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mercoledì 18 novembre 2020

L'Africa nera vista da Nigrizia

 

Inossidabile resilienza - Raymon Dessi

 

Docente, giurista e avvocato. Ma prima di tutto rivale numero uno dell’ottantasettenne presidente Paul Biya, al potere da trentotto anni. Da settembre Maurice Kamto è di fatto recluso nella sua abitazione da un cordone di polizia che gli impedisce di uscire

 

«Maurice Kamto ha la schiena dritta. Ѐ uno che sa incassare i colpi. Fosse stato qualcun’altro al suo posto, già tempo fa avrebbe piantato baracca e burattini». Il commento sulla resilienza politica del sessantaseienne leader dell’opposizione camerunese è del suo collega Yondo Black, ex-presidente dell’ordine degli avocati del Camerun. La sua affermazione, pronunciata a metà ottobre, evidenzia, in un certo senso, la vocazione suicidaria che deve abitare chi s’impegna ad interpretare il ruolo dell’opposizione nella scacchiera politica camerunese.

Le parole di Yondo Black nei confronti di Maurice Kamto non sono solo un commento di un osservatore esterno. Lui stesso è stato incarcerato, agli inizi degli anni ‘90, per aver osato organizzare una manifestazione politica pacifica, ma contro la quale il governo di allora – e di adesso – aveva posto un veto. Nel 2018, trent’anni dopo, il leader dell’opposizione si è trovato incarcerato per aver organizzato una manifestazione di protesta contro la rielezione dello stesso presidente di allora, Paul Biya.

Alle stesse elezioni aveva partecipato Kamto che si era auto-proclamato vincitore anche sulla base di dati numerici risultanti dallo spoglio. Anche se numerosi osservatori erano d’accordo sul fatto che avesse vinto il leader dell’opposizione, la Commissione elettorale e la Corte costituzionale avevano riconfermando l’inossidabile Paul Biya alla guida del paese.

La memoria collettiva del paese è tutt’oggi scossa dallo svolgimento caotico, in diretta televisiva, del contenzioso elettorale presso la Corte costituzionale, quando le discussioni fra fazioni opposte di giuristi avevano contribuito ad accentuare la gravità delle violazioni denunciate dai leader dell’opposizione, e in particolare da Kamto. Alla fine la Corte costituzionale aveva trovato cavilli giuridici, a volte palesemente pretestuosi, per dichiarare irricevibile ogni ricorso.

Gli altri leader delle opposizioni, impotenti di fronte al castello fortificato del partito governativo e degli organismi giudiziari infeudati, hanno deciso di “piantare baracca e burattini”. Non così Kamto che ha invece rilanciato con un “piano di resistenza nazionale”, sorta di programma di contestazione permanente dell’usurpazione del potere. Programma che richiede il sollevamento delle masse di cittadini camerunesi.

Il primo appuntamento era fissato per gennaio 2019 con una manifestazione pubblica contro il golpe elettorale. I leader dell’opposizione occupavano la testa dei cortei, ma la manifestazione fu subito repressa nel sangue dalle forze dell’ordine. Alcuni gruppi di attivisti camerunesi della diaspora, sparsi in Occidente, s’indignarono e lanciarono una serie di spedizioni punitive contro le ambasciate del paese.

L’operazione andò in porto con il saccheggio, in particolare, della rappresentanza diplomatica parigina. Dai muri dell’ambasciata camerunese gli assalitori staccarono le fotografie del presidente, che sostituirono con quelle di Kamto, cantando l’inno nazionale. Riprese con gli immancabili smartphone, le immagini della scena furono diffuse sul web, in segno di incitamento per i giovani rimasti nel paese, chiamati ad seguire l’esempio.

Non importa che Kamto avesse preventivamente chiesto manifestazioni pacifiche e che non si potesse dimostrare che fosse stato lui a dare indicazioni per l’occupazione delle sedi diplomatiche. Il governo lo arrestò insieme ad alcuni suoi collaboratori in un domicilio privato a Douala e lo trasferì nella temibile e sovraffollata “Rebibbia camerunese”, detta nkodengui, la prigione centrale della capitale Yaoundé, a oltre 200 km dal luogo dell’arresto. Fu liberato quasi nove mesi dopo, come atto di clemenza del presidente Biya.

Maurice Kamto non è un uomo che si lascia intimidire, anche perché conosce profondamente la mentalità del governo, avendone fatto parte per un breve periodo come ministro delegato alla giustizia dal 2004 al 2011, quando dovette dimettersi per motivi personali. La sua competenza in materia giuridica è riconosciuta alle istituzioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove ha presieduto un famoso directorium degli esperti giuristi, lavorando su questioni di diritti umani nel mondo.

Del resto, si era meritato il rispetto del paese già negli anni ‘90, quando guidò il collegio dei difensori del Camerun presso la corte internazionale di giustizia, dove il paese era in causa con la Nigeria su una disputa frontaliera. Al centro della contesa, la penisola di Bakassi, avamposto del territorio camerunese all’interno del golfo di Guinea, un fazzoletto di terra galleggiante su petrolio e gas naturale. Kamto vinse il processo, protrattosi dal 1994 al 2002, e la Nigeria dovette ritirarsi dall’isola, restituendola al Camerun.

In decenni di insegnamento nelle università del Camerun il professore ha formato intere generazioni di giuristi, molti dei quali oggi fanno parte degli organi dirigenziali del suo Movimento per la rinascita del Camerun. Le sue mosse da oppositore politico hanno spesso colto il governo di sorpresa, evidenziando i limiti dell’esecutivo nell’amministrare le questioni pubbliche nel paese.

Il suo ingresso nel mondo della politica, nel 2013, ha animato il fronte dell’opposizione e la democrazia camerunese ha dovuto esibire il proprio malconcio stato di salute. Il gioco politico nel Camerun francofono ha preso le sembianze di una battaglia al massacro, dove il governo cerca elementi giustificativi per neutralizzare un oppositore radicalizzato e tenace.

L’ultimo episodio è stato la marcia del 22 settembre, indetta da Kamto nell’ambito del suo piano di resistenza nazionale. Una marcia pacifica, organizzata in tutte le città del paese per chiedere le dimissioni del presidente, sempre più dipinto come un usurpatore.

L’annuncio della protesta, con circa un mese di preavviso, ha fatto scattare un’ampia strategia militare e mediatica, finalizzata a non fare uscire nessuno di casa. Centinaia di manifestanti sono stati arrestati e rinchiusi in luoghi non adibiti alla detenzione temporanea. Le immagini dei reclusi che circolavano su internet li mostravano accalcati in cortili, anche di ville private recintate, esposti alle intemperie e sofferenti.

Alla marcia del 22 settembre Maurice Kamto non ha potuto partecipare. Dal giorno prima la polizia lo ha bloccato nel suo domicilio, impedendogli di uscire. Un vero e proprio sequestro di persona. Da uomo di diritto, Kamto ha sporto denuncia. Una denuncia presentata agli stessi tribunali che nel frattempo avevano disposto l’arresto e la carcerazione dei suoi stretti collaboratori, accusati come lui di essere portatori di un progetto eversivo.

Maurice Kamto “sa incassare i colpi”, dice Yondo Black che riconosce però che, allo stesso tempo, il popolo camerunese guarda questa via crucis personale del professore come uno spettatore passivo, vedendo spegnersi le proprie già tenue aspirazioni di emancipazione.

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A Kinshasa si discute, nel Kivu si muore - Raffaello Zordan

 

Mentre il presidente Tshisekedi ha avviato una serie di consultazioni a largo raggio per tentare di scrollarsi di dosso la tutela di Kabila, nel nordest si susseguono i raid di gruppi armati. La testimonianza del comboniano Gaspare Di Vincenzo

 

Uno dei punti qualificanti del programma di Félix Tshisekedi, eletto due anni fa presidente della Repubblica democratica del Congo, era di portare la stabilità del nordest del paese, in particolare nelle province del Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. Province ricche di risorse minerarie e terreno di disputa di numerose milizia armate, alcune delle quali al soldo di Rwanda e Uganda.

Padre Gaspare Di Vincenzo, comboniano che lavora a Butembo (Nord Kivu), dice a Nigrizia: «Qui la situazione continua a essere disastrata. Ci sono attacchi continui e massacri che colpiscono la popolazione. L’ultimo è stato venerdì 30 ottobre: ci sono stati 19 morti alla porte della cittadina di Butembo. Il gruppo armato che ha colpito proveniva dalla valle del Graben, al confine con l’Uganda».

Questo sta accadendo perché il mandato di Tshisekedi è fortemente condizionato dalla coalizione dell’ex presidente Joseph Kabila, che ha la maggioranza sia alla camera sia al senato e che non ha certo tra le priorità quella di stabilizzare l’area del nordest.

Kabila infatti si è sempre guardato dall’interferire con le mire del regime rwandese di Kagame sulla Rd Congo. Ma è stato Tshisekedi a sceglierselo come alleato alla vigilia delle elezioni del 2018, che poi si sono svolte all’insegna del disprezzo degli elettori e della falsificazione dei risultati delle urne.

Continua padre Di Vincenzo: «Oltre a uccidere, il gruppo armato ha incendiato il villaggio, saccheggiato tutto il possibile e rapito una parte degli abitanti, tra questi gli infermieri di un piccolo dispensario. Anche la chiesa è stata profanata».

Dovrebbero fischiare gli orecchi a Tshisekedi che, dopo essersi accorto di essere prigioniero di Kabila, sta dedicando questa settimana a un ciclo di consultazioni a tutto campo: lo scopo è di capire se fuori dall’area governativa può trovare interlocutori ed escogitare una via d’uscita politica. Un assetto che gli consenta di avviare le riforme. La strada maestra sarebbe quella di indire nuove elezioni legislative, sciogliendo le camere. Ma non sembra praticabile.

In ogni caso, il presidente ha incontrato i responsabili uscenti della Commissione elettorale indipendente, che porta la responsabilità maggiore delle elezioni-truffa del 2018 e che deve essere rinnovata per intero. Poi ha visto i rappresentanti delle confessioni religiose, le organizzazioni sindacali e vari esponenti della società civile.

Ha in programma anche un confronto con il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovi di Kinshasa, e con la Conferenza episcopale congolese, che ha criticato aspramente il processo elettorale e il voto del 2018.

«Tra gli uccisi nel raid di venerdì scorso – sottolinea padre Gaspare – c’è anche il catechista Richard Kisusi della parrocchia di Maboya sulla strada che va verso l’Uganda. È stato legato, insieme ad altre persone, davanti alla chiesa e poi ucciso. Aveva finito, giusto il 24 ottobre, il corso di formazione annuale al centro catechistico di Butembo. E aveva ricevuto insieme a 65 catechisti l’attestato di partecipazione e l’accreditamento a poter esercitare la funzione di animatore catechista nella parrocchia di Maboya. Era un ragazzo molto intelligente, gioioso, amava la musica. Io stesso gli ho insegnato liturgia e missiologia: spiccava tra i suoi compagni. Lo affidiamo alla misericordia del Signore insieme con tutte le persone uccise. E ci auguriamo che la comunità internazionale e lo stato congolese possano intervenire e mettere fine a questi massacri attuati per occupare terre e sfruttare le risorse minerarie della regione».

Vista dalla capitale Kinshasa e vista dal Nord Kivu, la Repubblica democratica del Congo non sembra le stessa nazione.

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Prigioni segrete e torture (in Ciad) - Pyrrhus Banadji Boguel (Commissione nazionale dei diritti dell’uomo)

 

 

L’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans), che risponde direttamente al presidente, gestisce prigioni parallele dove infligge sevizie ai detenuti. Lo afferma un rapporto della Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo. Due ex prigionieri raccontano che cosa succede in quelle celle.

 

La Convenzione ciadiana di difesa dei diritti dell’uomo (Ctddh) ha di recente reso pubblico un rapporto in cui afferma che ci sono prigioni segrete, gestite dall’Agenzia nazionale di sicurezza, (Ans) che sono vere e proprie anticamere della morte.

Il ministro della giustizia non ha negato l’esistenza di queste prigioni, ma ha detto che i detenuti sono «trattati bene». Affermazione che ha provocato la reazione di persone che sono stati ospiti delle prigioni dei servizi di sicurezza. Due di loro hanno accetto testimoniare apertamente.

Una delle prigioni segrete è sulla via Farcha, nella capitale N’Djamena, di fronte al ministero dei lavori pubblici. Nelly Versinis Dingamnayal, presidente del Collettivo contro il carovita, vi è stato rinchiuso la prima volta nell’aprile 2017 per aver organizzato uno sciopero dei commercianti. Daniel Ngadjadoum, esponente del partito Federazione per la repubblica, era finito il quella prigione nel febbraio 2017 per aver tenuto un convegno sul governo del presidente Idriss Déby, al potere da trent’anni.

Le loro versioni concordano. Entrambi assicurano che sono stati condotti in questo centro di detenzione con gli occhi bendati. Una volta sul posto sono stati «gettati» in una piccola cella sovraffollata. Dingamnayal ha detto ai microfoni di Radio France Internationale: «Ero ammanettato e la prigione era lugubre, scura».

Le sevizie, programmate tra le 23 e le 4 del mattino, sono iniziate fin dal primo giorno. Racconta Ngadjadoum: «Peperoncino negli occhi, bastonate, cavi elettrici… mi hanno infilato un tubo nel ventre e versato acqua del rubinetto a forte pressione, poi mi hanno tolto il tubo e incominciato a calpestare il mio ventre…».

Una variante dei supplizi era cospargere un sacchetto di plastica di peperoncino in polvere e infilare il sacchetto sulla testa della vittima, testimonia Dingamnayal. E durante la detenzione veniva dato un solo pasto al giorno.

Sia Dingamnayal che Ngadjadoum sono figure pubbliche e quindi i media locali, seguiti da quelli internazionali, si sono interessati al loro caso e lo hanno rilanciato. All’epoca, dei medici hanno potuto verificare la gravità delle torture subite dai due, che hanno sporto denuncia. Ma finora, assicurano, non si è mosso nulla.

 

I limiti del mandato

L’Agenzia nazionale di sicurezza è stata creata nel 1993 con il decreto 302 e in seguito ristrutturata con un altro decreto nel gennaio del 2017. Secondo l’articolo 2 di quest’ultimo decreto, l’Ans è un servizio speciale che ha la missione di contribuire alla protezione delle persone e dei beni oltre che alla sicurezza delle istituzioni della repubblica.

L’Ans esercita le sua funzione nel quadro della legge e degli impegni internazionali che il Ciad ha sottoscritto. Contribuisce inoltre, in collaborazione con altri servizi dello stato, al mantenimento dell’ordine, della sicurezza e della tranquillità pubblica. L’Agenzia risponde direttamente alla presidenza della repubblica.

Tra le sue attribuzioni quelle di ricercare, raccogliere e utilizzare le informazioni che hanno a che vedere con la sicurezza dello stato; di rilevare, prevenire e anticipare ogni azione sovversiva e destabilizzante, diretta contro gli interessi vitali dello stato.

L’articolo 7 del decreto specifica che la missione dell’Ans deve attuarsi nel rispetto dei diritti dell’uomo. E l’articolo 8 dice che l’Ans ha il potere di procedere all’arresto e alla detenzione di persone sospettate di rappresentare una minaccia, reale e potenziale: il tutto nel rispetto delle leggi della repubblica.

Quando l’Ans detiene persone in maniera arbitraria e illegale, e infligge trattamenti inumani e degradanti, oltrepassa i limiti del suo mandato. Per questo la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo ha chiesto ufficialmente di poter visitare le prigioni dell’Ans. Finora non ha ricevuto risposta.

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Etiopia, la crisi si aggrava - Bruna Sironi

 

Il conflitto interno, allargatosi nei giorni scorsi all’Eritrea, rischia di fare da detonatore per l’intera regione, dal Sudan alla Somalia

 

In meno di due settimane la crisi etiopica è diventata una crisi regionale che coinvolge l’Eritrea e il Sudan, mette in gioco la sicurezza della Somalia e, in modo indiretto, anche quella del Kenya e forse di Gibuti.

Un’escalation che con ogni probabilità non era nelle intenzioni del primo ministro Abiy Ahmed, quando, lo scorso 4 novembre, ha ordinato all’esercito federale di riportare l’ordine nel Tigray, ma che molti osservatori paventavano.

Il braccio di ferro tra Addis Abeba e Macallé (capitale del Tigray) era diventato così grave che non si poteva pensare che si sarebbe risolto con un’operazione chirurgica, alla fine della quale la regione “ribelle” si sarebbe adeguata alle disposizioni del governo federale.  Infatti, in pochi giorni si è superato di molto il punto in cui la controversia poteva essere rapidamente composta grazie a pressioni internazionali e mediazioni regionali.

E’ impossibile, ad esempio, prescindere dalle atrocità commesse in questi pochissimi giorni di conflitto, che hanno già spinto più di 20mila persone a cercare rifugio oltre confine, in Sudan, dove, secondo agenzie dell’Onu competenti, si prospetta l’ennesima crisi umanitaria della regione.

Alcuni episodi sono diventati di dominio pubblico nonostante l’isolamento del Tigray – causato dalla chiusura dello spazio aereo, delle linee telefoniche e della rete internet – come i bombardamenti di basi militari che avrebbero fatto invece molte vittime civili, o il massacro di decine, forse centinaia, di persone nella cittadina di Mai-Kadra, al confine con la regione Amhara.

Crimine denunciato da Amnesty International, che ne attribuisce la responsabilità a milizie fedeli al Tplf, il Fronte popolare di liberazione del Tigray, pur sottolineando che è stato impossibile finora confermarne i dettagli in modo indipendente.

I profughi nei campi sudanesi ne danno una versione differente. Secondo interviste a testimoni oculari raccolte dalla Reuters, l’attacco ai civili, comprese donne e bambini, sarebbe stato fatto da milizie amhara allineate con l’esercito di Addis Abeba.

Nella crisi etiopica si combatte infatti anche una guerra a colpi di notizie false e di mistificazioni, in cui è quasi impossibile districarsi. Il ginepraio più fitto riguarda probabilmente il coinvolgimento dell’Eritrea, dato per scontato dal governo del Tigray fin dal primo giorno della crisi, ma sempre negato dagli accusati.

La scorsa settimana un sedicente giornalista del canale arabo della televisione governativa eritrea aveva fatto circolare sui social media la notizia che l’esercito di Asmara si era ormai attestato a Badme, la cittadina simbolo della guerra di confine del 1998/2000, assegnata all’Eritrea dal tribunale dell’Aja, ma che i tigrini non avevano mai voluto restituire, neppure dopo la pace siglata tra i due paesi nel 2018.

Il post, che aveva scatenato l’entusiasmo social dei nazionalisti eritrei, non è mai stato né confermato né smentito dagli interessati e, in mancanza di  fonti attendibili, non è stato ripreso da nessun mezzo di informazione indipendente. Una provocazione? L’indizio dell’obiettivo di un eventuale intervento eritreo? Tutte le ipotesi sono possibili, compresa quella che in realtà si trattasse di uno specchietto per le allodole a copertura di sviluppi futuri.

Sta di fatto che la narrazione del coinvolgimento eritreo ha determinato la regionalizzazione conclamata del conflitto. Sabato 14 novembre, verso sera, Asmara è stata colpita da almeno tre missili partiti dal Tigray. Obiettivi: l’aeroporto internazionale e il ministero dell’Informazione, che, particolare non irrilevante, si trova in città.

Nulla si sa ufficialmente di danni e vittime. Le autorità eritree minimizzano, ma testimoni in loco parlano di diversi feriti. L’attacco è stato rivendicato dal presidente tigrino Debretsion Gebremicael – destituito con l’intera giunta regionale e colpito da un mandato di cattura – con un discorso ufficiale alla televisione della regione. Se davvero l’Eritrea si era finora tenuta al di fuori dalla crisi etiopica, ora avrà un ottimo argomento per intervenire con tutto il suo apparato militare.

Più tardi la stessa tivù ha presentato un gruppo di presunti prigionieri di guerra eritrei. Ma è impossibile distinguere un giovane eritreo da un giovane tigrino, che non differiscono in nulla fisicamente e parlano la stessa lingua. Nel comunicato con cui il primo ministro Abiy Ahmed ufficializzava l’intervento dell’esercito federale nella regione si accusava il Tplf di aver fatto confezionare divise eritree proprio allo scopo di mistificare la realtà.

Probabilmente l’unica cosa certa tra tante notizie controverese e impossibili da verificare è che ormai neppure Abyi Ahmed crede che la crisi nel Tigray possa essere risolta velocemente, sostituendo il governo regionale e portando in tribunale i responsabili della “ribellione”, come, con ogni probabilità, si proponeva di fare.

Ed è anche possibile che si trovi in difficoltà sul piano militare perché potrebbe aver perso il pieno controllo degli uomini del contingente del nord, di stanza a Macallé, il nerbo del suo esercito. Le autorità tigrine, infatti, hanno dichiarato che molti militari del contingente hanno disertato unendosi alle loro milizie – Addis Abeba ha fermamente smentito -, mentre quelle sudanesi hanno fatto sapere che tra i profughi civili che hanno passato il confine ci sono anche un certo numero di militari, a cui è stato chiesto di consegnare le armi.

Sta di fatto che Abiy ha deciso di richiamare il contingente etiopico che dal 2006 era di stanza in Somalia, dove contribuiva alla stabilizzazione del paese e alla lotta al terrorismo. Il governo di Mogadiscio si trova perciò ora più esposto in un momento critico, il periodo pre elettorale – le elezioni sono previste a febbraio – mentre assiste ad un intensificarsi degli attacchi del gruppo al-Shabaab. Se in Somalia diventa impossibile controllare il territorio, anche per il Kenya diventa più difficile evitare gli sconfinamenti dei terroristi nel paese.

La crisi etiopica rischia, insomma, di innescare una vera e propria cascata di cause concatenate di destabilizzazione in tutta la regione, che è già tra le più problematiche del continente.

da qui

 

 

I redditizi affari di al-Shabaab - Bruna Sironi

 

Tasse, estorsioni, traffici illeciti. Il movimento terrorista somalo si è trasformato negli anni in una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, in grado di guadagnare cifre astronomiche che reinveste in immobili e altre attività regolari. Soldi che vengono movimentati anche tramite il sistema bancario nazionale

 

Da anni il Consiglio di sicurezza dell’Onu segue con particolare attenzione la Somalia, avvalendosi di gruppi di esperti in grado di analizzare l’evolversi della situazione in relazione alle risoluzioni dell’Onu che riguardano il paese in settori chiave quali la sicurezza, il commercio delle armi, il controllo del territorio, la minaccia terroristica. Grande attenzione è riservata all’evoluzione del gruppo al-Shabaab, il primo e più importante alleato di al-Qaeda nell’Africa Orientale.

Negli ultimi rapporti presentati dagli esperti al Consiglio di sicurezza è emerso un crescente rafforzamento economico del gruppo. In pochi anni – dal 2006, quando è nato dalle milizie giovanili dell’Unione delle corti islamiche sconfitte dal governo federale di transizione, e per suo conto dall’esercito etiopico sostenuto dalla comunità internazionale – al-Shabaab ha organizzato una specie di “stato parallelo” capace di imporre tasse e balzelli non solo nel vasto territorio controllato, ma fin nei gangli economici del paese, quali il porto e i mercati di Mogadiscio, di Kisimayo e di Baidoa.

Il gruppo è stato anche in grado di differenziare le sue fonti di finanziamento. Fino ad un paio d’anni fa, la maggiore, o la più conosciuta, era costituita dai balzelli sul commercio del carbone di legna, raccolti durante il trasporto al porto di Kisimayo, da dove la merce partiva soprattutto verso la Penisola Arabica e gli Emirati del Golfo.

Fonti credibili stimano che il traffico del carbone abbia fruttato almeno 7 milioni di dollari all’anno al gruppo terroristico. La fonte di finanziamento era così importante che nel 2012 l’Onu bandì il suo commercio, che però continuò illegalmente, e continua anche adesso, seppur con maggiori difficoltà, grazie alla connivenza di molti nel paese e tra il personale del contingente della missione di pace Amisom che pure ne traevano, e ne traggono, un notevole vantaggio economico.

Secondo rapporti diffusi recentemente dalla commissione di esperti Onu e dall’istituto Hiraal, un centro di ricerca specializzato in analisi sulla sicurezza in Somalia e nei paesi del Corno d’Africa in generale, ora al-Shabaab è in grado di raccogliere almeno 15 milioni di dollari al mese, una cifra pari al gettito fiscale del governo ufficiale. Almeno la metà dei fondi provengono dalla capitale, Mogadiscio.

I proventi sono raccolti con la minaccia, e se necessario con la violenza, imponendo quello che noi in Italia chiameremmo “il pizzo” a tutti coloro che hanno attività economiche, non solo nelle zone rurali controllate ma anche nelle zone urbane e nella stessa capitale.

Il gruppo è stato in grado di infiltrarsi nelle istituzioni del paese, come ad esempio gli uffici doganali del porto di Mogadiscio, da cui passa la maggior parte dei beni importati ed esportati dal paese, in modo da avere le informazioni necessarie per imporre i propri balzelli in modo proporzionale al giro d’affari.

Per i riscossori del gruppo, un container da 40 piedi “varrebbe” 160 dollari, uno da 20, 100 dollari. Lo affermano diversi commercianti, testimoni in inchieste giornalistiche credibili, i quali aggiungono che al-Shabaab avrebbe accesso alle informazioni ufficiali degli agenti portuali e saprebbe sempre con precisione a chi rivolgersi per la riscossione. Lo stesso avviene praticamente in tutti i settori economici.

Secondo gli ultimi rapporti, tutte o quasi le maggiori compagnie del paese pagano mensilmente una tangente ad al-Shabaab e annualmente versano una sorta di zaqat, il contributo dovuto da ogni buon musulmano per il sostegno degli indigenti, pari al 2,5% del proprio giro di affari. Nelle zone controllate dal gruppo, perfino i comandanti di contingenti militari pagherebbero, pur di salvaguardare la sicurezza propria e quella dei propri uomini.

Ma questa dinamica, da molti osservatori definita come mafiosa, era già conosciuta. Nell’ultimo periodo è stata probabilmente resa più efficace e capillare, grazie alla crescente influenza del gruppo anche nelle zone controllate dal governo

La novità degli ultimi rapporti riguarda piuttosto l’investimento delle risorse nel settore edilizio ed immobiliare e nel commercio, compreso quello che alimenta i maggiori mercati della capitale e del paese, facendo transitare ingenti somme, si direbbe in modo regolare, attraverso il sistema bancario ufficiale somalo, nonostante una legge varata nel 2016 abbia l’obiettivo proprio di impedire le operazioni finanziarie di gruppi terroristici.

I ricercatori hanno seguito in particolare le operazioni di due conti correnti aperti presso la Salaam Somali Bank. Su uno, quest’anno, in un periodo di due mesi e mezzo, sono transitati 1,7 milioni di dollari che potrebbero essere frutto della raccolta della zakat. Sull’altro, che potrebbe essere stato aperto per le tangenti raccolte al porto di Mogadiscio, sono stati depositati 1,1 milioni di dollari da metà febbraio alla fine di giugno di quest’anno.

Complessivamente sono state effettuate 128 operazioni nelle quali sono stati mossi più di 10mila dollari, l’ammontare massimo, oltre il quale avrebbero dovuto scattare i controlli dell’autorità competente, il Financial reporting centre. La responsabile del centro, Amina Ali, cui l’agenzia Reuters ha chiesto se i conti erano stati chiusi, si è limitata a dire, in modo evasivo, che “tutti i passi necessari sono stati fatti”.

Hussein Sheikh Ali, ex consigliere dei servizi di intelligence somali e fondatore dell’istituto Hiraal, al-Shabaab si è dimostrata molto efficiente nel raccogliere soldi. Ed è ormai risaputo che ne raccoglie molti più di quanti gliene servano per gestire la propria organizzazione.

Secondo i rapporti citati, l’anno scorso avrebbe speso circa 21 milioni di dollari per sostenere circa 5mila miliziani e per l’organizzazione di operazioni terroristiche nel paese e nella regione. Circa un quarto della somma sarebbe andata ai suoi propri servizi di spionaggio, l’Amniyat intelligence.

Dell’ingente surplus, una parte sarebbe ben investita, e un’altra, afferma Hussein Sheikh Ali «… crediamo che potrebbero mandarla ad al-Qaeda».

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martedì 15 gennaio 2019

Africa, le aree di crisi che segneranno la stabilità del continente - Antonella Sinopoli



Se lo Yemen, la Siria, l’Afghanistan sono i Paesi i cui ormai lunghi anni di guerra stanno contribuendo a devastare il sempre precario equilibrio geopolitico in Medio Oriente, è l’Africa che continua ad alimentare il numero di conflitti nel mondo.
E il 2019 si annuncia come un periodo alquanto complesso per varie ragioni. Da un lato i numerosi appuntamenti elettorali – più di venti, tra presidenziali e legislative – dall’altro le nuove dinamiche economiche e di rapporti di forza e le solite ingerenze, che vedono affiancarsi a multinazionali e Governi europei il colosso cinese (con cui i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana hanno un debito di oltre 417 miliardi di dollari) e gli Stati Uniti che pur in “crisi di egemonia” rimangono presenti sul territorio, soprattutto con basi militari e “partnership” (come quella con l’Unione Africana) per il “rafforzamento della pace, stabilità e sviluppo economico”. Per non parlare delle numerose “missioni di pace” ONU sparse in aree di crisi.
Sono appunto queste ultime che segneranno il futuro immediato del continente. Nei termini di stabilità e rafforzamento delle economie, sempre compromesse dai conflitti. E questi problemi non riguardano certo solo l’Africa. Perché, seppure certe tensioni e conflitti rimangono circoscritti a livello interno o regionale, l’instabilità economica e le conseguenze in termini di annientamento dei diritti e della giustizia sociale non possono non ripercuotersi altrove, pensiamo ad esempio ai rifugiati e di chi cerca condizioni di vita migliori e più sicure.
Ma vediamo quali sono i Paesi in maggiori condizioni di instabilità.
LIBIA
Il Paese rimane fortemente diviso. Otto anni di disordini cominciati con l’uccisione del dittatore Muammar Gheddafi lo hanno destabilizzato, facendolo di fatto cadere nel caos. La speranza è riposta nelle elezioni di cui da tempo si parla. Sfumata la data del 2018, non si sa ancora bene quando si svolgeranno. I principali leader rivali – Fayez al Serraj, il cui governo internazionalmente riconosciuto ha sede nell’Ovest, e il maresciallo Khalifa Haftar nell’Est del Paese – avevano accettato di cessare le ostilità e di indire elezioni. Vedremo cosa accadrà. Ma intanto resta la paura, non solo quella legata alla frammentazione ma che questo stato di cose potrebbe agevolare la diffusione dello Stato Islamico. Ad una situazione già difficile si aggiunge il fatto che la Russia ha ampliato la sua presenza in Libia e sta facendo pressioni per il ritorno di Saif al-Islam Gheddafi, il figlio del defunto dittatore, come possibile prossimo sovrano.
Le tensioni sono aumentate nella capitale Tripoli dopo l’attacco del 25 dicembre al ministero degli Esteri, rivendicato dall’ISIS. Continuano, intanto, le lotte tra le varie milizie e le dispute tra i politici dei Paesi che a vario titolo stanno intervenendo come “mediatori”. La legge sui referendum e due emendamenti costituzionali, che dovrebbe aprire la strada al referendum sulla bozza di Costituzione e al nuovo Consiglio della presidenza, non è piaciuta all’Alto Consiglio di Stato di Tripoli e ha suscitato critiche riguardanti presunte carenze sostanziali e procedurali. Neanche l’ultimo incontro tra le parti rivali ad Est di Bengasi, il 29 dicembre, ha portato a grandi risultati.
Intanto proliferano i centri di detenzione per migranti che vorrebbero arrivare in Europa, in realtà veri e propri lager, da dove giungono storie di disumana violenza.
MALI 
Iniziata nel Nord del Paese nel 2012, l’insurrezione islamica si è ripercossa in tutta l’Africa occidentale e non mostra segni di diminuzione. Lo spiegamento di oltre 15.000 soldati delle forze di pace delle Nazioni Unite e di 4.000 soldati francesi non è riuscito a impedire che gli attacchi dei militanti si diffondessero – ad esempio – nel vicino Burkina Faso, anch’esso interessato dalla violenza di gruppi estremisti.
La missione MINUSMA in Mali è quella che conta il maggior numero di morti tra le forze internazionali, almeno 177 peacekeepers hanno perso la vita finora. La situazione di instabilità ha generato oltre 140.000 rifugiati e oltre 55.000 sfollati. La situazione è praticamente di caos con frequenti attentati e la popolazione che si trova braccata dalle violenze jihadiste da un lato e le aggressive rivalità tra le varie etnie dall’altro. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa quando decide di uomini di etnia Fulani sono stati uccisi in un’area del centro del Paese dove, secondo le Nazioni Unite, la violenza etnica è costata la vita lo scorso anno a 500 civili. Lo scontro riguarda i pastori nomadi Fulani e gli agricoltori Bambara e Dogon. Una disputa che riguarda l’accesso alla terra da pascolo e alle fonti d’acqua.
Una situazione drammatica in un Paese povero e segnato, come dicevamo, dalla violenza dell’estremismo islamico. A tutto questo si aggiungono le violazioni dei diritti da parte dello stesso Governo e la critica situazione economica. Le forze di sicurezza nel mese di dicembre hanno represso le proteste dell’opposizione a Bamako, persone che cercavano di denunciare il malgoverno e l’estensione del mandato dei parlamentari fino al giugno 2019, dovuto ad un nuovo posticipo delle elezioni legislative. Più di 50 organizzazioni all’inizio di dicembre hanno denunciato la proposta di legge del Governo, National Understanding che – dicono – garantirebbe l’impunità sui crimini commessi durante gli eventi del 2012. E rimane ancora senza seguito l’accordo di pace firmato nel 2015, mentre lo scorso agosto è stato rieletto presidente Ibrahim Boubacar Keita, alla guida del Paese.
CIAD
Il Ciad ha schierato truppe e aerei militari vicino al confine settentrionale con la Libia in seguito a un attacco mortale dello scorso anno sulle postazioni dell’esercito, rivendicato dai ribelli del Consiglio militare del comando per la salvezza della Repubblica (CCSMR). Si ritiene che questo gruppo armato sia supportato dai combattenti libici. Settimane di scioperi dei lavoratori pubblici hanno peggiorato la già precaria situazione economica del Paese. Il presidente Déby il 5 dicembre ha ritirato il taglio dei salari dei soldati e ha firmato due accordi di finanziamento con la Francia, tra cui 40 milioni di euro per gli stipendi dei dipendenti pubblici e i pagamenti delle pensioni. Serviranno fino alla prossima crisi di liquidità. A tutto questo si aggiunge la presenza di Boko Haram e una grave crisi ambientale che riguarda il lago Ciad che bagna 4 Stati africani (Camerun, Ciad, Niger e Nigeria). Dal 1960 ad oggi la superficie del lago si è ridotta del 90%.
SUDAN e DARFUR
Il Sudan è entrato nel nuovo anno con proteste senza precedenti in quasi tutto il Paese riguardanti soprattutto l’aumento del costo della vita. Le proteste sono state represse brutalmente dalle forze di polizia Una situazione che sta mettendo a dura prova il presidente Omar al-Bashir – di cui i manifestanti chiedevano a gran voce le dimissioni – salito al potere con un colpo di Stato appoggiato dall’Islam nel 1989. Al-Bashir, che ha sedato diverse ribellioni interne è stato incriminato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e genocidio della popolazione del Darfur.
La situazione più critica è, appunto, quella di quest’area occidentale del Paese, con un conflitto in corso dal 2003. Situazione molto complessa dove si uniscono fattori religiosi, economici, territoriali. La battaglia continua senza soluzione di continuità: da un lato i gruppi ribelli: Sudan Liberation Movement (SLM) e Justice and Equality Movement (JEM), dall’altro il Governo di Khartoum accusato di oppressione e crimini contro la popolazione non araba e di spalleggiare e sostenere le feroci milizie dei Janjaweed. Negli anni tale oppressione ha assunto l’aspetto di un genocidio e ha generato una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta – almeno 1.6 milioni di persone vivono in campi profughi – a cui si aggiunge un altro conflitto dimenticato, quello nel Kordofan meridionale.
SUD SUDAN
Dal 2013, inizio della guerra civile, nella più giovane nazione africana nata dalla separazione dal Sudan nel 2011, quasi 390.000 persone – secondo ultime stime – sarebbero morte nel conflitto. Quattro milioni sarebbero gli sfollati e quelli che si sono rifugiati in Paesi vicini. Il Sud Sudan è il terzo Paese nel continente sub-sahariano per riserve di petrolio, ma questa sembra essere una iattura per i suoi abitanti.  Dopo cinque anni di guerra il presidente Salva Kiir ha accettato di sedersi al tavolo negoziale con il leader dell’opposizione – ed ex vice presidente – Riek Machar. Intanto, negli anni si sono moltiplicati i casi di abusi sessuali e attacchi ingiustificati contro i civili. E anche in questo caso la comunità internazionale e l’ONU hanno ripetutamente parlato di crimini di guerra.
NIGERIA
I nigeriani andranno alle urne nel febbraio 2019 per le legislative federali e per eleggere un nuovo presidente. In programma anche le elezioni legislative. Le elezioni nigeriane sono state spesso caratterizzate dalla violenza – nel 2015 morirono più di 100 persone in vari scontri prima e dopo le consultazioni – e niente fa prevedere che questa volta saranno pacifiche. Muhammadu Buhari, presidente uscente si è ricandidato e il suo principale rivale è l’ex vicepresidente Atiku Abubakar. I rapporti tra i due sono particolarmente astiosi.
Tante le tensioni in questa che è la nazione più popolosa dell’Africa, i livelli di criminalità violenta e di insicurezza generale restano elevati e in particolare nel Nord-Est i civili sono tra due fuochi: le truppe governative e Boko Haram, che guadagna terreno e i cui attacchi in questo Paese sono particolarmente violenti e determinati. Altra questione è la violenza tra i pastori, prevalentemente musulmani e gli agricoltori, per lo più cristiani che ha già provocato migliaia di morti e messo in ginocchio l’economia tradizionale. La nazione più popolosa dell’Africa e sesto produttore di petrolio dell’OPEC, fa anche i conti con la crisi mai sopita nel Delta del Niger dove gruppi militanti hanno minacciato di riprendere gli attacchi.
CAMERUN
Nel Paese è di fatto in corso una guerra civile iniziata con le prime tensioni separatiste della popolazione anglofona (ovest del Paese), nel 2016 quando insegnanti e avvocati anglofoni scesero in piazza per protestare contro l’uso massiccio del francese nei sistemi di istruzione e legale. Rivendicazioni che si sono trasformate in proteste più ampie sull’emarginazione della minoranza anglofona del Camerun, che rappresenta circa un quinto della popolazione del Paese. Da allora è stato creato un Governo ad interim delle regioni anglofone e fondato lo Stato di Ambazonia.
Il Governo di Paul Biya, 85 anni e al potere da 36, non ha reagito bene e da allora le forze governative si oppongono brutalmente ai separatisti. Secondo l’ONU si contano già 30.000 rifugiati anglofoni nella vicina Nigeria e 437.000 sfollati interni. Non si conosce con esattezza il numero di morti in un conflitto che non vede molti testimoni al di là della popolazione locale. Nelle ultime elezioni Biya fece bloccare Internet nelle regioni anglofone. Un programma di disarmo recentemente annunciato non ha ancora prodotto risultati ma non si prevede nulla di buono dalla minaccia del presidente di fare piazza pulita di coloro che si rifiutano di deporre le armi entro quest’anno.
A peggiorare una situazione davvero critica c’è la presenza di Boko Haram che opera indisturbato, soprattutto nell’estremo Nord del Paese, nonostante le dichiarazioni di Biya che davanti alle telecamere aveva recentemente affermato che il gruppo terroristico era stato sconfitto. Gravi invece le accuse di Amnesty International, che nel suo Rapporto “Stanze segrete di tortura in Camerun: violazioni dei diritti umani e crimini di guerra nella lotta contro Boko Haram”  ha rivelato che “le autorità del Camerun hanno fatto ampiamente ricorso alla tortura contro i civili accusati di sostenere Boko Haram, spesso arrestati senza alcuna prova”.
SOMALIA
Una guerra civile senza soluzione di continuità è in corso in Somalia da due decenni, ma già a partire dagli anni Novanta ci sono stati conflitti e scontri che hanno ucciso – si stima – tra 350.000 e un milione di persone. Un’area di forte instabilità che si ripercuote in tutto il Corno d’Africa e in Paesi limitrofi anche a causa degli attacchi dei militanti di al-Qaeda, in particolare della fazione nota come al-Shabaab. Questi rimangono la principale fonte di insicurezza in Somalia, nonostante le continue operazioni per ridurne la forza, compresi i raid aerei statunitensi, intensificati sotto l’amministrazione del presidente Donald Trump.
Dal 2007 nel Paese è in atto la missione autorizzata dall’ONU, African Union Mission in Somalia (AMISOM), prorogata di anno in anno. Una delle più lunghe nella storia delle missioni di pace, quasi 12 anni. L’ultima estensione del mandato è stata a luglio 2018, il contingente resterà fino al 31 maggio 2019. Impegna 25.500 soldati e 500 poliziotti. 
Secondo gli ultimi bollettini dell’OCHA, l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti  umanitari, alla situazione disperata già generata dal conflitto vanno aggiunte la siccità e la conseguente scarsità di cibo(solo la produzione di cereali è scesa del 75%), le tensioni tra clan e il degrado dell’ambiente. Si calcola che 4.2 milioni di persone, un terzo della popolazione, avranno bisogno degli aiuti umanitari nel corso del 2019.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
La RDC è nota a tutti per essere uno dei territori più ricchi del continente, basti pensare alle miniere di coltan, ma anche uno di quelli con il più basso PIL pro capite e in cui la popolazione civile vive da anni violenze di ogni sorta – pensiamo agli stupri di massa di donne, ragazze e anche bambine, soprattutto nel conflitto che, dal 2016, sta infiammando la Regione del Kasai. Almeno 5.000 persone sono rimaste uccise e oltre 1.4 milioni sono sfollati. Ma in tutto il Paese gli sfollati sarebbero oltre 4 milioni. Anche in questo caso la comunità internazionale ha parlato di genocidio. Altra area calda è il Nord Kivu, dove oltre alle violenze tra il Governo e i gruppi ribelli si deve fare i conti con l’ebola che ha già colpito oltre 200 persone.
In realtà è da circa venti anni che i cittadini della RDC vivono nella violenza e nella paura. Più volte l’ONU ha elaborato report che parlano di omicidi di massa e fosse comuni. 6 milioni di morti senza che in sostanza si sia fatto nulla. Tutto questo si è svolto sotto gli occhi dell’ormai ex presidente Joseph Kabila, rimasto al potere dal 2001 al 2018.
Per anni si era parlato di elezioni, costantemente rinviate a data da destinarsi. Finalmente, il 30 dicembre scorso la popolazione è andata al voto per eleggere il successore di Kabila. L’ex presidente aveva fatto di tutto per restare al potere, incluso un sovvertimento costituzionale e un candidato/ombra. Le cose – almeno secondo i risultati che potrebbero ancora essere messi in discussione dalla Corte Costituzionale – sono però andate diversamente. E per alcuni osservatori ciò potrebbe portare a ulteriori sorprese.


(Immagine tratta dal sito di ACLED (The Armed Conflict Location & Event Data). Si tratta di un centro di ricerca, analisi e raccolta dati su disordini e conflitti nel mondo. L’immagine si riferisce ad eventi di violenza avvenuti in varie parti del continente nei primi 5 giorni dell’anno. https://www.acleddata.com/)

A queste aree di forte crisi ne vanno aggiunte altre. A cominciare dal Togo – dove i negoziati sui cambiamenti costituzionali pianificati con i maggiori partiti dell’opposizione sono ad un punto morto e le proteste di massa contro il regime del presidente Faure Gnassingbe non accennano a diminuire. Gnassingbe è presidente dal 2005, elezioni contestate, tenutesi poco dopo la morte del suo padre, Gnassingbe Eyadema, che  a sua volta è stato al governo del Paese per 38 anni.
Situazione difficile anche in Guinea-Bissau, Zimbabwe e Burundi. Nel primo è in corso una faida politica tra il presidente Jose Mario Vaz e il suo partito, PAIGC, e la decisione di posporre le elezioni sta generando rabbia tra una popolazione perlopiù giovane e senza sbocchi di lavoro. Nello Zimbabwe si sta vivendo una forte recessione – scarsità di benzina, cibo, medicinali – con manifestazioni dei sindacati e dei lavoratori. In Burundi è in corso una crisi politica dal 2015 con il presidente Pierre Nkurunziza accusato di stroncare con ogni mezzo la voce degli oppositori e di crimini contro l’umanità intensificatisi negli ultimi due anni.
Da tenere d’occhio la situazione in Gabon dove, pochi giorni fa, un tentativo di colpo di Stato ha messo in luce una tensione che cova da tempo e che mette ormai in  forse la sopravvivenza del lungo regime, 50 anni, di Ali Bongo. Di fatto, già i risultati delle elezioni di un paio di anni fa sollevarono dubbi e proteste. Il Paese è di fatto senza Governo da molto tempo, sia perché Bongo si trova in Marocco per cure mediche, sia perché dopo le elezioni legislative di ottobre 2018 non si è proseguito agli adempimenti. Il 22 dicembre scorso i leader dell’opposizione hanno richiesto una commissione medica per determinare lo stato di salute del presidente Bongo e il 31 dicembre ha chiesto un periodo di transizione di due anni con il presidente e un Governo transitorio. La Corte costituzionale il 28 dicembre ha confermato i risultati delle elezioni legislative di ottobre; il partito al Governo ha vinto la maggioranza, il nuovo Governo sarà formato nelle prossime settimane.
Infine, genera grande preoccupazione l’escalation delle azioni dei militanti islamici in Egitto, così come di quelli di Boko Haram in Niger e Burkina Faso e in aree dell’Africa orientale per quel che riguarda Al-Shabaab. Mentre rimane sotto osservazione della missione di pace MINUSCA, la Repubblica Centrafricana (CAR), presente nel Paese dal 2014 e nuovamente prorogata.
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