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lunedì 10 novembre 2025

Quegli odiatori con la divisa che scatenano i linciaggi social - Francesca Santolini*

Io, bersaglio di attacchi dopo la pubblicazione del libro sull’ecofascismo. Turpiloquio e insinuazioni nel canale Telegram di forze dell’ordine e militari.

Il politicamente corretto minaccia la libertà d’espressione, viviamo tempi di censura, ormai “non si può più dire nulla”. Lo ripetono in molti, come un mantra e mentre si moltiplicano le lamentazioni, più o meno in buona fede, contro il cosiddetto wokismo, chi prova a raccontare fatti verificabili, che magari non sono in linea con la propaganda dominante, viene travolto da ondate di odio.

Da quasi un anno mi trovo in un vortice dai risvolti angosciosi, che ha cambiato il mio modo di guardare alla rete, e anche a me stessa. Tutto è cominciato nell’aprile 2024 con la pubblicazione di un libro in cui analizzavo il modo in cui le destre estreme si appropriano dei temi ecologici per giustificare discorsi identitari, nazionalisti, talvolta apertamente razzisti. Le prime reazioni furono prevedibili: titoli polemici, critiche ineleganti (per tenerci nel territorio dell’eufemismo), perfino stroncature quasi paranormali, perché pubblicate il giorno stesso dell’uscita, quando il libro non poteva essere stato letto da nessuno.

Poi, il 30 luglio 2024, il breve estratto di un mio intervento televisivo, pochi secondi tagliati, decontestualizzati, in sostanza manipolati, viene rilanciato sui social. La reazione è immediata, compatta, di proporzioni imprevedibili: migliaia di commenti misogini, insulti sessisti, minacce di morte e di stupro.

Chi frequenta il web lo sa: la violenza digitale non è un incidente, è un metodo, anzi un sistema. L’International press institute (Ipi), che in quel periodo stava conducendo un monitoraggio sulle minacce online ai giornalisti ambientali, include il mio caso nel suo rapporto annuale. Nelle conclusioni si legge che gli attacchi non erano casuali, ma parte di “una rete consolidata che seleziona obiettivi specifici e innesca azioni coordinate”. È un linguaggio tecnico, ma dice una cosa semplice: non si tratta di aggressioni verbali volgari, a volte orrende ma spontanee, quasi casuali; si tratta di violenza organizzata.

In ogni caso, dopo mesi di shitstorm, a gennaio 2025 decido di denunciare, segue poi una seconda denuncia a marzo, a seguito della comparsa di nuovi attacchi. Per mesi ho creduto che tutto si limitasse a una delle tante campagne virali di disinformazione, non riuscivo però a capire come ciclicamente saltassero fuori queste ondate di insulti, e soprattutto non riuscivo a capire come il mio nome fosse finito su VKontakte, il social network russo e su Gab, la piattaforma americana che raccoglie suprematisti e neonazisti. Poi pochi giorni fa, ho scoperto un nuovo tassello di questa vicenda surreale che ha cambiato il quadro. Un quadro a dir poco inquietante.

Il mio avvocato ha ottenuto copia del primo fascicolo con i nomi di alcuni hater identificati dalla polizia postale. Pochi, rispetto alle migliaia di messaggi, ma sufficienti per capire che non si trattava solo di profili fittizi. Tra loro, tanto per intenderci, figurano la segretaria provinciale della Lega di Pesaro e un ex consigliere comunale capitolino di Forza Italia: persone con nomi e cognomi, ruoli pubblici, seguito reale. La signora in questione, tanto per dare un’idea della qualità del dibattito, si chiedeva, tra le altre cose, come mai una come me potesse “piacere a un uomo bianco”. Nel medesimo orizzonte concettuale, a completamento, diciamo, un tizio mi augurava di essere ripetutamente stuprata con modalità creative da un gruppo di uomini africani.

Il dettaglio più inquietante, però, è un altro. Tre giorni dopo quel mio intervento televisivo, il video era già stato diffuso su un canale Telegram chiamato O.S.A. Italia, acronimo di “Operatori di Sicurezza Associati”, un gruppo di circa 16 mila iscritti, composto da appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine, militari e “simpatizzanti civili”. Sul sito l’associazione si presenta come promotrice della “cultura della legalità e della sicurezza”. Parole nobili, dietro le quali però si nasconde un mondo parallelo, non una realtà professionale neutrale: nei canali social si trovano messaggi polarizzanti intrisi di rancore, retoriche anti-media, teorie complottiste e una propaganda aggressiva mascherata da patriottismo.

Nel canale dove è comparso il mio video si è scatenata una valanga di insulti sessisti, turpiloqui, insinuazioni a sfondo sessuale. Molti dei profili erano riconducibili a persone che indossano, o hanno indossato, una divisa. Il presidente di O.S.A., Gianluca Salvatori detto Drago, è un ex agente della Polizia di Stato noto per le sue apparizioni televisive come “esperto di sicurezza”. Intorno a lui si muovono figure provenienti da movimenti nati durante la pandemia, No Green Pass, no vax, gruppi di protezione civile ideologizzati, oggi riuniti sotto un linguaggio pseudo-istituzionale che mescola populismo legalitario, rabbia e sfiducia verso le istituzioni.

Quando la violenza verbale arriva da chi dovrebbe rappresentare la legalità, si oltrepassa una soglia pericolosa. Il confine tra dissenso e intimidazione si dissolve. Il problema non è solo la brutalità delle parole, ma il loro effetto: normalizzano la prepotenza, danno l’idea che insultare sia un modo legittimo di partecipare al dibattito pubblico.

Un dato del rapporto dell’IPI mi ha colpita: oltre l’80% degli attacchi che ho subito proveniva da uomini. Non è una sorpresa. La violenza online contro le giornaliste ha quasi sempre una componente sessualizzata: serve a ribadire che certi argomenti – ambiente, energia, economia – restano affare maschile. Ovviamente il tema non è la mia vicenda personale. È la fotografia di un clima. La libertà di parola, in molti casi, è diventata un alibi: la scusa dietro cui si nasconde l’impunità dell’offesa. Chi invoca il diritto indiscriminato di “dire ciò che pensa” ignora che la libertà d’espressione non è un’arma per colpire, ma uno spazio di responsabilità condivisa.

Forse l’odio digitale sembra qualcosa di impalpabile, fatto solo di parole. Ma le parole non sono mai solo parole: costruiscono realtà, creano categorie, orientano comportamenti. Allora sì, forse oggi “non si può più dire nulla”. Ma non perché esista una dittatura del politicamente corretto, semmai perché è diventato normale odiare. Difendere la libertà d’espressione, oggi, significa difendere la possibilità di parlare senza essere intimiditi dalle aggressioni online come dalle querele dei potenti. Significa saper distinguere il dissenso dall’aggressione, in sostanza: la critica dalla diffamazione.

*da La Stampa

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sabato 17 maggio 2025

Il gruppo rap nordirlandese Kneecap indagato dall’antiterrorismo inglese per il sostegno alla Palestina

 

In Irlanda del Nord i Kneecap, gruppo rap di Belfast, sono indagati dall’antiterrorismo britannico per il loro sostegno alla Palestina.

Tutto è iniziato quando il trio hip-hop nordirlandese si è esibito sul palco del Coachella, festival annuale seguitissimo negli Stati Uniti. “Israel is committing genocide against the Palestinian people… It is being enabled by the US… Fuck Israel/Free Palestine“, sono le tre frasi lanciate dal palco del Coachella che hanno reso i Kneecap la band più pericolosa e ricercata di Scotland Yard.

Da qui le reazioni di esponenti politici inglesi che ne hanno chiesto l’esclusione dai cartelloni musicali di festival o concerti, oltre che le indagini da parte della polizia britannica per “incitamento all’odio“.

Nel panorama musicale, a prendere le loro difese, tra gli altri, i Massive Attack: il gruppo di Bristol ha dichiarato che “se i politici di alto livello non riescono a trovare il tempo e le parole per condannare, per fare un esempio, l’assassinio di 15 operatori umanitari a Gaza o la fame imposta illegalmente alla popolazione civile e usata come arma, o ancora l’uccisione di migliaia di bambini da parte di uno Stato che possiede le armi di precisione più avanzate al mondo, quale peso dovremmo dare ai loro consigli sugli artisti da invitare a un festival?”.

Le prese di posizione politiche dei Kneecap non sono nuove. Figli della storia dei Troublesil gruppo nordirlandese fin dagli esordi nel 2017 ha raccontato nelle sue canzoni la cultura giovanile della classe operaia di Belfast, il repubblicanesimo e i diritti linguistici irlandesi. Tanto da cantare in alcune canzoni in gaelico.

L’intervista di Radio Onda d’Urto a Carlo Gianuzzi, co-curatore con Sara Agostinelli della rubrica “Diario d’Irlanda”, in onda ogni ultimo sabato del mese. Ascolta o Scarica

 

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mercoledì 5 marzo 2025

Terni: Arbitrio di polizia contro un attivista

 

Denunciato per resistenza a pubblico ufficiale un militante di Potere al Popolo dopo la manifestazione che si è svolta sabato 22 febbraio a Terni contro il decreto sicurezza del governo Meloni.

L’iniziativa promosso da Terni Solidale cui hanno aderito tante realtà associative, sindacali e politiche della città* si è svolta senza alcuna tensione, il corteo ha espresso con determinazione la totale contrarietà ai provvedimenti repressivi che il governo cerca di far passare in violazione della costituzione, un provvedimento che criminalizza le lotte sociali, sindacali e politiche nonché alcuni soggetti sociali intesi come il nemico: migranti, detenuti, centri sociali, attivisti contro le grandi opere.
Sembra però che alla stazione di Terni tre “solerti” agenti della POLFER forse abbiano “pensato” che il DDL sicurezza fosse stato già approvato al Senato e, vedendo un manifestante che doveva prendere il treno per Perugia, un militante di Potere al Popolo, per il solo fatto che portasse una bandiera palestinese è stato fermato, il suo zaino perquisito e alla fine, incredibilmente, il militante è stato anche denunciato per “resistenza a pubblico ufficiale” !

il comunicato di Potere al Popolo Terni

Potere al Popolo denuncia un grave episodio di abuso di autorità ed intimidazione nei confronti di chi pratica il proprio diritto a manifestare da parte di tre agenti della polizia ferroviaria presso la stazione di Terni.

Dopo la manifestazione contro il ddl 1660, certamente determinata ma festosa e pacifica, che ha attraversato le vie del centro cittadino, un militante di Potere al Popolo è stato fermato e identificato da tre agenti della Polizia Ferroviaria presso la stazione di Terni, dove si era recato per prendere il treno e tornare a casa a Perugia. Gli agenti hanno voluto che srotolasse le bandiere che portava con sé (una della Palestina e una di Potere al Popolo) per prenderne visione.

Il nostro compagno si è subito mostrato disponibile, presentando i propri documenti e mostrando le bandiere, ma alla richiesta agli agenti di potersi recare a prendere il treno per tornare a Perugia la risposta ricevuta è stata un secco “tu non vai da nessuna parte”.

Il nostro compagno è stato quindi condotto negli uffici della Polfer, dove il suo zaino è stato perquisito; è stato rilasciato solo dopo che il suo treno era già partito e gli è stata notificata una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale, che non c’è mai stata.

Questo episodio inaccettabile conferma che il clima repressivo che si respira in tutto il Paese e che abbiamo denunciato con la partecipata manifestazione di sabato, si va facendo pesante anche nella nostra città.

Come abbiamo ribadito alla manifestazione, se qualcuno pensa di poter limitare il nostro diritto a manifestare con atti di intimidazione e repressione poliziesca ha capito male. Torneremo presto a riempire le strade della nostra città con le nostre bandiere, le nostre grida e la nostra determinazione.

Non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo.

 

il commento a Radio Onda d’Urto di Franco Coppoli di Terni Solidale Ascolta o scarica

 

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mercoledì 29 gennaio 2025

Montblanc, il lusso del Daspo sindacale - Marco Sommariva

 

La ricchezza aumenta, ma chi ti salta fuori? Il rompicoglioni di sempre. Il sindacalista.

A ottobre dell’anno scorso ho letto sul quotidiano Avvenire  della protesta di un gruppo di lavoratori di Campi Bisenzio, dipendenti di due ditte cinesi che realizzavano borse per l’azienda tedesca Montblanc: immigrati di origine asiatica – quasi tutti pachistani e afghani – chiedevano di poter continuare a fare il loro mestiere in condizioni dignitose. La mobilitazione s’è spostata dai capannoni industriali alle vie del centro di Firenze, dove ha sede la boutique che, accanto alle storiche penne, vende borse e altri oggetti di pelletteria. Nel frattempo, altri presidi erano stati organizzati davanti ai negozi di Milano, in galleria Vittorio Emanuele, e a quelli di Napoli, Roma, Bologna e Verona.

In quell’occasione, il sindacato Sudd Cobas aveva denunciato “la vergogna di operai pagati tre euro l’ora per turni di dodici ore al giorno che producono borse da 1.700 euro” e chiesto alla Regione Toscana di convocare al tavolo il gruppo Richemont, proprietario del marchio Montblanc, in merito alla vicenda del taglio e successivo azzeramento delle commesse alle ditte cinesi: scelta non dettata da motivazioni di carattere produttivo, ma da una ritorsione rispetto alla mobilitazione sindacale avviata nel 2023 per chiedere salari e orari equi.

Riguardo la spinosa situazione creatasi, il gruppo svizzero Richemont – uno dei giganti del lusso mondiale specializzato in gioielli, orologi e accessori di moda con un fatturato di oltre 20 miliardi di euro e un utile operativo di quasi cinque miliardi nel 2024 – parrebbe aver rilasciato, all’epoca, la sola dichiarazione che l’interruzione del rapporto con le due ditte è il risultato del loro mancato rispetto del codice etico del Gruppo.

Il 21 gennaio scorso, il quotidiano La Nazione – titolando l’articolo Montblanc chiede il ’daspo sindacale’  – è tornato sull’argomento per informare che, per tutelare “la propria reputazione”, il brand del lusso ha richiesto al Tribunale di Firenze (Sezione Civile) di emettere nei confronti del Sudd Cobas un divieto a manifestare nel raggio di cinquecento metri dalla boutique di via Tornabuoni, nel salotto buono di Firenze, pena sanzioni da cinquemila euro.

Da una parte, Montblanc accusa il sindacato e alcuni suoi appartenenti d’aver “ripetutamente formulato, e continuano a formulare, accuse false e diffamatorie nei confronti dell’azienda in merito a presunte condotte scorrette nei confronti dei dipendenti di un ex fornitore”; dall’altra, i Sudd Cobas accusano Montblanc d’aver “deciso di scrivere una delle pagine più indegne della storia delle politiche antisindacali di questo paese”.

Ho provato a parlare di questa vicenda con amici e colleghi, ma nessuno era a conoscenza dell’episodio e, per il sottoscritto, già questo è un interessante argomento su cui riflettere.

Informati a grandi linee dell’accaduto, ho raccolto diversi commenti.

C’è chi mi ha detto che è tutto inutile, che la protesta di questi lavoratori non servirà a nulla, ma non mi hanno convinto: ero e resto d’accordo con quanto scritto da Stig Dagerman nel suo libro La politica dell’impossibile: “[…] è necessario ribellarsi, attaccare questo ordine nonostante la tragica consapevolezza […] che ogni difesa e ogni attacco non possono essere altro che simbolici. E tuttavia devono essere tentati, se non altro per non morire di vergogna”.

Ecco, intanto s’inizi a non morire di vergogna, prima di morir di fame.

C’è chi ha detto che i sindacalisti che si stanno esponendo rischiano grosso e su questo, invece, son d’accordo: “Conosco l’ambiente dell’industria, perché l’ho visto, sono entrato nelle fabbriche, nelle officine; ho visto i padroni seduti al tavolo delle trattative o nel proprio ufficio, mi hanno indicato le loro case, mi hanno mostrato le loro proprietà, ho visto le loro auto davanti alla fabbrichetta, e sono entrato nei loro negozi; […] uno l’ho guardato da vicino, vicinissimo, quando ha tentato di investirmi” – scriveva Paco Ignacio Taibo II nella sua raccolta di racconti intitolata E doña Eustolia brandì il coltello per le cipolle.

C’è anche chi ha detto il contrario, ossia che i sindacalisti sono quelli che rischiano meno di tutti perché, a breve, verranno sicuramente avvicinati da “qualcuno” e convinti a passare dall’altra parte della barricata, e questa purtroppo non è una novità: “[…] ti buttano addosso merda a palate, e poi ti dicono, vieni con noi, qui c’è un buon posto, farai i soldi in fretta… ma quello che vogliono da te è che diventi obbediente come un cane, e che tutto quello che hai imparato come sindacalista lo usi per controllare i lavoratori” – ancora Taibo II.

C’è anche chi ha detto a chiare lettere che i sindacalisti sono solo dei rompicoglioni, un po’ come scriveva il buon Valerio Evangelisti nel suo bel romanzo One Big Union: “Siamo usciti dalla crisi della fine degli anni Novanta. Stiamo entrando in un periodo di prosperità. C’è lavoro, si produce, la ricchezza aumenta. I poveri non sono più per strada a fare lavori inutili, disposti da sindaci e governatori troppo buoni. E chi ti salta fuori? Il rompicoglioni di sempre. Il sindacalista, il socialista, l’anarchico”.

In One Big Union, il protagonista – un giovane meccanico americano, religioso, affezionato alla famiglia, con pregiudizi razziali e un patriottismo che sconfina nel nazionalismo – s’infiltra nei sindacati col fine di combattere gli scioperi e riportare la disciplina fra i lavoratori, per conto di agenzie investigative come la Pinkerton e la Burns (da cui nascerà l’FBI) – agenzie pagate da industriali e grandi proprietari. Attraverso le sue vicissitudini, si seguono i grandi scioperi dei ferrovieri di fine Ottocento sino all’epopea, nei primi vent’anni del Novecento, dell’Industrial Workers of the World, l’organizzazione che cercò di unificare gli operai precari e non specializzati di tutte le etnie, usando armi inedite quali i volantini multilingue, la canzone e il fumetto.

Ma torniamo agli operai precari di tutte le etnie dei giorni nostri.

Fra le varie reazioni, c’è stato anche chi ha sostenuto che il sindacato continua ad avere troppo potere, e così mi è venuto in mente 1985, l’interessante romanzo di Anthony Burgess basato sull’opera di George Orwell, 1984, da cui trae spunto per il titolo. È un libro dove, in un futuro dominato dai sindacati e oramai completa­mente allo sfascio, il protagonista decide di non sottostare alla disciplina collettiva e così, dopo aver ascoltato le ultime parole della moglie bruciata viva in un ospedale durante uno sciopero dei pompieri – «Non permettere che vadano impuniti» –, inizia la sua lotta solitaria, ca­parbia e disperata, in nome della libertà di scelta tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra la volontà e la convenienza.

Ascolto tutti, son fatto così.

Ascolto tutti, ragiono sull’elucubrazioni altrui e poi vedo cosa m’è rimasto in mano.

Stavolta resto con la sensazione che, tempo fa, per non danneggiare la propria immagine, una ditta come la Montblanc non si sarebbe avventurata in una querelle di questo genere e che se, invece, oggi succede è perché s’è pensato che, al contrario, l’immagine non solo non verrà danneggiata ma, chissà, magari ne trarrà addirittura qualche giovamento, un beneficio. Ma, ripeto, è solo una mia personalissima sensazione, frutto anche dei commenti da me raccolti, poco o nulla in sintonia coi lavoratori pachistani e afghani.

Purtroppo, è tutto qui quanto m’è rimasto in mano.

Se penso alle marce e alle battaglie ferocissime ascoltate, viste e vissute per decenni, per la conquista di diritti sociali e civili…

Meno male che i Miei non son più qui a veder tutto ‘sto sfacelo.

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lunedì 13 gennaio 2025

I servizi segreti «infiltrano» le università - Luciana Cimino

Il decreto sicurezza disegnato dal ministro dell’Interno Piantedosi suscita preoccupazione anche negli atenei. L’associazione italiana per la Scienza Aperta (Aisa) ha segnalato i pericoli per la libertà della ricerca contenuti nel dispositivo ora in discussione al Senato.

(da il manifesto)

Il decreto sicurezza disegnato dal ministro dell’Interno Piantedosi suscita preoccupazione anche negli atenei. L’associazione italiana per la Scienza Aperta (Aisa) ha segnalato i pericoli per la libertà della ricerca contenuti nel dispositivo ora in discussione al Senato.

In particolare, ricercatori e docenti segnalano il primo comma dell’articolo 31 che «obbliga chi lavora nelle università e negli enti di ricerca a collaborare con i servizi segreti». L’articolo in questione mira a modificare la legge del 2007 sul sistema di informazione per la sicurezza. Ma se quel testo disciplinava che «il Dis, l’Aise e l’Aisi possono corrispondere con tutte le pubbliche amministrazioni e con i soggetti che erogano (…) servizi di pubblica utilità e chiedere ad essi la collaborazione necessaria per l’adempimento delle loro funzioni istituzionali», la nuova formulazione del governo Meloni cambia l’ordine dei soggetti e il verbo, modificando in peggio la collaborazione tra organi dello stato e università.

Si legge infatti nella bozza in corso di approvazione: «Le pubbliche amministrazioni, le società a partecipazione pubblica o a controllo pubblico e i soggetti che erogano servizi di pubblica utilità sono tenuti a prestare al Dis, all’Aise e all’Aisi la collaborazione e l’assistenza richieste». E poi stabilisce che gli accordi di collaborazione tra servizi segreti e università «possono prevedere la comunicazione di informazioni ai predetti organismi anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza».

Ed è questo il punto che allarma l’associazione di docenti universitari. «Il potere dei servizi di informazione di corrispondere con gli altri soggetti si trasforma in obbligo di questi ultimi di prestare collaborazione e assistenza – si legge nella nota di Scienza Aperta – L’imposizione nell’ambito universitario dell’obbligo di collaborare suscita preoccupazione: la disposizione legislativa, anche per la sua ambiguità, si presta a essere interpretata come fonte di un anomalo potere investigativo in capo ai servizi di informazione da utilizzare nei confronti di università ed enti pubblici di ricerca. Tale potere si pone in frontale contrasto con la Costituzione».

L’Aisa riporta anche le parole dell’ex procuratore Armando Spataro che, in sede di audizione, aveva sollevato la questione. Per Spataro la norma risponde a un generale «orientamento politico finalizzato ad estendere il ruolo delle agenzie di informazione nella direzione di attività che non competono loro, come, in particolare, quelle di indagine giudiziaria».

Nell’ambito del movimento di ricercatori e precari contro la riforma Bernini sul reclutamento e contro il definanziamento dell’università pubblica, l’Aisa chiede agli «organi di rappresentanza dell’università italiana e degli enti pubblici di ricerca di fare sentire la propria voce» e al Parlamento di non approvare il ddl sicurezza.

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domenica 29 dicembre 2024

Genocidio come cancellazione coloniale

 

Intervista a Francesca Albanese (di Anna Maria Selini da Altreconomia), relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, che a fine ottobre ha presentato all’Assemblea generale il suo ultimo lavoro. Riguarda la distruzione della popolazione civile in atto nella Striscia di Gaza ma anche in Cisgiordania e a Gerusalemme. “C’è un genocidio in corso, preparato dall’impunità che è stata garantita a Israele”


Continua a ripetere che non è lei la notizia e non si lascia intimorire dagli attacchi. “Sono più gli attestati di stima”, assicura Francesca Albanese, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, che a fine ottobre ha presentato all’Assemblea generale dell’Onu il suo ultimo rapporto intitolato “Genocidio come cancellazione coloniale”. L’abbiamo intervistata.

Albanese, nel precedente rapporto affermava che vi erano elementi per parlare di atti genocidiari a Gaza. Questo rapporto ne è l’evoluzione?
FA In qualche modo è l’evoluzione del precedente, anche se non avrei mai immaginato di dover scrivere anche questo. Credevo che tutto questo si sarebbe fermato, vista anche la crescente pressione internazionale dopo l’accusa del Sudafrica a Israele di aver violato la Convenzione sul genocidio. E, invece, non solo la violenza non si è fermata, ma si è andata intensificando e allora ho continuato a documentare. Ho visto che certi atti potenzialmente criminosi venivano commessi anche se con intensità differente, in Cisgiordania e a Gerusalemme, e allora ho cominciato a unire i puntini soprattutto alla luce della giurisprudenza sul genocidio. Non mi spiego tuttavia come tutto che quello che abbiamo e sappiamo sul genocidio, non ci aiuti a prevenirlo.

A quali conclusioni è arrivata?
FA
 Che c’è un genocidio in corso, preparato dall’impunità che è stata garantita a Israele. E non solo a Gaza, ma in tutto il territorio palestinese occupato: in un anno, solo in Cisgiordania, sono stati uccisi un quinto di tutti i bambini palestinesi che Israele ha ucciso in 24 anni in questa parte del territorio palestinese; qui sono state uccise oltre 700 persone, una cifra dieci volte più elevata rispetto alla già alta media annuale degli ultimi anni. Israele ha violato per decenni il diritto internazionale e varie convenzioni, come quella sull’apartheid. Ha violato risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale Onu: quest’anno ha commesso crimini nei confronti delle Nazioni Unite, colpendo il 70% delle strutture dell’Unrwa (l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) a Gaza, e uccidendo oltre 200 dipendenti Onu. Come se non bastasse, ha lanciato una campagna diffamatoria nei confronti dell’Unrwa, fino a renderla illegale; ha dichiarato persone non gradite relatori indipendenti come me e persino il Segretario generale Onu António Guterres. Ha condotto vere e proprie campagne intimidatorie nei confronti dei funzionari delle Nazioni Unite ed è ormai noto che i servizi segreti israeliani abbiano minacciato alti funzionari della Corte penale internazionale. Che cos’altro si deve aspettare per considerare Israele uno Stato che non ha il diritto di voto all’interno dell’Assemblea generale, finché non cambi condotta? E soprattutto, perché Israele è al di sopra della legge?

Quando inizia il genocidio? È precedente o è una risposta al 7 ottobre?
FA
 Alcuni storici parlano di vari stadi del genocidio: ci sono dei precursori e l’eliminazione della presenza e dell’identità palestinese in quello che resta della Palestina storica è uno, oltre che un elemento fondamentale per la realizzazione di Israele come “Stato unico degli ebrei” dalla riva al mare (tale è il progetto del “Grande Israele”). L’odio ideologico contro i palestinesi è da tempo diventato dottrina politica. Quando si disumanizza l’altro e non lo si vede più come un essere umano, ma come una massa informe -in cui le persone non sono più adulti o bambini, musicisti, giuristi o panettieri, dottori o muratori- questa massa può essere trattata semplicemente come dei numeri, che non fanno più breccia nel cuore delle persone. Ma la disumanizzazione dell’altro non è soltanto opera di Israele: il razzismo aleggia nelle nostre società occidentali ed è evidente nei confronti dei palestinesi, sterminati a dozzine ogni giorno da 14 mesi senza che si riesca a empatizzare con loro. Questo ci dice che non abbiamo capito nulla né del passato, né del terribile presente che ci troviamo ad affrontare.

In Italia il dibattito è soprattutto sull’uso del termine genocidio.
FA
 C’è una cultura del diniego, una determinazione quasi ossessiva di non volere affiggere tale termine a quello che Israele sta facendo e, invece, è importante usarlo, non perché il genocidio sia più grave di altri crimini: è un crimine diverso ed è proprio la definizione che non può mancare qui, perché i palestinesi soffrono la commissione di crimini contro l’umanità e crimini di guerra da anni. Ma ora emerge chiaramente proprio l’intento di distruggerli e lo si vede attraverso la commissione di almeno tre dei cinque atti che l’articolo 2 della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio indica appunto come costitutivi di genocidio: attraverso uccisioni, lesioni gravi dell’integrità fisica o mentale dei membri di un gruppo in quanto tale e il fatto di sottoporli deliberatamente a condizioni di vita intese a procurarne la distruzione. Quindi, basandomi sulla giurisprudenza esistente, ho proposto un approccio analitico che si impernia su una “tripla lente”: si deve guardare, cioè, alla totalità dei crimini e delle condotte commesse da Israele, contro la totalità dei palestinesi in quanto tali, nella totalità della Terra. I motivi di un attacco militare non vanno confusi con l’intento, che è la determinazione di commettere un genocidio, ormai evidente. Tanto più che l’obiettivo di una guerra è sconfiggere il nemico, non distruggere un gruppo in quanto tale: quello è appunto l’obiettivo di un genocidio. È chiaro che lo Stato e l’esercito d’Israele non stiano commettendo tanta violenza “solo” per liberare gli ostaggi, che altrimenti sarebbero stati liberati a questo punto, o per uccidere i membri di Hamas: ormai hanno eliminato tutta la leadership, perché continuare allora tanta violenza? Quando i ministri israeliani hanno cominciato a parlare di assedio assoluto, di sospensione dei viveri, del carburante e dei farmaci, si intuiva che cosa sarebbe successo e gli altri membri del governo non hanno fatto nulla per impedirlo, così come il Parlamento israeliano: c’è una palese responsabilità dello Stato.


La senatrice Liliana Segre ha ribadito che secondo lei non si tratta di genocidio, ma di crimini contro l’umanità e di guerra. Che cosa ne pensa?

FA Continuo a pensare che tanti in Italia abbiano una grandissima difficoltà a capire che cosa Israele stia facendo. Molti accettano persino l’accusa di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, accuse gravissime, ma non quella di genocidio. Come ripeto spesso, a costituire un genocidio non è l’esperienza personale, per quanto dolorosa, e nemmeno la nostra percezione di che cosa sia un genocidio, ma la legge. Quello che mi sento di dire è che questo momento è fondamentale per capire quello che molti si ostinano a non vedere. Mi preoccupa molto che si svilisca così agevolmente la forza preventiva del diritto rispetto a un crimine gravissimo del diritto penale internazionale.

Cioè?
FA
 I genocidi si possono prevenire quando vengono identificati sul nascere e qui, il genocidio, nonostante sia stato identificato -la Corte internazionale di giustizia ne ha riconosciuto la plausibilità nel gennaio 2024- è stato oscurato, incluso in Paesi come l’Italia. La storia dell’Olocausto avrebbe dovuto insegnarci che il genocidio comincia con la disumanizzazione dell’“altro”: è la storia di tutte e tutti noi, soprattutto di chi è erede di quei Paesi europei che hanno commesso il crimine di genocidio nei confronti degli ebrei e che si sentono responsabili di impedirne altri.

Nel suo rapporto parla anche del “Grande Israele”. Perché?
FA
 Perché è il contesto da cui non si può prescindere: da oltre 75 anni si rivendica un diritto esclusivo degli ebrei in Palestina, che vari governi israeliani hanno fatto di tutto per consolidare. E il genocidio è il culmine della violenza che un’opera di acquisizione della terra a danno dei suoi abitanti originari comporta, inclusa la discriminazione e la disumanizzazione dei palestinesi.

Qual è il suo bilancio di questi primi due anni e mezzo di mandato?
FA
 È un impegno gravoso, ma tra le poche cose che mi riconosco, c’è l’aver “liberato” certe parole e aver mostrato che il mondo non va in frantumi se si osa dire la verità, il che purtroppo pare un atto rivoluzionario. L’altra cosa che riconosco al mio mandato è la capacità di accendere la speranza nelle persone, la forza di sapere che dal proprio impegno dipende il cambiamento. La mia speranza è di contribuire a smuovere le coscienze di tanti e muoverli all’azione.

La Corte penale internazionale ha emesso i mandati di arresto per il leader di Hamas, Mohammed Deif, l’ex ministro israeliano della Difesa, Yoav Gallant e il primo ministro Benjamin Netanyahu. La Francia ha detto che non arresterà i leader israeliani, l’Italia è stata ambigua. Che cosa ne pensa?
FA
 Penso che la Francia abbia messo l’amicizia, la convenienza e l’interesse politico al di sopra del diritto internazionale: è gravissimo ed è un illecito ai sensi dello Statuto di Roma (il trattato internazionale istitutivo della Corte penale internazionale, ndr). L’Italia è stata ambigua e mi dispiace. Su queste cose bisogna essere interamente dalla parte della legalità, che impone l’obbligo di cooperare con la Corte penale internazionale e quindi la presenza di una persona inquisita dalla Corte richiede l’arresto in caso di presenza sul territorio della Repubblica. Questo impone il rispetto del diritto internazionale, che nell’ordinamento italiano è fonte di diritto, secondo la Costituzione italiana. Mi colpisce quanto in Italia si parli poco della Costituzione. Neanche i costituzionalisti sembrano ribellarsi alla distruzione costante che si fa dei principi costituzionali e questo mi fa grande tristezza. 

Per parole come queste ha ricevuto minacce e l’accusa di antisemitismo. Non ha paura?
FA
 Per fortuna sono molti di più quelli che esprimono il loro apprezzamento e sostegno. Le organizzazioni ebraiche, che continuano a lanciare e sostenere il comunicato a mia difesa, sono ormai 50 in tutto il mondo. Io sostengo che lo Stato di Israele, in quanto membro delle Nazioni Unite, si debba conformare al diritto internazionale e che non lo possa violare impunemente. E nel momento in cui commette atti di genocidio, apartheid e continua a mantenere un’occupazione, che la Corte internazionale di giustizia ha definito illegale, deve affrontare le conseguenze. Anche in Italia ci sono ebrei che stanno facendo sentire la loro voce contro l’orrore che Israele va portando avanti nei confronti dei palestinesi, come il Laboratorio ebraico antirazzista (LƏA). Succede in tante parti del mondo e per questo ho molta fiducia e sono fiera dei rapporti forti che ho costruito con tanta società civile in vari paesi del mondo: ovunque, in prima linea, ci sono comunità ebraiche progressiste. Al tempo stesso provo grande tristezza e dolore nel vedere come reagisce larga parte di quelle italiane, la cui postura si scontra profondamente con quello che emerge dall’impegno che in questi due anni e mezzo di vicinanza a tanti ebrei, soprattutto accademici, ho compreso: che l’ebraismo è la religione dell’oppresso, naturalmente vicina alle vittime di ingiustizie, non all’oppressore. Il trauma collettivo di un popolo non può essere usato per tenere in ostaggio la giustizia.

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martedì 17 dicembre 2024

Cittadini stranieri e oppositori politici, poi studenti, detenuti, raver, famiglie arcobaleno. Sono gli obiettivi colpiti, spesso per decreto, da due anni di provvedimenti liberticidi. Norme che precedono il ddl sicurezza 1236 (ex 1660)

 


di Giansandro MerliEleonora MartiniLuciana Cimino

 

 da il manifesto

 

Non solo il ddl 1660, quello che l’associazione Antigone ha definito «il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana» e contro cui oggi a Roma protestano movimenti, associazioni e partiti. I due anni di governo delle destre sono lastricati di provvedimenti liberticidi che limitano i diritti e colpiscono il dissenso. Eccole qui, le «leggi melonissime».

DECRETO RAVE
Il «divieto di tekno» viene firmato il 31 ottobre 2022, appena nove giorni dopo il giuramento del governo al Quirinale. Il pretesto è una festa non autorizzata in corso in un capannone abbandonato alle porte di Modena su cui si è concentrata l’attenzione mediatica. Mentre i partecipanti stanno ancora ballando l’esecutivo emana il dl anti-rave. Dentro c’è il primo nuovo reato partorito dalla maggioranza: articolo 633 bis c.p., «Invasione di terreni o edifici pubblici con pericolo per la salute pubblica o l’incolumità pubblica». Chi organizza o promuove un raduno illegale musicale in cui circolano stupefacenti rischia tra tre e sei anni di carcere, multe pesanti e la confisca dell’impianto. Pene così alte permettono l’uso delle intercettazioni preventive. Dall’entrata in vigore della norma non registrano altri grandi teknival, ovvero feste gratuite di più giorni realizzate occupando spazi abbandonati e sparando musica elettronica. I rave continuano, ma a grandezza ridotta. In diverse parti di Italia le cronache segnalano interruzioni e sequestri.

DECRETO ANTI-ONG
Il 2023 comincia con una misura bandiera del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ha la data del 2 gennaio, il titolo di «Disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori» e un unico oggetto: le navi ong. La misura introduce sette violazioni sulla cui base possono scattare fermo e multa. In caso di reiterazione le sanzioni crescono di livello: con la terza scatta la confisca del mezzo di soccorso. Alla legge il governo associa una nuova gestione delle richieste di sbarco avanzate dalle organizzazioni umanitarie. Non più i porti chiusi di Salvini o le lunghe attese al largo di Lamorgese: lo scalo è assegnato subito dopo il primo salvataggio, ma lontanissimo. Le navi sono costrette a traversate di centinaia di chilometri con pochi naufraghi a bordo. Intanto le autorità portuali dispongono un fermo dietro l’altro, unicamente sulla base dei resoconti della sedicente «guardia costiera» libica. A ogni sanzione scatta un ricorso. In fase cautelare, quando arriva il pronunciamento, le ong ottengono sospensioni e revoche dei sequestri. Nel merito i giudici danno loro ragione quasi sempre. A ottobre scorso il tribunale di Brindisi solleva una questione di legittimità costituzionale: sul decreto si esprimerà la Consulta. In ogni caso nel 2023 le ong salvano 14mila migranti sui 153mila sbarcati: il 9% del totale. Nel 2024, invece, 11.500 su 64mila: il 18%.

FAMIGLIE OMOGENITORIALI
Mentre viene discusso il Regolamento Ue che chiede agli Stati membri di riconoscere i diritti alle famiglie omogenitoriali, il ministro dell’Interno Piantedosi richiama all’ordine l’amministrazione mandando una circolare (datata 19 gennaio 2023) in cui invita i prefetti a opporsi all’iscrizione anagrafica dei figli di queste coppie. Da allora, di mese in mese, a casa di molte famiglie arcobaleno arrivano delle «notifiche». Avvisano che «non possono essere iscritte in un certificato di nascita due persone dello stesso sesso». Il genitore non biologico va cancellato. Molti sindaci interrompono le registrazioni e la procura di Padova chiede di annullare gli atti di nascita di 37 bambini salvo poi accogliere la questione di incostituzionalità sollevata dai genitori. Il 10 marzo il prefetto di Milano obbliga il Comune a interrompere il riconoscimento dei figli di coppie omogenitoriali. Alcuni sindaci si ribellano continuando a registrare i bambini.

DECRETO CUTRO
Dopo i grandi naufragi di Lampedusa dell’ottobre 2013 il governo Letta aveva dato il via alla missione di ricerca e soccorso Mare Nostrum, che ha salvato oltre 100mila migranti. Dopo il naufragio di Steccato di Cutro, che all’alba del 26 febbraio 2023 è costato la vita a un centinaio di persone, il governo Meloni ha varato un dl che, convertito in legge, stabilisce: l’ampliamento dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e l’aumento del periodo di detenzione amministrativa; l’esclusione dei richiedenti asilo dal Sistema di accoglienza e integrazione (ex Sprar); la creazione di strutture di accoglienza provvisorie con prestazioni inferiori; una stretta sulla conversione dei permessi di soggiorno dei minori stranieri non accompagnati; la limitazione dei permessi di soggiorno speciali per protezione, cure mediche o calamità; la semplificazione della revoca di accoglienza e status di rifugiato; l’inasprimento delle pene per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Soprattutto, introduce un nuovo reato per «dare la caccia agli scafisti in tutto il globo terracqueo», come dichiara la premier Meloni. Articolo 12 bis del Testo unico sull’immigrazione: «Morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina», pene tra 20 e 30 anni. La legge rende anche possibile trattenere i richiedenti asilo provenienti dai Paesi sicuri durante le «procedure accelerate di frontiera» di esame della domanda d’asilo. È il seme da cui dovrebbero sbocciare i centri in Albania.

DECRETO CAIVANO
È una delle misure più simboliche dell’uso spudorato della decretazione d’urgenza da parte del governo Meloni, approvata a colpi di fiducia nel settembre 2023, al fine di inseguire gli umori popolari dopo i drammatici fatti di cronaca avvenuti in provincia di Napoli, al Parco Verde di Caivano (9 persone arrestate, di cui 7 minorenni, per lo stupro di due cuginette di 10 e 12 anni). Il decreto, al netto dei progetti di rigenerazione urbana anti-degrado, si fonda su un’azione esclusivamente punitiva: pene fino a due anni per i genitori che non rispettano l’obbligo di istruzione dei figli; minorenni imputabili e sanzionabili già dai 14 anni, quando diventano potenziali destinatari del provvedimento di allontanamento «Daspo urbano»; aumento delle pene per il porto abusivo d’armi e per reati di lieve entità in materia di stupefacenti. Diventa più facile per i minorenni accusati di spaccio o porto d’armi finire nelle cosiddette «carceri minorili», anziché nelle comunità, e si tenta di agevolare il passaggio degli over 21 dagli Istituti penali per minori (Ipm) alle carceri per adulti. Secondo Antigone, dopo un anno di applicazione del decreto Caivano il numero di detenuti negli Ipm è aumentato di circa il 50%.

DDL ECO-VANDALI
Sulla carta è una legge voluta dall’ex ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano per punire chi deturpa i beni culturali. Nei fatti serve a criminalizzare le organizzazioni ambientaliste e in particolare le proteste di Ultima Generazione ed Extinction Rebellion. Il disegno di legge, approvato a gennaio 2024, punisce con multe da 10mila a 60mila euro e la reclusione fino a cinque anni le manifestazioni non violente. A marzo l’Onu bacchetta l’Italia per questa norma e vari paesi Ue per una «risposta sproporzionata alla disobbedienza civile pacifica e la preoccupante tendenza a restringere il campo della protesta legale».

PROTOCOLLO ALBANIA, LA RATIFICA
A febbraio 2024 il parlamento vota la legge di ratifica del protocollo Roma-Tirana. L’obiettivo è deportare ogni anno oltre Adriatico fino a tremila richiedenti asilo provenienti dai Paesi sicuri, facendogli svolgere dietro le sbarre dei centri, spesa stimata tra 650 milioni e un miliardo, le procedure d’asilo. Il progetto va a sbattere contro le decisioni dei giudici che non convalidano in due round la detenzione dei 18 migranti che finora hanno varcato la soglia della struttura di Gjader. È attesa in questi giorni la sentenza della Cassazione sui ricorsi del Viminale, ma probabilmente la partita si deciderà la prossima primavera davanti alla Corte di giustizia Ue.

DDL NORDIO
In vigore dall’agosto 2024, il disegno di legge per la riforma della giustizia presentato dal ministro Carlo Nordio e preteso da Forza Italia (mentre la Lega premeva per l’Autonomia differenziata e Fdi per il premierato) interviene sul codice penale, sul codice di procedura penale, sull’ordinamento giudiziario e su quello militare. Tra le principali norme: abolizione del reato di abuso d’ufficio; modifica della disciplina sulle intercettazioni con limitazione dei poteri di pubblicazione; modifica del reato di traffico di influenze illecite con restringimento del campo di applicazione e innalzamento lieve della pena minima; nuova composizione collegiale del gip; divieto per il pm di presentare appello contro le sentenze di proscioglimento emesse in relazione a reati di «contenuta gravità».

DECRETO CARCERI
Tramutato in legge ad agosto 2024, e sbandierato dal ministro Nordio come soluzione ai problemi del sovraffollamento penitenziario e alla piaga dei suicidi in cella, per la Lega è l’ennesimo «svuota carceri». Né l’uno né l’altro perché il decreto in vigore dal 5 luglio non ha minimamente intaccato l’eccesso di presenze negli istituti penitenziari italiani giunto ormai alle 16 mila unità (62.400 detenuti in 47mila posti disponibili): un record che non si registrava dal 2013, l’anno della condanna europea per trattamenti inumani e degradanti. Il provvedimento stabilisce l’assunzione di mille agenti di polizia penitenziaria (500 nel 2025 e 500 nel 2026); autorizza lo scorrimento delle graduatorie per i funzionari; interviene sulle indennità dei dirigenti e dei medici; prevede un commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria (nominato Marco Doglio che ha a disposizione 36 milioni di euro per ricavare nuove carceri dalla ristrutturazione di vecchi edifici); istituisce un albo di comunità adibite alla detenzione domiciliare. E inserisce il nuovo reato contro la pubblica amministrazione, quello di indebita destinazione di denaro o cose mobili, per compensare parzialmente l’abolizione dell’abuso d’ufficio contenuta nel ddl Nordio. In favore dell’«umanizzazione» della detenzione solo un leggero incremento delle telefonate concesse ai reclusi e il calcolo immediato delle detrazioni previste dalle norme sulla liberazione anticipata. Per effetto del decreto le persone in regime di 41 bis non possono accedere alla giustizia riparativa.

REATO UNIVERSALE DI GPA
È forse la legge più paradossale del governo Meloni, descritta come un «inapplicabile obbrobrio giuridico»: l’Italia si inventa di definire reato ciò che per altri 65 Paesi democratici del mondo reato non è, mentre in alcuni Stati è addirittura un diritto. Ovvero la gestazione per altri (Gpa). Intervenendo sulla Fecondazione medicalmente assistita normata dalla legge 40/2004, già fatta a pezzi da Consulta e corti internazionali che ne hanno depotenziato di molto il carattere liberticida, la «proposta Varchi» approvata in via definitiva dal Senato il 16 ottobre scorso vieta ai cittadini italiani il ricorso alla maternità surrogata anche se ottenuta in un Paese dove essa è legale e legalizzata, o semplicemente accettata. Dunque di «universale», al di là della voluta confusione lessicale, nella legge non c’è proprio nulla. Tranne un pregiudizio tutto italiano. Che colpisce in particolare le coppie omosessuali maschili, le più «intercettabili» alle frontiere, quelle che in Italia non possono adottare un minore come accade in altri 39 Paesi del mondo. Da ricordare però che è eterosessuale la maggior parte delle persone che intraprende viaggi della speranza in Paesi come Olanda, Grecia, Portogallo, Gran Bretagna, Usa e Canada per avere un figlio grazie alla volontaria gestazione di una madre surrogata, che sia a pagamento o per solidarietà. Per molti giuristi il reato è inapplicabile perché viola vari principi costituzionali. E infatti, riferisce l’associazione Coscioni, «la Cassazione ha già archiviato le poche inchieste aperte sulle coppie che hanno usato la Gpa nei Paesi dove è legale e che sono state sospettate di aver iniziato l’iter in Italia».

LEGGE ANTI-STUDENTI
Il ministro all’Istruzione (e merito) Giuseppe Valditara aveva esordito parlando della necessità di «umiliare gli studenti». Le polemiche non lo hanno scoraggiato e la legge di riforma della condotta approvata a ottobre di quest’anno ne è la prova. Torna il voto sulla disciplina, con un’insufficienza si viene rimandati a settembre con obbligo di recupero e il voto incide sulla valutazione finale all’esame di maturità. Gli studenti sospesi per un massimo di due giorni devono svolgere attività di recupero e presentare un elaborato. Per sospensioni superiori ai due giorni, invece, gli alunni sono coinvolti in attività presso strutture scelte dal MiM. Sono introdotte multe da 500 a 10 mila euro per le aggressioni a docenti e personale scolastico. Facile intuire che, a parte il tema delle violenze, i principali destinatari di conseguenze gravi sono gli studenti che protestano per la scuola pubblica. La riforma del ministro leghista corrisponde all’idea di educazione autoritaria della destra: più che formare cittadini, vuole reprimere il dissenso.

DL FLUSSI
Oltre agli interventi sulle procedure per l’ingresso regolare di lavoratori migranti e quelli a tutela delle vittime di caporalato, dentro questa norma cresciuta a dismisura nel passaggio in Commissione c’è davvero di tutto. È stata convertita in legge il 10 dicembre. Le ong sono di nuovo sotto attacco: ostacoli agli aerei che monitorano il Mediterraneo e, soprattutto, semplificazione della confisca delle navi già prevista dal decreto Piantedosi. Diventa possibile accedere ai dispositivi elettronici dei migranti alla ricerca dei dati per identificarli. In risposta al flop albanese il governo sposta la competenza sulle convalide dei trattenimenti dei richiedenti asilo dalle sezioni specializzate in immigrazione alle Corti d’appello, sperando di avere maggiore fortuna. È l’«emendamento Musk», visto che proprio l’uomo più ricco del mondo aveva detto ai giudici del tribunale di Roma che hanno liberato i richiedenti dai centri in Albania di «andare via». La legge rende più difficili i ricongiungimenti familiari e include, come emendamento, la nuova lista dei Paesi sicuri. Un manifesto «melonissimo» delle politiche migratorie del governo.

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mercoledì 25 settembre 2024

Migranti, poveri, disobbedienti: per il Governo tutti criminali - da Esecutivo di Magistratura democratica

 


Il messaggio del Ddl sicurezza è chiaro: legge e ordine, chi protesta, chi è marginale, chi non pratica ginnastica d’obbedienza domani rischierà ben più di ieri. Pur nella consapevolezza del carattere articolato dell’intervento normativo, rileviamo che il Ddl 1660 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario) di iniziativa governativa, esprime una “visione” dei rapporti tra autorità e consociati fortemente orientata al versante dell’autorità, coltivando l’ambizione di risolvere – con l’inasprimento di pene, l’introduzione di nuovi reati, l’ampliamento dei poteri degli apparati di pubblica sicurezza – problemi sociali che probabilmente potrebbero trovare più efficaci risposte senza usare per forza la leva penale. Colpisce, nel complesso, la tendenza a introdurre nuove incriminazioni e, in linea generale, a introdurre inasprimenti sanzionatori. Una linea di tendenza che però non assicura affatto risultati concreti sul piano della prevenzione dei fenomeni criminali.

Preoccupa, in secondo luogo, la costruzione di nuove fattispecie penali (o l’introduzione di aggravanti) che perseguono l’obiettivo di sanzionare in modo deteriore gli autori di reato che hanno commesso fatti nel corso di manifestazioni pubbliche o di iniziative di protesta contro la realizzazione di c.d. grandi opere. A ciò si aggiunge l’ampliamento del catalogo di misure di prevenzione atipiche, con attribuzione del potere al Questore di vietare a determinate categorie di persone l’accesso ai luoghi ove si realizzano le c.d. grandi opere. Si tratta di previsioni che intendono disegnare un “tipo d’autore” veicolando nel discorso pubblico l’idea che la pubblica manifestazione di protesta è in sé un fatto da stigmatizzare.

Espressione della over-criminalization per “tipo di autore” sono anche la previsione o l’inasprimento delle misure repressive nei confronti di chi occupa case, di chi fa blocchi stradali (anche non violenti), di chi adotta iniziative di protesta particolarmente appariscenti (si allude alle norme che intendono aggravare il trattamento sanzionatorio rispetto a fenomeni di protesta come quelli posti in essere dal movimento Ultima generazione). Novità che lasciano perplessi sia in ordine alla proporzionalità della risposta sanzionatoria (che si vuole inasprire) sia sotto il profilo della selezione dei fatti cui attribuire disvalore penale (si pensi ai blocchi stradali non violenti).

Sempre nel solco dell’ampliamento dei poteri attribuiti all’autorità di pubblica sicurezza di incidere direttamente sulla libertà personale meriterebbe una seria riflessione l’ampliamento delle ipotesi di possibilità di arresto in c.d. flagranza differita, posto che essa rischia di porsi in frizione con le garanzie scolpite nell’art. 13 della Costituzione.

Come espressione di una logica penale principalmente repressiva e muscolare si segnalano, ancora, le norme in materia penitenziaria: gli interventi che potenzialmente renderanno possibile l’ingresso in carcere di bambini di età inferiore a tre anni (o la forzata rescissione dei legami con la madre); l’introduzione del reato di rivolta penitenziaria (che incrimina anche atti di resistenza passiva all’esecuzione di ordini, senza nemmeno avere la cura di specificare che tali ordini debbono essere almeno legittimi…); l’introduzione di ulteriori ipotesi di ostatività o di automatismi che rendono più arduo l’accesso a benefici penitenziari.

Per contro – e rispondendo alle attese elettorali che alimentano il consenso di forze ampiamente rappresentate in Parlamento – si introducono numerose disposizioni che intendono offrire uno statuto privilegiato agli operatori del settore della sicurezza pubblica: il porto d’armi senza licenza (che ha l’effetto potenziale di aumentare il numero di armi in circolazione); l’introduzione di fattispecie incriminatrici ad hoc (con possibilità di arresto in flagranza differita); l’introduzione della possibilità di avere sostegno economico in caso di sottoposizione a procedimenti penali in conseguenza di fatti connessi all’esercizio della funzione rivestita (a differenza della generale platea dei dipendenti pubblici). Il Ddl interviene anche sulla questione migratoria. E lo fa – ancora una volta – con interventi normativi che intendono rendere più difficile il soccorso (si allude agli interventi di modifica al codice della navigazione, che possono introdurre ulteriori ostacoli alle attività delle Ong impegnate nei soccorsi in mare) e più difficile la vita dei migranti, una volta giunti sulle rive italiane.

Anche se il nome giornalistico del provvedimento, scelto dalla maggioranza di governo, richiama la “sicurezza”, molte delle disposizioni di questo decreto non solo non giovano alla sicurezza pubblica ma anzi rendono le città meno sicure per tutti. È certamente il caso della disposizione che modifica il codice delle comunicazioni elettroniche, obbligando gli esercenti commerciali che vendono SIM a richiedere il permesso di soggiorno a persone straniere come condizione per procedere all’acquisto. Una vera e propria disposizione anti-migranti, che limita la possibilità di acquistare e possedere beni nei confronti di una categoria di cittadini stigmatizzata in base all’etnia, così riportando alla memoria i tempi più bui del secolo scorso.

Ma non è solo questo. Prendersi carico della sensazione di insicurezza che viene percepita, soprattutto nei grandi centri urbani, a seguito dei ricorrenti episodi di violenza che hanno per protagonisti migranti che vivono in strada, soprattutto nelle zone delle stazioni, senza nessun accesso alle reti della società, significa, come il semplice buon senso dovrebbe chiarire a chiunque, dotarsi un sistema sociale di presa in carico di queste persone: identificarle innanzitutto, visitarle per capire se hanno problemi fisici o psichici che richiedano interventi immediati, allocarle in centri dove abbiano almeno un letto e un pasto garantito e soprattutto toglierle immediatamente dalla strada, dove l’unico sbocco di sopravvivenza è la criminalità, che infatti spesso li sfrutta coinvolgendoli nel consumo e nel piccolo spaccio di stupefacenti, così aggravando le loro problematiche psichiche e personali e incrementando la possibilità di condotte violente. Questo ci rende tutti più insicuri. Rispondere con pene sempre più severe non aiuta certo le vittime di quei reati, che intanto li hanno subiti e continueranno a subirli in misura sempre maggiore, se i migranti non regolari vengono deliberatamente spinti a delinquere da disposizioni come questa.

Non vediamo poi cosa c’entrino con la sicurezza dei cittadini le tante norme del decreto che criminalizzano il dissenso verso le politiche di governo, come quella che introduce il reato di “blocco stradale”, chiaramente rivolta alle associazioni ambientaliste, o quella che introduce un’ulteriore circostanza aggravante dei delitti di resistenza a pubblico ufficiale se il fatto è commesso al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di un’infrastruttura strategica, anch’essa chiaramente rivolta alle manifestazioni contro la realizzazione di grandi opere come la TAV o il Ponte sullo Stretto, manifestazioni che peraltro vedono spesso un’ampia partecipazione delle comunità cittadine locali. L’unica “messa in sicurezza”, in questo caso, è quella delle politiche di governo, che usa il grimaldello del diritto penale per disincentivare e reprimere il dissenso, proprio da parte chi lamenta sempre la presunta “politicizzazione della giustizia”. Il Ddl 1660 – oggetto della libera discussione in Parlamento – sembra dunque usare la leva penale per disegnare simbolicamente un nuovo assetto dei rapporti tra Autorità e consociati, veicolando un chiaro messaggio: legge e ordine, chi protesta, chi è marginale, chi non pratica ginnastica d’obbedienza domani rischierà ben più di ieri. “La maggior parte delle sue disposizioni (come sostiene l’OCSE nel parere reso il 27 maggio 2024) ha il potenziale di minare i principi fondamentali della giustizia penale e dello stato di diritto”.

Non ci sembra che il Ddl, così come è formulato, sia un messaggio coerente con le esigenze del sistema penale e penitenziario, né con la proclamata necessità di costruire un sistema penale liberale e informato al garantismo.

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martedì 17 settembre 2024

Esce dal carcere, lo sbattono in un Cpr

 

Ancora persecuzione contro Mansour DoghmoshLe autorità italiane si accaniscono ancora contro un palestinese in Italia, padre di tre figli, appena scarcerato perché il tribunale non ha ritenuto valide le accuse contro di lui.

 

Qui di seguito un appello urgente lanciato per Mansour Doghmosh:

Nonostante la scarcerazione disposta dal Tribunale del Riesame dell’Aquila nell’udienza di lunedì 9 settembre, Mansour Doghmosh è stato trasferito in un CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri).

Oltre l’assurdità dell’accanimento, è necessario porsi una domanda: un rimpatrio dove? Mansour ha moglie e tre figli piccoli, e non può essere rimpatriato in Palestina, dove da 11 mesi si sta consumando un genocidio nel quale oltre 40mila palestinesi sono stati uccisi e dove rischierebbe la detenzione politica in un carcere israeliano dove – per la stessa Corte d’Appello dell’Aquila – torture e trattamenti inumani e degradanti sono la prassi. Il trasferimento di Mansour nel CPR rappresenta una grave violazione dei diritti umani, una decisione che lo espone al rischio di subire ulteriori persecuzioni e violenze.

Non possiamo rimanere in silenzio. Chiediamo a tutte e tutti di unirsi nel chiedere l’immediata liberazione di Mansour e il riconoscimento della protezione umanitaria per lui e per la sua famiglia. Non possiamo permettere che un palestinese venga ulteriormente vessato da ulteriori ingiustizie, dopo la detenzione. Chiediamo a tutte le organizzazioni politiche e sindacali, comitati e coordinamenti solidali con il popolo palestinese di mobilitarsi in presìdi davanti alle Prefetture delle diverse città italiane.

Libertà per Mansour Doghmosh!

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domenica 1 settembre 2024

Carcere: la scelta di buttare la chiave - Glauco Giostra

 

Il carcere scoppia, le condizioni di vita sono insostenibili, i suicidi si moltiplicano. Ma il Governo assume provvedimenti di pura facciata, progetta nuovi istituti di pena e insegue l’illusione punitiva, incurante del fatto che in questo modo – come dimostra l’esperienza degli Stati Uniti – non solo si violano i più elementari principi di umanità ma, in modo solo all’apparenza paradossale, aumentano i reati e l’insicurezza.

da Il Domani

 

Una sola cosa riesce a generare sconforto e indignazione quanto la disumana situazione carceraria: la cinica pervicacia con cui taluni si ingegnano ad ignorarla, a giustificarla o a minimizzarla. Se questi atteggiamenti siano dovuti a mala fede o a ignoranza è dubbio che schiude ad una risposta comunque sconcertante.

L’attuale Governo, pur riconoscendo la gravità della situazione, ha temporeggiato a lungo ricordando che si trattava di situazione ereditata. Poi, dovette prendere atto che non basta l’abusato alibi, peraltro solo in parte fondato, per giustificare l’inerzia: «Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate – ammoniva Martin Luther King – ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla». Venne allora concepito un decreto legge; si sperò che il ricorso alla decretazione d’urgenza esprimesse di per sé una rassicurante consapevolezza dell’indifferibile necessità di intervenire immediatamente. Attese tradite. Quasi si avesse a che fare con un incendio al di là del fiume, vi erano contenuti interventi destinati ad operare, taluni peraltro con assai opinabile efficacia, in un futuro non prossimo. Insomma, è come se a seguito di un drammatico incidente stradale ci fossero persone gravemente ferite, alcune agonizzanti, e, invece di soccorrerle, si sia intervenuti programmando la predisposizione di un robusto guard rail, una più visibile segnaletica stradale e l’assunzione di altri agenti della polizia stradale. È allora difficile non pensarlo: l’unica vera urgenza che ha motivato il decreto di recente convertito in legge è stata quella di ostentarsi non inattivi davanti ad una tragedia non più ignorabile.

Sta di fatto che la torrida bolgia carceraria continua a vivere da mesi il suo tempo più drammatico. Soltanto una cecità etica e costituzionale può consentire di non vedere la disumanità del dramma che si consuma tra quelle mura fatiscenti e incapienti. Bisogna però riconoscere che nell’agire del Governo c’è un’indiscutibile coerenza. Se procedessimo anche a un sommario text mining di tutte le iniziative di riforma ancora giacenti e di quelle portate a termine in materia di punizione penale, non potremmo non cogliere una inossidabile costante, unica e assorbente preoccupazione: sicurezza.

Basterebbe scrutinarne alcune. La Costituzione vuole che le pene tendano alla rieducazione del condannato? Meglio aggiungere che l’obbiettivo deve essere perseguito salvaguardando le esigenze di difesa sociale e la certezza della pena. C’è il rischio che gli agenti penitenziari possano sentirsi frenati dal reato di tortura nello slancio operativo necessario per garantire la sicurezza? Si propone l’abolizione del reato. C’è il pericolo che i detenuti, esasperati, pongano in essere proteste, anche di resistenza passiva? Si introduce il reato di rivolta carceraria. I penitenziari scoppiano? Il primo intervento è quello di aumentare di 1.000 unità la polizia penitenziaria. Insomma: il carcere concepito e demagogicamente rappresentato come luogo di irreversibile neutralizzazione sociale di chi è o può essere socialmente pericoloso. Una strada a tratti percorsa anche dai governi precedenti, ma che l’attuale ha intrapreso con irresponsabile determinazione.

Qualcosa di simile, ovviamente in diversa scala, è già accaduto negli Usa a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso quando prevalse un’ideologia della risposta penale ciecamente e severamente retributiva: in trent’anni la popolazione penitenziaria passò da circa 400.000 a due milioni e mezzo di detenuti! Ne 2011, con il caso Brown v. Plata, la Corte Suprema degli Stati Uniti impose allo Stato della California un ridimensionamento della popolazione carceraria, con la liberazione di quasi 40.000 detenuti. Un intervento indifferibile, secondo la Suprema Corte, perché il sovraffollamento che si registrava in quello Stato violava l’ottavo emendamento della Costituzione americana, che vieta pene crudeli e inusitate; un macroscopico esempio di debolezza dello Stato, avrebbero detto i nostri attuali governanti. La Corte Suprema federale non si limitò a ordinare la decarcerazione di decine di migliaia di detenuti, ma precisò che questa era soluzione urgentissima e necessaria, ma non sufficiente. Che il problema non si sarebbe risolto costruendo nuove carceri. Che occorreva un’inversione di rotta, per abbandonare quella logica neutralizzante della politica criminale che stava alla base del sovraffollamento e della disumanità del carcere. Che bisognava perseguire la tutela della sicurezza collettiva, tra l’altro, con un maggior ricorso alle sanzioni alternative alla detenzione e il recupero dei condannati alla società attraverso programmi di reinserimento. Mai, comunque, imponendo trattamenti che offendono la dignità dell’uomo.

Essendo rimasta la Suprema Corte largamente inascoltata in ordine alla necessità di cambiare radicalmente la politica criminale, gli USA hanno, percentualmente, la popolazione penitenziaria più numerosa del mondo occidentale, una endemica insicurezza sociale e uno dei più elevati indici di criminalità: hanno ad esempio, fatte le debite proporzioni, quasi dieci volte il numero degli omicidi che si verificano in Italia.

Res ipsa loquitur: il cieco punitivismo, là spinto sino alla pena di morte, può forse procurare voti, non certo sicurezza sociale. Ma è stagione, la presente, in cui persino le evidenze oggettive sono eclissate da demagogici slogan sedativi delle ansie sociali. L’informazione responsabile, però, dovrebbe mettere in guardia la disorientata collettività: il pifferaio magico del carcere sicuro ci sospingerà sempre più verso la disumanità per la popolazione intramuraria e l’insicurezza per la popolazione extramuraria.

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mercoledì 24 luglio 2024

notizie dalle prigioni

“Il caldo, il puzzo di orina e la voglia di farla finita”. Lettera dall’inferno

La lettera dei detenuti del carcere di Brescia-Canton Mombello restituisce in tutta la sua drammaticità le condizioni ai limiti dell’umano in cui si vive nella maggior parte dei penitenziari italiani. I numeri sono spietati: a metà 2024 siamo già a 45 suicidi. Un macabro record assoluto, se confrontato con lo stesso periodo degli anni precedenti. Il sovraffollamento comincia ad avvicinarsi ai livelli della sentenza Torreggiani della Cedu. In Italia, secondo il Dap, al 31 maggio ci sono 61.547 reclusi, 1.381 in più rispetto a inizio anno (+ 2,3%).

a cura  di Damiano Aliprandi da il dubbio

Fa caldo, il sudore scivola sulla pelle, e si appiccica con i vestiti addosso, sono madido, e si sono ormai impregnati lenzuola e materasso, anch’essi di sudore come i miei panni e le nostre membra. Si boccheggia, in cella, e l’acqua che ci trasciniamo dietro, dopo la tanto sofferta e agognata doccia, evaporando riempie d’umidità l’angusto luogo.

L’aria satura d’umidità, sudore, miasmi, la puoi tagliare con un coltello, in verità, farlo è impossibile, i coltelli sono di plastica riciclata, e si rompono anche solo a guardarli. Devo andare in bagno, ma è occupato, altri 15 sono in fila davanti a me. Un anziano di circa 74 anni ha il mio stesso problema, purtroppo per lui, e per noi, non fa in tempo a dire che gli occorre con urgenza il bagno. Ha una scarica di dissenteria, mentre dimenandosi cerca di alzarsi a fatica dalla branda con il materasso vecchissimo in gomma piuma. In un attimo, lenzuola e materasso s’impregnano di liquame e urina, lui non sa come comportarsi, indifeso, imbarazzato, umiliato, impietrito, attonito. Piange, un uomo di settantaquattro anni, i capelli radi e canuti, piange e si scusa, geme, si lamenta, impreca, bestemmia, chiede a Dio di morire. La sua colpa è quella d’aver commesso un grave reato: bancarotta fraudolenta.

I suoi carnefici sono fuori, si sono approfittati di lui, di un vecchio che a stento sa leggere e scrivere. L’hanno circuito, e lui, e qui, in questo piccolo inferno, devastato nel corpo nella mente e nell’anima, ma in fondo questo non è un nostro problema. II nostro problema sono gli odori. Il problema è suo, infatti, uno della cella si sta alzando irritato, gridando qualcosa d’incomprensibile nella sua lingua. Probabilmente vuole mettergli le mani addosso, non lo fa per mera cattiveria, e lo stress, il caldo, gli odori insopportabili, il fatto che non parla la nostra stessa lingua e che non riesce a sentire la sua famiglia se non per dieci minuti a settimana. È stanco arrabbiato, sofferente, lo siamo tutti. Qualcuno si alza per ragionarci, per calmarlo, ma subito Faria s’infiamma, cominciano a volare parole grosse e i primi spintoni, per fortuna altri intervengono e si riesce a placare gli animi.

Questa volta è andata bene, ma la situazione è sempre questa, e purtroppo, non tutte le volte termina cosi. 15 e un solo bagno, un vero e proprio stabilimento balneare per germi e batteri, per loro e la condizione migliore, una festa, per noi, forse un po’ meno. Questa combinazione è il cocktail perfetto per far insorgere discussioni, litigi e tutto quanto di brutto può conseguirne. Oltretutto il cesso è una vecchia turca fatiscente con sopra un tubo dell’acqua per farsi la doccia, che d’estate scotta dannatamente, e d’inverno, e maledettamente fredda. A pochi centimetri, sempre nel bagno, cuciniamo i nostri pasti, e se è vero che quando tiri lo sciacquone, le feci nebulizzate schizzano fino a due metri, allora cosa stiamo mangiando da anni?

In fondo pero, è notevolmente migliore della sbobba che ci servono dal carrello. In quindici è pressoché impossibile permanere in piedi in cella, figuriamoci seduti tutti al piccolo tavolino per mangiare, quindi facciamo a turno. Nei turni con noi, si accodano cimici, scarafaggi e altre bestiacce, che non ne vogliono sapere di rispettare la fila. Ben pensandoci pero, più che mancanza d’intimità, non stiamo forse parlando di una vera e propria violenza? Violentati, intimamente, mentalmente, moralmente, proprio in linea con l’articolo 27 della Costituzione. Di persone non auto sufficienti in questo Istituto ce ne sono parecchie, si può spaziare dalle malattie psichiatriche più accentuate sino alla tossicodipendenza, e come visto sopra, a malattie senili. Il sovraffollamento in un carcere causa tutto questo, o meglio, in tutte le carceri di questo paese, non puoi aspettarti altro. E cosi, come soffriamo noi allo stesso modo, soffrono gli operatori che ci devono assistere, dagli Agenti per la sicurezza al personale sanitario, e che dire di quelle migliaia che in carcere sono finite, ma nulla avevano fatto per meritarlo?

Tutte persone incrinate, inevitabilmente, irreparabilmente, una tristezza desolante e sconfinata, per i rei e non. Elevati sono i suicidi in carcere, 45 in soli cinque mesi e mezzo dall’inizio dell’anno, un gesto troppo estremo? Forse, ma e quello che viviamo qui che porta queste persone a compiere certi gesti, e qui di persone ce ne sono sicuramente troppe. I gesti estremi accadono sempre vicino a noi, ti svegli una mattina e forse mestamente ti accorgi che nel bagno un tuo cancellino ha reso l’anima, oppure accade al vicino o al dirimpettaio. È aberrante.

Siamo sovraffollati, in condizioni che rasentano la disumanità, definite di tortura dall’Unione Europea, sopra, lo abbiamo ben spiegato. La domanda giusta da porsi è: come può funzionare il reinserimento? La così chiamata rieducazione? Come si possono svolgere i corsi organizzati? Non solo manca personale, sono concretamente assenti gli spazi. Sappiamo che alcuni di voi sono già venuti a vedere le nostre celle, ma viverci è molto diverso. Voi ci dovete credere, queste non sono lamentele, non vogliamo né impietosire né mendicare, né invocare clemenza, ma solo riportare quanto è vero è ahinoi terribile. Sì certo, alcuni di noi meritano di stare in carcere, hanno commesso reati, e altresì verosimile che, questa mancanza pressoché totale, di umanità nei confronti dei carcerati non è forse pari a commettere dei reati?

È giusto pagare per chi ha sbagliato, perché occorre rieducazione; è altresì vero che oggi, con questo sovraffollamento, le persone detenute vengono poco alla volta, giorno dopo giorno, defraudate della loro umanità, e questa cosa deve fare paura, e fa concretamente spavento. La violenza fatta a quell’anziano prima citato, non è simile a compiere un reato, è uno dei tanti, è vero, ma quanti ce ne sono come lui, non sono dei veri e propri reati, trattare le persone in questo modo, e non è forse vero che le condizioni in cui ci troviamo in carcere sono un costante incitamento al suicidio?

Pensiamo sia non edificante, ma umanamente avvilente per un agente di turno dover sciogliere un nodo che un detenuto esanime si è messo al collo ponendo fine alla propria esistenza. Tutti possono sbagliare, ma il carcere deve essere impostato per rieducare, non per toglierci di mezzo, non pensiamo che lo Stato attuale sia uno Stato non improntato al dialogo, anzi! Proprio per questo possono nascere dal dialogo vere e proprie soluzioni. Signorie Vostre, voi ci rappresentate, indifferentemente dall’appartenenza politica, voi ci rappresentate come persone, come abitanti di questo Bel Paese, l’Italia. Il problema carceri in Italia è grande, non è di sicuro il nostro fiore all’occhiello. In Europa ci rimproverano (2006- 2013) per il nostro sistema carcerario: perché quindi, non provare ad ascoltare chi in carcere ci vive per immaginare possibili soluzioni? Questo non vuol dire scendere a patti con nessuno, ma semplicemente sarebbe un atto di democrazia, un modo per riuscire a sistemare questo problema carceri, o perlomeno un punto da cui cominciare. Da questo punto potrebbero nascere idee, e qui a Canton Mombello, il problema del sovraffollamento è eclatante, quindi perché non cominciare da qui? Sarebbe bello che compiendo un atto di umanità il nostro Paese venisse visto in maniera diversa, in maniera positiva anche per il sistema carcerario, oltre a tutto quello che di bello in Italia già c’è. Leggendo i giornali abbiamo letto che alcuni, considererebbero la concessione dei giorni in più di liberazione anticipata come un fallimento dello Stato. Noi ci chiediamo: perché concedere dei giorni in più di liberazione anticipata a persone “meritevoli” sarebbe un fallimento? Abbiamo visto che non è facile essere meritevoli, sappiamo che solo chi ha fornito prova di partecipazione a un percorso rieducativo e riabilitativo può beneficiare di detti giorni, abbiamo osservato come non sia semplice rientrare nelle maglie di questa rete. Quindi, davvero sarebbe un fallimento?

Personalmente crediamo che non si tratti per nulla di un fallimento, al contrario sarebbe la concreta dimostrazione che lo Stato c’è, e ha vera volontà di cambiare le cose, di migliorare la vita a tutti i suoi cittadini, anche a quelli che hanno sbagliato, ma che comunque non sono esclusi. Ad oggi, causa il sovraffollamento, il carcere non mette in condizioni nessuno di essere rieducato, e fa vivere pesanti condizioni anche ai suoi operatori. Come può un sistema che mette in avaria il suo stesso personale, passando da quello sanitario, dell’area educativa sino agli Agenti che con un giuramento si prodigano tutti i giorni in questo lavoro, funzionare? Così come i detenuti vivono quotidianamente con il sovraffollamento, gli stessi operatori sono costretti a conviverci e a fare i conti con i problemi che causa. Tutti quanti sono messi a dura prova ogni giorno, e alla nostra sofferenza si somma la loro. Chi vuole, cerca e si prodiga per la rieducazione, conscio dei propri errori, si ritrova a lottare per frequentare corsi, che non possono esserci per tutti, poiché siamo davvero tanti. Qui nessuno chiede alcuna misura di grazia, desideriamo solamente poter avere un percorso corretto, giusto, che ci consenta di migliorarci come persone. E a cosa servirebbero i giorni aggiunti di liberazione anticipata, se non a migliorare questo sistema? Con la concessione di questi giorni, non solo si allevierebbe la sofferenza dei detenuti e degli operatori del carcere diminuendo sensibilmente il problema del sovraffollamento, ma s’incentiverebbe un sistema virtuoso che dà una speranza ai meritevoli.

I detenuti della Casa Circondariale “Nerio Fischione” Di Canton Mombello, Brescia

da qui

 

 

Cosa sappiamo sulla rivolta nel carcere di Trieste

Giovedì 11 luglio in una parte della casa circondariale “Ernesto Mari” di Trieste è scoppiata una rivolta repressa dalle forze dell’ordine, sembra anche con l’uso di gas lacrimogeni, per cui si è arrivati alla chiusura per alcune ore dell’accesso all’adiacente via del Coroneo.

da Monitor

 

La rivolta sarebbe scaturita da una contestazione disciplinare che il direttore ha fatto insieme a un agente. Dopo la contestazione il detenuto, molto giovane, di origine straniera, sarebbe tornato in sezione molto agitato sostenendo di avere ricevuto uno schiaffo. Durante la rivolta alcuni detenuti sono arrivati in infermeria, sfondando i cancelli. Il giorno dopo il magistrato di sorveglianza è entrato e ha sentito i “rivoltosi” (che saranno trasferiti). Le loro richieste erano soprattutto sulla riduzione dell’affollamento. La direzione del carcere sostiene che non sia stato necessario usare la forza per sedare la rivolta.

A differenza delle carceri più recenti l’istituto triestino, risalente alla prima metà del Novecento, è stato costruito nel centro della città, addirittura attaccato all’edificio del tribunale locale. Diversi edifici residenziali si affacciano sulle strade che circondano l’istituto e da lì in pochi minuti a piedi si arriva alla stazione centrale. Durante le prime ore della rivolta le forze dell’ordine hanno impedito l’avvicinamento al carcere, mentre intorno alle 23 la sorveglianza è stata allentata ed è stato possibile transitare almeno a piedi. Anche se a quel punto la situazione si era tranquillizzata, rimanevano diverse ambulanze e automediche con il motore accesso, mentre agenti della polizia penitenziaria facevano capannello davanti all’ingresso e nei ristoranti ancora aperti dei dintorni, commentando quanto accaduto. Da alcune finestre di una delle sezioni maschili ogni tanto si affacciavano pochi reclusi. Nel frattempo, dalle finestre che danno sulle scale interne si vedeva un certo viavai. Quando sembrava tutto finito una persona detenuta è stata portata fuori in barella: sembrava sedata, ma una volta nell’ambulanza ha iniziato a muoversi e poi ha alzato la testa. Poco dopo l’ambulanza è andata via, accompagnata da due macchine della polizia penitenziaria.

Difficile negare che ci si sia trovati di fronte a una situazione straordinaria. Il 12 luglio Antonio Poggiana, il direttore generale dell’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi), ha fatto diffondere un comunicato in cui si ringrazia tutto il personale per aver “gestito correttamente una situazione potenzialmente molto rischiosa”. Secondo l’azienda sanitaria la rivolta sarebbe stata portata sotto controllo dopo una “mediazione” accettata dai detenuti. Leggendo il comunicato si apprende anche che per fare fronte alla rivolta l’Asugi avrebbe attivato il Piano di emergenza interna per il massiccio afflusso di feriti (indicato nel comunicato con l’acronimo Peimaf), con dieci ambulanze e due automediche. In un comunicato uscito lo stesso 11 luglio l’Azienda parlava di “maxi-emergenza” e diceva di aver trasportato al pronto soccorso sette pazienti: quattro con malori, uno con un’intossicazione da fumo e due per problemi legati a delle cardiopatie. Venerdì 12 due persone risultavano ancora ricoverate in medicina d’urgenza.

Nel frattempo però una persona, il quarantottenne sloveno Zdenko Ferjančič, è stata trovata morta in cella. Non faceva colloqui, probabilmente non aveva famiglia in Italia. Aveva un reato di droga ma non era in carico al Serd. Le notizie trapelate fino a questo momento parlano di metadone sottratto dall’infermeria durante la rivolta, che avrebbe causato al detenuto un’overdose. La presunta morte per overdose di metadone porta la mente alle rivolte della primavera del 2020 e soprattutto alla strage del carcere di Modena. È il caso di ricordare che il metadone è un oppioide sintetico che viene usato nel trattamento delle dipendenze da alcuni tipi di stupefacenti. Secondo la rilevazione di Antigone del 30 giugno 2024 nel carcere giuliano ci sarebbero cinquantadue persone tossicodipendenti, ma mancherebbe una sezione apposita per loro.

Il carcere diTrieste, composto da sette sezioni maschili e da una femminile, è come tanti altri strutturalmente sovraffollato. A fronte di una capienza di 150 posti, il documento di Antigone parla di 257 persone presenti (25 donne e 232 uomini). Di queste, 164 sono straniere. Nello stesso testo si fa presente che alcune celle sono infestate da cimici dei letti, mentre altre sono prive di riscaldamento e acqua corrente. All’interno del carcere triestino 89 persone farebbero uso di sedativi mentre 35 prenderebbero stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Nonostante ciò, non esisterebbe un servizio psichiatrico quotidiano nella struttura, ma solo in base alle necessità degli individui. Al momento, inoltre, secondo i dati diffusi da Antigone, solo tre persone detenute possono uscire per lavorare all’esterno.

Poche ore dopo la rivolta, Enrico Trevisi, vescovo di Trieste dal 2 febbraio 2023, ha diffuso una nota in cui invita a tenere alta l’attenzione sulle persone detenute. Trevisi fa notare che lo Stato, nel punire chi ha infranto le leggi, a sua volta non rispetta la normativa sulla detenzione visto che “il sovraffollamento […], l’inadeguatezza delle strutture e l’impossibilità di sanificarle […] rendono le pene inumane. Il caldo con strutture sovraffollate rende tutto ancora più esasperante”.

Nella sua nota Trevisi si sofferma anche sul concetto di pena, sostenendo la necessità di lavorare a delle alternative a quella detentiva. Forse è proprio questo uno dei punti cruciali, in un momento in cui il numero di suicidi in carcere continua ad aumentare e l’idea della privazione della libertà come retribuzione per un torto arrecato alla società sembra sempre meno convincente. Sarebbe il caso di riflettere anche sul concetto di rieducazione del condannato sancito dalla Costituzione, ricordando che lo stesso testo non dà per scontata l’esistenza, e quindi la necessità, del carcere.

da qui