Il governo italiano ha deciso ieri di prorogare per altri quindici giorni i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, introdotti il primo agosto dopo l’arrivo a Ceuta di decine di migliaia di migranti dal Marocco. Dopo un mese possiamo finalmente giudicare quella decisione non sulle paure evocate per giustificarla, ma sui risultati. Quasi 500 mila passeggeri provenienti dalla Spagna sono stati controllati attraverso le liste, oltre 180 mila identificati all’ingresso in Italia, 31 respinti alla frontiera e sei arrestati. Solo otto dei respinti erano cittadini marocchini e non è emerso un flusso di migranti arrivati in Italia passando da Ceuta. Bugiardi conclamati. Ma questo lo sapevamo.
Per
spaventare la popolazione, il governo Meloni aveva prospettato il pericolo che
i migranti potessero riversarsi dalla Spagna verso l’Italia. E non soltanto
loro. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato ufficialmente di
possibili «infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori», ricordando la
presenza di aree di reclutamento jihadista in Marocco e rilanciando contemporaneamente
la necessità di combattere il traffico di esseri umani. La cosa era ancora più
singolare perché il 4 agosto, durante il vertice straordinario dei ministri
dell’Interno europei, Spagna e Commissione avevano comunicato che la
grandissima maggioranza dei migranti entrati a Ceuta era già stata riportata
indietro e che non si erano verificati spostamenti verso la Spagna continentale
né verso altri Stati membri.
Questo
non significa che a Ceuta non sia accaduto nulla. È accaduto qualcosa di
enorme, con decine di migliaia di persone che hanno attraversato il confine in
pochissimo tempo, morti, feriti, campi improvvisati e una città sottoposta a
una pressione eccezionale. Né significa che non esistano trafficanti di esseri
umani, organizzazioni criminali o rischi di sicurezza. Significa una cosa molto
più semplice: quelle minacce specifiche utilizzate dal governo italiano per
costruire l’allarme su un possibile trasferimento verso l’Italia non si sono
materializzate nei termini annunciati. Eppure il dispositivo resta in piedi e
viene prorogato.
Ed è
questo l’uso strumentale, da oggetti, da non persone, che il governo Meloni ha
stabilito dal suo insediamento con i migranti. Persone che non erano in Italia,
che non risultavano dirette in Italia e che non potevano neppure muoversi
liberamente da Ceuta verso il resto d’Europa sono state trasformate
preventivamente in una minaccia italiana. E allora chi sono i trafficanti di
esseri umani? Coloro che usano persone prive di qualsiasi bene materiale
sbattute in faccia all’opinione pubblica e ai confini, buttate come cose rotte
nel gioco della politica più bieca dell’estrema destra europea. Ecco chi è che
traffica in esseri umani e li usa senza pudore e in barba ai propri principi
morali e religiosi tanto rivendicati.
Per
questo va usata per il governo Meloni, deliberatamente e paradossalmente, la
stessa espressione che loro ripetono da anni. Stiamo dicendo qualcosa di
politico: il governo che ha fatto della lotta ai “trafficanti di esseri umani”
uno dei pilastri della propria propaganda è diventato esso stesso, nel senso
più letterale della metafora, un trafficante di esseri umani, perché pensa ai
migranti prima di tutto come oggetti da bloccare, trasferire, rimandare
indietro e collocare altrove a seconda della convenienza politica. Come
soprammobili, alimenti scaduti, scarpe vecchie.
Il
trafficante criminale guarda un uomo e vede qualcuno da caricare su una barca e
trasportare oltre un confine in cambio di denaro. Il governo Meloni guarda
quello stesso uomo e vede qualcuno da usare per far paura all’opinione pubblica
e raccattare voti. La differenza giuridica è evidente, quella morale molto
discutibile. Perchè c’è un elemento comune che il paradosso serve precisamente
a mettere in luce: la persona scompare e resta la logistica del suo corpo.
Il
modello Albania rende questa logica quasi didascalica. Si prende una persona
intercettata lungo una rotta migratoria e si costruisce un sistema affinché la
sua pratica possa essere trattata fuori dal territorio italiano. Il progetto ha
incontrato ostacoli giudiziari, è stato modificato e ridimensionato, ma la
filosofia politica rimane intatta: il problema non è soltanto decidere se
quella persona abbia o meno diritto di restare; è fare in modo che mentre lo
decidiamo stia altrove.
Ceuta
ha portato questa concezione un passo oltre. Questa volta non bisognava
spostare persone già presenti sul territorio italiano: bisognava impedire
preventivamente che si spostassero verso di noi. E quindi si è sospesa una
parte della libera circolazione con la Spagna. Il paradosso dei dati è quasi
perfetto: mezzo milione di verifiche per 31 respingimenti, mentre
l’Unione europea aveva certificato già all’inizio della crisi che non esistevano
movimenti secondari da Ceuta verso altri Stati membri. Il governo e Fratelli
d’Italia leggono quegli stessi 31 respingimenti come la dimostrazione che i
controlli funzionano; si può leggerli esattamente al contrario, come la
distanza enorme tra l’apparato politico e amministrativo messo in moto e il
fenomeno che avrebbe dovuto giustificarlo.
Dietro
questa politica c’è naturalmente anche la sicurezza. Ogni Stato ha non soltanto
il diritto ma il dovere di sapere chi entra nel proprio territorio e di intervenire
quando esistano rischi concreti. Ma proprio la parola concreti fa
la differenza. Se un possibile jihadista può nascondersi tra migliaia di
migranti, questo non trasforma migliaia di migranti in possibili jihadisti. Se
esistono trafficanti che sfruttano i viaggi della disperazione, questo non
trasforma ogni movimento migratorio in un’operazione organizzata dai
trafficanti. Usare costantemente il terrorista, lo scafista e il trafficante
come sagome sovrapposte alla figura del migrante serve invece a compiere
un’operazione politica precisa: togliere alla persona la sua individualità e
trasformarla in una categoria di rischio.
È così
che il trattamento disumano può presentarsi come semplice amministrazione
linguistica. Non si dice: prendiamo uomini, donne e bambini e cerchiamo il modo
di tenerli il più lontano possibile da noi. Si parla di contrasto ai flussi,
controllo delle frontiere, rimpatri, hub, Paesi sicuri, movimenti secondari,
prevenzione delle partenze. Così il buon cattolico che vota Meloni e la domenica
ascolta l’invito del prete ad aiutare gli ultimi avrà la coscienza a posto, non
sentirà più parlare di esseri umani ma di “flussi” da gestire.
I veri
trafficanti di esseri umani, altrettanto riprovevoli di coloro che lo fanno per
soldi, sono i governi che li trafficano per voti.