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giovedì 21 agosto 2025

I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna

a cura di Francesco Masala (disegni di Mr Fish e Latuff). Immagini contro il silenzio: “Guarda cosa mi ha fatto LEONARDO”

Il 15 agosto sull’Unione Sarda è apparso un articolo su un cartello che dice che “i criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna”, in realtà la maggior parte dello spazio è dedicato alle farneticanti dichiarazioni di un tipo che urla ANTISEMITA! VIGLIACCO! IGNORANTE! (sono più dignitose le discussioni nei bar, in Barbagia).

 

Chia, cartelli contro gli israeliani a Su Giudeu: «Criminali di guerra non benvenuti in Sardegna»

«I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna e possono essere perseguiti dalla legge». Scritto in due lingue: ebraico e inglese. Sono i messaggi comparsi su alcuni manifesti affissi sopra i cartelloni dedicati ai turisti a Chia, nel comune di Domus De Maria. A corredo, oltre al disegno di una fantasia tipica dell’artigianato artistico sardo, due hashtag: “freepalestine” e “stopgenocide”.

I destinatari sono gli israeliani: il loro governo, con le sue forze armate, sta compiendo un massacro nella Striscia di Gaza, dove la popolazione è alla fame, dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre del 2023, ormai due anni fa. E la location non sembra essere casuale: quella è la spiaggia di Su Giudeu. 

A parlare di “antisemitismo” è Mario Carboni, presidente dell’associazione Chenabura – Sardos Pro Israele, che in passato aveva inneggiato alla distruzione di Gaza «come la Berlino di Hitler»:  «Gli anonimi eredi dei nazifascisti ed attuali sostenitori degli jihadisti islamici, autori del cartellone, dovrebbero firmare un manifesto con i loro nomi affinché vengano aggiunti ai firmatari del manifesto delta razza fascista degli anni ‘30», attacca, «Anche allora c’erano dei sardi come denunciava con disprezzo Emilio Lussu in un suo magistrale articolo in difesa dei giudei». Per Carboni gli autori dell’iniziativa «sono oltretutto vigliacchi, oltre che ignoranti e non lo faranno mai. Se lo facessero dovrebbero argomentare il perché hanno scelto lo scoglio de Su Giudeu come obiettivo esplicito della loro azione, che si suppone notturna»…

continua qui

 

 

Il 17 agosto sullo stesso giornale (qui) viene svelato, come se fosse uno scoop giornalistico, che l’autore del cartello è Pierluigi “Luisi” Caria.

In realtà si tratta di un parziale copia incolla della pagina fb di Pierluigi “Luisi” Caria, meglio leggere quello che scrive Caria, senza la mediazione del quotidiano:

L’ esercito più vigliacco e meschino del mondo continua a massacrare senza pietà uomini, donne e bambini, spesso giocando a tiro a segno con i profughi in fila per gli aiuti alimentari.

Io continuo a vedere questo schifo e a sentire nausea per l’indifferenza e il cinismo di politici, giornalisti, amministratori e affaristi.

Non ho neppure molto tempo da dedicare a questo e mi dispiace moltissimo…

Quindi le 5 o 6 volte che sono andato in spiaggia negli ultimi mesi, ho pensato di rendermi utile portando in borsa qualche cartellone di una campagna in solidarietà con il popolo palestinese.

“I criminali di guerra non sono benvenuti in Sardegna e possono essere perseguiti dalla legge” scritto bilingue, in ebraico e in inglese, perché è proprio ai criminali di guerra che vorrebbe rivolgersi.

In particolare assassini, criminali e torturatori in congedo che potrebbero venire in vacanza nella nostra terra per riposarsi dopo aver partecipato al massacro dei bambini di Gaza, anche attraverso il collegamento aereo Olbia – Tel Aviv.

Ieri mattina sono stato a Chia e mentre le persone che erano con me riposavano ho fatto una passeggiata in tutta la spiaggia per chiedere ai chioschi se potevo appendere un manifesto.

Sono arrivato fino all’ uscita dell’ ultimo parcheggio, dove alcuni turisti tedeschi mi hanno aiutato ad appenderne uno con lo scotch su un cartello di metallo non più leggibile e molto rovinato, che pareva essere lì proprio a posta.

Poco fa ho visto la foto di quel manifesto su un assurdo articolo online, secondo cui avrei appeso un manifesto “contro gli israeliani” in un posto che secondo il giornalista “non sembra essere casuale” dato che si tratta della spiaggia di “Su Giudeu”.

Il manifesto in questione (che abbiamo appeso all’ ingresso della spiaggia di “s’àcua druci”) non è contro gli israeliani ma appunto contro i criminali di guerra e la vicina spiaggia di Su Giudeu non ha assolutamente nulla a che fare con gli ebrei, facendo riferimento invece a “su purpu giudeu” che è il nome sardo del callistoctopus macropus, un cefalopode conosciuto in Italiano come “polpessa”.

Nell’ articolo sono riportate le dichiarazioni di Mario Carboni, che da tanti anni con la sua vergognosa associazione sottrae fondi destinati alla lingua sarda per diffondere propaganda filo sionista israeliana .

Vi lascio il link nei commenti se volete leggere nel dettaglio gli sproloqui di questo sostenitore del genocidio e della pulizia etnica del popolo palestinese.

Ci sono poi riportate delle dichiarazioni della sindaca di Domus de Maria che appena avuta la notizia avrebbe mandato i vigili urbani fino alla spiaggia di s’àcua druci, a posta per rimuovere il manifesto che secondo lei avrebbe rappresentato un pericolo per l’ordine pubblico.

Non c’è niente di strano se la signora Spada non capisce l’ ebraico ma forse avrebbe potuto capire la scritta in inglese: secondo l’ordinamento vigente i crimini di guerra (il bombardamento di ospedali e ambulanze, l’omicidio a sangue freddo o il rapimento di migliaia di persone, il bombardamento indiscriminato di città abitate da civili) possono essere perseguiti dalla magistratura.

Forse la cosa più imbarazzante dell’ articolo è il chiosco Araj, dove mi hanno fatto appendere il manifesto (come potete vedere nella foto), e che a differenza di altri chioschi che mi avevano detto di sì o di no, ha sentito il bisogno di rilasciare dichiarazioni al giornalista dicendo che “loro non fanno politica internazionale e ognuno è il benvenuto”.

Sarà anche vero che i soldi non puzzano, ma avrebbero potuto comunque risparmiare un po’ di dignità.

da qui

intanto è apparsa in spiaggia la bandiera dello stato genocida, come se quella spiaggia fosse un territorio occupato dai criminali di guerra.

scrive Giulia Lai:

Mentre Israele bombarda l’ennesimo ospedale con dentro persone inermi e medici eroi, a Su Giudeu hanno deciso di appendere una bandiera di quello Stato che sta portando avanti questo genocidio.

E questo perché qualcuno ha appeso un manifesto con su scritto che i “criminali di guerra non sono graditi”

Ma ora la Sindaca, e pure medico, avrà la stessa prontezza nel rimuoverla? Io spero di sì, quantomeno per solidarietà ai propri colleghi che stanno salvando vite umane sotto le bombe e per questo sono morti

da qui

anche in Grecia urlano le stesse parole di Luisi:

“Con milioni di turisti che affollano il Paese, rendiamo la nostra presenza visibile e rumorosa. Trasformiamo isole, spiagge, vicoli, cime di montagna e rifugi in luoghi di solidarietà — non in luoghi di svago per i soldati assassini dell’IDF. Lo sforzo organizzato per fare della Grecia un ‘rifugio’ per chi partecipa o sostiene il massacro in Palestina non passerà!”

da qui

 

Gaetano Colonna (meritoriamente) spiega come funziona la canèa dei sostenitori di chi compie il genocidio (e la pulizia etnica e l’apartheid); un’analisi approfondita in Europa e in Italia, con nomi e cognomi (non solo del governo della P2):

https://clarissa.it/wp/2025/07/27/il-potere-di-israele/

https://clarissa.it/wp/2025/07/29/israele-in-europa/

 

 

Mentre a Gaza si continua a morire, tra bombardamenti mirati e stragi indiscriminate, a Roma compaiono, silenziosamente e senza clamore mediatico, dei manifesti che rompono il muro del silenzio. Sono manifesti semplici, potenti, dolorosi: il volto di una bambina palestinese gravemente ferita, con una frase incisiva sotto: “Guarda cosa mi ha fatto LEONARDO!!”

Non è un errore. Leonardo, in questo caso, non è il genio del Rinascimento, ma Leonardo S.p.A., il più grande produttore di armi italiano, il primo nell’Unione Europea, il secondo in Europa e il tredicesimo nel mondo, secondo i dati SIPRI. Un colosso dell’industria bellica che gode di un’aura di “eccellenza nazionale” e di discrezione mediatica, ma che – come i manifesti indicano con chiarezza – è direttamente coinvolto nell’apparato bellico israeliano

continua qui

 

qui e qui Gian Luigi Deiana  in bottega aveva scritto da par suo di Luisi Caria (e Antonello Pabis)

giovedì 14 marzo 2019

Ipocrisie del secolo: la criminalizzazione italiana delle #Ypg. Solidarietà a Luisi Caria - Davide Grasso*


Questo mese di marzo, oltre ad essere il primo anniversario della caduta della città rivoluzionaria siriana di Afrin e il primo mese senza califfato in Siria, sarà il mese della tentata criminalizzazione degli italiani che il califfato, in Siria, lo hanno combattuto. Proprio mentre migliaia di jihadisti e jihadiste dello Stato islamico invocano la possibilità di tornare nei nostri paesi «per ricostruirsi una vita», l’amico Luisi Caria, detto «Luiseddu», un ragazzo sardo della provincia di Nuoro, viene proposto dalla procura di Cagliari per la misura di prevenzione della sorveglianza speciale, già proposta anche per me e per altri quattro torinesi, per essere andato a combattere in Siria contro il sistema di morte e persecuzione che quelle persone avevano messo in piedi. Quasi tutti, tra i proposti per la sorveglianza speciale a Torino e Nuoro, siamo stati parte delle Unità di protezione del popolo (Ypg) nel Rojava e nella Siria del nord.
Le Ypg sono l’esercito popolare, formato prevalentemente da curdi, che dal 2014 – anno dell’espansione dell’Isis, bloccata da questa forza a Kobane – ha distrutto pezzo per pezzo lo Stato islamico in Siria. Non hanno combattuto da sole in questa impresa: hanno formato nel 2015, d’accordo con decine di battaglioni arabi ostili ad Assad, ma anche ai fondamentalisti, le Forze siriane democratiche (Sdf), che comprendono anche unità formate dalle minoranze religiose cristiane ed ezide. Le Sdf hanno costituito, e costituiscono tuttora, la forza di terra della Coalizione internazionale formata dagli Stati Uniti nello stesso anno, formata per debellare l’Isis. Proprio in questi giorni, dopo quasi cinque anni di guerra, l’ultimo villaggio controllato dall’Isis, Baghuz, è stato liberato, mettendo fine a un incubo per i siriani e a un’onta per i musulmani di tutto il pianeta.
Ci si può chiedere cosa c’entri un ragazzo sardo con tutto questo. Ci si può chiedere, soprattutto, come sia possibile che una persona che non ha alcun obbligo di rischiare la vita, né può guadagnarci del denaro (la partecipazione alle Ypg non è retribuita), parta per un paese come la Siria e si metta in prima persona in mezzo alla mischia rischiando la vita, per non parlare della sofferenza e dell’angoscia che una scelta del genere può lasciare nei suoi familiari e negli affetti, e delle difficoltà psicologiche che un’esperienza della guerra può provocare.

È vero, una persona come Luisi è inusuale. Nondimeno, non è l’unica ad aver fatto questa scelta. Dal 2014 ad oggi sono state decine gli italiani che hanno scelto di far parte delle Ypg, e assieme a loro centinaia di donne e uomini sono partiti e sono tornati, per lo più nel silenzio e lontano dai riflettori, dalle regioni curde del Rojava e da quelle arabe della Siria del nord e dell’est per svolgere attività civili di supporto sanitario, educativo, operaio, d’informazione. È il caso di Jacopo Bindi, a sua volta proposto a Torino per la Sorveglianza speciale, come me e Luisi. Il contributo di Jacopo, Luisi e tutti gli altri fa da positivo contraltare agli italiani – oltre cento – partiti per vivere sotto lo Stato islamico o per combattere come miliziani jihadisti. Adesso, catturati dalle Sdf, dicono di essersi sbagliati, di non aver capito dove andavano, invocano pietà agli odiati “infedeli” e cercano di minimizzare i crimini che hanno commesso.

Se i foreign fighter dell’Isis hanno approfittato per anni di privilegi orrendi in un sistema crudele, gli internazionalisti – con o senza armi – che hanno raggiunto il movimento confederale del Rojava e della Siria del nord hanno supportato l’unico tentativo esistente al mondo di modificare i rapporti sociali in una direzione nuova, che tenga conto dei fallimenti o dei difetti dei tentativi rivoluzionari del passato proponendo un mutamento della vita oltre le condizioni di sfruttamento, discriminazione e violenza imposte dal capitalismo. Scegliere questa prospettiva e quella rivoluzione, anche arrivando a concludervi la propria esistenza – come nel caso del martire bergamasco Giovanni Asperti mancato a dicembre, nome di battaglia Hiwa Bosco – diviene perciò possibile per chi, come Luisi, crede fino in fondo alla necessità di dare un contributo per risolvere i problemi del mondo.
Gli internazionalisti che ho conosciuto nella Siria del nord mi sono sembrati ansiosi di approfittare dell’atmosfera rivoluzionaria per togliersi non poche maschere, esistenziali ma anche politiche, che avevano indossato nei propri paesi. Non ardevano dal desiderio di dimostrarsi più radicali degli altri, né avrebbero impugnato l’arma che portavano con sé una volta in più del necessario. Erano disposti a mangiare, dormire e combattere al fianco di persone totalmente diverse per lingua e per cultura, nonostante non sempre sia facile. Le vicende personali e le convinzioni politiche di molti di loro sembravano spesso incompatibili le une con le altre, eppure si diceva sovente, di questo o di quello (che magari in patria sarebbe stato cordialmente detestato): «Insan ku bashe» o, in inglese, «He’s a good person». Più l’essere umano penetra la realtà delle masse, entra nel processo storico costituente, si confronta con la varietà dell’umano – non bella, ma anche meno brutta di ciò che spesso pensiamo – più si rende conto che è questo che conta: giunti all’essenziale, là dove la linea del fronte immaginario si dissolve in quello reale, l’elemento etico fa la differenza.
Luisi, che la procura di Cagliari dipinge come un terrorista, è una persona timida e pacata. Come è stato detto di me, e come io ho detto di altri, sembra difficile immaginarlo nei luoghi dove è stato e fare quello che ha fatto. Posso testimoniare di ragazzi curdi o arabi, minuti, taciturni o mingherlini fare il loro dovere con la mitragliatrice o assumersi responsabilità incredibili nel cuore dei combattimenti. Usare un’arma, di per sé, non è difficile. Gran parte di questa elucubrazione poliziesca sulla nostra «pericolosità» perché abbiamo imparato i rudimenti dell’uso di alcune armi è frutto, oltre che di ipocrisia, di una superfetazione immaginifica che c’è in occidente rispetto a questo tema, divenuto da tempo scabroso. Abbiamo dimenticato chi coinvolge la guerra. Abbiamo dimenticato cos’è il popolo. Non mi stupisce che tra gli Ypg italiani che ho conosciuto non ci siano mai stati omaccioni imbottiti di steroidi. La maggior parte delle persone, a ben vedere, non è così né in Italia né in Siria; e una guerra civile, purtroppo, riguarda la maggior parte.
Se Luisi, il 19 marzo a Cagliari (data della sua udienza decisiva), o noi cinque a Torino, il 25 marzo, saremo giudicati «socialmente pericolosi» dai rispettivi tribunali, per tre anni non potremo uscire dal nostro comune di residenza, né dalla nostra casa, dalla sera alla mattina. Dovremo presentarci continuamente alla polizia e tenere addosso un libretto rosso dove gli agenti potranno annotare tutto quel che vogliono. Come persone interessate alla politica, desiderose di essere parte dei destini della nostra terra, saremo menomati e, in qualche modo, resi “inoffensivi”.
Non inoffensivi per la società, ma per il conformismo vile che è in tutti i sensi al potere. Ci vedremmo revocati addirittura patente e passaporto, come se fossimo incapaci di intendere e di volere. Queste misure comprendono volutamente una forma di infantilizzazione e umiliazione della persona. Il passaporto sarebbe tolto a Luisi, in particolare, per la seconda volta a distanza di settimane. Dopo il sequestro seguito alle accuse di terrorismo a settembre, infatti, gli era stato riconsegnato dall’autorità giudiziaria. Quelle accuse, tentate dalla procura contro di lui e altri due sostenitori sardi delle Ypg, si erano arenate nel giro di poco tempo perché prive di senso, rendendo inevitabile la revoca del suo divieto d’espatrio.
È proprio dopo questo fallimento che la polizia di Nuoro, la sua provincia di provenienza, ha deciso di intervenire suggerendo alla procura di Cagliari di passare da un’accusa impossibile da dimostrare a una persecuzione senza accuse: la sorveglianza speciale.
Nell’ordinamento giuridico italiano esiste infatti, benché molti non lo sappiano, uno spazio di eccezione rispetto alla regola secondo cui l’individuo può essere privato delle sue libertà soltanto attraverso accuse intellegibili e un processo. La sorveglianza speciale per come la conosciamo oggi è stata introdotta dalla L. n. 1423/1956, ma le sue caratteristiche essenziali vengono dritte dalla concezione fascista delle misure preventive.
Come dice il nome stesso, tali misure non si basano sull’individuazione di ciò che è accaduto nel passato, ma su ciò che si pensa – o si finge di pensare – potrebbe accadere in futuro. L’idea che qualcuno possa essere confinato e privato dei propri diritti (persino della possibilità di riunirsi con più di due persone, o di tenere interventi in pubblico) senza essere accusato di nulla, e soltanto sulla base di un’indicazione della polizia, è classica del fascismo. Questo spazio eccezionale non è stato, per quanto ciò possa stupire, espunto dopo la guerra; anzi, negli anni Cinquanta e ancora in tempi recentissimi (a partire dal decreto sicurezza del 2011), i margini di applicazione di queste misure sono stati estesi.

Perché questo accanimento contro chi ha combattuto l’Isis? Agli atti del procedimento c’è una comunicazione del 2 ottobre 2018 del procuratore aggiunto Emilio Gatti al coordinatore del “Gruppo 3” della procura di Torino Cesare Parodi, nella quale si avanza
«la richiesta di applicazione di Misure di prevenzione personali a cittadini italiani aderenti all’Ypg e all’Ypj […] per avere preso parte a un conflitto in un territorio estero a sostegno di un’organizzazione che persegue le attività terroristiche di cui all’art. 170 sexies del codice penale».
Il giorno stesso, con solerzia, Parodi compila la scheda di iscrizione per me e gli altri quattro volontari torinesi a «misure di prevenzione personali antiterrorismo» vista «la segnalazione della Digos di Torino». Nell’incipit della convocazione torinese è stato anche inserito un richiamo all’operato della procura di Cagliari, come a voler sottolineare una dinamica nazionale. Alla richiesta torinese è seguita a ruota a dicembre quella della Digos di Nuoro per Luisi, e alla prima udienza contro Luisi, lo scorso 21 febbraio, il pm ha citato come testimone indispensabile il questore di Nuoro, a testimonianza del ruolo centrale delle forze di polizia.
Queste ultime, negli ultimi mesi, hanno agito in due regioni dello stato italiano con un evidente parallelismo cronologico per ottenere ciò che la magistratura non è stata ad ora in grado di produrre: la criminalizzazione e la vessazione politica delle Ypg, nelle persone degli internazionalisti che le hanno supportate. Questo avviene con un tempismo particolare: a un anno dal primo attacco turco contro il Rojava, ad Afrin, e mentre gli Stati Uniti cullano l’idea di un disimpegno dalla Siria del nord. Nel frattempo, forte di un sostegno ambiguo da parte della Russia, Erdogan punta apertamente ad occupare l’intero Rojava a partire da Manbij, per poi proseguire a Kobane, Qamishlo ed oltre. In questa situazione i combattenti e le combattenti curde non servono più, ed anzi è possibile tornare alla loro usuale criminalizzazione in quanto militanti di un movimento anticapitalista.

C’è anche dell’altro. Le questure italiane si trovano oggi ad agire alle dipendenze di un Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ha sempre fatto gran mostra – nelle sue permanenti campagne elettorali – di considerare l’Isis un problema da affrontare con durezza. In più di un’occasione, quando il fenomeno riempiva i teleschermi con attentati e decapitazioni, insisteva dall’opposizione sulla necessità di muovere armi e truppe contro i miliziani del califfato, o meglio contro quelle «bestie», come le chiamava, che attaccavano le nostre città, per arrivare una volta a dichiarare, su Radio24, che sarebbe stato disposto a combattere l’Isis, in Siria, addirittura in prima persona.
È chiaro che le parole del leader della Lega non erano serie né sincere. Da quando lui e i suoi alleati sono al governo gli affari dell’Italia con paesi islamisti e oscurantisti come Turchia e Arabia Saudita vanno a gonfie vele, per non parlare degli aguzzini libici che tengono in scacco diverse città costiere e dell’entroterra, i quali hanno una visione intollerante non così diversa da quella dei miliziani siriani che io, Luisi e gli altri abbiamo combattuto a Raqqa o a Manbij. La Lega punta a capitalizzare l’identificazione indebita dell’islam con il fondamentalismo islamico, sua corrente specifica, e dei movimenti migratori con un’invasione islamica, magari islamista (cioè orientata al fondamentalismo). Nel frattempo il governo Conte rinsalda relazioni politiche con il neo-sultano Erdogan e con i miliziani libici per trasferire su quegli attori politici il contenimento delle migrazioni verso i nostri confini. Come dire: politiche e messaggi sbagliati e controproducenti tanto sul piano teorico, quanto su quello pratico.
Il governo turco alleato di Conte e Salvini, che ha finora incassato sei miliardi dei contribuenti europei grazie al ricatto dei profughi siriani, sta creando un esercito jihadista in Siria che occupa Idlib e Afrin ed è pronto a muovere verso Manbij e Raqqa, riportando i territori liberati dalle Ypg sotto i tribunali della sharia. L’intera opera di liberazione politica compiuta dalle Ypg-Sdf in Siria, a costo di migliaia di martiri, rischia di essere vanificata dalle manovre turche, senza parlare della destabilizzazione regionale che la politica di «rinnovamento islamico» oscurantista e violento della Turchia porta con sé.

Salvini blocca di tanto in tanto qualche decina di persone su una nave lungo le coste della Sicilia, millantando di agire per la sicurezza degli italiani, e nel contempo rinsalda rapporti pericolosi tanto per gli italiani quanto per i mediorientali, ponendo le fondamenta concrete, ben al di là della propaganda, per i nuovi “Isis” di domani, qualunque sarà il loro nome; e mentre fa visita in carcere a chi ha usato un’arma contro un uomo disarmato che aveva rubato qualche litro di gasolio, coordina la persecuzione poliziesca di persone la cui unica colpa è aver agito (armati, perché non c’era altra scelta) contro quel califfato che a portato morte e distruzione nelle città europee.
La campagna di criminalizzazione avviata dalle procure di Torino e Cagliari contro i volontari italiani delle Ypg va letta all’interno delle relazioni, dei contesti e delle implicazioni che la rendono possibile. Essa attua un tentativo tutt’altro che scontato, giacché la sensibilità delle popolazioni dell’Italia e dell’Europa tende a considerare la nostra scelta sacrosanta e i movimenti jihadisti un nemico.
La nostra esperienza, però, è di per sé una smentita delle teorie che oggi si fanno pratica di governo: abbiamo vissuto tra i mediorientali, molti dei quali musulmani, e abbiamo avuto il privilegio di contribuire alla sconfitta dell’Isis grazie alle rivoluzioni e ai movimenti di libertà che loro hanno costruito. Abbiamo toccato con mano i vantaggi di una collaborazione tra stili di vita e religioni diverse per un cambiamento che sia utile a tutti. Abbiamo anche visto quali condizioni di (non) vita inducono tanti esseri umani a mettersi in viaggio verso altri paesi, e riscontrato quanto sia profonda la consapevolezza sociale delle responsabilità coloniali (economiche e politiche) dell’intera Europa, ieri e oggi, verso le società dell’Africa e dell’Asia occidentale. Per questo non è impossibile vedere una razionalità politica nell’ostilità di un ministro come Salvini nei nostri confronti; ma questa razionalità può con successo toglierci la parola soltanto nella misura in cui la popolazione italiana è tenuta all’oscuro di ciò che ci stanno facendo e di ciò che ci accade.
Per questo invito tutti a mobilitarsi, in questo mese di marzo, per la denuncia di queste manovre di polizia e per la tutela della reputazione delle Ypg e delle Ypj e della libertà degli internazionalisti, anzitutto a partire dal web.

Davide Grasso ha pubblicato reportage indipendenti dagli Stati Uniti e dal Medio oriente e diversi articoli di filosofia dell’arte e teoria della realtà sociale. Nel 2013 ha pubblicato New York Regina Underground. Racconti dalla Grande Mela per Stilo Editrice. Dal 2015 è attivo tra Europa e Siria in sostegno alla Federazione democratica della Siria del Nord. Nel 2016 si è unito alle Forze siriane democratiche per combattere Daesh. La sua esperienza è raccontata nei libri Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria, uscito per Edizioni Alegre nella collana Quinto Tipo curata da Wu Ming 1, e Il fiore del deserto. La rivoluzione delle donne e delle comuni tra l’Iraq e la Siria del nord, Agenzia X, Milano 2018.

da qui

domenica 16 settembre 2018

COSA C’È DIETRO? (l’operazione di polizia contro luisi caria e antonello pabis) - Gian Luigi Deiana



la vicenda avviata ieri dalla dda di cagliari è surreale, ma una spiegazione bisogna pure poterla trovare; un elemento molto eloquente sta nel fatto che gli organi di stampa non solo erano di fatto pre-avvertiti dell’operazione, ma erano pre-istruiti sulla versione da dare nei notiziari e praticamente obbligati a usare una terminologia tassativa benché insensata;
la toppa più clamorosa di questa insensatezza è costituita
dal fatto che i provvedimenti assunti sono riferiti a dichiarate attività di terrorismo;
ora: andare in siria non è terrorismo, combattere l’isis non è terrorismo, e soprattutto accusare luiseddu e pabis di terrorismo è come attribuire a un merluzzo la scrittura della divina commedia;
uno ci può anche credere, se non sa cosa è un merluzzo e cosa è la divina commedia, ma purtroppo tutti noi, in migliaia, sappiamo chi sono luiseddu e pabis e in milioni sappiamo cosa è l’isis;
dunque, o il magistrato non sa queste cose elementari, e allora siamo fuori di senno, o non sa che noi lo sappiamo, e dunque ha giocato d’azzardo rispetto a questa parte di opinione pubblica, oppure lo sa, e ha giocato di proposito: ma quale che sia il caso, da cosa parte e dove si va a parare?
aut: o la faccenda è una incredibile cantonata, oppure è una gravissima montatura; talmente grave che solo la ragion di stato la potrebbe spiegare: quale ragion di stato?
secondo logica, la ragion di stato in gioco è costituita dalla pressione turca e americana sul governo italiano, volta a far recidere con ogni mezzo e in primo luogo con la criminalizzazione i legami internazionalisti, associativi o di amicizia attivi nella società e riguardanti la scena curda:
isolare in particolare il kurdistan siriano per poter procedere alla soluzione finale senza problemi per le ambasciate e per l’opinione pubblica; scoraggiare quindi i soggetti più esposti, come luiseddu e come pabis, impedendo loro preventivamente di ‘mettersi nei guai’ inguaiando di conseguenza il governo sul campo minato della diplomazia mediorientale; imporre al governo italiano di infangare i nostri uomini più generosi, per costringerlo poi a fare lo struzzo davanti allo scempio in arrivo: il caso regeni insegna; è questo il prezzo che si paga di fronte alla storia, quando si accetta, sapendo di mentire, di considerare terroristiche le organizzazioni di difesa popolare in prima linea ogni giorno contro regimi assassini, contro l’isis o le analoghe varianti prodotte e armate da questi regimi e contro i giochi di guerra che ne sono pianificati;
ciò significa, ma è la scoperta dell’acqua calda, che le rispettive polizie collaborano e che il governo italiano è sotto ricatto (possibili campagna di ostlità contro cittadini italiani in turchia, apertura delle recinzioni migratorie, congelamento degli accordi di pipeline e di commercio ecc.); o più semplicemente è sotto spudorata complicità.

contro l'Isis, in Kurdistan, perquisizioni in Sardegna, che strano!






Gli indipendentisti sono terroristi? - Francesco Casula
La stampa, ieri 15 settembre, ha dato questa notizia: ”In Sardegna sono scattate delle perquisizioni nei confronti di un foreign fighter italiano e di altri due soggetti, sempre italiani, tutti residenti in Sardegna, nell’ambito di un’indagine dell’Antiterrorismo della Polizia e della Digos di Nuoro sulle attività di combattimento all’estero.
Il foreign fighter è Pierluigi Caria e ha combattuto con le milizie curde: nei suoi confronti è scattato anche il sequestro preventivo del passaporto in quanto dalle indagini, coordinate dalla Dda di Cagliari, è emerso che l’uomo stava per ripartire per l’Iraq per poi raggiungere la Siria”.
A Caria indipendentista e sardo (e non italiano, preciso io), viene contestato il 270 bis, l’associazione con finalità di terrorismo. La notizia ha dell’incredibile: siamo di fronte a un capovolgimento brutale della realtà: viene sospettato di terrorismo chi, con un atto di altruismo e generosità il terrorismo dell’ISIS, è andato a combatterlo, a fianco dei Kurdi.
Nel manifestare la piena vicinanza e solidarietà a Caria, voglio riportare, pressoché integralmente il Comunicato di Sardigna Natzione, – che condivido in toto – a firma del suo segretario Bustianu Cumpostu: “Pier Luigi Caria foreign fighter in Kurdistan ? SNI non ha elementi per confermarlo e non ci interessa neanche cercarli prima di manifestare la ferma solidarietà all’indipendentista Luiseddu Caria, figlio del compianto Angelo Caria, fondatore di Sardigna Natzione. Non ci interessa cercare verifiche in merito, perché riteniamo che per un indipendentista sardo sia normale appoggiare qualunque lotta di liberazione nazionale dei popoli oppressi come riteniamo legittimo che ogni indipendentista scelga la forma con la quale espletare tale dovere.
SNI è comunque solidale con Luiseddu Caria, siamo certi della sua buona fede, della sua onestà politica, della sua capacità di valutare le proprie scelte, della sua generosità, del suo impegno nella lotta per la libertà e per i diritti dei popoli e degli individui. Non ci sono dunque nè SE e nè MA, siamo a fianco di Luiseddu e lo sosterremo in tutto quello che sarà necessario perché non solo sia liberato da qualsiasi restrizione ma gli sia riconosciuto il merito per il suo alto impegno per la libertà e per la difesa dei diritti primari, dei popoli e delle persone. Anche nella guerra di Spagna la Sardegna era l’unica nazione senza stato con una propria brigata in difesa della democrazia, nulla di strano, anzi un onore, se nella guerra per la liberazione nazionale del Kurdistan ci fosse un novello Dino Giacobbe”.
Ciò premesso, mi domando: non saremmo di fronte al deja vu, ovvero alla vieta e trita equazione: Indipendentista =terrorista? Conosciamo infatti e non da oggi l’accusa di terrorismo rivolta, agli Indipendentisti sardi nel passato, anche recente. Rammento la farsa del “complotto separatista” del 1981. Una farsa però con risvolti drammatici per chi – come Bainzu Piliu e Oreste Pili, tanto per ricordare due miei amici – patirono, innocenti, la tragedia immane del carcere, insieme a Doddore Meloni, ahimè, “ucciso dallo Stato”, l’anno scorso.
Ricordo ancora che alla fine degli anni ’80, il nuovo gerarca dell’Italia, Ciriaco De Mita, etichettò come “mezzoterroristi” i Sardisti. E più recentemente, nel 2006 l’Operazione “Arcadia” con l’arresto di Bruno Bellomonte, un dirigente del Movimento indipendentista “A Manca” e altri 10 indipendentisti. Bellomonte, dopo circa due mesi di carcere fu rimesso in libertà, in quanto nel periodo incriminato si trovava all’estero, e quindi era estraneo ai fatti contestatigli.
Ma fu di nuovo arrestato nel 2009 e sconterà ben 29 mesi di carcerazione preventiva. Sarà assolto dall’accusa di terrorismo dalla prima Corte d’Assise di Roma perché “il fatto non sussiste”. Il Pubblico Ministero aveva addirittura chiesto 10 anni e 7 mesi di reclusione. Bene. Oggi la repressione statale colpisce nuovamente un indipendentista.
Lungi da me teorie complottiste. Ma è possibile che carsicamente, venga rivolta al Movimento indipendentista. senza uno straccio di prova, l’accusa infamante di terrorismo? Non sanno o, meglio, fanno finta di non sapere, evidentemente, che chi, come gli Indipendentisti sardi, si batte per la liberazione della Sardegna dall’oppressione coloniale e statale e dunque chi combatte per cambiare lo stato delle cose presenti, considera il terrorismo un nemico, di qui il rifiuto netto e inequivocabile della violenza: per una pluralità di motivi.
Il terrorismo, – tale è stato quello italiano – disumano e crudele nella sua barbara ferocia, con l’assimilazione di tratti tipici dello Stato (la violenza, il disprezzo della vita), espropria la gente delle decisioni e delle lotte. Vorrebbe sostituirsi a queste per combattere in una guerra privata lo Stato e le sue articolazioni o i suoi simboli. Non capendo che la lotta per bande, magari uguali e contrapposte, è la negazione di una battaglia civile contro lo Stato, centralista e colonialista.
Il terrorismo anzi, lungi dal colpire lo Stato, lo rafforza, e ne giustifica e ne sollecita la repressione e le campagne d’ordine, magari attraverso leggi speciali e liberticide: e non sto parlando di ipotesi ma di una realtà storica che abbiamo già vissuto alla fine degli anni ‘70. Quando uno poteva essere fermato, interrogato, intercettato, non per il sospetto di un reato ma, come sostenne allora un brillante e insigne giurista, il Prof. Luigi Ferraioli dell’Università di Camerino, per il “reato di sospetto” E c’è di più: come e più dello Stato, il terrorismo cerca di liquidare ogni dissenso e ogni opposizione democratica, pacifica, non violenta, di massa: esso infatti con la sua logica di distruzione semina paura, panico, disorientamento, tensione. Spingendo alla passività, alla rinuncia, alla delega, alla privatizzazione della politica.
Il movimento indipendentista, nazionalista e sardista non vuole indossare alcun elmetto: perché l’elmetto è fuori e contro la cultura e la civiltà sarda, pacifica e pacifista. L’elmetto e le armi, gli eserciti e i terroristi – che non a caso giocano la loro partita sul terreno militare – appartengono alla civiltà dell’ordigno e della morte.
Appartengono alla civiltà urbana e metropolitana, non a caso si chiamavano «Br-guerriglia metropolitana». Duncas, andade-bo-che a su corru de sa furca e limbas malas apazis, terroristas de cale-si-siat ispessia e zenia! E Istadu italianu, lassa-nos in paghe!

Questa mattina in Sardegna sono scattate perquisizioni nei confronti di un foreign fighter nuorese e di altri due sospetti, tutti residenti in Sardegna – tra Cagliari e Nuoro-  nell’ambito di un’indagine dell’Antiterrorismo della Polizia e della Digos di Nuoro sulle attività di combattimento all’estero. Il nuorese Pierluigi Caria (noto Luisi Caria e Luiseddu), 33 anni, che ha combattuto con le milizie curde è considerato il foreign fighter. Nei suoi confronti è scattato  il sequestro preventivo del passaporto in quanto dalle indagini, coordinate dalla Dda di Cagliari, è emerso che l’uomo stava per ripartire per l’Iraq per poi raggiungere la Siria. Si tratta dell’unico provvedimento preso nei sui confronti insieme al divieto di espatrio. Non vi sarebbe nessuna fattispecie di cellula eversiva e viene solo ipotizzato ma non ancora contestato il reato di partecipazione ad organizzazione terroristica. Una delle altre perquisizioni è stata effettuata nei confronti del presidente dell’Asce (Associazione Sarda Contro l’Emarginazione), Antonello Pabis. Lo fanno sapere in una nota i portavoce del movimento indipendentista ‘Caminera Noa’ parlando  di Pabis come di un “sostenitore” della loro formazione politica.
Il riconoscimento dalla foto con la bandiera dei 4 mori.  Le indagini nei confronti dei tre sono partite dalla diffusione in rete di una foto in cui si vedono due miliziani, in tuta mimetica e con il volto travisato, uno armato di kalashnikov l’altro con il pugno sinistro alzato, dietro a due bandiere. Una della Bretagna antifascista l’altra con il simbolo dei quattro mori della Sardegna. I due militanti sono stati identificati e sono il bretone Olivier Francois Jean Le Clainche (conosciuto col nome di battaglia Kendal Breizh), morto in combattimento il 18 febbraio scorso e, appunto, Caria. Quest’ultimo era già stato in Siria e Iraq per combattere con le Ypg, le Unità di protezione del Popolo curde, e l’International Freedom Battalion, la brigata composta da militanti stranieri che affianca i curdi nella lotta all’Isis. Entrambe le sigle sono vicine al Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK – ritenuto dalla Turchia e anche dalla Ue un’organizzazione terroristica ma da sempre in prima linea contro l’Isis. A Caria viene contestato il 270 bis, l’associazione con finalità di terrorismo. 
Le indagini e le perquisizioni su due cagliaritani. Le altre perquisizioni riguardano due giovani (uno è Antonello Pabis) che potrebbero essere collegati alla rete dei foreign fighter (soprattutto nello scenario Siria-Iraq). La prima perquisizione è scattata alle 6, seguita da un altro intervento in un altro appartamento. Ora le indagini e i controlli si sono allargate a tutta l’isola, e riguarderebbero le persone che negli ultimi mesi sono state in contatto con Caria, considerato una figura centrale. Un’operazione estesa – al di là dei due casi cagliaritani – anche a diversi paesi della Sardegna.
La solidarietà su Facebook, dagli indipendentisti e dal Manifesto sardo. Sul profilo Facebook del giovane Caria attivista indipendentista, figlio di Angelo Caria (fondatore di Sardigna Natzione) dal momento della diffusione della notizia si sono diffusi numerosi messaggi di solidarietà. Alcuni in sardo lo definiscono “patriotu sardu” e fanno riferimento alla sua lotta in supporto dei curdi. E molti chiedono: “Ma i terroristi non erano quelli dell’Isis?”. Anche la redazione de Il Manifesto sardo esprime vicinanza a Caria e attacca il modo in cui è stata diffusa la notizia. Così si legge in un post, sempre sui social: “Come redazione de Il manifesto sardo sappiamo riconoscere chi difende l’umanità dalla barbarie attraverso la solidarietà internazionale e non abbiamo nessuna intenzione di delegare la ricerca della verità e della giustizia ai comunicati stampa delle questure”. Il riferimento è alla militanza di Caria contro l’Isis, organizzazione terrorista di matrice islamica. Ancora più dure le parole di Liberu,  Lìberos Rispetados Uguales che diffonde attraverso Pier Franco Devias una nota di solidarietà incondizionata al “compagno indipendentista” (leggi qui). Stessa posizione per Sardigna Natzione che, attraverso le parole del leader Bustianu Cumpostu non ha dubbi sulla posizione di Caria: “Foreign fighter in Kurdistan? Non ci interessa cercare verifiche sull’ipotesi, perché riteniamo che per un indipendentista sardo sia normale appoggiare qualunque lotta di liberazione nazionale dei popoli oppressi come riteniamo legittimo che ogni indipendentista scelga la forma con la quale espletare tale dovere”. Da qui solidarietà a vicinanza a Luiseddu Caria, figlio del compianto Angelo, cresciuto in una famiglia di fede indipendentista (anche i suo fratelli Ines e Efis sono attivisti). “Siamo certi della sua buona fede, della sua onestà politica, della sua capacità di valutare le proprie scelte, della sua generosità, del suo impegno nella lotta per la libertà e per i diritti dei popoli e degli individui – aggiunge -. Non ci sono dunque né se e né ma, siamo a fianco di Luiseddu e lo sosterremo in tutto quello che sarà necessario perché non solo sia liberato da qualsiasi restrizione ma gli sia riconosciuto il merito per il suo alto impegno per la libertà e per la difesa dei diritti primari, dei popoli e delle persone”.
da qui


C’è anche il nome di Antonello Pabis, 72 anni, cagliaritano, attivista molto noto in Sardegna per il suo impegno per i diritti umani e presidente dell’Asce Sardegna (associazione contro l’emarginazione), tra i nomi delle persone coinvolte nell’indagine dell’Antiterrorismo della Polizia e della Digos di Nuoro sulle attività di combattimento all’estero. Ieri mattina le forze dell’ordine avevano perquisito la casa di Pierluigi ‘Luisi’ Caria, indipendentista e figlio di Angelo, fondatore di Sardigna Natzione. Nella stessa mattina è stata perquisita anche la casa di Pabis, a Selargius, ed è scattato il sequestro del suo telefono cellulare.
Nei confronti di Caria e di Pabis, per ora, non è stato notificato nessun atto di accusa. La Polizia è ancora alla ricerca di prove nell’ambito di un’inchiesta sui combattimenti di italiani all’estero in forze al Ypg, le Unità di protezione del popolo curdo. Il Ypg è legato al partito Pkk, considerato da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea un’organizzazione terroristica nonostante dal 2014 i militanti di Ypg stiano combattono in Siria l’avanzata dell’Isis e siano riusciti a fermare i terroristi dello Stato islamico nella loro avanzata in Siria.
Da ieri sono tantissimi i movimenti, le associazioni, i gruppi e gli esponenti politici che hanno manifestato solidarietà a Luisi Caria e Antonello Pabis: tra tutti Il Manifesto sardo, Liberu, Bustianu Cumpostu.
Tra le ultime note, quella del Cagliari Social Forum, che ricorda l’attività dei combattenti curdi nella lotta all’Isis: “Organi di informazione ci fanno sapere che un ‘indipendentista sardo’ è stato fermato, perquisito e gli è stata negata la possibilità di recarsi oltre i confini nazionali. Nell’ambito della stessa operazione è stata perquisita l’abitazione di un nostro caro compagno, Antonello Pabis, di cui conosciamo l’impegno e la dedizione che ha prodigato e continua a prodigare nei confronti dei soggetti più deboli quale presidente dell’Asce e l’impegno che dimostra per la causa kurda. Non sappiamo se le motivazioni che vengono rivolte verso ‘l’indipendentista sardo’ siano veritiere o meno, non sappiamo cioè se corrisponde al vero che egli abbia combattuto a fianco delle brigate Ypg, una cosa balza, comunque, agli occhi: qualora egli lo abbia fatto non potrebbe essere additato come ‘Foreign fighter’ visto che questo termine viene usato per indicare i mercenari che si recano in Siria (e non solo) per combattere a fianco dei terroristi dell’Isis. Il compagno in questione, invece, ha scelto di stare dalla parte di chi l’Isis lo combatte, e combatte per la liberazione dei popoli. Pensiamo che questa operazione, e la sua tempistica, non siano frutto del caso ma rispondano ad una precisa logica: tenere buoni rapporti con la Turchia e Erdogan, per il quale, non dimentichiamo il Pkk continua ad essere una ‘associazione terroristica’ e che in virtù di leggi antiterrorismo fatte ad hoc continua a tenere in carcere migliaia di persone oltre che il leader riconosciuto del Popolo kurdo Ocalan e l’Arabia Saudita e il Qatar sponsor e finanziatori, nemmeno tanto occulti, dell’esercito Isis. Dimostrando noi la nostra solidarietà ai compagni, chiediamo che l’agenda dei pubblici ministeri non venga dettata da ‘difensori dell’ordine pubblico’ alla Erdogan, che l’Italia tolga dalla lista nera del terrorismo il Pkk, che si adoperi per la liberazione del leader Ocalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia. Che si attui un serio embargo, militare, politico, commerciale, culturale nei confronti di nazioni che finanziano, armano e sostengono organizzazioni terroristiche come l’Isis, Turchia, Qatar ed Arabia Saudita in testa. Chiediamo – conclude la nota di Cagliari Social Forum – che l’attenzione della stampa si rivolga con correttezza e puntualità anche alle operazioni repressive che la magistratura e le forze dell’ordine attuano, ingiustamente, da molti anni nei confronti delle compagne e dei compagni che si impegnano sul campo dell’antimilitarismo, della difesa delle minoranze e dei popoli oppressi, contro il fascismo dilagante anche istituzionale e non si limitino alla diffusione di notizie farraginose e confusionarie prodotte in altri luoghi”.
Sconcerto sull’inchiesta e le perquisizioni verso Luisi Caria e Antonello Pabis anche dalla rete antimilitarista A Foras: “Rimaniamo quanto meno basiti nell’apprendere di un’azione antiterroristica eseguita nei confronti di chi quel terrore, arrivato sino in Europa, si presume lo abbia combattuto sul campo al costo della propria vita. Se aggiungiamo che la Turchia è nota finanziatrice delle bande di jihadisti tutt’ora presenti in Siria e che parallelamente stringe solidi rapporti economici e politici con l’Italia e l’Unione Europea (soprattutto per quanto riguarda i migranti) allora il quadro ci sembra molto più chiaro. Per questo portiamo solidarietà a tutti gli indagati ed in particolare a due di essi impegnati con A Foras nella lotta contro l’occupazione militare della Sardegna, un’occupazione per mano dello stato italiano che negozia con i veri terroristi”.
Solidarietà anche dal movimento Caminera Noa: “Non ci interessa verificare la veridicità delle accuse mosse dalle veline diramate dalle questure perché riteniamo legittima la lotta ai fanatici fascisti di Daesh che dal 2012 hanno insanguinato il nord della Siria, condannando migliaia di persone alla fuga e alla disperazione, distruggendo le loro case e strappandole alle loro terre. Sono stati proprio i curdi dell’Ypg, perdendo centinaia se non migliaia di uomini e donne, ad aver contribuito più di tutti alla disfatta dell’Isis in Siria. Riteniamo dunque che l’accusa di terrorismo vada non solo respinta con sdegno e preoccupazione in quanto del tutto infondata ma che rappresenti l’ennesima operazione repressiva nei confronti di chi da sempre si batte per affermare il diritto alla libertà, alla democrazia e all’indipendenza del Kurdistan.Non ci sorprende affatto che simili accuse vengano fatte alla vigilia delle elezioni regionali poiché è chiaro l’intento di inquinare il dibattito politico e nascondere ai sardi la natura dei loro problemi, a cominciare dall’occupazione militare, dalle devastazioni ambientali e dalla produzione e il traffico d’armi che interessa l’isola e che vede da sempre contrapposti coloro che si battono nelle file del movimento per l’emancipazione nazionale e sociale del popolo sardo. Caminera Noa ribadisce quindi il suo sostegno e la sua vicinanza ai combattenti per la libertà e la democrazia che, con estrema generosità e anche a rischio della propria vita, si sono battuti contro i terroristi dell’Isis ed ogni forma di fascismo e fanatismo, condannando con forza la natura intimidatoria delle perquisizioni che hanno colpito in queste ore oltre che Luisi Caria, il presidente dell’Asce e sostenitore di Caminera Noa”.
Nella mattinata di domenica arriva anche la solidarietà di Claudia Zuncheddu, di Sardigna Libera. “Gli indipendentisti sardi non possono essere, ancora una volta, criminalizzati con l’alibi di ‘presunto terrorismo internazionale’ solo perché lottano per la giustizia e la libertà dei popoli oppressi e contro i terroristi dell’Isis in Medio Oriente. Sardigna Libera esprime la propria solidarietà a Luigi Caria e ad Antonello Pabis, perseguiti ingiustamente da azioni poliziesche tendenti a creare confusione ed intimidazione nella scena politica sarda. Con l’accusa di “partecipazione a organizzazioni internazionali terroriste” si vorrebbe mettere sullo stesso piano chi lotta in Kurdistan contro l’Isis alla stessa stregua dei reali terroristi dell’Isis. E’ come dire che le truppe americane, che hanno appoggiato le organizzazioni del popolo Kurdo sostenendole contro il terrorismo jihadista dell’Isis, siano anch’essi terroristi. Non vorremo che questi “interventi pasticciati” da parte degli organismi dello Stato, siano frutto del clima sociale e politico che si sta creando volutamente in Italia. Il Ministro dell’Interno Salvini, leader del cosiddetto “governo del cambiamento” Lega-M5S, ha promosso una feroce campagna razzista e xenofoba contro tutti i diversi, dai migranti agli occupanti di case per necessità, giustificando tutto con l’alibi della Sicurezza. Gli avvenimenti di razzismo e di fascismo di questi ultimi tempi, hanno generato un clima di odio razziale e di violenza tanto che gli stessi organismi dell’ONU hanno messo sotto osservazione la situazione antidemocratica creatasi in Italia. L’antifascismo che è alla base della Costituzione italiana, a cui i governi si dovrebbero attenere, è stato il principio della lotta contro la dittatura fascista e nazista che privava della libertà ed opprimeva con la violenza armata il popolo dell’Italia, della Sardegna e di tutta l’Europa”.


Dalla sigla indipendentista Liberu (Lìberos Rispetados Uguales) arriva piena solidarietà a Pierluigi Caria, il giovane nuorese al centro di un’inchiesta per terrorismo internazionale considerato un foreign fighter. Oggi è scattato il sequestro preventivo del passaporto e alcune perquisizioni tra Cagliari e Nuoro su altri due sospetti (indagini della Polizia e della Digos di Nuoro, coordinate dalla Dda di Cagliari). Così si legge in una nota diffusa su Facebook: “Liberu esprime sdegno e preoccupazione per l’ennesima azione repressiva della polizia politica italiana a danno di indipendentisti e di antimperialisti. Nello specifico, come si apprende da fonti giornalistiche, un indipendentista sardo, Pierluigi Caria, sarebbe stato accusato assieme ad altre due persone di aver sostenuto i combattenti curdi dell’YPG”. Liberu contesta la ricostruzione della Polizia e della Digos di Nuoro che segue l’inchiesta con il coordinamento della Dda di Cagliari: “Ma in Sardegna si conoscono bene i sommari metodi investigativi della polizia politica e l’abitudine di spacciare le ipotesi per “prove”, per cui innanzitutto dubitiamo fortemente della stessa fondatezza dell’accusa ed esprimiamo sconcerto per l’imputazione di “terrorismo” che viene mossa. Noi crediamo che sia assurdo accusare una persona, chiunque essa sia, di “terrorismo” per l’ipotesi che abbia potuto aiutare i curdi che a migliaia hanno perso la vita combattendo contro i terroristi dell’Isis”. Da qui addirittura, secondo il partito “lo sconfinamento nell’assurdo”. In chiusura: “A questo punto pare di capire che la repressione politica sposti l’asse dalla consueta pratica dell’illazione, a quella dell’assurdo: si accusano di terrorismo i nemici dei terroristi, si colpisce chi colpisce i terroristi”.

L’opinione di Claudia Zuncheddu
Gli indipendentisti sardi non possono essere, ancora una volta, criminalizzati con l’alibi di “presunto terrorismo internazionale” solo perché lottano per la giustizia e la libertà dei popoli oppressi e contro i terroristi dell’Isis in Medio Oriente.
Sardigna Libera esprime la propria solidarietà a Luigi Caria e ad Antonello Pabis, perseguiti ingiustamente da azioni poliziesche tendenti a creare confusione ed intimidazione nella scena politica sarda.
Con l’accusa di “partecipazione a organizzazioni internazionali terroriste” si vorrebbe mettere sullo stesso piano chi lotta in Kurdistan contro l’Isis alla stessa stregua dei reali terroristi dell’Isis.
E’ come dire che le truppe americane, che hanno appoggiato le organizzazioni del popolo Kurdo sostenendole contro il terrorismo jihadista dell’isis, siano anch’essi terroristi.
Non vorremo che questi “interventi pasticciati” da parte degli organismi dello Stato, siano frutto del clima sociale e politico che si sta creando volutamente in Italia.
Il Ministro dell’Interno Salvini, leader del cosiddetto “governo del cambiamento” Lega-M5S, ha promosso una feroce campagna razzista e xenofoba contro tutti i diversi, dai migranti agli occupanti di case per necessità, giustificando tutto con l’alibi della Sicurezza.
Gli avvenimenti di razzismo e di fascismo di questi ultimi tempi, hanno generato un clima di odio razziale e di violenza tanto che gli stessi organismi dell’ONU hanno messo sotto osservazione la situazione antidemocratica creatasi in Italia.
L’antifascismo che è alla base della Costituzione italiana, a cui i governi si dovrebbero attenere, è stato il principio della lotta contro la dittatura fascista e nazista che privava della libertà ed opprimeva con la violenza armata il popolo dell’Italia, della Sardegna e di tutta l’Europa.
Il movimento indipendentista Sardigna Libera, notoriamente antifascista, pacifista, antirazzista ed internazionalista, ribadendo la propria solidarietà a Luigi Caria e ad Antonello Pabis, esprime preoccupazione per il clima di repressione che si vuole adottare forzatamente contro ogni forma pacifica di dissenso.
Non vorremo che in prossimità delle elezioni Regionali, ancora una volta, si creassero provocazioni contro i movimenti indipendentisti ed identitari sardi, che non sono né agli ordini, né allineati con i blocchi vecchi e nuovi dei partiti italiani.