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martedì 2 aprile 2024

Balzerani, Di Cesare e la polizia del pensiero - Paolo Persichetti

 

La società della «bava e del fiele», ha cercato affannosamente un’altra preda da azzannare e ha trovato sulla sua strada Donatella Di Cesare, oggetto transizionale della furia vendicativa. A lei la destra oggi al governo, l’entourage più stretto della Meloni, rimprovera di essere stata colta in fallo, smascherata, per aver squarciato il velo con cui tenta di coprire le sue idee radicate nel razzismo della «sostituzione etnica». Per questo deve pagare.

L’associazione nazionale funzionari di polizia ha ritenuto doveroso inviare una lettera aperta alla professoressa Donatella di Cesare, docente di filosofia teoretica presso l’università di Roma La Sapienza, dopo le polemiche scatenate da un suo tweet di cordoglio per la morte della ex dirigente delle Brigate Rosse Barbara Balzerani, scomparsa domenica 3 marzo 2024. Nel suo breve messaggio la professoressa Di Cesare aveva scritto: «La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna».

Attacco al diritto di parola e di pensiero

L’Anfp è un’associazione di natura sindacale nata per tutelare gli interessi dei quadri direttivi della polizia di Stato. Nella lettera aperta, che potete leggere qui per intero (www.anfp.it/lettera-alla-prof-ssa-di-filosofia-teoretica) si rimprovera alla docente di aver dimostrato mancanza di rispetto verso le vittime e i familiari delle vittime, tra cui si enumerano anche quelle della strage di Bologna che nulla c’entra con la storia politica della Balzerani, anzi si pone in frontale antitesi con il suo percorso, dimenticando troppo in fretta quei funzionari di polizia e dei servizi segreti coinvolti nei depistaggi della strage e per questo condannati, ed a cui – a quanto pare – i funzionari di polizia fanno sconti. 
La lettera mette in discussione il diritto di parola e la libertà di pensiero della Di Cesare, punta il dito persino contro la pietas davanti alla morte, contestandole di essere mancata al suo ruolo istituzionale, al rispetto del gioco delle regole: una prova di infedeltà che nelle parole dei dirigenti di polizia sembra mostrare nostalgia verso un modello di università che espelleva chi rifiutava di giurare fedeltà al regime.

Il nuovo ministero dell’etica


Sorge immediatamente una domanda: quale è il ruolo e soprattutto il posto della polizia nel sistema politico-istituzionale italiano? Spetta a loro regolare il dibattito pubblico? Stabilire cosa e come si insegna all’interno delle Università, chi merita la cattedra o meno? Non sembrano questi i compiti che gli vengono attribuiti dalla costituzione, che pure dovrebbero rispettare alla lettera per mandato istituzionale. E’ davvero singolare pretendere di ricordare alla cittadina De Cesare che non può oltrepassare il suo ruolo istituzionale di docente, mentre una tale oltrepassamento viene largamente realizzato da parte dei funzionari di polizia con una simile lettera.
Per altro la professoressa Di Cesare ha espresso il suo pensiero su un social non all’interno della sua facoltà. Ha parlato da cittadina, non da docente davanti ai suoi studenti. Attenta a non confondere i due luoghi. Se dei funzionari di polizia si sentono liberi di andare oltre le loro funzioni, di additare in pubblico una persona, esercitando il magistero del pensiero e della parola, l’accaduto assume la fisionomia di una chiara intimidazione. Un invito a tacere manette alla mano.

Il volantino degli studenti e la stella volutamente fraintesa

Sempre nella lettera si contesta un volantino di solidarietà alla professoressa affisso da alcuni studenti sulle mura della facoltà di filosofia di Villa Mirafiori, subito etichettati come «pericolosi anarchici» (sic!) e filobrigatisti perché avrebbero firmato il testo con la stella brigatista. Come tutti possono vedere dall’immagine qui accanto, non si tratta della stella asimmetrica con le due punte allungate ma di una normale stella, simbolo storico della sinistra italiana, emblema nel 1957 del Fronte democratico popolare con l’effigia del volto di Garibaldi incastonato all’interno di una stella, appunto. Stella presente nel simbolo di molti partiti storici della sinistra che solo l’ottusa ignoranza questurina può ricondurre immediatamente allo stemma brigatista. Ma il clima è questo, l’ignoranza più gretta sale in cattedra.

Cosa ha detto di tanto scandaloso la professoressa Di Cesare?

Che le Brigate rosse sono nate in quel crogiolo di pensiero, ribellione e militanza che nel 1968-69 diede vita ad un nuovo spazio politico animato dalla sinistra rivoluzionaria. Nuova sinistra che contestava le forze storiche del movimento operaio concorrendo sul suo stesso terreno sociale: le fabbriche e le periferie della grandi città.
Già Rossana Rossanda, nel 1978, ebbe a dire qualcosa del genere, suscitando scandalo per aver iscritto le Brigate rosse nell’«album di famiglia» del comunismo storico. Parole suscitate da volontà polemica non solo contro la posizione del Pci, che pur sapendo della loro vera origine le definiva «sedicenti», accusandole di essere manipolate, eterodirette, agenti Nato eccetera; ma con le stesse Br, ritenute un residuato culturale del veterocomunismo degli anni 50, più che una delle tante anime della nuova sinistra. Biografie politiche e inchieste sociologiche hanno poi dimostrato che sbagliava e di molto anche se più avanti cercò di capirle e raccontarle meglio di ogni altro.

La violenza politica? Una risorsa condivisa

In questo nuovo spazio politico il ricorso alla violenza politica era considerato una risorsa legittima. La violenza rivoluzionaria era innanzitutto «parlata», in un libro uscito alcuni anni fa per Deriveapprodi, La lotta è armata, Gabriele Donato spiega quanto fosse condivisa e discussa questa opzione in tutte le formazioni della nuova sinistra, quanto questo orizzonte fosse discusso, percepito come inevitabile: alcuni lo ritardavano ma non lo escludevano e nell’immediato tutti si dotavano di servizi d’ordine, livelli illegali, molti si armavano, facevano «espropri», rapine per finanziarsi, difendevano i cortei dalle forze di polizia e dalle aggressioni fasciste mentre tutt’intorno si susseguivano le stragi e gli attentati della destra e dei Servizi, nelle piazze, sui treni. Si agitavano ombre di golpe e altrove si ribaltavano con le dittature militari governi democraticamente eletti, tanto da spingere il maggiore partito di opposizione italiano a convincersi che non si potesse più salire al governo, divenendo maggioranza alle elezioni, senza prima allearsi con quello stesoo partito di governo dagli albori della repubblica, da sempre avversario, dando vita una società senza più opposizione, priva di dialettica, senza conflitti, moderando salari e rivendicazioni e che gli specialisti chiamarono «consociativa». Una democrazia a sovranità limitata, sottoposta al dominio dei vincoli esterni della geopolitica. Si è così arrivati a sparare, ed i primi, ci ricorda la cronaca, non furono le Brigate rosse.
Un qualunque studio serio su quegli anni si immerge in un clima del genere, anche se molti, sopravvissuti e scampati, ormai avanti nello loro carriere professionali, preferiscono dimenticare, non farsi riconoscere, mentire e nascondersi pavidamente.
Che cosa avrebbe detto allora di non vero la professoressa Di Cesare? Che non ha mancato di sottolineare come quel comune sentire iniziale si sia poi diviso in percorsi diversi, in scelte politiche ed esistenziali separate?

La stigmatizzazione etica

Nelle parole della Di Cesare non c’è traccia di stigmatizzazione etica, questo è il punto. Le si rimprovera la mancata riprovazione, la damnatio negata. Il regime della indignazione è l’unico possibile a cinquant’anni dai fatti: indignazione selettiva, per giunta, se è vero che uno come Franco Freda, ritenuto giudiziariamente e storicamente responsabile della strage di piazza Fontana, vive tranquillamente quello che gli resta della sua esistenza ignorato, dimenticato, senza che nessuno gli ricordi quello che è stato: uno stragista, una massacratore di umanità al servizio e per conto di alcuni apparati dello Stato italiano.
Come ha scritto Adriano Sofri, si può uscire ad un certo punto dalla lotta armata, ma non si entra mai da un’altra parte. Quella storia è stata dichiarata conclusa dai militanti delle Brigate rosse, Balzerani compresa, con un atto politico quasi quarant’anni fa. Ma non è mai esistito un dopo. Le classi dirigenti e le loro sponde mediatiche non lo hanno voluto perché hanno ancora bisogno di quelle icone per rappresentarvi il male. Una comoda esportazione di ogni colpa e responsabilità per tutti. Per la destra che in questo modo può sbiancare le proprie origini e collusioni golpiste e stragiste; per la sinistra che può così eludere i propri errori politici e fallimenti culturali consolandosi con l’alibi del complotto attuato da forze oscure che le hanno impedito di salire al potere.
Le Brigate rosse hanno incarnato in questo modo tutto il male del Novecento. Risultato paradossale davanti agli orrori del secolo breve, ma ancor di più del presente: ad una guerra russo-ucraina che ha fatto in due anni, stando alle stime del New York Times, 200 mila morti e circa 300 mila feriti, e agli oltre 30 mila morti di Gaza.

Una preda di sostituzione

Barbara Balzerani se n’è andata in silenzio, con una mossa di judo si è sottratta alla morsa di chi aveva bisogno del suo corpo per eleggerla a moderna strega, come periodicamente accadeva. La società della «bava e del fiele», orfana della sua persona e del suo funerale che si è tenuto nel più assoluto riserbo, lontano dagli sguardi morbosi dei media, frustrata e livorosa ha cercato affannosamente un’altra preda da azzannare. Ha trovato sulla sua strada Donatella Di Cesare, oggetto transizionale della furia vendicativa. A lei la destra oggi al governo, l’entourage più stretto della Meloni, rimprovera di essere stata colta in fallo, smascherata, per aver squarciato il velo con cui tenta di coprire le sue idee radicate nel razzismo della «sostituzione etnica». Per questo deve pagare.

da qui

domenica 10 marzo 2024

Dissenso

 

Di Cesare, Balzerani e un paese infelice che scorda i maestri da Croce a Gramsci – Massimo Cacciari

Donatella Di Cesare è una filosofa di rilievo internazionale, formatasi in scuole di assoluto rigore scientifico ed etico in Italia e all’estero. Da questo dato di fatto si dovrebbe partire, se si intendesse davvero comprendere e non fraintendere e strumentalizzare la sua estemporanea nota sulla morte della Balzerani. Ma si sa, ormai nulla viene contestualizzato, storicizzato, vige solo la regola dell’agguato contro l’avversario politico, in ansiosa attesa della sua gaffe, del suo inciampo, della sua battuta infelice. Non siamo tutti pre-preoccupati prima di aprir bocca di non ledere qualche non scritta norma del politically correct, della cancel culture, imperanti ogni giorno di più?

Tutti gli scritti e i comportamenti della Di Cesare dimostrano la sua radicale avversità a ciò che ha significato e comportato l’azione del terrorismo degli anni di piombo. Questa azione ha bloccato non solo il “riformismo” dei partiti della sinistra storica e del sindacato unitario, ma anche quei movimenti nella scuola e nelle fabbriche in polemica con questi ultimi, ma assolutamente contrari alla linea della lotta armata. Il terrorismo ha agito da potente fattore reazionario nella politica italiana, esattamente nel senso di chi metteva le bombe a Piazza Fontana, a Brescia, sui treni. Può la Di Cesare pensare che costituisse una speranza rivoluzionaria? Via, siamo seri. Che intendeva dire – anche se certo non lo ha espresso con chiarezza? Esattamente ciò che allora, in quegli anni tragici che hanno segnato in negativo tutta la nostra storia fino a oggi, disse Rossana Rossanda: anche il terrorismo rosso, piaccia o no, nasce da un humus comune, da un confusissimo ma reale crogiuolo di lotte, speranze, illusioni che ha segnato gli anni tra i ’60 e i ’70. Anche il terrorismo, che ha agito potentemente nel disintegrare quelle speranze di riforma della scuola, delle istituzioni, della cultura tutta di questa nazione, nasceva dagli anni della contestazione, dal ’68 italiano e europeo. Non era necessario finisse così. Non c’è nulla di necessario e razionale nella storia. E allora è giusto, è buono anche, riconoscendo colpe e fallimenti, e anzitutto i propri, avere misericordia anche dell’avversario, trovare una parola di pietà anche per lo sconfitto, anche per quello sconfitto che più di altri ha favorito la tua stessa sconfitta.

Diceva un grande liberale, e in situazioni ben più drammatiche di quelle in cui oggi viviamo: a volte è necessario entrare in guerra e combattere il nemico, ma nient’affatto necessario “farsi l’animo della guerra”. Non è necessario portare nella guerra “l’animo del bestione” che la concepisce come “distruzione del nemico”. E aggiungeva questo liberale non credente: bisogna essere in grado di vedere nello stesso nemico il fratello. Questo Paese ha dimenticato tutti i suoi maestri, siano liberali o cristiani, siano i Croce o i Gramsci. Sta diventando il Paese dell’intolleranza e della chiacchiera, delle facili demonizzazioni e delle censure. Spetta ai suoi intellettuali, di ogni parte, reagire a questa deriva, protestare contro canee come quella scatenata sul “caso” della Di Cesare e contro gli inauditi provvedimenti che si accingono a prendere a suo carico (ma mi auguro non sia vero) i suoi stessi colleghi, gli organi di direzione della sua stessa università! Dobbiamo attenderci commissari del popolo presenti alle nostre lezioni per controllare la nostra “linea di condotta”? Si è così ciechi e sordi da non vedere la deriva che collega le gogne per chi criticava le politiche sanitarie durante il covid, le liste di proscrizione per i presunti filo-putiniani con casi anche apparentemente solo personali come questo della Di Cesare? Le valanghe vanno fermate sul nascere. Quanto manca un Pasolini! Quanta nostalgia di corsari (e dei giornali che ne pubblicavano gli scritti)!

da qui


Dissenso, élites e "anelare alla dittatura". La risposta di Carlo Rovelli a Mattia Feltri sull'intervista pubblicata da l'AntiDiplomatico


Non è rimasta inosservata l'eccezionale intervista di Luca Busca al fisico e grande intellettuale italiano, Carlo Rovelli, pubblicata da l'AntiDiplomatico. Decine e decine le testimonianze di apprezzamento che ci sono giunte in redazione. Una qualità di contenuti e una capacità di comprensione dei fenomeni attuali che è linfa vitale nei tempi bui. Non è rimasta inosservata al punto da urtare la suscettibilità atlantica di Mattia Feltri, direttore dell'Huffington Post, che gli ha dedicato una risposta - "Una storia spaziale" - pubblicata, oltre che dal suo giornale online, anche su La Stampa. 

Di seguito pubblichiamo la risposta magistrale che Carlo Rovelli ha inviato all'Huffington Post. Non bisogna fare alto che leggerla e rileggerla.

(A.B.)

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di Carlo Rovelli - Huffington Post


Caro Mattia Feltri, 

ti ringrazio per il tuo commento a una mia intervista. Ti ringrazio per le parole di stima, per l’invito che rivolgi ai lettori a cercare la mia intervista online, e anche per le forti critiche: queste sono sempre buone occasione di scambi di idee. Accolgo l’invito al dialogo e provo a rispondere, in amicizia. 

Giudichi “ardimentosa” l’idea, a cui accenno, che nelle nostre società le élites controllino il dissenso proprio permettendo libertà d’espressione invece che sopprimendola. L’idea non è mia. Come accennato, risale a Herbert Marcuse e alla sua critica classica ai rischi delle democrazie moderne; è un’idea abbastanza nota. L’informazione mainstream, controllata dalle élites al potere, si alza sopra la cacofonia permessa proprio dalla libertà e mantiene in questo modo la sua influenza.  Tu obietti che “i giornali vendono sempre meno: il complotto fa acqua”. A me sembra che questa obiezione confonda “i giornali” con “l’informazione mainstream”. I giornali vendono sempre meno, ma l’informazione resta dominata dalle grandi reti televisive e da chi controlla internet, sia i siti più seguiti sia i social. Le televisioni, anche quelle di orientamenti politici opposti (in America per esempio CNN e Fox News, ferocemente opposte fra loro), sono entrambe controllate dalla grande ricchezza. E non è certo un caso che uno degli uomini più ricchi del mondo abbia appena comprato uno dei social più diffusi. Chi controlla televisioni, social e giornali mantiene un grande potere sull’opinione pubblica, e chi ha molta ricchezza ci tiene molto a controllare televisioni, internet, e, anche se vende meno, la carta stampata. Devo davvero ricordarti quale famiglia italiana ha voluto per decenni mantenere il controllo della Stampa, su cui ha pubblicato (oltre che su Huffpost) il tuo commento alla mia intervista? Non lo ha certo fatto per beneficenza, quella famiglia... 

La tua seconda critica riguarda un passaggio che presenti come “sulle mostruosità del neoliberismo”. Immagino tu ti riferisca alla mia frase “Il risultato del neo-liberismo è stata la concentrazione attuale della ricchezza, che nelle nostre società non si vedeva dal medioevo, e quindi una disparità sociale sempre più marcata.” Non vedo in cosa questa frase ci sia qualcosa di sbagliato. È una fatto, confermato da molte statistiche, su cui concordano gli economisti. Non è un giudizio di valore, né una dichiarazione di mostruosità: per alcuni la concentrazione della ricchezza va bene, nella misura in cui contribuisce all’arricchimento generale. Anche per i cinesi, a proposito. Ma sul fatto, non credo ci siano dubbi.   

Poi critichi quello che chiami “un palpitante elogio della Cina” perché scrivo che “ha sollevato da povertà e analfabetismo mezzo miliardo di persone”. Ancora una volta, questa non è un’opinione, è un dato di fatto. Protesti perché scrivo che chi ha ottenuto questo è «un partito comunista che pone radicalmente l’interesse comune al di sopra dei privilegi singoli». Qui non capisco bene la protesta: non è proprio questo mettere la collettività sopra gli individui il motivo per cui in occidente, dove l’individuo viene prima della collettività, c’è tanta critica alla Cina?  Scrivi: “Non vorrei sembrare insolente, ma la Cina c’è riuscita [a sollevare da povertà e analfabetismo mezzo miliardo di persone] proprio grazie al capitalismo e alla globalizzazione, ovvero fenomeni nati in occidente e che hanno finito per indebolirlo consegnando ai paesi più poveri gli strumenti per arricchirsi.” Caro Feltri, perché dovresti essere insolente nel dire questo? È esattamente quello che sostengo nell’intervista, e in tanti altri scritti: la Cina ha fatto propri strumenti sociali, ideologici, tecnologici e altro, nati in Occidente e si è arricchita, come tante altre parti del mondo, imparando dall’Occidente. Che male c’è? Ci fa piacere che il resto del mondo raggiunga un po’ del benessere che abbiamo noi, o no?   

In questo processo, tuttavia, come giustamente osservi, l’Occidente ha perso lo strapotere economico che aveva qualche decennio fa e quindi si è indebolito, conservando solo la supremazia militare. Questo è esattamente quanto sostengo nell’intervista. Del resto non sono solo idee mie; negli ultimi anni sono usciti molti libri che analizzano questo processo in dettaglio, mi sono limitato a riportare queste analisi. La Cina, come altri paesi, ha importato idee e aspetti della cultura occidentale, facendoli propri, ma modificandoli, adattandoli e ricombinandoli fra loro e con aspetti della cultura locale. In particolare, da Deng in poi la Cina ha trovato il modo di avere un libero mercato e un sistema economico capitalistico, come giustamente scrivi tu, dove però il potere politico mantiene per sé l’ultima parola. Il partito comunista cinese ha permesso l’accumulazione del capitale e della ricchezza individuale, ma si considera il garante dell’interesse comune contro una eccessiva presa di potere da parte delle élites economiche create da questo stesso capitale. È questa politica che ha permesso che il grande sviluppo economico della Cina degli ultimi 30 anni sia andato di pari passo con la costante ridistribuzione della ricchezza che ha permesso l’uscita dalla povertà estrema di mezzo miliardo di persone che ha stupito il mondo. Come vedi, non sono in disaccordo con quanto scrivi. Questo controllo della politica sulla ricchezza non piace alle élite economiche occidentali, ovviamente, e questa, a mio giudizio, è una delle ragioni della feroce propaganda anti-cinese, nell’informazione mainstream, controllata da queste élites. Ci sono anche altre cose che non ci piacciono della Cina di oggi, né a me né a te. Per esempio il fatto che non permetta l'espressione libera del dissenso come da noi. Ma non deve piacerci tutto quello che fanno gli altri, ovviamente. Non dobbiamo mica essere tutti eguali. Non mi sembra che qualcosa di quanto tu scrivi contraddica quello che dico nell’intervista.  

Infine, chiudi con una curiosa giravolta, scrivendo “Ed è per questa debolezza [la perdita di potere relativo dell’Occidente, su cui siamo d’accordo] che molti ora detestano la democrazia e anelano alla dittatura.” Non so a chi ti riferisci, ma se volevi riferirti a me, certo qui sbagli! Non detesto per nulla la democrazia, e ancora più certamente non anelo alla dittatura! Sono geloso della democrazia del paese dove vivo. Vorrei che fosse più genuina e meno preda dell’interesse di pochi ricchi. Vorrei più democrazia, non meno. Però vorrei soprattutto più democrazia nel mondo. Perché trovo non solo miope, data la crescente debolezza dell’occidente, ma anche un po’ ipocrita, brandire la democrazia per evitare che sia più democrazia nel mondo. Pensaci un attimo: per molti “difendere la democrazia” oggi significa difendere la legittimità del residuo strapotere militare sul mondo di una sparuta minoranza di paesi e persone. Sarebbe questa la “democrazia”? Democrazia, io credo, vuol dire seguire quello che domandano la maggioranza dei cittadini del mondo, l’assemblea generale delle Nazione Unite, la corte internazionale di giustizia. Invece, in nome della “democrazia” molti difendono il declinante strapotere dell’Occidente su tutti gli altri. Anche quando alle Nazioni Unite c’è una grande maggioranza, contro un solo veto. Difendono perfino l’arrogarsi da parte di alcuni paesi del diritto di bombardare altri, come sta facendo una missione di guerra a cui partecipa anche l’Italia, in Yemen, contro il volere delle Nazioni Unite. A me questa non sembra democrazia. Il problema importante, a me sembra, non è confrontare sistemi politici locali: nel mondo i diversi popoli possono esplorare sistemi politici diversi, vedere cosa funziona, cosa va bene e cosa va male. Possiamo tutti imparare qualcosa gli uni dagli altri; la Cina ha imparato tantissimo dall’Occidente e secondo me qualcosina potremmo imparare pure noi da un paese che cresce economicamente molto più di noi, e con grande coesione sociale. Saremmo un po’ più saggi. Invece di pensare a chi domina chi, o chi è il migliore di tutti, pensiamo piuttosto come vivere insieme, come imparare gli uni dagli altri. Come collaborare, invece di massacrarci, invece di armarci fino ai denti gli uni contro gli altri, e sopratutto invece di descriverci l’un l’altro come demoni malvagi, e insultarci l’un l’altro, terrorizzati dalla nostra stessa ombra.  Se tu questo lo chiami “anelare alla dittatura”, temo di non essere stato abbastanza chiaro, nella mia intervista. 

Con amicizia, Carlo  

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