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domenica 18 maggio 2025

L’esperienza della Moneta Fiscale e le lezioni per il futuro - Stefano Sylos Labini

1.L’impatto economico e finanziario dei crediti fiscali trasferibili nell’edilizia

Il Fondo Monetario Internazionale ha riconosciuto che il rapporto debito/Pil in Italia è crollato di 20 punti % nel periodo 2020/23 grazie all’introduzione dei crediti fiscali trasferibili nel settore edilizio. Si tratta della performance migliore tra i paesi avanzati

E’ opportuno sottolineare che se questa misura non fosse stata sabotata dal governo Draghi con i blocchi alla circolazione dei crediti fiscali e con innumerevoli modifiche normative che hanno creato un’incertezza enorme, i risultati sarebbero stati ancora migliori.

Se nei prossimi anni il rapporto debito/Pil tenderà a crescere, seppure in modo limitato, la causa non sta negli incentivi edilizi bensì nella stagnazione del Pil e nei suddetti blocchi alla cessione che hanno fatto impennare lo sconto finanziario e hanno fatto sprecare quantità consistenti di crediti fiscali riducendo l’afflusso di euro nell’economia e il moltiplicatore.

Avevamo trovato la chiave per ridurre il rapporto debito/Pil attraverso politiche espansive ma i governi Draghi e Meloni – con il sostegno di tutte le forze politiche, nessuna esclusa – hanno distrutto questa misura prima introducendo una serie di limiti alle cessioni e poi eliminando la trasferibilità dei crediti fiscali.

Nel novembre 2022, il ministro dell’Economia Giorgetti aveva dichiarato: “Ci sono osservazioni da parte di soggetti esterni…Stiamo attenti, evitiamo di dire che questi crediti di imposta devono circolare liberamente. Non dobbiamo proprio dirla questa cosa qua, è meglio per tutti e per lo Stato italiano in particolare”. Questa dichiarazione faceva trasparire un avvertimento minaccioso svelando il vero motivo dell’attacco alla trasferibilità dei crediti di imposta. Secondo diversi commentatori i crediti d’imposta generati dai bonus edilizi nel momento in cui possono circolare liberamente nell’economia vengono considerati dalla BCE come una pericolosa forma di moneta fiscale. Assolutamente falso: i crediti fiscali sono titoli di Stato che consentono di scontare le tasse. Il mercato decide liberamente di accettarli e scambiarli contro merci, servizi o euro. Questo meccanismo non mette in discussione l’euro come moneta unica a corso legale.

2. Classificazione dei crediti fiscali e falso in bilancio

Aver classificato i crediti fiscali del superbonus come “pagabili” è stato un errore enorme sia perché ha fatto scattare una procedura di infrazione per il deficit del 2023 che è stato pari al 7,2% del Pil sia perché pregiudica la possibilità di emettere nel futuro crediti fiscali trasferibili in quanto sarebbero contabilizzati immediatamente come maggiore spesa facendo impennare il deficit pubblico.

I crediti fiscali sono stati classificati come pagabili perché essendo trasferibili è stato sostenuto che esiste un’elevata probabilità che siano sfruttati integralmente (non vadano persi). Niente di più falso: il SEC 2010 che rappresenta il regolamento sulla contabilità dei paesi dell’eurozona stabilisce che un credito fiscale è pagabile se esiste il diritto al rimborso cash e non se può circolare.

Se non esiste il rimborso cash per la parte che non viene portata in compensazione, un credito fiscale è “non pagabile” anche se può circolare senza limiti. Un credito fiscale non pagabile ha un impatto sul bilancio pubblico solo nel momento in cui viene esercitato. Ciò significa che non sarà assunto alcun impegno di spesa da parte dello Stato ma si avrà una riduzione delle entrate future. La riduzione delle entrate future naturalmente va considerata accanto alla crescita dell’economia e quindi al maggiore gettito fiscale che viene generato.

Inoltre, bisogna ricordare che non è il deficit ma il fabbisogno del settore statale il vero indicatore del saldo finanziario (differenza tra entrate e uscite) della finanza pubblica nel corso dell’anno.

Se mettiamo a confronto il deficit e il fabbisogno degli anni 2023/2024 possiamo vedere che nel 2023 il deficit è stato molto alto, pari al 7,2% del Pil, ma il fabbisogno è stato inferiore di 15 miliardi di euro rispetto a quello del 2024 (110 contro 125 miliardi di euro). Eppure nel 2024 il rapporto deficit/Pil è stato circa la metà di quello del 2023 proprio perché non sono stati contabilizzati i crediti fiscali nell’edilizia. Ciò dimostra inequivocabilmente che il deficit del 2023 è stato gonfiato classificando i crediti fiscali come pagabili.

Nessuna forza politica ha denunciato questo imbroglio che è stato sfruttato per bloccare la circolazione dei crediti fiscali poiché il messaggio che è passato è stato che i crediti fiscali trasferibili avevano fatto esplodere il deficit (ma non il debito pubblico) mettendo a rischio i conti dello Stato e per questo la trasferibilità doveva essere eliminata.

I crediti fiscali trasferibili non pagabili rappresentano l’unico strumento che abbiamo a disposizione per finanziare l’economia senza incorrere nella tagliola del 3%.

3. PNRR e Moneta Fiscale

Ormai è chiaro che il PNRR non si sta rivelando in grado di dare quella spinta alla ripresa della nostra economia. Su 194 miliardi di euro potenzialmente disponibili finora ne sono stati spesi solo 64 di cui circa 30 sono relativi ai crediti d’imposta nell’edilizia e nell’industria. Sarà interessante vedere come saranno scaricate le colpe dal governo e dall’opposizione. Il problema è che il sistema Paese non era attrezzato per gestire un programma complesso e pieno di burocrazia come il PNRR. Il PNRR era una grossa trappola e noi dovevamo starne alla larga. Avevamo la Moneta Fiscale che se gestita in modo corretto sarebbe stata molto più efficace ed efficiente del PNRR.

Conclusioni

I dazi di Trump, la pressione verso l’aumento delle spese militari, la stagnazione dell’economia impongono al nostro Paese di rilanciare la domanda interna per sostenere la crescita ma i vincoli del Patto del Stabilità impediscono qualsiasi capacità di manovra.

I crediti fiscali trasferibili rappresentano l’unico strumento che abbiamo a disposizione per finanziare l’economia evitando di chiedere soldi in prestito sui mercati finanziari. Si tratta di uno strumento pienamente legale all’interno dell’eurozona che possiamo gestire in modo autonomo senza chiedere niente a nessuno. Solo lo sconto in fattura può rilanciare la domanda interna perché consente di pagare 50 ciò che costa 100. Lo sconto in fattura si regge sulla cessione senza limiti dei crediti fiscali che devono circolare liberamente e possono essere monetizzati con un basso tasso di sconto finanziario.

Alla luce dell’esperienza passata, occorre mettere a punto la misura dei crediti fiscali trasferibili introducendo controlli più stringenti al momento dell’assegnazione, indirizzando gli incentivi in modo più mirato, mettendo un tetto alle emissioni annuali dei crediti ed estendendo la trasferibilità dei crediti fiscali agli investimenti industriali e all’acquisto di beni ad elevata efficienza energetica.

Sarebbe bene che le forze politiche, le categorie produttive, la tecnocrazia e i mezzi di informazione ne prendessero atto il prima possibile.

da qui

sabato 30 marzo 2024

Bisogna essere contro la guerra o anche contro le sue radici? - Alessandra Ciattini e Federico Giusti

Nonostante la censura, molti analisti e soggetti politici stanno da tempo prendendo posizione contro gli attuali conflitti, che potrebbero sfociare nell’“ultima guerra mondiale”. Purtroppo, essi non si pongono spesso il problema del perché questo sistema economico e sociale inevitabilmente genera guerre e conflitti, finendo col sostenere un astratto e inefficace pacifismo.

Nel panorama politico e mediatico internazionale appaiono, ormai da tempo insieme ai propagandisti di regime, molti soggetti che prendono posizione contro la guerra in Ucraina, contro il genocidio di Gaza, contro lo smisurato incremento delle spese per le armi, sempre più sofisticate. Pur apprezzando, con qualche distinguo, questa posizione politica, vorremmo qualcosa di più. In particolare urge comprendere perché, sempre più, le questioni internazionali si risolvano con la violenza, demonizzando nella forma più semplicistica e grottesca gli avversari, e adoperandosi per persuadere le masse, ormai inerti e quasi rassegnate, alla necessità della guerra, magari non più diretta dagli Stati Uniti ma portata avanti da un “finalmente autonomo” esercito europeo. A questo scopo l’Ue dovrà dotarsi di forze di intervento rapide, dei migliori armamenti disponibili sui mercati, di strumenti informatici e tecnologici avanzatissimi, ricorrere all’intelligenza artificiale e ai sistemi tecnologici guidati a distanza. E probabilmente la guerra diventerà ancora più spietata.

Questi aspetti sono documentati dagli ultimi dati, forniti dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), i quali attestano una riduzione della spesa sociale nei paesi Ue e, allo stesso tempo, il potenziamento della ricerca a fini di guerra e della spesa militare nel suo complesso.

Citiamo testualmente un passaggio tratto dall’ultimo rapporto Sipri:

“Gli Stati europei hanno quasi raddoppiato le loro importazioni di armi principali (+94%) tra il 2014-18 e il 2019-23. Nel 2019-2023, volumi maggiori di armi sono affluiti verso l’Asia, l’Oceania e il Medio Oriente, dove si trovano nove dei dieci maggiori importatori di armi. Gli Stati Uniti hanno aumentato le esportazioni di armi del 17% tra il 2014-2018 e il 2019-23, mentre le esportazioni di armi della Russia si sono dimezzate a causa della guerra e delle sanzioni… Il 55% delle importazioni di armi da parte degli stati europei che sono state fornite dagli Stati Uniti nel 2019-2023 ha rappresentato un aumento sostanziale rispetto al 35% nel 2014-2018. I successivi maggiori fornitori della regione sono stati Germania e Francia, che rappresentavano rispettivamente il 6,4% e il 4,6% delle importazioni. Tuttavia, globalmente il volume del trasferimento di armi è leggermente diminuito.”

Un altro elemento importantissimo presente nell’attuale scenario internazionale è rappresentato dai fenomeni recessivi che si palesano con forza nei paesi europei. L’Ue si è trovata nelle condizioni di dover riscrivere il Pnrr (Piano nazionale ripresa e resilienza) nell’autunno 2023 a causa delle ripercussioni negative della guerra in Ucraina sulla sua economia. Infatti, l’acuirsi della conflittualità internazionale, dopo il difficile periodo pandemico, ha generato tensioni nel mercato delle materie prime e problemi nelle catene di approvvigionamento. E certamente, secondo molti economisti, anche a causa delle masochistiche sanzioni alla Russia delle quali invece hanno beneficiato gli Stati Uniti.

La riscrittura del Pnrr è stata la conseguenza dell’aumento dei costi, dei ritardi causati dai problemi sopra menzionati, che hanno rallentato la realizzazione dei progetti o addirittura l’irraggiungibilità degli obiettivi. Pertanto, la guerra in Ucraina ha inferto un duro colpo all’economia del vecchio continente, costringendola a rivedere i piani nazionali secondo una nuova direttiva comunitaria rivolta a favorire l’approvvigionamento energetico, la robotizzazione, la digitalizzazione, l’economia Green; finalità che, secondo alcuni, l’Ue stenterebbe a perseguire.

Il rallentamento o la stagnazione dell’economia europea erano già visibili da tempo; in un suo documento la Banca europea indica esplicitamente di possibilità di recessione nel 2024, da parte sua la Commissione europea ha tagliato le previsioni crescita del Pil e molti specialisti parlano di recessione tecnica del vecchio continente e in particolare della Germania. Emblematici, per esempio, sono i risultati semestrali dell’industria chimica e farmaceutica tedesca con un calo produttivo del 10,5% rispetto all’anno precedente e il 77%, delle capacità produttive non completamente utilizzate. A ciò si aggiunge la crisi demografica causata dalla vorticosa riduzione della natalità e dal conseguente aumento della popolazione anziana non più in grado di lavorare (da notare come la crisi demografica abbia spinto negli anni anche a innalzare l’età pensionabile nei vari paesi Ue per ridurre la spesa pubblica).

Tornando alla guerra in Ucraina, più che analizzarla come conseguenza dell’espansionismo russo (le cause reali sono ben diverse da quelle apparenti come scriveva uno storico della Grecia classica oltre 2000 anni fa), urge ricordare che essa è il prodotto dell’espansione della Nato a oriente e dell’antico progetto statunitense, da un lato, di impedire la saldatura tra l’economia russa e quella europea (soprattutto tedesca), che sarebbe stata vantaggiosa per entrambe, dall’altro di disintegrare la Russia per appropriarsi delle sue straordinarie risorse. Molti analisti hanno considerato un vero e proprio suicidio la scelta delle élite europee di far propri gli obiettivi dell’aggressivo paese nordamericano, ma ci chiediamo se le analisi possano ridursi a questa mera constatazione o piuttosto cercare argomentazioni più convincenti.

Per rispondere a questa difficile domanda non è sufficiente il solo ricorso alla geopolitica, è necessaria piuttosto una prospettiva di classe. In questo senso, in primo luogo crediamo sia opportuno fare una radiografia alla nostra classe dirigente, sia quella economica, non sempre visibile, sia quella politica che è un’emanazione della prima.

Secondo Kees van der Pijl siamo governati da una classe atlantista, formatasi dopo la guerra di secessione nel Nord America e ristrutturatasi alla fine del Novecento, essendo stata beneficiaria della “privatizzazione delle nuove tecnologie nei settori della difesa e dell’intelligence” e avendo dato origine ai grandi monopoli informatici. Secondo lo studioso olandese, “I settori della sicurezza nazionale e dell’intelligence, internet e i relativi interessi e i conglomerati (multi)mediatici formano insieme un triangolo al centro del blocco di potere che guida la ‘nuova normalità’” (La pandemia della pauraProgetto totalitario o Rivoluzione?, 2023: 78).

Gli esponenti di questa frazione del settore capitalistico sono gli uomini più ricchi del mondo, come Bernard Arnault (impresario del lusso), Bill Gates, Elon Musk, che amano presentarsi come filantropi e che non hanno una relazione con un paese specifico. È questo gruppo transnazionale di supermiliardari ad avere tratto vantaggi straordinari da questi decenni di crisi più o meno striscianti, caratterizzati da fenomeni quali l’inglobamento dei piccoli capitali, la distruzione della classe media, l’impoverimento dei lavoratori, la dissoluzione dello Stato sociale. Come è evidente a tutti, le altre classi sono state, invece, altamente danneggiate da queste trasformazioni del sistema capitalistico, tanto che nessuno ormai nega l’accrescersi delle disuguaglianze economiche e sociali. E come scrive Andrea Pannone, l’imponente espansione su scala planetaria delle attività finanziarie ha accresciuto a dismisura il potere di queste nuove oligarchie economiche attraverso il “sabotaggio” del tradizionale meccanismo di formazione della ricchezza basato sullo sfruttamento del lavoro. Ciò genera continuamente instabilità e conflitti tra i gruppi di potere a prevalente trazione finanziaria e quelli a prevalente trazione produttiva, che si scaricano sulle comunità umane e plasmano le politiche degli Stati (Che cos’è la guerra? La logica dei conflitti capitalistici tra XX e XXI secolo, 2023).

Pertanto, da queste rapide considerazioni sembra che quelli che vengono “suicidati” sono i lavoratori e le lavoratrici, destinati a nuovi “sacrifici” per la difesa degli ideali europei, mentre le élite stanno incamerando cospicui guadagni sia pure a corto termine, perché a questo punto è difficile prevedere quale futuro ci aspetti.

Dato che stiamo scrivendo contro la guerra o meglio le guerre, limitiamoci a una breve analisi del settore militare, presentato come baluardo della sicurezza nazionale o delle “democrazie” contro le “autocrazie”, che si sviluppa in stretta sinergia con i settori informatici, altamente tecnologici e di intelligence.

Ogni giorno siamo bombardati da sedicenti esperti che prevedono nei prossimi anni un attacco da parte della Russia (v. Macron), affetta da un maligno desiderio di espansione territoriale, pur essendo lo Stato più grande del mondo e per di più poco popolato.

Ci viene detto che centinaia di miliardi di euro saranno spesi per rafforzare il sistema di difesa dell’Europa nei prossimi anni, creando un esercito indipendente ma in stretto rapporto con la Nato.

Secondo il sito Investigate Europe “la politica militare europea è stata progettata principalmente per sostenere finanziariamente l’espansione dell’industria militare europea”. La prima domanda da farci è questa: chi sono i proprietari di questo settore chiave per il dominio imperialistico?

Questa è la risposta tratta dalla medesima fonte: “Le cinque grandi aziende che ricevono la parte del leone dei fondi pubblici hanno sede e sono di proprietà di pochi Stati europei: Francia, Germania, Italia e Spagna. Questi enormi produttori di armi sono molto intrecciati con i governi e persino con i concorrenti. Sono anche in parte di proprietà degli stessi fondi americani che controllano parti importanti delle azioni dei loro concorrenti americani. Tutto ciò crea una concentrazione del mercato nelle mani di pochi giganti del settore, che, come sottolineano gli esperti, è un problema di concorrenza”.

E ovviamente non sarà il Parlamento europeo, fragile velo al potere oligarchico, a decidere e controllare gli investimenti in questo ambito; le decisioni saranno prese da pochi nelle celate stanze, e magari quei pochi avranno anche specifici interessi personali da difendere. Nel frattempo, a causa dei terribili conflitti in Ucraina e in Palestina, le quotazioni in borsa delle industrie degli armamenti, come Leonardo (Italia), Rheinmetal (Germania), Saab (Svezia), Thales (Francia) etc. sono cresciute in maniera straordinaria, complessivamente del 75% e più sia in Europa che negli Usa. E c’è anche da chiedersi se l’incremento della dotazione di armi potrà difenderci o piuttosto sarà la molla per scatenare nuovi conflitti.

Naturalmente, questa tragica scelta militaristica sta avendo drammatiche ripercussioni sulla vita sociale, perché occorre tenere sotto controllo coloro che dissentono dalle politiche di guerra, impedire che questi convincano la maggioranza del loro carattere disastroso, coartando – come già sta avvenendo – la libertà di opinione e di espressione. Insomma, la classe dirigente deve ingaggiare anche una battaglia ideologica, la quale sta “svelando” a tutti noi che la guerra è necessaria e legata all’indispensabile difesa della nostra identità. Come scriveva Jonathan Swift, nel 1710, bisogna “convincere il popolo di salutari falsità per qualche buon fine”.

Nell’ambito di questa strategia militarista deve essere collocata la militarizzazione delle scuole e delle università, della ricerca e della società in genere ormai passivizzata dalla degenerazione della cosiddetta democrazia, in cui il potere esecutivo è sempre più dominante. Infatti, gli studenti dei vari gradi ricevono lezioni impartite da insegnanti militari, oppure vengono addirittura inviati a seguire corsi di formazione militare, e i progetti di ricerca in questo ambito hanno la preminenza a discapito di altre pur importantissime tematiche. E un ruolo dirimente viene svolto dalle Fondazioni legate a doppio filo a centri di potere e imprese, “mecenati” che si prefiggono il compito di normalizzare la guerra, giustificandone la barbarie agli occhi delle giovani generazioni.

I vari governi (Spagna, Francia, Germania e anche Italia) stanno pensando di ripristinare la leva obbligatoria, mentre Zelensky ha smentito poco tempo fa la sua precedente richiesta di inviare i giovani europei in Ucraina, che Macron sembrerebbe invece voler spedire colà per cambiare le sorti del conflitto. I francesi hanno già risposto tappezzando le strade di cartelli che dicono: “Macron, on ne mourra pas pour l’Ucraine”. E noi non abbiamo niente da rivendicare?

da qui

lunedì 5 giugno 2023

Il liceo Pilo Albertelli, il PNRR, il digitale e la scuola della Costituzione - Anna Angelucci

 

Le nuove tecnologie ti stanno dando la libertà di non dover scegliere.
Spot televisivo TIM, 2016

La vicenda del liceo Pilo Albertelli (con il suo consiglio d’istituto che rifiuta i progetti di scuola digitale finanziati coi fondi del PNRR) sta assumendo una dimensione molto ampia ed offre a tutti noi – genitori, docenti, studenti, esperti, studiosi – la preziosissima occasione di riflettere sul tema delle trasformazioni implicate nella coazione al digitale imposta massicciamente dal PNRR, a scuola e oltre.

Se il dibattito sollevato trascende il dato concreto e investe questioni politiche, come è stato giustamente osservato, direi che questo non costituisce un limite. Mi permetto di sottolineare che molte nostre scelte di vita trascendono il dato concreto e rimandano a questioni politiche. Comprare un libro nella libreria di quartiere o su Amazon; utilizzare su Internet piattaforme proprietarie o pubbliche; segnare nostro figlio in una scuola piuttosto che in un’altra; invitare a un dibattito un relatore e non un altro; approfondire in classe o in famiglia un certo argomento e tralasciarne altri; indossare una maglietta di un brand noto, di una cooperativa equa e solidale oppure anonima; comprare il latte al supermercato o al negozietto sotto casa: sono tutti gesti concreti che implicano scelte di natura politica, ove politica rimanda a polispolitiké, ovvero al nostro modo di essere cittadini e di vivere nel mondo.

A maggior ragione, nella scuola e nella dimensione didattica e pedagogica che le appartiene costitutivamente, ogni nostra scelta è e deve essere “politica”.

Del resto, tutto il PNRR – nel suo modo di declinare per l’Italia i fondi europei del Next Generation Eu – sottende una visione politica della società che si risolleva dopo la crisi della pandemia facendo una precisa scelta di campo che orienta gli investimenti economici: imboccando la strada della transizione digitale in tutti gli ambiti dell’organizzazione sociale.

Perché è quella precisa strada, e non un’altra, che consacra oggi tutte le decisioni politiche – come è scritto a lettere cubitali nella Premessa del PNRR – all’idolo della “produttività”[1], scuola compresa, cui il sistema capitalistico globale continua a prostrarsi a dispetto della sua conclamata insostenibilità.

Ora, è stato osservato che “le istanze soggiacenti al rifiuto del PNRR non coincidono del tutto con quelle della classe sociale subordinata”[2]: risulta forse a qualcuno che il PNRR, nella sua interezza pari a 191,5 miliardi di euro, risponda agli interessi della classe sociale subordinata? Sono forse espressione dei bisogni della “classe sociale subordinata” le 273 pagine del PNRR, le cui parole d’ordine sono ‘produttività, competitività e sviluppò come se fior di economisti, filosofi, sociologi, pensatori non ci avessero ormai messo abbondantemente in guardia dal credere ciecamente nelle magnifiche sorti e progressive di un modello dominante, quello capitalistico, che con ‘produttività, competitività e sviluppò sta distruggendo il pianeta e l’umanità, proprio a cominciare dalle classi sociali subordinate che ne sono le prime vittime?

La Missione 4 – Istruzione e ricerca – del PNRR indica come sua finalità principale “la creazione di un ecosistema delle competenze digitali dell’organizzazione scolastica e dei processi di apprendimento e insegnamento”[3], un ecosistema che risponde ai diktat della creazione di una “economia della conoscenza”[4] che soddisfa le esigenze dell’industria 4.0, oggi al centro della trasformazione economica in Italia e nel mondo secondo 4 direttrici di sviluppo: 1) utilizzo dei dati (big dataopen data, Internet delle cose e cloud computing per la centralizzazione e la conservazione delle informazioni); 2) analytics, ovvero ricavare valore dai dati raccolti attraverso il machine learning; 3) interazione tra uomo e macchina, con le interfacce touch e la realtà aumentata; 4) robotica, AI, interazioni machine-to-machine.

A questi interessi materiali vivi, che nelle intenzioni dei decisori politici nazionali e sovranazionali non distinguono tra classi dominanti e classi subalterne volendole trasformare tutte indifferentemente in prosumer – ovvero produttori/consumatori – si intende piegare didattica e pedagogia a scuola. Ne siamo consapevoli?

Nel dibattito pubblico (peraltro ancora piuttosto arretrato a fronte dell’enorme portata delle questioni in campo) riecheggia il mantra della necessità che la scuola si faccia carico anche dell’insegnamento di un uso attivo e consapevole degli strumenti digitali. Il che è certamente condivisibile ma non prima di aver chiarito alcuni concetti preliminari: quello digitale NON è semplicemente uno strumento, come la televisione, il giornale, un libro, il telefono. Quello digitale è un AMBIENTE, in cui i giovani sono immersi h24. Un ambiente in cui studiano, giocano, si informano, guardano immagini e video, chattano, comunicano, in una costante condizione di assoluta solitudine e in una dimensione virtuale, di separatezza dalla vita materiale, concreta, incorporata. Non occorre essere scienziati per comprendere la differenza tra i vecchi e i nuovi strumenti di comunicazione: basta un’attenta osservazione empirica dei nostri figli e dei nostri studenti, a partire proprio dall’osservazione del loro malessere, del loro disagio, del loro isolamento, della riduzione dell’empatia, dell’incremento delle dinamiche del rifiuto e dell’odio, non di rado con esiti patologici

Secome ci insegna la neurobiologia, il cervello è un organo plastico, che si adatta all’ambiente in cui è immerso, perché non condividere l’allarme degli scienziati sulle modificazioni organiche che l’ambiente digitale sta realizzando nei cervelli[5] degli adolescenti e delle creature piccole? A quale oltranzismo tecnofilo e acritico vogliamo sacrificare gli adolescenti e le creature piccole mettendole anche al mattino, a scuola, davanti a un computer piuttosto che togliercele nel resto della giornata e ricondurle per mano all’esperienza materiale, corporea e sociale?

Il nostro compito di educatori è quello di studiare, ragionare e riflettere con i nostri ragazzi sulle peculiarità del digitale, dei social, della comunicazione in rete, e di farlo attraverso il dialogo costruttivo, lo studio approfondito, l’approccio critico, la lettura di chi ne sa più di noi; in presenza, nella classe come comunità ermeneutica – che non è una community digitale, non è una chat – dove si sta col corpo, con lo sguardo, con la voce, con le parole dette e scritte, dove ci si sorride, ci si annusa, ci si tocca, si comunica anche coi gesti, con l’espressione degli occhi, con i sentimenti e gli stati d’animo che scaturiscono dalla relazione fisica, con la postura e con la prossemica. Non è luddismo, non è rifiuto a priori: è consapevolezza della complessità e della criticità dei meccanismi cognitivi, metacognitivi e politici che sottendono il digitale, che vanno dalla creazione di una nuova forma mentis granulare e irrelata[6], alla riduzione delle nostre capacità simboliche e speculative[7]alle questioni relative alla sorveglianza e al controllo[8], al tema della rapina dei nostri dati più intimi e alla loro profilazione fino alla domanda ultima ma forse la più significativa: Cui prodest? A chi giova?

Se pensiamo che i ricchissimi guru della Silicon Valley vietano l’uso dei dispositivi digitali ai loro figli e che i rampolli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia anglosassone studiano filosofia, greco e latino nei loro costosissimi college, forse anche i più “integrati” e i meno “apocalittici” potranno riposizionare correttamente il loro ragionamento cominciando a formulare – come è auspicabile che sempre accada in ambito educativo – dubbi e perplessità.

Ci sono poi molte altre questioni aperte all’interno del dibattito, che interrogano non solo il fine ultimo ma, direi, il senso profondo della scuola nata con la Costituzione italiana: il tema dei criteri per il riconoscimento del merito (che non coincide affatto, si badi bene, con la ‘meritocrazia’, parola che indica anche etimologicamente un tutt’altro che democratico ‘governo’ del merito); il problema del rapporto tra conoscenze e competenze (che nulla hanno a che fare con le skills produttivistiche di matrice capitalistica, contrabbandate da Confindustria e Fondazione Agnelli come irrinunciabili obiettivi educativi) e il ruolo dell’Invalsi, che ha sottratto l’esercizio della valutazione ai suoi protagonisti naturali, ovvero docenti e studenti, imponendo d’imperio il costrutto di competenza attraverso i test, mentre contemporaneamente si è propagandata l’idea che la centralità dell’insegnamento/apprendimento di contenuti culturali e di conoscenze disciplinari imperniate su teoria e critica rimandi automaticamente ad una didattica nozionistica, passiva, erudita, passatista, classista, conformista, escludente; per arrivare infine ad una questione indubbiamente centrale, su cui ancora non ci siamo interrogati abbastanza, ovvero come impedire la formazione di “élite digitali in grado, nella società iperconnessa, di assumere una posizione dominante rispetto a masse, socialmente più deboli, di analfabeti digitali”[9]?

Ecco, io ritengo che non solo un liceo ma qualunque istituzione scolastica, come un tecnico o un professionale, deve offrire quante più chiavi interpretative possibili per comprendere la realtà. A maggior ragione, uno studente che si forma non per andare all’università ma per imparare un mestiere ha diritto allo studio e alla conoscenza approfondita della storia, della geografia, delle letterature, della filosofia, della scienza, della matematica, dell’arte. Quindi si incrementi il tempo per le discipline nella ricchezza e nella significatività dei loro contenuti, nelle scuole di ogni ordine e grado, e si lascino le scelte pedagogiche e le metodologie didattiche alla libertà di insegnamento dei docenti, costituzionalmente garantita, invece di imporre con i progetti finanziati con il PNRR una pedagogia digitale totale, trasformando le scuole italiane in una mega infrastruttura digitale,[10] che non risponde affatto ai bisogni formativi dei nostri studenti ma solo agli appetiti senza scrupoli dell’industria 4.0, oltretutto ingrossando a dismisura un gigantesco pubblico (siamo ormai nell’ordine dei 3000 miliardi di euro, sic!) che grava sulle spalle delle generazioni future: forse sarebbe davvero un atto d’obbligo per tutte le scuole rifiutarsi di partecipare a questa vergognosa pastura.

La scuola deve favorire la cooperazione, non la competizione, è stato giustamente osservato; il dialogo educativo e non l’individualismo imprenditoriale[11]. Ma la cooperazione non è affatto un modello didattico che prescinde dagli strumenti di lavoro. John Dewey, nel suo “Come pensiamo”, ci spiega che ogni percorso formativo agisce su una molteplicità di livelli e quello che si realizza nel tempo e che si salda maggiormente nella mente del giovane è quel processo implicito di formazione di abiti, di attitudini e di interessi permanenti che sottende l’atto educativo quotidianamente compiuto a casa e a scuola.

Solo nella classe che si cimenta ogni giorno nel dialogo aperto, nel confronto democratico e nel conflitto delle interpretazioni, nella circolazione delle letture e delle idee, nello scambio dei pensieri, delle esperienze, degli errori e dei progressivi aggiustamenti, può realizzarsi il percorso virtuoso di una educazione. Nessuna cooperazione è possibile se si è soli davanti allo schermo di un computer, prigionieri anche a scuola di una condizione di connessione e non di relazione[12].

Osserviamo i nostri studenti e interroghiamoci su cosa è nostro dovere fare per loro e soprattutto per chi vive in condizioni familiari e sociali disagiate. Siamo insegnanti della scuola della Costituzione, quella che, incarnando l’articolo 3 della Carta, ha come suo mandato istituzionale la rimozione delle differenze e la garanzia delle pari opportunità per tutti. Nelle nostre classi ci sono i figli dei ricchi e i figli dei poveri, ed è soprattutto a questi ultimi che dobbiamo guardare, e non perché ce lo ha detto un prete 50 anni fa brandendo un Vangelo improponibile a scuola, ma perché è a loro che noi abbiamo il dovere costituzionale di garantire quel diritto allo studio ampio, significativo, profondo, teoretico e pluridisciplinare che solo la scuola – con la letteratura, la scienza, la storia, la filosofia, l’arte – la scuola, dove non ci sono altre risorse culturali, può realizzare.

I figli dei ricchi si salvano a prescindere. Le loro famiglie hanno soldi per pagare lezioni private, per comprare libri, per mandarli a studiare le lingue all’estero. Spesso hanno abbastanza soldi e faccia tosta anche per comprare diplomi e lauree. I figli dei ricchi possono permettersi oggi di essere ignoranti e analfabeti funzionali a furia di seguire influencer o magari di diventarlo con i progetti digitali del PNRR a scuola, tanto le loro famiglie hanno quella rete di conoscenze importanti che consentirà loro prima o poi di avere un lavoro, uno stipendio, una posizione sociale.

Tra i figli dei poveri, gli ignoranti e gli analfabeti funzionali non si salveranno. Andranno a ingrossare le file degli sfruttati, dei precari, dei sottomessi, dei subalterni. Tra i figli dei poveri si salverà solo chi avrà studiato la letteratura, la scienza, la storia, la filosofia, l’arte; chi avrà imparato a pensare, non chi avrà smanettato su Internet. Sopravvivendo a chi non gli ripara i soffitti che crollano; a chi non gli riduce le classi pollaio; a chi li inganna con l’e-portfolio, con l’animatore e il tutor; a chi li stordisce con gli slogan della neolingua sulle “sfide del digitale”; a chi gli toglie i libri e li mette davanti a un display.


* Associazione nazionale “Per la scuola della Repubblica”


Note

[1] Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, Premessa, pp. 2-5, Italia Domani – Portale PNRR.

[2] C. Scognamiglio, Cosa c’è dietro il rifiuto di alcune scuole dei finanziamenti del PNRR? Linkedin.com.

[3] PNRR, cit. pag. 188.

[4] Risoluzione del Parlamento europeo sulla comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo sull’innovazione in un’economia fondata sulla conoscenza, 2001.

[5] S. Greenfield, Mind change. Cambiamento mentale. Come le tecnologie digitali stanno lasciando un’impronta nei nostri cervelli, Giovanni Fioriti Editore, Roma 2018.

[6] A. Angelucci, G. Barracco, I mezzi determinano i fini. Sul rapporto tra infrastruttura digitale e scuola, Testo e Senso n. 24 (2022) https://testoesenso.it/index.php/testoesenso/article/view/599

[7] T. Deacon, La specie simbolica. Coevoluzione di linguaggio e cervello, Giovanni fioriti Editore, Roma 2001.

[8] S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma 2019.

[9] C. Scognamiglio, cit.

[10] A. Angelucci, PNRR e istruzione. Quale docente per la scuola del terzo millennio? in M. Arcangeli (a cura di), Saper essere. Saper fare. Saper pensare. Un manifesto per la scuola del futuro, Castelvecchi editore, Roma 2022, pp. 13-23.

[11] L’imprenditorialità viene declinata come una delle otto competenze chiave di cittadinanza nei documenti dell’Ue a partire dal 2006.

[12] R. Curcio, L’egemonia digitaleL’impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, Sensibili alle foglie, Roma 2016.

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venerdì 2 giugno 2023

Le parole del Pnrr e il diritto alla casa - Sarah Gainsforth*


 

L’attacco di interessi privati alle risorse pubbliche per il diritto alla casa e allo studio si manifesta nel linguaggio del Pnrr e dei suoi decreti attuativi, con la comparsa di nuove definizioni e di dati che non tornano.

 

La vicenda dei posti letto per studenti finanziati con 960 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), finora destinati soprattutto a studentati privati anziché agli enti per il diritto allo studio, consente di osservare all’opera, nei dettagli, l’espansione dell’ideologia neoliberale.
La lettura del Pnrr e dei suoi decreti attuativi è un esercizio che vale la pena fare perché consente di cogliere i meccanismi di penetrazione parassitaria di interessi privati che colonizzano la sfera pubblica per appropriarsi delle sue risorse.
Questi meccanismi si manifestano nel linguaggio: congiunzioni e avverbi che compaiono da un decreto attuativo all’altro in paragrafi altrimenti identici, nuove definizioni che entrano nel lessico istituzionale, sfumature, piccoli aggiustamenti; la scomparsa di parole che vincolano le risorse economiche a un obiettivo preciso e di pubblico interesse, come il diritto allo studio e all’abitare. Ancora: parole che creano incertezza e che aprono a nuovi principi e interessi. Così le norme dello stato diventano espressione di interessi privati. L’avanzata avviene nei dettagli, nella discrepanza di dati, nel loro occultamento, e produce effetti devastanti. La scelta della lingua, poi, è determinante: tutto quello che è poco chiaro, perché così deve restare, poco chiaro, lo si nomina in inglese. Questa è la sfera dove avviene la colonizzazione. «Abitare» diventa «housing», come se si trattasse di un’innovazione. Il diavolo sta nei dettagli.

 

Giochi di parole 

La premessa è questa: il Pnrr ha stanziato 960 milioni di euro per triplicare il numero di posti letto per studenti universitari, portandoli da 40mila a 100mila entro la metà del 2026. La prima fase della misura si è conclusa a febbraio con l’assegnazione a soggetti pubblici e privati di 287 milioni di euro per la «creazione» di oltre 9mila posti. Due terzi di queste risorse sono andate a gestori privati come Camplus e Campus X.
La seconda fase del Pnrr prevede l’assegnazione di 660 milioni di euro, confluiti in un fondo che si chiama Fondo «housing» universitario, per circa 52mila posti: si tratta di un contributo di 12mila euro a posto letto, o 350 euro a posto per tre anni, l’arco temporale per cui il Pnrr prevede la copertura dei costi di gestione dei posti. Questo contributo, erogato a gestori di studentati, agirebbe con un «effetto leva»: non coprirà infatti i costi di realizzazione di nuovi posti, ma sarà un incentivo al finanziamento dei posti da parte di privati che beneficiano anche di importanti agevolazioni fiscali e la possibilità di locare le stanze ad altri utenti, come turisti
Secondo il ministero anche gli enti pubblici potrebbero partecipare al bando per l’assegnazione delle risorse del Fondo housing universitario. Ma non lo faranno, perché gli enti pubblici non hanno la disponibilità economica per creare nuovi posti con un contributo che copre solo una parte delle spese. Così le risorse saranno destinate ai soggetti privati «anche in convenzione» con le università e gli enti per il diritto allo studio». La comparsa di «anche», congiunzione che esprime possibilità, prima di «in convenzione» significa che i privati potranno beneficiare delle risorse anche non in convenzione con gli enti pubblici: con quella congiunzione piazzata al posto giusto questo vincolo è caduto.
Infine, se il ministero parla di partenariato pubblico-privato, con il Fondo housing universitario la maggior parte delle risorse le metterebbe il privato; il pubblico si limiterà a erogare un contributo. Non si tratta, insomma, di un partenariato ma della destinazione di risorse pubbliche a soggetti privati a scopo di lucro, senza alcun vincolo sulla destinazione dei posti agli studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio.

 

L’obiettivo non è il diritto allo studio 

Per comprendere l’assenza di un vincolo torniamo all’inizio. Il primo problema riguarda l’interpretazione delle parole del Pnrr. Quale obiettivo intende realizzare il Pnrr con queste risorse e come lo esprime? La Riforma 1.7 è effettivamente una misura per il diritto allo studio?

Nella prima versione del Pnrr approvata dal Consiglio dei ministri del governo Conte il 12 gennaio 2021 nel titolo della Riforma 1.7 compaiono le parole «diritto allo studio». Nella versione definitiva queste parole sono scomparse. Leggiamo il testo: l’obiettivo della riforma è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Da nessuna parte c’è scritto «diritto allo studio». La riforma non ha l’obiettivo di incentivare il diritto allo studio, perché questo obiettivo non è mai citato. Gli studenti definiti «capaci e meritevoli se pur privi di mezzi», quelli più poveri insomma, che hanno diritto a una borsa di studio e a un alloggio se sono fuorisede, non sono mai menzionati.
Così nei decreti di attuazione del Pnrr è scomparsa la quota del 20% di posti cofinanziati dal pubblico che i privati devono riservare agli studenti meno abbienti, che era invece presente nei bandi precedenti negli articoli sulla destinazione dei posti. Adesso questa percentuale di posti riservati agli studenti più poveri è stata sostituita con le diciture «prioritariamente» e «ove possibile».
Il Pnrr parla di «incentivare la realizzazione» e di «creazione» di «nuove strutture di edilizia residenziale universitaria». I target sono «almeno 7.500 posti letto aggiuntivi» il primo, e «creazione e assegnazione di almeno 60.000 posti letto aggiuntivi» il secondo. Nelle schede inviate alla Commissione europea si parla di posti sia «nuovi» che «aggiuntivi». Non ci sono dubbi: l’obiettivo è per posti nuovi. «Se l’italiano non inganna, creare significa produrre dal nulla», si legge nel report «Diritto al profitto, come sperperare i fondi del Pnrr» presentato a Roma il 18 maggio dall’Unione degli universitari.
Ma nei decreti attuativi le parole «creare» e «nuovi», riferito ai posti letto, sono scomparse, sostituite dalla definizione di posti letto «aggiuntivi». Così i primi 278 milioni di euro del Pnrr hanno finanziato posti già esistenti, perlopiù in studentati privati, per rispettare formalmente la scadenza del primo target (dicembre 2022, prorogata a febbraio 2023) e non perdere i fondi.
Il criterio applicato è stato questo: se al momento della presentazione dei progetti i posti letto fossero o meno già censiti nella banca dati del ministero.
Questo è detto esplicitamente in un decreto di luglio: «nel caso di ristrutturazione di immobili già nella disponibilità dei soggetti proponenti deve essere specificato nella manifestazione di interesse che i posti letto non sono stati computati nella baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza».
Erano dunque ammessi a cofinanziamento posti già esistenti.
Il ministero ha equiparato tutti i posti negli studentati privati non censiti nella propria banca dati come «nuovi». E quindi li ha finanziati. Alcuni di questi posti sono gestiti dagli stessi operatori, negli stessi edifici, a volte da oltre dieci anni.
La differenza è che adesso rientrano nel perimetro dell’offerta «istituzionale» (definizione mia): restano privati, ma ricevono contributi pubblici che sono serviti all’acquisto e alla locazione di immobili, da parte dei gestori privati.
I fondi pubblici sono finiti a banche, società edili, fondi immobiliari (come a Milano, Ferrara e Torino) per l’acquisto e l’affitto degli edifici da parte di gestori come Camplus e Campus X che poi locano le stanze agli studentati.
Si tratta di immobili che restano di proprietà dei soggetti gestori degli studentati e hanno un vincolo d’uso che dura nove anni.

 

L’offerta di posti prima del Pnrr

Questi posti letto, si legge nei decreti, sarebbero «aggiuntivi».
Aggiuntivi a cosa?
Qual è la «baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza»?

L’obiettivo definito nel Pnrr è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Il dato di partenza sono quindi 40mila posti: sembrerebbero quelli degli enti per il diritto allo studio. I posti degli enti regionali per il diritto allo studio (Dsu) nell’anno accademico 2019-2020 (anno accademico di riferimento per il Pnrr) erano infatti 42.732 (erano 41.500 l’anno successivo), si legge nel focus annuale 2019-2020 sul diritto allo studio.

Di fatto l’offerta è composta anche da posti resi disponibili in maniera autonoma da alcuni atenei, «seppur in misura minore». Poi ci sono i posti nei Collegi universitari di merito, statali e accreditati: «centri per gli studenti universitari che alla funzione abitativa associano un progetto di formazione umana, accademica e professionale».
Tre collegi di merito sono pubblici, mentre gli altri sono privati. I posti nei collegi di merito sono censiti nella banca dati Ustat divisi per ogni città: nel 2019-2020 erano 4.475 (5.056 l’anno successivo).
Di questi, non si sa quanti siano stati destinati a studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio (questo dato è pubblicato solo per gli enti pubblici, le Dsu). In ogni caso, i posti nei collegi universitari sono riservati ai soli ospiti dei collegi. Ricapitolando, l’offerta di posti letto è costituita da alloggi gestiti da tre soggetti: gli enti per il diritto allo studio (gli unici che sarebbero considerati dal Pnrr), gli atenei, e i collegi di merito.

I collegi di merito sono definiti come «legalmente riconosciuti» e se posseggono determinati requisiti possono essere accreditati e quindi accedere al contributo statale (circa 11 milioni di euro l’anno).
La Conferenza dei Collegi universitari di merito (Ccum) è stata fondata nel 1997 da Maurizio Carvelli, l’amministratore delegato della Fondazione Ceur, dietro il marchio Camplus. Oggi gli enti gestori dei collegi di merito privati accreditati sono 17. Gli enti che hanno più collegi accreditati sono la Fondazione Ceur (proprietaria del marchio Camplus) con dieci collegi, e la Fondazione Rui con 13. Le fondazioni stipulano convenzioni con le università per l’erogazione di borse di studio per studenti meritevoli.
La Fondazione Rui, per esempio, ha una convenzione con l’università La Sapienza per dieci borse di studio annuali che prevedono un’agevolazione di mille euro della retta per un posto letto. La retta per un posto presso un collegio della Fondazione Rui a Roma costa fino a 15mila euro l’anno; comprende una varietà di servizi e un progetto formativo personalizzato.

L’invenzione dell’offerta «strutturata» e i collegi di «ispirazione cristiana» 

La seconda fase del Pnrr, quella legata al Fondo housing universitario, prevede «la ricognizione dei fabbisogni territoriali dei posti letto, funzionali alla assegnazione delle risorse, in base all’offerta oggi disponibile».
Che non coincide, però, con la «baseline» individuato dal Pnrr (40mila posti).
Nel decreto che istituisce il Fondo housing universitario, infatti, compare per la prima volta una nuova definizione dell’offerta esistente: si chiama offerta «strutturata» e, si legge nel decreto, è composta di strutture pubbliche e/o convenzionate.
I posti di questa offerta «strutturata» (riportati nell’allegato A al decreto) sono molti di più dei 40mila usati come «baseline» del Pnrr: sono 54.810 posti (secondo il mio calcolo, perchè nell’allegato al decreto manca la somma totale dei posti elencati per città).
Si tratta di 12mila posti in più rispetto a quelli degli enti per il diritto allo studio disponibili nel 2020; 15mila in più rispetto alla «baseline» del Pnrr (40mila posti).
È una differenza sostanziale.
Perché l’offerta di posti esistenti è aumentata così tanto?
E come è stata calcolata?
In nota nell’allegato che quantifica la nuova offerta «strutturata» si legge che i dati sono relativi all’anno accademico 2019-2020 perché «la baseline adottata ai fini del Pnrr» è stata calcolata con dati di giugno 2020. Ma questa baseline, di oltre 54mila posti, non ha nulla a che fare con quella del Pnrr (40mila posti). Perché è cambiata? E se proprio si poteva cambiare, perché non usare dati aggiornati (il decreto è del 27 dicembre 2022), includendo anche i posti finanziati con il primo bando del Pnrr, i 4.478 posti ammessi a finanziamento a novembre?

L’offerta «strutturata», si legge nel decreto, include i posti degli enti per il diritto allo studio, ma anche i posti degli atenei e dei collegi di merito. Per tutti questi posti «si fa riferimento agli open data del Mur (base dati Ustat)». Ma accanto a questi tre soggetti, che tradizionalmente compongono l’offerta di posti, nel decreto è comparso un quarto soggetto i cui posti sarebbero adesso parte dell’«offerta strutturata»: le strutture dell’Associazione Collegi e Residenze Universitarie (Acru). Ma il ministero non pubblica e non ha mai pubblicato i dati su questi posti: qual è allora la fonte di questi dati? Quanti e dove sono questi posti, a chi sono destinati, a quali condizioni, da chi sono gestiti? Nel decreto questo non è specificato.
L’Acru, si legge sul sito dell’Associazione, «riunisce i Collegi e le Residenze universitarie che si riconoscono nella Charta dei Collegi Universitari di ispirazione cristiana». Ancora: «l’Associazione opera in costante collegamento con l’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università (Unesu) della Conferenza Episcopale Italiana (Cei)». L’Unesu «ha lo scopo di approfondire l’insegnamento cristiano attinente l’educazione e la scuola» e «assicura particolare attenzione alla Scuola Cattolica di ogni ordine e grado e alla Formazione Professionale» si legge sul suo sito web.
I posti dell’Acru, scopriamo nel decreto che istituisce il Fondo per l’Housing universitario, sono ora «convenzionati» con il pubblico. Eppure – ripetiamolo – questi posti non sono mai stati censiti nella banca dati Ustat del Mur. Meglio: non lo sono ancora. Perché il fatto che non siano ancora censiti, come sappiamo, significa che sono buoni candidati a essere considerati dal ministero come «nuovi», e dunque finanziabili con fondi del Pnrr.

I conti, peraltro, non tornano neanche confrontando la nuova offerta «strutturata» con i dati del ministero sugli altri tre soggetti gestori tradizionali (quindi posti Acru a parte) che sarebbero stati usati come base di calcolo secondo la nota. Secondo l’allegato A che quantifica l’offerta «strutturata» nel 2019-2020 a Chieti c’erano zero posti letto; eppure i dati Ustat-Mur per quell’anno registrano 65 posti alloggio, gestiti dall’ente per il diritto allo studio, di cui 27 assegnati a borsisti. Infatti la residenza pubblica Benedetto Croce di Chieti ha 65 posti, creati con un finanziamento pubblico di 1.415.000,00 euro nel 2012, a valere sul terzo bando di attuazione della legge 338. Di più, nel corso del 2020 era programmato l’avvio della ristrutturazione in un’altra residenza universitaria di 149 posti. Erano dunque 214 i posti letto pubblici a Chieti, di cui 65 in funzione, a cui si sommano 79 posti convenzionati presso la residenza di Campus X. C’è anche da dire anche che Campus X ha beneficiato di oltre 3 milioni di euro di fondi del Pnrr per la locazione di una residenza di 450. Ma l’offerta «strutturata» sarebbe zero. L’Aquila, di contro, avrebbe un’offerta «strutturata» di 295 posti;  ma secondo i dati del ministero nel 2020 i posti erano 326 (nel 2022 ne aveva zero). In altre città come Roma e Milano la discrepanza dei dati è macroscopica: se Roma nel 2020 contava 2.550 posti pubblici e 594 posti nei collegi di merito censiti dal ministero, l’offerta «strutturata» sarebbe il doppio: 4.787 posti. Milano avrebbe addirittura 8.344 posti.
Con il trucco di far aumentare l’offerta di 15mila posti che il ministero considera disponibili (includendo quelli nei collegi «cristiani»)  il «gap» rispetto al target da raggiungere (ovvero la copertura del 20% del fabbisogno di posti degli studenti fuorisede) diminuisce: si devono realizzare meno posti «nuovi» entro il 2026, e a parità di importo totale disponibile (660 milioni di euro) il contributo pubblico per ogni posto «nuovo» aumenta.

 

Camplus ne sa una più del ministero 

La nuova definizione di offerta «strutturata» è comparsa pochi mesi dopo la pubblicazione del decreto in un report di Scenari Immobiliari e Camplus, presentato a Roma il 13 aprile. Di più: il report quantifica questa offerta: sarebbero 9.120 i posti nelle Acru, e poi 4.660 quelli dei collegi di merito e 40.000 (cifra tonda) quelli degli enti per il diritto allo studio. Iil report non considera però quelli degli atenei.
Il totale dei posti nel rapporto Camplus è molto simile al totale nell’Allegato A.
Forse anche nell’offerta «strutturata» ufficiale, quella citata nel decreto che stanzia le risorse per il Fondo housing universitario e che non sappiamo in base a quali dati sia stata calcolata, i posti negli atenei sono scomparsi dall’offerta pubblica?

Il fatto che la definizione di offerta «strutturata» compaia sia nell’allegato al decreto ministeriale, a dicembre 2022, che nel rapporto curato da Camplus, presentato ad aprile 2023, fa riflettere, perché in nessuno dei focus annuali sul diritto allo studio pubblicati dal ministero ed elaborati con dati della sua stessa banca dati Ustat, compare la definizione di offerta «strutturata»: i posti dei collegi Acru non sono inclusi né menzionati. Come sono finiti nel decreto che stanzia 660 milioni di euro per il Fondo housing universitario? E perchè, se questi posti fanno parte dell’offerta «pubblica e/o convenzionata» non ci sono dati pubblici? Perchè questi dati si trovano solo nell’elaborazione «su fonti varie» di Scenari Immobiliari e Camplus, due soggetti privati?

Che ci sia stato un rapporto tra il mondo Camplus, il principale operatore privato nel settore dell’ospitalità studentesca, e il ministero dell’università non è una novità.
Da alcuni decreti pubblicati sappiamo che il presidente della Fondazione Ceur, Patrizio Trifoni, ha fatto parte su nomina dello stesso ministero della Commissione paritetica alloggi e residenze: si tratta della commissione ministeriale che ha il compito di verificare le proposte di cofinanziamento, la scelta degli interventi ammissibili, la formulazione delle graduatorie e il loro monitoraggio.

La commissione, istituita in applicazione della legge 338 del 2000, è stata rinnovata nel corso degli anni. Trifoni ha dunque fatto parte della commissione ministeriale che ha valutato e approvato finanziamenti per almeno 84 milioni di euro al marchio Camplus della Fondazione Ceur da lui presieduta. Alla galassia Camplus sono andati anche altri 108 milioni di euro del Pnrr.

La necessità di aprire i servizi pubblici al mercato viene sempre giustificata con l’argomento secondo cui «il pubblico non ce la fa». Ma se il pubblico oggi funziona poco e male è anche perché le sue istituzioni sono state parassitate da rappresentanti di interessi privati che stanno possibilmente cambiando i dati e drenando le risorse necessarie a garantire diritti, come il diritto allo studio, al di fuori della sfera di un mercato privato, che campa sulle nostre spalle.


* Tratto da Jacobin Italia.
Sarah Gainsforth, giornalista freelance, scrive di trasformazioni urbane e abitare. È autrice di 
Airbnb città merce (DeriveApprodi 2019), Oltre il turismo, Esiste un turismo sostenibile? (Eris Edizioni 2020) e Abitare stanca. La casa: un racconto politico (Effequ, 2022).

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mercoledì 24 maggio 2023

Il tutor, la rivoluzione e il mercato. PNRR, stagione 1, episodio 2 – Stefano Rossetti

 

La narrazione ufficiale è chiara: l’introduzione delle figure di tutor e orientatore costituisce il primo passo di una concreta rivoluzione del merito. A partire da qui la scuola tornerà ad essere realmente ascensore sociale e non lascerà indietro nessuno. Finalmente studenti e famiglie potranno contare su un solido appoggio per individuare e valorizzare i talenti di ciascuno e scegliere con piena consapevolezza il percorso formativo giusto.

Circola però anche una narrazione alternativa, alla quale mi rifarò nella stesura di questo pezzo. Racconta una storia differente, che ambisce ad essere più rispettosa dell’esperienza e della realtà. Una storia di semplice buon senso, che induce cautela e una certa dose di diffidenza, o almeno di distanza critica.

A caval donato non si guarda in bocca

Il mondo della scuola non brilla per ricchezza di risorse che possano consentire a ciascuna istituzione di affrontare serenamente i bisogni delle persone che studiano e lavorano. Anche per questo la sola idea di rifiutare un regalo suona offensiva. Eppure alcuni doni apparentemente gratuiti possono essere insidiosi, se comportano richieste implicite: è già così, per esempio, nel primo episodio della stagione del PNRR, che prevede l’assegnazione di una montagna di denaro per acquistare arredi e strumentazione tecnologica non richiesta, sicura garanzia di una migliore qualità dell’inclusione e dell’apprendimento. Il copione dell’episodio pilota non prevede che si possa nemmeno ipotizzare un rapporto diverso fra tecnologia e apprendimento, né che si possano mettere in discussione gli stereotipi che ne sono alla base, primo fra tutti il docente che uccide la classe con la lezione tradizionale. Anche in questo secondo episodio, l’elargizione risponde a premesse non in discussione, sancite dall’Europa: le nuove figure professionali consentiranno un salto di qualità straordinario nella lotta contro la dispersione, nelle attività di inclusione, negli apprendimenti e nella crescita individuale. Se, come nel caso della “mia” scuola, la dispersione è bassa e l’inclusione buona, il bisogno non c’è ma ci si deve comportare come se ci fosse. Il dono induce un bisogno artificiale, promuove la percezione di una situazione inesistente o addirittura la sostituzione di una finzione alla realtà: un atteggiamento tanto paradossale quanto frequente, in istituti dove spesso convivono uno accanto la proiezione nel futuro – strumenti tecnologici avanzati e numerosi – e i residui di un passato neanche troppo prossimo – maleodoranti bagni degni di una stazione in abbandono. Ѐ allora possibile immaginare questo regalo come addizione materiale che corrisponde a una sottrazione sostanziale, di democrazia, partecipazione e responsabilità collegiale: non si può infatti decidere perché si dovrebbe ricevere del denaro né cosa fare con il denaro ricevuto, ma solo come spenderlo, rispettando i rigidi vincoli posti dalle procedure (nel primo episodio, ad esempio, che il denaro si spenda quasi tutto per le cose e non per le persone). Come quando si esalta la creatività dei videogiocatori, dimenticandosi che viene esercitata entro i rigidi limiti previsti da chi ha programmato ambienti e dinamiche del gioco, per suscitare un senso di libertà attraverso il controllo.

Il cliente ha sempre ragione

Le politiche scolastiche di questi ultimi anni hanno ripetutamente messo in primo piano gli “stakeholders”, i portatori di interesse, ribadendo in ogni modo possibile, talvolta con buone ragioni, la centralità dello studente e della sua famiglia. In questa prospettiva, termini come “personalizzazione” sono ammantati di luce, presentati come un orizzonte al quale tendere: la scuola per tutti e per ciascuno. Tuttavia, molte persone che lavorano nella scuola diffidano, con ragioni altrettanto buone, di questa affermazione di vicinanza ai bisogni e alle sensibilità individuali. Addirittura, la leggono come possibile diminuzione di valori e ideali condivisi. Esiste, a loro avviso, il rischio concreto che il dettato costituzionale di uguaglianza e libertà che indirizza l’azione della scuola alla rimozione degli ostacoli sociali e alla promozione dei meritevoli venga in questo modo rovesciato nel suo contrario, barattandolo con una vaga idea di difesa dell’unicità e diversità del singolo. A questo fine, pensano, mira la costante critica al sapere disciplinare, a contenuti e conoscenze, ritenuti responsabili dell’autoritarismo e dell’immobilismo nei rapporti all’interno della scuola, e della sua distanza dal mondo esterno. Un’idea del sapere fondata su categorie innovative e “reali”, come le competenze, servirebbe dunque a supportare uno svuotamento della più alta aspirazione della scuola pubblica: dare alle persone i mezzi (informazioni e contenuti, prima di tutto) per emanciparsi e cambiare la propria condizione. L’attenzione sul singolo individuo, anche e soprattutto sul versante psicologico del benessere e delle soft skills, mirerebbe a promuovere una serena accettazione della disuguaglianza, anziché la rivendicazione di un cambiamento sociale che ne consenta lo sradicamento.

Ѐ meglio un uovo oggi

Simili dubbi attraversano i collegi docenti, i gruppi di lavoro, la coscienza dei singoli, posti di fronte alla scelta se candidarsi a rivestire uno dei ruoli ben retribuiti da questo investimento. Accanto a chi aderisce con sincera volontà e convinzione a questa proposta di rinnovamento di prassi e dinamiche consuete, le voci delle scuole evidenziano diverse sfaccettature e ragioni di questa scelta.

La prima si manifesta come spirito di sacrificio, anteponendo a dubbi, perplessità, critiche un dovere superiore che tanti e tante di noi sentono, il senso di responsabilità di fronte ai ragazzi e alle ragazze. Ѐ una candidatura “nonostante tutto” (queste le precise parole di una collega), perché “insegnare non è un mestiere, ma una vocazione”. Convinzione diffusa all’interno della categoria, gradita a un’opinione pubblica in cerca di eroi, ma secondo molti discutibile e lesiva non solo di chi la sostiene ma di tutte le persone che insegnano.

La seconda si fonda semplicemente sul possibile guadagno. Non la adducono solo gli insegnanti, presenti in ogni scuola, attentissimi a qualsiasi possibilità di integrare uno stipendio magro. La spinta funziona anche al contrario: muove chi, frustrato nel vedere il proprio lavoro non riconosciuto (a volte la funzione docente è davvero pesante) è stufo di vedere chi lavora meno, talvolta poco, cogliere occasioni che lui stesso si preclude.

La terza è la finzione del volontarismo. Risponde al lavoro di reclutamento che le dirigenze hanno avviato: nelle tante realtà scolastiche in cui è stato subito chiaro che il numero minimo richiesto per accedere al finanziamento non sarebbe stato raggiunto, è partita un’intensa attività di convocazione individuale e definizione di candidature che in gergo si definirebbero “spintanee”. Il successo di questa strategia è reso possibile dall’opportuna proroga dei termini di presentazione delle candidature, che sposta le dinamiche decisionali dalla dimensione individuale, morale e politica, a quella dell’osservazione dei comportamenti altrui, dell’imitazione, della persuasione pubblicitaria, come attesta perfettamente un recente trailer/ spot indirizzato ai docenti.

Sono semi, sostiene più di qualche collega, destinati a fare crescere divisioni e risentimenti.

Si tratta di scelte individuali, sia chiaro, umane e rispettabili, tutte. Ma sono basi fragilissime sul piano culturale e ambigue sul piano etico, sopra le quali è ben difficile che si possa edificare una qualsiasi buona scuola del futuro.

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