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sabato 17 luglio 2021

Corte Suprema: legge “Stato-Nazione” legittima, Israele è Stato solo degli ebrei - Michele Giorgio

 

Ieri l’Alta Corte di Giustizia di Israele, respingendo varie petizioni, ha dichiarato la legittimità della legge fondamentale, nota come legge “Stato-nazione”, approvata dalla Knesset esattamente tre anni fa, che definisce Israele come Stato della nazione ebraica, e non di tutti i suoi cittadini, anche i non-ebrei. Dieci degli 11 giudici, ad eccezione di George Karra – l’unico giudice arabo della corte –, hanno sostenuto che la legge non contravviene “il carattere democratico di Israele”. “Questa legge fondamentale è solo un capitolo della nostra costituzione che sta prendendo forma e non nega il carattere di Israele come Stato democratico”, ha scritto nella sentenza Esther Hayut, presidente della corte. Non è questo il parere dei centri per i diritti umani e civili e della minoranza araba palestinese che compone il 21% della popolazione israeliana. La Legge a loro dire sancisce la “proprietà” degli ebrei sullo Stato e sul territorio e di fatto discrimina i cittadini arabi nell’assegnazione delle terre statali e nella sfera pubblica. Inoltre non contiene le parole “uguaglianza” e “democrazia” nel suo testo.


Pagine esteri vi propone l’intervista realizzata da Michele Giorgio il 20 luglio 2018, subito dopo l’approvazione della legge Stato-nazione da parte della Knesset, allo storico Zeev Sternhell, uno dei maggiori studiosi di Fascismo e del movimento sionista, scomparso lo scorso anno.

 

 

 

INTERVISTA

di Michele Giorgio

Era stato netto il giudizio di Gideon Levy sul quotidiano Haaretz. La legge su Israele come Stato-nazione del popolo ebraico in discussione in quei giorni alla Knesset, voluta da Netanyahu e dalla maggioranza nazionalista-religiosa al governo e approvata mercoledì notte in via definitiva, ‎«presenterà il Sionismo così com’è», aveva scritto l’editorialista israeliano. «Metterà anche fine – aveva aggiunto – alla farsa che Israele sia ebraico e democratico, una combinazione che non è mai esistita e che non potrebbe mai esistere a causa della contraddizione intrinseca tra i due valori che non possono essere messi insieme se non con l’inganno». Già lo sapevano i palestinesi d’Israele, la minoranza araba (20% della popolazione). Ma ora sanno anche che sono esposti ai riflessi concreti di una legge fondamentale dello Stato che senza affermarlo esplicitamente disconosce l’uguaglianza di tutti i cittadini – inclusa nella dichiarazione d’indipendenza di Israele – poiché assegna nero su bianco uno status privilegiato ai cittadini ebrei rispetto a quelli arabi. Una legge che afferma che la biblica Terra d’Israele è la patria storica degli ebrei e che al suo interno è stato fondato lo Stato d’Israele, sottointendendo che i non-ebrei non hanno e non avranno diritto di reclamare la propria appartenenza a quella stessa terra, la Palestina storica. Tra i punti più importanti c’è quello che afferma che lo Stato di Israele «vede lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale e agirà per promuovere il suo consolidamento». In questo modo, ha denunciato il deputato comunista Dov Chenin, «si implica che l’insediamento di arabi è di «serie B». Nemmeno in Sudafrica il regime di apartheid aveva osato arrivare a tanto». E non è meno significativo che l’arabo non sia più una lingua ufficiale di Israele. Da ieri ha solo uno «status speciale». La legge è stata salutata con favore dal premier Netanyahu perché, a suo dire, pone i valori ebraici e quelli democratici sullo stesso piano senza negare i diritti di tutti i cittadini. Ben diverso il giudizio di Ayman Odeh, leader della Lista araba unita. Sventolando una bandiera nera durante il suo discorso alla Knesset, Odeh ha affermato che «questa è una legge malvagia e al di sopra c’è una bandiera nera… Israele ci dice che non ci vuole qui». Per Hassan Jabareen, direttore della ong araba Adalah, quanto votato dalla Knesset «presenta elementi chiave dell’apartheid, è immorale e contro il diritto internazionale». Del significato della legge e dei suoi effetti abbiamo parlato con lo storico e Premio d’Israele, Zeev Sternhell, uno dei massimi esperti di Fascismo e della storia del Sionismo, autore di testi tradotti in molte lingue.

Alla fine, Netanyahu ha ottenuto quanto chiedeva da anni.

Purtroppo, sì. Questa legge sancisce ufficialmente la differenza tra ebrei e arabi in Israele. Certo, sino ad oggi, nella vita quotidiana i cittadini arabi non avevano mai avuto diritti pieni. Però, come diceva Machiavelli, una cosa è fare qualcosa di sbagliato ed un’altra è attuarla con una legge. È stata introdotta una norma in cui la natura ebraica di Israele è superiore rispetto ai valori democratici dello Stato. Pertanto, se prima Israele si definiva ebraico e democratico ora è lo Stato della nazione ebraica. Appartiene ad ogni ebreo nel mondo ma non anche ai suoi cittadini arabi.

Cosa accadrà?

Assisteremo a sviluppi pericolosi. Perché la legge può manifestarsi concretamente in molti modi. Occorre domandarsi come sarà tradotta in politica. Aprirà le porte a una discriminazione non più occulta degli arabi in Israele? Temo che questo si realizzerà in molte forme, in vari aspetti della vita del paese. Senza dimenticare che la legge, assegnando tutta la biblica «Eretz Israel» agli ebrei darà il via a una ulteriore e più massiccia campagna di colonizzazione ebraica dei Territori palestinesi occupati (da Israele nel 1967, ndr). Affermare che la terra appartiene solo agli ebrei e non anche agli arabi è un aspetto centrale e dovremmo capire cosa significherà dal punto di vista giuridico, legale, nei tribunali, durante le cause processuali.

Nei suoi libri e articoli lei ha ripetutamente messo in guardia dalla svolta autoritaria in Israele e ha subito attacchi e critiche violente.

Non c’è alcun dubbio che si proceda a destra a tutta velocità e che gli ebrei nazionalisti e messianici stiano attuando un’agenda ben precisa che sta facendo di Israele un paese sempre meno democratico ed egalitario. Il sistema autoritario che la destra ha in mente avvicina Israele all’Ungheria e all’Europa orientale e lo allontana dall’Europa occidentale.

Il tanto discusso premier ungherese Orbán viene ricevuto come un amico e stretto alleato dal primo ministro Netanyahu.

Netanyahu già prepara le prossime elezioni politiche e temo che le vincerà. Il benvenuto ad Orbán, suo principale alleato in Europa, va letto anche in quella chiave, così come la legge sullo Stato-nazione ebraico approvata dalla Knesset. Viviamo tempi difficili, cupi. Dopo 50 anni di occupazione militare dei Territori e di politiche nazionaliste agguerrite ora si è passati alla discriminazione riconosciuta, ufficiale, della minoranza araba in Israele e alla negazione esplicita di qualsiasi possibilità che i palestinesi in Cisgiordania e Gaza possano godere di una piena autodeterminazione. Affermando con una legge che «Eretz Israel», ossia il territorio che va dal Mediterraneo al fiume Giordano, appartiene solo agli ebrei, Netanyahu, la destra, gli ultranazionalisti religiosi, hanno voluto mettere fine all’idea che un giorno possa nascere uno Stato palestinese indipendente all’interno di questo territorio.

da qui

domenica 6 maggio 2018

Le uccisioni sul confine di Gaza mettono in evidenza la vera mentalità di Israele - Zeev Sternhell



Benjamin Netanyahu, ci ricorda Anshel Pfeffer [giornalista inglese che scrive su Haaretz, ndt.], non vede il conflitto arabo-israeliano come un problema in sé, ma come parte inscindibile dello scontro di civiltà tra l’Islam e il mondo occidentale (“La visione di Netanyahu in 467 pagine”, 18 aprile). Per lui Israele è l’avanguardia dell’Occidente in una lotta durata 1.500 anni.
Quando è stato pubblicato il suo [di Netanyahu] libro “A Place Among the Nations” [“Un posto tra le Nazioni”], l’ho considerato come niente più che propaganda, l’intenzione di inventarsi una copertura ideologica per continuare l’occupazione sponsorizzata dal neo-conservatorismo americano nella sua forma più semplicistica. È un vero peccato che gente rispettabile cada ancora nella trappola.
Netanyahu ha da molto tempo capito che i palestinesi sono incapaci di resistere con la forza all’occupazione, per cui essa non finirà in un futuro prevedibile. Ma poiché nessuna situazione può persistere senza una copertura ideologica, e la narrazione biblica non si vende bene negli Stati Uniti al di fuori dei circoli evangelici, ci prova con la protezione della cultura occidentale, nello spirito della tendenza neoconservatrice della fine del XX secolo.
Tuttavia, per più di 300 anni la cultura occidentale ha presentato due approcci: quello liberale, da cui si sono sviluppati la democrazia e i diritti umani dell’Illuminismo francese e britannico, e quello che subordina l’individuo a una comunità etnica e cerca nella storia la legittimazione delle proprie politiche. Questa tendenza iniziò a far germogliare, alla fine del XIX secolo, i vari movimenti nazionalisti e razzisti di destra, compresi quelli che si sono sviluppati nel fascismo e nel nazismo.
Questi movimenti sapevano come sfruttare il diritto al suffragio universale per eliminare il principio di uguaglianza tra gli esseri umani. Poi hanno eliminato la stessa democrazia. Il nazionalismo razzista non fu inventato da Hitler, ma emerse gradualmente dalla rivoluzione di destra che iniziò a travolgere l’Europa. Questo approccio nazionalista radicale è l’”Occidente” di Netanyahu, in cui trova la legittimazione per la politica colonialista di annessione e oppressione che ha architettato da quando è salito al potere.
Questo è il punto di vista che il giovane israeliano educato in America ha adottato per se stesso: laggiù la sua immaginazione non è stata accesa dall’eredità del movimento per i diritti civili, ma piuttosto dall’oscuro tenore della cultura politica americana. Mentre la rivoluzione francese liberava gli ebrei e gli schiavi, in America – insieme alla devozione quasi religiosa per le libertà individuali e il bilanciamento dei poteri, ancorati alla Costituzione e alla Dichiarazione di Indipendenza – la schiavitù è esistita per altri 100 anni. Per ulteriori 100 è prevalsa la brutale oppressione sociale dei neri. Il giovane Netanyahu ha imparato là che l’Occidente contiene tutto, il meglio e il peggio, e ognuno può scegliere da solo quello che gli serve.
Quindi è così che funziona la destra israeliana: dopo aver rafforzato il colonialismo tratta gli arabi fondamentalmente come nativi. I britannici in Kenia e i francesi in Algeria hanno fatto scuola. Le uccisioni settimanali sul confine della Striscia di Gaza sono una campagna di brutalità, che mette in evidenza la mentalità della società nel cui nome l’esercito agisce: possiamo fare tutto quello che vogliamo. Come Elor Azaria, che ha giustiziato un terrorista ferito e presto uscirà di prigione come un eroe, così come i giovani in uniforme che massacrano civili disarmati sui confini di Gaza sono i “figli di tutti noi”. E Bezalel Smotrich [deputato del partito di estrema destra dei coloni “Casa ebraica, ndt], che vuole che si spari a una gamba ad Ahed Tamimi [ragazza palestinese detenuta in Israele. Smotirch ha sostenuto che le si dovrebbe almeno sparare a un ginocchio, ndt.], è il parlamentare di tutti noi. Non abbiamo sentito i dirigenti del suo partito o i ministri dell’Educazione e della Giustizia [entrambi di “Casa ebraica”, ndt.] urlare con orrore. Smotrich, come il volto cinico di Avigdor Lieberman [ministro della Difesa, del partito di estrema destra “Israele casa nostra”, ndt.], riflette il nostro stesso volto, il volto dell’avamposto dell’Occidente di Netanyahu.
Questa è la dura verità che i festeggiamenti per il settantesimo dell’indipendenza hanno reso ancora più evidente.
(traduzione di Amedeo Rossi)