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lunedì 2 agosto 2021

"Questa adesione acritica dei cittadini è più inquietante dell'autoritarismo" – Carlo Freccero

 

 

È necessario arrivare ad un punto di rottura perché la rottura si realizzi. Dall'inizio della pandemia i popoli di tutto il mondo sono scesi in piazza innumerevoli volte. Gli italiani sembravano sedati da una sorta di ipnosi. Con il green pass il miracolo si è compiuto: le piazze italiane si sono riempite. Ed è interessante notare che in piazza a contestare c'erano non solo i no-vax, ma anche i vaccinati, che, per motivi di principio, protestano per tutelare le libertà costituzionali.

 

Lo stesso concetto è ribadito da Cacciari nell'articolo di ieri: io mi sono vaccinato, ma la democrazia è libertà di scelta e questa libertà di scelta va difesa. Nel contesto del generale risveglio si pone il pezzo firmato congiuntamente da Cacciari e di Agamben che, bisogna dargliene atto, è stato l'unico ad intervenire dai primi giorni della pandemia con i suoi interventi quotidiani su Quodlibet. Purtroppo la sua voce è stata isolata ed ascoltata solo da minoranze. Per attirare l'attenzione di un numero sufficiente di persone, bisognava esagerare. Ed si è esagerato.

La somministrazione dei vaccini è stata affidata all'esercito per sottolineare il clima di emergenza, di protezione civile in cui ci troviamo. Ma per chi ha la mia età l'idea di una scelta sanitaria imposta dall'esercito ha qualcosa di inquietante come inquietanti suonano le minacce di mandare l'esercito porta a porta a «stanare» i non vaccinati. Analogamente, per quelli della mia generazione, la morte di De Donno evoca il fantasma di Pinelli. Per la mia professione nella comunicazione il primo problema che ha attirato la mia attenzione è stato da subito la mancanza di alternativa imposta al discorso pandemico.

Democrazia significa tutela del parere delle minoranze. Questo parere è stato sradicato in nome della scienza, chi lo professava è stato zittito ed insultato nei dibattiti pubblici. Nell'articolo contro il green pass, pubblicato dall'Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli, Agamben e Cacciari criticano il green pass affermando che «la discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica».

L'art. 3 della Costituzione italiana vieta esplicitamente ogni forma di discriminazione. L'affermazione dei due filosofi dovrebbe quindi essere, in qualche modo,ovvia. Invece il fatto stesso che il sito Dagospia definisca l'articolo una «bomba» solo perché dissente dalla vulgata del «mainstream» è una conferma di quanto gli autori espongono nell'articolo citato e cioè del pericolo di una deriva totalitaria. Mi sembra di assoluta evidenza che un'informazione che bandisce qualsiasi forma di dissenso, sia di per sé sinonimo di propaganda.

E la propaganda ha poco di democratico. Da quando è iniziata la pandemia la televisione ci ha abituati alla consuetudine del dibattito unanimistico. Ci sono format e programmi come il talk show che hanno bisogno per esistere di un contraddittorio. Dato che gli invitati sono tutti della stessa idea, essi non sono tenuti a confrontarsi, ma fanno gara tra loro a superarsi in ortodossia ed obbedienza ai vari Dcpm ed ora a Decreti Legge che hanno sostituito la legislazione ordinaria. Mi si obietterà che tutto questo è fatto per il bene comune, un bene comune che autorizza uno stato di eccezione, previsto però in Italia, solo per lo stato di guerra (art. 78 della Costituzione).

Tutela cioè la collettività, ma anche l'individuo. E i trattamenti sperimentali sono esclusi dal codice di Norimberga, dalla dichiarazione di Helsinki, dalla convenzione di Oviedo. Il processo di Norimberga basta da solo ad evocare il nazismo. Gli imputati si difesero sostenendo di aver obbedito agli ordini. Per evitare che queste aberrazioni si ripresentassero fu stabilito un codice a futura memoria. Tra l'altro esso prevede che la sperimentazione sia ammessa solo se «il soggetto volontariamente dà il proprio consenso ad essere sottoposto ad un esperimento».

Senza accettazione volontaria l'esperimento non può avere luogo. Il vaccino è ancora in fase sperimentale. Cito dal bugiardino Pfizer e quindi faccio parlare direttamente le case farmaceutiche produttrici, perché sia ben chiaro che non sto riferendo il mio parere personale: «Per confermare l'efficacia e la sicurezza di Comirnaty il titolare dell'autorizzazione alla emissione in commercio deve fornire la relazione finale sullo studio clinico» e a lato «Dicembre 2023».

Sino al 2023 il vaccino sarà una terapia sperimentale con esiti futuri incerti. In questi giorni la senatrice Segre, sopravvissuta all'Olocausto, è intervenuta dicendo che è folle paragonare vaccino e green pass alla Shoah. Ci sarebbe una sproporzione tra le cose. Ma la senatrice sembra dimenticare che c'è sempre un inizio e la discriminazione è quell'inizio. Per parlare di regime autoritario non è necessario poi arrivare sino ai forni crematori. Basta che la normale vita democratica ed i diritti dei cittadini subiscano delle limitazioni.

In senso opposto va invece l'intervento di un'altra sopravvissuta all'Olocausto che milita invece sul fronte opposto, la signora Vera Sharav. «Conosco le conseguenze - dice la sopravvissuta - di essere stigmatizzati come diffusori di malattie». Il suo calvario è incominciato a piccoli passi con la segregazione ed il divieto sempre più esteso a partecipare alla vita sociale, a entrare in determinati contesti, a viaggiare.

La cosa che più mi ha colpito nell'intervento di Vera Sharav è la lucidità con cui collega il nazismo all'uso autoritario della medicina. In nome della scienza - ci dice - viene cancellato ogni principio morale della società.

Questa affermazione mi fa ricordare il fondamentale intervento di Agamben con la sua «Domanda» rivolta a tutti gli italiani. «Com' è potuto avvenire che un intero Paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte ad una malattia?». In nome della sopravvivenza e di quella che Agamben chiama «nuda vita» (una vita privata di ogni valore che travalichi la sopravvivenza biologica ), gli italiani hanno accettato di lasciar morire i loro anziani in solitudine negli ospedali, hanno accettato di incenerire i cadaveri senza sepoltura, hanno accettato la perdita di ogni principio morale. Ed hanno rinunciato alla vita sociale.

E questa adesione acritica da parte dei cittadini è per certi versi più inquietante dell'autoritarismo del governo. È un indice inequivocabile che i meccanismi dell'autoritarismo sono già stati introiettati da tutti noi come naturali e che appartengono ormai alla quotidianità e al nostro futuro.

da qui

giovedì 27 settembre 2018

Facebook, la televisione e la bomba atomica. Chi ha creato i mostri - Giulietto Chiesa

Il giovanotto che qui parla [ndr: vedi video in coda all'articolo] – per meglio dire, si confessa – si chiama Chamath Palihapitiya. Per me, come credo per la maggior parte dei lettori, era uno sconosciuto. Ma è stato un personaggio importante. Infatti, è stato vicepresidente di Facebook. 

Adesso – e si capirà il perché – non lo è più.

Quella che vediamo e ascoltiamo è l’esposizione di un pentimento. Recente, risale al dicembre scorso. Ci spiega, pacatamente, di essersi reso conto, con grave ritardo, di avere contribuito a creare un mostro. Un mostro che ha cambiato la vita, il cervello, il modo di pensare, le relazioni umane, gli affetti, le inclinazioni, le abitudini, il tempo vitale e materiale, di due miliardi di persone (per ora, in quanto il processo è in corso e non c’è chi possa pensare di fermarlo).

Questo mostro – è Chamath Palihapitya che lo dice – ha ridotto l’intelligenza di chi lo ha incontrato, ha esaltato, deformandolo, l’individualismo di ciascuno, il suo isolamento dalla società in cui vive. Ha cioè azzerato la socialità, ha trasformato i miliardi di individui che sono finiti nella sua macina in prodotti, in merci. Ha controllato e controlla i comportamenti di masse sterminate di individui (anche di chi scrive e di chi legge queste righe). Ha realizzato (contribuito a realizzare) la “mutazione antropologica” di cui parlò Giovanni Sartori nel suo memorabile libro Homo videns.

Solo che, quando Sartori scrisse Homo videns, aveva in mente la televisione. Quella stessa televisione che Karl Popper aveva definito “cattiva maestra”. Erano altri tempi. Né Sartori, né Popper, nemmeno Pasolini, nemmeno Debord potevano immaginare che sarebbe arrivato Facebook e che avrebbe portato alle sue estreme conseguenze la “mutazione antropologica” in corso. Ciascuno di loro l’aveva prevista, per così dire, “in piccolo”. Adesso la sperimentiamo al naturale. E noi, più anziani, siamo fortunati perché ancora conserviamo il ricordo di quello che fummo. Le giovani generazioni, già completamente “mutate”, non avranno neppure gli strumenti minimi del confronto tra ieri e oggi.

Chamath Palihapitiya si è pentito. E ora si dedica a opere di bene. Ha vietato ai suoi figli di entrare in contatto con il mostro, ma è consapevole che si tratta di ben poca cosa e di scarso effetto. A me ha fatto venire in mente un altro personaggio, un grande personaggio che, sono certo, pochissimi di voi conoscono. Quello di Julius Robert Oppenheimer. Fu a capo del Progetto Manhattan, quello che creò le bombe atomiche che azzerarono Hiroshima e Nagasaki.

Anche Oppenheimer, dopo, si pentì. Disse: “Sono diventato morte, distruttore di mondi”. Disse anche qualcosa di più terribile. Disse che la bomba avrebbe “abbassato il livello etico degli Stati Uniti”. Abbassò il livello etico dell’uomo in generale. Il mostro di cui qui parla Palihapitiya è anche un prodotto di quell’abbassamento del livello etico dell’Uomo. Questa associazione mi pare legittima. Anche il nostro Chamath ha contribuito a fare esplodere una bomba: enorme, perfino più distruttiva di quella atomica: è da essa che viene l’imbarbarimento, l’impazzimento della società in cui viviamo. Non uccide, per ora. Ma ferisce irreversibilmente i milioni, i miliardi.

Qualche anno fa, quando dirigevo la rivista Cometa (che significava Comunicazione, etica, ambiente) – intervistando Carlo Freccero, che aveva scritto la splendida prefazione a Guy Debord (La società dello spettacolo) – gli chiesi se anche lui si fosse pentito di avere contribuito a creare una bomba atomica, nella sua qualità di ideatore della televisione moderna in Italia. Prima di rispondere esitò qualche attimo. Poi disse: “Sì, me ne pento. Ma, se non l’avessi fatto io, l’avrebbe fatto qualcun altro”. Vero. Proprio come Chamath.

Quello che mi colpisce è che questi giovanotti – lui come, mutatis mutandis, Edward Snowden – hanno creato mostri senza nemmeno accorgersene. Funzionavano. Rendevano soldi. A palate. Davano un potere sconfinato. Poggiavano sulla natura umana. Non si posero il problema se fosse lecito usarne la fragilità, la debolezza. Non ci fu nessuna esitazione etica, morale. Non ci fu nemmeno l’ombra di un principio di precauzione”. Il fatto è che siamo appena all’inizio di sconvolgimenti che richiederebbero immensa saggezza per essere gestiti senza trasformarsi in disastri epocali. Ma dove trovare ormai la saggezza?


Il mio video-commento con la confessione di Chamath Palihapitiya, sottotitolata in italiano: