Visualizzazione post con etichetta Sudafrica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sudafrica. Mostra tutti i post

giovedì 29 maggio 2025

L’Occidente e l’apartheid: Trump e non solo - Sergio Labate

 

Cos’è l’apartheid? È una politica di segregazione. Un regime di separatezza che si rivolge a certi gruppi in base a delle caratteristiche comuni: razza, ceto, genere ecc. Dunque c’è apartheid dove c’è una politica che separa e perseguita delle persone non in termini individuali o in relazione a gesti delittuosi, ma per il solo fatto di essere se stesse e di appartenere a un gruppo sociale più o meno riconoscibile. Cos’è la proiezione, in psicologia? È un elementare meccanismo di difesa, per cui proiettiamo sugli altri sentimenti o azioni o convinzioni che proviamo o mettiamo in atto e che non riusciamo o non vogliamo o non possiamo attribuire a noi stessi.

Pensavo a questi due semplicissimi concetti, mentre ascoltavo le ultime puntate dei deliri di Trump. Nell’ordine, la sua accusa al Presidente del Sud Africa di essere razzista nei confronti dei bianchi e, poche ore dopo, la decisione di proibire a una delle più grandi e prestigiose Università americane di ammettere studenti stranieri.

La scenetta col Presidente sudafricano è simile a quella con Zelensky, se non fosse per la prontezza di riflessi dell’interlocutore. Una vera e propria trappola a favore di telecamere, con la costruzione artificiale di fake news per legittimare quella che non è una semplice tesi bislacca, ma rappresenta precisamente un rovesciamento proiettivo. L’unico dato di realtà da cui parte questa narrazione palesemente falsa è che vi è una legge che permette l’esproprio (del tutto risarcito, salvo casi di terreni abbandonati a se stessi da tempo) di terra a fini pubblici, in un paese in cui il latifondo non è un’arcaica categoria dell’Ottocento. Per il resto, accusare il Paese dell’apartheid di perseguitare i bianchi in quanto bianchi non è solo un oltraggio alla memoria, ma è anche una follia rispetto al presente. Un presente in cui i bianchi continuano ad essere i ricchi e i neri ad essere i poveri. Non c’è stato nessuno spostamento economico e l’apartheid è rimasto dov’era, fondato ora su basi economiche e non più politiche. In fin dei conti, la pace non è stata che la continuazione dell’apartheid con altri mezzi. Ma perché quest’accusa di apartheid non può che essere interpretata nei termini d’un rovesciamento proiettivo, avendo a che fare con le politiche che il Presidente statunitense mette in atto?

Per rispondere a questa domanda, veniamo al secondo episodio. Quel geniaccio di Trump continua la sua guerra alle università americane (che peraltro non sono università pubbliche, ma sono fortemente elitarie sia nel reclutamento dei docenti sia soprattutto nella selezione degli studenti. Sono insomma modelli di un sapere esclusivo ed escludente, che dovrebbe piacere molto agli esponenti della destra). L’ultimo plateale gesto è quello di prendersela con gli studenti universitari “stranieri”: un gruppo sociale piuttosto cospicuo ed eterogeneo, ad occhio. Con un gesto di puro maccartismo, la sua amministrazione ha sospeso le iscrizioni per gli studenti stranieri. Perché prendersela con loro? Per punire le posizioni “antisemite” dell’Università, ufficialmente. Scelta interessante. In primo luogo, perché punisce solo indirettamente l’Università, punendo direttamente persone che – non avendo nome e cognome ma essendo un gruppo sociale piuttosto corposo – non possono essere accusate di condividere quelle idee che a quanto pare in una democrazia liberale non possono essere diffuse. In secondo luogo, perché si basa su un’ennesima contraffazione della realtà, definendo ogni critica alle politiche israeliane come “antisemitismo”. Il che ci permette di correggere la declinazione di un’altra domanda che ricorre sempre di più in queste settimane. La questione non è: “perché assistiamo alle semplificazioni che prendono il posto della complessità?” ma piuttosto: “perché assistiamo alle contraffazioni che prendono il posto della complessità?”. La differenza tra semplificazione e contraffazione è evidente e concerne l’uso politico delle parole. Quando semplifichiamo qualcosa, l’accusa che ci viene rivolta è che le cose non stanno esattamente così come le stiamo descrivendo. Ma la contraffazione non è per forza una semplificazione. Mentre la semplificazione conserva in sé parti di verità che magari distorce, la contraffazione non si occupa più di dir male la verità, ma si occupa direttamente di dire il falso come fosse veroQuesta non è più l’epoca della semplificazione, è ormai l’epoca della contraffazione.

Di fatto, anche questo piccolo episodio dimostra come l’apartheid è diventato un principio politico che unisce l’Occidente contro coloro che decide di designare come i suoi nemici. In questo caso i nemici contro cui agire sono duplici: sono gli stranieri e sono coloro che credono ancora al valore dell’istruzione. Sono dunque da perseguitare perché non appartengono alla nostra comunità e perché pretendono di imparare a maneggiare lo strumento di emancipazione e di critica al potere per eccellenza, la cultura. Ma il modo in cui si agisce risponde perfettamente ai canoni che definiscono l’apartheid. Che è esattamente una persecuzione che non è fondata su alcuna notizia di reato ma esclusivamente sull’appartenenza a un gruppo razziale (gli stranieri) e a un gruppo sociale (il “ceto medio riflessivo”, avremmo detto un tempo). Ma non è lo stesso apartheid che vediamo in azione nelle politiche securitarie del nostro Paese? Oppure nelle direttive europee sulla migrazione e sul diritto d’asilo? O ancora a Gaza, dove la segregazione e l’apartheid non hanno nemmeno il bisogno di celarsi dietro il rispetto di leggi e di diritti?

Sono due piccoli episodi, apparentemente minimi rispetto a tutto ciò che ci sta esplodendo in mano. Ma non fanno che confermare il fatto che è l’Occidente tutto oggi a poter essere accusato di aver plasmato le proprie politiche a immagine e somiglianza dell’apartheid che in Sud Africa è invece per fortuna solo un tragico ricordo del passato, almeno come fenomeno politico.

Se le cose stanno cosi, non riesco a trovare altre spiegazioni se non ricorrendo al buon vecchio Freud. Accusare l’altro di ciò che di fatto si persegue con accanimento ormai reiterato ed esplicito. Oltretutto, non è ciò che accade costantemente anche nelle nostre relazioni private? Non trovo più una persona violenta che non rivendichi alla fine di essere essa stessa vittima della violenza. Mentre alle vittime è tolto il diritto di parola, i carnefici si difendono facendo le vittime. Piccolo inciso che conferma questa sommaria analisi di psicologia sociale: nei giorni scorsi ho avuto la pessima idea di ascoltare cinque minuti di dibattito politico in televisione. Qualcuno ha provato a dire che a Gaza si sta consumando un genocidio. Apriti cielo. La conduttrice progressista e di sinistra si è indignata dicendo che non vuole che nella sua trasmissione si pronuncino simili parole. Dopo qualche minuto un brillante (sono decisamente ironico) esponente della destra, uno di quelli che sta trovando una nuova giovinezza perché disposto a difendere in ogni occasione l’indifendibile, ha detto testualmente: “il 7 ottobre si è consumato un vero e proprio genocidio del popolo ebraico”. In questo caso, la nostra conduttrice progressista e di sinistra non ha ritenuto di interrompere né di indignarsi (e con questo, è inutile dirlo, non voglio in alcun modo minimizzare la crudeltà del 7 ottobre).

Il piccolo insegnamento che dobbiamo trarne è immediatamente politico e attraversa tutto questo tempo così poco chiaro che ci accade di vivere. La domanda giusta non è: “perché i carnefici fanno i carnefici?”, ma è: “perché i carnefici rappresentano sistematicamente se stessi come vittime?”. Qualcuno direbbe per autoassolversi. Forse non sarebbe una contraffazione, ma certamente sarebbe una semplificazione. Perché ciò che l’Occidente fa non è solo non sentirsi in colpa per quel che ha scelto di diventare, ma accusare gli altri di essere ciò che esso stesso è diventato. Dietro il vittimismo c’è non solo la necessità di non sentirsi in colpa, ma anche il bisogno di far sentire in colpa coloro che si perseguitano, in modo da legittimare i propri comportamenti.

Tra muri e deportazioni, mi pare che la cartografia che stiamo cercando di imporre al mondo intero sia fondata sulla segregazione e il controllo di interi gruppi sociali, estesi a livello planetario. Non più guerre tra Stati, ma guerre di un gruppo sociale minoritario a gruppi sociali a cui vengono ormai negati senza ragione i diritti più elementari. Sono gruppi sociali eterogenei, ho scritto. Ma se dovessi indicarne un tratto comune, direi che sono tutti gruppi sociali non abbienti. Palestinesi, stranieri in genere, ceto medio riflessivo, persone non binarie, donne: ho certamente dimenticato qualcuno nell’elenco. Di fatto poveri, sottoposti a un regime di apartheid plateale da parte dei ricchi. Si chiama apartheid, si legge neo-capitalismo: non più soltanto un dispositivo economico, ma un vero e proprio dispositivo economico-politico.

da qui

mercoledì 11 ottobre 2023

Perché ricordare Steve Biko

Sostituire un potere con un altro potere “più giusto” oppure smantellare la struttura dell’oppressione? Il vero cambiamento non verrà mai dalle mani di chi ci opprime. A quasi cinquant’anni dall’assassinio di Steve Biko, che segnò in profondità il destino finale del regime sudafricano di apartheid, la sua lezione di autonomia, indipendentemente dalla realtà politica sudafricana odierna, è ancora molto viva. Non si trattava di sostituire un potere nero a un potere bianco coloniale lasciando intatta o apportando qualche modifica alla struttura del sistema che ci opprime, secondo il Black Consciousness Movement. Non si lottava per conquistare il potere dello Stato ma per affermare la nostra stessa esistenza, nella nostra storia e nella nostra libertà e autodeterminazione. La vera liberazione avverrà dal basso, quando sarà restituita la dignità a tutte le persone che abitano e incarnano la zona del “non-essere”. Biko diceva: “Moriremo inutilmente se il sistema politico diventerà nero e continuerà ad essere esattamente come il loro, a usare la polizia per rompere altre teste per le stesse ragioni per cui ora loro rompono le nostre”.

Steve Biko è morto nel carcere di Pretoria, in seguito alle torture che gli furono inflitte dalla polizia razzista sudafricana, tre mesi prima di compiere 31 anni, fonte originale della foto Daily Dispatch

Se saremo liberi nel cuore, non ci saranno catene create dall’uomo abbastanza forti da sottometterci al dominio. Ma se la mente dell’oppresso viene manipolata (…) in modo tale da farci credere inferiori, non saremo in grado di far nulla per affrontare i nostri oppressori

Steve Biko

Nei primi giorni di questo mese di settembre ma nel 1977, dopo essere stato arrestato e torturato per ore e ore dalla polizia sudafricana con infinita crudeltà, Steve Biko moriva da solo in una cella durante il regime dell’apartheid 1Sono trascorsi 46 anni ed è necessario interrogarsi sulla vita e il pensiero di un rivoluzionario la cui storia non è una storia personale, ma quella di una parte del Sud del mondo, che a lungo termine è un riflesso degli altri Sud e di tutti i territori che resistono all’espropriazione che la ferita coloniale-capitalista-patriarcale ci ha lasciato.

Biko era nato nel 1946 nel piccolo villaggio di Tarkastad e cresciuto nella township di King William’s Town, nella provicnia orientale del Capo, con origini molto umili. Aveva iniziato giovanissimo la sua attività politica in ambito studentesco e nell’African National Congress (ANC). Da studente di medicina aderì ad un’organizzazione studentesca “multirazziale”, la National Union of South African Students (NUSAS), ma di fronte alle profonde divergenze politiche dovute al controllo esercitato dagli studenti bianchi, decise di lasciarla per creare la South African Students Association (SASO), il seme di quel che poi sarebbe diventato il Black Consciousness Movement (BCM), da lui creato insieme ad altri leader studenteschi neri. Si trattava di un movimento rivoluzionario la cui grande sfida ideale era concentrata sul cambiamento radicale delle strutture di oppressione e di mentalità. Bisognava, cioè, cambiare i modelli che ci assoggettano come oppressi contro l’oppressore o ci spingono a perpetuare quelle strutture (istituzioni create dalla storia dei “vincitori”; lo Stato con il suo ordinamento poliziesco e giuridico), per riaffermare la nostra stessa esistenza, nella nostra storia e nella nostra libertà e autodeterminazione. Diciamo “la nostra” perché “i neri”, come li pensava Biko, non includevano solo i neri africani, ma tuttx coloro che storicamente hanno abitato-incarnato i “non bianchi” del mondo coloniale. Lì diventiamo fratelli, perché questo superamento non è solo un cambiamento di posto nel potere, ma un’emancipazione da quella struttura di potere.

L’arma più potente dell’oppressore è lo spirito dell’oppresso

Per le sue attività politiche Biko fu espulso dall’università, ma ciò non gli impedì di continuare la militanza. All’inizio degli anni ’70, il pensiero di Paulo Freire della Pedagogia dell’Oppresso cominciò a prendere forza nelle organizzazioni del Sudafrica. Nonostante il fatto che lo Stato dell’Apartheid avesse censurato le opere di Freire, Biko chiese a una compagna di un’organizzazione cristiana radicale che aveva conosciuto Paulo di lavorare con la SASO per insegnare i metodi della partecipazione. È stato così che Biko, insieme a un gruppo di studenti militanti, ha iniziato un processo di formazione politica, con copie clandestine dei testi, concentrandosi sulla ricerca di base nelle stesse comunità.

A questa base politica si sono poi aggiunti i contributi di Frantz Fanon, il quale insisteva sul fatto che la vera liberazione avverrà quando sarà restituita la dignità a tutte le persone che abitano e incarnano la zona del “non-essere”, quando si tornerà al cammino dell’umanizzazione radicale delle e degli oppressx, cosa che avrebbe potuto essere raggiunta solo attraverso la partecipazione attiva alle lotte per la trasformazione e la liberazione sociale. Il BCM inizia a porre come principi della sua organizzazione che solo gli oppressi, realizzando la loro posizione nella società, saranno in grado di organizzarsi per la liberazione, poiché la vera trasformazione non verrà mai dalle mani degli oppressori.

Dopo una formazione politica di sei mesi, il Black Consciousness Movement avviava i programmi per la comunità nera (BCP). Nello sviluppo di questi programmi, la partecipazione delle donne è sempre stata essenziale, poiché loro erano responsabili dei vari compiti e del coordinamento delle diverse aree. Mamphela Ramphele, una delle leader del Movimento e anche dei programmi, nonché la donna che Biko avrebbe sposato, sosteneva che l’obiettivo principale di questo lavoro era la materializzazione pratica della Coscienza Nera, perché non era solo necessario che le persone avessero una consapevolezza critica della loro posizione di oppressx, ma anche che ― a partire da lì ― costruissero autosufficienza in modo comunitario 2 ; cosa che oggi potremmo anche intendere come autonomia.

L’enfasi e l’insistenza in questi programmi consistevano proprio nel riprendersi quella dignità umana di cui abbiamo parlato prima. Le persone nere avevano conosciuto solo l’espropriazione, il disprezzo e le umiliazioni, quindi ciò che creavano doveva essere bello, rappresentava simbolicamente la speranza e il proprio riaffermarsi nella lotta per la liberazione. Questi programmi prevedevano progetti che includevano ricerca e pubblicazioni, centri di salute, una fabbrica e un fondo fiduciario che sosteneva principalmente le e i prigionierx politicx e le loro famiglie. Nel campo della ricerca e delle pubblicazioni, Biko ha creato il Black Magazine, dove sarebbero state pubblicate analisi politiche del contesto sociale e sarebbe stato diffuso il lavoro svolto nei programmi.

Fu in quel periodo che Biko ricevette una restrizione della libertà che in pratica consisteva negli arresti domiciliari. Non poteva fare iniziative politiche per promuovere le idee né pubblicare. Non poteva incontrare più di una persona nello stesso luogo e tanto meno uscire dall’area riservata che gli era stata concessa. Questa misura era molto comune nello Stato dell’apartheid, una forma di controllo e punizione, di isolamento, per chi era impegnato in lotte politiche. Così Biko, insieme all’intera comunità, si vide costretto a creare diverse strategie creative per eludere la sorveglianza della polizia.


Nel giugno del 1976, più di 10mila studenti scesero nelle strade di Soweto, si rifiutavano di continuare a studiare in afrikaans, la lingua imposta dai colonizzatori. La presenza della SASO fu uno degli elementi chiave in quelle manifestazioni, il pensiero di Biko e i principi del Movimento risuonavano nelle strade. La risposta alla mobilitazione di così tanti studenti, per la maggior parte bambine e bambini, fu una repressione brutale. La polizia assassinò quasi 700 studenti e studentesse neri colpendolx a distanza ravvicinata; la versione “ufficiale” diceva che erano solo 23. Quella strage segnò profondamente il Movimento, la maggior parte degli sforzi furono rivolti a sostenere in qualche modo le studentesse, gli studenti e i giovani.

Biko continuava a partecipare a manifestazioni e incontri politici, fu arrestato più volte, ma non riuscivano a tenerlo in prigione. Poi, nell’agosto del 1977, di ritorno da una manifestazione con gli studenti, fu di nuovo arrestato senza alcun processo o sentenza preventiva. Per giorni la polizia lo torturò fino a procurargli danni neurologici e il 12 settembre del 1977 lo picchiarono fino a togliergli la vita. Aveva 30 anni. La versione “ufficiale” dell’assassinio indicava che la morte era dovuta allo sciopero della fame che aveva iniziato. Ciò che hanno fatto con Biko lo hanno fatto anche con centinaia di neri arrestati, condannati al carcere senza pena e senza alcun diritto di difesa grazie a una legge emanata durante il regime. La maggior parte di quelle persone è stata uccisa dalla polizia, ma le argomentazioni più frequenti a sostegno della causa della morte erano imputate al suicidio o a una “causa non identificata”.

Una immagine del funerale di Steve Biko, foto Independent Archives (Original hard copy stamped 26 Sep 1977)

Perché ricordare Biko? Perché abbiamo recuperato il lavoro fatto dal Black Consciousness Movement? Perché Biko era uno dex nostrx e la lotta che ha costruito insieme alle sue compagne e ai compagni, collettivamente, veniva dal basso e pensava da una prospettiva rivoluzionaria verso la liberazione. Non pensava alla presa del potere dello Stato. Non cercava di sostituire un potere bianco con uno nero. Biko diceva: “Moriremo inutilmente se il sistema politico diventa nero e continua ad essere esattamente come il loro, a usare la polizia per rompere altre teste per le stesse ragioni per cui ora loro rompono le nostre” 3La storia ci ha già confermato che nessun progetto di liberazione che abbia preso il potere ha poi realmente cambiato o trasformato la struttura dell’oppressione continuando ad essere costruito sulla stessa base dominante. E sebbene quasi sempre la congiuntura elettorale – o la rassegnazione quotidiana alla quale i malgoverni ci spingono – ci facciano credere puntualmente che non esista altro al di fuori di quella stessa struttura di potere e che dovremo sempre scegliere tra la morte e la morte, puntualmente spuntano lotte, compagne e compagni, memoria, per dirci e mostrarci che ci sono altri orizzonti possibili.

Ecco perché questo mese portiamo qui questa storia, perché perfino nella memoria delle sinistre, le storie di compagne e compagni come Biko rimangono ai margini o sono molto distanti. Dall’alto hanno voluto strapparci questi punti di riferimento, sta a noi non permetterlo. La guerra dell’oblio è la guerra controi popoli e la loro memoria, è la guerra contro la dignità e la voglia di non ripetere la storia sempre allo stesso modo. Proprio in questo mese ricordiamo anche i 50 anni della sanguinosa dittatura in Cile, le compagne e i compagni desaparecidxs e assassinatx, e pochi mesi fa abbiamo ricordato anche i 50 anni della dittatura in Uruguay. La memoria è la nostra forza contro l’impunità. La memoria è ciò che ci dà significato in questo cammino ed è per questo che la recuperiamo giorno dopo giorno. Il sogno di Biko non si è ancora avverato, finito il tempo dell’Apartheid l’espropriazione si fa ancora sentire pesantemente nella sua terra, ma sappiamo che quando un territorio riesce a liberarsi, in qualsiasi momento o in uno qualunque dei Sud globali, ci fermeremo a piangere per tuttx coloro che non ci sono più e che ci hanno illuminato e segnato il cammino. Lx onoreremo con la nostra allegria e con la determinazione di costruire un mondo nuovo, un mondo pieno di altri mondi nuovi e indomiti che affermano la dignità.

Per tutti coloro che hanno lottato, vinceremo.


1 Sistema di segregazione razziale applicato dal 1948 al 1992 in Sudafrica. Un sistema sanguinario che ha ucciso migliaia di uomini, donne e bambini.

2 Programmi della comunità nera https://thetricontinental.org/es/dossier-programas-de-la-comunidad-negra/

3 Cry Freedom, in italiano Grido di Libertà, è il film diretto da Richard Attenborough nel 1987 che racconta la storia di Steve Biko, qui sotto la scena del suo funerale



Desde el margen è una rivista che dò voce alle lotte anticoloniali e antirazziste

fonte: desinformémonos

Traduzione per Comune-info: marco calabria


da qui

lunedì 21 agosto 2023

il nazismo non è mai morto, anzi...

...si rinnova e gode di ottima salute, oltre che di una buona stampa e potenti alleati (Azov insegna)



Addestrare i cani a incutere terrore - Alessia Ricci

Fu nel 1942 che Heinrich Himmler impose l’utilizzo dei cani nei lager nazisti. Posto al comando della più orrenda delle macchine del terrore di cui abbiamo avuto notizia, l’uomo che pianificò e organizzò i campi di sterminio lo fece, probabilmente, per risparmiare sul “personale di sorveglianza” ma certo anche per l’efficacia mostrata dagli animali, una volta indotti a dilaniare inermi relitti umani. Non è naturalmente il solo caso di sfruttamento abietto del più “intelligente” e “fedele” degli amici dell’uomo, ma resta particolarmente evocativo negli orrori della storia moderna. Anche per questo, forse, colpisce – e non poco – l’addestramento spietato che i soldati israeliani impartiscono ai loro cani, spesso equipaggiati con giubbotti antiproiettili e telecamere montate sulla testa, fin dal 1974. Quei cani servono soprattutto a incutere terrore nella popolazione palestinese. Alessia Ricci ha incontrato una donna ferocemente addentata da un pitbull durante l’irruzione notturna nel campo profughi di Jenin dei primi giorni di luglio: Fatima stava dormendo in casa, con la sorella, quando una quarantina di soldati ha fatto saltare la porta della sua casa con l’esplosivo. Il braccio dato in pasto al cane-soldato adesso rischia di perderlo. Quel che di certo la sua memoria conserverà per sempre è il ricordo del terrore. Esattamente l’obiettivo che quel tipo di raid si propone di suscitare. La sua è una testimonianza importante. Non solo per la crudeltà che mostra, ma soprattutto perché riesce a dare almeno un’idea di cosa significhi, per la gente di Palestina, vivere in un incubo che i media non riescono ormai a raccontare che con un paio di numeri, quelli dei morti e dei feriti, che lascia da tempo del tutto indifferente chi legge o chi ascolta



Fatima ha 52 anni, è sposata, senza figli. All’una di notte del 3 luglio scorso, era sola in casa con la sorella, di poco più giovane, nubile. Il marito non c’era, era andato a fare visita ai genitori, spiega. L’irruzione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin era iniziata intorno alle 11 di quella stessa sera. I bulldozer avanzavano per le strade strette del campo. I cecchini erano posizionati ovunque. I proiettili colpivano all’impazzata. Droni ed elicotteri apache sorvolavano i tetti con un frastuono tremendo. La casa delle donne si trova alla sommità del campo, una posizione strategica, di controllo. Era già stata scelta come base nel 2002, durante gli attacchi della seconda Intifada, ricorda la donna. 

La storia si ripete ora, nel 2023: all’improvviso, più di 50 militari fanno irruzione abbattendo la porta di ingresso con l’esplosivo. Si genera una fitta nube di fumo e detriti. Appena si rischiara, il pitbull al guinzaglio di un militare, viene liberato e si avventa sull’avambraccio di Fatima. La sorella immobile in un angolo, sotto tiro. Alcuni soldati ispezionano i due piani dell’abitazione, altri ridono guardando Fatima, paralizzata dalla paura e dal dolore, il cane non la molla. 

Dopo una ventina di minuti, non trovando niente, i soldati decidono che può bastare, provano ad aprire la mascella dell’animale ma la trovano bloccata nella morsa, come è tipico di queste razze di cani. Solo un terzo soldato riesce ad aprire la bocca e il cane, libero, si rivolge allora sull’altra preda, la sorella di Fatima. A quel punto i militari gli mettono la museruola…

continua qui

 

 

Amiram Levin ,ex generale IDF , accusa l'IDF di essere un "partner nei crimini di guerra" , in Cisgiordania è "assoluto apartheid"

Un ex generale dell'IDF ha convenuto che il controllo israeliano della Cisgiordania è paragonabile alle politiche discriminatorie della Germania nazista, dice Amiram Levin…

… L'intervistatore ha chiesto a Levin se era d'accordo con un discorso del maggio 2016 dell'ex parlamentare di Meretz ,Yair Golan, in cui affermava che i processi in Israele erano simili a quelli europei negli anni precedenti l'Olocausto.

"Troviamo difficile dirlo, ma questa è la verità", ha risposto Levin. " A Hebron ci sono strade che gli arabi non possono usare, solo gli ebrei lo possono fare, è esattamente quello che è successo in quei Paesi."

Spinto a dire se vedeva esplicitamente somiglianze con la Germania nazista, Levin ha affermato: “Certo. Fa male, non è bello, ma questa è la realtà. È meglio affrontarla, anche se è difficile, piuttosto che ignorarla...

 

…L'esercito israeliano si sta rendendo complice dei crimini di guerra in Cisgiordania in processi che assomigliano alla Germania nazista, ha detto domenica un ex alto Generale delle Forze di Difesa Israeliane.

Parlando all'emittente pubblica israeliana Kan, Amiram Levin, ex capo del Comando Nord dell'esercito israeliano, ha affermato che "non c'è stata una democrazia lì in 57 anni, solo l'Apartheid totale". Secondo Levin, "l'IDF, che è costretta a esercitare la sovranità lì, sta marcendo dall'interno. Resta inerte mentre osserva i coloni rivoltosi rendendosi complice dei loro crimini. Questi sono processi profondi".

Quando gli è stato chiesto di approfondire i "processi" specifici, Levin ha invocato analogie con la Germania nazista. "È difficile per noi dirlo, ma è la verità. Basta camminare per Hebron, guardare le strade. Strade dove non possono più entrare gli arabi, solo gli ebrei. Questo è esattamente quello che è successo lì, in quel luogo oscuro"…

da qui

 



sabato 12 febbraio 2022

"Dovevo dire che era grave". La dottoressa che ha scoperto Omicron svela la pressione subita dai governi europei


Questa notizia deve deve essere diffusa il più possibile, anche se sappiamo che il mainstream cercherà di occultarla, perché è la notizia che distrugge qualsiasi tentativo di prolungare un’emergenza che ormai non ha più ragione di esistere, che sbugiarda la gestione della pandemia, usando come pretesto la variante omicron.

Angelique Coetzee è il medico che ha individuato la variante Omicron in Sud Africa ed è la presidente dell'associazione dei medici sudafricani.

Denuncia di aver subito pressioni da governi e agenzie internazionali affinché non rivelasse che tale variante causa sintomi lievi.

In una intervista bomba rilasciata a ‘The Daily Telegraph’, la dottoressa  Angelique Coetzee, che ha trattato i primi pazienti con la nuova variante, ha ribadito che la sintomatologia riscontrata con Omicron è completamente diversa dai pazienti Covid contagiati dalle varianti precedenti. 

"Mi è stato detto di non dichiarare pubblicamente che si trattava di una condizione lieve. Mi è stato chiesto di astenermi dal fare tali dichiarazioni e di dire che si trattava di una malattia grave. Ho rifiutato”.

La dottoressa Coetzee ha quindi affermato di avere "paura" che i suoi sforzi vengano screditati con manovre oscure dietro le quinte. 

Omicron provoca una malattia grave?: ”Ho dichiarato molte volte già in precedenza che se hai una malattia grave, non sei vaccinato e hai comorbidità, ma per la maggior parte delle persone è una malattia lieve. Sono io che vedo i pazienti in prima persona, non i politici”. 

"Se una caratteristica clinica dimostra che ho torto, allora mi scuserò".

Nonostante le fortissime pressioni subite da potenze straniere, la dottoressa Coetzee ha detto che "rimarrà fedele alle sue idee".

"Non cederò alle pressioni e non mi faccio intimidire facilmente”, ha aggiunto.

Sulla variante omicron e sulla sua letalità è stato creato il terrore, è stata costruita tutta la campagna vaccinale con terza dose, obbligatoria per i lavoratori, per avere il super green pass, per vaccinare i bambini, per instaurare un clima di odio e discriminazione da regime totalitario, per distruggere tutto il tessuto socioeconomico.

D’altronde la dottoressa Coetzee non è la prima scienziata a finire sotto attacco. Nel dicembre dello scorso anno sono emerse le e-mail di Antonhy Fauci e Francis Collins, dove i due importanti medici statunitensi coordinavano la strategia mediatica per attaccare la Dichiarazione di Great Barrington, un progetto che vedeva alcuni tra i migliori epidemiologi a livello mondiale, esortare i responsabili politici ad adottare un approccio "mirato" contro il Covid, evitando così inutili lockdown, obblighi vaccinali, passaporti sanitari come l’italico green pass, e discriminazioni inutili e vessatorie.

da qui 

venerdì 22 novembre 2019

La morte di Olof Palme e le folli verità di Stieg Larsson - Olivier Favier




Il 28 febbraio 1986, il Primo Ministro svedese Olof Palme viene assassinato nel pieno centro di Stoccolma. Mentre la polizia accumula errori e false piste, il giornalista Stieg Larsson riunisce una colossale mole di documenti per cercare di determinare i moventi del crimine e l’identità degli assassini. Nel 2013, Jan Stocklassa scopre questo archivio dimenticato e riprende in mano l’inchiesta.

Quella sera, nel quartiere di Norrmalm il termometro segna -7˚. Il Primo Ministro e sua moglie Lisbeth rincasano a piedi, incrociando solo qualche raro passante. Sono stati al cinema con il figlio e la sua fidanzata, a vedere l’ultimo film di Suzanne Osten, di cui hanno discusso fino a qualche minuto prima. L’idea di un’uscita in famiglia è nata nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno, quando Olof Palme ha già congedato le sue guardie del corpo.

Un uomo che non lasciava indifferenti

Questo comportamento può sembrare imprudente, ma non ha niente di insolito in Svezia, dove il modello sociale aperto presuppone che anche i suoi dirigenti conducano una vita il più ordinaria e trasparente possibile. Bisogna ricordare inoltre, che qui l’ultimo assassinio politico risale al 1792, quando il re Gustavo III fu ferito a morte da un colpo di pistola per aver scontentato la nobiltà locale.
Negli anni Ottanta, Olof Palme è uno dei politici più ammirati e detestati al mondo. Segretario generale del potentissimo Partito Socialdemocratico dei Lavoratori di Svezia fin dal 1968, era succeduto al lunghissimo regno di Tage Erlander, primo ministro ininterrottamente dal 1948 al 1970 e tornato al potere, dopo una breve parentesi centrista e liberale, tra il 1976 e il 1982.
Nato in una famiglia della grande borghesia conservatrice, Olof Palme diventa un militante di sinistra negli anni Cinquanta, dopo un periodo di studi in Ohio che gli ha lasciato un sentimento di rivolta contro il segregazionismo e le disuguaglianze. Molti di coloro che condividono le sue origini sociali lo considerano un traditore della sua classe.
Sostenitore di una « terza via », in un periodo in cui la guerra fredda sembrava non dover finire mai, nel corso della sua carriera politica ha criticato con uguale intensità l’intervento statunitense in Vietnam e quello sovietico in Afghanistan, ed è uno strenuo oppositore all’apartheid in Sudafrica. Tanto basta per essere considerato un sostenitore del liberalismo da alcuni, e un agente del KGB da altri.

Un crimine perfetto commesso da un dilettante

Sono le 23:21 quando i coniugi Palme si apprestano ad attraversare la via Tunnelgatan lungo la via Sveavägen. In quell’istante, un uomo li avvicina improvvisamente e spara due volte con un revolver  calibro 357 magnum. La prima pallottola colpisce a morte il Primo Ministro, la seconda ferisce di striscio sua moglie. L’assassino fugge immediatamente lungo la via Tunnelgatan, scomparendo in cima a una scalinata.

Contrariamente a quanto dichiarato dalla polizia, niente fa pensare a un killer professionista: né l’arma, un potente revolver per il quale è impossibile utilizzare un silenziatore e tirare in modo preciso numerosi proiettili per non lasciare scampo alla vittima, né la munizione blindata, considerata poco letale, né la fuga a piedi dell’assassino che, nel risalire una scalinata di 86 gradini avrebbe potuto facilmente essere intercettato da un passante o da una pattuglia di polizia.
Per il resto, le forze dell’ordine tardano ad intervenire, il perimetro di sicurezza è cosi limitato che i proiettili vengono ritrovati da alcuni passanti, le autorità sotto choc non sanno a chi affidare l’inchiesta, che segue rapidamente una pista stravagante: l’assassinio sarebbe stato commissionato dal PKK, la cui sede si trova vicino al luogo in cui si sono perse le tracce del killer.

L’inchiesta di Stieg Larsson

A quell’epoca, il giornalista Stieg Larsson si interessa già all’estrema destra. Nel 1991 dedica un libro all’argomento, mentre quattro anni più tardi ne pubblica un altro sui Democratici di Svezia, un piccolo partito infestato di neonazisti, di cui presagisce l’ascesa folgorante (otterrà quasi il 20% dei voti alle elezioni del 2018, in seguito ad una normalizzazione di facciata).
In una lettera ad alcuni amici, scritta meno di tre settimane dopo i fatti, Larsson avanza l’ipotesi che l’omicidio sia stato commesso da un militante dell’estrema destra su commissione di una rete legata ai servizi segreti sudafricani. Il movente non sarebbe tanto la difesa dell’apartheid, quanto il traffico d’armi, minacciato dalla commissione Palme.
«È la prima volta nella storia credo, scrive il giornalista in questa lettera, che un capo di Stato viene ucciso senza che nessuno abbia la minima idea di chi sia il suo assassino.» Trentatré anni dopo questa frase è ancora attuale, almeno per quel che riguarda la versione ufficiale.
Né « Expo », il trimestrale dedicato all’antifascismo da lui fondato nel 1995, né la trilogia Millenium, che lo renderà celebre in tutto il mondo qualche mese dopo la sua morte nel 2004, lo distoglieranno dal suo interesse per il caso Olof Palme.

Jan Stocklassa, dalla diplomazia al gonzo journalism

Tutto si sarebbe fermato qui, se la curiosità di un ex diplomatico e uomo d’affari svedese, Jan Stocklassa, non lo avesse spinto a interessarsi alla morte di Olof Palme, inizialmente con l’intenzione di scrivere un libro sull’influenza dei luoghi sulle persone che commettono crimini. Nel corso delle sue ricerche, lo scrittore scopre l’archivio di Stieg Larsson, conservato nella sede di Expo, dove si trova anche la lettera citata più sopra. 
Ai suoi occhi questo documento costituisce un eccellente punto di partenza, ed egli ottiene l’autorizzazione di consultare tutta la documentazione dell’archivio. Si rende conto allora che il lavoro del suo predecessore ha già scartato un certo numero di false piste, e può accelerare la soluzione dell’enigma.
Dopo aver consultato queste fonti, Stocklassa si è lanciato a sua volta in un’inchiesta durata otto anni, di cui il libro pubblicato nel giugno scorso da Rizzoli con il titolo L’uomo che giocava con il fuoco. L’ultima inchiesta di Stieg Larsson, è il primo risultato. Tradotto in varie lingue, ha avuto in patria un’eco relativamente limitata, nonostante l’immane lavoro di indagine svolto dall’autore.
Giornalista dilettante, Jan Stocklassa si mette in scena nella sua ricerca di testimonianze. Sua alleata inestimabile è una giovane ceca, che utilizza la sua rete di contatti e il suo potere di seduzione per piratare scambi di e-mail e di messaggi sui social media e ottenere confessioni registrate su microspie con alcuni dei possibili protagonisti di questo assassinio, conferendo a questa inchiesta l’atmosfera di un autentico romanzo di spionaggio. L’autore ne è convinto: la risoluzione del caso è ormai molto vicina.

(Traduzione di Vega Partesotti)


sabato 9 novembre 2019

La Chiesa di Nelson Mandela ha aderito a un boicottaggio di Israele che dovrebbe essere imitato - Asa Winstanley




Questo mese la Chiesa di Nelson Mandela, la Chiesa metodista dell’Africa meridionale, ha aderito al movimento palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).
Durante un recente convegno a Città del Capo la Chiesa ha denunciato “i continui soprusi e l’oppressione del popolo palestinese da parte di Israele e lo storico ruolo profetico giocato dalla Chiesa e dalla comunità internazionale nel combattere l’apartheid e ogni forma di discriminazione e ingiustizia.” La chiesa ha comunità anche in Namibia, Botswana, Lesotho, Swaziland e
Dando l’annuncio della clamorosa decisione, il BDS sudafricano ha evidenziato i rapporti storici della Chiesa metodista del Paese con il suo gigante della lotta di liberazione e primo presidente democraticamente eletto: Nelson Mandela.
Mandela fu allevato da una madre cristiana profondamente religiosa e durante la sua gioventù frequentò una serie di scuole metodiste.
Nella sua autobiografia del 1994, “Lungo cammino verso la libertà” [Feltrinelli, 1994], Mandela ha raccontato la natura contraddittoria del fatto di essere cresciuto, come nel suo caso, con un’educazione colonialista rivolta ai “nativi”.
Il nostro modello era l’inglese istruito,” racconta, “aspiravamo a diventare un ‘inglese nero’, come venivamo a volte chiamati con derisione. Ci veniva detto – e lo credevamo – che le migliori idee, il miglior governo e gli uomini migliori erano inglesi.”
Ma, come molte tradizioni legate agli imperi coloniali, l’eredità metodista nell’Africa meridionale conteneva in sé molte tendenze diverse, a volte contraddittorie.
Oltre che segnate da impulsi colonialisti, le chiese sudafricane erano anche luoghi di riunione per la lotta di liberazione.
A questo proposito la figura più famosa è, ovviamente, l’arcivescovo Desmond Tutu. Il più grande veterano della Chiesa anglicana contro l’apartheid è anche un fervente critico dell’apartheid israeliano, che ha descritto come persino peggiore di quello sudafricano, contro gli indigeni palestinesi.
Ma anche la Chiesa metodista ha avuto le sue figure progressiste, e si è a lungo opposta all’apartheid.
Seth Mokitimi, uno degli insegnanti di Mandela, in seguito diventò il primo presidente nero di un’importante congregazione sudafricana – una mossa che nel 1964, al culmine del regime di apartheid, richiese coraggio.
Le convinzioni religiose di Mandela lo accompagnarono oltre la sua l’infanzia. Nelle sue memorie racconta anche di essere stato “indottrinato” (un termine significativamente religioso) al comunismo dal “mio primo amico bianco”, Nat Bregman.
Quando Mandela aveva da poco superato i vent’anni, lui e Bregman lavoravano insieme a Johannesburg in uno studio legale diretto da un ebreo progressista che simpatizzava per l’African National Congress (ANC), (il cui braccio armato ovviamente Mandela contribuì in seguito a fondare).
Com’è noto, per tutta la sua vita, e soprattutto durante la Guerra Fredda, Mandela negò di essere un comunista, anche nel “processo per tradimento” a cui venne sottoposto negli anni ’60.
Ma dopo la sua morte nel 2013 sia l’ANC che il Partito comunista sudafricano confermarono (o rivelarono, a seconda del punto di vista) che effettivamente egli ne era stato membro. Infatti il partito dichiarò: “Mandela non era solo iscritto all’allora clandestino Partito comunista sudafricano, ma era anche membro del Comitato centrale del nostro partito.”
Comunque sia, nel “Lungo cammino per la liberta” Mandela scrisse che l’insistenza di Bregman perché entrasse nel partito all’epoca non lo convinse e che una delle ragioni fu la sua fede cristiana: “Ero anche molto religioso, e l’avversione del partito per la religione mi dissuase.”
L’adesione della Chiesa di Mandela al movimento BDS è quindi estremamente significativa. È il riconoscimento di come il movimento BDS sia esplicitamente modellato sul movimento per il boicottaggio contro l’apartheid sudafricano. Oltre a ciò, dimostra ancora una volta il ruolo guida che gli attivisti sudafricani stanno giocando nel movimento mondiale per la giustizia in Palestina. Quando vedono l’apartheid lo riconoscono.
La politica della Chiesa metodista dell’Africa meridionale sul boicottaggio di Israele è particolarmente positiva. Dà indicazione ai metodisti di boicottare “ogni attività che favorisca l’economia israeliana,” come ha spiegato il BDS sudafricano.
La Chiesa ha anche promosso un “boicottaggio di tutti gli operatori e viaggi turistici israeliani per i pellegrini” e invita i cristiani che visitano la Terra Santa a “cercare invece deliberatamente viaggi turistici che offrano una prospettiva palestinese alternativa.”
Queste sono misure concrete basate sui principi che possono avere un impatto su Israele. Lento ma sicuro, il BDS si sta imponendo.
Ora Israele destina una quantità imprecisata di milioni di dollari per lottare contro il BDS – un segno che questa strategia è efficace.
Dobbiamo imitare le politiche delle Chiese sudafricane a favore del BDS e adoperarci in questo senso in Occidente.
Amandla! Awethu! [Potere! Al popolo!, slogan del movimento sudafricano contro l’apartheid, ndtr.]

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)


sabato 9 giugno 2018

L’anno della Scimmia - Achille Mbembe



Le regole sono state fissate, e il gioco è diventato noiosamente prevedibile.
Durante la notte – di solito tra il giovedì e il sabato – una persona bianca di una certa notorietà che tante altre persone, bianche e nere, consideravano un essere umano abbastanza per bene, all’improvviso perde completamente il controllo.
Nascosto dietro un’identità nemmeno troppo fittizia, e di solito sotto l’effetto di qualche sostanza inebriante, lui o lei pubblica su Facebook, Twitter o un’altra piattaforma digitale una serie di affermazioni stupide, vergognose e sconclusionate, la maggior parte delle quali è tratta in maniera quasi letterale da alcuni dei più espliciti e osceni dizionari del razzismo coloniale.
L’uscire allo scoperto di questi razzisti celati prende spesso la forma di un esercizio di volgarità, che comporta il lanciare improperi nei confronti dei sud-africani o degli africani neri, la cui umanità viene messa in discussione e, come nel passato recente, profondamente svilita.

Questa forma nano-tecno-digitale di linciaggio, spesso indiscriminato, di solito viene seguita da una serie di manifestazioni di furiosa indignazione.
Il polverone in genere si placa dopo che al razzista fino a quel momento celato è stata estorta una riluttante richiesta di scuse.
Ma, nel profondo, tanto il presunto colpevole quanto i suoi accusatori sanno bene che si tratta di un gesto palesemente ipocrita e inautentico.
E si va avanti così, almeno fino al prossimo round, quando verrà di nuovo intonato il ritornello che solleverà in risposta la stessa tempesta e la stessa ipocrisia.
Che basti così poco per calmare rapidamente gli animi su un tema fondamentale quanto il razzismo può significare solo una di queste due cose: o il Sud Africa non si aspetta molto da se stesso, oppure è a tal punto infarcito di malafede da raccontare a se stesso menzogne a cui né i suoi cittadini né il resto del mondo possono continuare a credere.
Come si spiega altrimenti il fatto che ogni volta sembri prevalere lo stesso invito a lasciare correre? Forse non abbiamo sconfitto il razzismo – ci viene detto – ma almeno, a differenza di altre società, ne discutiamo apertamente.
Un’affermazione tanto negativa di solito viene seguita dall’appello a presenziare a un dibattito, come se un’altra di queste vetrine in cui si tengono discorsetti senza fine che apportano solo ulteriore malafede potesse arginare la marea di razzismo che sta montando all’interno del paese.
Mentre sotto Thabo Mbeki il razzismo contro i neri era stato costretto a ritirarsi nella sfera privata, gli anni di Jacob Zuma lo hanno visto riemergere in maniera prepotente nella sfera pubblica.
Davanti allo scenario di una venalità, un clientelismo e un’incompetenza assoluti, i razzisti di tutte le risme hanno ripreso coraggio.
Opportunamente sorvolando su decenni di crudeltà e malgoverno, adesso sostengono che le cose, sotto l’apartheid, andavano meglio.
Da quando i neri hanno preso le redini del governo, proseguono, il paese viaggia sulla strada di una conclamata cleptocrazia.
Secondo la brigata razzista, Zuma e i suoi compari hanno riscattato i bianchi da qualsiasi senso di colpa, vergogna o responsabilità.
A torto o a ragione, Zuma in particolare sembra confermare i peggiori stereotipi che il Sud Africa razzista ha sempre alimentato nei confronti dei neri e dei loro costumi.
A questo punto, per recuperare il terreno perso, ci sono alcune cose che vanno fatte con la massima urgenza.
La fine dell’apartheid non mette fine al razzismo contro i neri. Questo razzismo non è né casuale né episodico. È strutturale, culturale e sistemico.
Solo un attacco prolungato e altrettanto sistemico può sconfiggerlo.
Questo attacco deve iniziare con la ricostituzione di un capitale intellettuale senza il quale difficilmente potremo fare qualcosa contro le trasformazioni del razzismo in atto sul piano sia locale sia globale.
Servono più istituzioni e programmi dedicati alla ricerca applicata al trasformarsi delle questioni legate alla razza e al razzismo nel Sud Africa contemporaneo.
Negli ultimi ventidue anni, sui temi legati alla lotta contro il razzismo, il governo ha adottato un atteggiamento improntato al laissez faire.
È venuto il momento di organizzare una campagna nazionale dedicata esclusivamente a monitorare gli atti di razzismo, riferire gli eventi di natura razzista e, dove necessario, assicurare che nei confronti dei più eclatanti tra questi si proceda per via legale in modo sistematico.
Per essere pienamente efficace, un’organizzazione di questo genere deve disporre di un fondo legale.
E deve mirare a sollevare contro il razzismo un vasto movimento sociale che riunisca i sindacati, le imprese, le chiese, le università, gli artisti e la società civile in generale.
È anche il momento di rimpolpare la legislazione esistente e introdurre, dove necessario, nuove leggi per combattere il razzismo.
Se l’apartheid era un crimine contro l’umanità, ogni apologia dell’apartheid – di qualsiasi tipo – dovrebbe a sua volta essere criminalizzata.
Il razzismo online rappresenta una delle forme di estremismo più insidiose per il Sud Africa contemporaneo. Come possiamo stroncare i discorsi improntati all’odio diffusi online senza limitare la libertà di parola?
Finché i rapporti di proprietà privata e le relazioni finanziarie rimangono distorti e i livelli di disuguaglianza continuano ad aumentare non faremo molti passi avanti nella direzione di una società libera dal razzismo.
Possiamo derazzializzare i rapporti di proprietà privata senza provocare la collera delle classi capitaliste transnazionali?
I muri ufficiali della segregazione saranno anche caduti, ma la spinta a rinchiudersi in enclavi non è mai stata così forte come oggi.
Per abbattere i muri dell’ignoranza e dell’indifferenza, soprattutto fra le nuove generazioni, c’è disperatamente bisogno di una politica giovanile orientata al futuro, non di parte, che privilegi le attività extrascolastiche e promuova le amicizie interrazziali. 
In tutto il paese sono in atto un’infinità di esperimenti per costruire ponti tra persone di colore diverso. Bisognerebbe dare loro maggiore riconoscimento nella sfera pubblica.
È il momento di alzare drasticamente il costo dell’essere razzisti in Sud Africa.
Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo creare un ambiente in cui essere razzisti significhi mettere a repentaglio il proprio patrimonio, la reputazione, il prestigio professionale, le amicizie e le connessioni internazionali.
Dobbiamo rendere l’esistenza dei razzisti che vivono fra noi così difficile da non lasciare loro altra scelta, a parte raccogliere le proprie cose e partire.
(Traduzione di Caterina Grimaldi)