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martedì 9 novembre 2021

Quel problema innominabile - Claudia Fanti

  

Il grido dell’indigena brasiliana Txai Suruí, figlia di uno dei leader più rispettati del suo paese, Almir Suruí, è risuonato proprio in apertura della Cop 26: «Mio padre mi ha insegnato che dobbiamo ascoltare le stelle, la luna, gli animali, gli alberi. Oggi, il clima sta cambiando, gli animali stanno scomparendo, i fiumi muoiono, le nostre piante non fioriscono più come prima. La Terra ci sta dicendo che non abbiamo più tempo».

 

Ma è già troppo tardi per cambiare strada? Lo abbiamo chiesto a Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione, quella dei poveri e del «grande povero» che è il nostro pianeta devastato e ferito, il cui duplice – e congiunto – grido ha occupato il centro della sua intera riflessione.

 

Tra i firmatari dell’accordo sulla deforestazione raggiunto alla Cop 26 c’è anche Bolsonaro. Il trionfo dell’ipocrisia?

Nulla di minimamente credibile può venire dal governo Bolsonaro: con lui la menzogna è diventata politica di stato. Solo su un punto ha detto la verità: «Il mio governo è venuto per distruggere tutto e per ricominciare da capo». Peccato che questo reinizio sia nel segno dell’oscurantismo e del negazionismo scientifico, che si tratti di Covid o di Amazzonia. La sua opzione economica va in direzione esattamente opposta a quella per la preservazione ecologica: Bolsonaro ha favorito l’estrazione di legname, l’attività mineraria all’interno delle aree indigene, la distruzione della foresta per far spazio alla monocoltura della soia e all’allevamento. Solo da gennaio a settembre, l’Amazzonia ha perso 8.939 km² di foresta, il 39% in più rispetto allo stesso periodo del 2020 e l’indice peggiore degli ultimi 10 anni. La sua adesione al piano di ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030 è pura retorica. In realtà, non ci sono dubbi sul fatto che proseguirà sulla strada della deforestazione continuando a mentire al Brasile e al mondo.

L’Amazzonia potrà sopravvivere ad altri 10 anni di deforestazione?

Il grande specialista dell’Amazzonia Antônio Nobre afferma che, al ritmo attuale di distruzione, e con un tasso di deforestazione già vicino al 20%, in 10 anni si potrebbe raggiungere il punto di non ritorno, con l’avvio di un processo di trasformazione della foresta in una savana appena interrotta da alcuni boschi. La foresta è lussureggiante ma con un suolo povero di humus: non è il suolo che nutre gli alberi, ma il contrario. Il suolo è soltanto il supporto fisico di un complicata trama di radici. Le piante si intrecciano mediante le radici e si sostengono mutuamente alla base, costituendo un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una pianta viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

Siamo ancora in tempo per intervenire?

I leader mondiali hanno accuratamente evitato di toccare quello che è il vero problema: il capitalismo. Se non cambiamo il modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale, arrivando al 2030 con un aumento della temperatura oltre il grado e mezzo. Le conseguenze sono note: molte specie non riusciranno ad adattarsi e si estingueranno, si registreranno grandi catastrofi ambientali e milioni di rifugiati climatici, in fuga da terre non più coltivabili, oltrepasseranno i confini degli stati, per disperazione, scatenando conflitti politici. E con il riscaldamento verranno anche altri virus più pericolosi, con la possibile scomparsa di milioni di esseri umani. Già ora i climatologi affermano che non c’è più tempo. Con l’anidride carbonica che si è già accumulata nell’atmosfera, e che vi resterà per 100-120 anni, più il metano che è 80 volte più nocivo della CO2, gli eventi estremi saranno inevitabili. E la scienza e la tecnologia potranno attenuare gli effetti catastrofici, ma non evitarli.

Ha sempre affermato che senza un vero cambiamento nella nostra relazione con la natura non avremo scampo. L’umanità è pronta per questo passo?

Il sistema capitalista non offre le condizioni per operare mutamenti strutturali, cioè per sviluppare un altro paradigma di produzione più amichevole nei confronti della natura e in grado di superare la disuguaglianza sociale. La sua logica interna è sempre quella di garantire in primo luogo il profitto, sacrificando la natura e le vite umane. Da questo sistema non possiamo aspettarci nulla. Sono le esperienze dal basso a offrire speranze di alternativa: dal buen vivir dei popoli indigeni all’ecosocialismo di base fino al bioregionalismo, il quale si propone di soddisfare le necessità materiali rispettando le possibilità e i limiti di ogni ecosistema locale, creando al tempo stesso le condizioni per la realizzazione dei beni spirituali, come il senso di giustizia, la solidarietà, la compassione, l’amore e la cura per tutto ciò che vive.

Fonte: il manifesto

da qui

martedì 20 luglio 2021

dicono di Cuba

 Intervista di Claudia Fanti (*) allo scrittore, giornalista e attivista uruguayano Raúl Zibechi: «L’embargo si somma a forte crisi economica in pandemia».

 

Per lo scrittore, giornalista e attivista uruguayano Raúl Zibechi, la costruzione di mondi nuovi non passa per la conquista dello Stato, ma per le organizzazioni di base, a cominciare da quelle indigene e femministe. Più zapatismo, insomma, che Cuba. Così, di fronte alle proteste in corso nell’isola, non sorprendono le sue critiche al governo, pur nella netta condanna del ruolo degli Usa e nella difesa incondizionata della sovranità cubana.

 

Come interpreti quanto sta avvenendo a Cuba?
In questo momento si uniscono due problemi: il tradizionale embargo e una forte crisi economica aggravata dalla pandemia. La contrazione relativa al 2020 è stata, secondo la Cepal, dell’8,5%, l’industria ha registrato perdite pari all’11,2% e l’agricoltura ha sofferto un crollo del 12%. Il turismo, che nel 2019 aveva registrato quattro milioni di visite e nel 2020 un milione, nel primo trimestre di quest’anno ha potuto contare sulla presenza di appena 120mila turisti. Cuba, insomma, è rimasta senza risorse per importare alimenti (il 70% di quelli che si consumano). E l’inflazione che ne è derivata è favorita da una crescita dei prezzi internazionali degli alimenti del 40% in un anno. Tutto ciò conduce a una crisi economica e sociale molto grave che è alla base degli attuali problemi.

Qual è il ruolo degli Usa in queste proteste?
Il lungo embargo ha provocato problemi di vario tipo. Da un lato, un deterioramento delle infrastrutture – con l’eccezione del turismo -, evidente soprattutto nei campi della salute e dell’educazione, che hanno subito un graduale ridimensionamento negli ultimi decenni. L’attuale affollamento negli ospedali, per esempio, era qualcosa di inimmaginabile nell’isola. Dall’altro lato le sanzioni finanziarie, che non permettono a Cuba di accedere a certe banche occidentali per realizzare transazioni. E come se non bastasse l’embargo, gli Usa non fanno mancare il loro sostegno all’opposizione, alimentando le proteste contro il governo.

Ci sono stati errori da parte del governo cubano?
Più che errori, credo si sia scelto un cammino sbagliato. Accentrare tutto nello Stato, impedire la partecipazione reale della popolazione, fa sì che, in caso di proteste come le attuali, queste assumano necessariamente un carattere anti-sistema. Se c’è uno sciopero, per esempio, non si può trattarlo come un tentativo di rovesciare il governo. È solo uno sciopero, non dovrebbe costituire un problema. Non può esserci un sistema che non ammetta dissidenze, soprattutto a fronte di lotte come quelle femministe e anti-patriarcali che nei fatti si presentano come anti-statali. Pensare che lo Stato sia tutto, che la società non sia nulla se non è subordinata allo Stato, rende molto deboli dietro un’apparente forza.

Durante le proteste un manifestante è morto e altri sono stati arrestati. Nulla di paragonabile ai casi cileno e colombiano…
La repressione c’è, il tentativo di impedire la mobilitazione pure. Ed è deplorevole che sia stata tagliata internet. Ma non è una repressione criminale come quella in Colombia, non ci sono centinaia di lesioni oculari come in Cile, non si registrano desaparecidos. Eppure la stampa internazionale, che non dice quasi nulla della Colombia, monta uno scandalo su Cuba. Ci sono chiaramente due pesi e due misure. Tuttavia, che capacità di attrazione può avere un governo come quello cubano per una popolazione giovane affascinata dalle istanze femministe o sedotta dal consumo?

Per milioni di persone Cuba è stata sempre un esempio di dignità e un riferimento morale. Cosa potrà avvenire?
Credo che non avverrà nulla di rilevante. Gli Usa non alleggeriranno l’embargo e il governo cubano non realizzerà cambiamenti decisivi. Per i militanti di una certa età Cuba continuerà a essere un riferimento importante, soprattutto etico, ma per i giovani è un po’ diverso, perché ritengono che nell’isola vi siano meno diritti e meno libertà che nei propri paesi, anche in America Latina che non è certo il continente delle libertà. Tra gli attivisti giovani mi pare che ci sia un maggiore interesse per lo zapatismo, per esempio. In ogni caso, la sovranità delle nazioni è inalienabile. E anche solo per questo dobbiamo opporci con forza alle politiche Usa nei confronti di Cuba.

(*) fonte: quotidiano “il manifesto”  15 luglio 2021

 

Cuba resiste - Frei Betto (**)

 

Pochi ignorano la mia solidarietà alla Rivoluzione cubana. Da 40 anni visito spesso l’isola per impegni di lavoro e inviti ad eventi. Per lungo tempo, ho mediato nella ripresa del dialogo tra i vescovi cattolici e il governo cubano, come descritto nei miei libri ‘Fidel e la religione’ (Fontanar / Companhia das Letras) e ‘Lost Paradise – Viajes al mundo socialista’ ( Rocco).

Conosco in dettaglio la vita quotidiana cubana, comprese le difficoltà incontrate dalla popolazione, le sfide alla Rivoluzione, le critiche degli intellettuali e degli artisti del paese. Ho visitato le carceri, ho parlato con gli oppositori della Rivoluzione, ho vissuto con preti cubani e laici contrari al socialismo.

Quando mi dicono, da brasiliano, che a Cuba non c’è democrazia, scendo dall’astrazione delle parole alla realtà.

Quante foto o notizie in cui si sono viste o si vedono cubani in miseria, mendicanti sparsi sui marciapiedi, bambini abbandonati per strada, famiglie sotto i viadotti? Qualcosa di simile alla cracolândia, alle milizie, alle lunghe file di pazienti che aspettano anni per essere curati in un ospedale?

Avverto amici: se siete ricchi in Brasile e andate a vivere a Cuba, conoscerete l’inferno. Non potrai cambiare auto ogni anno, acquistare abiti firmati, viaggiare spesso in vacanza all’estero.

E, soprattutto, non potrai sfruttare il lavoro degli altri, tenere nell’ignoranza i propri dipendenti, essere ‘orgogliosi’ di María, la propria cuoca da 20 anni, e negarle l’accesso alla propria casa, alla scuola e alla salute.

Se appartieni alla classe media, preparati a vivere il purgatorio. Nonostante Cuba non sia più un’azienda statale, la burocrazia persiste, bisogna avere pazienza con le code dei mercati, molti prodotti disponibili questo mese potrebbero non essere trovati il mese prossimo, a causa dell’incongruenza delle importazioni.

Tuttavia, se sei stipendiato, povero, senzatetto o senza terra, preparati a incontrare il paradiso. La Rivoluzione garantirà i vostri tre diritti umani fondamentali: il cibo, la salute e istruzione, nonché l’ alloggio e il lavoro.

Potresti avere un enorme appetito da non mangiare quello che ti piace, ma non soffrirai mai la fame. La tua famiglia avrà la scuola e l’assistenza sanitaria, compresi gli interventi chirurgici complessi, totalmente gratuiti, come dovere dello Stato e del diritto del cittadino.

Non c’è niente di più prostituito del linguaggio. La famosa democrazia nata in Grecia ha i suoi pregi, ma è bene ricordare che, a quel tempo, Atene contava 20mila abitanti che vivevano del lavoro di 400mila schiavi… Cosa risponderebbe uno di quelle migliaia di servi se chiedessero perché le virtù sono della democrazia?

Non auguro al futuro di Cuba il presente del Brasile, del Guatemala, dell’Honduras e nemmeno di Porto Rico, colonia americana a cui è stata negata l’indipendenza. Né voglio che Cuba invada gli Stati Uniti e occupi una zona costiera della California, come Guantanamo, che è stata trasformata in un centro di tortura e in una prigione illegale per sospetti terroristi.

Democrazia, nel mio concetto, significa il ‘Padre nostro’ – ovvero l’autorità legittimata dalla volontà popolare – e il ‘Pane nostro’ – la distribuzione dei frutti della natura e del lavoro umano. La rotazione elettorale non fa, né assicura la democrazia in Brasile e India, considerate democrazie, che sono esempi flagranti di miseria, povertà, esclusione, oppressione e sofferenza.

Solo chi conosceva la realtà di Cuba, prima del 1959 sa perché Fidel ha avuto così tanto sostegno popolare per portare la Rivoluzione alla vittoria.

Il paese era conosciuto con il soprannome di “bordello caraibico”. La mafia dominava le banche e il turismo (ci sono diversi film a riguardo). Il quartiere principale dell’Avana, chiamato ancora Vedado, ha questo nome perché ai neri non era permesso circolare lì…

Gli Stati Uniti non si sono mai accontentati di aver perso Cuba sottomessa alle sue ambizioni. Pertanto, poco dopo la vittoria dei guerriglieri della Sierra Maestra, tentarono di invadere l’isola con truppe mercenarie. Furono sconfitti nell’aprile 1961. L’anno successivo, il presidente Kennedy decretò il blocco di Cuba, che continua ancora oggi.

Cuba è un’isola con poche risorse. È costretta a importare più del 60 per cento dei prodotti essenziali del Paese. Con l’inasprimento del blocco promosso da Trump (243 nuove misure e, per ora, non ritirate da Biden), e la pandemia, che ha azzerato una delle principali fonti di risorse del Paese, il turismo, la situazione interna è peggiorata.

I cubani hanno dovuto stringere la cinghia. Poi, gli scontenti della Rivoluzione, che gravitano nell’orbita del ‘sogno americano’, promossero le proteste di domenica 11 luglio – con l’aiuto ‘solidale’ della CIA, il cui capo ha appena fatto un giro nel continente, preoccupato per i risultati delle elezioni in Perù e Cile.

Chi meglio spiega l’attuale situazione a Cuba è il suo presidente, Díaz-Canel: ‘La persecuzione finanziaria, economica, commerciale ed energetica è iniziata. Loro (la Casa Bianca) vogliono che si provochi un’epidemia sociale interna a Cuba per chiedere ‘missioni umanitarie’ che si traducono in invasioni e ingerenze militari’.

‘Siamo stati onesti, siamo stati trasparenti, siamo stati chiari e in ogni momento abbiamo spiegato alla nostra gente le complessità di oggi.

Ricordo che più di un anno e mezzo fa, quando è iniziata la seconda metà del 2019, abbiamo dovuto spiegare che eravamo in una situazione difficile. Gli Stati Uniti hanno iniziato a intensificare una serie di misure restrittive, inasprimento del blocco, persecuzioni finanziarie contro il settore energetico, con l’obiettivo di strangolare la nostra economia.

Ciò provocherebbe l’auspicata massiccia esplosione sociale, per poter invocare un intervento ‘umanitario’, che si concluderebbe con interventi militari».

‘Questa situazione è continuata, poi sono arrivate le 243 misure (di Trump, per inasprire il blocco) che tutti conosciamo, e infine si è deciso di inserire Cuba nell’elenco dei Paesi che sponsorizzano il terrorismo.

Tutte queste restrizioni hanno portato il paese a tagliare immediatamente varie fonti di reddito in valuta estera, come il turismo, i viaggi cubano-americani nel nostro paese e le rimesse. È stato formato un piano per screditare le brigate mediche cubane e le collaborazioni solidali di Cuba, che hanno ricevuto una parte importante di valuta estera per questa collaborazione.’

‘Tutta questa situazione ha generato una situazione di carenza nel Paese, principalmente di cibo, medicine, materie prime e forniture per poter sviluppare i nostri processi economici e produttivi che, allo stesso tempo, contribuiscono alle esportazioni. Vengono eliminati due elementi importanti: la capacità di esportare e la capacità di investire risorse.’

“Abbiamo anche limitazioni sul carburante e sui pezzi di ricambio, e tutto questo ha causato un livello di insoddisfazione, aggiunto ai problemi accumulati che siamo stati in grado di risolvere e che provenivano dal periodo speciale (1990-1995, quando l’Unione Sovietica è crollata, con serie influenze nell’economia cubana).

Insieme a una feroce campagna mediatica diffamatoria, nell’ambito della guerra non convenzionale, che cerca di rompere l’unità tra il partito, lo Stato e il popolo; e cerca di classificare il governo come insufficiente e incapace di fornire benessere al popolo cubano.’

‘L’esempio della Rivoluzione cubana ha infastidito molto gli Stati Uniti per 60 anni. Hanno applicato un blocco ingiusto, criminale e crudele, ora intensificato dalla pandemia. Blocco e azioni restrittive che non hanno mai compiuto contro nessun altro Paese, nemmeno contro quelli che considerano i loro principali nemici.

È stata quindi una politica perversa nei confronti di una piccola isola che aspira solo a difendere la propria indipendenza, la propria sovranità e a costruire la propria società con autodeterminazione, secondo i principi che più dell’86 per cento della popolazione ha sostenuto».

“In mezzo a queste condizioni, nasce la pandemia, una pandemia che ha colpito non solo Cuba, ma il mondo intero, compresi gli Stati Uniti. Ha colpito i paesi ricchi e va detto che di fronte a questa pandemia né gli Stati Uniti né questi paesi ricchi hanno avuto tutte le capacità per affrontarne gli effetti.

I poveri sono stati danneggiati, perché non ci sono politiche pubbliche rivolte alle persone, e ci sono indicatori in relazione al confronto della pandemia con risultati peggiori di quelli di Cuba in molti casi.

I tassi di infezione e mortalità per milione di abitanti sono notevolmente più alti negli Stati Uniti che a Cuba (gli Stati Uniti hanno registrato 1.724 morti per milione, mentre Cuba è di 47 morti per milione). Mentre gli Stati Uniti si trincerano nel nazionalismo vaccinale, la Brigata di medici cubani Henry Reeve continua la sua opera tra i più poveri del mondo (per cui, ovviamente, merita il premio Nobel per la pace).’

Senza la possibilità di invadere Cuba con successo, gli Stati Uniti persistono in un rigido blocco. Dopo la caduta dell’URSS, che ha fornito all’isola i modi per aggirare il blocco, gli Stati Uniti hanno cercato di aumentare il loro controllo sul paese caraibico.

A partire dal 1992, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato, a stragrande maggioranza, per porre fine a questo blocco. Il governo cubano ha riferito che tra aprile 2019 e marzo 2020, Cuba ha perso cinque miliardi di dollari in potenziali scambi commerciali a causa del blocco; negli ultimi quasi sei decenni ha perso l’equivalente di 144 miliardi di dollari.

Ora, il governo degli Stati Uniti ha intensificato le sanzioni contro le compagnie di navigazione che trasportano petrolio sull’isola.’

È questa fragilità che pone fianco alle manifestazioni di malcontento, senza che il governo abbia messo in piazza carri armati e truppe. La resistenza del popolo cubano, alimentata da esempi come Martí, Che Guevara e Fidel, si è rivelata invincibile. E dobbiamo, tutti noi che combattiamo per un mondo più giusto, essere solidali con loro.

(**) Fonte: Cubadebate

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CUBA. Le proteste tra riforme e controrivoluzione - Davide Matrone*


In questi giorni a Cuba si sono registrate una serie di manifestazioni contro il governo di Miguel Díaz Canel. A scendere in piazza i mercenari e i controrivoluzionari di sempre ma anche coloro che vogliono delle riforme immediate nel campo economico. Da San Antonio de los Baños son partite le prime proteste che ben presto si sono diffuse su quasi tutta l’isola. Le restrizioni economiche che soffre l’isola per un anacronistico blocco economico hanno messo in ginocchio l’economia del paese. C’è scarsità di alimenti, di medicine, di combustibile e blackout di diverse ore, tutti fattori che metterebbero a dura prova la resistenza psicofisica di qualsiasi individuo e popolo del mondo. Non è la prima volta che Cuba registra momenti di tensione. Il periodo especial, quello del decennio ’90 fu certamente il più duro. Dopo la caduta del muro di Berlino e il calo, da un giorno all’altro, del 70% delle importazioni dall’URSS, sembrava che in qualsiasi momento Cuba avrebbe abbandonato tutto per concedersi totalmente al paradigma neo-liberista. Nessuno avrebbe scommesso un centesimo che nel 2021 ci fosse nei Caraibi e in America Latina un sistema di sviluppo diverso dal libero mercato. Certo, le contraddizioni non mancano, anzi, e sono emerse con le proteste degli ultimi giorni. Non solo proteste ma anche manifestazioni di massa d’appoggio alla Rivoluzione che cerca di resistere e persistere e di ritornare a un processo di rettificazione come al principio degli anni ’90. Per saperne di più, ne ho parlato con José Antonio Quintana, scrittore e storico cubano, oggi insediato in Spagna.

 

Perché e dove sono cominciate le proteste a Cuba?

L’attuale situazione a Cuba è il risultato di una serie di fattori che hanno generato le tensioni che, per la prima volta nella storia della Rivoluzione Cubana, si sono date contemporaneamente in differenti parti del paese.

Le prime manifestazioni sono cominciate nella località di San Antonio de los Baños, a pochi chilometri dall’Avana, nella zona occidentale del paese. In seguito, le proteste si sono sparse in altre zone del paese: Camaguey, Matanzas, Ciego de Ávila e nella zona orientale di Santiago de Cuba. Si sono registrate manifestazioni pacifiche, altre violente scontri con la polizia, saccheggi, atti vandalici e putroppo dobbiamo registrare anche una vittima e diversi feriti. Le cause che hanno provocato questo malessere sociale sono differenti però la pandemia e la crisi economica sono i fattori determinanti.

La crisi economica si è aggravata con la pandemia. C’è scarsità di alimenti, di medicinali, di combustible. Questa situazione è peggiorata, inoltre, con le 200 misure restrittive volute ed applicate dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Senza dimenticare il blocco economico che dal decennio ’60 colpisce duramente l’economia dell’isola.

A questi fattori esterni si aggiungono gli errori del governo nella gestione economica. C’è una lentezza burocratica che non agevola il pacchetto di riforme economiche promesse dal 2008, che comprendono la creazione di micro-imprese, incentivi per l’istituzione di cooperative e libertà individuale di poter importare prodotti dall’esterno. Ci sono state delle improvvisazioni dettate dalla congiuntura attuale che non hanno migliorato l’economia e, infine, la dollarizzazione dell’economia si è realizzata in un momento storico sbagliato. Questo è in sintesi il panorama economico da cui sorgono le proteste.

 

All’interno delle manifestazioni sembrano esserci varie anime, dai controrivoluzionari di sempre a coloro che chiedono delle riforme al sistema. Cosa ne pensi?

Coloro che protestano appartengono a vari settori della popolazione. I mercenari pagati dagli Stati Uniti che vogliono farla finita con il regime e che non vogliono niente a che vedere con il socialismo. Però bisogna dire che non tutti coloro che son scesi in strada sono controrivoluzionari. C’è una parte della popolazione che, seppur a favore della Rivoluzione Cubana, chiede delle riforme e una serie di concessioni, come il diritto alla protesta, la libertà individuale di poter accedere a differenti prodotti dall’estero mediante le rimesse, diversa tipologia di elezioni, allo stile borghese, e la creazione di microimprese.

 

Come ha reagito il Governo?

Cuba in questa dura situazione economica e sanitaria ha messo in campo molte risorse ed energie per creare ben 5 vaccini di cui 2 (SOBERANA e ABDALA) son già usati all’interno del paese ed esportati fuori, in Venezuela e Iran, per esempio. È l’unico paese del Terzo Mondo ad averlo fatto.

 

Rispetto alle proteste, sembra esserci la volontà del governo di voler realizzare dei seri cambiamenti. il governo ha già annunciato di mettere mano e da subito alle riforme economiche congelate da tempo, come quella della libertà d’importazione per poter accedere ad alimenti, medicine ed altri prodotti. Questo aiuterà ad alleviare la sofferenza e le tensioni, a mio avviso. Spero che avvenga prima di dicembre, come avevano promesso. Inoltre, il Presidente Diez Canel ha dichiarato di voler riprendere una serie di politiche sociali abbandonate da tempo e che ai tempi di Fidel Castro avevano dato dei buoni risultati. Ci sono fasce della popolazione con scarse risorse nei quartieri emarginati che hanno bisogno di questi interventi del governo attraverso la partecipazione di operatori sociali. Infine, si cominceranno ad applicare le riforme economiche tanto sperate come l’incremento delle piccole imprese e delle cooperative.

Quali sono le prospettive nell’immediato futuro?

Vedremo cosa accadrà, però la situazione è ben complessa. Inoltre, l’aggressività del governo statunitense di Biden sembra non placarsi, anzi. C’è da tempo una campagna mediatica contro Cuba, ci sono una serie di misure che vogliono aumentare le tensioni sociali nell’isola come la concessione dagli Stati Uniti di internet per tutti i cubani in forma gratuita e l’eliminazione delle rimesse. La guerra economica, politica e ideologica contro Cuba continua e non si è mai fermata.

 

*Davide Matrone, docente e ricercatore di analisi politica all’Università Politecnica Salesiana di Quito, Ecuador. Blogger e politologo.

 

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giovedì 10 settembre 2020

se sei mapuche ti tirano le pietre, e non solo

La guerra contro i mapuche - Raúl Zibechi

 

Negli ultimi giorni, l’offensiva militarista dello Stato cileno contro il popolo nazione mapuche s’è intensificata con attacchi razzisti e fascisti alle comuneras e ai comuneros che continuano la resistenza pacifica in appoggio agli scioperi della fame, scatenata dalla grave situazione del machi (leader religiosi tradizionali, ndtCelestino Córdova che si avvicina al raggiungimento dei 100 giorni di digiuno.

La direttrice dell’Istituto nazionale per i diritti umani con Celestino durante il precedente lunghissimo sciopero della fame (102 giorni) nell’aprile del 2018.

I fatti recenti mostrano una svolta profonda che si può riassumere parlando di escalation della guerra contro il popolo mapuche. Nella notte del primo e del due di agosto, gruppi di civili armati hanno attaccato i mapuche che occupavano i municipi di Curacautín, Ercilla, Victoria e Traiguén. Si tratta di “militanti dell’Associazione di Pace e Riconciliazione nell’Araucanía (APRA), un’organizzazione suprematista bianca di ultradestra, composta da latifondisti e padroni di imprese transnazionali, che “hanno usurpato le terre nella Wallmapu (il nome indigeno dell’Araucanìa, ndt)”, come denunciano in un comunicato ben 21 organizzazioni.

Le organizzazioni denunciano, inoltre, che il corpo dei carabineros ha lasciato agire impunemente i civili violenti che hanno colpito i mapuche, hanno bruciato i loro veicoli e hanno intonato grida di odio e razzismo, giungendo perfino a collaborare con gli aggressori razzisti.

Ricordiamo che l’attuale crisi si è scatenata con lo sciopero della fame di Celestino Córdova, che chiede l’applicazione dell’articolo 169 dell’OIL, quello che permette di scontare la pena detentiva decisa dalla giustizia cilena nella comunità del condannato. Allo sciopero della fame del machi Celestino si sono aggiunte più di 20 persone imprigionate nelle carceri di Temuco, Angol e Lebu.

Man mano che la salute degli scioperanti si andava deteriorando in più di tre mesi di digiuno, diversi lof (comunità) hanno cominciato a mobilitarsi, in particolare nel triangolo compreso tra Tirúa-Temuco-Ercilla.

Verso la fine di novembre il governo di Sebastián Piñera ha deciso una svolta a destra, causata dal profondo logoramento seguito alla rivolta cilena iniziata nell’ottobre del 2019, che continua con molteplici forme, dall’insuccesso nel contenimento della pandemia di coronavirus e da una sconfitta parlamentare nel provvedimento che permette di ritirare dai fondi pensione il 10% dei risparmi. Questo è stato possibile per la divisione nella base di appoggio parlamentare del governo.

Questa svolta si è concretizzata nella nomina di un sostenitore di Pinochet a capo del Ministero degli Interni, Víctor Pérez. La sua prima iniziativa pubblica è stato un viaggio a Wallmapu, dove ha tenuto un discorso di ordine e sicurezza senza lasciare il minimo margine al negoziato. Non è affatto un caso che dopo il viaggio del ministro si siano attivati i gruppi razzisti di ultradestra. Il governo di Piñera è molto debole, incalzato dalla protesta di strada e dalla destra, e alla fine ha messo da parte ogni ipotesi di dialogo per ricomporre la propria base di sostegno aprendo il governo ai sostenitori di Pinochet.

Pochi giorni fa, il Centro di Ricerca Giornalistica (CIPER) ha diffuso un rapporto di intelligence dei carabinieri, stilato nel 2015, in cui si individuano proprietari di tenute agricole che stavano formando dei gruppi di autodifesa a carattere paramilitare in zone di alta conflittualità con i mapuche, ma non è stato preso alcun provvedimento per arrestarli e fermarne lo sviluppo.

 

Malgrado la brutalità della repressione e una escalation del terrorismo di Stato, le principali organizzazioni mapuche hanno riaffermato il proprio cammino storico: “Questi attacchi, invece che intimorirci, ci confermano nella nostra lotta per la riappropriazione dei nostri diritti territoriali e politici, per l’autonomia e l’auto-determinazione per il Paese Mapuche”.

Domenica 9 agosto c’è stata una grande manifestazione di diverse comunità nella piazza di Curacautín, dov’è stato letto un documento che riafferma la solidarietà con i prigionieri in sciopero della fame e denuncia le imprese forestali e multinazionali chiedendo che “i tre milioni di ettari delle imprese forestali siano ripartiti attraverso il recupero del territorio mapuche”.

Alla fine, il documento fa appello all’organizzazione dei mapuche della città e delle campagne affinché recuperino la propria lingua (il mapuzugun i mapudungun), la cosmovisione e le usanze tradizionali, “perché quanto è mapuche non è una razza ma un modo di intendere la vita di tutti gli esseri e le cose”.

I prossimi mesi saranno molto duri per il popolo mapuche mobilitato, per lo meno fino alle elezioni dei membri del Congresso di aprile, passando per il plebiscito del 25 ottobre. La destra si sta unendo intorno alla difesa della Costituzione del 1980, quella dell’epoca di Pinochet. Il popolo nazione mapuche, tuttavia, ben al di là dell’attuale offensiva militarista, continuerà nelle sue lotte e rivendicazioni. Lo sta facendo da quattro secoli.


Traduzione per Comune-info: marco calabria

Qui la versione in lingua originale su Desinformémonos


da qui

 

Pura dignità - Raúl Zibechi

Le comunità mapuche si stanno mobilitando a sostegno dei loro prigionieri politici che stanno facendo lo sciopero della fame nelle prigioni di Temuco, Lebu e Angol. Chiedono il rispetto della Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che consente loro di scontare la pena nelle loro comunità, cosa fondamentale in tempi di pandemia; chiedono inoltre una revisione della detenzione preventiva e denunciano le condizioni degradanti nelle carceri.


Il machi Celestino Córdova ha fatto lo sciopero della fame per 80 giorni e ha dovuto essere trasferito all’ospedale che porta il nome inadeguato di Ospedale Pluriculturale di Nueva Imperial, perché la sua salute è peggiorata e le sue condizioni sono critiche. Nella cultura mapuche, il machi è un’autorità spirituale e un guaritore con un grande ascendente nelle sue comunità.

Nel carcere di Angol ci sono anche altri otto detenuti scioperano da 80 giorni avanzando le stesse richieste, oltre a undici detenuti nel carcere di Lebu che sono in sciopero da 17 giorni e altri sette che scioperano da quattro giorni in quello di Temuco.

Jakelin Curaqueo, presidente della Comunità di Storia Mapuche, spiega che la mobilitazione è molto difficile durante una pandemia fuori controllo che in Cile conta più di 17.000 contagiati per milione di abitanti, uno dei tassi più alti del mondo. Nonostante le difficoltà, si riscontrano manifestazioni e dimostrazioni nel nord, nel centro e nel sud del Cile. “La pandemia non ha rallentato la repressione e la guerra contro le comunità mapuche e la repressione dei loro leader, con un dispiegamento di artiglieria pesante a Wallmapu”, spiega Jakelin all’altro capo del telefono.

Il machi Celestino, un uomo robusto e di grande spiritualità che ho conosciuto durante una visita al carcere di Temuco poco più di un anno fa, ha dovuto essere trasferito in ospedale a causa del suo precario stato di salute. L’ultima volta che l’hanno visitato, mercoledì 22, i medici hanno detto che il suo stato di salute era “critico”. Non ha potuto nemmeno assistere alla cerimonia eseguita da altri machis a causa delle sue condizioni, che gli danno vomito e vertigini.

Decine di uomini e donne delle comunità mapuche si sono riuniti davanti all’ospedale lo stesso giorno in cui Celestino ha deciso di iniziare uno sciopero della fame e della sete, che ha sospeso quella stessa sera per riprendere lo sciopero dei liquidi. Il timore della famiglia e dello stesso Celestino è che venga sottoposto all’alimentazione forzata, per cui ha messo per iscritto che non permetterà nessun tipo di iniezione o di somministrazione di cibo o acqua con la forza.

Gli scioperi della fame intendono denunciare anche la repressione che i mapuche stanno subendo in tutto il Paese. L’esempio più lacerante è la persecuzione delle venditrici di verdura e di cochayuyo, un’alga marina che vendono nei mercati.

Nel dicembre 2018, un’ordinanza del sindaco di Temuco ha vietato il commercio ambulante stabilendo un perimetro di interdizione intorno al mercato. La particolarità è che l’ordinanza impone multe sia ai venditori che a chi compra i loro prodotti.

Il divieto e la successiva repressione ricadono su due settori: un collettivo di 750 piccoli orticoltori di alcune zone vicine a Temuco e i venditori di cochayuyo, uno degli alimenti più apprezzati in Cile. In diverse occasioni i venditori e i compratori si sono uniti per contrastare la repressione della polizia.

Jakelin sottolinea la forza spirituale di Celestino Córdova nonostante le sue precarie condizioni fisiche. Le comunità mapuche non potranno dimenticare una frase del loro punto di riferimento spirituale: “Se muoio, chiedo al mio popolo che continui a lottare”.

Fonte: “A pura dignidad. Veintisiete presos mapuche en huelga de hambre”, in desInformémonos, 23/07/2020.

Traduzione a cura di Camminardomandando

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Annientare i Mapuche Edgars Martínez Navarrete (*)


Come è già successo davanti alla resistenza dei popoli indigeni e durante la rivolta popolare di ottobre, che ha posto Piñera nel mirino degli organismi internazionali in quanto artefice di una crisi dei diritti umani, siamo testimoni di come il governo stia per macchiarsi di nuovo le mani con sangue mapuche

Non tutti i detenuti in Cile valgono allo stesso modo. Mentre ad un terzo della popolazione penale del paese (13.321 reclusi su un totale di 39.677) è stata concessa la modifica della misura cautelare o del compimento della condanna, che ha portato i reclusi ad uscire di prigione per decreto giudiziale dal 18 marzo di quest’anno, lo Stato ha deciso di mantenere in carcere più di 30 detenuti politici mapuche in diversi centri penitenziari. Alcuni di questi, nel pieno della crisi dovuta alla pandemia, sono in sciopero della fame da più di tre mesi. Come se non fosse abbastanza, tra i beneficiari della misura c’è anche Carlos Alarcón Molina, un poliziotto che si trovava in custodia cautelare perché accusato dell’omicidio di Camilo Catrillanca nel novembre del 2018.

Il governo di Sebastián Piñera è rimasto indifferente alle richieste dei prigionieri mapuche in sciopero della fame, anche se queste riguardano l’apertura di un tavolo delle trattative e il rispetto del Convegno 169 dell’Ilo (organizzazione internazionale del lavoro) che si riferisce alla prigione indigena. Nonostante questi siano dei punti stipulati nell’ambito di base della legge, il governo preferisce fare finta di niente aggravando le condizioni di salute dei comuneros nelle carceri cilene.

Oltre ad un’eccessiva perdita di peso dovuta allo sciopero della fame, i detenuti mapuche sono estremamente esposti al contagio per il Covid-19, dato l’indebolimento che ha sofferto il loro sistema immunitario.

Lontani dai loro territori e impossibilitati a vedere le loro autorità culturali, lo stato di salute dei prigionieri in sciopero della fame corre un rischio vitale imminente. Un caso estremo è quello del machi (autorità spirituale mapuche) Celestino Córdova, al quale è stato proibito di tornare al suo spazio sacro (Rewe) per rinnovare le forze spirituali di cui ha bisogno un’autorità come lui.

Oltre a questa indifferenza, un’altra delle strategie di frammentazione che il governo ha esercitato per indebolire il movimento di sostegno ai prigionieri è quella dei trasferimenti arbitrari che puntano a deviare certi imputati verso centri penitenziari lontani dai loro territori di origine. La custodia cautelare che sta scontando Tomás Antihuen Santi a Concepción, a più di 150 km dalla sua casa, e le minacce di trasferire gli 11 detenuti mapuche dal carcere di Lebu a Concepción (stessa distanza) sono un esempio concreto di questa strategia divisoria, considerando che le famiglie e le comunità sono i principali sostegni spirituali, morali e materiali degli scioperanti.

Nonostante ciò, davanti a tale situazione i prigionieri mapuche e le loro famiglie non sono soli. Nel mezzo dell’attuale crisi dovuta alla pandemia, nelle ultime settimane in tutto il territorio nazionale si sono moltiplicate le diverse dimostrazioni in supporto alle loro richieste.

Occupazione delle strade, manifestazioni nelle principali città del paese, atti di sabotaggio al capitale forestale nel sud del Cile e occupazione di diverse strutture governative e regionali sono state parte del repertorio della protesta articolato dalle comunità e dalle organizzazioni mapuche che insistono nel chiedere al governo di aprire una via democratica di comunicazione per risolvere le richieste dei prigionieri in sciopero. Durante queste azioni donne, bambine e bambini mapuche sono stati fortemente repressi da parte della polizia cilena, arrivando a trascorrere giornate intere trattenuti in diversi centri penitenziari.

Ma non solo la polizia o l’esercito – che sono ancora dispiegati nel Wallmapu, teoricamente a causa della “crisi pandemica” – si sono incaricati di reprimere il movimento di sostegno ai prigionieri. Di fronte all’occupazione da parte delle comunità e lov mapuche dei comuni di Curacautín, Victoria, Ercilla, Traiguén e Collipulli nella IX regione, come misura per fare pressione, durante la notte del 1° agosto di quest’anno decine di persone, convocate da proprietari terrieri e dirigenti dei settori forestale e agro-esportatore della zona, hanno picchiato le famiglie, incendiato i loro veicoli e sgomberato violentemente le strutture con la complicità della polizia. Per di più, hanno distrutto gli spazi sacri che le comunità mapuche mantenevano nelle città per incontrarsi e svolgere varie attività. Evidentemente, questi livelli di violenza non sono stati criminalizzati dal governo con la stessa mano dura con cui vengono trattati il mapuche o il povero. Tali atti sono stati persino giustificati sui media dalla destra nazionale e dai gruppi complici del neoliberismo, rimanendo finora impuniti di fronte alla giustizia.

I responsabili politici di tale scenario e coloro che traggono profitto da questi atti razzisti non sono esattamente gli esecutori diretti, che agiscono come complici consapevoli della violenza padronale, ma le élite economiche e suprematiste bianche che hanno mantenuto la loro accumulazione di capitali, lo sfruttamento e l’espropriazione a partire da un sistema coloniale che ha storicamente minato le condizioni di vita sia del popolo mapuche che dei settori popolari cileni, alimentando le gerarchie razziali, la violenza tra gli oppressi e affrontando settori costruiti sull’immaginario eurocentrico. Una guerra tra poveri, travestita da conflitto “etnico”, a vantaggio dei potenti.

Non è un dato minore che tali livelli di violenza si siano verificati pochi giorni dopo la visita nella zona del ministro dell’Interno Víctor Pérez Varela, viaggio in cui, oltre a delineare le nuove misure di controinsurrezione e repressione contro il movimento mapuche, ha offerto il suo sostegno a diverse corporazioni economiche della regione. Sono stati proprio i settori organizzati di queste corporazioni, famosi per le loro politiche anti-mapuche, e di estrema destra – come la Asociación de Agricultores de Malleco o la Agrupación Paz y Reconciliación en la Araucanía (Apra) – che, secondo l’audio in circolazione sui social network, hanno convocato i civili a riunirsi la notte del 1° agosto per linciare le famiglie mapuche che stavano occupando i comuni dell’Araucanía.

Nonostante questo contesto di violenza, che mostra la reale profondità del problema nel sud del continente, si è manifestato a livello mondiale il sostegno alle giuste richieste dei prigionieri politici mapuche.

Le diverse reti di solidarietà nazionali e internazionali hanno inviato messaggi di solidarietà ai detenuti e alle loro famiglie, chiedendo che lo Stato del Cile applichi le disposizioni contenute nella Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e hanno esposto il pericolo che corrono i membri della comunità quando sono imprigionati in dure condizioni di sovraffollamento. Attraverso la pagina mapuche Aukin sono stati raccolti e riprodotti decine di comunicati e video inviati da diverse parti del mondo, tra cui i messaggi del Congresso Nazionale Indigeno (Messico), del comune autonomo di Cherán (Messico), dell’Ongi Etorri Errefuxiatuak Araba (Paesi Baschi), del popolo Nasa (Colombia), di organizzazioni popolari in Argentina, Italia e Cile, del movimento internazionale di solidarietà con il Kurdistan e dei collettivi femministi comunitari in Bolivia, insieme a molti altri.

Ogni ora che passa è terribile per lo stato di salute dei prigionieri politici mapuche. A quasi tre mesi dall’inizio dello sciopero della fame, l’indolenza di Sebastián Piñera dimostra il carattere razzista e repressivo dello Stato cileno. Come è già successo davanti alla resistenza dei popoli indigeni e durante la rivolta popolare di ottobre, che ha messo Piñera nel mirino degli organismi internazionali come artefice di una crisi dei Diritti Umani, siamo testimoni di come il governo stia per macchiarsi di nuovo le mani con sangue mapuche.


(*) Fonte: DINAMOPress

Articolo originariamente pubblicato sul portale Mapuexpress.org; traduzione dal castigliano di Alessandra Cristina e Susanna De Guio per l’America Latina

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Brutale repressione in Cile contro il popolo Mapuche - Pilar Paricio

 

Beatriz Aurora Castedo, pittrice e attivista sociale, ha consegnato il 1° settembre una lettera al viceconsole del Cile a Barcellona, chiedendo solidarietà con il popolo Mapuche e i prigionieri in sciopero della fame.

 

Beatriz Aurora Castedo Mira è nata in Cile da madre catalana e padre madrileno esiliato dalla guerra civile spagnola. Dopo un anno di lotta contro la dittatura di Pinochet è stata arrestata e torturata, ma la sua famiglia è riuscita a farla portare in Spagna, dove ha vissuto gli ultimi anni della dittatura di Franco e il passaggio alla democrazia. In seguito si è stabilita in Messico, ha vissuto le rivoluzioni centroamericane in Guatemala, El Salvador e Nicaragua. Dopo un periodo di disincanto, è rimasta affascinata dalla causa zapatista. Ora vive in Chiapas e lavora per la giustizia e la libertà dei popoli nativi dell’America.

 

Lei ha consegnato una lettera al Consolato cileno di Barcellona. Qual è il contenuto della lettera?

È una lettera molto semplice che chiede solidarietà urgente con il popolo Mapuche:

“Al presidente Sebastián Piñera, al governo del Cile, al popolo Mapuche, ai popoli del mondo.

Di fronte alla brutale repressione scatenata dal governo cileno contro il popolo Mapuche e le sue terre, noi, artisti, scienziati, intellettuali e organizzazioni cilene e mondiali chiediamo la fine immediata delle violenze, il ritiro totale delle forze repressive dal loro territorio e il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri politici, alcuni dei quali hanno fatto uno sciopero della fame per più di 100 giorni mettendo in serio pericolo la loro vita. I Mapuche non sono soli e lo stato neocoloniale e neoliberale non potrà distruggere il loro ecosistema o la loro cultura millenaria.

MARICHIWEU !!!!

MILLE VOLTE VINCEREMO!

Si conclude con l’adattamento della seguente poesia di Violeta Parra:

Arauco ha un dolore

che io non posso tacere

sono ingiustizie di secoli

che tutti vedono fare,

nessuno vi ha posto rimedio

pur potendo rimediare

Alzati Huenchullán…

Violeta Parra

La lettera è accompagnata da uno dei miei disegni, in cui Violeta Parra, su una luna, canta “Arauco ha un dolore”.

Ho scritto la lettera un mese fa e ho iniziato a chiedere agli amici, che ho incontrato in tutto il mondo attraverso le diverse lotte per un mondo migliore, di firmarla. In un mese abbiamo raccolto 3.792 firme da persone e organizzazioni in più di 60 paesi. Hanno firmato molti accademici, artisti e scienziati europei e statunitensi. Tra i firmatari ci sono persone conosciute come Manu Chau, Lluis Llac, Paco Ibáñez, Naomi Klein, ecc. Abbiamo contato quasi 2.000 firmatari dal Cile, 800 dal Messico, 400 dalla Spagna, 150 dall’Argentina e 50 dagli Stati Uniti. Questa attività si è sviluppata a partire da Barcellona ed è stata possibile grazie al sostegno di molte persone. Si è aggiunta la solidarietà storica di tutte le lotte degli ultimi cento anni. Ora, se vogliamo prendere d’assalto il futuro, questo è un momento in cui la solidarietà è più necessaria che mai. Abbiamo anche fatto una petizione su change.org.

La mattina del 1° settembre ho consegnato la lettera al viceconsole del Cile a Barcellona. Il popolo Mapuche e i prigionieri sono oggi un simbolo che riflette la brutalità del sistema. L’interesse di questa lettera è far sapere al popolo Mapuche che non è solo, che ha la solidarietà della brava gente del mondo.

Ci può spiegare chi sono i Mapuche?

Il popolo Mapuche (che vuol dire uomini della terra) è un popolo originario del Sud America che comprende gli abitanti della regione di Araucania di lingua mapudungun. Quando i conquistadores spagnoli arrivarono nel XVI secolo, questo popolo viveva nella Valle dell’Aconcagua e nel centro dell’isola di Chiloé, in quello che oggi è il Cile. È l’unico popolo originario dell’America che la corona spagnola non è riuscita a dominare. La Spagna ha dovuto riconoscere il loro territorio e la loro indipendenza dall’impero spagnolo, stabilendo confini e accordi di pace.

Ma alla fine del XIX secolo, dopo l’indipendenza del Cile e dell’Argentina dalla corona spagnola, il popolo Mapuche fu sottomesso dai governi di questi due paesi attraverso campagne militari che massacrarono migliaia di persone. I Mapuche furono trasferiti in piccole riserve, mentre il resto delle loro terre fu occupato. Negli ultimi decenni le loro terre sono state allagate da bacini idroelettrici, le aziende di legname hanno distrutto le foreste e le risorse marine sono finite nelle mani di grandi aziende che schiacciano i pescatori artigianali. Si tratta di un modello economico estrattivo neoliberale che distrugge gli ecosistemi, aumenta l’inquinamento e l’impronta ecologica e porta la popolazione alla povertà.

Qual è il motivo per cui i prigionieri mapuche stanno facendo lo sciopero della fame?

Nel maggio 2020, 26 detenuti mapuche hanno iniziato uno sciopero della fame, di cui 16 stanno facendo lo sciopero della fame e della sete. La maggior parte di questi 16, ricoverati in ospedale, è in punto di morte.

I prigionieri chiedono di essere uguali davanti alla legge e di avere il diritto agli arresti domiciliari per la durata della pandemia Covid-19. Il governo ha applicato questo diritto a più di 4.000 prigionieri, compresi i principali violatori dei diritti umani, ma lo ha negato a tutti i prigionieri Mapuche.

Il governo dovrebbe applicare la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) riguardante le condizioni speciali di detenzione per le persone dei popoli indigeni, compresa la giustizia riparativa in accordo con la loro cultura, che include la possibilità di visitare le loro case e comunità di tanto in tanto.

Con questa lettera chiedo solidarietà con il popolo Mapuche e con i prigionieri in sciopero della fame. Sostengo la loro richiesta di conformità alla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sui popoli indigeni e tribali nei Paesi Indipendenti, che il Cile ha ratificato nel 2009.

Quali progetti avete per il futuro?

Stiamo lavorando con Marco Aparicio, giurista e professore di Diritto Costituzionale all’Università di Girona e presidente dell’Osservatorio per i Diritti economici, Sociali e Culturali (DESC) che ci sta aiutando a creare una commissione internazionale a sostegno dei prigionieri politici Mapuche.

Per maggiori informazioni: http://www.beatrizaurora.net

Traduzione dalle spagnolo di Thomas Schmid. Revisione: Silvia Nocera

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Celestino ha sospeso lo sciopero - Claudia Fanti

 

La vita del machi Celestino Córdova è salva. Dopo un lungo negoziato con un governo che ha giocato fino all’ultimo con la sua vita e con quella degli altri detenuti mapuche, l’autorità spirituale ha annunciato martedì di aver messo fine a 107 giorni di sciopero della fame.

Una bella notizia appena offuscata dal contenuto dell’accordo raggiunto, molto distante dalle rivendicazioni iniziali: il machi potrà sì recarsi al suo rewe (l’altare mapuche che simboleggia la connessione con il cosmo), ma solamente per 30 ore, anziché per i sei mesi richiesti. E potrà anche richiedere il trasferimento a uno dei centri di educazione e lavoro previsti dall’ordinamento penitenziario per il reinserimento sociale dei detenuti.

Riguardo agli altri prigionieri politici in sciopero della fame, l’accordo stabilisce che non potranno essere oggetto di sanzioni disciplinari e prevede facilitazioni per il loro ingresso nei programmi di studio e lavoro, la creazione di «moduli speciali» nelle carceri per i rappresentanti dei popoli originari, la possibile revisione delle misure cautelari (con gli arresti domiciliari in sostituzione della carcerazione preventiva), la continuità dei «Dialoghi interculturali» mirati a una modifica dei regolamenti carcerari per i popoli indigeni.

«Ho apportato il mio umile granello di sabbia alla lotta del popolo mapuche», ha dichiarato Celestino Córdova in un comunicato letto dalle sue portavoce Cristina Romo e Giovanna Tafilo. L’autorità spirituale riconosce che i risultati ottenuti «non sono soddisfacenti nella loro totalità», ma, prosegue, «ho assunto lo sciopero della fame con dignità, ponendo la mia vita a disposizione della nostra lotta, allo scopo di avanzare un passo alla volta». Con ciò, conclude, «la lotta non è terminata, né quella dei prigionieri politici, mapuche e non mapuche, né quella del nostro popolo, né quella di tutti i popoli oppressi del mondo».

Soddisfazione per l’accordo raggiunto è stata espressa dal presidente Piñera, il quale ha persino rivendicato il rispetto della sempre calpestata Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli indigeni. E ciò benché il suo articolo 10, che raccomanda sanzioni penali alternative per i rappresentanti dei popoli originari, in considerazione delle loro caratteristiche economiche, sociali e culturali, non sia mai stato applicato dai tribunali nei 12 anni passati dalla sua ratifica.

Fonte: il manifesto

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Cile: i detenuti mapuche in sciopero della fame e della sete - Claudia Fanti

 

Il ministro della Giustizia cileno non rispetta l’accordo trovato con i prigionieri politici, che riprendono la loro lotta in carcere. Contro di loro, in campo scendono anche i camionisti “anti-indigeni”

È una corsa contro il tempo quella per salvare gli otto detenuti mapuche del carcere di Angol che, già in sciopero della fame da 117 giorni, hanno smesso da lunedì anche di ingerire liquidi.

Una misura estrema – a cui si sono uniti nei giorni successivi anche otto mapuche del carcere di Lebu – adottata per protestare contro l’assenza di risposte da parte dello Stato cileno rispetto all’applicazione effettiva al codice penale della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli indigeni.

IL 9 AGOSTO IL MINISTRO della Giustizia Hernán Larraín si era impegnato a dare risposta, entro 12 giorni, alla richiesta dei mapuche di un dialogo di alto livello mirato a individuare una soluzione per i detenuti già condannati e per quelli in custodia cautelare, in cambio di un’assoluta riservatezza sui negoziati e della sospensione dello sciopero della sete che i prigionieri politici avevano appena intrapreso.

Al solito, a fronte del rispetto da parte mapuche delle condizioni dell’accordo, il ministro non ha mantenuto la parola: scaduti i 12 giorni, nessuna risposta è giunta dal governo. Da qui la decisione dei detenuti, tutti in condizioni assai critiche, di riprendere lo sciopero della sete.

Grande preoccupazione per la sorte dei 16 mapuche (e anche degli altri 11 in sciopero della fame) è stata espressa dal machi Celestino Córdova che il 18 agosto, dopo 107 giorni, aveva terminato lo sciopero della fame dopo aver raggiunto un accordo, benché parziale, con il governo.

Esigendo dallo Stato il rispetto degli accordi, l’autorità spirituale ha ringraziato il popolo mapuche e quello non mapuche per la solidarietà espressa, invitando a promuovere marce e atti di protesta in appoggio ai prigionieri politici.

NELLA CRISI SONO ENTRATI a gamba tesa anche i camionisti, che giovedì hanno iniziato uno sciopero per esigere la rapida approvazione, in funzione prevalentemente anti-mapuche, dei progetti di legge repressivi varati dal governo Piñera durante le proteste dei mesi scorsi: dalla cosiddetta legge «anti-incappucciati» a quella sulla presenza di militari a guardia della «infrastruttura critica», fino a un inasprimento della già severa legge antiterrorismo promulgata durante la dittatura di Pinochet.

Uno sciopero che – malgrado la minaccia di paralizzare il paese in piena pandemia e con la disoccupazione alle stelle grazie alla contestatissima legge di «protezione» dell’impiego – ha incontrato la totale comprensione del governo che, descrivendo i potenti camionisti come vittime dei disordini provocati dai mapuche nell’Auracanía, ha già fatto sapere che lunedì «sarà trovata una soluzione». E si può star certi che in questo caso manterrà fede ai propri impegni.

È così, con minacce e pressioni a favore del pugno di ferro contro ogni dissenso, che la destra si sta preparando al plebiscito sull’elaborazione di una nuova Carta costituzionale del prossimo 25 ottobre, non risparmiando alcuno sforzo per blindare lo status quo: non solo attraverso il potere di veto garantito dalla trappola della maggioranza dei due terzi, ma anche limitando il più possibile la portata della discussione, a partire dal divieto di modificare i trattati internazionali e dalla pretesa di impedire anche il dibattito sul modello economico.

SI MOBILITA TUTTAVIA anche il movimento di protesta, che – pur continuando a indicare come vera soluzione la realizzazione di uno sciopero generale continuato e a oltranza per ottenere la caduta di Piñera e imporre un’Assemblea costituente libera e sovrana – è deciso a buttarsi nella mischia, prendendo parte al voto, al fine di aprire quante più crepe possibili nel muro di contenimento innalzato dalle forze politiche per bloccare ogni cambiamento reale. Magari, chissà, creando una forza politica alternativa per presentare i propri candidati al processo costituente.


(da il manifesto)

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