Melville è proprio un miracolo della letteratura. Rodrigo
Fresán racconta una storia che riguarda
Herman Melville e suo padre Allan Melvill (della e che si aggiunge al cognome
saprete leggendo, se siete curiosi).
si tratta di un dialogo fra padre e
figlio, o, meglio, dei monologhi di Allan e Herman, a volte quasi dei flussi di
coscienza inarrestabili, ed è denso di riferimenti e citazioni, anche del
futuro (troverete persino Battiato, fra gli altri) e il miracolo di Rodrigo
Fresán è di incastrarli così bene da non
pesare un grammo nel flusso della storia (merito anche della traduzione diGiulia Zavagna).
all’inizio sembra difficile leggere
il libro, ma appena si entra nel flusso di Allan e Herman non ti stacchi più, e
quel delirio dell’attraversamento del fiume ghiacciato ti sembra di averlo
visto davvero.
buona (melvilliana) lettura.
…A
prescindere dal fatto che i fan di Moby Dick e di Melville
potrebbero impazzire per un testo del genere, come dicevo, le pagine centrali
narrate dal padre sono - non ho paura di affermarlo - quanto di più
bello, elegante ed evocativo letto negli ultimi anni. All'interno c'è
tutto: la follia, la poesia, la speranza, la consapevolezza della morte, il
mare e la terra, l'ignoto e persino il fantasioso, incarnati nella persona di
Nico C. Vero è che si potrebbe attribuire il parto di questo personaggio al
Delirio Bianco di Allan, ma a me piace pensare (e anche a Herman, come
vedrete) che sia davvero esistito.
Si tratta di
un testo che va centellinato, letto con calma, se è possibile riletto più
volte.
Melvill è un "romanzo"
colto, anche snob se vogliamo, dedicato a quei lettori (per ammissione stessa
dell'autore) che non leggono solamente libri "facili" o romanzi
"normali".
Una
nota: splendida la traduzione di Giulia Zavagna che ha fatto
un lavoro eccellente.
Lo
consiglio, ovviamente, a chi è fan di Herman Melville o a chi non conosce nulla
dell'autore: mi sembra un buon punto di partenza se siete lettori allenati.
Melvill è allo stesso tempo una
biografia, spesso inventata, un romanzo gotico popolato di fantasmi e
un'evocazione dell'amore filiale, che racchiude tutto il talento, l'umorismo e
l'immensa cultura del grande scrittore argentino.
Un padre morente, in preda alla febbre e al delirio, racconta la sua
giovinezza, il suo Grand Tour, i palazzi veneziani popolati da figure
affascinanti e malvagie, la sua rovina e il suo viaggio più bello: la
traversata a piedi del fiume Hudson ghiacciato. Un figlio, ancora bambino,
siede ai piedi del letto, ascoltando attentamente queste ultime parole
allucinate. L'opera di Herman Melville, un autore magistrale che fu incompreso,
troppo avanti rispetto al suo tempo e giudicato pazzo e pericoloso da alcuni
critici dell'epoca, potrebbe avere la sua origine in questo ultimo lascito del
padre? Rodrigo Fresán getta uno sguardo nuovo sull'enigma della vocazione
letteraria, esplorando i meandri della narrativa, che oscilla costantemente tra
realtà e immaginazione.
…Il libro è costruito a due strati, c’è una
parte di testo narrativo in cui c’è la storia del padre, il suo racconto, i
suoi ricordi, il suo delirio, la sua voce che dice il vero e dice il falso,
ovvero non li distingue, non ne ha bisogno. Perché la storia che leggiamo è
vera ma è pure inventata, e sentiamo l’eco di Fresán che nel precedente romanzo
ci ricorda che "La parte inventata non è mai la parte disonesta", ma
è quella che rende possibile il racconto di un fatto (ovvero la sua
trasformazione) da come si è svolto a come avrebbe dovuto essere. La
spiegazione tecnica e romantica del senso della letteratura. Il secondo strato
sono le note corpose a piè di pagina, che sono un romanzo nel romanzo,
che in un primo momento puntualizzano, commentano, chiosano, tentano di capire,
attraverso la voce di Herman, ma via via che il libro prosegue entrano nel
testo principale, prendendone la stessa forma e carattere. A raccontare sono
così tre entità: Allan, Herman e il narratore. Nessuna di queste tre è Fresán,
nessuna di queste tre non lo è.
"E, sì, è uno di quei momenti, fra tutte le strane occasioni di questa
faccenda che chiamiamo vita, in cui non si può che prendere l’intero universo
per un’enorme burla, con il sospetto che a farne le spese tocchi proprio a
noi". Melvill è diviso in tre parti: Il padre del
figlio; Glaciolocia; Il figlio del padre. Nella prima e nella terza parte si
manifestano un interrogativo e anche un grande tentativo, lo scrittore che
tenta la comprensione e la traduzione del padre, ovvero di scrivere l’inscrivibile.
Eppure, il padre vivo e morente e fantasma e i suoi fantasmi attraversano il
letto e arrivano al figlio, sciolgono i ghiacci del fiume Hudson. Allan
racconta viaggi europei, storie di palazzi veneziani, avventure, incontri,
personaggi misteriosi, salti nel buio, tentativi, miserie, fortune. Sogni,
infine, vissuti e sognati. Rodrigo Fresán ama Melville, e coltivava
l’idea di scrivere di lui da molti anni, usa il padre per andare alle origini
di uno scrittore di grande talento, un incompreso del suo tempo, giudicato
pericoloso, matto, strambo. Scrive di nuovo per fare letteratura e cerca il
luogo, la parola, l’istante in cui nasce la vocazione letteraria di Melville e
quindi di ogni grande scrittore.
Biografia inventata, racconto gotico, storia densa di humor, di
commozione, di visione e di capacità di sguardo, di vedere oltre le cose.
Narrazione scritta da chi non si accontenta della prima immagine o memoria
disponibile, scritta per lettrici e lettori che sono pronti a rischiare qualcosa,
a lasciare un po’ di sé tra le pagine per prendere qualcos’altro, di
indimenticabile. Il ricordo più bello di Allan è la traversata a piedi del
fiume Hudson ghiacciato, questo libro va letto con lo stesso spirito e
disponibilità, pronti al freddo e a quello che si troverà dall’altra parte.
…Melville afferma inoltre che «non facciamo altro che
vivere riscrivendo, veramente, le storie inventate delle nostre
vite reali». In queste parole non possiamo che riconoscere il pensiero di
Fresán, la cui intromissione è evidente all’interno del libro, come spiega nei
ringraziamenti: «buona parte dei nomi e dei luoghi e delle persone e delle date
sono reali, ma NON lo sono molte delle loro azioni e dei loro pensieri».
Questa affermazione la si
capisce, ad esempio, dai commenti che Allan e Herman fanno a livello
metanarrativo sulle note a piè di pagina – qui è evidente l’influenza di autori
come David Foster Wallace e Manuel Puig,
dove le note a piè di pagina danno alla finzione parvenza di realtà – «che
rendono ancora più evidente la vostra impossibilità di capire ogni cosa»,
oppure sulla falsità dei racconti di viaggio…
Ecco
la definizione di repressione secondo il vocabolario: “attività e azione
violenta o intimidatoria attuata dal governo e dai centri di potere contro
forze e movimenti rivoluzionari e progressisti, o comunque di opposizione, di
protesta e di contestazione” (qui)
Nel
1977 Marco Bechis, al rientro in Italia, scampato alle torture (e alla morte)
degli assassini argentini, fu accolto da due carabinieri, e al racconto delle
scosse elettriche un carabiniere disse: “Laggiù sì che fanno sul serio, mica
come da noi…” (p.187, Marco Bechis, La
solitudine del sovversivo, (qui la recensione
del libro)
Nel
2001 a Genova è successo quello che tutti sanno, ma nessun torturatore e
picchiatore, e sopratutto nessuno dei loro capi, ha pagato (lo ricorda Enrico Zucca), anzi
sono stati promossi, con merito, e quindi tutti i componenti delle forze
dell’ordine sanno che comportarsi in quel modo è buono e giusto.
Non
è fuori luogo pensare che in tutte le scuole delle forze dell’ordine degli
ultimi 20 anni avranno insegnato che tutto ciò che non è vietato è lecito.
Intanto
i capi d’accusa per cui si deve sprecare la vita in tribunale sono simili in
tutto il mondo, in Egitto è molto usato il reato di diffusione di notizie false (leggi qui),
a migliaia lo provano sulla propria pelle, per esempio Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah.
Da noi si usa
molto l’associazione
a delinquere e l’eversione (leggi qui), ma anche eversione e associazione a delinquere (qui, per esempio).
Per Paolo Persichetti la repressione è
per rivelazione
di notizie di cui sia vietata la divulgazione (leggi qui), ed è inquietante il modus operandi scandaloso delle forze dell’ordine:
Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione
per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due
minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di
sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione
molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2,
per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore
visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro
della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed
invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto
informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che
usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei
miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie,
che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio,
sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via
tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico
personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico
del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte
d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della
prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files
scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di
un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto
del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto
dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di
menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in
ostaggio la storia, di sequestrare il passato.
Della repressione dei militanti no Tav sappiamo
molto (qui
l’ultimo caso, quello di Emilio Scalzo, qui e quiAngelo Tartaglia spiega l’assurdità di quel mostro della Tav in Val di Susa, ma
solo chi è intellettualmente onesto può capire); sappiamo anche che se il
potere militare, politico, giudiziario avesse dedicato solo la metà di quello
sforzo repressivo verso le mafie e l’evasione fiscale dei milionari (in euro) e
avesse scatenato l’unica guerra giusta, quella contro i paradisi fiscali, l’Italia
sarebbe un paese migliore.
qui un interessante intervento di Livio Pepino, su democrazia e repressione
Interessante
ascoltare quiFederico Petroni e Alfonso Desiderio, di Limes, il
ruolo passivo del nostro paese nella straordinaria repressione a stelle e
strisce, per ricordarci il compito dell’Italia, quello del servo (ecco perché
si chiamano servitù militari).
Nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, ma anche
in tante altre, si parla di libertà, di parola, di stampa, di opinione, di
ricerca, di associazione, quando è stata scritta, dopo la seconda guerra
mondiale, erano libertà da tutelare, negli anni, in maniera sempre più veloce,
sono diventate libertà da reprimere.
Le libertà che si espandono sono quelle di produrre e vendere armi, sistemi di repressione e sorveglianza.
Gli stati uniti del mondo delle libertà, gli stati uniti del mondo della repressione, gli stati uniti del mondo dell’oppressione e gli stati uniti del mondo del colonialismo e del neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, sporca di sangue (qui si ricordano gli Stati Uniti d'America come il paese più terrorista del mondo).
Ogni paese ha mille strumenti per la repressione, le bombe,
l’esercito, il carcere, la polizia, i tribunali, dipende dalla resistenza
incontrata o dalle convenienze, dal sistema giudiziario o dalle leggi dei paesi
interessati, o anche solo infischiandosene della volontà popolare.
Tanti, troppi, sono oggetto di repressione, dai curdi a
Julian Assange, dalle donne afghane ai neri degli Usa (e non solo), dagli
indigeni dal Canada fino alla Terra del Fuoco ai palestinesi, dai migranti agli stranieri, da
Mimmo Lucano (qui
un lucido commento di Marco Revelli) e tutti quei milioni che hanno votato,
inascoltati, nel 2011 perché dell’acqua non si facesse profitto.
Molte centinaia di milioni (o qualche miliardo?) di persone in tutto il mondo sono umiliate e offese, unitevi, direbbe Karl Marx.
continueremo ad ascoltare le sue canzoni, nelle quali continuerà a vivere.
nel
1991 le forze armate italiane combatterono in Iraq, per difendere i nostri
sacri confini come sanno i cultori della geografia e della costituzione
(art.11).
nel
1992 Franco Battiato andò a Bagdad per fare un concerto:
"Quando mi hanno
chiamato dall'ambasciata irachena e mi hanno chiesto di fare un concerto ho
detto subito di sì, senza pensarci tanto. E non è da me, che penso molto prima
di fare una cosa, e che ho rifiutato altri concerti apparentemente più importanti
di questo. Inutile dire che mi sono trovato contro mille persone. Sei pazzo, mi
dicevano, vai cantare per il regime di Saddam Hussein. Non è così, ho sempre
risposto; tutti coloro che erano con me sanno che se avessi visto in platea una
divisa o un mitra non avrei cantato, se fosse arrivato Saddam Hussein mi sarei
trovato in grave imbarazzo. Ma per fortuna non è venuto. E' inutile ribadire
che lo scopo principe della mia visita in Iraq era umanitario, perché non trovo
giusto che un popolo debba soffrire per colpe non sue; ma è anche vero che
credo sia giusto dare a tutti una possibilità di redenzione, perché molti
assassini sono diventati santi. E ritengo sia stato altrettanto atroce l'uso
spettacolare che gli americani hanno fatto della guerra del Golfo, quel
costringerci a ritrovarci al mattino con i punteggi aggiornati, come fosse
stato un incontro di boxe. Io ho portato musica. La musica prescinde da tutto,
riunisce sul serio la gente, la musica è un'arte sublime, un importante momento
di aggregazione. Di questo viaggio ricordo la commozione dei musicisti
iracheni, che non hanno più nulla, e che hanno ricevuto spartiti, ance, corde
per i violini. Ricordo quel pianoforte che abbiamo dovuto accordare a 440
invece che a 442 per paura che saltasse tutto. Non ci sono libri, non c' è
possibilità di continuare a studiare, e se la cultura, le notizie non arrivano
è difficile che un regime si possa contrastare". F.B.
Il rumore
di un furgone, il campanello, mi sono affacciato appena — per vedere senza
essere visto — e nell’erba di qua dal cancello c’era una busta quadrata.
Il corriere
si chiama Carlos, è colombiano, e ogni volta parliamo di Egan Bernal, che è
colombiano anche lui e a 22 anni ha già vinto il Tour de France e chissà quanti
ne vincerà ancora.
Stamani
però no, solo il campanello, il pacco in fondo al giardino e addio.
Meglio
così, non bisogna darsi confidenza. E poi di cosa potevamo parlare? Il Tour è
saltato, è saltato il Giro d’Italia e pure il Giro delle Fiandre, che non l’aveva
fermato nemmeno la Seconda guerra mondiale: i nazisti davano fuoco al Belgio ma
loro lo stesso a pedalare per 250 chilometri nel fango e sui sassi.
Quest’anno
invece no.
Nessuno
corre, nessuno li aspetta lungo la strada per urlargli bravi. Anzi, se adesso
incontri qualcuno non gli dici nulla, lo guardi male e ti tappi naso e bocca.
Infatti
Carlos ha buttato la busta nel giardino e via, e intanto ha pensato ma in un
momento così, c’era biso
gno di
venire qua per questa cazzata? Lo so, perché è la stessa cosa che penso io. Ma
la colpa non è mia né sua.
È questo
pacco, che arriva da un altro mondo. Conosco uno di Lodi che compra e vende
dischi, a gennaio gli avevo mandato una lista di titoli difficili che cercavo,
lui man mano che li trovava me li spediva. Ma era gennaio, poi è successa
questa cosa e tutto è cambiato, così tanto che un pacco desiderato due mesi fa
arriva oggi assurdo e minaccioso, come una cosa da un altro mondo.
E come nel
film che si intitola così, dove un gruppo di ricercatori al Polo Nord si
imbatte nei resti di un’astronave aliena, io mi faccio forza e approccio la
busta con prudenza e paura.
Mascherina,
guanti, e un’arnese speciale che mi serve per aprirla. Perché la confezione
esterna è il peggio: in una realtà dove bisogna stare fermi e non avere
contatti con niente e nessuno, un pacco viaggia per centinaia e centinaia di
chilometri in mezzo a mille altri, toccato da così tante mani che a pensarci mi
viene la nausea.
Per questo
non lo apro con le forbici ma con un utensile antico, un bastone lungo tre
metri che ha in cima una specie di cesoia, comandata da uno spago che arriva
fino alla mia mano libera, da quest’altra parte del bastone. Noi in Versilia lo
chiamiamo «ladra dai fichi», e una volta serviva appunto a cogliere i fichi dai
rami più alti, quando era pericoloso salire sull’albero perché non ti reggeva
oppure perché non era roba tua, e infatti chiamavi l’attrezzo «ladra» ma chi
rubava i fichi eri tu.
Adesso non
li ruba più nessuno, hanno buttato giù gli alberi per costruire centri
commerciali smisurati, dove puoi comprare frutta esotica arrivata dall’altra
parte del pianeta, che costa un sacco e ha passato metà della sua
vita in frigorifero, ma certe volte è dolce e nutriente quasi quanto i fichi
che scoppiavano a quintali sugli alberi qua intorno.
È questa
feroce idiozia, questo sfascio demenziale che secondo tanta gente in giacca e
cravatta deve ripartire, e subito, e più forte di prima. La stessa gente che ci
ha portato in fondo a questo buco, adesso ci indica la via per uscirne, e la
loro via è scavare ancor più giù nel fango. Devono essere proprio stupidi,
tanto stupidi, i più stupidi del mondo. Anzi, no, i più stupidi siamo noi, che
gli andiamo dietro.
E comunque,
negli ultimi anni la «ladra dai fichi» non serviva più a nulla, ma ecco che
oggi torna clamorosamente utile: mi permette di aprire la busta là al cancello,
tenendomi a distanza di sicurezza. Perché i bacilli restano sulle cose. Sulla
carta, la plastica, il metallo, su tutto. Stanno lì pronti in attesa che li
tocchi, si aggrappano alle dita e piano piano salgono in cerca di uno
spiraglio, ti entrano dentro e addio.
Ci penso
adesso, a quanto può essere contaminato questo pacchetto, e mi diventa ancor
più difficile respirare nello stretto della mascherina.
Che io lo
dico, è tremendo ma lo dico lo stesso: la prima volta che ho visto uno con la
mascherina, gli ho riso in faccia.
Erano gli
ultimi giorni di febbraio, quindi sul confine tra il vecchio mondo e questo. Io
però venivo da una settimana piena di sole in fondo all’Italia. Lecce, Castro,
Santa Maria di Leuca, posti che in un’altra vita sono stati miei, perché ogni
volta che ci torno mi sento a casa.
Senza
giornali e tv, e senza parlare di quello che stava per diventare l’unico
argomento del pianeta. Infatti era un pianeta diverso, dove al mattino
incontravo scolaresche intere e la sera tante persone riunite a parlare di
libri, e mani strette, abbracci forti e baci e tutta quella calorosa normalità
che a sentirla oggi suona sensata come un tuffo di testa nell’acido muriatico.
E poi il
lungo viaggio in treno verso casa. Che ci vuole mezza giornata, e in aereo con
lo stesso tempo arrivi in Giappone, lo so, ma io l’aereo non lo prendo. Perché
volare mi inquieta, e perché gli aerei inquinano tantissimo. Però quando me lo
chiedono, rivelo solo la prima ragione, così mi compatiscono ma non troppo.
Insomma,
stavo in treno ormai da qualche ora quando sale un tipo che si piazza nei
quattro posti liberi di là dal corridoio. Mi sembra assai più vecchio di me,
quindi avrà la mia età. Un trolley che non trascina ma tiene sollevato sotto un
braccio, nell’altra mano un sacchetto di plastica pieno di qualcosa, e sulla
faccia appunto questa assurda mascherina bianca.
Tira fuori
dal trolley un enorme sacco nero della spazzatura, lo piazza a coprire il
sedile più lontano da me e ci si siede. Dal sacchetto bianco prende guanti di
gomma e una bottiglia di roba che versa su un po’ di cotone, e l’odore di alcol
riempie il vagone. Ci pulisce i braccioli del suo posto, il pezzetto di
finestrino lì accanto e il tavolinetto davanti a lui, poi toglie i guanti e dal
sacchetto prende un incarto di stagnola a forma di siluro. Lo apre con due dita
e spunta un panino, non vedo cosa c’è dentro e non posso nemmeno sentirlo dal
profumo, perché l’aria è piena di alcol.
Il mio
amico non vorrebbe mangiarlo qua in treno, chiaro, ma è l’ora di cena e il
viaggio è lungo e lui muore di fame. Allora si versa altro disinfettante sulle
mani, le strofina, solleva il panino avvicinandolo agli occhi che già lo
pregustano, poi finalmente se lo infila in bocca per il primo erotico morso.
Ma appunto
il mio amico ha la mascherina, se l’è scordata ma ce l’ha, e invece della bocca
il panino picchia contro il tessuto bianco, piegandolo in dentro.
Lui
sussulta, scatta indietro spaventato, come uno che aspettava una carezza e si
becca una bastonata. Spalanca gli occhi, si guarda intorno sperso, e trova me
che lo fisso. E in quel momento, davanti al suo sguardo terrorizzato sopra la
mascherina ammaccata e piena di briciole, io cosa potevo fare? Sono scoppiato a
ridere.
È orribile
ma è così, e ho continuato pure un bel po’. Infatti nel vecchio mondo sarebbero
partire parole brutte, poi insulti da seduti, poi minacce in piedi, fino magari
alle mani addosso. Ma adesso no, il mio amico è già schifato a respirare la mia
stessa aria, figuriamoci se mi tocca. Così ha puntato di nuovo il suo panino,
si è liberato la bocca, e con la mascherina che gli ballava su una tempia ha
cominciato a masticare amaro.
E a me
dispiace tanto aver riso di lui, ci ripenso ogni giorno e vorrei chiedergli
scusa, però non è stata colpa mia: io ero come la gente degli anni cinquanta in
Ritorno al
futuro, che Marty McFly viene appunto dal futuro e indossa un piumino, ma loro
non ne hanno mai visto uno e pensano che Marty vada in giro con un giubbotto di
salvataggio, e ridono. Perché loro vivono in un mondo diverso, lontanissimo nel
passato. E io uguale, due mesi fa.
Stamani
invece eccomi qui, mascherina e guanti di gomma, e un attrezzo lungo tre metri
per tentare di aprire un pacchetto.
La vita è
così, la vita è la mia scrittrice preferita. Quel che fa succedere non lo puoi
sapere mai, puoi solo metterti lì e lasciarti prendere dalla storia.
A me per
esempio era appena uscito il romanzo nuovo, avevo una sfilza di incontri e
festival che mi facevano fare il giro dell’Italia, fino a maggio quando
cominciava il Giro d’Italia vero, e allora prima Ungheria e poi Sicilia, su
verso le Dolomiti e giù a Milano. Mesi affollati e zingari luccicavano
all’orizzonte, con l’unico dispiacere del mio orto, che quest’anno non avrei
avuto il tempo per tenerlo.
Invece
eccolo qui, i solchi non sono mai stati così precisi e puliti dalle erbacce,
ogni pianta di pomodoro legata perfetta alla sua canna di sostegno, ogni foglia
di insalata, ogni cavolo pulito da bruchi e lumache. Non è un orto, è un
giardino zen, è una sala operatoria. Anzi, in questa primavera sbilenca l’orto
è la mia vita.
E non solo
la mia: al negozio di agraria, Franco e la Roberta fanno entrare una persona
alla volta, e quest’anno fuori c’è la fila. Che scorre lenta, perché adesso
tante persone vogliono mettere su un orto, però nonsanno
cosa gli serve, e come, e quando. Ma va bene così, hanno la fortuna di trovare
Franco e la Roberta che gli spiegano tutto, e stanno per provare la felicità antichissima
e insieme rivoluzionaria di seminare, coltivare, raccogliere. Stanno per
scoprire cosa può regalare il pezzetto di terra che volevano cancellare con
l’asfalto per parcheggiarci meglio la macchina.
Oggi
rinascono insomma quelli che una volta si chiamavano «orti di guerra», ed è
normale, visto che per tanta gente adesso siamo in guerra veramente.
Ma se una
cosa mi è chiara in questo casino, troppo enorme e troppo addosso per capirlo
veramente, è che chiamarlo guerra non si può.
I medici,
gli infermieri, le persone che invece di starsene lontane dal problema devono
stringere i denti e tuffarcisi dentro ogni giorno e ogni notte: loro magari
possono usare questa parola, noi no. Per rispetto verso questi uomini e donne,
e verso tutti quelli che una guerra l’hanno vissuta davvero.
Dalle mie
parti, verso la fine della Seconda guerra mondiale c’era la Linea gotica. Vuol
dire che da una parte avevi i tedeschi, dall’altra gli Alleati, e tu in mezzo a
beccarti le bombe di entrambi. Quella era la guerra. E durante un
rastrellamento nazista, quando venivano a radunare persone contro un muro e
addio, alle SS non potevi spiegare:
«no,
guardi, io adesso devo portare in giro il cane», «io verrei volentieri, ma come
vede dall’abbigliamento sportivo sto uscendo per una corsetta»,«io invece ho
una crostata in forno, con la sfoglia sopra a forma di cuore, non posso
perderla d’occhio».
No, finché
ci sono giretti, finché ci sono corsette e crostate, la guerra non c’è. E
allora questi nostri giorni sono assurdi, difficili e a volte drammatici, ma
una guerra no. Anche perché, se usi la parola guerra, bisogna trovare un nemico
da combattere, e siccome il virus non lo vedi, ecco che diventiamo nemici tra
noi.
Infatti, se
per disgrazia ci capita di incrociare qualcuno, lo guardiamo malissimo e poi
piantiamo gli occhi a terra, pieni di odio verso l’unica fonte di ogni problema
al mondo: gli altri.
Gli altri
che escono di casa, che fanno i furbi e disobbediscono, gli altri che
tossiscono e starnutiscono, gli altri che usano parole con la P, così
sputacchiano goccioline che volano e volano fino a portare il male dentro di
noi.
E allora la
soluzione più giusta e veloce sarebbe questa: che gli altri sparissero. Che si
togliessero tutti dalla buccia del pianeta. Sai quanto ci metteremmo a chiudere
il discorso del virus, se non ci fossero gli altri? Cinque minuti, ci
metteremmo. Cinque minuti e saremmo liberi di tornare nei bar, nei ristoranti e
in spiaggia, ad abbracciarci e baciarci e fare l’amore. Con chi, questo non si
sa, ma adesso non ci pensiamo: un problema alla volta, a quello penseremo dopo.
Io invece
al dopo ci penso adesso, e tantissimo. Come sarà, come saremo, ho tanta voglia
di vederlo, di viverlo. Mentre finalmente, a forza di armeggiare con la «ladra
dai fichi», riesco ad aprire il pacco con un taglio netto, il disco esce dalla
plastica e si libera nell’erba.
Tra un po’
anche noi saremo così, liberi, e davvero comincerà la sfida. Perché ora la
situazione è dura, ma semplice: quel che devi fare te lo comanda lo Stato,
poche regole severe e avanti così. Come gli schiavi nell’Antico Egitto, che
tutto il giorno tiravano enormi
blocchi di
pietra per costruire le piramidi, con l’unica variazione di una frustata nella
schiena ogni tanto. E magari come esistenza non era un granché, però non dovevi
tormentarti con le scelte di vita: blocchi da tirare e frustate da prendere,
punto e basta. Fra poco invece noi saremo liberi, e il guaio della libertà è
che sei libero di tutto, pure di fare schifo.
Ma se prima
lo schifo era una scelta diffusa e triste, adesso sarebbe proprio
imperdonabile. Perché dopo tanto tempo fermi e zitti, a sentire così chiara
nell’anima la verità su quali persone ci mancano di più, quali cose farebbero
felici noi e gli altri, una volta liberi dovremmo tuffarci tra quelle persone e
quelle cose fino a consumarci.
Se invece
torneremo a riempire la nostra vita di brutture e meschinità, di riunioni di
condominio, visite a parenti insopportabili e mille altri obblighi grigi,
allora questi mesi di silenzio li avremo sprecati davvero.
Ma io
voglio credere che non sarà così. Per noi, per i nostri figli. Che io ci penso
tanto, ai nostri figli. Forse perché non ne ho, e gli altri mi ripetono se non
hai figli
non puoi
capire, e invece una cosa la capisco: che è troppo facile voler bene ai propri
figli. Non ci vuole nulla, è un istinto primordiale, anche i killer più
spietati della mafia insistono sempre sull’amore che li lega ai loro figli,
mentre ammazzano quelli degli altri. Amare i propri figli è troppo facile,
difficile è voler bene a quelli degli altri, e ai figli del futuro. Ma da come
ci siamo comportati finora, è chiaro che di quelli non ce ne frega proprio
nulla, infatti tutte le schifezze che facciamo al mondo non ci preoccupano,
perché le conseguenze se le beccheranno loro.
E invece,
sorpresa, ecco che un po’ di queste conseguenze sono arrivate subito,
all’improvviso, tremende e imprevedibili.
Cioè,
imprevedibili come quella volta che il mio amico Piero è passato davanti a casa
mia con l’ApeCar del suo babbo, e mi ha detto che andava a provarla nella pista
da motocross di là dal fiume. Gli ho risposto che secondo me non era una grande
idea e che finiva male, ma lui è ripartito a tutta forza urlandomi insulti
misti. E più forte urlava il giorno dopo, con un braccio fasciato e sfasciata
l’Ape: — Gufo! — mi diceva — Sei un gufo, gufo maledetto!
E forse io
ero un gufo, sì, ma lui di sicuro era un coglione.
E così
tutti noi, precisi come Piero. Che però lo è stato fino a un certo punto,
perché poi il suo babbo si è comprato un’Ape nuova ma lui non l’ha toccata mai,
nemmeno col pensiero. Se noi invece, quando saremo liberi, torneremo a
lanciarci nella pista da motocross per vedere se stavolta finisce meglio, io
spero che i figli del futuro inventino una macchina del tempo e vengano qua da
noi, per riempirci di mazzate coi loro bastoni supertecnologici.
Ma voglio
credere che non andrà così, voglio crederci con tutta la forza. E ci sono
momenti in cui ci riesco. Come adesso, che faccio mezzo passo verso il disco
appena uscito dal pacco, e lo riconosco.
È il
concerto di Franco Battiato a Bagdad nel 1992. L’anno prima, Stati Uniti e Nato
avevano devastato la città con una tempesta infinita di bombe dal cielo. E
allora Battiato ha preso ed è andato là, si è seduto su un tappeto e ha tenuto
un concerto meraviglioso. Un gioiello, un incanto, e la risposta più forte e
giusta che si potesse dare.
E questo
concerto, il mio amico di Lodi me l’ha trovato e me l’ha spedito, e adesso è
qui con me, mi chiama dal fondo del giardino.
Nei miei
piani c’era di tenerlo fuori un giorno o due, a spurgare i possibili bacilli.
Ma lo guardo e mi fa battere il cuore, mi ricorda che non siamo solo macchine
per produrre e consumare e avvelenare, non siamo solo materiale per l’estetista
e il chirurgo plastico, non siamo sacchi di carne fatti per ingoiare aperitivi
e cibi ricercati e vomitare cemento e veleno.
No, a volte
siamo capaci di una bellezza smisurata e insopprimibile, che viene fuori a
schizzi anche se per tutta la vita cerchiamo di buttarla giù, per evitare che
ci rovini la reputazione in una società dove questa bellezza è un impaccio e
uno svantaggio.
È lei che
adesso mi fa posare la «ladra dai fichi», drizzare la schiena e coprire questi
pochi, irreparabili passi fino al disco. Lo raccolgo, lo stringo, me lo porto
in casa e lo metto subito a girare.
E mentre lo
ascolto, la bellezza esce col suono della voce, col respiro, più forte di
qualsiasi gocciolina di virus, e più contagiosa. Perché la bellezza, e le
persone che la spandono intorno, è il contagio più potente che ci sia. Arriva e
ci fa innamorare di lei, ci smuove a trovarla dentro di noi e spargerla ancora
e ancora.
Una
pandemia luccicante e miracolosa, che sale con questa musica e queste parole,
riempie l’aria della primavera, si intreccia col canto degli uccelli e ci
chiama là all’orizzonte, vera, piena, nostra.
E il mio
maestro mi insegnò com’è difficile trovare
l’alba
dentro l’imbrunire,
E il mio
maestro mi insegnò com’è difficile trovare
l’alba
dentro l’imbrunire,
E il mio
maestro mi insegnò com’è difficile trovare
Battiato è un intellettualoide? Piccolo viaggio in un
grande fraintendimento - Matteo Santarelli
Un paio di giorni di fa, in un sabato di quarantena
qualunque, la scrittrice Michela Murgia nel corso del programma in
videochat Buon vicinato ha condiviso con la collega e
conduttrice Chiara Valerio le seguenti considerazioni su Franco Battiato:
“Franco Battiato è considerato un autore
intellettuale. E invece, tu ti vai a fare le analisi dei suoi testi e sono
delle min… assolute, citazioni su citazioni e nessun significato reale. Togli
due testi, forse, e il resto…. “
Parole che hanno scatenato il finimondo. I social
networks sono stati invasi da inviti spesso non eleganti a farsi gli affari
propri, a darsi ad altro rispetto alla musica, a tacere, a non intaccare la
sacralità del maestro con chiacchiere e opinioni di bassa lega. Qualcuno ha tirato
fuori persino il fatto che intorno al 2007 Michela Murgia ha sostenuto Mario
Adinolfi, oggi integralista cattolico in difesa della famiglia naturale, nella
sua poco fortunata corsa alla segreteria del PD. In un post che ha totalizzato
36.000 likes e quasi 5.000 condivisioni, il giornalista Andrea Scanzi ha
riassunto il tenore medio delle reazioni suscitate dalle battute di Murgia:
Gentile Murgia, dotata di qual grazia e infinita
meraviglia, fammi il favore. Prima di parlare a caso (per non dir peggio) di
Battiato, che sta peraltro combattendo una battaglia difficilissima ed è quindi
oltremodo osceno attaccarlo adesso, raggiungi la bellezza assoluta di testi e
musiche come Gli uccelli. Up patriots to arms. E ti vengo a cercare. Povera
patria. Eccetera. O gli arrangiamenti monumentali di Polli di allevamento, che
creò con Giusto Pio per Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Poi, quando avrai
anche solo raggiunto un centesimo di tutto questo, e per ora tra le messe
cantate a Radio Capital e le sbrosce mosce dei tuoi libretti neanche ti ci sei
lontanamente avvicinata, parla. Se proprio devi. Nel frattempo, impegnati
nell’unica cosa che da sempre sai fare: recitare al peggio la caricatura
dell’intellettuale, a uso e consumo di quelli che si accontentano di poco. Anzi
quasi niente.
Nelle ultime ore, la scrittrice ci ha tenuto a
precisare che era tutta una provocazione, che lei ha sofferto a dire quelle
cose perché lei in realtà Battiato lo ama, e litigare per il gusto di litigare
fa parte della trama del programma. In quanto segue, non ci occuperemo delle
reali intenzioni di Michela Murgia, del senso di buttare opinioni a caso in
diretta “per il gusto di litigare”, né del fatto che una scrittrice debba
chiedere il permesso a Scanzi prima di parlare di ciò che pensa. Non parleremo
nemmeno di un tema che pure è interessante, ossia quanto sarebbe contento lo
stesso Battiato di queste difese un po´ da bulletti e celoduristi. Come ha
scritto Giso Amendola in un recente post Facebook sul tema: “possiamo
immaginare bene quanto poco gradisca il Maestro una non necessaria e non
richiesta “difesa” se deve essere l’occasione di sfogo di sessismo, machismo,
antifemminismo militante, bodyshaming e quant’altre schifezze”.
Il tema tuttavia è un altro. Con buona pace di Scanzi,
le parole di Murgia al di là delle sue reali intenzioni ripropongono un’accusa
che spesso è stata rivolta a Battiato: usare le proprie canzoni per uno sfoggio
di cultura fastidioso, kitsch e senza senso. Canzoni che devono il loro
successo al fatto che chi le ascolta può darsi un tono da intellettuale,
risparmiandosi la fatica richiesta dal seguire la musica veramente
intellettuale – la dodecafonia, il free jazz, la world music più sofisticata.
In breve: Battiato sarebbe un autore di canzonette infarcite di citazioni
inutili, che servono solo a far pensare a chi le ascolta che: “no, io le
canzonette non le ascolto. Io ascolto Franco Battiato”. Non essendo un vero
intellettuale, risulta essere un intellettualoide. Ma quanto c´è di vero in
questa critica? Per rispondere a questa domanda, proviamo a partire da alcuni
fatti che sembrano confermare un’immagine negativa del Maestro…