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lunedì 28 maggio 2018

“Aiutiamoli a casa loro”, l’urlo arrogante degli illusi - Antonella Sinopoli


Toni Iwobi, 63 anni nato in Nigeria, naturalizzato italiano, primo nero eletto senatore della Repubblica italiana;  Idy Diene, 54 anni, ambulante senegalese con regolare permesso di soggiorno ucciso a Firenze per nessun motivo, tranne il colore della sua pelle; Segen (di lui non si sa neanche il cognome), 22 anni eritreo, morto di fame appena sbarcato in Italia a seguito di mesi di sofferenze, privazioni e torture nei centri libici. È successo tutto nel giro di poche settimane, tutto in Italia. E questo tutto, queste tre generazioni di africani concentrano in sé tante storie. La storia dell’Africa degli ultimi decenni (migliorata molto ma peggiorata per molti); la storia dei rapporti umani completamente distorti e in una fase regressiva che sembrerebbe senza ritorno; la storia delle disillusioni di un’Europa e di un mondo occidentale fondato sullo sfruttamento, sull’ingiustizia, sul doppio binario dei diritti.
Erano gli anni Ottanta del secolo scorso e dopo solo un paio di decenni dall’indipendenza molti Paesi africani cominciarono ad essere investiti da una forte crisi economica. Diversi i fattori: tra i principali il calo drammatico del prezzo del petrolio innescato dalla guerra del Kippur; la scelta di continuare l’errore delle amministrazioni coloniali di investire a livello agricolo sulla monocultura; l’emergere dei Big Man, leader impegnati a creare un’immagine di sé simile a quella degli ex colonizzatori – paternalistica,  non criticabile e tendente ad accumulare beni e prestigio per sé e per il proprio entourage – che stava quindi creando sempre più uno spartiacque tra l’élite al potere e la popolazione.
Fu a quell’epoca che cominciò per l’Africa la neo-colonizzazione fatta di “aiuti allo sviluppo” e soprattutto di prestiti “condizionati” da parte degli IFI, Istituti Finanziari Internazionali (leggi Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale). Alcune delle condizioni furono: svalutazione delle monete locali e riduzione della spesa pubblica. Come si può immaginare i tassi di disoccupazione – derivati anche all’allontanamento dalle aree rurali verso le città – aumentarono notevolmente ed è in questa fase che cominciò la prima ondata di emigrazione verso i Paesi europei. Paesi europei – Italia compresa – che erano invece in piena espansione economica e dove il nero era qualcosa di esotico, non ancora percepito come una minaccia. Di questa fase felice si sono avvantaggiate tante classi medio alte africane o ragazzi al seguito di  congregazioni religiose o missionari. È di quella stagione che fa parte il fortunato Toni Iwobi, che oggi farebbe parte della categoria del “migrante economico”.
I peggiori nemici degli africani sono i  ‘fratelli’ africani”.  Non sono io a dirlo. Di questa “inimicizia” gli africani fanno le spese da secoli. A cominciare dalla tratta degli schiavi, quando i mercanti bianchi dovevano necessariamente trovare appoggi e accordi con i chief locali per il rifornimento della merce e per avere strada libera sui territori di caccia. Si passò poi alla colonizzazione. Epoca in cui lo sfruttamento si spostava dalla forza lavoro, le braccia negre, alla terra e ai suoi prodotti, compresi quelli minerari. Ma anche la colonizzazione – come era stato per i mercanti di schiavi – aveva bisogno di “alleati” in loco. Il cambiamento delle strutture sociali e comunitarie africane provocato dall’indirect rule di stampo britannico, ad esempio, fu enorme, come sempre più enorme fu il divario che si determinò tra i “capi” e il resto delle popolazioni.
Era di questi capi che il potere coloniale si serviva per controllare, amministrare, gestire, sfruttare i territori. Questo lungo, eppure sintetico, preambolo storico, è necessario per sottolineare che solo chi non conosce la storia – o non vuole farci i conti – può salire su un palco (o palcoscenico…) e urlare “Aiutiamoli a casa loro!” E questo vale se l’urlo viene da uno di pelle bianca o di pelle nera. Anzi no, se viene da un africano non è affatto una presa di coscienza della realtà contemporanea, è piuttosto prova di chiusura e mancanza di conoscenza. Se non fosse così Iwobi – e quelli che la pensano come lui – saprebbe che il federalismo nel suo Paese di origine ha forse funzionato in qualche misura, poi sono cominciati i drammi, comprese le parcellizzazioni del potere, gli estremismi religiosi – che spesso coprono gli estremismi di casta (non uso questo termine a caso) e di appartenenza tribale (e anche questo termine è adeguato alla realtà africana voluta dai colonizzatori). Se il senatore nero avesse coscienza di ciò che dice non oserebbe dire ai fratelli neri di restarsene a casa, laddove il loro presidente lascia la gestione dello Stato per mesi e mesi per andarsi a curare all’estero perché non si fida – e a ragione – degli ospedali del Paese che dirige. E questo non vale solo per la Nigeria.
Da qualche anno gli africani hanno ricominciato i viaggi della speranza in Europa, ma dagli anni Ottanta del secolo scorso molte cose sono cambiate. E gli africani di tutte le età si sono incrociati con un numero imprecisato di volontari venuti a salvarli e probabilmente molti giovani si sono domandati (e si domandano): perché lui può venire qui da me e io non posso? Perché devo farmi accudire e fotografare e trattare con superiorità da lui (o lei) che ha 18-20 anni come me ma sembra saperla lunga su tutto? Intanto la globalizzazione è scoppiata anche in Africa, peccato che però abbia reso i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Nel frattempo la prima ondata di migranti ha continuato a spedire soldi a casa e con quelle rimesse ci hanno vissuto intere famiglie i cui figli pensano: posso farlo anch’io, anch’io posso andare a lavorare in Europa e mantenere la mia famiglia.
In seguito dopo l’allontanamento forzato dei primi anni dell’indipendenza i coloni bianchi sono tornati, sotto forma di prestiti degli IFI, sotto forma di aziende e multinazionali, sotto forma di espatriati – non me ne vogliano visto che lo sono anch’io. Si sono stabiliti, hanno aperto uffici, aziende, business vari e siamo solo all’inizio perché, per chi non lo sapesse, l’Africa negli ultimi anni è una delle mete preferite dagli italiani.
Ovvio che poi tra i neri che stanno a casa loro ci sia qualcuno che si domanda: Perché il mio Paese apre le porte a tutti ma gli altri ci chiudono le porte in faccia? Perché è proprio questo quello che succede. Gli africani sono in realtà prigionieri in casa loro. Il sistema dei passaporti (che in molti casi valgono niente) e dei visti (spesso rifiutati) e la chiusura sistematica delle frontiere rende impossibile alla maggior parte di loro viaggiare in modo regolare. Essì perché quando si urla all’”immigrato clandestino”, all’”immigrazione illegale”, si dimentica che sono le leggi europee a farne un clandestino.
Leggi ingiuste, create ad hoc per controllare una parte del mondo, leggi che – se ci fosse una norma di incostituzionalità con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – sarebbero leggi illegali.  All’africano medio non è permesso viaggiare per turismo – metti che uno voglia andare a Roma a vedere il Colosseo… Macché, solo gli africani ricchi e quelli sponsorizzati possono accedere alla cultura.
All’africano medio non è consentito guardare al resto del mondo come un luogo “normale” ma solo come una terra promessa, un luogo magico dove tutto diventerà possibile. Ma sappiate che comunque non tutti gli africani medi stanno lì a sognare l’America e, pensa un po’, c’è anche chi sa bene che l’Europa non è una cuccagna, ma… ci si prova, finché si ha la forza, la speranza, finché si ha un sogno. Finché la parola giustizia ha un senso. Perché questo termine, giustizia, non può essere spiegato. Non è un termine giuridico. Viene da dentro e anche chi non è mai andato a scuola, non ha mai letto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o non sa cosa sia il diritto ne percepisce il senso, ne conosce profondamente il significato. La giustizia, il senso del giusto, quella sì che non ha colore.
Nadine Gordimer era una bianca, una bianca sudafricana, ha scritto tra le pagine di impegno civile più belle che abbia letto. E non si limitava a scrivere, marciava. Marciava con i neri e per i neri, e certo non ne avrebbe avuto bisogno. I diritti civili erano tutti dalla sua parte. Ma lei marciava con gli altri, i neri, e scriveva. Contro l’apartheid, contro la discriminazione razziale. Contro una legge disumana. Raccontando cosa accadeva. Questo è un esempio reale in cui il nero e il bianco davvero si fondono, si fondono in una parola: giustizia.
Ma per applicare la giustizia, per sentirla dentro come valore morale assoluto oggi che sembriamo vivere e agire in stato confusionale abbiamo bisogno di agganci, di supporti forti e sicuri. Uno di questi è la conoscenza. “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza è l’illusione della conoscenza” – Stephen Hawking. Con questo torniamo al lungo preambolo di apertura. L’arroganza di sapere impedisce di studiare, di approfondire, di leggere, e quindi di capire. “Siamo condannati a vivere non solo con quello che abbiamo prodotto ma anche con quello che abbiamo ereditato”, scrive Achille Mbembe, uno dei più lucidi intellettuali contemporanei.
Il passato non è affatto archiviato, per due semplici motivi. Il primo è che il passato è tuttora presente, faccio solo un esempio: 14 Stati africani sono ancora obbligati a utilizzare la moneta francese con conseguenze che hanno a che fare con la sovranità politica ed economica del Paese e con la – reale – percezione di essere rimasti sotto il controllo coloniale. Il secondo è che solo il passato può spiegare le dinamiche e i rapporti di forza tra Europa e Africa oggi. Ritorno a Mbembe: “Non si può fare come se la schiavitù e la colonizzazione non fossero esistiti o come se le eredità di queste tristi epoche fossero state totalmente superate. Per fare un esempio, la trasformazione dell’Europa in ‘Fortezza’ e le leggi anti-straniero di cui si è dotato il Vecchio Continente all’inizio del secolo affondano le loro radici in una ideologia della selezione tra differenti specie umane, ideologia che continua a rafforzarsi, bene o male, mascherata”.
Dunque, a proposito di aiutarli a casa loro, se li lasciassimo per esempio gestire i propri affari a casa loro come noi pretendiamo per noi stessi sarebbe un primo passo verso la normalizzazione. Ma non sarà così perché ci piace la botte piena e la moglie ubriaca.  O, per dirvela a modo mio, ci piace l’Africa ma non ci piacciono gli africani. Ma questi africani, comunque la mettiate, non se ne staranno con le mani in mano aspettando le vostre decisioni. Continueranno ad essere la vostra spina nel fianco come noi lo siamo stati – o lo siamo ancora – per loro.
da qui

domenica 1 gennaio 2017

questo è il momento più pericoloso per il nostro pianeta - Stephen Hawking


Essendo un fisico teorico che vive a Cambridge, ho vissuto la mia vita in una bolla di eccezionale privilegio. Cambridge è una città insolita, tutta incentrata su una delle grandi università del pianeta. All’interno di questa città, la comunità scientifica di cui sono entrato a far parte quando avevo vent’anni è ancora più esclusiva. E all’interno di questa comunità scientifica, il gruppo ristretto di fisici teorici internazionali con cui ho trascorso la mia vita lavorativa potrebbe a volte essere tentato di vedersi come un apogeo. In aggiunta a tutto questo, con la celebrità che mi hanno procurato i miei libri e l’isolamento imposto dalla malattia, ho la netta impressione che la mia torre d’avorio diventi sempre più alta. Pertanto, faccio parte senza dubbio di quelle élite che recentemente, in America e in Gran Bretagna, sono oggetto di un inequivocabile rigetto. L’elettorato britannico ha deciso di uscire dall’Unione Europea, i cittadini americani hanno scelto Donald Trump come prossimo presidente. Qualunque cosa possiamo pensare di queste decisioni, non c’è alcun dubbio, nella mente dei commentatori, che siamo di fronte a un grido di rabbia da parte di persone che si sono sentite abbandonate dai loro leader. 

Tutti sembrano d’accordo nel dire che è stato il momento in cui i dimenticati hanno parlato, trovando la voce per rigettare il consiglio e la guida degli esperti e delle élite di ogni latitudine. Io non faccio eccezione a questa regola. Prima del voto sulla Brexit ho lanciato l’allarme sugli effetti negativi che avrebbe avuto per la ricerca scientifica in Gran Bretagna, ho detto che uscire dall’Unione Europea sarebbe stato un passo indietro: e l’elettorato — o almeno una parte sufficientemente ampia di esso — non si è curato del mio parere così come non si è curato del parere di tutti gli altri leader politici, sindacalisti, artisti, scienziati, imprenditori e personaggi famosi che hanno dato lo stesso consiglio inascoltato al resto del Paese.
Quello che conta adesso, molto più delle vittorie della Brexit e di Trump, è come reagiranno le élite. Dovremmo, a nostra volta, rigettare questi risultati elettorali liquidandoli come sfoghi di un populismo grossolano che non tiene in considerazione i fatti, e cercare di aggirare o circoscrivere le scelte che rappresentano? A mio parere sarebbe un terribile errore. Le inquietudini che sono alla base di questi risultati elettorali e che concernono le conseguenze economiche della globalizzazione e dell’accelerazione del progresso tecnologico sono assolutamente comprensibili. L’automatizzazione delle fabbriche ha già decimato l’occupazione nell’industria tradizionale e l’ascesa dell’intelligenza artificiale probabilmente allargherà questa distruzione di posti di lavoro anche alle classi medie, lasciando in vita solo i lavori di assistenza personale, i ruoli più creativi o le mansioni di supervisione. Tutto questo a sua volta accelererà la disuguaglianza economica, che già si sta allargando in tutto il mondo. Internet, e le piattaforme che rende possibili, consentono a gruppi molto ristretti di persone di ricavare profitti enormi con un numero di dipendenti ridottissimo. È inevitabile, è il progresso: ma è anche socialmente distruttivo.
Tutto questo va affiancato al crac finanziario, che ha rivelato a tutti che un numero ristrettissimo di individui che lavorano nel settore finanziario possono accumulare compensi smisurati, mentre tutti gli altri fanno da garanti e si accollano i costi quando la loro avidità ci conduce alla deriva. Complessivamente, quindi, viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si sta allargando invece di ridursi, e in cui molte persone rischiano di veder scomparire non soltanto il loro tenore di vita, ma la possibilità stessa di guadagnarsi da vivere. Non c’è da stupirsi che cerchino un nuovo sistema, e Trump e la Brexit possono dare l’impressione di offrirlo.
C’è da dire anche che un’altra conseguenza indesiderata della diffusione globale di Internet e dei social media è che la natura nuda e cruda di queste disuguaglianze è molto più evidente che in passato. Per me la possibilità di usare la tecnologia per comunicare è stata un’esperienza liberatoria e positiva. Senza di essa, già da molti anni non sarei più stato in grado di lavorare. Ma significa anche che le vite delle persone più ricche nelle parti più prospere del pianeta sono dolorosamente visibili a chiunque, per quanto povero, abbia accesso a un telefono. E visto che ormai nell’Africa subsahariana sono più numerose le persone con un telefono che quelle che hanno accesso ad acqua pulita, fra non molto significherà che quasi nessuno, nel nostro pianeta sempre più affollato, potrà sfuggire alla disuguaglianza.
Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: i poveri delle aree rurali affluiscono nelle città spinti dalla speranza, ammassandosi nelle baraccopoli. E poi spesso, quando scoprono che il nirvana promesso da Instagram non è disponibile là, lo cercano in altri Paesi, andando a ingrossare le fila sempre più nutrite dei migranti economici in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta mettono sotto pressione le infrastrutture e le economie dei Paesi in cui arrivano, minando la tolleranza e alimentando ancora di più il populismo politico.
Per me, l’aspetto veramente preoccupante di tutto questo è che mai come adesso, nella storia, è stato maggiore il bisogno che la nostra specie lavori insieme. Dobbiamo affrontare sfide ambientali spaventose: i cambiamenti climatici, la produzione alimentare, il sovrappopolamento, la decimazione di altre specie, le epidemie, l’acidificazione degli oceani. Insieme, tutti questi problemi ci ricordano che ci troviamo nel momento più pericoloso nella storia dello sviluppo dell’umanità. Possediamo la tecnologia per distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora sviluppato la capacità di fuggire da questo pianeta. Forse fra qualche secolo avremo creato colonie umane fra le stelle, ma in questo momento abbiamo un solo pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo.
Per farlo è necessario abbattere le barriere interne ed esterne alle nazioni, non costruirle. Se vogliamo avere una possibilità di riuscirci, è indispensabile che i leader mondiali riconoscano che hanno fallito e che stanno tradendo le aspettative della maggior parte delle persone. Con le risorse sempre più concentrate nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di quanto facciamo adesso.
Non stanno scomparendo solo posti di lavoro, ma interi settori, e dobbiamo aiutare le persone a riqualificarsi per un nuovo mondo, e sostenerle finanziariamente mentre lo fanno. Se le comunità e le economie non riescono a sopportare gli attuali livelli di immigrazione, dobbiamo fare di più per incoraggiare lo sviluppo globale, perché è l’unico modo per convincere milioni di migranti a cercare un futuro nel loro Paese.
Possiamo riuscirci, io sono di un ottimismo sfrenato sulle sorti della mia specie: ma sarà necessario che le élite, da Londra a Harvard, da Cambridge a Hollywood, imparino le lezioni di quest’ultimo anno. Che imparino, soprattutto, una certa umiltà.
Fonte: Unlimited World
(Traduzione di Fabio Galimberti)