… Qualche sera fa avevo ascoltato su Radiotre
un paaaaaaaaaazzesco concerto per Zappa, ripreso da «AI CONFINI TRA SARDEGNA E
JAZZ 2016». Ecco il “cartellone”:
sax Daniele Sepe, voce Dean
Bowman, basso elettrico Davide Costagliola, batteria Hamid Drake, chitarra Gio
Cristiano, tastiere Tommy De Paola (registrato a Sant’Anna Arresi, in piazza del
Nuraghe, il 10 settembre 2016).
Lo sono andato a cercare sul
sito di Radiotre per risentirlo ma non l’ho trovato. Cerca-cerca e
chiedi-chiedi (grazie Francesco) ho scoperto che si può scaricare qui...
Se
l’Italia avesse un minimo di dignità e d’onore l’alta Puglia non sarebbe il
luogo del culto di Padre Pio ma di Matteo Salvatore.
Matteo Salvatore è stato un miracolo vivente degli ultimi cinquant’anni, un
grande poeta popolare, un cantante sopraffino di ineguagliabile musicalità, un
ottimo chitarrista con una tecnica autodidatta ma di audace raffinatezza.
Le origini della sua arte affondavano nella leggenda: le biografie lo vogliono,
pressoché bambino, ad accompagnare un violinista cieco, tale Pizzicoli,
portatore di serenate a pagamento. Sembra esserci una sorta di reincarnazione
del mito d’Omero alla base della cultura profonda di questo aedo del ’900.
La miseria nera che fa compagnia alla quasi totalità degli abitanti del paesino
d’Apricena (in provincia di Foggia, dove Matteo era nato nel 1925) è il basso
continuo che accompagna tutte le sue opere, il motivo che lo spinge ben presto,
come tanti suoi conterranei, a spostarsi a nord. Roma (ma anche Milano,
Torino…tutta la via crucis del poer crist emigrante) lo troverà a esercitare il
nobile mestiere del posteggio nelle trattorie, dove attira l’attenzione di
alcuni intellettuali.
Sono gli anni che preludono la riscoperta del patrimonio popolare (quello che
avrà la sua eclatante rivelazione nello spettacolo Bella Ciao del Nuovo
Canzoniere, presentato al Festival dei due mondi di Spoleto nel ’64). Sono anni
in cui Ernesto De Martino, Diego Carpitella e Alan Lomax battono la penisola
nel timore (fondatissimo) che presto la televisione di lascia o raddoppia
fagociti la cultura contadina. Gli spiriti più sensibili se ne sono già
accorti.
Matteo canta nelle trattorie romane le canzoni di Napoli, perché son quelle
conosciute che fanno tintinnare la mancia, ma Giuseppe De Santis, Calvino gli
dicono “Matteo, tu sei pugliese. Perché non canti le canzoni della tua terra?”.
“Non ne conosco” dice Matteo. “Cercale!” gli ribattono.
E allora, armato di registratore Matteo va ad Apricena a cercare tali melodie
e, non trovandole, si mette a scriverne lui stesso. Torna e comincia a cantare
queste canzoni spacciandole per repertorio anonimo.
MATTEO SALVATORE
Comporre
cantando
Bisogna riflettere a quest’ambiguità di cui lui si servì, ma a cui molti
vollero credere: Matteo inizia a scrivere canzoni popolari su commissione, egli
di suo è voce, canto; il termine “scrivere” sarebbe già del tutto improprio nel
suo caso visto che compone cantando. La percezione che si avrà per anni di
Matteo come portatore, cioè memoria vivente ed esecutore di materiale popolare,
è una falsificazione. Troviamo il suo repertorio inserito nelle grandi
collezioni di Folk anni ’70 (dai Dischi del sole in poi), ma Matteo è un poeta,
un musicista, popolare certo, ma raffinatissimo sia nei versi che nelle
melodie.
Se le prime canzoni che registrerà conterranno stucchevoli ritornelli di becera
comicità, ben presto avviene in lui una sorta di purificazione: Matteo
Salvatore diventa il medium del dolore secolare di un popolo, la sua opera
assume carattere di grande affresco. Non vi è riflessione, le canzoni non
“parlano di”, nemmeno, per intenderci, attraverso l’umanissimo filtro
dell’immedesimazione deandreiana; sono proprio i personaggi che, senza
presentarsi, si esprimono per voce di Matteo, di modo che l’esperienza della
miseria faccia da sfondo a un discorso che ha le parole della vita di tutti i
giorni. Nella canzone Lu furastiero non viene raccontata in modo esplicito la
tragedia degli stagionali: uomini che vagavano a piedi per i paesi del Gargano
e del Tavoliere, prestandosi alla massacrante raccolta dei pomodori, riposando
poche ore a terra sull’aia, guardati in cagnesco dai lavoratori del posto, i
cui salari da fame venivano ulteriormente ribassati per l’enorme offerta di
braccia; nella canzone tutto ciò è un non detto. Nient’altro che
l’impressionistica descrizione di un notturno in cui il forestiero, stremato,
dorme:
Lu
furastiero dorme stanotte sull’aia Dorme sull’aia alla frescura E pe cuperta la raccanella E pe cuscino la sacchettola
La
dolcezza struggente della melodia, la nettezza diamantina dei versi fa di
questo, come di quasi tutti i canti di Matteo Salvatore, una specie di Lied
dialettale, un concentrato inestimabile di concisione e follia.
Le parole di queste canzoni non potevano, come abbiamo detto, essere scritte
perchè Matteo non sapeva scrivere (se non con estrema difficoltà e già in età
avanzata), dunque son canzoni che nascono senza mediazione letteraria, dal e
per il canto. Questo, si sa, è un tratto della musica popolare o più in
generale della cultura orale, ma la caratteristica specifica di Matteo sta
nella misura, nel raccoglimento, nel controllo; l’arte tutta di Matteo
Salvatore poggia su un carattere di forte astrazione, cosa tanto più rara nella
tradizione meridionale o mediterranea. Le sue canzoni, da questo punto di
vista, potrebbero essere accostate a certi canti del De André degli ultimi
dischi (quello di da me riva, o di ho visto nina volare) e, un po’ più
logicamente, le sue melodie accostate a certe melodie belliniane o
para-belliniane (certamente Matteo conosceva Fenesta ca lucive).
UN GRANDE LIRICO
Matteo
Salvatore possedeva e usava una vocalità particolarissima, in grado di passaggi
vorticosi dai toni gravi al falsetto attraverso reminiscenze, si direbbe,
arabe. Ne Lu pecurere (Lu pecurere pe li murge vaje / a pasculà le pecore) la
voce si avvita in un melisma che fa pensare alla leggendaria nota blu. È
sinceramente impressionante e distante anni luce dal vigore un po’ greve dei pur
grandissimi cantori popolari del sud (Rosa Balistreri, Cicciu Busacca). Per
dirlo in una parola Matteo Salvatore non è un cantastorie, egli è un grande
lirico.
Ecco, non vorrei fosse un’ennesima forzatura, ma a me piace pensare Matteo
Salvatore come un bluesman leggendario, un Blind Lemmon Jefferson pugliese.
Anche biograficamente: la maggior parte dei bluesman erano personaggi violenti
e incontrollabili; la carriera di Matteo fu precocemente spezzata dagli anni
passati in carcere in seguito all’assassinio della sua compagna Adriana Doriani
nel 1973.
Il silenzio che negli ultimi anni si fa intorno a questa vicenda è rivelatore
di un atteggiamento moralistico e falsificante tipico dell’Italia, dove si
tiene il parente strambo chiuso in cantina, anche se il parente è Van Gogh (o
Ligabue), dove c’è sempre stata una particolare difficoltà nel confronto fra
arte popolare e intellighenzia, dove si può accettare un cantore popolare come
una curiosità antropologica, sociologica, dove si considera sempre la sua opera
una sorta di materia grezza a cui attingere, ma dove si fa fatica ad ammettere
che l’arte conosce strade che a volte passano lontanissime non solo dalle
accademie, ma anche semplicemente dalle scuole elementari o dalle nostre vite
“rispettabili”.
L’America in questo senso è stato un porto più franco in cui nessuno si
stupisce del rapporto strettissimo fra le figure leggendarie del Blues
(Leadbelly, Robert Johnson) e i cantautori moderni (Dylan, Springsteen).
Il 27 agosto di questo 2005 Matteo Salvatore è morto.
Per quanto acciaccato ha voluto cantare fino all’ultimo: il 29 luglio scorso, a
Loano, Enrico Deregibus e John Vignola gli avevano conferito un premio
nell’ambito del festival della musica popolare, quella è stata la sua ultima
esibizione. Prima di questa il Club Tenco, Otello Profazio, Eugenio Bennato,
Daniele Sepe, Teresa De Sio, Vinicio Capossela e qualche altro avevano fatto il
possibile per alleviare a questo maestro la durezza di una vecchiaia povera.
È però mancata un’attenzione delle istituzioni culturali (l’unico documentario
sulla sua vita è di produzione francese), mancano pubblicazioni serie su di
lui, a parte un recente racconto/autobiografia della benemerita Stampa
Alternativa, curata dall’ancor più benemerito Angelo Cavallo (che lo ha
accudito come un fratello fino all’ultimo respiro); manca tuttora (vergogna!)
una ristampa in CD della gran parte dei suoi dischi.
Noi restiamo con il rimpianto di non aver parlato abbastanza e correttamente di
questo meraviglioso artista.
Io resto con il piccolo personale rimpianto di non aver fatto prima l’articolo
su di lui, e sì che me l’ero ripromesso (e in parte l’avevo già scritto)
dall’alba di questa rubrica. Invece, come nella peggiore tradizione, che vuole
veder celebrati i grandi artisti in occasione o a partire dalla loro scomparsa,
eccomi a versare le lacrime tipografiche del coccodrillo medio.
Ma aldilà di ogni considerazione di carattere sociale, morale o personale,
l’occasione è buona per cominciare a fare un po’ di chiarezza sul suo lascito.
Matteo è stato un grandissimo poeta, portatore e rielaboratore di una cultura
altra, che, nonostante i tentativi di sotterramento della nostra società
globalizzata, giunge ancora a scuoterci dalla notte di Orfeo.