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sabato 26 dicembre 2020

La stupidità al potere - Sergio Benvenuto

1.

 

Alcuni non credono affatto che l’assurda pretesa di Trump di aver vinto le elezioni presidenziali sia effetto di qualche squilibrio mentale, di un ottuso rifiuto della realtà come in tanti negazionismi (Trump nega anche l’importanza dell’epidemia da coronavirus). Anche perché gran parte dell’establishment republican – che non è una banda di psicotici, si presume – ha sostenuto il suo rifiuto di fare concession, come si dice in America, cioè di ammettere sportivamente la sconfitta. Costoro dicono che dietro il comportamento in apparenza quasi-delirante di Trump ci sia invece un abile calcolo politico e personale. Ovvero, Trump vorrebbe “contrattare” la sua partenza dalla Casa Bianca, chiedendo a Biden assicurazioni sulla propria immunità penale, dato che il suo ritorno allo status di comune cittadino farebbe scattare una serie di incriminazioni e processi per quel che fece in passato… E che comunque Trump, anche in questo rifiuto di aver perso, asseconda gli istinti dei suoi elettori, tutti accomunati da varie negazioni della realtà: quella del riscaldamento globale, della pandemia, della globalizzazione, dell’inevitabilità dell’immigrazione…. Non ultima possibilità, il progetto di un colpo di stato, della guerra civile, contro un’America liberal identificata al bolscevismo.

 

Questa tesi sull’”astuzia di Trump” nasce da un presupposto che sembra del tutto verosimile: che se un politico è giunto al massimo del potere in un paese colto e potente, non può essere né uno stupido né un pazzo. Anche quando sembra fare o dire cose stupide o pazze (come faceva Berlusconi, ad esempio), si presuppone che ci sia in esse una sottile e cinica logica politica. Del resto, queste “cose pazze” sono quelle che vuole sentire il proprio elettorato, si dice. Credo però che la vita politica sia molto più irrazionale di quanto non sia disposto ad ammettere chi hegelianamente dà per scontato che “il reale è razionale”.

 

2.

 

Lo storico dell’arte Ranuccio Bianchi Bandinelli, segretamente di idee comuniste, fu obbligato a fare da cicerone a Hitler, venuto in visita in Italia nel maggio 1938. Il libro che descrive il suo incontro con Hitler, Mussolini e altri gerarchi fascisti (Hitler e Mussolini, 1938: il viaggio del Führer in Italia, E/O, 1995) è una testimonianza rivelatrice.

 

Mussolini, commentando la parata navale offerta a Hitler a Napoli per esibire la potenza italiana, disse che la Gran Bretagna era invidiosa della forza della marina italiana, dato lo stato di declino e di degrado del potere navale inglese… Bianchi Bandinelli, che pur non era un esperto di cose militari ma una persona colta e intelligente, notò con stupore quanto lo stesso Mussolini, sparando una sciocchezza del genere di fronte al suo alleato, fosse lui stesso la prima vittima della propaganda auto-compiaciuta del fascismo contro l’Inghilterra. Per Bianchi Bandinelli era evidente che la marina britannica era superiore di gran lunga a quella italiana. Eppure, se Mussolini lo disse con tanta sicumera a Hitler, ci doveva certamente credere.

 

Hitler, che era stato un pittore fallito, amava sinceramente l’arte. Bianchi Bandinelli fu colpito da quante volte Hitler commentasse le bellezze artistiche che vedevano, a Roma e a Firenze, dicendo “Ecco, se ci fossero i bolscevichi, tutto questo sarebbe distrutto!”. Insomma, anche Hitler era stato convinto dalla propria propaganda: che i bolscevichi distruggessero sistematicamente le opere d’arte antiche, confondendoli probabilmente con i futuristi italiani come Marinetti (che volevano davvero distruggerle, e che invece fiancheggiavano il regime fascista). Eppure doveva sapere che l’Hermitage di Leningrado era aperto a tutti. Hitler sembrava assolutamente convinto del fatto che i comunisti fossero barbari distruttori di opere artistiche.

 

Percorrendo via Veneto, all’epoca la più elegante strada romana, Hitler fu colpito dalla bellezza ed eleganza di alcune donne italiane e disse, convinto, che il portamento delle italiane era particolarmente raffinato perché erano abituate a portare cesti in testa. Che le signore che passeggiavano per via Veneto fossero state contadine con panieri in testa, come Hitler aveva probabilmente visto in qualche film folkloristico, era evidentemente un’altra colossale stupidaggine. Il leader politico risultava vittima di immagini turistiche di bassa lega.

 

Mussolini non si preoccupava molto dell’entrata degli Stati Uniti in guerra e ripeteva che la forza militare statunitense era di gran lunga sopravvalutata. Il giornalista Indro Montanelli, che invece era una persona intelligente e viaggiava, disse allora ai suoi amici: “Perché non mostrate a Mussolini l’elenco telefonico di New York?” La sola vista di quell’elenco avrebbe persuaso quel fanfarone a non fare la guerra agli US.

 

Di solito si pensa che Hitler fosse intelligente ma pazzo, mentre Mussolini fosse solo stupido. Ma mi pare che tra i due dittatori anche la stupidità fosse alquanto ben distribuita.

 

3.

 

Invece, la democrazia permette davvero – come dicono i suoi agiografi – di scegliere i propri leader tra la gente migliore, oppure premia spesso dei cialtroni? Forse non c’è una risposta univoca. La democrazia sceglie delle volte il meglio, delle volte il peggio, altre volte la mediocrità. In tanti pensiamo che, eleggendo Trump nel 2016, la democrazia americana abbia scelto il peggio. Dopo Trump, la democrazia americana ha perso gran parte del suo prestigio.

 

Di recente, in una trasmissione televisiva italiana si diceva, tra le altre cose, che Trump sa bene del riscaldamento globale e del ruolo che gli umani giocano in esso, ma lo nega per demagogia, per giustificare la sua politica di sviluppo sfrenato dell’industria americana senza preoccuparsi dell’ambiente.

 

Ma supporre in Trump la conoscenza della verità e pensare che egli la neghi cinicamente giusto per vincere elezioni, è un modo di sopravvalutarlo. Egli guarda unicamente Fox News, il canale ultra-conservatore i cui notiziari sono infarciti di menzogne, manipolazioni dei fatti o semplicemente di stupidaggini. Se Trump fosse un cinico calcolatore intelligente, seguirebbe piuttosto le trasmissioni e la stampa serie, anche se democrat, per informarsi e poter quindi elaborare col suo staff menzogne per nascondere abilmente la verità alle plebi credule. Vedendo come Trump parla e scrive, ho l’impressione che egli sia invece piuttosto come Mussolini e Hitler: un cialtrone vittima per primo della propria stessa propaganda. Ci scommetto che Trump sia il primo a credere che non esista effetto serra, che un muro al confine col Messico sia un modo efficace di evitare l’immigrazione, che l’Unione Europea sia una minaccia per gli Stati Uniti, e che davvero abbia perso le elezioni del 2020 per i brogli dei democrats… Non diversamente da come Mussolini e Hitler credevano alle insulsaggini della propaganda nazista e fascista. Non credo che Trump sia un cinico calcolatore che mente sapendo di mentire, purtroppo è in buona fede.

 

Credere che l’avversario politico sia molto intelligente è un errore in cui cadono spesso gli intellettuali. Ci cadde anche Bertolt Brecht, quando in La resistibile ascesa di Arturo Ui (1941) descrisse i nazisti al potere come una banda di gangster italo-americani nel racket dei cavolfiori. Credo invece che i grandi gangster fossero molto più intelligenti – cioè disincantati – dei capi nazisti. Costoro credevano veramente nei loro ideali deliranti: che ebrei e slavi fossero razze inferiori, che c’era una cospirazione mondiale sionista, che i tedeschi fossero una razza eletta (Hitler prese sul serio anche la ricerca del Sacro Graal…), ecc. A differenza dei mafiosi americani, i nazisti avevano degli ideali. Questi, spesso, producono più danni del semplice calcolo dell’utile personale.

 

4.

 

Proviamo a estendere il nostro ragionamento. Non penso che demagoghi come Salvini, Trump, Le Pen, Boris Johnson, Obrán o Bolsonaro siano davvero dei cinici calcolatori, che dicono anche le cose più strampalate giusto per averne un ritorno in termini di voti. Il leader politico disinformato, gradasso, crede davvero alle corbellerie che racconta. La cosa terribile di tanti leader – anche di alcuni di sinistra– è che sono spesso davvero sinceri. Davvero la pensano come i loro elettori.

 

Insomma, aveva torto Voltaire: quando due preti si incontrano per strada, non scoppiano a ridere. Stessa cosa per due fascisti che si incontrano per strada: non ridono.

 

Credo che non sia diverso con gli animatori televisivi o radiofonici che guidano trasmissioni becere e superficiali. Partecipai qualche volta a qualcuna di queste, e fui colpito da quanto questi animatori fossero sinceri… Si può pensare che questi giornalisti o intrattenitori si rendano perfettamente conto quanto siano cretine le cose che raccontano e lasciano raccontare, e che lo facciano solo per alzare gli indici di ascolto. Sono invece convinto che riescano a versare idiozie perché anche loro ci credono. Non potrebbero fingere a lungo e in modo così convincente.

 

Insomma, tendiamo a sopravvalutare sapere e intelligenza dei nostri leader, anche quando li detestiamo. Invece il loro livello intellettuale e culturale non è molto diverso da quello della maggior parte dei loro simpatizzanti. È l’immagine che ho di quasi tutto lo staff dirigente dei Cinque Stelle, per esempio, oggi principale partito di governo: di incompetenti che a lungo (prima di confrontarsi con la realtà del governare) hanno davvero creduto alla vuota demagogia che ha convinto, nel 2018, un elettore italiano su tre.

 

Vedo molti dei nostri leader attuali come dei giovani sprovveduti che imparano l’ABC del governare man mano che governano, scontrandosi con la prosaica realtà delle cose. Sembrano pescivendoli alla Masaniello che devono rendersi conto, giorno dopo giorno, che l’arte di governare non ha nulla a che vedere con le tirate di propaganda di quando si è all’opposizione (Masaniello non ebbe il tempo di imparare, per cui fu fatto fuori in pochi giorni).

 

5.

 

Ma allora, se tanti nostri leader sono stupidi e ignoranti, come accade che le nostre nazioni non vadano a carte quarantotto?

 

La verità è che, per lo più, le decisioni politiche hanno una scarsa influenza – per fortuna – sul sistema economico e sociale di un paese. Lo abbiamo ben visto in Spagna nel 2016: per oltre un anno il paese è stato privo di un governo, eppure l’economia spagnola non è andata mai tanto bene, oltre il 3% annuo di crescita. Un dato che potrebbe dar ragione ai teorici del liberalismo radicale. Ogni paese è un sistema che, forte o sgangherato che sia, ha i suoi automatismi, e in larga parte fa a meno delle decisioni politiche. La società, l’economia, seguono il loro corso, la politica incide poco su di esse. Tranne in momenti chiaramente catastrofici, quando gli automatismi non possono funzionare più: le crisi del 1929 e del 2008, le aggressioni naziste degli anni 1930, le epidemie come nel 2020… Allora la politica deve fare davvero scelte cruciali, gli automatismi vanno spezzati. Ed è perciò che oggi il neo-liberalismo è in evidente declino: in certi casi, la politica deve intervenire.

 

Per il resto, i politici al governo si concentrano spesso su questioni irrilevanti, ma che hanno un grande impatto emotivo e mediatico: se costruire o meno la TAV, se emanare leggi che proteggano di più chi spari sui ladri, se far restituire ai parlamentari parte del loro stipendio, se ridurre il numero dei parlamentari, se eliminare auto blu, quali dirigenti della RAI scegliere… Tutte questioni che non incidono per nulla sul funzionamento reale della società, ma che sono totem del dibattito politico. Puri vessilli, bandiere, assiomi per cui battersi fino all’ultimo sangue.

 

Eppure alcune decisioni politiche possono avere effetti catastrofici, come ben sappiamo. La stupidità paranoica di Mussolini e Hitler portò alla guerra mondiale, alla loro stessa fine. Nel 2011, far fuori Gheddafi senza cercare di governare il processo di ricostruzione della Libia fu un grande errore delle potenze occidentali (anche se un errore ispirato dalle migliori intenzioni politicamente corrette: non condizionare “da colonialisti” il destino della Libia, non interferire nella sua autonomia…) Ma le scelte sciocche dei nostri politici sono, di solito, di più modeste dimensioni: spesso più demagogia che vere riforme. C’è poi dietro di loro un esercito di tecnici navigati che limano le scempiaggini decise dai politici e le riportano a dimensioni più accettabili. Insomma, il sistema-paese resiste ai fuochi artificiali dei politici andando avanti per la propria strada; o andando indietro per la propria strada. La politica reale è – talvolta per fortuna, talvolta per sfortuna – alquanto indipendente dalla politica mediatica. È l’ambiguità della mediocrità dei politici: da una parte le loro scelte non risultano così dannose perché si concentrano su iniziative di pura facciata che non cambiano veramente il sistema, dall’altra invece alcune scelte possono davvero rivelarsi deleterie.

 

La stupidità e l’ignoranza di tanti leader, eletti proprio perché stupidi e ignoranti, sono quindi a doppia faccia: la stupidità può portare o a immani catastrofi, oppure essa lascia esattamente le cose così come stanno.

 

6.

 

Correlata a questa sopravvalutazione del sapere e dell’intelligenza dei politici è la teoria – che oggi in Italia viene evocata sempre meno – della “stanza dei bottoni”. Se si giunge al potere, si entra nella misteriosa stanza dei bottoni. Un tempo si diceva: si conquista il Palazzo d’Inverno (a San Pietroburgo).

 

Personalmente non ho mai avuto il piacere di entrare in qualche stanza dei bottoni, ma ho frequentato a lungo persone che nella stanza sembravano starci. All’inizio degli anni 1980 entrai nella redazione di una rivista politico-culturale all’epoca molto prestigiosa, “Mondoperaio”, mensile del partito socialista diretto da Federico Coen. Fra le altre cose “Mondoperaio” aveva lanciato negli anni 70 la figura di Norberto Bobbio, e annoverava ottimi collaboratori. Ma soprattutto era organo di un partito di governo. Mi dissi: “Non è che così entrerò nella stanza dei bottoni. Ma certamente capirò finalmente molte cose della politica italiana, e non solo, che da comune mortale che legge i quotidiani non posso capire”. Dopo un po’, mi resi conto che in quella redazione, e in generale nell’élite intellettuale socialista, non si sapeva nulla di più di quel che sapevo io leggendo dei buoni quotidiani e settimanali. Nessun segreto fondamentale emerse in quei più di dieci anni in cui fui redattore di “Mondoperaio”.

 

Certo, c’erano alcuni traffichini che facevano gossip, che sapevano se Craxi aveva attualmente un’amante o meno, o quanto piacesse bere al ministro de Michelis. Ma non ebbi mai quelle “chiavi” che mi aspettavo di avere per il solo fatto di bazzicare il palazzo del Potere. E non le ebbi perché non c’erano. Del resto, è quel che disse anche Pietro Nenni, per tanti anni segretario del partito socialista all’opposizione. Quando entrò nel governo di Centro Sinistra nel 1963 come vicepresidente del consiglio, si disse “Finalmente sono nella stanza dei bottoni!” Ma ben presto si rese conto, e lo scrisse, che la stanza dei bottoni non esisteva. È una fantasia di chi è lontano dal Palazzo, è l’embrione di ogni complottismo. I politici, i leader, si arrabattano non meno di quanto facciamo noi che seguiamo un po’ di politica. Anche loro mi sembravano preda di pregiudizi, partiti presi, chiavi interpretative precostituite, valutazioni generiche o cliché sulla realtà…. Questi politici e leader erano insomma dei poveracci come noi. Certo conoscono tratti personali dei loro avversari che possono essere loro utili quando si tratta di negoziare, a loro la lotta politica appare quasi sempre scontro tra persone. Ma conoscono molto poco la società che devono governare. Quando fanno delle buone analisi, sono analisi che potrebbe fare chiunque segua un po’ la stampa che conta.

 

Lo abbiamo verificato poi a livello planetario con Wikileaks. Mi si citi una sola informazione uscita fuori da Wikileaks che abbia cambiato il nostro modo di vedere un paese o una fase storica! Gran parte erano riassunti informativi che servivano ai politici per avere il quadro di un paese. Ma per chi viveva in quel paese si trattava di banalità, di cose risapute. I Grandi della Terra non ne sanno molto più di noi.

 

7.

 

Per finire. Se la stanza dei bottoni non esiste, anche il potere di Trump è stato esso stesso, nel fondo, inesistente. Certo poteva e può spingere il bottone della bomba atomica, il che non è poco. Non mi stupirebbe se, prima di andarsene, ordinasse un attacco atomico contro l’Iran, da buon paranoico qual è. Allora bisogna sperare in un equivalente americano del generale Dietrich von Choltitz, come nell’agosto 1944 a Parigi… Il potere politico può distruggere intere città, ma di solito non riesce a cambiare nulla. La stanza del bottone atomico non è il Palazzo d’Inverno.

da qui

giovedì 19 novembre 2020

LA SINISTRA TRUMPISTA - Sergio Benvenuto

1.

Nel 2016, subito dopo la vittoria di Trump contro Clinton, fui sorpreso nell’ascoltare amici e pazienti di sinistra, soprattutto di estrema sinistra, rallegrarsi per la vittoria di Trump contro una donna che, negli USA e anche in Italia, era detestata come campionessa dell’Establishment americano (direi di tutti gli establishment). E in effetti è un dato di fatto: Wall Street, e soprattutto il nuovo impero americano chiamato GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), appoggiarono Clinton nel 2016 così come hanno appoggiato ancor più massicciamente Biden nel 2020. L’oppositore democrat questa volta ha potuto attingere a una massa di denaro enorme, ben superiore a quella di cui disponeva Trump. Si sono schierati per Biden da una parte la Silicon Valley, dall’altra la Hollywood liberal e democrat, oltre che la grande finanza newyorkese. Per non parlare dei grandi media americani, i quali si è visto che non influiscono minimamente sulla grande massa.

 

Una prima analisi approssimativa del voto nel 2020 conferma le analisi già fatte nel 2016: il voto trumpista si concentra essenzialmente nelle campagne e nei piccoli centri di tutti gli stati, negli stati agricoli e meno centrali, tra i rednecks[1] e gli operai, tra i farmers (contadini) e i ranchers (allevatori), in particolare tra gli anziani bianchi e con il più basso livello di istruzione. Se dovessimo applicare quindi delle rigorose griglie marxiste, dovremmo dire che il grande capitale ha fatto vincere Biden, mentre Trump era ed è il campione di quelli che Gramsci chiamava strati subalterni. In  termini più antichi, la plebe è per Trump, i patrizi (almeno in senso culturale) sono per Biden.

 

 Qualcosa di molto simile accade anche in Europa, e in Italia. Le elezioni degli ultimi anni hanno visto questa polarizzazione: sempre più il voto per la sinistra (in Italia PD, LeU, Italia Viva) è il voto tipico delle grandi metropoli e soprattutto del centro delle grandi metropoli, del ceto medio-alto e più colto, dei giovani. Mentre il voto per la Lega e Fratelli d’Italia è sempre più un voto rurale o di piccoli centri, del ceto medio-basso soprattutto se poco colto, e dei più anziani. I “vincenti” votano sempre più a sinistra, i “perdenti” sempre più a destra. Si tratta in effetti di un ribaltamento epocale.

 

Fino a non molti anni fa, in Occidente, le roccaforti elettorali della sinistra (partiti socialista, comunista, laburista) erano le grandi periferie urbane e industriali, le zone più povere anche se urbanizzate dei paesi occidentali. In questi ultimi anni è avvenuta una mutazione profonda nella composizione elettorale dei paesi europei e nord-americani, forse la mutazione più spettacolare da cento anni a questa parte. Cambiamento su cui pochi politologi di sinistra hanno riflettuto, e che quindi molto male hanno spiegato

 

2.

 

Tra le cento maggiori città americane per numero di abitanti, il 64% è amministrata da sindaci democratici, il 29% da repubblicani, e il 7% da indipendenti (spesso però più assimilabili alla sinistra che alla destra). Se poi passiamo alle dieci maggiori città americane, la prevalenza della sinistra democrat diventa schiacciante: ben otto metropoli (New York, Los Angeles, Chicago, Houston, Philadelphia, Phoenix, Dallas, San José CA) sono amministrate da democrats, solo una (San Diego in California) è amministrata da un republican, e una sola (San Antonio, Texas) da un indipendente.

 

In Europa la situazione non è molto diversa. Delle venti più grandi metropoli europee, ben 15 sono amministrate da forze di sinistra o centro-sinistra, solo tre (Mosca, Helsinki, Varsavia) dalla destra, e due (Atene e Roma) da sindaci inclassificabili. Notiamo comunque che la sinistra tiene quasi tutte le grandi capitali europee: Londra, Parigi, Berlino, Bruxelles, Copenaghen, Oslo, Stoccolma, Vienna. Istambul è governata da un sindaco, Ekrem Imamoglu, che si oppone all’egemonia anti-democratica di Recep Tayyip Erdogan, lo possiamo quindi considerare di sinistra liberale.

Persino in Australasia accade qualcosa di simile: delle quattro metropoli maggiori, due hanno sindaci di sinistra, una di centro, una di destra.

 

Dato che invece l’entroterra di tutti questi paesi tende a premiare la destra e l’estrema destra, sembra realizzarsi lo slogan di Lin-Biao, ex-braccio destro di Mao, quando teorizzò la strategia delle “campagne che assediano le città”, ispirandosi alla guerra del Vietnam negli anni 1960. Da noi, la sterminata provincia del paese assedia le cittadelle urbane liberal e di sinistra. Possiamo dire che con vittoria di Biden nel 2020 le città hanno spezzato l’assedio delle campagne, almeno in America.

 

Questo deciso situarsi a sinistra delle grandi metropoli è a sua volta solo un aspetto di una polarizzazione più generale degli elettorati occidentali, a parte qualche rara eccezione. Si è calcolato che il tipico elettore di sinistra è sempre più

 

giovane

donna

abita nei più grandi centri urbani

ha un reddito familiare tendenzialmente medio o alto

un livello d’istruzione più alto della media

 

 Al contrario, il tipico elettore di destra o populista (ma il populismo di solito si risolve nella destra, come abbiamo visto in Italia col flusso di voti da M5S alla Lega) è: anziano, maschio, abita in piccoli centri o in zone rurali, ha un reddito tendenzialmente basso così come un’istruzione di livello poco elevato.

 

Segno che una griglia di tipo “classe sociale” in senso marxista non spiega più nulla dell’assetto politico e ideologico delle nostre società iper-industriali.

 

Si era vista questa nuova polarizzazione nel 2016 anche con il voto sulla Brexit: il Leave era considerato tipicamente di estrema destra populista, il Remain tipicamente di sinistra moderata. Come è noto, il voto anti-Brexit (Remain) ha prevalso in Scozia (che tradizionalmente vota a sinistra) e in Inghilterra ha prevalso solo a Londra.

 

Sarah Jones ha tracciato l’identikit del tipico elettore Remain e del tipico elettore Leave[2]. Il paradigma dell’elettore anti-Brexit è una ragazza scozzese o londinese ventenne, con educazione universitaria, che ha sostenuto il partito dei Verdi e che ha o avrà una posizione manageriale, amministrativa o professionale elevata. Tipico elettore pro-Brexit è un lavoratore manuale qualificato di sesso maschile, dell’East Anglia[3], sui sessant’anni, che ha lasciato gli studi a 16 anni e ha sostenuto il partito UKIP (anti-europeista e nazionalista) di Neil Farage.

 

Ora, se si chiedesse a chiunque quale identikit corrisponde a una figura socialmente e storicamente vincente, chiunque direbbe che è la prima, mentre la figura socialmente e storicamente perdente è la seconda. La prima figura (anti-Brexit) ci dà un’immagine del futuro, la seconda (pro-Brexit) un’immagine di un passato declinante, anche per l’età avanzata di questo elettore-. Pure il fatto di essere piuttosto maschio che femmina conferma questo declino… Basti pensare che Londra – l’unica parte d’Inghilterra che abbia fatto prevalere Remain – produce quasi un terzo del prodotto interno lordo britannico, pur comprendendo meno di 1/7 della popolazione del paese. Eppure i risultati elettorali hanno avuto il risultato inverso a quello della direzione del successo storico: i supposti vincenti hanno perso, e i supposti perdenti hanno vinto.

 

3.

 

Questo paradosso va generalizzato a tutto l’Occidente. Le vittorie elettorali dei populismi di destra in questi ultimi anni possono essere viste come una rivincita dei perdenti storici. Di quelli che chiamerei la retroguardia dell’Occidente, di chi vuole andare indietro piuttosto che avanti. Per andare indietro intendo: tornare al nazionalismo chiuso e al protezionismo economico, combattere ogni forma di globalizzazione politica ed economica, arginare o annullare le immigrazioni dai paesi più poveri, puntare all’omogeneità etnica e religiosa del proprio paese, incrementare gli apparati polizieschi, mettere in primo piano l’ardore patriottico. Andare avanti significa andare verso un mondo sempre più globalizzato, con società sempre più aperte, come predica George Soros sulla scia della filosofia di Popper (non a caso Soros è divenuto il nemico pubblico n. 1 del suo concittadino Orbán). Perché questo andare indietro tipico delle destre non-liberali conquista sempre più adepti tra le frange più deboli, economicamente e culturalmente, delle nostre società? Questa è la vera domanda a cui cercare una risposta.

 

Domanda a cui il pensiero classico della sinistra, anche di quella più sofisticata, dà una risposta pre-confezionata e chiaramente insufficiente: che i più poveri, i più deboli, i più marginali nelle nostre società votano per la destra perché soffrono delle crescenti diseguaglianze soprattutto economiche. Il chiodo fisso della sinistra oggi è denunciare l’ampliarsi delle diseguaglianze economiche; non vede altro.

 

Che negli ultimi decenni le diseguaglianze economiche si siano ampliate è un fatto, ma non sembra che il voto e le opinioni dei ceti che ho chiamato perdenti esprimano una richiesta di più eguaglianza. Tutt’altro. Anche se Trump è stato votato dai rednecks americani, subito ha abbassato le tasse ai più ricchi. La flat tax reclamata da Salvini si risolveva di fatto in un abbassamento drastico delle tasse per i più ricchi. La mia vicina di casa in campagna, contadina povera, che ha votato per la Lega, non ha votato certo perché la Lega promette un maggiore livellamento dei redditi, ma perché lei teme l’immigrazione, anche se nella nostra zona non ci sono praticamente immigrati poveri (è ben noto che le regioni che votano per lo più per i partiti xenofobi sono quelle che hanno meno immigranti). Diciamolo francamente: ai ceti subalterni, stranamente, di una maggiore eguaglianza non importa nulla (ma non è così strano se si buttano i vecchi occhiali economicisti con cui da sempre guardiamo alla realtà mentale della gente). Se questa fosse la loro maggiore preoccupazione, avrebbero potuto votare per la sinistra d’opposizione, là dove esiste, che denuncia il modo di governare anche della sinistra moderata.

 

In effetti si sono avuti qua e là dei successi della sinistra radicale: l’ascesa del “socialista” Bernie Sanders negli USA, il buon risultato del gauchiste Jean-Luc Mélenchon alle elezioni presidenziali francesi del 2017 (19,58% al primo turno), le affermazioni della sinistra populista Podemos in Spagna (ottenne il 20,7% alle elezioni politiche del 2015), di Syriza di Tsipras in Grecia (ha governato il paese dal 2015 al 2019); e poi abbiamo la Linke tedesca, votata per lo più nella Germania dell’Est dai nostalgici del comunismo (ebbe il suo picco elettorale nel 2009 con circa il 12%). Dobbiamo però anche ricordare che queste affermazioni si sono rivelate effimere e facilmente reversibili. Sanders alle primarie democratiche è stato battuto nel 2016 da Hillary Clinton, nel 2020 da Joe Biden. Il partito di Mélenchon, La France Insoumise, è crollato al 6,3% alle elezioni europee del 2019. L’elettorato di Podemos in Spagna si è poco a poco eroso fino a cadere al 10% alle elezioni europee del 2019. Syriza in Grecia è stata sonoramente battuta da Nea Demokratia di destra nel 2019 ed è tornata all’opposizione. L’elettorato della Linke stagna attorno al 9% in un’eterna opposizione.

 

Tutte le analisi del voto euro-americano mostrano comunque che le classi sociali più sfavorite – economicamente e culturalmente – scivolano sempre più verso l’estrema destra, non verso l’estrema sinistra. Insomma, non mi pare proprio che il vessillo “più eguaglianza” smuova le masse più svantaggiate.

 

A queste masse marginali importano sempre più altre cose, che riassumerei nel termine narcisismo identitario. Ovvero, orgoglio nazionale (o regionale, come nel caso dei partiti separatisti catalano, basco, scozzese, un tempo la Lega di Bossi), riaffermazione della cultura originaria di appartenenza – il rosario di Salvini, la sintonia di Trump con il Bible Belt americano, il coccardismo chauvinista della Le Pen, il culto nell’Union Jack e “God Save the Queen” degli inglesi, ecc. È un potente ritorno – backlash, sferzata all’indietro– a un focolarismo profondamente minacciato dalla società globalizzata. Esso non ha ragioni economiche profonde, ma ragioni di tipo squisitamente culturale e psicologico in senso lato (oggi, lo psicoanalista ha più da dire dell’economista).

 

La società globalizzata che le masse “perdenti” respingono è una società in cui tutti parlano inglese, in cui ci si sposta facilmente da un paese all’altro per cercare lavoro o il partner amoroso, in cui tutti comunicano attraverso skype o zoom o lo smartphone, in cui le credenze e i culti religiosi restano fatti privati che non hanno incidenza sulla vita pubblica, in cui occorre rispettare come pari omosessuali, trans ed eccentrici, in cui i maschi devono subire la superiorità di molte donne, ecc.

 

Dagli anni 1990 in poi assistemmo a spettacolose proteste dei cosiddetti no-global in occasione degli incontri al vertice dei paesi più industrializzati. Diciamo che queste manifestazioni – feste violente ma essenzialmente innocue – volte essenzialmente contro il primato neo-liberista dell’epoca, contro il Washington Consensus, se ha avuto un effetto è stato uno paradossale sulle masse: le ha portate non a contestare il capitalismo internazionale globalizzato, ma verso il neo-fascismo e il populismo di destra. La valanga di scritti contro il neo-liberalismo dominante, a cui si sono dedicati per decenni gli intellettuali di sinistra, è ormai del tutto obsoleta, perché dopo la crisi economica del 2008 e soprattutto dopo questa del 2020 dovuta al coronavirus, il neo-liberalismo dei mercati aperti è ormai in generale ritirata. Queste crisi hanno rimesso in gioco l’importanza essenziale degli stati, delle banche centrali, e quindi delle decisioni politiche interventiste. Se l’Unione Europea, struttura politica, non fosse intervenuta, molti paesi europei si sarebbero spappolati. Ma a questo neo-keynesismo che contagia sempre più i poteri civili in Occidente risponde una febbre anti-globalista che i vari populismi, convergenti verso destra, incarnano bene. Le immense retroguardie delle nostre società sembrano andare non verso una prospettiva socialista, ma verso un patetico narcisismo nazionalista.

 

I punti di discrimine sono sempre meno legati al tipo di lavoro e di reddito, sempre più alla propria posizione rispetto alla cultura globalizzata. Accade così che un negoziante di Parigi nel 2017 abbia votato alle presidenziali per Macron[4], mentre un negoziante di un piccolo centro di provincia con reddito eguale o superiore al collega di Parigi abbia votato per il Front National. Un negoziante giovane può votare Macron o un candidato verde, mentre un negoziante anziano che ha gli stessi introiti, ma esercita in una cittadina del Pas-de-Calais, vota per Le Pen. La differenza pertinente è se si è più o meno inseriti nelle correnti culturali di oggi, se si è plugged nell’informatica, nel virtuale, nel cosmopolitismo, se si conosce l’inglese. La differenza quindi non è più nemmeno quella sinistra/destra nel senso tradizionale (la sinistra che vuole più eguaglianza dei diritti e dei redditi, e la destra che vuole può gerarchie e severità), ma un’opposizione del tutto diversa: mondo delle identità focolariste versus mondo cosmopolitico.

 

In questa nuova divisione del campo politico e ideologico, la sinistra si trova obtorto collo dal lato della barricata neo-liberale globalizzato. La sinistra non può mai dimenticare di essere internazionalista, e che la sua canzone ufficiale si chiama appunto L’Internazionale.

 

4.

 

La sinistra tradizionale è imprigionata in un assioma economicista: quel che conta soprattutto oggi, per tutti, è una maggiore eguaglianza economica (oltre che all’eguaglianza dei diritti e delle opportunità, che però non sono rivendicazioni specifiche della sinistra socialista). Questo assioma la porta sempre più verso sonore sconfitte elettorali.

 

Nella campagna referendaria del 2016 nel Regno Unito i sostenitori del Remain hanno rovesciato sugli elettori una valanga di fatti, fatti, soprattutto fatti economici, il cui succo era: se ce ne andiamo dall’Europa, la nostra economia andrà a rotoli. I sostenitori del Leave invece hanno fatto appello a sentimenti viscerali, a slogan idealisti, in particolare a una aspirazione di independence, e hanno vinto. Hanno fatto appello a valori, anche se per me non condivisibili, non a cifre economiche. E poi, i fatti dei sostenitori del Remain erano poi talmente ‘fatti’?

 

Gli anti-Brexit hanno ripetuto che uscendo dall’Europa il Regno Unito sarebbe entrato in un declino economico. Ma nei quattro anni trascorsi – prima della crisi generalizzata per il covid-19 – non mi pare che l’economia britannica sia crollata. Ha avuto una certa flessione, ma come molti altri paesi, e meno della Germania. Del resto alcuni paesi fuori dell’Europa – come Svizzera, Norvegia, Islanda – non se la passano affatto male economicamente, tutt’altro. La verità è che gli economisti non sono mai veramente in grado di prevedere il futuro. Può darsi che l’uscita dall’Europa produca il declino economico britannico, può darsi di no.

 

Ma le vere ragioni per cui ci si opponeva alla Brexit non erano, nel fondo, ragioni di portafoglio: è perché si condivide un ideale forse utopico, quello dell’affratellamento di tutti i popoli europei, il crollo progressivo delle frontiere, un mondo unificato di esseri umani cooperativi. Ai valori nazionalisti della Brexit si opponevano non ragioni economiche, ma altri valori. Solo che i pro-Europa hanno mascherato i loro valori con previsioni economiche, mentre i Brexiteers non li hanno mascherati, e hanno prevalso.

 

Qualcosa di simile accade con la propaganda per far accettare gli immigrati. Anche qui la sinistra e i liberali ripetono che l’immigrazione dà vantaggi economici, il presidente dell’INPS disse che se non ci fosse il lavoro degli immigrati non potremmo più pagare le pensioni, che senza lavoratori stranieri molte fabbriche del Nord non potrebbero funzionare, ecc. Non dico che questi argomenti non siano veri, ma non toccano il cuore di chi si rammarica nel vedere il proprio paese cambiare color di pelle. Perché invece non mostrare che “gli immigrati sono simpatici!”? È la strada percorsa da Checco Zalone con il film Tolo tolo, per esempio. Si è detto che quella di Zalone è propaganda semplicistica a favore degli africani immigrati. Ma in politica, per convincere la gente, ci vuole propaganda semplicistica, non statistiche.

 

In questi ultimi anni il razzismo e il suprematismo etnico sono in crescita, un po’ dappertutto in Occidente – ma questo non ha fatto seguito alla crisi del 2008 come dicono molti politologi di sinistra. Negli Stati Uniti, è stato calcolato il numero degli Hate Groups, ovvero dei gruppi che odiano “gli altri”[5], passati dai 470 del 1999 ai 1030 del 2018. Ma questa crescita esponenziale è iniziata solo nel 2015, quando la crisi economica era in gran parte superata.

 

Forse la sinistra dovrebbe rendersi conto che la storia sociale e politica è certamente condizionata profondamente da conflitti economici, ma anche da ciò che il marxismo chiama sprezzantemente “ideologie”, e che è invece il sale della terra della vita sociale: i valori. Valori religiosi, la volontà di potenza, valori di genere (sessuali), valori filosofici, livelli di istruzioni, ideali di vita… È un dato di fatto che ormai i perdenti sociali sono entusiasmati non dall’ideale di una maggiore eguaglianza, ma da altri valori: l’identità e la purezza nazionali, il rigetto dell’autorità in tutti i campi (scientifico, politico, economico), un bisogno di maggiore sicurezza contro la piccola criminalità, la libertà di “parlare scorrettamente”, il restauro delle tradizioni religiose e del primato degli orientamenti sessuali “normali”. Il bisogno di una maggiore eguaglianza economica è sentito soprattutto, oggi, da chi è più ricco.

 

Note

[1] Letteralmente, “colli rossi”. Secondo il Cambridge Dictionary: “una persona povera di pelle bianca, priva di istruzione, che vive specialmente nelle zone rurali del Sud degli Stati Uniti, che nutre idee e credenze piene di pregiudizi (= scorrette e irragionevoli)”.

[2] Cfr. M. Revelli, La politica senza politica, Einaudi, Torino 2019, p. 32.

[3] È una regione inglese senza grandi metropoli, la cui economia è in parte rallentata da importanti zone rurali e costali.

[4] Al secondo turno delle presidenziali francesi, il 90% dei parigini ha votato Macron.

[5] buff.ly/2NBGoEp.

 

 

[Questo articolo riprende e amplia e aggiorna un pezzo già uscito su “Doppiozero”Le campagne assediano le città].

 

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sabato 26 settembre 2020

INVECCHIO, DUNQUE NON SONO - Sergio Benvenuto


 

Quando si entra nell’ottavo decennio della propria vita – come vi è entrato chi scrive – si è finalmente liberi di ricamare sulle miserie della vecchiaia. Inammissibile se le ricamasse un giovane.

 

Da vecchi si è liberi di dire ciò che si vuole. Soprattutto liberi di dire sciocchezze, dato che i più giovani non oseranno reagire indignati. Non per rispetto della senectus come si crede, ma per commiserazione. “Poveretto, non ci sta più tanto con la testa…” si dice con aria tra il beffardo e il contrito. È vero che molti, da vecchi – quando non hanno più nulla da perdere, nemmeno la pensione – sentendosi finalmente affrancati, dicono le scempiaggini che hanno in fondo sempre pensato, anche da giovani, solo che prima non osavano dirle coram populo. Da giovani, si è attenti a non provocare il comune senso del pudore, si sa che certe cose si possono dire solo con lunghe circonlocuzioni affinché pochi capiscano. La vecchiaia invece dà licenza di spudoratezza. È accaduto così che un celeberrimo premio Nobel in medicina, un genio, invecchiando abbia lasciato sgocciolare le sue convinzioni scientificamente razziste, creando un imbarazzato raccapriccio tra colleghi e ammiratori. Ma sono convinto che il nobélier – come si dice in francese – quelle idee razziste le avesse sempre coltivate nel cortiletto privato della propria mente.

 

Mi si consenta quindi di dire qualcosa di sgradevole non sulla vecchiaia – che è una semplice categoria anagrafica – ma sui vecchi, pardon, sugli anziani, come si deve eufemizzare. Se non lo dico ora, non potrò dirlo più.

 

(Quando dico “un vecchio come me…”, di solito l’imbecille di turno mi dice “Vecchio? Ma no…” Poi però penso: se lo dice, è perché ci sono tanti vecchi imbecilli che hanno bisogno di sentirsi dire “non sei vecchio, sei solo anziano!” La gente ha un disperato bisogno di lusinghe, soprattutto se sono insincere, se non gliele concedi non sei un filantropo… Si è stupidi perché gli altri sono stupidi. La bêtise, c’est les autres.)

 

Chi sta scrivendo è – o meglio si ritiene – un intellettuale. Questo non implica necessariamente – come illusoriamente pensano molti intellettuali – che sia anche intelligente. Comunque per lui il cervello è come le mani per un pianista o le gambe per una danzatrice: senza quello, non è più nulla. Invecchiando, deve correggere una famosa battuta di Woody Allen (“il cervello è il mio secondo organo preferito”) e ammettere amaramente che è il primo. Per chi ha passato la vita a pensare, non poter pensare più – o peggio, pensare banalità, che è non pensare più credendo di pensare – è più grave che per un uomo perdere la virilità e per una donna non essere più desiderata. L’Alzheimer, la demenza senile, sono gli spettri da cui l’intellettuale è infestato; facile capirlo. Ma non sono il peggio. Il peggior spettro, credo, sfugge a molti “anziani”.

 

Il peggio, per l’intellettuale che invecchia, è rimbambirsi senza accorgersene. Credere di essere ancora intellettualmente vispo, di poter dire sfacciatamente la sua di fronte a menti fresche, e non rendersi conto – questo è l’orrore: non rendersi conto – che ormai quello che dice non ha più alcun interesse. O, se lo ha ancora presso gli ingenui o presso i familiari e amici che lo ascoltano perché gli vogliono bene, non lo ha affatto presso le persone che lui o lei ammira e stima. Questo crea in lui reazioni rabbiose, spesso l’intellettuale vecchio diventa permaloso, iracondo, perché capisce di non essere più approvato; e non tollera più di non essere approvato, pensa che le sue tante primavere gli garantiscano una sorta di papale infallibilità. Da vecchi, si tende a diventare dogmatici, nel senso che se stessi è il proprio dogma. È ancora sopportabile, per questo intellettuale, rendersi conto di non ricordare quasi più nulla degli eventi recenti, che si rammenta bene un film visto 40 anni prima e non si rammenta nulla di un film visto due giorni prima, che fa sempre la stessa domanda alla stessa persona (“come ti chiami?”, “che lavoro fai?”, “in quale quartiere abiti?”…), che certi ragionamenti logico-matematici che prima gli era facile capire ora invece ha difficoltà a seguirli… Tutto questo è ancora nulla, perché lui o lei se ne rende ancora conto.

 

Il vero punto di non ritorno, le colonne d’Ercole della vecchiaia mentale, è quando credi di pensare ancora in modo interessante, ma non è più così. Perché questa è un’illusione da cui è impossibile ravvedersi, non c’è psicanalisi o cura neurologica che inverta il corso del fiume verso il mare dell’imbecillità, non c’è rimedio… Ma raccapriccia sapere che se non c’è rimedio, non lo si sa. Peggio della morte, perché si può morire lucidi sapendo di morire. Mentre il demente non sa di essere demente. E questo è il peggior sfregio che l’intellettuale teme sulla guancia sempre rosea della propria auto-coscienza.

 

Ovviamente si teme questa senile auto-infatuazione perché la si vede negli altri. La cosa più triste, quando si invecchia, è aver visto e vedere i propri coetanei invecchiare. Non solo fisicamente. Triste perché in effetti si deve constatare obtorto collo una cosa molto semplice: che quando l’altro invecchia, quasi mai migliora. Di solito peggiora, soprattutto moralmente. Ci sono felici eccezioni, ma poi ci si rende conto che costoro migliorano con l’età perché erano già prima, in fondo, migliori. Da vecchi, per dirla come Pindaro, si diventa ciò che si è. Ovvero emerge la pelle butterata di difetti una volta laceratasi la pellicola edulcorante della gioventù.

 

Ma se la vecchiaia toglie la maschera, in che senso allora dico che invecchiando si peggiora? Perché il volto, contrariamente a quel che predica una certa filosofia dell’autenticità, per lo più è peggiore della maschera. Il volto nudo, se si deve dar retta a Freud, è quello di un lascivo perverso, o di un bullo picchiatore o di un bacchettone, o tutte queste cose assieme.

 

Quando leggo le cose più recenti che ho scritto, penso per lo più che siano migliori di quelle che scrivevo da giovane. “Sono maturato” mi dico, tutto contento. Ma poi alcuni mi dicono che preferiscono quello che scrivevo da giovane… E se anch’io, come la maggior parte dei senescenti, fossi peggiorato? L’illusione dei vecchi è pensare che invecchiando migliorino, che insomma vadano in controtendenza, e in questa illusione consiste il loro vero peggioramento.

 

Molti intellettuali, poi, si raccontano la favola secondo la quale, perdendo in parte il desiderio sessuale, da vecchi hanno più energia e più tempo da dedicare al lavoro intellettuale, insomma si pensa meno ai genitali e di più alla verità. Ma non è vero, perché desiderio sessuale e ardore intellettuale vanno di pari passo: con l’affievolirsi del primo, si smorza anche il secondo. I giovani sono produttivi proprio perché vivono fino in fondo il dramma straziante sulla precedenza da dare ai due organi preferiti da Woody Allen. Se questo conflitto di priorità sfocia nella tregua, si è già nel declino intellettuale.

 

Ci si può consolare dicendo di un amico o di un’amica di gioventù “peccato, sta invecchiando male!”. Ma d’un tratto un dubbio ti folgora: “e se gli altri pensassero la stessa cosa di me, che sto invecchiando male?” Posso vedere, magari allo specchio, i miei ammacchi fisici come tutti gli altri li vedono; ma per gli ammacchi mentali non ci sono specchi in cui vederli. In effetti, conosco alcuni vecchi più o meno rimbambiti che mi dicono: “Da un po’ noto che mia figlia, mio figlio, non mi ascoltano più. È come se parlassi al muro. Come sono diventati strani e scorbutici questi giovani d’oggi!”

 

Certo molti anziani muoiono lucidi nel loro letto. Costoro, se hanno un cancro al pancreas, non credono alla fandonia che è un pancreas “diverso” per cui guariranno…  Possiamo allora sperare di fare la loro stessa fine. Ma la possibilità che ci si illuda di morire lucidi nel proprio letto, mentre per gli altri lucidi non lo si è affatto, introduce un abisso metafisico che l’intellettuale non può guardare dritto in faccia, perché questo abisso lo penetra e lo disfa. Ne sconquassa ogni apparente certezza, nella disperazione senza lacrime di non sapere di non sapere più. Ormai anche lui o lei non sanno di non sapere, come tutti gli altri. Perché l’intellettuale non si fermerà là, e dirà: “Se vedo che persone geniali da vecchi si rimbecilliscono, ovvero sono ancora sicure di quello che pensano mentre quello ormai fa ridere i polli, anche io potrei solo credere di essere geniale” (Forse chi è intelligente ma non intellettuale non lo sa: ogni vero intellettuale è convinto di essere un genio. Questo è il delirio che lo alimenta giorno per giorno. Se non pensasse di essere un genio, non sarebbe un intellettuale, solo un seguace di intellettuali, un credente. Pochi intellettuali scoprono di non delirare, solo perché il mondo li riconosce geniali. Lo scoprono, per dir così, perché hanno avuto fortuna).

 

Tutti noi troviamo evidente quello che sosteniamo, e il fatto che altri non lo trovino affatto evidente non ci inquieta molto, perché tanto ci diciamo “sono degli stupidi, o degli illusi, o degli ignoranti… o dei pazzi”. Una volta incontrai un intellettuale che credeva negli UFO, e quando gli dissi che io invece non ci credevo, e provai a dargli qualche ragione della mia miscredenza, lo vidi guardarmi con un’aria che mescolava disprezzo e compassione, e leggevo quel che pensava “Poveraccio! È talmente stupido da non credere negli UFO!”  Tutti noi siamo come quell’”intellettuale”: abbiamo la percezione indubbia che il nostro modo di pensare sia quello giusto. Certo, se inoltre abbiamo avuto riconoscimenti sociali – se insegniamo in un’università, se i nostri libri si vendono bene, se abbiamo molti seguaci – la cosa ci conferma, abbiamo la prova che non siamo i soli al mondo a stimarci. Ma poi vediamo che molti professori universitari, i cui libri si vendono bene, che hanno molti seguaci… sono dei palloni gonfiati incapaci di pensare. E allora il dubbio risorge, araba fenice…

 

Non credo sia un caso che Descartes non abbia annoverato la perdita di vivacità mentale della terza età tra i vari esempi di esperienze che rendono il nostro sapere incerto. Egli diceva che, se i sensi ci possono ingannare qualche volta, allora possono ingannarci sempre. Il sogno è l’esempio più toccante: sogno, ma non so di sognare, credo di vivere esperienze reali. Che cosa ci dice allora che tutta la nostra vita non sia il sogno su un’ombra, come diceva il solito Pindaro? Sappiamo la soluzione trionfante che Descartes trova alla fine: cogito ergo sum. Basta che io pensi di pensare, e quindi ho tra le mani qualcosa di certo, il mio essere pensante. Su questa pietra – non molto grande in verità, direi anzi striminzita – Descartes crede si possa costruire l’impero del sapere.

 

Ma come se la sarebbe cavata Descartes se avesse preso in considerazione la possibilità dell’imbecillità, la quale, per definizione, ignora di essere tale? Anche un mentecatto può dire convinto “Penso dunque sono”, ciò non lo renderà meno mentecatto. La sua demenza, anzi, contagerà senza rimedio il suo “penso dunque sono”. (Si ha persino il sospetto che giungere a questa conclusione possa essere segno di demenza.) La vecchiaia, come la stupidità in generale (perché tutto questo non toglie, ovviamente, che tanti giovani siano assolutamente idioti), scardina tutta la costruzione cartesiana. La vecchiaia fa trionfare il nichilismo. Forse questo è il suo vero trionfo. Quindi: “invecchio, dunque non sono”. Nulla ci assicura che non deliriamo.

 

E ovviamente tutte le cose che ho scritto finora non mi garantiscono che non siano delle imbecillità. Temere di diventare stupidi non impedisce che questo timore possa essere, esso stesso, stupido. Si profila qui una mise en abyme. Quell’abisso che ci separa, sempre, dagli altri – e, in vecchiaia, anche da noi stessi.

Sergio Benvenuto, nato nel 1948

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sabato 9 maggio 2020

Riflessioni eretiche - Sergio Benvenuto



1. 
Da bambino, sentii parlare prima dell’influenza “spagnola” e poi della prima guerra mondiale. Mia nonna materna teneva nella sua stanza una grande foto in bianco e nero, sfocata come voleva la maniera romantica dell’epoca, di una bambina triste di nove anni. Si chiamava Sina, era la sua figlia maggiore e, mi si disse, era “morta di spagnola” nel 1919. Quindi, nella mia famiglia ci fu una vittima di quella pandemia. Mentre invece le mie due famiglie – materna e paterna – non ebbero vittime nel corso della guerra del 1915-18, che pure fece 600.000 morti. Pare che la spagnola abbia fatto altrettante vittime in Italia. Eppure nei libri di storia che poi lessi, si parlava tanto della prima guerra mondiale e dei massacri che provocò, non si diceva nulla o quasi della “spagnola”, questa restò per me un sapere privato, domestico. Discrasia tra ciò che è notevole nelle vite private e ciò che è notevole nella vita delle nazioni. I morti per la guerra fecero storia, quelli morti per una influenza no. Eppure le vittime della spagnola furono molti di più di quelli morti sui campi di battaglia (a seconda dei calcoli, si va da 17 a 100 milioni di morti per l’influenza). Ma la prima guerra mondiale cambiò l’assetto politico dell’Europa, la spagnola non cambiò nulla.

A differenza della malattia da coronavirus, che uccide per lo più vecchi pensionati e malati, la spagnola uccideva soprattutto persone tra i venti e i quarant’anni, nel pieno del loro vigore fisico e mentale. Fece mancare molti uomini e donne illustri, ricordo Max Weber e (a 27 anni) Egon Schiele. Ma l’economia si riprese subito, anche se fiaccata dalla guerra.

2. 
Quante volte sentiamo dire in questi giorni, con molta sicumera: “Dopo questa pandemia, niente sarà più come prima!” È un’asserzione immancabile ogni volta che capita un evento che ci impressiona tutti. Ma molto spesso si confonde la spettacolarità di un evento con la sua significazione storica.

Si disse che nulla sarebbe stato come prima giusto dopo l’11 settembre 2001. Vaticinio che allora presi con molto scetticismo. Che cosa di veramente fondamentale poteva cambiare? È vero che gli americani dovettero andare in Afghanistan, ma diciotto anni dopo, quando si profila il ritiro delle truppe americane e delle altre, che cosa è cambiato veramente in Afghanistan? È al punto di partenza: un paese ampiamente controllato dai talebani e le più importanti città in mano a un potere debole. È vero che Bush Jr attaccò l’Iraq di Saddam Hussein, ma l’avrebbe attaccata lo stesso perché questo era il suo pallino “edipico”, il 9/11 gli servì solo come pretesto per farlo. Oggi il 9/11 ci appare come l’acme, certo molto fotogenico, di un tormento storico che agita il mondo islamico nel suo insieme, di cui la guerra che una parte dell’Islam vuole condurre contro il mondo ebraico-cristiano è solo un aspetto, un dramma che esprime – secondo me – le grandi difficoltà delle società islamiche a entrare nella modernità. Il 9/11 in sé non cambiò le cose, fu un episodio di un cambiamento già da tempo in corso.

Dopo il 9/11 si disse che il pericolo del terrorismo avrebbe cambiato il nostro quotidiano, in particolare i viaggi aerei non sarebbero più stati gli stessi perché sottoposti a controlli stringenti. Certo nel traffico aereo sono aumentate le ispezioni, non si possono portare liquidi di una certa entità, né forbici e altri oggetti appuntiti, ma non possiamo dire che i nostri viaggi aerei siano radicalmente mutati dopo il 2001. Essi hanno continuato ad aumentare proprio come prima del 2001.

Così con l’esplosione dell’AIDS negli anni 1980 tutti i profeti di professione dissero che i nostri costumi sessuali sarebbero radicalmente mutati. E in effetti i rapporti tra gli omosessuali in particolare per un certo tempo furono molto più circospetti. Ma non mi pare che i costumi amorosi delle nuove generazioni siano cambiati rispetto a quelli della nostra generazione di baby boomers, tutt’altro. Non basta un’epidemia per far cambiare direzione a certe rivoluzioni del costume, in questo caso, l’omologazione dei comportamenti sessuali femminili a quelli maschili.

Si disse che nulla sarebbe stato più come prima dopo “il 68”, lo si ridisse dopo il disastro di Chernobyl, e di nuovo dopo le manifestazioni di Tien An-Men in Cina, e così dopo la crisi del 2008…. Ma sarebbe facile mostrare che dopo questi eventi memorabili non c’è stato un vero cambiamento. In realtà, molti grandi cambiamenti non sono visibili, perché sono lenti e continui, e quando a un certo punto ci rendiamo conto che le cose sono cambiate… l’evento è già dissolto. I fatti veramente importanti negli ultimi trent’anni sono accaduti al rallentatore. In particolare la conversione della Cina, e poi dell’India, a grande potenza economico-industriale capace di promuovere un modello anche politico alternativo a quello delle democrazie occidentali. O la mutazione elettronica della nostra società, avvenuta a tappe, che trasformerà sempre più il rapporto tra vita e lavoro, e i rapporti tra persone. Per non parlare delle ondate migratorie, che stanno dissolvendo la definizione etnica di “nazione”.

La paradossalità dell’evento-shock è che diventa un evento mutante solo quando la mutazione è già in corso… È quel che accadrà con la crisi coronavirus: accentuerà trasformazioni che già stavano occorrendo. In particolare, la divaricazione tra paesi in fioritura economica e paesi in declino economico.

Siccome la pandemia ha colpito quasi tutti i paesi industriali e ricchi del mondo, la crisi economica – in teoria – dovrebbe essere tra tutti equamente distribuita, grazie all’indifferenza del virus a frontiere e sistemi sociali. Temo però che la crisi economica che ne seguirà – che è già in atto – acuirà le sperequazioni tra i paesi “virtuosi” e quelli “viziosi”, ovvero, in una chiave non morale, tra paesi più forti e paesi più deboli. Rafforzerà le economie di Germania e Cina, per esempio, e indebolirà quelle già deboli di Italia e Grecia (Spagna e Portogallo sono sospese tra i due ranghi). E in effetti l’FMI già prevede le recessioni più gravi proprio nei paesi che erano più mal messi, come Italia e Grecia. Può darsi che il coronavirus moltiplicherà delle diseguaglianze che già ci sono. Come in un universo in espansione, le distanze tra paesi si allargheranno.

3. 
Certamente la pandemia di covid-19 potrebbe avere conseguenze lunghe e consistenti nel caso che non si riuscisse a debellarla mai: il fatto di conviverci stabilmente cambierebbe la nostra vita sociale. Così, si studiano fabbriche, uffici, ristoranti, bar in cui ciascuno resterà separato, magari con una lastra di vetro tra uno e l’altro, si eviteranno gli affollamenti nei mezzi di trasporto, negli stadi, nei concerti, nei cinema…

Ma se si troverà un vaccino, o se l’epidemia verrà contenuta entro limiti accettabili, tutto tornerà come prima. O meglio, si accentueranno processi di mutazione che erano comunque già in corso, ad esempio la concentrazione della nostra vita nelle nostre case, che diventeranno sempre più anche luoghi di lavoro e persino di svago sociale (come ho cercato di mostrare in “Estizzazione. La nostra vita dopo il coronavirus”, https://www.doppiozero.com/materiali/estizzazione-la-nostra-vita-dopo-il-coronavirus). Non diventeremo migliori per essere stati chiusi a lungo in casa, si tratta solo di una retorica consolatoria. Come non diventa migliore, di solito, chi esce di galera dopo mesi o anni.

In realtà, le pandemie passate hanno lasciato pochi segni, come abbiamo visto per la spagnola. Un discorso analogo andrebbe fatto per le varie epidemie di colera che imperversarono nel XIX° secolo, e, andando sempre più a ritroso, fino alla peste nera che, secondo i calcoli, in pochissimo tempo eliminò un terzo della popolazione europea verso la metà del XIV° secolo. Ebbene, se leggiamo un libro di storia politica su quell’epoca, a stento ci accorgeremmo che quel secolo è stato attraversato da un genocidio di quella portata. Prima della peste, il re d’Inghilterra Edoardo III aveva invaso la Francia, e questa guerra continuò indisturbata durante e dopo l’epidemia per circa un centinaio di anni. Gli assetti politici non cambiarono per nulla, e, se sono cambiati, non lo sono stati per la peste nera. In realtà dopo l’epidemia trecentesca ci fu una ripresa economica perché molti sopravvissuti si trovarono eredi di proprietà molto cospicue, e questa concentrazione della ricchezza permise nuovi investimenti e quindi un rilancio dell’economia.

La verità amara su una cosa amara come le pestilenze è che la caterva di morti che esse producono incide ben poco sulla storia. La vita comune, quella fisica, reale, la “nuda vita” che se ne va, è importantissima per chi le è vicino, per chi la ama, insignificante storicamente. La storia è immorale, anzi crudele, perché sul valore della vita fa sempre prevalere il valore del senso.

Ammettiamo che oggi morissero tutti gli anziani dai 65 anni in su (me compreso, che ne ho 72), che cosa cambierebbe? Cambierebbe qualcosa in meglio, direbbe un fool shakespeariano. Certamente questo allevierebbe l’onere delle pensioni, i giovani che lavorano e producono si sentirebbero sgravati dal fardello di anziani che costano tanto, in pensioni e in cure mediche. I più giovani diventerebbero ipso facto più ricchi, e il sistema sanitario, oggi sommerso dagli acciacchi senili, funzionerebbe molto meglio. Certo ogni famiglia piangerebbe la scomparsa dei propri anziani, almeno di quelli che amavano (perché non tutti gli anziani sono amati né amabili, tutt’altro), ma appunto, ogni famiglia piangerebbe il proprio anziano. Se questo anziano fosse morto di infarto, lo avrebbe pianto lo stesso. I lutti individuali non si sommano, restano cordogli individuali. Strana aritmetica del senso, che non addiziona il valore di ogni morte. La loro somma è solo un’astrazione sociologica, che interessa economisti e pianificatori. Non è il numero di morti che conta, è il loro senso, ovvero la loro incidenza storica. Un solo morto può cambiare il corso della storia – ad esempio, la morte di Franz Ferdinand a Sarajevo nel 1914 – milioni di morti possono non cambiare assolutamente nulla. Diceva il presidente Mao nel libretto rosso: “Certe morti pesano come macigni, altre sono lievi come piume.”