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domenica 22 febbraio 2026

Eterni privilegi - Federico Tulli

 

Ici, Imu e indulgenze fiscali: vent’anni di regali miliardari alla Chiesa cattolica a spese dei contribuenti.


Sono passati tredici anni da quando la Commissione europea intimò all’Italia di recuperare dagli enti ecclesiastici le somme non versate tra il 2006 e il 2011 per il pagamento dell’Ici sugli immobili di loro proprietà nei quali l’attività religiosa convive, senza soluzione di continuità, con attività economiche (vale a dire, in gran parte, scuole paritarie di ogni ordine e grado e dormitori di conventi ormai svuotati dall’inarrestabile crisi di vocazioni trasformati in alberghi, boutique hotel, case per ferie, case di riposo).

Sono passati tredici anni ma la questione è ancora aperta

Sono passati tredici anni ma la questione è ancora aperta, come dimostra una recente sentenza (la numero 20/2025) mediante la quale la Corte costituzionale ha respinto le censure sollevate dalla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Piemonte nei confronti di un articolo cardine del decreto legislativo sul Riordino della finanza degli enti territoriali 504/92, quello che appunto stabiliva l’esenzione dall’imposta municipale propria per gli enti religiosi.

 

Secondo i giudici tributari del Piemonte tale normativa non consente di distinguere, all’interno di un unico immobile accatastato, le aree destinate al culto da quelle impiegate per attività economiche. E tale lacuna avrebbe come conseguenza l’assoggettamento a imposta anche delle porzioni utilizzate per scopi religiosi, configurando così una «violazione dell’articolo 117, primo comma, della Costituzione, in riferimento agli obblighi derivanti dal Concordato con la Santa sede del 1984».

La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata dai giudici tributari nell’ambito di una controversia tra il Comune di Novara e il locale Seminario vescovile, relativa all’Imposta comunale sugli immobili (Ici) su un fabbricato di proprietà dell’ente ecclesiastico (stabile di circa 12mila metri quadrati), che – si legge nella sentenza – originariamente destinato in esclusiva alla formazione del clero, successivamente è stato in parte adibito a liceo classico parificato (per circa 600 metri quadrati) e in parte dato in locazione a due società (per complessivi 900 metri quadrati circa).

La Corte costituzionale ha giudicato infondata l’ordinanza di rimessione. Secondo la Consulta, il rimettente non solo ha mal interpretato il Concordato del 1984 ma non ha nemmeno considerato le regole europee in base alle quali l’esenzione Ici riconosciuta agli enti religiosi tra il 2006 e il 2011 si configura come un aiuto (illegittimo) di Stato.

Vale la pena a questo punto approfondire la posizione dell’Europa sulla questione ma per poterlo fare bisogna ricostruire brevemente la storia “politica” dell’esenzione Ici. Tutto inizia nel 2005, anno in cui il governo Berlusconi introduce una norma che esonera dal pagamento dell’imposta comunale strutture come alberghi, cliniche, case di cura, scuole paritarie e altri immobili di proprietà ecclesiastica: era sufficiente che anche solo una minima parte dell’edificio fosse adibita ad attività religiosa per ottenere l’esenzione totale.

Con l’arrivo dell’Imu nel 2011, al posto dell’Ici, il premier Mario Monti introduce una regola più articolata: l’esonero si applica anche alle onlus. La condizione imposta è che i servizi offerti abbiano un costo “simbolico”, oppure non superino soglie specifiche, spesso difficili da individuare con precisione. Un caso concreto: una scuola paritaria dell’infanzia può ottenere l’esenzione se le rette annuali restano al di sotto dei 6.000 euro. Ma quante organizzazioni di questo tipo non religiose e non afferenti alla chiesa cattolica gestiscono realmente strutture come hotel, scuole o ospedali? La norma, anche se per l’Ue non si configurava più come un aiuto di Stato, restava chiaramente un’agevolazione “ad personam”, anzi ad ecclesiam.

Arriviamo al 2012. La Commissione europea conclude un’indagine avviata in seguito alla denuncia presentata nel 2006 dal fiscalista Pontesilli, dall’avvocato Nucara e da Maurizio Turco (attuale segretario del Partito Radicale). Secondo i querelanti le esenzioni Ici costituivano una violazione delle norme europee sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato. Bruxelles, sei anni dopo, riconobbe la fondatezza delle “accuse” e che l’esenzione rappresenta effettivamente un aiuto illecito, ma consentì all’Italia di non procedere al recupero degli importi, ritenendo eccessivamente complesso quantificarli.

si stabilisce finalmente un principio chiaro

La vicenda viene poi esaminata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea che, in una prima sentenza del 2016, sorprendentemente conferma che i soldi non riscossi possono essere considerati perduti. Tuttavia, nel novembre del 2018, la decisione viene annullata in appello, e si stabilisce finalmente un principio chiaro: le somme dovute a titolo di Ici tra il 2006 e il 2011 devono essere recuperate dallo Stato italiano.

Passano altri cinque anni e nel marzo del 2023 di fronte all’immobilità totale dell’Italia nell’azione di recupero dei soldi “regalati” agli enti ecclesiastici, Bruxelles intima di non indugiare oltre, pena l’avvio di una costosa procedura di infrazione che pagherebbero i contribuenti. La Commissione – si legge a chiare lettere nella nota ufficiale – «riconosce l’esistenza di difficoltà per le autorità italiane nell’identificare i beneficiari dell’aiuto di Stato illegale. Tuttavia tali difficoltà non sono sufficienti per escludere la possibilità di ottenere almeno un recupero parziale dell’aiuto».

L’ordinanza 20/25 della Consulta sta lì a testimoniare che dopo altri due anni tutto è ancora in alto mare.

Ma non è finita qui. Se il governo Meloni si è mosso, lo sta facendo in direzione ostinata e contraria, quindi non per chiedere finalmente conto dei privilegi fiscali goduti per anni dagli enti ecclesiastici, bensì per tentare di proteggerli da ogni possibile conseguenza.

Lo si capisce da quanto detto dal viceministro dell’economia Maurizio Leo, durante un recente convegno all’Università Pontificia salesiana: il Mef è al lavoro per evitare che la procedura d’infrazione europea si trasformi in un salasso per le congregazioni religiose. In buona sostanza il governo sta cercando di contenere o cancellare il dovuto, invocando deroghe “de minimis” o non meglio precisate difficoltà documentali da parte degli enti coinvolti.

In base alla legge anti-infrazioni del 2024 gli enti soggetti all’obbligo di restituzione sono tutti quelli che nel 2012 o nel 2013, applicando le regole Imu/Tasi (in sostituzione dell’Ici), hanno dichiarato o, in ogni caso, versato una somma superiore a 50mila euro, anche in seguito a un accertamento del Comune.

Secondo il ministro, come riporta il Sole24ore, si potrebbe cercare di approfondire gli spazi – per gli anni contestati – collegati agli aiuti de minimis, fuori dal perimetro dell’aiuto di Stato contestato dalla Ue: in particolare, per quegli anni i limiti sono 200mila euro in un triennio, 500mila sempre nei tre anni per chi esercita servizi di interesse generale. Leo ha inoltre aggiunto che verrà dato un peso anche alla difficoltà da parte degli enti coinvolti di trovare tutta la documentazione di prova, considerando quanti anni sono passati.

Non esiste una stima precisa delle somme Ici in ballo, ma se il piano del Mef andasse in porto il Tesoro rischia di dover dire addio a somme considerevoli. Secondo un calcolo del ministero dell’economia risalente a una decina di anni fa l’Ici 2006-2011 non incassata a livello nazionale ammonta a circa 100 milioni l’anno, cioè 700 milioni complessivi a livello nazionale. Ma c’è chi ha stimato un importo ben diverso compreso tra 3,5 e 5 miliardi di euro complessivi.

11 miliardi complessivi, il mancato gettito per lo Stato

Questo calcolo fu eseguito in collaborazione con l’Anci-Associazione nazionale comuni italiani, da Pontesilli, Turco e Nucara in occasione della presentazione dell’esposto del 2006. Più di recente l’Ares, Agenzia di ricerca economica e sociale, ha stimato in 2,2 miliardi l’anno per 5 anni, cioè 11 miliardi complessivi, il mancato gettito per lo Stato.

Al momento non è dato di sapere se la bilancia penda più verso i 700 milioni calcolati dal Mef o gli 11 miliardi stimati dall’Ares e stando al senso delle dichiarazioni del vice ministro Leo, come detto, il governo attuale non intende mettere in campo misure per approfondire. E lo fa nel nome di un patrimonio – quello ecclesiastico – «al servizio del bene comune», secondo una narrazione che evita di affrontare il nodo centrale: può un’attività con caratteristiche commerciali, come una scuola privata che richiede rette elevate, essere esentata dalle imposte solo perché gestita da un ente religioso?

La questione riguarda anche l’Imu, introdotta nel 2011. Un passaggio emblematico è quello sulle scuole paritarie cattoliche, formalmente private ma riconosciute come parte del sistema nazionale di istruzione grazie alla legge “Berlinguer” 62/2000. In base alle norme attuali, se svolgono attività non esclusivamente religiosa (ad esempio, educativa ma a pagamento), dovrebbero essere soggette a Imu.

Ma anche qui il governo cerca una via d’uscita gradita alla chiesa cattolica. Il viceministro Leo ha proposto infatti di agganciare l’esenzione ai “costi standard”: se la scuola privata dimostra di mantenere i costi entro una certa soglia, verrebbe considerata non commerciale e quindi esente. Una soluzione apparentemente tecnica che in realtà mira a istituzionalizzare l’esenzione per centinaia di scuole cattoliche, senza una verifica effettiva della loro natura economica.

In conclusione, è passato un ventennio dall’esenzione introdotta da Berlusconi e l’Italia continua a offrire una corsia preferenziale fiscale a favore della chiesa cattolica e delle sue ramificazioni nel mondo dell’istruzione, dell’assistenza, dell’ospitalità e del turismo. In nome di una visione “sociale” delle attività religiose, si legittimano agevolazioni che altri enti, privi del legame confessionale, non ricevono.

da qui

martedì 1 dicembre 2015

la canèa contro un dirigente scolastico serio e l'inquisizione al lavoro

ci sono voluti un paio di giorni perché si iniziasse a scrivere le cose come veramente sono, intanto la maggior parte delle persone si ricorderà i titoli e le invettive dei primi giorni, non le rettifiche e le analisi posteriori (qui) nell'assenza di scuse degli inquisitori della prima ora).



addirittura si è scomodato Renzi: “Il Natale è molto più importante di un preside in cerca di provocazioni - ha osservato il Presidente del Consiglio - se il preside pensava di favorire integrazione e convivenza in questo modo, mi pare abbia sbagliato di grosso. Confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano” (da qui)

dal Partito Democratico ha parlato il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone che ha definito la scelta del preside una “decisione miope, presa da chi ancora confonde l’inclusione con il quieto vivere”. Durissimo poi l’attacco della Lega con Matteo Salvini: “Secondo me dovrebbero essere licenziati quegli insegnanti e quei presidi che cancellano il Natale, chi cancella il presepe e la storia di Natale non è adatto a fare quel lavoro”. Sulla stessa linea il forzista Gasparri: “Giannini allontani dalle scuole chi cancella il Natale”.

IL COMMENTO DI SALVINI: "UNA C....TA GALATTICA" - Matteo Salvini ha attaccato la scelta del preside, intervenendo su radio Padania: "e' chiaro che le emergenze sono altre. E se non invertiamo la rotta siamo allo sfacelo. Cambiare la festa di Natale in festa di inverno e' una cazzata galattica". "A qualcuno - ha aggiunto Salvini - può dare fastidio Gesù bambino? Il problema è qualcuno che abbiamo in casa che è più tarato dei tarati. Questo succede in una scuola, luogo che dovrebbe educare e far conoscere. Invece nel nome della laicità si sradicano le tradizioni facendo così un favore ai terroristi". "In quella scuola ci sono mamme che stanno raccogliendo firme perché il Natale sia Natale. La chiameranno 'Festa d'inverno', 'per evitare strumentalizzazioni', ma anche i genitori musulmani, secondo me, sarebbero solo contenti di festeggiare il Natale", ha concluso Salvini.
ALTITONANTE E FERRETTI (FI): "VERGOGNOSO REPRIMERE NOSTRE TRADIZIONI" - «Cancellare le nostre tradizioni non significa aprirsi alle altre culture, ma bensì rinunciare a noi stessi, a quello che ci è stato trasmesso sia dai nostri cari, alla nostra storia. È vergognoso che chi dovrebbe forgiare la mente dei nostri figli, cerchi invece di reprimerli, eliminando addirittura la magia del Natale». È il commento del Consigliere Regionale di Forza Italia, Fabio Altitonante, e del Capogruppo di Forza Italia a Rozzano, Gianni Ferretti, alla decisione del preside dell'Istituto Garofani di Rozzano cancellare la Festa di Natale, sostituendola con la Festa di Inverno. «La laicità dello Stato e la libertà di culto non sono messe in discussione – sottolinea Altitonante – al contrario, in questo momento l’unica religione attaccata e “messa al bando” è proprio quella cristiana. Ricordo al Ministro Giannini che addirittura la nostra Costituzione dedica un articolo specifico ai rapporti con la Chiesa cattolica, non perché sia superiore alle altre, ma perché storicamente in Italia ha avuto un ruolo predominante rispetto alle altre confessioni religiose». «La politica rozzanese – aggiunge Ferretti – deve prendere una posizione netta rispetto a questa vicenda, al di là dell’appartenenza partitica, nell’interesse dei nostri ragazzi». «Non possiamo appellarci al Prefetto, perché a Milano non c’è, visto che il Governo Renzi è incapace di decidere. Auspichiamo almeno che il Ministro Giannini intervenga al più presto affinché ai nostri bambini non sia “rubato” il Natale. Come Forza Italia ci mobiliteremo per attestare la nostra solidarietà alle famiglie di Rozzano» concludono i due esponenti di Forza Italia.
GELMINI: "MINISTRO INTERVENGA SUBITO" -  Sull’episodio di Rozzano, dove il preside dell’istituto Garofani, Marco Parma, ha sospeso una festa natalizia, Mariastella Gelmini, coordinatrice lombarda di Forza Italia, ha postato su Facebook: “Provveditore e ministro dell’Istruzione intervengano subito. Il preside dell’Istituto Garofani di ‪‎Rozzano, che ha sospeso la festa di ‪Natale, è inadatto alla guida di una scuola. Bisogna confermare subito l’iniziativa natalizia a Rozzano e, se sono presenti ragazzi di altre fedi religiose, vanno rispettate anche le loro ricorrenze. Tolleranza e dialogo non vogliono dire la rinuncia alle nostre radici”.
DE CORATO: INTERROGAZIONE IN REGIONE E INTERVENTO DEL PREFETTO" - “Interrogazione in Regione e richiesta di intervento da parte dell’Ufficio scolastico provinciale e del Prefetto: questo quello che farò dopo che in una scuola di Rozzano è stato rimosso il crocefisso e cancellata la festa di Natale 'in nome della laicità' - così Riccardo De Corato, vice-presidente del Consiglio comunale e capogruppo di Fratelli d’Italia–Alleanza Nazionale in Regione -. Quello che è successo all'Istituto comprensivo Garofani di Rozzano è gravissimo. Siamo ancora in Italia, non a Baghdad, e la religione cattolica è la nostra fede tradizionale, oltre ad essere riconosciuta coi Patti Lateranensi: eliminare il Natale vuol dire oltraggiare la festa più importante della nostra religione. Chiedo l’intervento del Prefetto, in qualità di massima autorità di governo qui, e del direttore dell’Ufficio scolastico provinciale, che non può far passare sotto silenzio una cosa del genere. Inoltre presenterò in Regione un’interrogazione all’assessore Aprea. Dobbiamo intervenire, non possiamo lasciar distruggere così le nostre tradizioni e la nostra religione”.
FRASSINETTI (PDL): "DECISIONE INACCETTABILE" - "La decisione del preside dell'Istituto Garofani di Rozzano è inaccettabile", lo dichiara Paola Frassinetti, coordinatrice regionale di Fratelli d'Italia, riguardo la decisione del preside di cancellare la Festa di Natale, sostituendola con la Festa di Inverno, censurando quindi ogni riferimento alla festa religiosa. "Non è accettabile che nelle scuole si imponga un'idea di laicità che al posto di valorizzare la religione, la cancelli, in virtù di un furore ideologico che non vuole integrare, ma cancellare ogni traccia delle nostre radici. Questi interventi da parte di presidi e professori ideologizzati non hanno alcun senso, se non di offendere gli alunni e le famiglie cristiane. Va inoltre sottolineato che molti immigrati sono cristiani, dunque le argomentazioni di questi signori non sussistono". Fratelli d'Italia, come partito, "è attivo da sempre sul fronte della difesa delle feste religiose dallo scempio che ogni anno viene fatto nelle scuole. Al riguardo Giorgia Meloni ha proposto di mandare a lavorare il 25 dicembre coloro che si distinguono per avversione particolare al Natale". "Ritengono offensivo Adeste Fideles, ma non ritengono offensive le vacanze".
BORDONALI: "STRANIERI SI ADEGUANO O SE NE VADANO" - Integrare significa inserire gli stranieri nel nostro sistema di valori, non significa concedere terreno. Chi arriva dall'estero si deve adeguare alle nostre regole, altrimenti può scegliere di andare in un altro Paese". Lo ha detto l'assessore regionale alla Sicurezza, Protezione civile e Immigrazione Simona Bordonali, commentando la notizia secondo la quale il preside dell'Istituto 'Garofani' di Rozzano avrebbe deciso di sostituire la festa di Natale con quella di inverno per non urtare la suscettibilità di alcuni genitori. "Appiattirsi verso il basso - ha concluso Bordonali - è segno di estremismo, non di integrazione. Le scelte di alcuni dirigenti scolastici sono provocazioni politiche che vanno estirpate perché si riversano sull'educazione dei bambini. Le festività sono natalizie e cattoliche. Se al dirigente di Rozzano non va bene, lavori anche il 25 e il 26 dicembre. Cultura e tradizioni non si toccano. In Lombardia si fa il presepe, si festeggia il Natale e c'è il crocifisso nelle aule".
ROSARIA IARDINO: "NON E' COSI' CHE SI FA INTEGRAZIONE" - “Non è rimuovendo un crocifisso o annullando un concerto di Natale che si fa integrazione e si rispettano i diritti degli altri. Al contrario una comunità… ogni comunità, deve avere facoltà di celebrare le proprie feste e i propri santi. Non è vietando che si migliora la convivenza tra le persone”. Così la Consigliera comunale e Delegata della Città Metropolitana di Milano, Rosaria Iardino, e il Consigliere regione Massimo D’Avolio, entrambi del Pd. “La laicità proseguano Iardino e D’Avolio, nel loro comunicato congiunto – usata per giustificare le decisioni, non può essere elemento discriminatorio nello stabilire cosa è opportuno e cosa non è opportuno fare. Al centro c’è la libertà dei cittadini di esprimere liberamente il proprio credo religioso e il diritto della maggioranza di una cittadinanza, quella rozzanese, di proseguire le proprie tradizioni. Non possiamo rispondere - terminano Iardino e D’Avolio - all’oscurantismo ed alle barbarie di alcuni, vietando o limitando il diritto spirituale di molti altri. E’ una questione di civiltà”.


Caso Fittipaldi e Nuzzi: c'era una volta la rivoluzione di Bergoglio - Federico Tulli

Un processo penale che arriva a sentenza in due settimane. Può sembrare un miracolo, poiché c'è di mezzo la Chiesa cattolica, ma non lo è. Stiamo parlando del giudizio nei confronti dei due giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi - autori rispettivamente di Avarizia (Feltrinelli) e Via Crucis (Chiarelettere) -, che a quanto pare si concluderà entro l'8 dicembre. Giusto in tempo per il taglio del nastro del Giubileo straordinario della Misericordia indetto da papa Francesco.
Qualcuno ha fatto notare la curiosa coincidenza. E in effetti non si può escludere che, una volta condannati dalla corte vaticana (i rumors vanno in questa assurda direzione), il capo supremo della Santa Sede decida di pronunciare l'ultima parola sul caso concedendo la grazia. Anzi la Misericordia.
Del resto non sarebbe una novità. Già Paolo Gabriele detto “il corvo”, il maggiordomo di Benedetto XVI che nel 2012 ha dato il via a Vatileaks 1, dopo la veloce condanna è stato graziato e in tempi brevi. Bene, anzi, male. Fittipaldi e Nuzzi, giornalisti italiani, rischiano addirittura fino a 8 anni di carcere e sono alla sbarra del tribunale pontificio per aver svolto, in Italia, un lavoro che, in Italia, è tutelato dall'articolo 21 della Costituzione. Vale a dire la pubblicazione, in Italia, in un libro, di notizie documentate da fonti certe.
Oltre allo sconcertante silenzio da parte del governo e del parlamento italiano, non si può non evidenziare che in maniera molto diversa si è svolto l'iter processuale di mons. Wesolowsky. Ridotto nel 2014 allo stato laicale per pedofilia da parte della Congregazione per la dottrina della fede, l'ex nunzio vaticano in Rep. Dominicana venne rinviato a giudizio nel marzo del 2015 dalla magistratura penale al termine di oltre quattro mesi di un'istruttoria che si è svolta nel più totale segreto. L'annuncio del processo, il primo del genere in Vaticano per di più nei confronti di un alto prelato, fu accolto dai media nostrani come un segnale evidente della discontinuità di papa Bergoglio rispetto ai suoi predecessori e della sua concreta volontà di estirpare la pedofilia dal clero cattolico.
Peccato però che quel processo non si è mai svolto. Wesolowsky è morto alla fine di agosto 2015 senza essere mai comparso davanti ai suoi giudici. Il monsignore, ricercato dall'Interpol con l'accusa di aver stuprato bambini in Santo Domingo e il forte sospetto di aver già colpito in tutti e tre i continenti nei quali aveva svolto in precedenza la sua opera pastorale e diplomatica per la Santa Sede, è morto d'infarto oltre cinque mesi dopo il rinvio a giudizio mentre si trovava ai domiciliari, davanti alla tv.
Dunque, ricapitolando, da un lato abbiamo la criminalizzazione di un diritto. Con un processo che in 30 giorni dalla divulgazione delle notizie incriminate si concluderà a tempo record con una (molto probabile) condanna per due degli imputati che secondo le norme di qualsiasi Paese civile e democratico hanno svolto il loro mestiere facendo peraltro un servizio alla comunità. E dall'altro c'è la tutela di un criminale. Con un pedofilo ricercato in tutto il mondo civile che la Santa Sede, in oltre un anno, non ha fatto a tempo a portare nemmeno una volta in tribunale.
È lecito pensare che c'è qualcosa che non torna riguardo le priorità nell'agenda del cosiddetto “papa rivoluzionario”?
da qui