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sabato 27 aprile 2024

Dopo il “caso” Soumahoro, ecco il “caso” Bachcu

di Algamica*

Sui giornali online dell’11 aprile e su tutti i quotidiani del giorno successivo abbiamo dovuto leggere che un nuovo pericoloso criminale immigrato è stato arrestato dopo un lunga indagine della polizia e della sezione dell’antimafia durata, stando alla cronaca dei fatti imputati, ben due anni.

L’immigrato in questione, ora agli arresti presso il carcere di Regina Coeli e in attesa del pronunciamento da parte del GIP, non è un immigrato qualsiasi, ma è Nure Alam Siddique detto “Bachcu” famoso per essere un leader storico della comunità Bengalese in Italia la cui associazione, Dhuumcatu, nel corso di trent’anni (dagli anni ‘90 ai giorni nostri) è stata punto di riferimento per l’organizzazione delle lotte non solo degli immigrati connazionali, ma anche per indiani, pakistani, filippini, nord africani, rom, albanesi e latino americani. In sostanza dopo il “l’affare Abou Soumahoro”, un altro pesce ancora più grosso della lotta trentennale degli immigrati in Italia cade sotto la sferza del potere poliziesco e della magistratura, in nome della difesa della legge vigente nel nostro paese. I quotidiani del perbenismo democratico Occidentale si sfregano le mani proponendo tutti lo stesso titolo: “arrestato portavoce e paladino storico e della comunità bengalese di Roma”.

 

Quali i fatti imputati per cui è agli arresti fin dalla notte tra il 10 e 11 aprile?

Chiariamo sin da subito, che per uscire dalla cosiddetta clandestinità l’immigrato che già lavora in nero è costretto a pagare troppo spesso la documentazione necessaria al datore di lavoro, al proprietario di casa, ecc.

Tantissime associazioni di immigrati, inclusa la Dhuumcatu, hanno denunciato e combattuto pubblicamente questa giungla razzista. Ma quando le forze e la disponibilità a lottare non ci sono, può accadere che queste associazioni, essendo di fatto “casse di mutuo soccorso” simili a quelle del vecchio movimento operaio europeo e occidentale, si trovino costrette ad assistere il singolo immigrato e a rimediare la necessaria documentazione nella giungla del mercato razzista dei documenti. In sostanza gli immigrati se non lottano si rivolgono alle proprie “casse di mutuo soccorso” come loro rappresentanze di consumatori di un mercato dominato dall’uomo bianco e dalle forze impersonali dell’economia che ha necessità di forza lavoro immigrata a basso costo e ricattata.

Posta in questi termini la questione, la genesi del nuovo “caso” Bachcu viene fatta risalire anni addietro e proprio all’interno del contesto sociale in cui le e gli immigrati sottoposti dal ricatto del permesso di soggiorno si trovano costretti a ricorrere al mercato dei documenti necessari per la regolarizzazione.

Diciamo sin da subito che le leggi del mercato le fanno i rapporti capitalistici di produzione elaborati nel corso di secoli, dove ai popoli colonizzati e poi immigrati è concesso partecipare come consumatori o forza lavoro necessari alla accumulazione e alle condizioni imposte dalle forze impersonali dell’economia, che poi stabiliscono a chi non ha mezzi come accedervi da parte di chi invece ne ha la proprietà. E se i mezzi non li ha, quelle stesse forze economiche offrono a fianco del mercato “leale”, ovvero regolare, anche le trame del mercato “non leale” (o irregolare). Sicché l’immigrato è messo nella condizione di usare l’illegalità e se colto in fragranza di “reato” è colpevole e se un altro immigrato lo aiuta, usando gli stessi artifizi consigliati dal mercato illegale viene colpevolizzato come corrotto.

In questo modo vengono rimosse le responsabilità vere di chi favorisce la corruzione, cioè il corruttore, per mettere alla gogna il disgraziato corrotto. In sostanza il perbenismo liberista democratico rimuove in toto le responsabilità del corruttore, cioè le leggi di un modo di produzione e dei rapporti sociali, scaricando su chi è costretto a sottostare alle forche caudine delle stesse, una responsabilità di corruzione perché non farebbe uso del libero arbitrio e vivere da “onesto” cittadino. Una realtà tanto più vera e feroce quanto e quando il dominato è un immigrato.

Come a dire che la causa del mercato e del traffico degli stupefacenti sia da addebitare ai poveri tossicodipendenti e non ai rapporti sociali che determinano la tossicodipendenza. In sostanza il liberismo democratico accoglie a rigide condizioni gli immigrati nel recinto del consentito del razzismo e condanna quello “corrotto” proprio per escludere il sistema sociale della corruzione in mano alle forze dell’economia e dello Stato.

I giornali descrivono che il caso Bachcu è “intricato”, perché non è per la compravendita dei documenti per la regolarizzazione di immigrati “clandestini” che viene arrestato, anche perché tutto sommato l’economia e i padroni del vapore – banche, industrie e agrobusiness – hanno pur sempre bisogno di dimostrare che loro ingaggiano regolarmente gli immigrati al lavoro, poco importa se la residenza o il domicilio e il permesso di soggiorno erano stati ottenuti con una documentazione onesta e veritiera, mentre quando così non è, loro – il corruttore – si tirano fuori da ogni responsabilità addebitando le colpe a chi per necessità è costretto a districarsi nella palude di rapporti sociali diseguali.

Leggiamo sui giornali una ricostruzione dei fatti lunga due anni, dove nel quartiere di Roma Torpignattara – denominata “banglatown” – si sia formata una vera e propria mafia, che in virtù degli aiuti e intermediazioni pregresse per far ottenere a tizio o a caio i documenti necessari per la regolarizzazione, se poi nel corso della vita lavorativa tizio e caio faticosamente si sono stabilizzati e hanno aperto piccole botteghe di frutta e verdura, verso di questi verrebbe chiesto periodicamente di pagare il “pizzo” più gli interessi. Se poi non si paga, si viene minacciati fino al punto di attuare un rapimento. L’intrico descritto dai giornali non finisce qui, perché come gli italiani – genitori di tutte le mafie nel mondo – dal pizzo si passa al traffico degli stupefacenti e ora un certo gruppo di immigrati bengalesi dal permesso comprato, al pizzo e rapimento, ora gestirebbe anche lo spaccio della droga a Torpignattara. In sostanza una “mafia” a tutto tondo e a reggere le fila il “padrino” Bachcu.

Sia chiaro: non staremo mai dalla stessa parte di chi oggi spara ad alzo zero contro Bachcu e contro il Dhuumcatu; come non staremo mai dalla stessa parte di chi difende il diritto borghese basato sul liberismo del capitale contro gli oppressi, gli sfruttati e gli immigrati.

C’è però da notare che nell’intricata storia descritta, il caso che ha gettato luce sulla “mafia della banglatown”, ossia il caso di rapimento di un bengalese e della conseguente richiesta di riscatto in cambio della vita denunciato alla polizia, le forze di polizia riuscirono in meno di 24 a liberare la vittima in mano ai rapitori che vennero arrestati in fragranza di reato. La vittima avrebbe poi immediatamente dichiarato agli agenti (31 ottobre 2022), che a mandante del suo rapimento ci fosse proprio Bachcu, testimoniando che durante la sua cattura fosse presente durante una videochiamata tra i rapitori e il boss (ossia Bachcu). Non c’è che dire, più che una banda mafiosa, qui abbiamo a che fare con la “armata Brancaleone” allo sbaraglio. Ma si sa, sono immigrati, dunque poveri, inferiori, quindi poco intelligenti. Altro che le mafie nostrane che stanno lì indisturbate nei salotti buoni dell’establishment occidentale.

Giuriamo sulla inconsistenza dei “reati” di Bachcu e di altri affiliati alla associazione Dhuumcatu? È una trappola meschina nella quale cadono gli ingenui. Per noi sul banco degli imputati siede un sistema economico politico e sociale razzista che mette nelle condizioni l’individuo immigrato di delinquere per poi condannarlo in quanto delinquente. Sicché il vero responsabile, cioè il corruttore esce illibato e il povero immigrato condannato.

 

Lo scopo politico dietro il “caso” Bachcu

Fanno pertanto ridere quanti a sinistra, anche “estrema” storcono la bocca pronunciando monosillabi «aspettiamo, si però, capiamo bene, ecc.». Mentre va denunciata da subito l’azione della magistratura e delle forze repressive dello Stato e della stampa tendenti a criminalizzare una realtà immigrata organizzata a Roma, il cui scopo è politico: svuotare la banglatown di Torpignattara, troppo ingombrante, troppo rumorosa, troppo musulmana e troppo negra, che non si confà agli interessi di quelle forze economiche che vogliono riqualificare la semiperiferia di Roma, trasformandola a uso, consumo e sfruttamento di lavoro precario a servizio dell’industria del turismo di massa, unica voce di entrata per l’economia della grande metropoli ma che deve competere sul mercato dell’offerta con altrettante città italiane ed europee, e ridurre quegli strati sociali di immigrati che hanno raggiunto una parziale integrazione a “negri da cortile” al servizio dell’industria del turismo legittimando la nuova schiavitù contro la massa di immigrati. Una presenza ingombrante quella degli immigrati di Torpignattara, tant’è che il 10 maggio 2022 la sede del Dhuumcatu di Via Capua 4 venne chiusa da una operazione di polizia condotta da 100 agenti per eseguire lo sfratto dell’immobile pignorato dalla Banca, nonostante da mesi l’associazione Dhuumcatu si stesse rivolgendo alla Banca stessa che pignorava l’immobile al proprietario, chiedendo di riscattarne la proprietà e richiedendo l’accensione di un mutuo.

Da lì in poi l’associazione Dhuumacatu è stata sottoposta a una serie di attacchi da parte delle forze politiche che governano la città, il V Municipio e che sostengono a spron battuto il programma di riconversione delle semiperiferie della Capitale, ossia una nuova ondata di speculazione edilizia, lievitazione del mercato degli affitti, eccetera.

E aggiungiamo che Bachcu andrebbe difeso da una mobilitazione proletaria e di immigrati, anche se i capi di imputazione dovessero risultare veritieri secondo il diritto liberale proprio per le ragioni espresse, perché chiameremmo in quel caso sul banco degli imputati il corruttore, ossia un modo di produzione che determina rapporti di sfruttamento e razzismo verso gli immigrati e i popoli colonizzato, e non il corrotto.

All’associazione Dhuumacutu è stato concesso negli ultimi anni di potersi barcamenare nella giungla del mercato razzista, tra una denuncia per occupazione di suolo pubblico e un’altra, mentre la stessa organizzazione bengalese e Bachcu da Roma alle campagne agricole di Latina non hanno mai smesso, quando ne avevano le forze, di sostenere mobilitazioni contro il sistema generale di ricatti agli immigrati, la ultima truffaldina sanatoria e da ultimo una piccola manifestazione di braccianti indiani della provincia di Latina lo scorso 25 marzo, quelli sì sottoposti dalla vera mafia legale dell’agrobusiness che mantiene i lavoratori immigrati nelle campagne nel moderno regime di schiavitù.

Il tempo per le concessioni sono finite, l’Italia seppure in disperato bisogno degli immigrati per tenere a galla l’economia e tentare di galleggiare nella crisi, non può più tollerare eccezioni quando l’intero Occidente è chiamato a serrare i ranghi nella sfida generale che si è aperta in Palestina sostenendo a tutti i costi Israele, evitare il collasso dello Stato sionista attraverso il genocidio del popolo palestinese: momento che condensa in questo tempo storico la battaglia di chi per 500 anni ha sofferto il colonialismo e il razzismo da parte dell’occidente.

Invitiamo pertanto gli immigrati e quanti sensibilizzati alla loro causa a schierarsi risolutamente:

Contro la campagna razzista in atto attraverso l’arresto di Bachcu.

Contro il genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Israele contro il popolo palestinese.


* Alessio Galluppi, Michele Castaldo

da qui

martedì 28 febbraio 2023

PACE: parola di quattro lettere nei cruciverba

articoli, video, musica, immagini di Carlos Latuff, Chris Hedges, Vittorio Rangeloni, Laura Ruggeri, Giuseppe Masala, Stefano Orsi, Olivier Turquet, Michele Santoro, Manlio Dinucci, Peter Beaumont, Martina, Alessandro Di Battista, Fabio Mini, Alessandro Marescotti, Chat GPT, Enrico Tomaselli, Rosso Malpelo, Alessio Galluppi, Fabrizio Poggi, Weaponwatch, Gian Andrea Gaiani, Gian Andrea Gaiani, Alessandro Orsini, No Muos, Andrea Zhok, Lucio Caracciolo, Caitlin Johnstone, Jacques Baud, Fan Wei, Liu Zuanzun, Pasquale Pugliese, Claudio Conti, Guido Salerno Aletta, Robert Kuttner, Alessandro Ghebreigziabiher, MIR Italia, Loretta Napoleoni, Enrico Vigna, Barry McGuire





Discorso di Chris Hedges alla manifestazione “Rabbia contro la macchina della guerra” a Washington DC


L’idolatria è il peccato originale da cui derivano tutti gli altri. La tentazione di diventare Dio che ci arriva dagli idoli, che esigono il sacrificio altrui nella folle ricerca di ricchezza, fama o potere. Ma l’idolo finisce sempre per richiedere il sacrificio di sé, lasciandoci morire sugli altari intrisi di sangue che abbiamo eretto per gli altri.

Poiché gli imperi non possono essere soppressi, si suicidano ai piedi degli idoli da cui sono dominati.

Siamo qui oggi per denunciare i sommi, non eletti, e irresponsabili sacerdoti dell’Impero, che incanalano i corpi di milioni di vittime, insieme a trilioni della nostra ricchezza nazionale, nelle viscere della nostra versione di Moloch, l’idolo cananeo.

La classe politica, i media, l’industria dell’intrattenimento, i finanzieri e persino le istituzioni religiose perseguono come lupi il sangue dei musulmani, dei russi o dei cinesi, o di chiunque l’idolo abbia demonizzato come indegno di vivere. Non c’erano obiettivi razionali nelle guerre in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e Somalia. Non ce ne sono in Ucraina. La guerra permanente e l’industria del massacro sono la loro stessa giustificazione. Lockheed Martin, Raytheon, General Dynamics, Boeing e Northrop Grumman guadagnano miliardi di dollari in profitti. Le ingenti spese richieste dal Pentagono sono sacrosante. Opinionisti, diplomatici e tecnocrati guerrafondai, che si compiacciono di declinare qualsiasi responsabilità per la serie di disastri militari che orchestrano, sono una cricca proteiforme, si spostano abilmente a seconda delle correnti politiche, passando dal Partito Repubblicano al Partito Democratico e viceversa, presentandosi di volta in volta come implacabili combattenti, oppure neoconservatori, o interventisti liberali. Julien Benda ha definito questi cortigiani del potere “i barbari dell’intellighenzia che si sono fatti da soli”.

Questi fanatici della guerra non vedranno mai i cadaveri delle loro vittime. Io li ho visti, compresi i bambini. Ogni corpo senza vita che ho visto come reporter in Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Palestina, Iraq, Sudan, Yemen, Bosnia o Kosovo, mese dopo mese, anno dopo anno, ha rivelato la loro bancarotta morale, la disonestà intellettuale, la malata sete di sangue e le loro fantasie deliranti. Sono marionette del Pentagono, uno Stato nello Stato, e dei produttori di armi che finanziano lautamente i loro think tank. Ecco l’elenco: Project for the New American CenturyForeign Policy InitiativeAmerican Enterprise InstituteCenter for a New American SecurityInstitute for the Study of WarAtlantic Council e Brookings Institute. Come un ceppo mutante di un batterio resistente agli antibiotici, non possono essere sconfitti. Non importa quanto si sbaglino, quanto siano assurde le loro teorie di dominio globale, quante volte mentano o denigrino altre culture e società come incivili, o quante ne condannino a morte. Sono puntelli inamovibili, parassiti vomitati negli ultimi giorni di tutti gli imperi, pronti a venderci la prossima giusta guerra contro chiunque abbiano deciso sia il nuovo Hitler. La mappa cambia. Il gioco resta lo stesso.

Pietà per i nostri profeti, che vagano in questo paesaggio desolato gridando nell’oscurità. Pietà per Julian Assange, sottoposto a un’esecuzione al rallentatore in una prigione di massima sicurezza a Londra. Ha commesso il peccato mortale per l’Impero: ha denunciato i suoi crimini, i suoi meccanismi di morte, la sua depravazione morale.

Una società che proibisce la capacità di dire la verità estingue la capacità di vivere nella giustizia. Alcuni che sono qui oggi possono pensare di essere dei radicali, addirittura dei rivoluzionari. Ma ciò che stiamo chiedendo allo spettro politico è, in realtà, conservatore: il ripristino dello Stato di Diritto. È semplice e basilare. In una repubblica degna di questo nome, non dovrebbe essere una richiesta incendiaria. Ma vivere nella verità in un sistema dispotico, quello che il filosofo politico Sheldon Wolin ha definito “totalitarismo al contrario”, diventa sovversivo.

Illegittimi sono gli architetti dell’imperialismo, i signori della guerra, i rami legislativo, giudiziario ed esecutivo del governo controllati dalle multinazionali e dai loro ossequiosi portavoce nei media e nel mondo accademico. Pronunciate questa semplice verità e sarete banditi, come è toccato a molti di noi, messi ai margini. Dimostrate questa verità, come ha fatto Julian Assange, e sarete crocifissi.

“Ora è sparita anche la Rosa rossa. Dov’è sepolta non si sa. Siccome disse ai poveri la verità, i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà” scrisse Bertolt Brecht della socialista Rosa Luxemburg, quando venne assassinata.

Abbiamo subito un colpo di stato da parte del sistema corporativo, per cui i poveri e le donne e gli uomini che lavorano, la metà dei quali non ha 400 dollari per coprire una spesa di emergenza, sono ridotti a una cronica instabilità. La disoccupazione e l’insicurezza alimentare sono endemiche. Le nostre comunità e città sono in uno stato desolante. La guerra, la speculazione finanziaria, la sorveglianza costante e la militarizzazione poliziesca che funziona come un esercito interno di occupazione sono le uniche vere preoccupazioni dello Stato. Persino l’ habeas corpus non esiste più. Noi, come cittadini, siamo merce usa e getta per i sistemi aziendali di potere. E le guerre infinite che combattiamo all’estero hanno generato le guerre che combattiamo in patria, come ben sanno gli studenti ai quali insegno nel sistema carcerario del New Jersey. Tutti gli imperi muoiono nello stesso atto di autoimmolazione. La tirannia che l’impero ateniese imponeva agli altri, nota Tucidide nella sua storia della guerra del Peloponneso, alla fine la imponeva anche a se stesso.

Opporsi, tendere la mano e aiutare i deboli, gli oppressi e i sofferenti, salvare il pianeta dall’ecocidio, denunciare i crimini interni e internazionali della classe dominante, chiedere giustizia, vivere nella verità, distruggere gli idoli, significa portare il marchio di Caino.

Dobbiamo far sentire la nostra collera a coloro che detengono il potere, mediante azioni costanti di disobbedienza civile nonviolenta e di sabotaggio a livello sociale e politico. Il potere organizzato dal basso è l’unico che può salvarci. La politica gioca sulla paura. È nostro dovere far sì che chi è al potere abbia molta, molta paura.

L’oligarchia al potere ci tiene chiusi nella sua morsa mortale. Non può essere riformata. Oscura e falsifica la verità. È alla ricerca maniacale di accrescere la sua oscena ricchezza e il suo potere incontrollato. Ci costringe a inginocchiarci davanti ai suoi falsi dei. E quindi, per citare la Regina di Cuori, metaforicamente, ovviamente, dico: “Via le teste!”.

Chris Hedges, giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è autore di numerosi libri antimilitaristi e attivista.

Traduzione dall’inglese di Daniela Bezzi
Revisione di Anna Polo

da qui

 

 

Promuovere la ricostruzione dell’Ucraina per alimentare la guerra – Laura Ruggeri

L’operazione militare russa in Ucraina era appena iniziata e i principali attori della coalizione che sostiene l’Ucraina, così come le istituzioni finanziarie e i think tank transatlantici, stavano già discutendo della ricostruzione del Paese. Inevitabilmente la spacciavano come un’opportunità storica per il Paese: come una fenice che risorge dalle ceneri, l’Ucraina sarebbe diventata un faro di libertà, democrazia e legalità, un testimonial del Build Back Better, un successo della transizione verde e digitale; il Paese avrebbe bruciato in corsa diverse fasi di sviluppo e la sua crescita economica avrebbe replicato il boom della Germania del dopoguerra.

Non sorprende che gli esempi più recenti, e molto meno edificanti, di “ricostruzione” guidata dall’Occidente in Iraq, Libia e Afghanistan non vengano mai menzionati. La velocità con cui sono state sfornate narrazioni fantasiose di ripresa e ricostruzione non dovrebbe sorprendere nessuno: erano state concepite anni prima nell’ambito di diversi “piani di riforma” per l’Ucraina. Si potrebbe dire che sono parte della strategia di questa guerra per procura contro la Russia e chi le ha prodotte lavora direttamente o indirettamente per governi e lobby coinvolti sia nella distruzione dell’Ucraina che nell’ucrainizzazione dell’Europa, un processo finalizzato a controllare, militarizzare e saccheggiare il Vecchio Continente.

Non c’è dubbio che l’Ucraina dovrà essere ricostruita una volta che la guerra sarà finita, ma “distruzione” e “ricostruzione” significano cose diverse per persone diverse in contesti diversi.  Ad esempio, c’è un forte disaccordo su cosa si intenda per “distruzione”, su quando sia iniziata la “distruzione” dell’Ucraina e di chi sia colpa. Il campo semantico, come la storia, è un territorio fortemente conteso. Chi ha seguito le vicende ucraine senza pregiudizi ideologici, e con un minimo di onestà intellettuale, sa che al momento della dissoluzione dell’URSS, l’Ucraina era una potenza economica, la terza potenza industriale dell’Unione Sovietica dopo Russia e Bielorussia, oltre che il suo granaio. Questa repubblica sovietica possedeva industrie aerospaziali, automobilistiche e di macchine utensili, i suoi settori minerario, metallurgico e agricolo erano ben sviluppati, come i suoi impianti nucleari e petrolchimici, le sue infrastrutture turistiche e commerciali. Ospitava inoltre il più grande cantiere navale dell’URSS.


Un continuum di distruzione

A partire dal 1991, anno della sua indipendenza, il PIL dell’Ucraina è rimasto indietro rispetto al livello raggiunto in epoca sovietica, la capacità industriale si è notevolmente ridotta e la popolazione è diminuita di circa 14,5 milioni di persone in 30 anni a causa dell’emigrazione e del più basso tasso di natalità in Europa. Non solo, l’Ucraina è anche diventata il terzo debitore del FMI e il Paese più povero d’Europa. Questi record negativi non possono essere imputati solo alla corruzione sistemica e spaventosa dell’Ucraina: le reti di corruzione che hanno spremuto l’Ucraina sono transnazionali. L’Ucraina è stata vittima di due rivoluzioni colorate finanziate dagli Stati Uniti che hanno portato a un cambio di regime e ad una guerra civile che l’hanno separata a forza dal suo principale partner economico, la Russia.

La sua storia è stata cancellata e riscritta, le ricette neoliberali hanno distrutto il suo tessuto economico e sociale instaurando una forma di governo neocoloniale.

L’Ucraina è entrata a far parte del nefasto Partenariato Orientale 1  dell’UE nel 2009 e, fin dalla sua indipendenza,  è stata invasa da ONG, consulenti economici e politici occidentali. Lo stato di soggezione del Paese ostaggio degli interessi anglo-americani si è cementato dopo che l’ultimo governo ucraino che si era opposto alle dure condizioni del FMI è stato rovesciato dal colpo di stato sponsorizzato dagli Stati Uniti nel 2014. Il 10 dicembre 2013, il presidente ucraino Viktor Yanukovich aveva dichiarato che le condizioni poste dal FMI per l’approvazione del prestito erano inaccettabili: “Ho avuto una conversazione con il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, mi ha detto che la questione del prestito del FMI è stata quasi risolta, ma gli ho ripetuto che se le condizioni fossero rimaste tali non avremmo avuto bisogno di tali prestiti”. Yanukovich ha quindi interrotto i negoziati con il FMI e si è rivolto alla Russia per ottenere assistenza finanziaria. Era la cosa più sensata da fare, ma gli è costata cara. Non è possibile rompere impunemente le catene del FMI: questo fondo a guida americana concede prestiti a paesi con l’acqua alla gola in cambio della solita shock therapy fatta di austerità, deregolamentazione e privatizzazione, e prepara in questo modo il terreno per gli avvoltoi della finanza internazionale, quasi sempre angloamericani.   Se si permette a coloro che hanno distrutto un Paese di essere coinvolti nella sua ricostruzione, essa sarà inevitabilmente solo un punto sul continuum di conquista, occupazione e saccheggio, anche se viene imbellettato. La distruzione produce quella tabula rasa su cui l’occupante può scrivere le proprie regole: “Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove hanno fatto il deserto, lo chiamano pace”. Tacito conosceva bene sia la realtà che la propaganda dell’imperialismo romano.

Ci si può solo chiedere se coloro che parlano di “ricostruzione”, “ripresa”, “riforma”, “ordine fondato sulle regole”, “reset” o qualsiasi altra espressione di moda al momento, siano consapevoli di questa realtà brutale o credano veramente alla propria propaganda. In ogni caso, promettono un’utopia futura per la quale vale la pena uccidere e morire.

Il capitalismo occidentale ha creato la propria escatologia secolare, sostituendo la promessa della vita eterna dopo la morte con la speranza di un mondo migliore in futuro, suscitando aspettative che vengono costantemente deluse. Incapace di risolvere le sue crescenti contraddizioni nel presente, il capitalismo rimanda la soluzione al futuro.

L’utopia promessa, incorporata nella narrazione ambientalista-tecnocratica, è un tentativo di distogliere l’attenzione dalle tendenze distruttive insite nel capitalismo stesso, che ancora una volta ha fatto ricorso alla guerra e all’espansione dei budget militari per tirarsi fuori dalle sue crisi sistemiche. Le guerre, con i loro cicli di distruzione e ricostruzione, forniscono sia uno stimolo economico nel quadro della stagnazione attuale che uno sbocco per la sovraaccumulazione del capitale. ll centro di gravità economica si è spostato in Asia, un mercato quello asiatico in cui gli Stati Uniti devono affrontare la forte concorrenza della Cina, e mentre l’egemonia statunitense si indebolisce, le élite occidentali si trovano di fronte alla scelta di sostenere il vecchio egemone oppure cercare un accordo con le potenze emergenti, un’opzione che non solo ridurrebbe la loro influenza e i loro profitti scandalosi, ma accelererebbe anche il declino degli Stati Uniti.

Poiché il potere militare e l’influenza USA sull’economia globale sono da tempo intrecciati e la perdita dell’uno comporterebbe la perdita dell’altra, gli Stati Uniti hanno stretto la presa sui loro vassalli, hanno raddoppiato le loro ambizioni egemoniche e preferiscono indulgere in grandiose e pericolose fantasie piuttosto che accettare la nuova realtà multipolare. Le loro fantasticherie non possono garantire una crescita reale, ma aiutano a manipolare il sentimento del mercato, ed è per questo che l’Impero sta investendo una parte considerevole delle sue risorse per colonizzare le menti e blindare le sue narrazioni con metodi polizieschi. Il compito di coloro che progettano contemporaneamente la distruzione e la ricostruzione è quello di ridurre la dissonanza cognitiva tra lo stato di miseria attuale e i proclami di un futuro radioso…

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Il ritorno dei blocchi e la teoria Rumsfeld – Giuseppe Masala

È tuttavia mio dovere prospettarvi determinate realtà dell’attuale situazione in Europa. Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso il continente,” Winston Churchill (5 marzo del 1946)

Ad ormai un anno di distanza dall’inizio del conflitto tra Ucraina (e Nato) da un lato e Russia dall’altro si stanno susseguendo gli appuntamenti simbolici dal grande impatto mediatico ma anche dalla enorme portata politica.

Ad aver iniziato la serie di “appuntamenti” è stato Joe Biden arrivato a Kiev direttamente dall’America per dimostrare anche fisicamente l’appoggio statunitense a Kiev e al suo leader Zalensky.  In questa visita il presidente americano, per il vero, non ha fatto alcun annuncio importante, se non dimostrare fisicamente al mondo il sostegno degli USA all’Ucraina che si vorrebbe far credere incrollabile. Ovviamente il tutto condito dall’ennesima firma di Old Joe su un atto che autorizza la fornitura di ulteriore assistenza militare e finanziaria all’Ucraina. Non è chiaro peraltro, se questo – come tutti gli altri aiuti arrivati da Washington – siano sotto l’egida della Lend-Lease Act americana appositamente re-introdotta dal parlamento USA allo scoppio della guerra o se siano vere e proprie donazioni. Molto probabilmente si tratta di sostegno sotto l’egida di questa legge, conseguentemente qualcuno un giorno sarà chiamato a pagare; e qualcosa mi dice che non sarà l’Ucraina a farlo ma i paesi europei ormai sempre più ridotti nel ruolo di pagatori di ultima istanza.

Il giorno dopo la visita di Biden a Kiev – tre giorni fa – è stato lo stesso Putin a dare il via agli eventi simbolici con un discorso di fronte al parlamento riunito in seduta comune. Un discorso per certi versi di portata storica che a tratti è stato una vera e propria requisitoria contro l’Occidente Collettivo, accusato di doppiezza a partire dagli accordi di Minsk che si sono dimostrati (per stessa ammissione della Merkel e di Hollande) un semplice escamotage per guadagnare tempo e poter così consentire alla Nato di rinforzare l’apparato militare ucraino e renderlo abbastanza robusto da riuscire a combattere la Russia magari fino a logorarla in maniera sostanziale.

Ma il nocciolo del discorso di Putin è certamente legato al tema della sicurezza strategica della Russia e più in generale al concetto di indivisibilità della sicurezza che – essendo il mondo unico – o è garantita a tutti o non è garantita a nessuno. Putin ha ricordato che sono stati gli USA ad uscire dal trattato che bandiva i missili a  medio raggio dall’Europa. Un trattato questo fondamentale per garantire la Pace in Europa. Inoltre Putin ricorda che fu la Russia – nel Dicembre del 2021 – a porre il tema della sua sicurezza alla luce del fatto che la Nato sempre più avanzava verso i confini del paese euroasiatico. Questione questa che portò a colloqui ai massimi livelli tra Mosca e Washington ma che si conclusero con un nulla di fatto.

Alla luce di tutto questo lo Zar dunque annuncia la sospensione del trattato New START sui missili e le testate nucleari strategiche che garantisce di fatto la non proliferazione nucleare. Una sospensione che rende impossibili le ispezioni americane nei siti nucleari russi e che è comprensibile visto che gli USA ormai sono a tutti gli effetti una potenza belligerante contro la Russia e risulterebbe certamente paradossale che mentre invia armi all’Ucraina possa ispezionare le armi strategiche russe compresi i Sarmat, il sistema Avanguard e i missili ipersonici Zhircon e Kinzhal.

Il problema è che la mossa russa rischia di aprire il vaso di pandora della proliferazione nucleare in tutto il mondo. Se i russi decidessero di aumentare i vettori per le loro testate, perché non dovrebbero fare altrettanto francesi, inglesi, americani, israeliani, cinesi, indiani e pakistani? E di conseguenza, perché giapponesi, iraniani, sauditi non possano decidere di dotarsi anche essi dell’arma atomica visto che – magari – i loro avversari storici aumenteranno le loro testate e i loro missili? Un passaggio questo delicatissimo…

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