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domenica 22 giugno 2025

Deja Vu di guerra - Chris Hedges

Ci sono poche differenze tra le menzogne raccontate per scatenare la guerra con l'Iraq e quelle raccontate per scatenare una guerra con l'Iran. Le valutazioni delle nostre agenzie di intelligence e degli organismi internazionali vengono, come già accaduto durante le richieste di invadere l'Iraq, liquidate con disinvoltura come allucinazioni.

Tutti i vecchi luoghi comuni sono stati riesumati per spingerci verso un altro fiasco militare. Un Paese che non rappresenta una minaccia né per noi né per i suoi vicini è sul punto di acquisire un'arma di distruzione di massa (WMD) che mette in pericolo la nostra esistenza. Il Paese e i suoi leader incarnano il male puro. La libertà e la democrazia sono in pericolo. Se non agiamo ora, la prossima prova schiacciante sarà un fungo atomico. La nostra superiorità militare assicura la vittoria. Siamo i salvatori del mondo. I bombardamenti massicci, una versione aggiornata dello Shock and Awe, porteranno pace e armonia.

Abbiamo sentito queste falsità prima della guerra in Iraq del 2003. Ventidue anni dopo sono state riesumate. Chiunque sostenga i negoziati, la diplomazia e la pace è un tirapiedi dei terroristi.

Abbiamo imparato qualcosa dai fallimenti in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, per non parlare dell'Ucraina?

Tutti i demoni che ci hanno venduto queste guerre passate con false pretese, come il conduttore conservatore di talk show Mark Levin, Max Boot – che scrive: «quell'imperativo strategico giustifica il bombardamento di Fordow», dove è sepolto il programma di arricchimento nucleare iraniano – David Frum, John Bolton, il generale Jack Keane, Newt Gingrich, Sean Hannity e Thomas Friedman, sono tornati a saturare le onde radio con allarmismo senza fiato.

Non importa che il loro grande piano di rovesciare i talebani in Afghanistan e poi invadere e sostituire i regimi in Iraq, Libano, Siria, Libia, Sudan, Somalia – e infine in Iran – sia fallito miseramente. Non importa che la loro brama di guerra abbia causato centinaia di migliaia, forse milioni di morti e prosciugato trilioni dal Tesoro degli Stati Uniti. Non importa l'assoluta idiozia delle loro argomentazioni. I loro megafoni sono al sicuro. Sono fedeli sostenitori dell'industria bellica, neoconservatori senza cervello e sionisti genocidi, che credono nella magica rigenerazione del mondo attraverso la violenza, ignorando catastrofe dopo catastrofe.

Dimenticate la valutazione annuale delle minacce della comunità dell'intelligence secondo cui “l'Iran non sta costruendo un'arma nucleare e il leader supremo Khomeini non ha autorizzato il programma nucleare che ha sospeso nel 2003”, cosa ribadita questa settimana dal direttore generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) Rafael Grossi.

Dimenticate che Benjamin Netanyahu, per quasi tre decenni, ha avvertito senza sosta che l'Iran è sul punto di produrre un'arma nucleare. Dimenticate che l'attacco preventivo di Israele all'Iran è un crimine di guerra, per non parlare dei bombardamenti di un ospedale, di un'ambulanza e di giornalisti.

Dimenticate le centinaia di civili iraniani che Israele ha massacrato nelle sue ondate di attacchi aerei.

Dimenticate che Israele ha lanciato il suo attacco contro l'Iran proprio mentre era in programma il sesto round di negoziati sull'arricchimento nucleare tra Stati Uniti e Iran in Oman.

Dimenticate che è il primo ministro israeliano, e non il leader iraniano, ad essere oggetto di un mandato d'arresto, accusato di crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Dimenticate che Israele, mentre sta conducendo una campagna di genocidio contro i palestinesi, possiede almeno 90 armi nucleari – costruite in violazione del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) – e blocca le ispezioni dell'AIEA.

Dimenticate che Donald Trump ha strappato il Piano d'azione congiunto globale (JCPOA) nel 2018, un accordo per limitare il programma nucleare iraniano, che l'Iran stava rispettando.

Dimentichiamo che Washington e Londra hanno orchestrato il colpo di Stato del 1953 per rovesciare il governo democraticamente eletto dell'Iran, il primo nella regione, e hanno insediato al potere lo scià Mohammad Reza Pahlavi, più docile.

Dimentichiamo che gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno addestrato ed equipaggiato la SAVAK, la feroce polizia segreta dello scià.

Bombardate! Bombardate! Bombardate!


Il presunto programma nucleare iraniano è l'equivalente privo di prove delle mitiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e della sua alleanza con Al-Qaeda.

L'invasione e l'occupazione dell'Iraq, che hanno causato la morte di oltre 4.000 soldati e marines statunitensi e di centinaia di migliaia di civili iracheni, hanno provocato distruzione su vasta scala, instabilità regionale e dato vita a una serie di gruppi estremisti fanatici, tra cui lo Stato Islamico dell'Iraq e della Siria (ISIS).

Le assicurazioni - che la nostra invasione avrebbe portato la democrazia a Baghdad, che si sarebbe poi diffusa in tutto il Medio Oriente, che saremmo stati accolti come liberatori e che i proventi del petrolio avrebbero pagato la ricostruzione - erano una fantasia immaginata dall'amministrazione di George W. Bush e dai think tank di Washington. 

Questi sostenitori della guerra senza fine non comprendono il meccanismo o le conseguenze della guerra. Sono culturalmente, storicamente e linguisticamente ignoranti riguardo ai paesi che attaccano. Iraq. Afghanistan. Libia. Siria. Iran. Dubito che siano in grado di distinguerli.

Questi sostenitori della guerra, una volta dimostrata la loro errata valutazione, sono abili nel rilasciare dichiarazioni di mea culpa. Ci assicurano delle loro buone intenzioni. Non era loro intenzione diffondere disinformazione. Volevano solo proteggere il mondo dai “malfattori” e salvaguardare la nostra sicurezza nazionale. 

Nessuno, nemmeno all'interno delle amministrazioni Bush e ora Trump, è intenzionalmente disonesto. Non è colpa loro se agiscono sulla base di informazioni errate. Il problema è di giudizio, non di virtù. Sono brave persone.

Ma questa, forse, è la bugia più grande. Le valutazioni dei servizi segreti utilizzate per giustificare la guerra contro l'Iraq sono state inventate da una cricca di neoconservatori pazzi e sionisti rabbiosi perché non gradivano le valutazioni della Central Intelligence Agency (CIA) e di altre agenzie di intelligence. Ora un'altra cricca, dominata dai sostenitori della politica “Israel first”, sta inventando valutazioni di intelligence fasulle per giustificare una guerra con l'Iran. Queste guerre non sono condotte in buona fede. Non si basano su una valutazione attenta e razionale di informazioni verificabili. Sono visioni utopistiche scollegate dalla realtà, in cui le nostre agenzie di intelligence vengono ignorate insieme agli organismi internazionali come le Nazioni Unite, gli ispettori delle armi di distruzione di massa o l'AIEA.

La storia dell'Iran moderno è la storia di un popolo che combatte contro tiranni sostenuti e finanziati dalle potenze occidentali. La brutale repressione dei legittimi movimenti democratici nel corso dei decenni ha portato alla rivoluzione del 1979 che ha portato al potere i religiosi iraniani. Il nuovo governo islamico dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini ha difeso l'Islam e ha sostenuto la necessità di opporsi alle potenze mondiali “arrogante” e ai loro alleati regionali, che opprimono gli altri - compresi i palestinesi - per servire i propri interessi.

" La storia centrale dell'Iran negli ultimi 200 anni è stata l'umiliazione nazionale per mano delle potenze straniere che hanno soggiogato e saccheggiato il Paese“, mi ha detto Stephen Kinzer, autore di ”All the Shah's Men: An American Coup and the Roots of Middle East Terror“ (Tutti gli uomini dello Scià: un colpo di Stato americano e le radici del terrorismo in Medio Oriente). ”Per molto tempo i responsabili sono stati gli inglesi e i russi. A partire dal 1953, gli Stati Uniti hanno iniziato ad assumere quel ruolo. In quell'anno, i servizi segreti americani e britannici rovesciarono un governo eletto, spazzarono via la democrazia iraniana e misero il Paese sulla strada della dittatura".

“Poi, negli anni '80, gli Stati Uniti si schierarono con Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq, fornendogli attrezzature militari e informazioni che permisero al suo esercito di uccidere centinaia di migliaia di iraniani”, ha detto Kinzer. “Data questa storia, la credibilità morale degli Stati Uniti nel proporsi come promotori della democrazia in Iran è vicina allo zero”.


Come reagiremmo se l'Iran orchestrasse un colpo di Stato negli Stati Uniti per sostituire un governo eletto con un dittatore brutale, che per decenni ha perseguitato, assassinato e imprigionato gli attivisti democratici? 

Come reagiremmo se l'Iran armassero e finanziasse uno Stato confinante, come abbiamo fatto noi durante gli otto anni di guerra con l'Iraq, per muoverci guerra? 

Come reagiremmo se l'Iran abbattesse uno dei nostri aerei passeggeri come fece la USS Vincennes (CG49) – soprannominata causticamente “Robocruiser” dagli equipaggi delle altre navi americane – quando nel luglio 1988 lanciò missili contro un aereo commerciale pieno di civili iraniani, uccidendo tutti i 290 passeggeri, tra cui 66 bambini? Come reagiremmo se i servizi segreti iraniani finanziassero il terrorismo all'interno degli Stati Uniti, come fanno i nostri servizi segreti e quelli israeliani in Iran? 

Come reagiremmo se questi attacchi terroristici finanziati dallo Stato includessero attentati suicidi, rapimenti, decapitazioni, sabotaggi e “omicidi mirati” di funzionari governativi, scienziati e altri leader iraniani? 

Come reagiremmo se, come Israele, un paese ci attaccasse sulla base di un'ipotesi, un attacco illegale secondo la Carta delle Nazioni Unite, che vieta la guerra preventiva?

I mercanti di guerra che orchestrano questi fiaschi militari sono risorti ancora una volta dalla tomba. Migrano come zombie da un'amministrazione all'altra. Sono insediati in think tank - Project for the New American Century, American Enterprise Institute, Foreign Policy Research Initiative, The Atlantic Council e The Brookings Institution - finanziati da società, dalla lobby israeliana e dall'industria bellica. Sono burattini manovrati dai loro padroni, dotati di megafoni da media in bancarotta, che ci spingono avanti da un pantano all'altro.

I vecchi volti e le vecchie bugie sono tornati, esortandoci verso un altro incubo.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

da qui

domenica 8 giugno 2025

Russia e Turchia ridisegnano il Mediterraneo, dalla Libia alla Siria - Giacomo Gabellini e Michelangelo Severgnini

 


Haftar e la Libia a fumetti del Corriere della Sera - Michelangelo Severgnini 

Quando qualche anno fa, tornato in Italia e stretto contatti con la Libia, ne cominciai a scrivere e raccontare, una delle convinzioni più radicate tra gli esperti italiani era che Haftar fosse un uomo della Francia.

Quando cominciò la campagna militare dell'Esercito Nazionale Libico per liberare Tripoli nell'aprile 2019, gli esperti di casa nostra erano tutti schierati con Tripoli.

Il ragionamento era: "Va bene, a Tripoli non saranno stinchi di santi, ma si sa, dai Libici che ti aspetti. L'importante è non perdere una seconda guerra in Libia contro la Francia. Siccome Haftar sta con i Francesi e noi qualche affare a Tripoli ce l'abbiamo, tutti contro Haftar".

Persino molti parlamentari filo-russi allora votavano finanziamenti a Tripoli, convinti di arginare la Francia.

Io trasecolavo: "E chi ve l'ha detto a voi che Haftar sta con i Francesi?". "Si sa...", la risposta.

Sono passati 6 anni e ieri il Corriere della Sera presentava un articolo allarmistico raccontando di come la Meloni e Macron, a margine del loro incontro due giorni fa, stiano cercando il modo di arginare la penetrazione in Libia della Russia, forte alleata di Haftar..

Ma come, non stava con i Francesi, Haftar?

Il Corriere della Sera dunque viaggia con 6 anni di ritardo quanto a informazione sulla Libia. Tutt'a un tratto Haftar è diventato uomo dei Russi, così, senza una spiegazione.

Anzi, si aggiunge che la Russia potrebbe addirittura puntare i suoi missili dalle basi nel sud della Libia verso l'Italia.

Che l'Italia, al pari degli altri Paesi occidentali, stia impedendo le elezioni libiche dal dicembre 2021 per impedire a Saif Gheddafi di diventare Presidente? Non risulta.

Che la popolazione libica di Tripoli sia in piazza da 3 settimane per cacciare il premier fantoccio da noi sostenuto illegalmente? Non risulta.

Che l'Italia, ben ultima, stia andando però anche a chiedere l'elemosina a Bengasi sottobanco? Non risulta.

Che Tripoli sia armata dall'Italia da anni in un regime di illegalità, sostenendo gruppi militari jihadisti, altrimenti detti milizie? Non risulta.

Che il governo di Bengasi abbia chiesto legittimamente il supporto militare russo per gestire e mettere un freno all'occupazione militare straniera a Tripoli? Non risulta.

Che le installazioni militari russe nel sud della Libia siano orientate a sostegno dei Paesi del Sahel che si sono liberati dal giogo francese? Non risulta.

Per tutti gli altri, quelli che cercano un'informazione proveniente da fonti dirette e quindi più aggiornate, sanno dove trovarmi.

da qui


domenica 29 dicembre 2024

La realtà dei conflitti mondiali oltre la propaganda e le rimozioni - Alberto Bradanini

 

1. Il deprimente riflesso dei media occidentali – ai quali ci sforziamo di sfuggire quanto possibile – ci condurrebbe alla più profonda depressione, se non fossimo soccorsi dalla fede nell’avanzare dell’autocoscienza dell’uomo nella storia, poiché nel tempo breve non v’è alcuna speranza di intravedere nemmeno l’ombra di un orizzonte più sereno. Più vivo – affermava G. B. Shaw – più sono convinto che questo pianeta sia usato da altri pianeti come manicomio dell’universo. Ed è difficile dargli torto. Eppure, se occorre dar senso al tempo che rimane da vivere, esso è quello di distruggere con l’arma della verità tutto ciò che può essere distrutto.

Non passa giorno che Israele non uccida intenzionalmente giornalisti palestinesi a Gaza[1] (196 negli ultimi 14 mesi, tra i 45.000 palestinesi uccisi e 150.000 feriti!), mentre impedisce a chi è fuori di entrare nella Striscia per nascondere i disumani massacri di cui si rende colpevole davanti all’umanità, alla giustizia internazionale, all’etica delle nazioni e alla storia, protetto e armato dai loro complici occulti, gli Stati Uniti d’America.

In Siria, in contemporanea, l’esercito d’Israele, che insieme ai conniventi americani e turchi, ha dato il via libera ai tagliagole jihadisti, si espande oltre il Golan – che occupava illegalmente dal 1967 – e invade altre terre siriane (che B. Netanyahu dichiara non verranno restituite mai più!) nel garbato silenzio di Usa ed Europa, vocianti propugnatori del Diritto Internazionale. Non solo, mentre sulla carta firma il cessate il fuoco con Hezbollah, lo Stato Ebraico non smette di bombardare villaggi libanesi già martoriati, facendo ogni santo giorno decine di vittime. Tutto ciò sotto lo sguardo appagato della presidente della Commissione Ue, la tossica von der Leyen, caporal maggiore del cupo esercito Nato e la cui unica caratteristica degna di nota è l’obbedienza al globalismo atlantico. Nella Nato, si pensava di aver toccato il fondo con il tramonto di Jens Stoltenberg, dal nome altamente evocativo, ma non è così! Al suo posto quale Segretario Generale abbiamo ora tale Marc Rutte, anch’egli con un nome onomatopeico, che dispone per nostro conto di ridurre gli stanziamenti a pensioni e sanità per produrre armi destinate, secondo cotanta testa, a sconfiggere la Russia! Ecco, in un mondo coerente, la stirpe dei Rutte dovrebbe dare il buon esempio, abdicando alle cure dei superbi ospedali Nato, rinunciando sin d’ora a percepire le ricche pensioni che aspettano i camerieri come lui e partire subito per il fronte a salvare l’Europa!

Davanti a tale turpitudine, la replica dei nostri governanti è stata fiera e indignata. Essi hanno immediatamente reagito agli spropositi ruttiani, qualificando tutto ciò per quello che è, vale a dire un ulteriore affronto alla nostra Costituzione e alla nostra (ahimè perduta!) sovranità. Tanto più che, come qualcuno lassù ha affermato, l’Italia sa notoriamente badare a sé stessa. Un concetto che tradotto in linguaggio fattuale sta per: non c’è bisogno di un Rutte qualunque per impoverire la nostra gente e ingrassare i produttori di armi, sappiamo farlo da soli.

2. A dispetto del diluvio di propaganda, salta agli occhi che gli orchestrali di turno sono guidati dalla malata plutocrazia dell’impero, un impero in declino, ma ahimè non rassegnato. Il modus è collaudato: quando taluno si attenta a sollevare una domanda impertinente, questa è sbeffeggiata, screditata o semplicemente occultata. Se poi insiste a riemergere, viene sommersa da un effluvio di inutili notiziole che riempiono uno spazio che potrebbe essere occupato da interrogativi seri.

Nessuno discute nemmeno più di rispetto di minimo comun denominatore di una democrazia, che le evolute nazioni dell’Occidente concepiscono solo come una religione formale. I mezzi di disinformazione di massa aggrediscono rumeni, georgiani e moldavi, colpevoli solo di essersi svegliati dal Lungo Sonno, insieme ai venezuelani, che in mezzo a mille difficoltà, sanzioni e minacce, cercano a modo loro di uscire dal sottosviluppo senza piegarsi agli ordini imperiali. A proposito di Venezuela, il 17 dicembre scorso, la Presidente dell’impalpabile Europarlamento, Roberta Metsola, ha consegneto il Premio Sacharov 2024 per la libertà di pensiero a María Corina Machado e a Edmundo González Urrutia, quest’ultimo riconosciuto presidente legittimo e democraticamente eletto del Venezuela. Invece dei cittadini venezuelani, nel distopico pianeta Terra sono i parlamentari di altri continenti a decidere chi ha vinto le elezioni in un paese lontano che nessuno ha nemmeno visitato una volta. Ridicolo e oltraggioso! Forse qualcuno potrebbe sospettare che l’ostilità statunitense nei confronti della minacciosa nazione venezuelana abbia a che fare con tutto ciò. Si tratta solo di un sospetto, beninteso. In tale scena angosciante, d’altra parte, a nessuno importa qualcosa di Nazioni Unite, diritto internazionale, principio di coesistenza pacifica e non interferenza negli affari altrui.

3. Se persino bambini di cinque anni, per far felici i genitori, fingono di credere alle fiabe ascoltate prima di addormentarsi, resta un doloroso mistero irrisolto che milioni di individui adulti, in apparente salute mentale, possano piegare l’intelletto davanti alla montagna di menzogne che sfida quotidianamente le leggi della fisica. In un infinito elenco, proviamo a illustrane alcune.

Nel 2020, l’ex-futuro presidente degli Stati Uniti confessava con candore (l’intervista è ascoltabile sul web[2]) di aver ordinato alle truppe americane (in Siria dal 2011, in violazione della Carta delle Nazioni Unite, del principio di non interferenza e di ogni norma immaginabile) di non abbandonare quella terra, perché lì c’era il petrolio! Chi legge ritiene forse che l’espressione sia esagerata, che la riflessione di quell’autorevole capo di stato fosse più articolata. Invece no, si è espresso proprio così. Anzi, per paura di non essere compreso, D. Trump ha ripetuto più volte petrolio, petrolio (!), affinché anche ai sordi fosse chiara la ragione per la quale i soldati americani venivano lasciati in Siria (dove si trovano tuttora, raddoppiati a 2000 unità).

Quel petrolio – dimenticava di precisare l’allora inquilino della Casa Nera (il colore bianco, nel nostro immaginario, si addice ad altri luoghi) – era di proprietà del governo siriano, un dettaglio insignificante, sfuggito al Principe Atlantico, nobile guida della sola nazione indispensabile al mondo (B. Clinton, 1999). Non fa meraviglia che la Siria – colpita da dure sanzioni sin dal 2011 – non sia stata in grado di difendersi dai terroristi armati e pagati dal reo-confesso saccheggiatore di petrolio altrui.

Sebbene fosse un paese multietnico e multireligioso, perla rara in Medioriente, la Siria di al-Assad non era certo una democrazia scandinava. E proprio per questo andava aiutata a progredire attraverso commercio, investimenti, scambi scientifici e culturali. Nessuno può ora escludere che la storia si prenda la sua vendetta, tramutando in veleno la gustosa pietanza iniziale. I terroristi oggi diversamente colorati potrebbero rendere pan per focaccia agli invasori turchi (i mercenari si vendono al primo offerente!), agli israeliani (quanto potrà durare la tregua dell’odio che li anima contro i figli di Sion?) e agli americani (riusciranno questi a trattenere i turchi intenzionati a liberarsi una volta per tutte dei curdi del Rojava?). A sua volta, è plausibile sia coinvolto anche l’Iraq, un paese che ha già pagato con una guerra insensata e ingiustificata che ha fatto un milione di morti, una guerra voluta dagli Stati Uniti per servire insieme Israele e la loro patologia di dominio universale, una guerra che gli smemorati ambienti occidentali tengono nascosta sotto un vergognoso tappeto.

Pensavamo di essere vaccinati davanti a tante menzogne. Continuiamo invece a stupirci all’ascolto del megafono mediatico, le maschere interscambiabili della politica, i venerabili predicatori televisivi, le maggioranze silenziose, queste sempre inquiete, tuttavia. In un effluvio assordante di vocaboli e concetti, tra cause ed effetti, etica e realismo, storia e leggenda, si staglia maestoso il faro celestiale del Regno del Bene propugnatore di Pace, valori umani, Progresso, libertà di pensiero, difesa di Costituzioni proprie e altrui, e via angelicando.

Magari in tale mondo incantato, come riconoscono persino i suoi più ortodossi difensori, non manca qualche difetto, ma – vivaddio! – la perfezione non è di questo mondo. Sappiamo bene – echeggia quella Voce dall’alto – che il mondo non va nel migliore di modi e che dovrebbe andar meglio, ma attenzione, potrebbe anche andar peggio, anzi molto peggio, ed è una fortuna che lassù vi sia qualcuno capace di contenere caos e barbarie: l’amichevole consiglio è dunque quello di giudicare con moderazione le vicende del mondo e non agitarsi troppo!

Dal 2021, la Casa Nera ha poi avuto un nuovo inquilino (che lì rimarrà fino al 20 gennaio 2025), un anziano signore il cui idioma è compreso solo dagli esquimesi, se escludiamo gli studiosi di sanscrito, e che sarà ricordato dai posteri per le atrocità contro il popolo palestinese di cui è corresponsabile insieme a Israele, per la guerra contro la Russia con il sangue e il territorio ucraini, per le coperture delle furfanterie figliolesche, per l’inclinazione a inciampare sulla scaletta degli aerei e la perdita d’orientamento al termine delle conferenze-stampa. Ci scapperebbe un sorriso pacificatore, se non avessimo a che fare con morti e devastazioni, e se quell’anziano signore non fosse portatore di una valigetta che può mettere la parola fine al genere umano. Quando si solleva timidamente tale questione, i difensori dell’Impero del Bene replicano seccati che in realtà quella valigetta si trova nelle mani di persone con la testa sulle spalle. Ma se è davvero così, di grazia, chi sono costoro, chi controlla siffatti controllori, chi ha loro delegato tale gigantesca responsabilità? Interrogativi che restano drammaticamente senza risposta.

3. Un’altra tra le infinite perle del Padrone Unipolare ci conduce a tale Pompeo Mike, ex-direttore della CIA (2017-2018) e segretario di stato (2018-2021), che in un momento di inattesa verità ammette[3] pubblicamente che la CIA è pagata per rubare, ingannare, frodare. Ascoltando tale insolita confessione, il pubblico presente (Università del Texas!), invece di chiamare la forza pubblica, esplode in una empatica risata seguita da un affettuoso applauso. Di tutta evidenza, non solo per il reo-confesso, ma anche per l’etica accademica americana rubare, ingannare e frodare è considerato un prestigioso compito istituzionale di un corpo dello stato.

Tra le nazioni che a tutela della loro sicurezza fruiscono dei disinteressati servigi dell’Impero Occidentale troviamo beninteso l’Ucraina. Accantoniamo pure il complesso di onnipotenza insieme all’infantile rimozione che un paese entrato in guerra per la sua sopravvivenza e che dispone di 6500 testate nucleare, prima di essere sconfitto ricorrerebbe all’arma atomica. L’Ucraina resta comunque una nazione devastata, governata da un mediocre attore comico, vincitore di un’elezione con un programma di pace, appassionatosi poi alla guerra con il sostegno di una miracolosa polverina bianca. Costui, arresosi alle carezze nostalgiche di una neodemocrazia dalla croce uncinata, insieme ai nobili valori atlantici (i dollari), quando non è in crociera per il mondo vestito da furiere (al fronte è bene che ci vadano gli altri!) trascorre il tempo a intitolare piazze e strade ai veneratori del padre della patria ucraina, l’eroico massacratore di polacchi ed ebrei, Stepan Bandera. L’orologio batte tutto, la memoria svanisce, la coscienza tace.

Ma facciamo un passo indietro. Nel marzo 2007, Wesley Clark, ex-generale a quattro stelle, comandante NATO nella guerra in Kosovo, rilascia un’intervista[4] che andrebbe letta e meditata. Il 20 settembre 2001, dopo un colloquio con il Segretario alla Difesa Rumsfeld e il suo vice Wolfowitz, Clark viene informato (da un suo superiore di cui tace il nome) che gli Stati Uniti intendono attaccare l’Iraq. Al suo sconcerto: “Stiamo aggredendo l’Iraq? perché?”, gli viene risposto: “Non lo so, forse non sanno cos’altro fare”. “hanno trovato qualche prova che collega Saddam ad al-Qaeda?” “No, non c’è niente di nuovo. La decisione di andare in guerra con l’Iraq è stata presa perché, immagino non sappiano bene cosa fare dopo l’11 settembre. Se si ha a disposizione un martello, si vedono chiodi dappertutto”.

In un altro incontro, qualche settimana dopo, Clark chiede: “ma davvero faremo la guerra all’Iraq?” E l’altro: “Oh, è peggio di così” e allungando la mano sulla scrivania, prende un foglio di carta e dice: “Me l’hanno dato poco fa all’ufficio del Segretario alla Difesa. Si tratta di un memo che descrive come far fuori sette paesi in cinque anni, prima Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e infine l’Iran”. Prima di congedarsi, Clark chiede: “ma si tratta di un documento classificato?” e l’altro: “certamente”. “Beh, allora non farmelo vedere”. Dopo un anno, Clark incontra di nuovo quel generale e chiede: “Ti ricordi di quel promemoria?” e l’altro: “ma che dici? Non ti ho mai fatto vedere quel promemoria!”. Clark termina l’intervista affermando: “se ripenso a tale episodio e vedo quanto accade in Medioriente, beh allora tutto si chiarisce”.

Sei di quei paesi sono stati invasi/destabilizzati, milioni di morti, feriti e rifugiati, infrastrutture rase al suolo e un’ambiente sociale restituito alla mera sopravvivenza. Ne manca solo uno all’appello, l’Iran, e sentiamo già battere i tamburi. L’aggressione a quel paese, ammesso che Teheran non si doti prima dell’arma nucleare, incendierebbe il Medioriente, colpirebbe a morte le economie occidentali, farebbe milioni di morti, ma andrebbe a beneficio di chi siede in cima alla piramide e all’espansionismo coloniale israeliano, nell’orgoglio compiaciuto di una nazione, gli Usa, che in 250 anni è vissuta in uno stato di pace solo 16 anni e che con il 4,3% della popolazione mondiale intende dominare un pianeta di 8 miliardi di individui!

4. Quanto alla Libia, fino al 2011 per le Nazioni Unite quel paese era quello col più alto indice di sviluppo umano di tutta l’Africa. In quell’anno, il paese viene bombardato e destrutturato dalla Nato senza alcuna plausibile ragione e beninteso in barba al diritto internazionale, per di più contro gli interessi europei e in particolare dell’Italia, all’epoca legata da vantaggiose relazioni con M. Gheddafi, aprendo per di più la porta a un’immigrazione da allora fuori controllo. Per gli Usa quella guerra era in linea con il cosiddetto ordine basato sulle regole (rules-based order), principio che definire comico è un complimento, basato sulla quotidiana volubilità delle gerarchie imperiali e citato a manetta dall’algido blateratore di falsità, Blinken Antony – tra i peggiori segretari di stato che la storia americana ricordi, in coppia con il suo compagno di merende, il consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan Jake, anche lui in fondo alla lista della sua categoria. Un ordine incantevole quello basato sulle regole, difesa anche dalla Presidente del Consiglio italiana in visita a Pechino alcuni mesi orsono, chissà, forse nel convincimento che i cinesi avessero l’anello al naso e prendessero sul serio il suo arguto ragionare di geopolitica mondiale.

Della cupa Unione Europea abbiam detto più volte, un’entità colonizzata e assuefatta alla violazione di rilevanti principi di etica pubblica e privata. Aiuta ad attenuare la depressione la circostanza che essa non sia più, da tempo, protagonista della scena internazionale. Quanto all’Italia, il solo aspetto degno di nota è la cura che i suoi dirigenti riservano nella lucidatura dei bottoni della livrea da maggiordomo, che indossano però, questo non può essere sottaciuto, con gran dignità! È motivo di relativa consolazione che il Sud nel mondo – le nazioni resistenti e/o emergenti – sia in ricerca di altri orizzonti, verso un mondo plurale e multipolare non più asservito alla finanza globalista guidata dalle corporazioni americane e dallo stato profondo e bellicista degli Stati Uniti. I Brics, la Sco, l’Unione economica eurasiatica, la Rcep e altri raggruppamenti continentali costituiscono un’incoraggiante manifestazione di recupero di quella sovranità di ciascun popolo che un giorno potrebbe proiettare una benefica influenza persino sull’Occidente.

Il trucco c’è, dunque, si vede ma non importa niente a nessuno! Distrazione, offuscamento dell’intelletto, confusione prefabbricata, affollamento di notizie, scetticismo pervasivo e altro ancora è tuttavia condito dal convincimento che la società è un dato immodificabile. E questo è un male.

Eppure, mentre una palingenesi della società americana non è alle viste, resta quindi la speranza di un bilanciamento che l’asse della resistenza potrà indurre attraverso il consolidamento della barricata di resistenza. Non possiamo anticipare i tempi, ma prima o poi gli uomini di buona volontà vedranno l’’alba di un nuovo orizzonte. Noi non ci saremo, pazienza. Sarà sufficiente il ricordo che anche noi abbiamo contributo.

Dove prevale la menzogna, la verità incute terrore, genera disordine, annienta l’illusione solipsista del Potere, emerge come un gigantesco salto nel buio. Essa resta d’altra parte imprescindibile per chi cerca la salvezza. Se l’uomo vorrà distruggere il mondo dei fabbricatori di morte e sopravvivere, non potrà sottarsi a quell’orizzonte. La verità annienterà quel che deve essere annientato. Lorsignori possono starne certi.

“A bloccare la via – affermava J. M. Keynes, il grande economista liberale del XX secolo, difensore di un’economia etica a favore del benessere condiviso e dei bisogni essenziali degli uomini.- vi sono solo alcuni anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli”.

In una società dove la maggioranza appare rassegnata alla schiavitù di un’alienazione pervasiva, narcotizzata nel torpore smartfonico e davanti a uno schermo televisivo, soccorre il pensiero salvifico di Franz Grillparzer: se poi il mio tempo mi vuole avversare, lo lascio fare tranquillamente. Io vengo da altri tempi, e in altri spero di andare.


[1] https://www.caitlinjohnst.one/p/that-which-can-be-destroyed-by-the?utm_source=post-email-title&publication_id=82124&post_id=153183786&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=13lc4d&triedRedirect=true&utm_medium=email

[2] https://www.newsweek.com/donald-trump-us-troops-syria-oil-bashar-al-assad-kurds-wisconsin-rally-1482250

[3] https://www.youtube.com/watch?v=ZCjWAq7563I

[4] https://www.globalresearch.ca/we-re-going-to-take-out-7-countries-in-5-years-iraq-syria-lebanon-libya-somalia-sudan-iran/5166 https://genius.com/General-wesley-clark-seven-countries-in-five-years-annotated

 

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giovedì 26 dicembre 2024

Un Natale di combattimento in Siria: così si ridefiniranno i rapporti di genere - Davide Grasso

 

Questo Natale sarà un Natale di combattimento in Siria. Il Consiglio militare di Manbij, parte delle Forze siriane democratiche (Sdf) di orientamento secolare e pluralista, ha lanciato nelle scorse ore una controffensiva a ovest dell’Eufrate contro i gruppi islamisti dell’Esercito “nazionale” siriano diretto dalla Turchia. La città di Manbij, situata tra Kobane e Aleppo, è abitata da 300.000 siriane e siriani di lingua araba (in maggioranza) ma anche curdi, ceceni, turcomanni e circassi, e ben rappresenta il crogiolo di lingue e identità che compongono la nazione.

La battaglia in corso non è però primariamente legata al rispetto delle differenze linguistiche, pure importanti, ma alla definizione, nella nuova Siria, dei rapporti di genere. Le violenze delle milizie a Manbij hanno compreso l’assassinio di tre militanti dell’Associazione femminile araba Zenobia, Kamar El-Soud, Aysha Abdulkadir e Iman. Occupata da Daesh nel 2014, due anni dopo Manbij era stata liberata dalle Sdf create su iniziativa delle Ypg-Ypj curde con decine di battaglioni arabi dell’ex “esercito libero siriano”. Quella liberazione, che ho vissuto in prima persona e raccontato nel libro Hevalen, costò mille caduti tra le forze di liberazione e quasi il doppio tra i miliziani di Daesh.

Quando i miliziani fedeli alla Turchia hanno attaccato Manbij due settimane fa, il governo damasceno di Al-Jolani non ha condannato l’aggressione, rendendo chiaro che le sue “rassicurazioni” su un’evoluzione pacifica nel paese sono pura propaganda. Pochi giorni fa ha dichiarato che per le Ypg non c’è spazio nella Siria in cui il suo movimento ha assunto unilateralmente pieni poteri grazie a un beneplacito internazionale più che interno. Con la copertura aerea dell’aviazione turca le milizie hanno occupato la città e iniziato a mettere in atto esecuzioni sommarie, stupri e saccheggi.

In seguito a questi eventi, la qabila (struttura familiare allargata o “tribù”) Bin Asid ha dichiarato di essere pronta a insorgere contro gli occupanti in città. Dopo che, il 22 dicembre, una bambina di sette anni è stata violentata dalla “Brigata Suleiman Shah” guidata dal criminale di guerra Abu Amsha (che ha una lunga storia di violenze sessuali alle spalle), un’altra importante struttura clanica della città, la qabila Al-Bubna, ha attaccato le milizie.

È in questo contesto che il Consiglio militare delle Sdf ha lanciato una controffensiva verso la città, liberando alcuni villaggi nonostante i bombardamenti turchi e l’assedio in corso a Kobane. La difesa di Kobane lungo la diga di Tishrin sull’Eufrate, e ora la controffensiva verso la vicina Manbij, vedono un ruolo cruciale delle Unità di protezione delle donne (Ypj), parte delle Sdf. Il Consiglio delle donne siriane (WJAS) ha dichiarato il 22 dicembre che mentre “celebriamo la caduta del regime Ba’ath, assistiamo a un allarmante aumento della violenza contro le donne”. Il comunicato ha ricordato l’occupazione di Manbij e “crimini efferati come le brutali uccisioni e decapitazioni di donne, come quelle avvenute a Tal Rifaat, da parte di fazioni armate sostenute dalla Turchia”.

L’appello si conclude con una serie di rivendicazioni per la nuova nazione, tra cui la chiusura dello spazio aereo siriano alle attività militari; la cessazione di tutti gli attacchi sul territorio siriano e il ritiro di tutti gli eserciti occupanti; la garanzia di un’equa rappresentanza delle donne e delle organizzazioni femminili di tutte le parti della Siria nella costruzione di una Siria democratica e nel nuovo Comitato Costituzionale; l’effettiva partecipazione delle donne ai processi decisionali, di attuazione e di responsabilità nell’adozione di queste misure; garantire la partecipazione libera e paritaria delle donne in tutti i meccanismi decisionali e nei settori della politica, dell’istruzione, della scienza e dell’economia; il riconoscimento legale del diritto delle donne all’autodifesa; la piena attuazione e garanzia dei diritti umani proclamati nelle convenzioni internazionali; l’istituzione di un comitato che lavori per l’inclusione della volontà delle donne nelle istituzioni pubbliche e politiche sulla base del principio della pari rappresentanza; l’istituzione di commissioni di giustizia per i bambini che hanno subito danni psicologici e fisici a causa della guerra e della violenza.

Queste rivendicazioni sono arrivate poche ore dopo le dichiarazioni di Obaida Arnoutportavoce del “governo transitorio” di Damasco, alla tv libanese Al-Jadeed. Riguardo al coinvolgimento delle donne nella nuova Siria, Arnout ha affermato che il momento è “prematuro” per parlarne, benché i “compiti della donna” debbano necessariamente essere “compatibili con il ruolo che può svolgere. (…) Può svolgere le stesse funzioni dell’uomo? Non può”. Il governo di Damasco mostra di avere tutta una sua teoria sulle donne: “La donna ha la sua natura biologica e psicologica, la sua unicità e la sua composizione che devono necessariamente allinearsi con determinati compiti; non è corretto che la donna utilizzi armi o si trovi in un determinato luogo che non si allinei con le sue capacità, la sua composizione o la sua natura”.

Il tono è rivelatore anche in rapporto all’educazione: “Certamente la donna ha diritto all’istruzione e all’apprendimento in qualsiasi campo della vita, ma per quanto riguarda l’assunzione dell’autorità giudiziaria da parte della donna, questo può essere un punto di ricerca o di studio da parte di specialisti, e vedo che è troppo presto per parlare di questo argomento”. Anche Al-Jolani insiste sempre sul fatto che i nuovi principi guida, e la stessa costituzione, devono essere definite da “esperti”; ma non è chiaro chi questi esperti dovrebbero essere, né in che senso sarebbero “esperti”, chi li sceglierebbe e soprattutto perché l’assemblea costituente debba essere formata dai suoi uomini senza prima procedere ad elezioni.

La scrittura della nuova costituzione in questa forma sarebbe il completamento del colpo di stato promosso da Al-Jolani all’interno del composito processo rivoluzionario, cui si oppongono le Ypj e le Sdf, come le donne scese in piazza a Damasco il 20 dicembre e a Qamishlo il 23 dicembre. Come ogni paese del mondo, la società siriana è divisa politicamente intorno a valori, interessi e principi, e nessun riferimento alla “cultura”, alla “natura” o alla “tradizione” è quindi scevro da una connotazione politica.

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mercoledì 25 dicembre 2024

Sciacalli di guerra. L’unica pensata dell’Europa è di cacciare via i Siriani – Alessandro Robecchi

 

Siccome in Siria c’è un nuovo capufficio, tutti cercano di capire che tipo è, e il paradosso siriano è che prima della Siria si sapeva tutto e non si diceva niente, ora della Siria non si sa niente e si dice tutto. Compresa la lingua bugiarda che ormai conosciamo bene, per cui per giorni e giorni le milizie che hanno preso Damasco erano “i ribelli” (ah, quanto amiamo le ribellioni, purché siano lontane!), ed erano gli stessi che fino a solo qualche mese fa si sarebbero chiamati jihadisti, o “macellai dell’Isis”, o “terroristi di al Qaeda”. Non che questo stupisca più di tanto: in un mondo in cui i soldi per la guerra si prendono da un “Fondo per la pace” (ah, l’Europa, Orwell gli fa una pippa!) ci aspettiamo di tutto.

Così, i giornali e i telegiornali sembrano un enorme processo del lunedì dove manca solo il grande Biscardi: chi ha vinto (forse Erdodan), chi ha perso (Putin e l’Iran, da qui i festeggiamenti), chi ne approfitta (Israele che si prende il Golan, che è siriano, ma tanto Israele confina con chi cazzo vuole lui e nessuno fiata). 

Non cambiano solo le parole, cambiano anche i nomi, così il nuovo capufficio siriano non vuole più che lo si chiami Abu Mohammed al Jolani, che era il nome di battaglia, ma solo Ahmed al Shara, che è il nome da statista, e basta leggere qualche ritratto sui nostri spettacolari mass media per capire che timori e speranze si mischiano. Da un lato si apprezza, giustamente, che Ahmed al Shara non teorizzi il bagno di sangue, che prometta una pacificazione del Paese e che dica che le donne possono vestirsi come pare a loro; dall’altro si teme, fingendo di gioirne, che la Siria possa tornare ad essere una potenza nell’area. E qui, a corroborare la tesi, arrivano i ritratti al miele del nuovo premier, Mohammed al Bashir, che la narrazione vuole ragionevole e moderato (speriamo), ma soprattutto ha un paio di cosette che lo arruolano tra i “buoni”. Infatti vorrebbe “introdurre un’economia di mercato, liberista e competitiva, senza restrizioni agli investimenti”, che è come dire “uno dei nostri”, hurrà. Si legge anche che sarebbe nemico dei “profitti sproporzionati”, questo forse piace un po’ meno agli adoratori di Elon Musk, ma non importa, si vedrà. Ha due lauree, tra l’altro, e anche questo manda un po’ in crisi il famigerato luogocomunismo occidentale. Sì, perché, il dna da conquistadores di noi europei prevede che tutti gli arabi e i musulmani siano ignoranti cammellieri, così come i cinesi si muovono i bicicletta e gli africani in ciabatte e barconi per venire qui. Ora – colpo di scena – ci si trova a valutare una classe dirigente che nasce da una rivolta armata, che proviene dalle fila dei peggiori nemici (i famosi terroristi), ma a cui si guarda con una certa fiducia perché hanno fatto il culo (finalmente!) a un amico dei nostri nemici. La vedete, vero la zappa sui piedi? Se non la vedete è perché pensate che siano i piedi di qualcun altro. Ai siriani, naturalmente non pensa nessuno, anzi sì, la famosa Europa, con una prontezza di riflessi inedita: l’Austria annuncia di rimandare in Siria 100.000 profughi, la Germania sospende 47.000 richieste di asilo, la Grecia ne blocca 9.000, Belgio, Francia e Italia si adeguano al volo. Chiunque sia il nuovo capufficio della Siria, l’Europa non vede l’ora di rimandargli i siriani, perché è questo il bello della geopolitica for dummies, che sembra una questione di vita o di morte, ma delle vite – sangue, sudore, lacrime – si può anche fregarsene alla grande, mica sono le nostre, no?

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domenica 22 dicembre 2024

Rojava sotto attacco! - Matteo Saudino

 



Ricordiamoci di Rojava! - Gianni Tognoni

E se fosse proprio in questo nome, che si trova assolutamente a stento nelle cronache che in questi giorni sono impegnate a fornire le più diverse letture degli scenari del Medio Oriente, che occorre cercare una delle chiavi di lettura più di fondo di quanto sta succedendo?

Rojava è il nome di una “rivoluzione delle donne” che è stata protagonista prima della resistenza, e poi della sconfitta definitiva dell’Isis in anni che sembrano lontanissimi, dal 2014-2015. La storia di quel tempo e di quella vittoria riconosciuta come strettamente kurda, al di là del parziale supporto aereo degli Usa, e come allo stesso tempo prodotto e nuovo inizio di un processo di democrazia radicale, ha una letteratura internazionale a supporto e, in Italia, è stata oggetto di pubblicazioni anche recentissime, di grande successo, di Zero Calcare. Con Afrin e Kobane, le città-simbolo, Rojava costituisce di fatto il punto di riferimento, culturale oltre che politico, di infiniti gruppi, con fortissimo protagonismo di donne, che hanno visto nella società creata nel Nord Est della Siria un indicatore, incredibile per la sua concretezza, di un cammino nuovo della storia. La perfetta condivisione di responsabilità di uomini e donne a tutti i livelli, compreso quello militare (rimasto obbligatorio anche dopo la sconfitta dell’Isis, per gli attacchi mai interrotti e ora ad altissima intensità della Turchia) è senza dubbio, non solo per quei paesi, l’aspetto più evidente. Combinata però con l’originalità strutturale, provocatoria, della sperimentazione di un modello di democrazia sostanziale che viene applicato in tutti i settori, dall’economia, alla sanità, alla scuola, alla giustizia, pur in condizioni permanenti di precarietà: qualcosa che non nasce dal nulla, ma ha radici nel pensiero di Öcalan, leader indiscusso delle lotte per il diritto alla autodeterminazione del popolo kurdo, prigioniero da decenni, in isolamento assoluto e incomunicato nella prigione turca dell’isola di Imrali.

Nelle mappe che in questi giorni si sono moltiplicate per dare nomi e luoghi di vita alla frammentazione delle tante minoranze, etnie, popoli, realtà della Siria (Alevis, Armeni, Yazidi, Drusi, Assiri…), la Amministrazione Autonoma del Nord-est, riconosciuta a livello internazionale con questo nome, rappresenta di fatto uno dei fili conduttori più di fondo per comprendere che cosa è in giocoIl silenzio, che è di fatto una cancellazione di questa centralità, è il segnale più preoccupante della direzione che ci si può attendere o, meglio, temere. Alla dittatura che si è ‘dileguata’, più che essere sconfitta, con l’appoggio-collaborazione della Turchia (e l’intervento massiccio di Israele, distruttivo di tutto l’apparato militare) non è previsto, anzi è decisamente proibito, che possa succedere un tempo che abbia all’ordine del giorno il riconoscimento di un destino di civiltà per i popoli che hanno un loro progetto. Anche e soprattutto di quello kurdo, che è la dimostrazione indiscutibile che ‘si può fare’: anche e soprattutto in quell’area, in cui la versione ufficiale della storia sembra dipenda prevalentemente da ideologie travestite da ‘regimi’ religiosi, più o meno funzionali a strategie di poteri globali.

Non ha senso giocare a fare gli indovini su una situazione talmente imprevista per la forma che ha preso, e che ha rimesso in discussione tutti i disequilibri già esistenti. L’obiettivo di questo pro-memoria è molto limitato, e accorato: chiedere, a tutti, in tutti i modi, di non cancellare, nascondere, distruggere nel silenzio connivente della comunità internazionale una rara esperienza di civiltà come Rojava. È lo stesso destino che si cerca di ‘assegnare’ al popolo palestinese: e il popolo di Rojava è più piccolo, poco noto, parte di vecchissime e rinnovate divisioni-trattati coloniali che non si può nemmeno pensare di toccare.

In gioco è qualcosa di più profondo e grave: consolidare e rendere normale la decisione di fare della storia una partita a scacchi dei poteri statali, economici, militari di turno. Non importa con quali forme di dittature: le mosse che si devono fare prescindono dai loro costi umani, che sono obsoleti come categoria obbligatoria di riferimento. Si possono-debbono includere nelle cronache come descrittori, da sommare giorno per giorno, con la sola attenzione di mimare attenzione stratificando le vittime per donne e bambini: effetti indesiderati e inevitabili. Nulla di nuovo. Neppure per le centinaia di migliaia (per la Siria, da tempo, milioni) di migranti più o meno affidati a ‘flussi’ che fanno sempre più parte di considerazioni di mercato. Su tutto, trasversalmente, Erdogan insegna ed è rispettato.

Nonostante tutto: ricordiamoci di RojavaCome tutti i popoli che sperimentano vita, sono loro che diranno, sopravvivendo o meno, da che parte siamo andati anche noi, che non possiamo essere solo spettatori rassegnati.

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giovedì 19 dicembre 2024

Prof. Sachs: "La decisione di rovesciare la Siria e' partito da Obama su ordine di Israele"


 

Quelli che seguono sono i 13 minuti più importanti che ascolterete per comprendere che cosa sia successo in Siria. Chi siano i responsabili, il movente, il mandante e quando tutto ha avuto inizio.

Spegnete i media che vi mentono per professione e fanno a gara a superare la povera Clarissa Ward della CNN per la fake news più ridicola al solo scopo di giusitifcare che la guerra della Nato e di Israele ha portato i terroristi alleati a Damasco.

Spegneteli. E ascoltate questi 13 minuti del Prof. Sachs - tratti da un'intervista rilasciata a Tucker Carlson il 17 dicembre 2024. Ci sono tutte le risposte che cercate e tutti gli aneddoti alla becera propaganda degli avvoltoi.

Buon Visione.



mercoledì 18 dicembre 2024

Le oligarchie liberali scelgono l’autoritarismo (con la complicità dell’intellighentia progressista) - Elena Basile


(Fatto Quotidiano 14 dicembre 2024)

 

I media occidentali hanno portato a termine con successo un’operazione di grande importanza politica. La maggioranza silenziosa, il ceto medio e le classi lavoratrici sono stati plasmati: l’Occidente libero e democratico è sotto attacco; le autocrazie come Cina e Russia, le teocrazie come l’Iran, il terrorismo, ci minacciano; e la guerra è l’unica risposta salvifica. Come afferma Ori Goldberg, nella storia i genocidi hanno avuto come motivazione essenziale l’autodifesa.

L’impero Usa in declino, costretto alla militarizzazione del dollaro, muove le sue pedine negli scacchieri internazionali, indifferente al diritto internazionale. Con linguaggio orwelliano uccide la democrazia in nome di essa. L’esempio simbolico è stata la dichiarazione del presidente della Corea del Sud che ha promosso la legge marziale per difendere i propri cittadini dall’autocratica Corea del Nord. In Europa, mentre Blinken incita Zelensky ad abbassare la leva militare dai 25 ai 18 anni, la distruzione di un paese e di centinaia di migliaia di ragazzi è giustificata dalla necessaria difesa da Mosca. In Georgia e in Romania il risultato delle elezioni democratiche non è accettato. Vincono candidati che non vogliono svendere il loro Paese a interessi statunitensi ed europei.


Si parla di brogli elettorali senza fornire prove. Le interferenze russe avverrebbero attraverso TikTok. Sappiamo bene che il soft power è monopolio occidentale. Le quattro agenzie di stampa internazionali che governano i media sono asservite ai poteri nostrani e specializzate, con modulazioni differenti, in un copia e incolla di veline dei servizi. È dunque col linguaggio della dittatura orwelliana globale, in grado di affermare l’opposto di quanto accade, che si denuncia TikTok e il soft power di Mosca. Se anche fosse provato che esistono finanziamenti russi per creare influencer nei social, essi rappresenterebbero un granello di sabbia nel deserto della disinformazione occidentale. In realtà, in Georgia come in Romania, i finanziamenti statunitensi ed europei a Ong, associazioni militanti e falsi istituti di ricerca sono molteplici. La registrazione in Georgia di Ong che avevano più del 20% di fondi stranieri, a imitazione di leggi esistenti in Occidente, è stata fortemente contestata dalla Commissione europea. Come è possibile che questa interpretazione al contrario del mondo attuale, non sia compresa dalla destra moderata e dal centrosinistra? La trasformazione antropologica alla quale assistiamo è dovuta al giudizio di carattere valoriale che si è riusciti a iniettare nel Dna delle classi dirigenti.


Se si parte dal presupposto che l’avanzare dell’influenza europea ai confini russi apporti il bene democratico, se si parte dal presupposto che la nostra civiltà e forma di governo siano migliori di quelle degli altri, i miliziani progressisti saranno spinti a chiudere entrambi gli occhi sui mezzi adoperati per celebrare le vittorie del liberalismo. Potrebbe essere divertente notare che proprio coloro che accusano la Russia di essere legata alle “zone di influenza”, retaggio del passato, credono fermamente nel diritto Nato e Ue di estendere le proprie.

In Siria le formazioni affiliate ad al Qaeda, denominate i ribelli (come i battaglioni Azov i cui membri sono divenuti su Repubblica i lettori di Kant) sono riesumate dalla Cia con la complicità turca in funzione anti-russa e anti-iraniana. Ci troviamo di fronte a una delle tante operazioni coperte della Cia che aggredisce lo Stato sovrano siriano con milizie jihadiste. La guerra civile non si congela per anni e riesplode da sola, in modo spontaneo, quando la Russia vince in Ucraina e l’Iran dimostra a Israele di poter colpire il suo territorio. La destabilizzazione di una società riesce soltanto se c’è un pilota con fondi e organizzazione. Queste non sono fantasie. Vi sono prove, a partire dalle confessioni della Clinton. Il criminale Putin utilizza TikTok, noi la Jihad.


La Turchia, che è in grado di condurre una politica autonoma per il suo esclusivo interesse nazionale, collabora con la Russia come con gli Stati Uniti secondo tattiche guidate da obiettivi geopolitici. Minare la Siria ed estendere la propria influenza in versione anti-curda è una priorità di Ankara. Al netto della retorica pro Gaza, Erdogan, impedendo i rifornimenti iraniani a Hezbollah attraverso la Siria, favorisce Israele. La Russia dovrà forse negoziare con Ankara una soluzione di tipo bosniaco, assecondando le spinte centrifughe, pro Usa, Israele e Turchia, per salvaguardare una Siria vacillante ma ancora utile all’asse russo-iraniana. Dittature e democrazie sono attori intercambiabili nella politica internazionale. Le scelte etiche esistono solo nel film autistico nostrano e degli ignari manipolati cittadini. Le oligarchie liberali scelgono l’autoritarismo con la complicità dell’intellighentia progressista.

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martedì 10 dicembre 2024

Tu chiamala, se vuoi, democrazia - Andrea Zhok

Discorso pubblico contemporaneo? Dominano da bugie, contraddizioni e manipolazioni. Ha perso ogni autorevolezza: il potere è privo di legittimità e la democrazia è una mera facciata per forme autoritarie di controllo.

Dopo che la sede diplomatica italiana a Damasco è stata saccheggiata, il ministro degli Esteri Tajani ci dice che “Tutto è sotto controllo”.

Unica trascurabile omissione, non si capisce sotto controllo di chi.

D’altro canto, se la Prima Ministra Meloni sta ancora lavorando ad “accertare le responsabilità” di chi ha sparato sulle truppe italiane Unifil in Libano, dire che se ti saccheggiano l’ambasciata è tutto sotto controllo è almeno altrettanto plausibile.

Ecco, alla fin fine il problema della politica contemporanea è tutto

qua: le parole non valgono più l’aria calda che producono.

Le parole sono solo gesti di una recita che lancia segnali destinati ai datori di lavoro di questi politici-attori.

Il loro contenuto di verità è zero.

E tutti sanno che il loro contenuto di verità è perfettamente nullo.

Ma al tempo stesso esiste tutta una danza mediatica di mentitori professionisti, ironicamente chiamati “giornalisti”, che hanno il precipuo compito di lubrificare le menzogne più spinose in modo che vengano comunque trangugiate.

Siamo perciò nel puro regno della menzogna illimitata, in cui ritrovare contraddizioni, inconseguenze, doppi standard è divenuto un passatempo sterile, perché ciò che non è menzogna lo è solo per accidente, come un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al dì.

Ciò che non viene ancora ben compreso è che una sfera pubblica dove esistono solo menzogne, manipolazioni o sporadiche verità accidentali è una sfera pubblica che non possiede nessuna autorevolezza. Ma siccome il potere legittimato deriva dall’autorevolezza, l’odierna sfera pubblica non possiede più alcun potere percepito come legittimo.

Questa è in fondo la semplice storia dell’Occidente contemporaneo:

1) La menzogna, la contraddittorietà, l’inconseguenza, il doppio standard, l’omissione selettiva, la retorica distorsiva, la manipolazione senza freni regnano incontrastate sul discorso pubblico.

2) Perciò il discorso pubblico appare integralmente privo di autorevolezza e con ciò il potere che esercita è privo di legittimazione.

3) In assenza della possibilità di esercitare un potere generalmente percepito come legittimo, rimane soltanto la possibilità di esercitarlo in forme autoritarie, coattive, ricattatorie, oppressive, truffaldine, sistematicamente contrarie ai bisogni e alle volontà dei più.

E, coerentemente con quanto sopra, lo si chiama “democrazia”.

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lunedì 9 dicembre 2024

scrive Pino Cabras sulla Siria

 

La Siria e “i nostri asset” - Pino Cabras

I maggiorenti occidentali commentano giulivi la fine della Repubblica Araba Siriana, sostituita da una coalizione jihadista guidata da Abu Muhammad al-Jawlani, che nel curriculum ha una lunga militanza in ISIS e al-Qa'ida

È molto interessante leggere la parata di brevi dichiarazioni di tanti maggiorenti occidentali sulla fine della Repubblica Araba Siriana, oggi conquistata e sostituita da una coalizione jihadista guidata da Abu Muhammad al-Jawlani, che nel curriculum ha una lunga militanza nell’ISIS e in Al-Qa’ida e che come primo provvedimento libera dalle carceri siriane tutti i capi dell’ISIS.

Le dichiarazioni dei pezzi grossi dell’Ovest sono interessanti anche per l’uniformità dello stile e degli argomenti, esposti tutti con lo stesso cliché: 1) esultanza per il rovesciamento di Assad, additato come “dittatore”; 2) generico e blandissimo richiamo ai rischi associati ai nuovi capi per via del loro passato, quasi mai menzionato esplicitamente; 3) fiducia nella buona opportunità di fare buoni accordi con i nuovi capi; 4) letizia bellicosa per una sconfitta strategica di Putin. Cercate in rete le dichiarazioni di BidenScholzVon Der LeyenMacronMetsolaStarmerKallas: i vertici di istituzioni che in certe fasi hanno fatto di tutto per impaurirci con il pericolo del fondamentalismo terrorista oggi festeggiano il primo vero grande trionfo del jihadismo che si fa Stato, e lo fanno leggendo e diffondendo la medesima velina, come pappagalli, come meri ripetitori di idee ricevute, come zelanti esecutori di uno schema predefinito.

Siete sorpresi? Per chi segue queste vicende da molti anni, come chi vi scrive, nessuna sorpresa. Il 19 gennaio 2016 sul quotidiano «The Times of Israel» uscirono le chiare dichiarazioni dell’allora ministro della difesa di Tel Aviv, Moshe Ya’alon, che spiegava che l’Iran rappresentava una minaccia maggiore dello Stato Islamico, e che nel caso il regime siriano fosse caduto, Israele avrebbe preferito che la Siria andasse sotto il controllo dell’ISIS piuttosto che della potenza iraniana. Quella di Ya’alon suonava proprio come una dichiarazione di guerra all’Iran, una guerra totale in cui ogni mossa, palese o sotterranea, veniva preventivamente coperta e giustificata da Tel Aviv. Ya’alon spiegava senza fronzoli quel che già sapevamo, ma che milioni di cittadini occidentali non sanno perché i giornali non li informano: gli ospedali israeliani nel pieno dell’aggressione jihadista alla Siria di dieci anni fa curavano i miliziani jihadisti siriani feriti, per poi rispedirli a combattere e così indebolire lo Stato siriano.

L’intervento russo nella guerra siriana aveva cambiato gli equilibri, e chi aveva scommesso per equilibri diversi si lamentava rabbiosamente: lo fecero pure i grandi vecchi dell’imperialismo USA, Zbignew Brzezinski (1928-2017) e John McCain (1936-2018), che imputavano a Mosca di “distruggere i nostri asset”, cioè i militanti delle formazioni terroristiche, considerati risorse organiche rispetto alle strategie geopolitiche imperiali. McCain, in particolare, aveva incontrato diversi boss jihadisti il 27 maggio 2013 dopo aver attraversato il confine turco-siriano per discutere di invio di armi pesanti e altri appoggi.

È interessante rileggere oggi un comunicato divulgato da Wikileaks, datato dicembre 2006 e firmato da William Roebuck, che in quel momento era incaricato di affari presso l’ambasciata americana a Damasco, il quale diceva:

«Pensiamo che le debolezze di Bashar al-Assad risiedano nella maniera in cui lui decide di reagire ai problemi incombenti, siano essi reali o percepiti, come per esempio il conflitto tra le riforme economiche (ancorché limitate) e la forza radicata della corruzione, la questione curda, e la minaccia potenziale al regime rappresentata da una crescente presenza di estremisti islamisti. Questo comunicato riassume la nostra valutazione su queste vulnerabilità e suggerisce che ci possano essere azioni, affermazioni e segnali, da parte del governo USA, che potrebbero far crescere la probabilità che queste potenzialità si verifichino». Tradotto in modo meno felpato: “soffiamo sul fuoco e su tutto ciò che può bruciare Assad, compresi gli schifosi tagliagole, che ci tornano utili».

Poco importa se sino a pochi anni prima al-Qa’ida e i fantasmi dei loro leader, al-Zarqawi e Osama Bin Laden, fossero esecrati dall’Occidente come terroristi espressione del male assoluto in modo da sfruttare ogni tecnica di manipolazione della paura di massa e imporre nuove guerre e leggi draconiane sulla sicurezza. Chi – come vi scrive – esibiva fior di documenti per dimostrare la contiguità esistente da sempre fra le organizzazioni terroristiche islamiste e i servizi occidentali nonché con le operazioni sporche dei servizi israeliani veniva tacciato di “complottismo”. Oggi le azioni di quel mondo sono oggetto di giubilo su tutti i social da parte di tutto il gotha dei governanti occidentali.

Prima lezione che arriva dai fatti: ciò che comunemente si definisce “terrorismo” è, perlopiù, uno strumento di manipolazione delle masse, sostenuto da entità statali e orchestrato con il consenso dei pochi detentori della quasi totalità dei media tradizionali. Questi ultimi hanno il compito di alimentare a comando isterie collettive e paure, evidenziando alcune vittime innocenti e ignorandone altre. Con un controllo così ferreo della narrazione, si riesce anche nell’operazione contraria: trasformare i tagliagole in nuovi statisti.

Seconda e non meno importante lezione: l’uniformità pappagallesca dei capi di governo e degli eurocrati nel salutare la svolta siriana dimostra che anche loro, così come i quadri di al- Qa’ida, non sono “leader”: sono solo dei semplici “asset”. Risorse interamente in mano a chi davvero guida l’Impero. Fra “asset”, che non sono altro, sapranno intendersi.

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Siria: la dissoluzione di uno Stato e l’ascesa del Caos - Pino Cabras

La dissoluzione della Siria di Assad è l’effetto finale di un progetto imperiale di lungo periodo che ha voluto a tutti i costi questo risultato per riorganizzare il Levante – un crogiuolo di popoli, etnie, religioni – demolendo un baricentro sovrano.

Il sistema politico e statale della Siria, così come plasmato dagli Assad, sta attraversando con un’accelerazione vertiginosa la sua fase terminale di dissoluzione.

È l’effetto finale di un progetto imperiale di lungo periodo che ha voluto a tutti i costi questo risultato per riorganizzare il Levante – un crogiuolo di popoli, etnie, religioni – demolendo un baricentro sovrano con un nucleo cesaristico particolarmente duro come la Repubblica Araba Siriana.

Ogni mezzo è stato usato negli ultimi 14 anni dall’Occidente, dalla Turchia e dalle petromonarchie arabe in accordo con Israele: una guerra per procura che ha fatto da palestra per i tagliagole jihadisti di mezzo mondo (inclusa la funesta orda dell’ISIS) e che ha devastato – con costi umani spaventosi e in modi irrimediabili – tutti gli equilibri sociali, etnici e demografici della Repubblica; sanzioni applicate in modo feroce per destrutturare le basi economiche con inevitabili effetti di logoramento di medio e lungo periodo; pezzi di territorio invasi dagli Stati Uniti e tuttora in mano loro per rubare quasi tutte le ingenti risorse petrolifere (ne avete mai sentito parlare dal coro dei presunti difensori degli invasi rispetto agli invasori?); altri pezzi di territorio invasi dalla Turchia e da Israele per crearsi arbitrarie fasce di sicurezza, usate come base avanzata di incursioni e attacchi; costanti e quotidiane azioni militari di Israele volte a degradare la tenuta del sistema militare dello stato siriano. Per i siriani non doveva valere la formula per cui quella nazione “ha il diritto di difendersi” per non andare in malora.

Dopo che l’albero è stato aggredito e scrollato così a lungo, non stupisce che l’ultimo scossone lo abbia buttato giù in un tempo ultra-breve.

Lo stato poteva crollare già nel 2015, ma ha retto altri nove anni grazie all’intervento militare di Mosca, storico alleato di Damasco sin dai tempi sovietici (conservando l’unica base militare russa fuori dal territorio post-sovietico), risultando il vero soggetto che storicamente sbaragliò l’ISIS. Fu importante anche l’intervento degli Hezbollah libanesi, che vedevano il loro paese reggere il drammatico urto di una marea inimmaginabile di profughi siriani, ma che sapevano che un collasso della Siria avrebbe avuto un esito ancora più tragico per il Libano: molti villaggi cristiani siriani sconvolti dalle orde jihadiste armate dal mondo NATO e dalle monarchie del Golfo furono liberati e salvati proprio dai fondamentalisti sciiti agli ordini di Nasrallah. Importante anche la regia di Teheran per dare profondità strategica al cosiddetto “Asse della Resistenza”. Il lavoro ai fianchi di chi voleva annichilire la pervicace sovranità di Damasco non si interruppe, anche se per un po’ subì i contraccolpi. Fu altamente simbolica, nel marzo 2016, la riconquista della città di Palmira e del suo importantissimo sito archeologico da parte delle truppe di Damasco e quelle russe. Assad veniva da cinque anni in cui era stato sottoposto a infiniti tentativi di ‘reductio ad Hitlerum’. Ma stava solo difendendo la sovranità di un paese, difendendo anche per noi un baluardo contro la barbarie, con la quale commerciavano invece i presunti anti-hitleriani. Fu un momento storico che restituì la vera statura delle personalità politiche.

Oggi questo baluardo appare totalmente friabile. Non si riscontra alcuna collaborazione significativa tra l’esercito siriano e le forze di sicurezza, né una resistenza organizzata e concreta. Di fatto, queste ultime non stanno proteggendo il territorio nazionale. Gli sporadici episodi di difesa non fanno altro che accentuare il quadro complessivo di decadimento. Che il collasso sia avvenuto spontaneamente o sia stato causato da un tradimento non conta più: ciò che pesa è il risultato tangibile. La Siria, nella sua configurazione precedente, è prossima alla fine. Anche qualora fosse stata prevista un’azione di sostegno, non ci sarebbe il tempo necessario per attuarla: lo Stato e l’apparato militare siriano stanno implodendo più rapidamente di qualsiasi soccorso esterno.

La Russia cercherà di salvare il salvabile per quel che la riguarda: assicurarsi – se ci riesce – la permanenza delle sue installazioni militari nella regione di Latakia; procedere all’evacuazione dei suoi cittadini e del personale militare presenti a Damasco, minimizzare i costi legati alla crisi cercando un compromesso che coinvolga i triplogiochisti turchi, l’Iran, i paesi del Golfo con cui ha migliorato le proprie relazioni e, per alcune questioni, anche Israele. Molto, forse troppo lavoro, per il ministro degli esteri russo Lavrov.

Simmetricamente, l’Iran va a perdere il corridoio terrestre strategico costruito nel 2017 sotto la guida di Soleimani, un evento che cambia la postura di Teheran nella regione, abbastanza da far pensare che un pezzo della sua classe dirigente disposto a pagare un prezzo elevato abbia lavorato in mille modi contro altri dirigenti iraniani per uscire da questo complicato gioco strategico, ritenendolo non più sostenibile. La decapitazione di Hezbollah, storico alleato dell’Iran in Libano, potrebbe non essere opera solo di Bibi il genocida.

Il futuro della Siria è confuso, senza un “centro di gravità”, il che pone le premesse di un conflitto prolungato da “stato fallito”, simile a quanto accaduto in Libia o in Afghanistan, con uno scenario dominato dalla frammentazione dello Stato e l’accendersi di rivalità incomponibili.

L’esodo di milioni di rifugiati – come già in passato – e la diffusione di gruppi terroristici che trovano in Siria la loro Tortuga, l’isola dei pirati senza regole e senza scrupoli, rappresentano un rischio concreto per l’intera regione. Inoltre, il radicalismo islamico, utilizzando come base i territori sotto il suo controllo, potrebbe espandere la propria influenza, generando gravi ripercussioni in numerosi Paesi, su un raggio vastissimo.

«Hanno forse capito che quelle guerre non hanno provocato altro che il caos e l’instabilità in Medio Oriente e in altre regioni? A quei politici vorrei spiegare che il terrorismo non è una carta vincente che si possa estrarre e utilizzare in qualsiasi momento si voglia, per poi riporla in tasca come se niente fosse. Il terrorismo, come uno scorpione, può pungerti inaspettatamente in qualsiasi momento» (Bashar Al-Assad, 2013).

Ha dunque il suo primo trionfo questa sorta di legione di avventurieri addestrati in modo moderno (adesso usano perfino i droni con addestratori ucraini), spedita su vari fronti geopolitici, in grado di essere utilizzata per scardinare interi Stati, ma con coperture e finanziamenti statali e la prontezza per ogni tipo di ricatto. Lo scorpione pungerà ancora in Europa. I governanti europei, fra i più ricattati, subiranno pressioni enormi contro gli interessi dei propri paesi, ma sono abituati. È l’Impero del Caos che bussa, non l’Islam.

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