato un voto. Dino insiste, qualcuno inizia a intervenire in suo favore. Si vota di nuovo. La mozione viene respinta.

Congresso di DP, credo Roma 84, forse Milano 82. Il partito è molto diviso tra la maggioranza de “l’alternativa di sinistra”, i capanniani e altre tristezze del genere, e movimentisti per la “sinistra alternativa”, guidati dal nostro “mentore” Giovanni Russo Spena. Si discute un emendamento allo statuto che avrebbe permesso anche ai non iscritti al partito ma comunque militanti di contare con il voto nelle assemblee, per noi era molto importante per caratterizzare DP. L’emendamento è formulato talmente bene che quando la presidenza chiama, come di consueto, un intervento contro e uno a favore, per l’intervento contro non si presenta nessuno. Ci accingiamo a votare convinti di vincere quando a sorpresa Dino si presenta sul palco per l’intervento a favore, mentre qualcuno lo scongiura di venire giù dal palco, di non farlo. Niente. Frisullo fa un intervento di mezz’ora, molto ma molto polemico verso la maggioranza, che in precedenza aveva valutato che poteva farlo passare per darci un “contentino”. Si vota e, naturalmente, perdiamo.

Scioperi di Danzica 1980. Mentre in Italia gli operai combattono l’ultima grande battaglia ai cancelli della Fiat, in Polonia gli scioperi operai assumono un valore importantissimo che avrà conseguenze epocali nel futuro del blocco sovietico. DP, che non aveva mai avuto nessuna simpatia per l’Urss, tranne un’ala estremamente minoritaria, capisce subito quanto sta avvenendo e investe molto della sua iniziativa politica a fianco dell’ala marxista di Solidarnosc guidata da Kuros. Dino Frisullo è uno dei maggiori sostenitori del sindacato polacco. Non ricordo se andò proprio in Polonia a seguire gli avvenimenti, sta di fatto che insieme ad altro materiale di propaganda, avevamo fatto un libro “Capire Danzica”, con cui organizzavamo banchetti per le strade, convince il partito a investire parecchi soldini nell’acquisto di migliaia di musicassette con quelli che ci presenta come “canti di lotta” degli operai. Qualche tempo dopo capita alla direzione di DP un compagno polacco che parla bene l’italiano. Vede le musicassette, ne ascolta una e inorridito ci spiega che erano canti di chiesa dei cattolici. Per almeno dieci anni ho continuato a vedere quelle montagne di scatoloni pieni abbandonate in un angolo, chissà che fine hanno fatto. Una leggenda narra che qualcuno in Direzione propose l’allontanamento in Siberia di Frisullo.

Comiso, agosto 83. Andiamo a fare i blocchi contro i Pershing e i Cruise di Reagan e della Nato. La zona è più che militarizzata. Chiunque sbarchi in Sicilia viene fermato, identificato, perquisito. Siamo determinati ma preoccupati. Al campo che ospita tutti, dall’autonomia al pdup, Dino non c’è. Si fanno dei corsi su come resistere alle cariche degli sbirri. Sappiamo che useranno gli idranti con la pressione molto alta. Si studia un tipo di formazione che può limitare i danni, una base con quattro persone sotto poi tre sopra e sopra ancora altri due a chiudere, tutti tenendosi per l’incavo delle dita, quelli della parte più esposta sopra con quelli a terra, impermeabilizzando quelli del “secondo piano”. Una sorta di “igloo” umano con una solida base ancorata al suolo. Il problema è capire il momento in cui, mentre siamo ancora in piedi, apriranno il getto d’acqua, quanto tempo c’è per correre il più lontano possibile e gettarsi a terra. Il momento arriva e da qui in poi riferisco racconti di altri. I compagni iniziano a correre, divisi nei gruppi da nove che formano ognuno una montagnola umana. Da dietro le camionette di polizia e carabinieri si sentono le urla di Dino Frisullo, che nessuno sa quando e come abbia fatto a raggiungere la Sicilia e poi Comiso e poi l’aeroporto Magliocco dove siamo ora, dove è ormai quasi impossibile passare e dove soltanto tra il campo e l’aeroporto ci sono quattro chilometri a piedi. Sta di fatto che Dino scavalca l’orda degli sbirri, urlando di aspettarlo all’ultimo gruppo che sta per gettarsi in terra e quando la montagnola è pronta Dino fa appena in tempo a saltarci sopra che arriva il getto fortissimo dell’acqua, ma la montagnola si sfalda, nel tentativo di agganciare Dino, e vengono trascinati via dall’acqua per diversi metri. Qualcuno sostiene che nonostante tutto stavano ridendo come matti.

La stessa notte non riesco a dormire, ho fame, sono due giorni che mangio quasi niente, esco dalla tenda e trovo Dino che guarda le stelle, sereno, come fosse a un campeggio da vacanza. Fumiamo una cifra, Dino era quello classico che con un cerino ci accende solo la prima sigaretta del mattino e le altre le accende con quella che sta finendo, mannaggia a te Dino. Quando gli dico che ho fame, si fruga le tasche, manco fosse Eta Beta, e tira fuori due belle cipolle. Neanche lui aveva mangiato. Nel dubbio che fossero un po’ passate decidiamo di fare una brace. Solo che non troviamo altro che una vecchia rete da letto arrugginita, molto arrugginita, per metterle sopra. Accendiamo il fuoco, le cuociamo, le mangiamo. Lui vomita subito a me viene la febbre durante la notte, molto alta. La mattina dopo dovevamo muoverci comunque e andiamo esausti a un ristorante a Comiso paese, eravamo una ventina, tutti senza una lira. Ci penso io, non preoccupatevi, ci rassicura Dino. Mangiamo come lupi. Quando finiamo Dino ci dice di andare, intanto che lui sistemava con l’oste. Non l’abbiamo più visto al campo e neanche l’oste l’ha più visto. Nessuno ha mai saputo come fosse arrivato, nessuno sa come se ne sia andato.

Era l’estate del ’93 ed era un po’ che non ci vedevamo, Avevo da poco riaperto, in concorso con altri disgraziati come me, Radio Città Futura di Roma. Venne in redazione e mi portò al fast food indiano dall’altra parte di piazza Vittorio. Mi propose di fare dalla settimana dopo un notiziario in quattro lingue per i migranti. E dove cazzo li trovo quattro traduttori?, provai a obiettare. Non c’è problema, lo faccio io, rispose serafico addentando un pollo al curry piccantissimo. Lui sapeva che mi stava rifilando la fregatura. Io sapevo che mi stava rifilando la fregatura. Tutti e due sapevamo che era una bellissima e grandiosa cosa da fare e che andava fatta. Venne per una settimana tutti i giorni e alle 14 di un lunedì cominciò Imminews, il primo giornale radio in quattro lingue per migranti. La seconda settimana scomparve di botto, non lo vidi più per altri due anni. Ma il notiziario era partito. E siccome dove c’era Dino c’era anche un po’ di quella particolare magia che accompagna materialisti e atei, in quegli stessi giorni si radunò in radio una serie di persone che dalla redazione alla traduzione riprese Imminews, che andò in onda per diversi anni tutti i giorni.

Potrei raccontare di quella volta che “prese in prestito” una bicicletta in via Veneto a un turista statunitense perchè stava facendo tardi alla Direzione di DP e poco dopo che era arrivato si presentò la polizia e i compagni fecero appena in tempo a nascondere la bicicletta sotto al tavolo e negare tutto.

Potrei raccontare che ho conosciuto poche persone che leggevano tanto come lui, ma tanto non rende l’idea, era una persona di enorme cultura. Se conosceva una persona del Burkina Faso stai sicuro che avrebbe parlato con lui, come fossero concittadini, della storia, della gastronomia e degli scrittori del Burkina Faso. Ed erano davvero concittadini, perchè Dino non ha nazionalità, è figlio della terra.

Potrei raccontare di quella volta che fu arrestato in Turchia mentre protestava a fianco dei curdi e divenne un caso internazionale e i suoi avvocati curdi a un certo punto vennero in Italia, ci raccontarono che giocava molto a pallavolo in prigione e un gruppo di noi che lo conoscevamo iniziò a ridere di cuore, eravamo increduli, perchè Dino era la negazione dell’attività fisica, e quelli si offesero pensando che mancavamo di rispetto a Dino e ai compagni curdi e se ne andarono incazzati.

Potrei raccontare che aveva vinto un sacco di concorsi pubblici. Peccato che quando lavorava al Ministero dell’Interno iniziò a distribuire volantini contro la repressione e l’emergenza, durante la repressione e l’emergenza, nei corridoi del ministero e lo cacciarono con ignominia, uno dei pochi licenziati da un posto pubblico.

Potrei raccontare di quella volta che venivo dalla Grecia e sbarcato dal traghetto andai a trovarlo a Bari, dove aveva vinto un altro concorso, alla biblioteca pubblica dove lavorava. Erano le dieci del mattino e c’era una fila lunghissima perchè la biblioteca era chiusa. Arrivò trafelato verso le undici e finalmente aprì. Aveva fatto le cinque per sistemare tre immigrati clandestini in altrettante case di compagni, svegliati nel pieno della notte e “convinti”, costretti, con la forza di estenuanti chiacchiere, a ospitare persone attivamente ricercate dalla polizia turca e scappate in Italia.

Potrei raccontare che mi manca tanto.

Chiunque lo abbia conosciuto ha di sicuro da raccontare di “Quella volta che Dino …”

Dino Frisullo 5 giugno 1952 Foggia – 5 giugno 2003 Perugia

da qui



lunedì 4 ottobre 2021

Mimmo e le sentenze che non si commentano - Guglielmo Ragozzino

 

 

Se le sentenze non si possono commentare, si può però ripercorrere cosa ha fatto Mimmo Lucano a Riace e con quali fini. Si capisce così molto meglio a chi ha pestato i piedi e perché chi lo ha sempre ostacolato ora pensa di aver vinto. E si sbaglia di grosso.

 

“Le sentenze non si commentano; figurarsi!…..Fiat iustitia et pereat mundus”. Così comincia e così finisce la “Piccola posta”, tutta da leggere, di Adriano Sofri sul Foglio di venerdì. Un rilevante tentativo di riflettere meglio sulla sentenza che ha inflitto tredici anni al già sindaco di Riace, Domenico Lucano. Anzi, Mimmo o’ curdo come hanno imparato a chiamarlo da quando, nel 1998, ha ospitato 66 uomini, 42 donne e 72 bambini di nazione curda fuggiti dalla Turchia con una nave seguendo l’impulso di Dino Frisullo. Era il suo debutto come criminale.

Riace era ed è ancora una realtà divisa in due. Una Riace Marina più ricca e popolata per effetto del turismo da fuori, venuto per il bel mare e per quello che c’era dentro e un’altra Riace, disabitata, nascosta più in alto. Mimmo o’ curdo ha capito che poteva spostare le persone giunte dal mare nella parte alta del paese, dando loro case e servizi e amicizia accogliente, senza obbligarle a riprendere il mare o i viaggi verso altre mete lontane. Anzi, questo era un modo per ridare vita al suo paese – duemila abitanti –  in declino. Tutta qui la semplice scoperta o l’invenzione mirabilante, o il raggiro, la vera e propria truffa – come è stata chiamata nella sentenza – di Mimmo. Spostare più in alto i profughi, riconoscere nelle loro facce quelle di fratelli o di figli, partiti e poi tornati, aiutarli a sopravvivere, a vivere con decoro. Servivano attenzione, oggetti, beni di consumo; in un modo nell’altro i curdi che sbarcavano infreddoliti, bagnati, spaventati, ne poterono usufruire. Dalle parti di Riace ebbero attenzione, affetto, cibo, calore.

Si accorse di questa scelta il prefetto Mario Morcone. Questi a un certo punto della sua carriera, era stato in mezzo alla Guerra nei Balcani, con compiti di responsabilità, italiana e internazionale. Morcone aveva vissuto tra le popolazioni in fuga; aveva visto tutto, sapeva tutto. In Mimmo, lui che era da anni responsabile del Dipartimento italiano delle libertà civili e dell’immigrazione, trovò finalmente un alleato nella società civile, un sindaco attento all’immigrazione.

Fecero la guerra a entrambi; al ministero e nella politica. Morcone era troppo grosso per metterlo sotto processo; non si poteva cacciarlo via; lo dirottarono a Roma come commissario; con Mimmo ci si poteva sfogare. Altrove si parlava di lui come di un possibile premio Nobel per la pace; era indicato nella stampa internazionale come uno dei cento uomini più rappresentativi; e non essendo un gran ricchissimo industriale non essendo un eroe dello sport o dei media, doveva essere indicato come uno dei migliori, uno dei dieci o venti uomini di cui non c’era da vergognarsi. Il mondo era orgoglioso di quel buon sentimento che egli rappresentava a nome di tutti; inoltre suggeriva una misura non troppo complicata, anzi applicabile subito, di un vivere civile, possibile, umano. Tutto questo era troppo per i vari Minniti o Salvini che si susseguivano a capo del ministero degli Interni. Mimmo rappresentava agli occhi del mondo intero, agli occhi dell’Italia benevolente un buono che diventava un modello inaccettabile, pericoloso per gli Interni: una vera e propria rivoluzione nell’assetto del pianeta e dei suoi poteri consolidati.

Si poteva mai ammettere che tutti gli uomini nascessero uguali? Uguali con gli stessi diritti, con la stessa libertà di partire e andare, di cercarsi una vita migliore, di provare e imparare e cambiare? Liberi di riuscire finalmente a pregare, a ballare, a leggere, a vestirsi, a mangiare ad amare secondo la propria scelta, d’accordo con tutte le altre persone? Liberi d’imparare dagli altri e in cambio liberi d’insegnare agli altri ciò che era bello conoscere e ricordare? Lucano, senza perdere tanto tempo con filosofemi, ha creduto di percorrere quella strada. Lo hanno respinto e credono di avere vinto, di aver sbarrato la strada per sempre. Come dice Fiorella Mannoia «andava punito, ha avuto il doppio della pena che era stata chiesta dal Pm. Perché quel modello era pericoloso, era un cattivo esempio per chi vuole che “Tutto cambi, perché nulla cambi”».
Forse, a guardar meglio, la strada di Mimmo adesso è più aperta di prima.

da qui




mercoledì 14 luglio 2021

Alberto Negri e Alessio Lega sugli italiani brava gente (ricordando Angelo Del Boca)

 

Addio ad Angelo Del Boca, inviato speciale nella Storia - Alberto Negri 

 

Non c’è scaffale di libreria in questo Paese dove non si intraveda un suo libro. Come partigiano nell’Oltrepò e nella Val Trebbia fu tra i liberatori d’Italia, un’Italia che poi lui, da storico, liberò dallo stereotipo degli “italiani brava gente” coltivato durante un colonialismo spietato ma che ci ostinavamo a raccontare diverso dagli altri. Da inviato speciale del Giorno – diretto da un altro partigiano, Italo Pietra – ci ha lasciato cronache dall’Africa e dall’Asia indimenticabili, come indimenticabili sono i ritratti dei protagonisti di quel Novecento, da Nehru a Gheddafi, che Angelo Del Boca percorse e scandagliò in profondità.

È stato il maggiore storico del colonialismo italiano, il primo studioso italiano ad occuparsi della ricostruzione critica e sistematica della storia politico-militare dell’espansione italiana in Africa orientale e in Libia, e primo tra gli storici a denunciare i numerosi crimini di guerra compiuti dalle truppe italiane durante le guerre coloniali fasciste.

Fu anche sempre presente nei momenti topici della nostra storia: intervenendo a contrastare sui media versioni false del passato e anche della cronaca contemporanea. Era il «nostro inviato» nella storia e nell’attualità. Sul manifesto di ieri Salinari ricordava la polemica con Montanelli sui raid con l’iprite in Etiopia. In Etiopia, Del Boca incontrò più volte l’imperatore Hailé Selassié, che gli aprì il suo archivio riservato. Del Boca scriverà un libro che diventò un best seller internazionale II Negus. Vita e morte dell’ultimo Re dei Re. Nel 2014 l’Università di Addis Abeba gli conferì una laurea honoris causa in storia africana rendendo Angelo Del Boca il primo italiano e il primo europeo a ottenere questo riconoscimento dall’Etiopia dopo la seconda guerra mondiale. Una stima che si è potuta leggere, affiancata a una serena critica, nel suo ritratto dell’imperatore etiopico in cui Del Boca conclude: «Qualunque sia il giudizio finale su Hailè Selassiè, la sua figura merita rispetto e considerazione. È impossibile non provare un senso di grande ammirazione e di riconoscenza verso l’uomo che il 30 giugno 1936, dalla tribuna ginevrina della Società delle Nazioni, denunciava al mondo i crimini del fascismo e avvertiva che l’Etiopia non sarebbe stata che la prima vittima di quella funesta ideologia».

Ma del Boca non guardava soltanto indietro. Il suo sguardo era puntato sempre anche sull’attualità. Criticò con forza i raid della Nato in Libia nel 2011 di cui ancora oggi tutti paghiamo le conseguenze. E intervenne anche con puntualità quando allora i media rilanciarono la fake news di fosse comuni con migliaia di vittime. La sua precisazione fu tagliente: «Innanzitutto è evidente anche dalle immagini che non si tratta di fosse comuni. Il luogo poi non è la spiaggia ma il cimitero di Tripoli perché si vedono un minareto e varie case che sono le ultime abitazioni della città, proprio dove comincia il cimitero». Non aveva mai smesso di essere un reporter. A Del Boca interessava appurare la realtà dei fatti, che fosse storia o cronaca.

E fu anche il primo a far raccontare la storia coloniale dai protagonisti e dai testimoni locali, non soltanto dalle fonti italiane, sempre di parte e assi edulcorate, se non censurate. Basta sfogliare alcune delle sue opere maggiori come Gli italiani in Libia ma anche alcune meno conosciute. Nello scaffale della libreria trovo un volume che forse è meno noto di altri, A un passo dalla forca, le memorie del patriota libico Mohammed Fekini. Nel 2006 Del Boca ebbe l’opportunità di consultare un documento di cui si ignorava l’esistenza, le memorie di Mohamed Fekini, capo della tribù dei Rogebàn, che come Omar el Mukhtar in Cirenaica fu uno dei più irriducibili oppositori alla dominazione italiana. Del Boca ci offre con la narrazione lucida e precisa di Fekini una ricostruzione finalmente completa e attendibile del periodo che va dal 1911, anno dello sbarco degli italiani a Tripoli, fino agli anni Trenta. Di quella conquista della “quarta sponda” che nell’arco di vent’anni fece 100mila vittime tra i libici.

Altro che italiani brava gente.

da qui



martedì 29 dicembre 2020

Dino e il respiro del mondo - Annamaria Rivera

Frisullo, insieme con l’egualmente rimpianto Eugenio Melandri, ex-missionario saveriano e a suo tempo europarlamentare per Democrazia Proletaria, ha voluto dedicare uno dei suoi seminari di formazione per il Servizio Civile, al ruolo di Dino rispetto al movimento antirazzista italiano. Ne riporto la mia relazione introduttiva, integrata e ampliata.

Per essere quanto più sintetica possibile, mi soffermerò solo su alcuni tratti della personalità politica di Dino e su alcuni passaggi importanti della storia del movimento antirazzista in Italia, in particolare sulla Rete Antirazzista nazionale. 

Molto si è scritto della figura politica di Dino, del suo impegno militante senza limiti e freni, totale e assoluto, generoso quasi fino all’autodistruzione: una “folle staffetta mozzafiato”, così Dino parlava di sé nella sua poesia-testamento. Poco, invece, si è detto delle qualità personali che ingentilivano quell’impegno, sottraendolo alla durezza e al settarismo: la mitezza e la tolleranza, ma anche il profondo amore “per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia e per ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino”, com’egli scriveva nella medesima poesia; ma anche − potremmo aggiungere − per le albe e i tramonti, e per ogni cucciolo, umano e non umano, in cui egli s’imbattesse.

Conviene aggiungere che a rendere la sua figura politica alquanto peculiare v’era, fra l’altro, l’attitudine di Dino a non dissipare, anzi a coltivare il patrimonio di cultura e conoscenza che buoni studi e una famiglia colta gli avevano lasciato in eredità; e a esercitare  la scrittura in tutte le sue forme, con un’ammirevole capacità di passare, con la medesima padronanza, dal registro del volantino a quello della poesia, dal racconto letterario all’articolo politico.

Uno dei tanti, grandi meriti di Dino fu l’aver colto perfettamente che il senso della “grande storia” può essere colto attraverso le “piccole storie” (solo in apparenza tali) di dominazione, oppressione, discriminazione, umiliazione di una popolazione, di una minoranza, di un gruppo di migranti o rifugiati/e, ma anche nell’infelicità e nei drammi di ciascuno/a dei suoi membri, di ogni migrante, di ogni oppresso/a, di ogni umiliato/a: la vicenda “minore” (si fa per dire) di un profugo o di una profuga, mort* annegat* o soffocat* nella stiva di una nave, può dirci del mondo attuale più di un freddo saggio di geopolitica. Conferire senso e valore politico generale a queste “storie minori”, solo in apparenza tali, equivale, insomma, a cogliere il significato più profondo del presente, dei processi di globalizzazione e di sfruttamento, del neocolonialismo e del razzismo.

Insomma, a caratterizzare Dino era anche, forse soprattutto, la capacità d’immedesimarsi nell’altro/a assumendo lo sguardo della persona palestinese, curda, migrante, profuga, rom…

Così il suo impegno politico assoluto si è sempre intrecciato con la pietas ed è per questo che egli è stato tanto spietato con te stesso, fino alla dissipazione.

Per Dino l’impegno militante era inseparabile dalla sfera esistenziale, la razionalità si sposava con il sentimento e così il linguaggio poetico spesso prendeva il posto del prosaico linguaggio della politica: tante volte, di fronte a eventi drammatici (una strage di profughi, un sopruso poliziesco, un crimine razzista), in luogo del comunicato o del volantino che ci aspettavamo ci accadeva di ricevere da Dino una poesia o un racconto.

 

Io ho avuto la fortuna di conoscere Dino fin dagli anni ’70, quando entrambi vivevamo a Bari, entrambi impegnati nella Nuova Sinistra, sia pure in gruppi diversi: lui in Avanguardia operaia, poi divenuta Democrazia proletaria. E a Bari egli fu anche tra i fondatori dell’associazione Italia-Palestina.

Così io potei constatare da vicino fino a qual punto il suo impegno politico (che era anche solidarietà attiva) fosse tutt’uno con la sua sfera esistenziale e con l’intransigenza etica. Ricordo quando, ancora a Bari, egli fece di tutto per farsi licenziare dalla Biblioteca Nazionale − un posto di lavoro ambitissimo − per il fatto che esso sottraeva troppo tempo al suo impegno politico.

Ma, per soffermarci sul tema centrale, conviene anzitutto ricordare che in Italia un movimento antirazzista in senso proprio si delinea dopo l’assassinio, a Villa Literno, in provincia di Caserta, del bracciante sudafricano Jerry Essan Masslo, ucciso il 20 agosto 1989: in realtà un profugo che, pur fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, per la legislazione dell’epoca non aveva diritto all’asilo. Il suo omicidio suscitò grande emozione e indignazione, sicché il 7 ottobre successivo ebbe luogo a Roma una grande manifestazione nazionale antirazzista, cui parteciparono almeno 200mila persone. Il che portò alla riforma della legislazione sull’asilo, fino allora riservato ai cittadini dei Paesi dell’Est.

Il 1989 fu anche l’anno della nascita dell’Associazione SenzaConfine, grazie all’impegno dello stesso Dino e del già citato Eugenio Melandri. D’allora in poi l’impegno antirazzista di Dino fu senza limiti. E SenzaConfine si rinnovò profondamente allorché, nel 1992, entrò in contatto con l’esperienza dell’ex-Pantanella, la fabbrica che fu occupata e autogestita per un anno da migliaia di persone immigrate, fino a duemilacinquecento, sembra.

E fu lui il primo a denunciare e a documentare rigorosamente la vicenda del naufragio di Portopalo, accaduto la notte di  Natale del 1996 e per molto tempo denegato, in cui persero la vita ben 283 migranti. Fu lo stesso Dino, insieme a molt* di noi, a svelare e additare le gravi responsabilità italiane nell’affondamento della nave Katër i Radës, proveniente dall’Albania, il cui speronamento, il 28 marzo del 1997,  da parte di una corvetta della Marina Militare italiana, provocò 108 vittime.  

Una delle cosiddette carrette del mare arrivata a Brindisi con il nome di Dino, scritto in modo impreciso probabilmente dai profughi kurdi, sulla fiancata. La testimonianza esemplare di una speranza di accoglienza fraterna che da decenni viene tradita.

Inoltre, fu anche grazie a Dino se riuscimmo a creare la Rete Antirazzista nazionale, che, per quanto di breve durata (1995-1998), resterà l’unica esperienza, in Italia, di coordinamento fra un gran numero di associazioni di dimensione regionale, provinciale, cittadina, in svariate parti d’Italia.

Ne eravamo portavoce Dino, io e Udo Enwereuzor (che sarebbe stato poi sostituito da Andrea Morniroli). Inizialmente alla Rete aderirono perfino grandi organizzazioni quali la Cgil e l’Arci, le quali, prevedibilmente, se ne allontanarono allorché il “governo amico” (il Prodi-uno) si apprestava a varare la famigerata legge, detta Turco-Napolitano (la n. 40 del 6 marzo 1998) che, tra l’altro, con i CPTA (nominati, con un assurdo eufemismo, Centri di permanenza temporanea e assistenza),  istituiva, per la prima volta in Italia, la detenzione amministrativa per persone immigrate “non regolari”: quale strumentoordinario, non convalidato dall’autorità giudiziaria, dunque, in aperta violazione della Costituzione.

Sin dalla loro apertura i CPT  avrebbero ucciso i loro “ospiti”. A partire dalla notte di Natale del 1999, ne morirono sette in tre giorni, tutti cittadini tunisini: uno, Mohamed Ben Said nel CPT  di Ponte Galeria, dove non avrebbe dovuto essere internato; gli altri arsi vivi nel corso di un incendio  nel CPT   “Serraino Vulpitta”, a Trapani.

Già due anni prima, nel 1997, la Rete antirazzista, prevedendo che la Turco-Napolitano non sarebbe stata quella meraviglia di cui si favoleggiava, elaborò tre proposte di legge d’iniziativa popolare, il cui contenuto ancor oggi appare assai avanzato. Ne elenco sinteticamente i punti essenziali: il trasferimento ai Comuni delle competenze in materia di soggiorno; il riconoscimento del diritto di voto a tutti/e i/le cittadini/e stranieri/e residenti in Italia da almeno cinque anni; la riforma del regime giuridico relativo alla cittadinanza italiana.

Quest’ultima era così concepita: “È cittadino italiano per nascita chi è nato nel territorio italiano, anche se figlio di genitori ignoti, apolidi o stranieri, senza distinzione tra comunitari ed extracomunitari”; “Può acquisire la cittadinanza italiana l’apolide o lo straniero, comunitario o extracomunitario, che risieda ininterrottamente da 5 anni nel territorio italiano”; “Chi ottiene la cittadinanza italiana può conservare quella d’origine'”.

Inutile dirlo: anche grazie alla defezione degli amici/che del “governo amico” (Arci e Cgil, ma anche Rifondazione comunista fu alquanto tiepida) non riuscimmo a raccogliere le firme necessarie; e dunque a impedire il varo di una legge che avrebbe aperto la strada alle aberrazioni della Bossi-Fini.

Dino, intanto, fra i molti impegni politici, aveva sposato anche la causa della liberazione del popolo curdo. A tal punto che quando, tra il 1996 e il 1997, cominciarono ad arrivare sulle coste del Sud d’Italia barconi pieni di profughi curdi, due di essi riportavano sulle fiancate il suo cognome, sia pure scritto in modo impreciso.

Sicché, da membro e fondatore di Azad e di SenzaConfinenel 1998 fu arrestato in Turchia allorché si apprestava a festeggiare con i curdi la festa nazionale del Newroz: cosa che era loro fermamente proibita.

Nelle pagine dedicate al proprio coinvolgimento nelle vicende curde, Dino parla di se stesso in terza persona, usando un tono distaccato, uno stile neutro e oggettivo: “Dino Frisullo è rinchiuso nel carcere speciale di Diyarbakir. Dopo quattro giorni d’isolamento, l’italiano ottiene d’essere trasferito nell’unica grande cella dei detenuti ‘comuni’, comunque tutti kurdi. Ma nonostante due settimane di sciopero della fame non gli sarà consentito di entrare nelle celle che da vent’anni seppelliscono vivi i detenuti politici”.

Incredibilmente (o indegnamente, sarebbe più giusto dire), nel 1998, giusto mentre Dino era recluso nel carcere speciale di Diyarbakir, con l’imputazione di “istigazione alla rivolta per motivi linguistici, religiosi o etnici”, alcun* della Rete Antirazzista pensarono bene di convocarne un’assemblea nazionale: stranamente a Lecco, nel profondo Nord leghista. E lì l’assemblea decise a maggioranza lo scioglimento dell’unico coordinamento antirazzista ampio e unitario che vi sia mai stato in Italia. Il quale aveva praticato un antirazzismo colto, radicale e militante, che riuscì a unificare il massimo di ciò che poteva essere unito, che anticipò di molti anni temi che solo oggi qualcuno scopre come fossero novità assoluta: i migranti quali soggetti esemplari del nostro tempo e la cittadinanza transnazionale, solo per fare un paio di esempi.

Nonostante questo, Dino (con non pochi/e di noi della defunta Rete Antirazzista), tornato in Italia, avrebbe ripreso, con la pervicacia e la generosità di sempre, la sua militanza antirazzista. Il 25 aprile 2003 − poco prima della sua morte, che sarebbe sopraggiunta  il 5 giugno del 2003 − da un letto d’ospedale scriveva un documento contro i CPT, soffermandosi in particolare sull’ignobile vicenda del Regina Pacis, diretto da don Cesare Lodeserto, lui e altri indagati dalla magistratura pugliese per malversazioni e lesioni. Tra gli altri orrori Dino ricorda

quando apprendemmo con orrore che nell’agosto 2001 dodici kurdi erano stati riconsegnati dal Regina Pacis, via Malpensa, ai loro torturatori turchi. Nella primavera successiva riuscimmo a fermare il rimpatrio di altri cento kurdi, ma non di sessanta srilankesi respinti nell’inferno della guerra civile. Ma quant’altre vite sono passate dai centri di Lecce, Foggia, Bari e Brindisi per essere aggregate in un charter o su un traghetto e rispedite indietro, in violazione di leggi e convenzioni e spesso nel totale disprezzo del diritto alla vita?

Ricordo che, nel corso del tempo, almeno fino al 2005, Lodeserto è stato condannato, perfino arrestato, per violenza privata e lesioni aggravate, sequestro di persona e abuso dei mezzi di correzione nei confronti di persone immigrate, recluse in CPT pugliesi.  

Oggi, di fronte allo stillicidio quotidiano di esodi che hanno come epilogo la morte in mare di centinaia di profughi/e o il forzato ritorno alle tragedie e alle persecuzioni da cui hanno tentato la fuga, ci  sorprendiamo a pensare: certo, il frenetico attivismo di Dino non riuscirebbe, da solo, ad aver ragione della nostra debolezza politica e della rozza e feroce arroganza degli imprenditori politici del razzismo.

Eppure quanto ci mancano e quanto ci sarebbero preziosi, proprio in questo momento, i suoi dieci comunicati al giorno e i suoi tanti articoli che arrivavano in ogni redazione e in ogni angolo d’Italia, la sua inflessibile e irritante caparbietà cui nessuno riusciva a sfuggire, il suo ostinato lavoro da vecchia talpa che scova, porta alla luce e denuncia ingiustizie e crimini contro i dannati della terra, la sua capacità di opporre dati, cifre, fatti alle pataccate degli specialisti della xenofobia. Insomma, ciò che può dire chi ha frequentato Dino e con lui ha vissuto fertili stagioni di lotta è che la sua assenza brilla, definitiva e spietata, come un terribile sole senza tramonto, per parafrasare una poesia di Jorge Luis Borges.

 

“Se morissi adesso o fra due giorni o un anno, ecco il mio testamento, il testamento di un comunista.

Avido di conoscenza e d’amore, vissuto e morto povero e curioso.

Lascio tutto il mio disprezzo a chi mi ha usato.

Lascio tutto il mio odio a chi mi ha dato un mondo senza gioia, da attraversare a denti e pugni stretti.

Lascio la nostalgia per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia ed ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino

Lascio fiumi di dolcezza alle donne che ho amato.

Lascio fiumi di parole dette e scritte spesso con rabbia, raramente con saggezza, in malafede mai, un mare di parole che già evapora al vento rovente del tempo.

Lascio a chi vorrà raccoglierlo, il testimone del mio entusiasmo, nella folle staffetta mozzafiato -volgendomi indietro dopo vent’anni non so più se ho corso da solo.

Lascio il mio sorriso a chi sa ancora sorridere

E le mie lacrime a chi sa piangere ancora.

Non è poco. In cambio, voglio essere sepolto senza cippi e lapidi fra le radici di un albero grande in piena nuda terra rossa e grassa perchè il mondo con me respiri ancora e si nutra con me di ogni mia fibra.

Con me (non vi sembri retorica) solo una bandiera rossa

E la nave del Ritorno intagliata con le unghie nella pietra di un prigioniero assetato di vita nel deserto del Neghev”.

da qui






sabato 8 agosto 2020

Jean Meslier, un curato anarchico - Arthur W. Uloth

 

Il nome di Jean Meslier è poco conosciuto nel nostro paese, ed anche in Francia non occupa la posizione che gli spetta nell’evoluzione del pensiero libertario. La sua reputazione è quella di un anticlericale, o di un libero pensatore che precorre il proprio tempo. Le sue vedute sullo Stato e il suo odio per quasi tutte le forme di autorità sono del tutto sconosciute. Il suo Testamento trova ancora lettori, ma è un lavoro incompleto che esprime solo la metà di ciò che fu scritto nel testo originale.

Meslier nacque nel 1664 a Mazerny, nel ducato di Rethel. I suoi genitori erano benestanti; suo padre era un mercante di stoffe. In famiglia c’erano molti ecclesiastici, alcuni dei quali assurti ad alte cariche nella chiesa. Ma Meslier non avvertiva alcuna vocazione, e aveva ben poco entusiasmo per il sacerdozio, e perciò non fu esercitata nessuna pressione contro la sua volontà. Tuttavia — come racconta egli stesso — decise di far parte della chiesa per far piacere ai suoi genitori, e senza dubbio anche perché condivideva la loro opinione che quella fosse «una condizione di vita più comoda, più pacifica e più onorata che non quella di molti uomini».

Studiò al seminario di Reims, fu ordinato sacerdote il 18 dicembre 1683 e, dopo aver occupato diversi posti, nel dicembre 1688 gli fu assegnata la parrocchia di Etrépigny. Aveva ventiquattro anni. A Etrépigny rimase fino alla sua morte nel 1729.

Se tutto fosse filato liscio, avrebbe trascorso un’esistenza gaia, confortevole e piuttosto futile, sarebbe morto e dimenticato come molti altri prelati di parrocchia. Egli possedeva di suo una discreta somma di denaro oltre il normale stipendio, così che per la sua posizione sociale era molto ricco. Ma le afflizioni lo attendevano al varco.

Dapprincipio tutto andò liscio.

Ci sono rimasti un certo numero di rapporti su di lui, redatti dai suoi superiori. Per venti anni non si disse che bene di lui. Adempiva ai suoi doveri correttamente, ed era lodato per avere alcuni eccellenti libri nella sua biblioteca. Un solo neo macchiava la sua esistenza, ma di pochissima importanza. Aveva assunto come domestica una giovane cugina. Ella aveva ventitré anni ed egli trentadue. Le perpetue dei preti dovrebbero essere tutte donne attempate, ma in quel tempo non si guardava troppo per il sottile in alcune cose e nessuno infastidì Meslier per la sua trasgressione.

Tutto ad un tratto le cose mutarono. Il nostro eroe ci verrà presentato come «ignorante, presuntuoso, molto caparbio e ostinato; un arricchito che, poiché possiede molto denaro, neglige la chiesa. Egli interferisce in cose che non comprende ed è irremovibile nelle sue opinioni una volta formate. Interessatissimo ai propri affari privati, è infinitamente negligente ed ha una tendenza esteriore molto marcata al giansenismo. La sua chiesa è in condizioni pietose».

Questo avveniva nel 1716. Nel 1710 l’arcivescovo Le Tellier morì e il suo successore non fu altrettanto amichevole e indulgente nei confronti di Meslier. Tuttavia ciò non basta a spiegare il cambiamento. Vi sono parecchie versioni di un’aspra contesa avuta con il signore del feudo, che a quanto pare era una persona cattiva e poco raccomandabile, ma non dobbiamo attenerci alla sola versione del prete.

Voltaire affermò che il litigio era sorto per il maltrattamento di alcuni contadini da parte del signor De Touly, feudatario locale. Meslier aveva preso le difese dei contadini e rifiutato di raccomandare il De Touly alle preghiere dei suoi parrocchiani, come allora si usava. Un’altra versione dice che la lotta sia stata originata da un posto a sedere in chiesa.

Qualunque sia stata la causa, la questione divenne una guerra in miniatura sostenuta, almeno da parte del Touly, con tutta l’asprezza degli uomini che vivono in comunità isolate, che hanno molto poco da fare e di conseguenza non vedono le cose nelle loro giuste proporzioni. È il mondo descrittoci nel noto romanzo Clochemerle. Un miscuglio di mediocrità e di puerilità troppo penoso per poter divertire.

Quando una domenica il curato salì sul pulpito, la sua voce fu subito sommersa dai suoni rauchi di corni da caccia. De Touly aveva appostato i suoi cacciatori proprio vicino alla chiesa con l’ordine di soffiare nei corni quando Meslier avesse incominciato a predicare. Comunque, la domenica seguente i cacciatori non vennero ed il prete colse l’occasione per indicare a dito il signorotto ed anche tutta la nobiltà, in una splendida geremiade. Dichiarò, inoltre, che non si curava di ciò che i suoi superiori pensavano delle sue opinioni.

De Touly riferì il discorso al vescovo. Meslier non volle smentire il suo atteggiamento. Ma il nobil uomo sapeva che il suo nemico era vulnerabile. La cugina era partita e il prete, che ormai aveva raggiunto la cinquantina, aveva per domestica una giovane di diciott’anni.

Certo ch’essa fosse la sua amica, De Touly si fece un dovere di comunicare al vescovo che Meslier «viveva in peccato».

Ciò costò allo sfortunato prete un mese di «ritiro» nel seminario e, naturalmente, dovette mandar via la sua giovane amica.

La sua collera, come si può misurare dai suoi scritti, fu terribile, ma non ebbe il coraggio di sfogarla pubblicamente. Non era il tipo d’uomo che amasse il martirio. Godeva la sua agiatezza e, d’altra parte, un uomo di cinquant’anni abituato a vivere nella mollezza e nei piaceri della carne, non poteva tutto ad un tratto farne a meno. Come prete si trovava proprio in quella posizione d’impotenza descritta in Twelve years in a Monastery di McCabe: «Il decreto della Chiesa va prima contro l’apostata. Egli viene scomunicato — maledetto in questa vita e nella prossima — e socialmente isolato: se non diffamato. Non gli è più possibile incominciare un’altra vita, sia socialmente che finanziariamente, nell’età matura; intanto si trova senza casa, senza amici e senza risorse…». Non sa guadagnarsi da vivere in altro modo che facendo il prete.

Meslier, dunque, aveva una sola via di scampo: scrivere.

Quando morì i suoi colleghi trovarono tra le sue cose un voluminoso manoscritto, avvolto in una carta su cui stava scritto il seguente titolo noioso, ma terribile:

«Ricordi, pensieri, sentimenti di Jean Meslier su una parte degli errori e abusi nella condotta del governo degli uomini, in cui si possono vedere chiare ed evidenti dimostrazioni della vanità e falsità di tutti gli dei e le religioni del mondo, indirizzati ai suoi parrocchiani dopo la sua morte e da servire come testimonianza della verità per essi e per tutti i loro simili. In testimoni illis et gentibus. Matt. X. 18».

Di questo manoscritto esistevano tre copie o forse quattro. Nel 1735 Voltaire ne ottenne una copia e nel 1762 la diede alle stampe ma incompleta… Da buon borghese e statolatra qual era, aveva escluso tutte le espressioni libertarie e rivoluzionarie, e ristretto l’edizione ai soli argomenti in cui Meslier appariva libero pensatore e anticlericale.

Il testo completo è stato pubblicato una sola volta in tre volumi, nel 1864 ad Amsterdam.

Coloro che scoprirono il manoscritto ne furono terrorizzati e c’è da meravigliarsi che non l’abbiano subito distrutto. I colleghi di Meslier furono terribilmente irritati e non vollero nemmeno annunciare la sua morte sul registro della parrocchia. Egli fu così escluso, come era costume, dalla comunità cristiana.

Il libro non è il frutto di una mente calma e serena che cerca di scoprire la verità. È evidente che Meslier era sempre stato un miscredente, un ateo, pur avendo contenuto il suo ateismo in argute sortite contro la società di uomini dabbene.

Egli aveva adempiuto sempre fedelmente ai suoi doveri di sacerdote, ma senza troppi riti e cerimonie. Ora si presentava sotto tutt’altro aspetto. Il libro è un grido di rivolta, un furioso attacco contro ogni autorità costituita.

Qual è il tema dell’opera? Che la religione è il sostegno della tirannia. La religione non è soltanto una menzogna, ma sostiene anche l’oppressione.

«La religione e la politica… si comprendono tra di loro come due borsaioli. Il governo politico protegge la religione per quanto sia stupida e inutile. Questa è la sorgente di tutti i mali che opprimono l’umanità e di tutte le imposture che la tengono infelice, prigioniera dell’errore, della falsità, delle superstizioni come le leggi liberticide dei grandi tiranni della terra».

È per questo che Meslier fece suo il desiderio che aveva udito da «un uomo senza educazione e tuttavia ricco di buon senso»: «Io desidero — aveva detto — che tutti i tiranni siano impiccati con le budella di tutti i preti».

Nessun altro scrittore del XVIII secolo scrisse con pari violenza contro la monarchia. A Meslier i re non piacevano, nemmeno Enrico IV, del quale ultimo a cantare le lodi fu Voltaire. «Dove sono — egli chiede — quei generosi uccisori di tiranni che esistevano nei secoli passati? Dove sono i Bruto e i Cassio? Dove sono i nobili uccisori di Caligola e di molti altri?… Dove sono i Jacques Clement e i Ravaillac di Francia? Perché nel nostro tempo non risorgono a massacrare, a pugnalare tutti questi detestabili mostri nemici del genere umano, a liberare i popoli dalla loro tirannia? No, non vivono più questi grandi uomini!…».

«Le prime monarchie — egli scrive altrove — erano accolite di banditi, di pirati e di ladri». E così era dei nobili: «I primi furono gente assetata di sangue, oppressori, crudeli e parricidi». Il loro regno privo di ogni giustificazione iniziale non ha mostrato poi nessuna giustificazione successiva. Essi sono parassiti e tali sono i servitori della loro burocrazia: «tutti questi funzionari di principi e di re, tutti questi superbi intendenti e governatori di città e di province, tutti questi fieri esattori di tasse e di decime, impiegati d’ufficio e burocrati e infine tutti questi ipocriti prelati ed ecclesiastici così pure questi gentiluomini, signore e signorine che non fanno altro che rallegrarsi di sé, e darsi una bella vita, mentre voialtri povera gente dovete lavorare giorno e notte e portare tutto il peso del giogo, e avete su di voi tutto il peso dello Stato».

Non è solo contro la classe dirigente che Meslier indirizza i suoi attacchi ed invita i popoli d’Europa ad unirsi nella rivolta, ma anche contro i piccoli funzionari dello Stato. Non solo contro i legiferatori e i giudici, gli uomini della giustizia, — dell’«ingiustizia», come li chiama; ma anche contro «gli impiegati, i controllori, i gendarmi, le guardie, i sergenti, gli uscieri, i birri e ogni altra canaglia».

È l’amarezza dei poveri che parla attraverso la penna del parroco anarchico. Egli conosceva la loro miseria. «Tutto ciò — egli dice riferendosi alle cerimonie religiose — non produrrà un solo chicco di grano e non vale uno solo dei colpi di zappa che il contadino dà sul terreno per coltivarlo».

Ma egli si rendeva anche conto che questa miseria era il prodotto dell’istituzione della proprietà privata. «Gli uomini si appropriano ciascuno di una particolare porzione dei beni della terra, anziché goderne in comune». «Tutti gli uomini sono uguali in natura».

Da quanto segue sembrerebbe che egli pensasse socialmente e non biologicamente. «Tutti hanno uguale diritto di vivere e di camminare sulla terra, ugual diritto di godervi la naturale libertà e di avere uguale parte dei frutti della terra; lavorando profittevolmente, ognuno avrà le cose che sono necessarie alla vita».

Egli applicò il suo comunismo anche alle relazioni sessuali. «Se gli uomini non rendessero i loro matrimoni indissolubili come fanno ora, e se al contrario essi lasciassero sempre la libertà di unirsi insieme, ciascuno seguendo la propria inclinazione, e la libertà di separarsi quando non potessero più stare insieme, o quando il sentimento suggerisse loro di formare un’altra nuova unione; certamente non si vedrebbero tanto disordine e tanti litigi tra uomini e donne. Essi godrebbero i loro piaceri pacificamente e gaiamente, perché resterebbe sempre la buona amicizia, che sarebbe il principale motivo della loro unione, e sarebbe un gran beneficio per essi come per i bambini che sarebbero allevati col concorso… dei beni comuni e pubblici…».

L’ideale di Meslier era una società costruita da comunità contadine, con la terra di ognuno posta in comune, concatenate in conformità del beneficio scambievole.

Egli non ricorse ai libri dei «filosofi» né alle relazioni di viaggi tra i popoli selvaggi. Fondò la sua utopia sulle comunità contadine che vedeva intorno a sé, di cui rimanevano ancor tracce visibili dell’organizzazione, per quanto la loro forma completa fosse sommersa dal sistema sociale esistente.

La sua società ideale era il sogno del popolo tra il quale viveva. Il problema delle città lo toccò solo di sfuggita. Non parlò dell’industria e della classe dell’artigianato, e per conseguenza anche il commercio non ha avuto posto nella sua comunità. Gli atti di scambio sono ridotti semplicemente agli aiuti che una comunità dà ad un’altra in caso di bisogno. La sua negligenza verso l’industria è tutt’al più rimarchevole, se si considera che vi era una breve distanza fra Etrépigny e le importanti drapperie di Sedan.

Nel 1712, 1713, 1729 (anno in cui muore Meslier) si verificarono scioperi tra i tagliatori di panni. Essi fecero gran rumore. Il più importante fu quello del 1712, in cui 1200 lavoratori si trovarono fuori dai laboratori a causa di 400 tagliatori che erano in sciopero. Sembra probabile che Meslier identificasse la città col centralismo e con lo Stato che tanto detestava.

Comunque fosse, nella società che egli proponeva non c’era posto per lo Stato. La sola forma di autorità che avrebbe accettato era quella morale dei più vecchi e della gente più ricca di esperienza. Che questa autorità potesse essere tirannica egli lo ammetteva, ma pensava che fosse inevitabile. A parte ciò, le sue idee sarebbero considerate troppo avanzate ancora oggi da molta gente, ad eccezione degli anarchici.

Egli era certamente troppo in anticipo su Voltaire, il quale non rese un buon servizio all’umanità purgando il libro di Meslier e alterando il senso della scelta che ne fece. Voltaire, come altri filosofi, accettava lo Stato come qualcosa di ormai consolidato. Molti filosofi di allora non si discostavano troppo dall’ateismo; Voltaire stesso era un deista.

Però, ciò che distingue il Testamento di Meslier da tanti altri scritti sociali del XVIII secolo, è il richiamo all’azione e alla rivoluzione. Il suo libro è indirizzato ai suoi parrocchiani e li invita ad agire una buona volta, a insorgere per la costruzione di una società libera senza attendere che altri lo facciano per loro.

«La vostra salvezza è nelle vostre stesse mani. La vostra liberazione non dipende da nessun altro se non da voi stessi… Unitevi, dunque, popoli di tutto il mondo, se siete saggi; unitevi se avete dello spirito per liberarvi dalle vostre comuni miserie. Insorgete, prima di tutto comunicandovi in segreto i vostri pensieri e i vostri desideri. Diffondeteli ovunque e il più abilmente che potete; per esempio, scrivendo cose simili a queste, che facciano conoscere a tutto il mondo la falsità dell’insieme degli errori e delle superstizioni delle religioni, le quali giovano all’odiato governo tirannico dei principi e dei re della terra. Conservate nelle vostre mani i prodotti e le ricchezze che voi producete in così grande abbondanza col sudore delle vostre mani, tenetele per voi e per i vostri simili. Non date nulla a quella razza orgogliosa e inutile, gente debole di nessuna utilità al mondo…».

Non si tratta di ampollosa retorica rivoluzionaria. È un piano per la rivoluzione. Non è questione di conquistare lo Stato, ma semplicemente di metterlo da parte.

Questo messaggio anarchico non fu accolto dai parrocchiani di Etrépigny, né da nessun altro. La borghesia che fece circolare il Testamento ebbe cura di scegliere le parti che le facevano comodo. Ma Meslier ebbe la sua rivincita, e quando i contadini, durante il corso della rivoluzione, insorsero e distrussero per sempre la potenza dei signori feudali, essi stavano obbedendo senza saperlo all’appello che Meslier aveva loro lanciato sessant’anni prima.

Ciò che rende il Testamento di Meslier così suggestivo è il fatto che, anziché partire dalla filosofia o da qualche concezione idealistica dell’uomo «allo stato di natura», basasse le sue teorie sugli uomini come li ha conosciuti. Non sosteneva che gli uomini erano naturalmente dotati di una bontà sovrumana. Ma considerava che certi uomini sono per temperamento inclini ad un «dominio imperioso e tirannico», mentre altri sono «più saggi e meglio intenzionati».

Egli sapeva anche che la complessità morale degli uomini non impedisce che la vita della comunità sia nell’insieme felice.

Questa visione realistica rende il suo libro convincente molto più delle utopie autoritarie del suo tempo, in cui essendo ciascuno soltanto una ruota del meccanismo poteva difficilmente mancare di apparire virtuoso.

[Freedom, vol. XV, n. 33, 15 agosto 1953]

da qui



lunedì 12 marzo 2018

L’uomo dell’ombrello: elegia per Idy Diene - Alessio Lega



Elegia per Idy Diene, senegalese, venditore di ombrelli, ammazzato a Firenze il 5 marzo (*)

Son passato a ripa d’Arno questa sera
là dove degli immensi scalini nel letto del fiume
fanno frangere l’acqua in una cascata ripetuta.
C’era come un sordo grattare, un ringhio di belva
un rumore di tempesta imminente,
ma nascosta, celata agli sguardi.
Ho visto il lumino, il mucchietto di fiori
la bicicletta legata lì di fianco.

La pioggia scollerà il volto stampato sotto il nome del ponte
e perderà questi poveri testimoni: il lumino ed i fiori
e dell’uomo ucciso dalla belva dell’uomo
non sarà che uno scuro ricordo di morte
e quel poco di sangue nell’acqua passata.

Nella mia piccola cosmogonia c’è un Pantheon di simboli
uno di questi è l’ombrello. C’è un film che ho visto
al tempo in cui mi stavo facendo uomo
che inizia con un uomo nella pioggia ed una donna
lui dice “Ombrello?” lei risponde “Ombrello e protezione”.

Hanno sparato all’uomo dell’ombrello,
hanno ucciso la protezione che dobbiamo ad ognuno
e siamo per sempre bagnati da tutta la pioggia del Mondo.
L’ombrello come la bicicletta è un piccolo capolavoro
oggetto sacro di una tecnologia minima e geniale
attrezzo umile e prezioso refrattario alla proprietà:
quanti ombrelli ho perduto ed ho rubato?
L’ombrello è di chi ne ha bisogno.

Hanno sparato all’uomo dell’ombrello
e siamo per sempre bagnati da tutta la pioggia del Mondo.
Ho accusato i razzisti, osceni di potere,
chi fa strame e non bada che sta gettando noccioline
al mostro della Storia, che ci sbranerà ancora una volta.

Vi ho accusato fascisti del terzo millennio, che siete pochi, pochissimi
e per quanto pochissimi appestate l’aria di lezzo di morte
ma siete come il proiettile, inutile orrore
di cui è carica la grande pistola sociale
carica e pronta ancora a sparare.

Ho accusato il Capitale, che da sempre sta al comando
che fa affari vendendo la vita e tutto mangiando.
Ma oggi non perdono noi altri, non perdono chi s’è distratto
chi ha rimandato, chi ha sbagliato, chi non ha potuto.
Hanno sparato all’uomo dell’ombrello, non l’abbiamo protetto
e siamo per sempre bagnati da tutta la pioggia del Mondo.

Non perdono questa chitarra tarlata di buone intenzioni
queste stupide canzoni cui ho dedicato metà della vita
metà a scriverle, metà a cantarle, queste inutili canzoni
che nemmeno in mille anni cambieranno la testa di nessuno.

Non perdono i mille e mille libri accumulati
che più che sapere hanno costruito nella mia casa un muro
dalle cui feritoie forse scorgo l’uomo che vende gli ombrelli
ma non l’ho salvato, non mi perdono e la vita ho buttato.

Non perdono certo i falsi compagni
(che ormai fra di loro si chiamano “amici” e in realtà si odiano tutti)
stanno assieme finché gli serve, dicono “stai tranquillo”
e già vedi il pugnale nel fianco. Loro sono da tempo i nemici,
ma voi che come me avevate gli occhi
e avete retto loro il gioco, perché non c’era altro da fare

a voi non vi perdono più, non avete salvato l’uomo dell’ombrello.
Non perdono i compagni burocrati divisionisti
che dalla sacra trinità laica hanno strappato un petalo
hanno preso Libertà e Uguaglianza e hanno tolto Fraternità
e non sanno che se pure liberi e uguali
siamo anche soli e perduti e assetati e affamati
e siamo niente se non c’è una mano fraterna.
Sono tre parole che vivono assieme, che da trecento anni
illuminavano ogni nostro passo.

Non perdono i compagni che festeggiano l’uno per cento
e che dicono “certo, se ci avessero fatti passare in Tivù
saremmo di più, saremmo arrivati anche al tre!”
Come quei somari e quei briganti sulla strada di Girgenti.
Ditemi un po’, compagni, ebbe migliore pubblicità il Manifesto di Marx?
(Per non parlare delle opere dei miei compagni anarchici
che passavano clandestine di mano in mano).
C’era forse la diretta nazionale per la Prima Internazionale?
Eppure qualcosa loro l’hanno fatta.
Voi non avete salvato l’uomo dell’ombrello, mentre lui moriva
eravate a festeggiare il vostro voto, e perciò non vi perdono.

Non perdono i miei compagni anarchici, e non mi perdono con loro.
Disuniti su tutto, incapaci di fare un fronte comune
sospettosi soprattutto di noi stessi, ripiegati su una storia gloriosa
compiaciuti – si direbbe – nel ruolo delle vittime.
Quanti calci in culo ci darebbe Malatesta con Durruti!
Quanti calci in culo ci darebbero i marinai di Kronstad!
Perché passi che non abbiamo difeso la rivoluzione dallo Stato
ma soprattutto non abbiamo salvato l’uomo dell’ombrello.

E ora ripasso a ripa d’Arno, la notte si fa sempre più profonda
la pioggia sta lavando la mia rabbia,
la fa levigata e sorda di pianto e di vergogna.
Seccherà e si farà tutta di cenere.

Abbiamo poco per rifarci una speranza:
un pugno di cenere nel vento
una macchia di sangue a ripa d’Arno
un tempo che ringhia troppo forte
e vorticante si getta verso il nulla.

Ma di cenere e di sangue è fatto l’uomo
e da questi si dovrà ricominciare
e speriamo che l’uomo dell’ombrello
sia disposto ancora a darci protezione.

da qui