Visualizzazione post con etichetta Carola Rackete. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carola Rackete. Mostra tutti i post

giovedì 11 luglio 2019

Tutti parlano dei capitani, quella brava e quello pessimo

Capitane coraggiose e movimenti - Lea Melandri

Nel suo articolo sull’ultimo numero de L’Espresso (del 7 luglio 2019, «Il dissenso è donna», Michela Murgia parla di un protagonismo femminile, che va da Malala, Nadia Murad, Greta Thunberg, fino a Carola Rackete. E osserva giustamente che ciò che le accomuna è aver agito «non contro persone ma contro sistemi, contro un potere che si manifesta in modo violento qualunque forma assuma. Ma quando è il potere stesso, forte di un ampio consenso popolare, a prendere un corpo e un volto riconoscibili – come nel caso di Trump e Salvini – è inevitabile che anche chi vi si oppone diventi figura unica, eroica, simbolo di una volontà collettiva di resistenza. «Viva la Capitana, abbasso il Capitano!», «La Capitana contro il Capitano: braccio di ferro Rackete-Salvini»: sono solo alcuni dei titoli comparsi sui giornali quando Carola ha deciso di forzare il blocco e portare in salvo nel porto di Lampedusa le 42 persone che aveva a bordo della Sea Watch.
SU UN ALTRO versante, ha preso un analogo rilievo la calciatrice e attivista per i diritti Lgbtqi, Megan Rapinoe, quando ha sfidato Trump rifiutandosi di cantare l’inno nazionale e di incontrarlo dopo la vittoria della squadra statunitense per stringergli la mano. Attorno a loro c’erano altre donne, da quelle presenti sulla Sea Watch, alla Gip di Agrigento Alessandra Vella, che ha rilasciato Carola, alle calciatrici compagne di Megan. Il condensato di ingiurie – dal sessismo al razzismo alla lesbofobia – e di minacce che si è scatenato nei media e nei social, non le ha risparmiate, così come sono finite sotto le aggressioni di un maschilismo selvaggio tutte le donne che hanno espresso la loro solidarietà alle «capitane». Senza voler negare l’efficacia che hanno le azioni esemplari, quando avanzano governi autoritari e politiche liberticide, non si dovrebbe tuttavia mai dimenticare il tessuto collettivo da cui nascono, le relazioni e le battaglie che le hanno faticosamente precedute, oltre alle ragioni complesse che più o meno consapevolmente le muovono.
IN UNA BREVE intervista uscita su www.vita.it, Anna Spena mi chiedeva: «E se Carola fosse stata un uomo?» «Perché con tanta facilità a una donna si augura di essere stuprata?». Se avesse aggiunto che nell’augurio gli stupratori, a cui si faceva riferimento, erano «i negri che aveva salvato», sarebbe apparsa con evidenza la parentela tra sessismo e razzismo, rimasta a lungo confusamente sepolta nell’eredità remota della storia umana, e, al medesimo tempo, la consonanza profonda tra la condizione del migrante, che compare sconosciuto ai confini di una comunità, e il destino toccato per millenni a quel primo «straniero» che è per l’uomo il corpo femminile da cui nasce.
È tristemente consolatorio dover riconoscere, nel contesto in cui viviamo, che sono gli odi, i rancori, i pregiudizi più arcaici e violenti a portare allo scoperto il potere e la violenza in tutte le loro forme, che sono i casi esemplari della combattività delle donne a far calare paradossalmente il silenzio sui movimenti femministi che, come la rete transnazionale Nudm (Non una di meno) ha posto fin dalla sua comparsa in Italia il tema della «intersezionalità», le appartenenze diverse – di sesso, genere, classe, razza, orientamento sessuale- che si intrecciano e sovrappongono nella vita di ogni persona.
NON È UN CASO che siano donne, in Italia come altrove, a denunciare, contrastare le politiche disumane dei governi rispetto ai migranti. «Nuda vita», «nient’altro che corpi», sfruttati come risorse e tenuti sotto controllo per una sessualità considerata minacciosa nei suoi eccessi, sono stati sia le donne che i popoli di pelle diversa, soprattutto se nera. Quindi non dovrebbe meravigliare che siano loro oggi in primo piano a mostrare la discrepanza tra le affermazione di valori, diritti umani, e le leggi che dovrebbero darvi applicazione. Per quanto suggestivo, il richiamo ad Antigone come figura della disobbedienza alle leggi della città, non ha molto a che vedere con una scelta che Carola stessa ha definito nei suoi termini più concreti: obbligo di soccorrere i naufraghi e condurli in un porto sicuro, così come sancito dalle consuetudini internazionali sul diritto del mare e dai trattati che le specificano, assunzione del rischio di violare una legge, il decreto sicurezza bis, incompatibile con l’articolo 2 della nostra stessa Costituzione.
OPPORSI alle molteplici forme di dominio, tenendo presente la matrice sessista che le sorregge, combattere i governi che le legittimano, è oggi, nell’azione singola come nelle pratiche collettive del femminismo, un riferimento essenziale per tutti i movimenti che, nella loro frammentarietà, condividono la speranza e l’impegno per un mondo più giusto, più umano e più vivibile.
Fonte: il manifesto, 10 luglio 2019
da qui


CAROLA È NEL GIUSTO, AD ESSERE ILLEGITTIMO È IL DECRETO SICUREZZA

Francesca De Vittor è Docente di Diritto Internazionale e Diritti dell'Uomo presso la Cattolica e non ha dubbi: il d.s. è 'manifestamente in contrasto con la Convenzione dei diritti dell'uomo'

Francesca De Vittor, Docente di Diritto Internazionale e Diritti dell'Uomo all'Università Cattolica di Roma, ha scritto un lungo articolo su Cattolica News in cui spiega perché ad essere completamente fuori legge è proprio il decreto sicurezza bis di Salvini, e non Carola Rackete: "Nonostante la si accusi ora di aver violato le leggi dello Stato italiano, e in particolare il divieto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina previsto dall’art. 12 del d.lgs. 186/1998 e il divieto di ingresso imposto dal Ministro dell’Interno sul fondamento del DL 53/2019, c.d. sicurezza-bis, la comandante Rackete, fin dall’inizio dei soccorsi, non ha fatto altro che rispettare un obbligo imposto dal diritto internazionale e dalle leggi sia italiane sia del suo stato di bandiera. Ciò che in tutta questa vicenda appare invece manifestamente illegittimo, sia dal punto di vista del diritto costituzionale italiano sia del diritto internazionale è proprio il c.d. decreto sicurezza bis" spiega la docente.
"L’obbligo di soccorso in mare è previsto sia dal diritto internazionale consuetudinario (che nel nostro ordinamento ha valore di diritto costituzionale in base al rinvio operato dall’art. 10 Cost.), sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM) e dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il soccorso in mare (SAR) (entrambe ratificate dall’Italia e che nel nostro ordinamento hanno valore di legge, anzi superiore alla legge per l’art. 117 Cost.). Per previsione espressa di quest’ultima Convenzione il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, che è un porto in cui la loro vita non è più in pericolo e i diritti umani fondamentali sono loro garantiti".
Com'è noto, l'unico porto che aveva dato la sua disponibilità era il porto di Tripoli in Libia, che - lo ripetiamo per la centesima volta - non è un porto sicuro: lo ha ripetuto l'Onu, Medici Senza Frontiere, Bruxelles, lo stesso ministro Moavero.
E infatti la docente ribadisce: "come deciso dal GIP di Trapani in una recente sentenza l’essere riportati in Libia avrebbe costituito un’offesa ingiusta alla quale i migranti stessi avrebbero potuto opporsi anche con la forza in legittima difesa (art. 52 c.p.).

Una volta chiarito che verso Tripoli la Sea Watch non avrebbe in alcun caso potuto dirigersi, la comandante si è lecitamente diretta verso il porto sicuro più vicino, e quindi Lampedusa. Tutti gli stati membri della Convenzione SAR hanno l’obbligo di cooperare affinché il comandante della nave che ha prestato soccorso sia liberato dalla propria responsabilità (ovvero possa far sbarcare le persone soccorse) nel minor tempo possibile e con la minor deviazione dalla propria rotta".
Riguardo al destino della Comandante e dell'equipaggio, la De Vittor scrive: "Starà alla magistratura valutare eventuali responsabilità penali a carico della comandante e dell’equipaggio della nave, ma è presumibile che anche qualora eventuali comportamenti illeciti siano constatati venga comunque riconosciuta la scriminante dello stato di necessità (art. 54 c.p.) o dell’aver commesso il fatto in adempimento di un dovere (art. 51 c.p.). Va in ogni caso ricordato che in nessuno dei casi in cui sono state aperte indagini a carico di Ong per i soccorsi in mare si è mai giunti a una condanna".
"Se di responsabilità si vuole parlare" conclude la docente, "sarebbe meglio parlare di quelle dell’Italia. Va infatti considerato che la nave, probabilmente già da prima, ma sicuramente da quando è entrata nelle acque territoriali italiane, si trova sotto la giurisdizione dell’Italia per l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo pertanto il prolungarsi del trattenimento a bordo della nave dei migranti, già estremamente provati, integra da parte dello Stato italiano una violazione dell’art. 3 e dell’art. 5 della Convenzione".
da qui

SALVINI TRA LAKOFF, PAVLOV E FREUD – Luigi Di Gregorio

Premessa. Questo articolo ha un taglio tecnico, di comunicazione e di psicologia politica. Prende spunto dalla vicenda Sea Watch e poi allarga il quadro, ma non entra nel campo delle valutazioni politiche o morali. Insomma non è pro o contro Salvini (o le sue scelte politiche), è piuttosto un tentativo di spiegare perché funziona (e funzionano) in termini di costruzione del consenso. 
Come ogni vicenda di interesse per l’opinione pubblica, anche il travagliatissimo sbarco della Sea Watch ha finito per essere immediatamente brutalizzato e ipersemplificato in un derby tra due icone personali: Capitano vs. Capitana.
In quel tipo di scontro, Salvini è un maestro, non c’è che dire. Infatti, mentre nel giorno-chiave dello sbarco Carola Rakete scriveva “so a cosa vado incontro, ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo”, il Ministro dell’interno rispondeva a modo suo, con l’immancabile video, in cui dichiarava: “questa sbruffoncella della comandante fa politica sulla pelle degli immigrati” per poi aggiungere un sempre utile (perché pop, liberatorio, volontaristico e politicamente scorretto) “mi sono rotto le palle”.

In sintesi, da una parte la capitana decideva (e annunciava pubblicamente) di infrangere la legge assumendosene la responsabilità e le conseguenze; dall’altra, il capitano personalizzava immediatamente la vicenda ed etichettava il nuovo nemico del popolo (”sbruffoncella”), ponendo la questione della legalità e dell’arresto e “dimenticandosi” di tutte le volte in cui egli stesso ha invitato a infrangere la legge: (almeno) su IMU, unioni civili, normativa europea. I suoi “me ne frego” hanno fatto scuola ormai. Allo stesso modo, come è noto, egli può attaccare in serenità i “magistrati che vogliono fare politica”, senza porsi il problema contrario: quante volte ha provato a sostituirsi ai magistrati, il ministro? O ancora, può a baciare il rosario e appellarsi al “buon cuore immacolato di Maria” e festeggiare lo sciopero della fame in un centro di permanenza per risparmiare… Eppure, giocando efficacemente sulla memoria brevissima e sul cherry picking del pubblico, Salvini sa che chi sta con lui sceglie accuratamente quali comportamenti contra legem e quali contraddizioni abbiano un peso e quali no.
Nel caso Sea Watch, i suoi due potenti attivatori cognitivi ed emotivi – sintetizzabili in “sbruffoncella” e “arrestatela” – hanno ben presto scatenato le truppe e incendiato il confronto pieno di pathos a cui ogni giorno non vediamo l’ora di partecipare, per una ragione o per un’altra. È una di quelle cose che ci fa sentire vivi, “importanti” e a costo zero (comodamente sul nostro divano o palmo di mano e senza sanzioni reali): riceviamo gratificazioni immediate dalla nostra tribù a colpi di “like” e simultaneamente ci sfoghiamo con qualche intruso da ostracizzare con l’aiuto dei commilitoni tribali in massa, per rinfocolare le nostre credenze. La versione digitale dei “due minuti d’odio” di orwelliana memoria.
Salvini dimostra, ogni giorno che passa, di essere simultaneamente il sogno di Lakoff e una specie di reincarnazione di Pavlov.
Ha la issue ownership dei temi caldi per l’emozione pubblica (immigrazione e sicurezza in primis), cioè tutti noi ci scaldiamo essenzialmente per i temi a lui più cari e funzionali. Perché in realtà lui si è posizionato abilmente sui nostri; il suo programma sono le nostre paure, ingigantite quando non del tutto create dai media. A dirla tutta, egli ormai è l’agenda. Ecco perché è il sogno di Lakoff: Salvini è l’elefante.
Inoltre, possiede più di ogni altro leader politico le chiavi dei nostri stimoli condizionati. Le armi vincenti in questo caso sono lo stile “popolare” (il politicamente scorretto che sovente si trasforma in qualcosa di peggio), la centralità delle immagini e la personalizzazione del nemico del popolo di turno (tutto è sempre basato su foto e video simbolici e personalizzanti, sia dal lato dell’ “amico” che dal lato del “nemico”).
Infine, la sua narrazione ha l’abilità di nutrirsi anche delle apparenti sconfitte. Se Carola è scarcerata è solo per via di magistrati politicizzati. Se l’Europa non fa nulla per aiutarci è perché a Bruxelles sono egoisti e cinici, non perché non proviamo neanche a negoziare. Se Francia e Germania ottengono i nuovi vertici dell’UE, idem. Se l’unica carica italiana in Europa è David Sassoli è sempre perché quelli “brutti e cattivi” cospirano contro l’Italia. Una costante applicazione, molto ben riuscita, del principio della trasposizione di Goebbels: trasformare difetti e sconfitte in vittorie. Il Capitano può benissimo perdere in termini “reali”, ma vincere in termini “simbolici”, ossia psicologici. Quelli che muovono il consenso.
Insomma, il capo della Lega suona la campanella (cioè trasmette i suoi stimoli), e mezza Italia sbava, per richiamare (neanche tanto metaforicamente) il cane di Pavlov. Mentre il film dello sbarco va in onda, il pubblico sospende l’incredulità e si fa trascinare da chi riesce a emozionarlo meglio di altri, in sintonia con le proprie credenze. Al segnale di Salvini, si scatena l’inferno. Perché è un segnale tecnicamente perfetto (sfrutta al meglio euristiche e bias dei cittadini) e si autoalimenta nell’effetto polarizzante e radicalizzante dei social network, nei quali ognuno si riscopre tuttologo e depositario della “verità”, scegliendo con cura tutte le conferme della sua tesi ed evitando – con altrettanta cura – tutto ciò che la smentisce, favorito da “bolle” e “camere dell’eco” che fungono da rinforzi positivi del nostro fisiologico bias di conferma. Sono cose note e hanno a che fare con la natura umana. Esaltate dalla società di massa e dai mass media contemporanei. Tutto sta a saper sfruttare queste dinamiche. E nessuno lo fa bene come il nostro.
Certo, occorrerebbe anche porsi qualche domanda sul punto di caduta di quello sfruttamento. E su questo mi pare che ogni leadership/followship contemporanea sia latitante: se l’obiettivo è sintonizzarsi sull’opinione pubblica istante per istante e cavalcare istinto per istinto, il medio periodo non rientra più nei piani. Ma prima o poi arriva e non sappiamo in quali condizioni ci troverà in questo piano inclinato divisivo e febbrile, in cui l’odio online va a sovrapporsi alla (giusta) opposizione al politicamente corretto come “ideologia”, ma che ormai sembra aver aperto le porte a una diffusa quanto preoccupante inciviltà di massa, orgogliosamente resa pubblica. In termini freudiani, è come se il super-io fosse sempre più rimosso in favore del riemergere dell’Es, come aveva anticipato Lasch 40 anni fa parlando del narcisismo. E l’Io che ne deriva risulta clamorosamente sbilanciato sul lato dell’inconscio, a discapito della coscienza morale. Se quello diventa il modello vincente, i futuri pseudo-leader continueranno a inclinare il piano, to be popular. Non oso immaginare fino a che punto e con quali ripercussioni sulle comunità politiche.
Ovviamente esiste anche l’altra tribù, quella della capitana, il PD e dintorni. In quel “fan club” si stanno commettendo errori che proprio Lakoff sottolineerebbe con la matita blu. Il fatto che diversi esponenti del partito scelgano di andare a Lampedusa e di dormire sulla Sea Watch in segno di solidarietà con i migranti e con Carola Rakete può certo dare un segnale forte alla propria tribù, ma lo fa su un terreno in cui essi sono perdenti. È esattamente l’elefante di Lakoff: reagire in maniera ipervisibile all’altrui narrazione in onda 24 ore su 24 ha un senso, perché dà un segnale di vita, ma implica una vocazione minoritaria se lo si fa su un argomento non dominato.
Allo stesso modo, è insensato quanto inutile trasformare in icone vincenti queste meteore (che si chiamino Greta o Carola) peraltro sistematicamente straniere e dunque fuori dal circuito politico italiano, quando hai in casa un leader politico vincente da contrastare. Esse durano il tempo del ciclo di vita di una notizia e danno l’impressione (peraltro fondata) che la sinistra sia sistematicamente a corto di leader.
La vera sfida, per la sinistra come per la destra non salviniana, è trovare altre tematiche di cui impossessarsi e renderle “stimolanti” per media e opinione pubblica tanto quanto l’immigrazione (e i suoi derivati securitari). Non pensare all’elefante (migrante), in sintesi.
Insomma, il “dì qualcosa di sinistra” di morettiana memoria non funziona per recuperare terreno, se il campo di gioco è quello dell’avversario. Tanto meno in questo momento storico iperdivisivo in cui prevalgono sentimenti e atteggiamenti difensivi e livorosi verso l’altro (che sia straniero o semplicemente facente parte di una comunità percepita come diversa) e in cui è diffusa la percezione di una sinistra ormai lontana dagli ultimi e pronta ad attivarsi solo per gli stranieri (magari per sfruttarli). Al contrario, ogni reazione su quel terreno continua a mantenere in agenda vicende e tematiche che portano tanta acqua al mulino di Salvini.
Tornando a Nanni Moretti: “mi si nota di più se vado o se non vado a Lampedusa, cioè alla festa di Salvini?” Sicuramente se vai… ma proprio per questo, se non vai è meglio. A quel punto, meglio aspettare che la festa finisca e che gli invitati si stufino del padrone di casa.
da qui


Il dito e la Luna - Enrico Tomaselli

Non guardare il dito, guarda il mondo

Si dice che lo sciocco, quando gli si indichi la Luna, fissi invece il dito. É una metafora perfetta, per descrivere il tempo presente, in cui una pletora di dita si levano verso l’alto, ma noi non riusciamo comunque a vedere oltre. La Luna continua a sfuggirci.
In questo inizio d’estate, immersi nella crescente tropicalizzazione del Mediterraneo, ci appassioniamo furiosamente al dito del momento, indifferenti a qualsiasi luna possa esservi oltre. E non parlo qui del cambiamento climatico - seppure non veda problema più grande e urgenza maggiore; la spettacolarizzazione con cui i media internazionali hanno trattato Greta Thunberg, se da un lato ha posto sì l’attenzione sulla malattia del pianeta, dall’altro l’ha però concentrata sulla piccola svedese, polarizzando su di lei l’opinione pubblica. Ingigantisci il dito, per occultare la luna.
Ma, appunto, non è della Terra che parlo, ma di noi.
Di questa schizofrenia che ci induce a una feroce attenzione per il particolare, perdendo di vista il generale.
Due sono i fatti che hanno colpito la mia attenzione, e soprattutto a colpirmi è lo scarto enorme con cui sono stati trattati: tantissimo interesse per il meno rilevante, pochissimo per quello più importante.
Anche qui, c’è di mezzo una giovane donna ‘nordica’. Carola Rakete, capitana della Sea Watch 3, la nave dell’ONG in azione nel Mediterraneo, fa quel che ciascuno di noi dovrebbe essere capace di fare, cioè semplicemente agisce coerentemente con ciò che ritiene giusto, assumendosene la responsabilità. Si può ovviamente essere d’accordo o meno con quello che fa, ma non ci dovrebbero essere dubbi che il suo sia un comportamento esemplare, sotto questo punto di vista. Comunque, certamente Carola segue la sua coscienza, e semmai vorrebbe porre l’attenzione sulle ragioni del suo agire, non su se stessa. Né ‘puttana’ né ‘eroina’, ma solo una persona che vede un problema e lo affronta, secondo le sue convinzioni.
Ma lei, come Greta, diventa il dito dietro cui nascondere i problemi.
A bordo della Sea Watch 3 arrivano a Lampedusa 42 persone (perché questo sono, persone; comunque la si pensi, di questo non ci si dovrebbe dimenticare mai). 42 persone che arrivano in un paese di 60 milioni di abitanti, una delle 20 potenze economiche del pianeta. 42 persone che arrivano in un continente di 741 milioni di abitanti, con una tra le più alte concentrazioni di ricchezza al mondo.
Ma quelle 42 persone sono una goccia nel mare anche rispetto al totale degli arrivi.
Ad oggi, in Italia nel 2019 sono arrivate 1400 persone, in fuga da guerre, dittature, povertà e cambiamento climatico (che nel loro caso non significa ‘più caldo’, ma desertificazione, siccità, carestia...). Di queste 1400, solo una piccola parte hanno compiuto il tratto finale del proprio viaggio a bordo di una nave ONG.
Ma le ONG sono il (comodo) dito.
A fronte di un importante fenomeno migratorio, che investe buona parte del pianeta (e che per la gran parte è di brevissimo raggio: le persone in fuga si fermano quasi sempre nel paese più vicino), e che ha visto nel Mediterraneo uno snodo rilevante, posto com’è tra Africa, Medio Oriente ed Europa, “Aiutiamoli a casa loro” è sempre rimasto un vuoto slogan. Non solo non si fa nulla di serio per combattere le cause del fenomeno, ma al contrario le si moltiplicano. Scateniamo guerre, le alimentiamo con la vendita di armi, deprediamo le ricchezze di quei paesi per sostenere la nostra. Questa è la spinta dietro le migrazioni. Rispetto a questo fenomeno, abbiamo sempre assunto l’atteggiamento emergenziale: considerare (appunto) come un’emergenza ciò che invece è un fenomeno strutturale, di lungo periodo, per evitare di affrontarne le cause e cercando invece di ‘tamponarne’ gli epifenomeni. Uno dei quali era l’alto tasso di morti durante le traversate (oltre 30.000 persone sono annegate nel Mediterraneo, negli ultimi 15 anni). All’inizio, il problema fu affrontato con la missione Mare Nostrum, finalizzata proprio al salvataggio delle persone in pericolo in mare. Nel 2014, la missione venne terminata e sostituita da una nuova, questa volta europea, denominata Triton, che però spostava il suo focus dal salvataggio al contrasto, e arretrava considerevolmente il suo raggio d’azione, allontanandosi dalle coste africane. É in questo ‘vuoto’ che intervengono le ONG, cercando di supplire a quanto non fanno più gli stati europei.
Ma noi ci concentriamo su Carola Rakete.
L’altro fatto di cui dicevo ha un nome seducente: Libra. Si tratta di una ‘criptovaluta’ (una moneta digitale) che sta per essere lanciata universalmente da Facebook e da un consorzio di big del digitale e dei servizi finanziari (Visa, Mastercard, Paypal, Uber, E-bay, Spotify, Booking...). L’obiettivo, più o meno apertamente dichiarato, è quello di creare una moneta planetaria, alternativa al dollaro o all’euro (o al renmimbi cinese...). A partire da un miliardo e mezzo di persone che - dice il comunicato di Menlo Park - possiedono uno smartphone ma non un conto in banca.
Libra sarà una moneta esclusivamente digitale, ma anche una ‘stablecoin’, cioè il suo valore sarà garantito da "depositi bancari e titoli di Stato in valute da banche centrali stabili e rispettabili". Sarà quindi convertibile in qualsiasi momento in una qualsiasi valuta ‘corrente’.
Non credo occorra essere degli esperti di finanza mondiale, per capire tutte le implicazioni potenziali - sul piano economico, ma anche su quello sociale e ‘culturale’.
Basti pensare all’impatto sulle economie più fragili, quelle di paesi instabili politicamente, ma anche sul nostro modo di usare il denaro. Da anni c’è un continuo tira-e-molla sull’uso del contante, sulla rilevanza che l’uso delle carte (di credito, di debito, prepagate...) potrebbe avere sull’evasione fiscale. E Libra, a dispetto del suo nome, potrebbe squilibrare tutto, e far pendere la bilancia in favore della moneta elettronica.
Tutto ciò, per non parlare dell’aspetto forse più rilevante, quello dei big data. Che non è una questione strettamente di privacy: alle multinazionali del ‘capitalismo di piattaforma’ non interessa tanto associare le informazioni a un nome, a una specifica identità; l’interesse non è per cosa faccio io o tu (dove vado, cosa compro, quanto spendo...), ma cosa facciamo noi. La macro-dimensione, i big-data, appunto.
Non è tanto il controllo onnicomprensivo, un orwelliano panopticon digitale, ad essere dietro l’angolo. Piuttosto Libra sarà un nuovo tassello nel complesso mosaico dell’estrazione di valore dalla nostra vita. La nostra vita, condensata in dati digitali, a loro volta elaborati da algoritmi, diviene una merce. E questa merce verrà venduta a chi la userà per potere, a sua volta, venderci meglio i suoi prodotti e/o servizi.
É il mondo del futuro prossimo, su cui abbiamo sempre meno possibilità di intervenire nel disegnarlo. Il mondo dello sviluppo tecnologico, che ci appare così ‘etereo’, immateriale, ma che invece è assolutamente basato su una enorme ‘fisicità’, fatta di consumi energetici (il settore dell'Information Technology consuma da solo il 7% dell’elettricità globale) e di minerali ‘strategici’.
Quanti di noi hanno sentito parlare di coltan, o di tantalio? Quanti sanno da dove proviene, a cosa serve? Sono entrambe indispensabili per la realizzazione di componentistica elettronica. Di coltan, ad esempio, sono ricchissimi il Congo e il Venezuela (che è anche il paese più ricco di petrolio al mondo...). E anche il tantalio viene soprattutto dal Congo. E in Congo c’è una guerra, terribile1. Per fare la guerra, si comprano armi. Noi produciamo e vendiamo armi, loro le comprano. E le pagano anche vendendo a loro volta quei minerali. Le guerre producono morte, distruzione e carestia (in Congo, si stima circa 5,4 milioni di persone sono decedute in conseguenza del conflitto). Dalle guerre si fugge. E il cerchio si chiude.
Il punto, ovviamente, non è la demonizzazione della tecnologia, che certamente migliora la nostra vita. Semmai, è aver cura che contribuisca a liberarla, non a costruire nuove (anche se nascoste) schiavitù. In questi giorni, per dire, al Maxxi di Roma, si sperimenta una apparecchiatura che utilizza una tecnologia d’avanguardia - la conduzione ossea - per migliorare l’esperienza museale. Basterà avvicinare un dito all’orecchio, per usufruire di contenuti audio.
Ecco, il dito. Usiamolo, guardiamolo, ma non dimentichiamo di guardare anche ciò che ci indica. Il mondo può a volte apparire terribilmente complesso, tanto da avere la tentazione di non vedere per non sapere. Ma spesso questa complessità deriva proprio dalla mancanza di attenzione che vi rivolgiamo. Non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. É il principio del Rasoio di Occam: "Pluralitas non est ponenda sine necessitate" (non considerare la pluralità se non è necessario).
Non guardare il dito, guarda il mondo.
1 “Non mi sono mai occupato di una guerra peggiore di quella del Congo, e mi ossessiona. In Congo, ho visto donne mutilate, bambini forzati a mangiare la carne dei loro genitori, ragazze vittime di stupri e distrutte nel loro io. I signori della guerra finanziano parte delle loro scorribande attraverso la vendita di minerali grezzi contenenti tantalio, tungsteno, stagno e oro”. Nicholas Kristof (premio Pulitzer), New York Times.
da qui


Urlare dell’immigrazione per tacere dell’emigrazione - Francesco Sylos Labini
La tragica vicenda dei 42 migranti della nave Sea Watch è stato il tema centrale per giorni nel dibattito pubblico, come già avvenuto in passato per casi analoghi. Ma nel corso del 2019 ci sono stati 2500 migranti arrivati in Italia: la speculazione politica su queste vicende è dunque enorme come anche l’incessante copertura mediatica che serve solo a mantenere un alto livello emozionale di coinvolgimento del pubblico su un problema, umanamente drammatico e vergognoso per com’è stato gestito, ma del tutto marginale sul piano strutturale (ma che segna una regressione strutturale sul piano civile). Sembra anzi che l’attenzione sull’immigrazione sia utile solo per coprire l’altra faccia della medaglia, l’emigrazione dall’Italia: e questo è sì un problema strutturale.

Secondo il report dell’Istat sulla mobilità interna e le migrazioni internazionali della popolazione residente, tra il 2013 e il 2017 oltre 244mila connazionali con più di 25 anni sono migrati all’estero, di cui il 64%, 156 mila, laureati e diplomati. La tendenza negli anni è in vertiginoso aumento: i laureati italiani che si sono trasferiti all’estero nel 2017 sono stati il +4% rispetto al 2016 ma +41,8% rispetto a 2013. La migrazione tuttavia non è solo verso l’estero (Regno Unito, Germania e Francia in primis) ma anche interna: negli ultimi 20 anni, dice l’Istat, la perdita netta di popolazione nel Sud, dovuta ai movimenti interni è stata pari a 1 milione 174mila unità. Questo è un sintomo di un problema strutturale del paese che espelle i giovani, soprattutto i più formati – ovvero la prima ricchezza su cui investire – e che è volutamente ignorato o marginalizzato nella discussione pubblica.

Com’è possibile che, invece di accanirsi per mesi sulle sorti di 42 disperati, tale migrazione “biblica” non sia al centro dell’attenzione pubblica e politica? A mio avviso, perché la politica che ha prodotto in maniera consapevole questa situazione non ha alcuna idea o volontà per invertire la rotta. Eppure questo è un problema all’ordine del giorno per milioni di cittadini, per chiunque abbia figli che stanno finendo la scuola o l’università, poiché il fardello delle scelte scellerate del passato ricade innanzitutto sulle spalle delle nuove generazioni. La rimozione del tema è dunque l’altra faccia della medaglia dell’incapacità d’affrontarlo. Anche perché il problema non riguarda solo chi va via, ma purtroppo riguarda anche e soprattutto chi rimane. Il sistema produttivo italiano ha sempre meno bisogno di lavoro qualificato, ma predilige lavoratori con bassa istruzione tra loro intercambiabili e facilmente sostituibili: è lo specchio dell’arretramento tecnologico e produttivo del paese che è stato anche il motore delle oscene riforme della scuola e dell’università effettuate nell’ultimo ventennio con crescente aggressività.
Il concorsone per “navigator” ha da poco fornito uno spaccato inquietante sulla situazione del lavoro giovanile: 70 mila laureati a contendersi un ulteriore percorso lavorativo incerto e precario. Questo concorso è, infatti, la cartina di tornasole che dimostra come chi ha investito tempo, fatica e risorse nella propria istruzione non ha avuto e non ha ancora le opportunità a livello della propria formazione. Se questo è un problema drammatico per i singoli, diventa un’enorme emorragia di competenze e opportunità per il Paese. La “generazione del trolley”, persone che vanno di concorso in concorso e di lavoro precario in lavoro precario con una valigetta dove portare la propria vita, dovrebbe destare un allarme sociale enorme ma, come nel caso dell’emigrazione, non è all’ordine del giorno delle preoccupazioni della politica.
Il taglio alle politiche di formazione avvenuto dal 2008 in poi ha prodotto un calo del 10% degli immatricolati (ma fino al 20% se ci limitiamo fino al 2013), tanto che il nostro paese ha raggiunto l’ultimo posto in Europa per percentuale di numero di laureati nella fascia d’età 25-34 anni (superati anche dalla Turchia), con un valore del 27% mentre la media UE è poco sotto il 40%; dal 2007 i posti di dottorato banditi si sono ridotti addirittura del 43,4%. Il paradosso italiano consiste nel fatto che, malgrado questa situazione disastrosa e preoccupante, pochissimi riescono a trovare un lavoro che sia adatto al grado d’istruzione acquisito e di qui fenomeni come l’emigrazione di massa e la competizione per lavori precari di basso livello.
Questo è il nodo che una forza politica di sinistra dovrebbe mettere in testa alla sua priorità, imponendolo con forza nel dibattito pubblico e segnando così una forte discontinuità con le politiche fin qui attuate che si sono focalizzate sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori, invece che sulla competizione basata sulla specializzazione tecnologica, sul mito delle piccole e medie imprese, o addirittura delle effimere start-up, come motore dell’innovazione, invece che sul ruolo di uno Stato imprenditore che sia creatore di duraturi nuovi settori tecnologici e mercati. Questo cambiamento di rotta politica deve essere necessariamente accompagnato, come suggerisce, tra gli altri, Varoufakis, dall’apertura di una discussione per cambiare le regole europee: se non si può parlare di rapporto di causalità diretta, certamente c’è stata una correlazione tra l’ingresso dell’Italia nell’euro e, ad esempio, il crollo della produzione industriale del 25% che ha coinciso con lo smantellamento delle grandi industrie a partecipazione statale e con il cambiamento di obiettivo dall’aumento della produttività e della specializzazione tecnologica a quello dell’abbassamento della qualità e del costo del lavoro. Perché è proprio in questo snodo che la paura dell’immigrazione, con il suo conseguente sfruttamento politico e mediatico, e il fenomeno della migrazione e del popolo dei trolley trovano la loro sintesi. Perché essere poco formati e meno garantiti nei loro diritti e opportunità, rende le persone più fragili e più facilmente manipolabili attraverso un’informazione e una politica che giocano sull’emozione anziché sulla riflessione.
da qui

Carola Rackete ora chiede al giudice di sequestrare i profili social di Salvini
Il sequestro dei profili Facebook e Twitter riconducibili al leader della Lega, Matteo Salvini, e di altri social "propalanti messaggi d'odio". È quanto chiederà l'avvocato Alessandro Gamberini, difensore della comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, nella denuncia che verrà presentata domani alla procura di Roma. Denuncia per diffamazione e istigazione a delinquere contro il ministro dell'Interno.
La Rackete chiede questo sequestro perché "le pagine Facebook e Twitter, che hanno pubblicato e condiviso i post e le riprese video" dal contenuto ritenuto lesivi della propria reputazione, "possono contare su numerosissimi utenti". Le "molteplici esternazioni" del ministro degli Interni pro tempore, "lungi dall'essere manifestazioni di un legittimo diritto di critica sono state aggressioni gratuite e diffamatorie alla mia persona con toni minacciosi diretti e indiretti, coinvolgenti anche il gip di Agrigento Alessandra Vella". È questo un passo della denuncia-querela che sarà presentata nelle prossime ore alla procura di Roma dall'avvocato Alessandro Gamberini, difensore della donna.
"Molti di questi utenti - si legge ancora - si sono profusi a loro volta in commenti offensivi e implicitamente minacciosi nei miei confronti, che riproducono pedissequamente il suo lessico offensivo: vengo così apostrofata come 'ricca comunista tedesca delinquente' e 'mercenaria', 'la delinquente rimane libera', 'la delinquente è stata rilasciata', 'fuorilegge'". Quanto al reato di istigazione a delinquere, la comandante della nave punta il dito contro la sua foto 'da ricercata'. "Una fotografia pubblicata da Matteo Salvini - scrive - lo ritrae insieme a un gruppo di donne che svolgono le funzioni di agenti di polizia in divisa; sotto la stessa compare la mia fotografia con la scritta 'una criminale'.
Un'immagine che assume - secondo Rackete - la connotazione di una segnalazione pubblica e rimanda ai manifesti dei ricercati (Wanted) e mi indica come bersaglio di condotte minacciose, ingiuriose e diffamatorie, quando non violente. Si tratta di un'istigazione pubblica a delinquere'. "Nelle parole di Salvini - fa sapere Carola Rackete - risultano veicolati sentimenti viscerali di odio, denigrazione, delegittimazione e persino di vera e propria de-umanizzazione. Le frasi diffamatorie di Salvini, in questo senso, sono strumento di un messaggio di odio concretamente idoneo a provocare da un lato la commissione di nuovi delitti di diffamazione ai miei danni e dall'altro di espormi tal pericolo di aggressioni all'incolumità fisica"…
da qui





Mario Vargas Llosa si schiera con Carola e chiede che le venga dato il Nobel per la Pace
 Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura, si schiera dalla parte di Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3. “Ha fatto bene”, ha scritto Llosa su El Pais, citando il fondatore di Open Arms, Oscar Camps, che ha detto: “Dalla prigione si esce, dal fondo del mare no”. La capitana potrebbe infatti essere condannata a 10 anni di carcere e a pagare una multa di 50mila euro.
“Quando le leggi, come quelle invocate da Matteo Salvini, sono irrazionali e inumane, è un dovere morale non rispettarle, come ha fatto Carola Rackete”, scrive ancora il premio Nobel nel suo editoriale.
Secondo Llosa, il leader leghista e il suo partito sono agli antipodi delle tradizioni dell’Occidente democratico e liberale, e rappresentano una “caricatura razzista dello stato di diritto”.
La Lega e i suoi seguaci in Europa, secondo il premio Nobel, incarnano la barbarie, proprio la stessa barbarie di cui accusano gli immigrati.
“Non sarò l’unico a chiedere a quella giovane capitana il Nobel per la pace quando arriverà il momento”, scrive ancora lo scrittore su El Pais.
Lo scrittore mette in guarda contro i pregiudizi e i falsi miti che circolano intorno all’immigrazione.
“La verità è che l’Europa ha bisogno di immigrati per mantenere i loro elevati standard di vita. Gli immigrati, che ci piaccia o no, finiranno col riempire quel vuoto”, scrive Llosa che sostiene che l’integrazione sia l’unica strada percorribile, “a condizione di sradicare i pregiudizi e le paure che, sfruttate inesorabilmente dalla demagogia populista, creano Matteo Salvini e i suoi seguaci”.
da qui
dal 1996 Vargas Llosa non ha cambiato idea, leggi qui

martedì 2 luglio 2019

Sea-Watch, lettera al cattivista - Luca Bottura


Dai, che adesso sei contento.
La figlia di papà, la zecca rossa, la rasta… hai visto come stava bene sulla macchina della Gdf?
Ti è piaciuto vedere l’agente che le spingeva la testa verso il basso, come si fa coi criminali veri?
Tu, bandierino social, fenomeno da tastiera, concentrato di livore, quello che “aiutiamoli a casa loro” e poi se li aiutano “ma perché non si fanno i cazzi loro?”.

E anche tu, giornalista più o meno celebre, che la sera in tv metti la giacca e la cravatta, partecipi al grande talk unico in cui tutto formalmente sembra normale, e invece inocula paura solo per trarne un misero tornaconto personale.
E tu, pompiere intellettuale, diportista a morale alterna, che – per carità – mica è sessismo, se le augurano di finire impalata per una parte precisa del corpo. Sono i social cattivi. Ma poi sui social sgangheri, vilipendi, ti accanisci sui deboli.
E pure tu, carne da cannone della propaganda, del gioco al ribasso sempre e comunque, del buono trasformato in buonista per potergli dare del coglione.

Tu che “ordine e disciplina”, ma per gli altri.
Tu che quando c’era l’Apartheid… beh, lo diceva la legge. Che quando l’amico del duce gasava le sue vittime… beh, c’era una legge. Che quando un partito truffa lo Stato… eh, aspetta un attimo… “la legge è uguale per gli altri”.
Sei contento, dai. Tanto contento.
Ora che una ragazza che per 1500 euro al mese ha rischiato la galera, l’ha trovata, mentre le davi della figlia di papà…

Siamo un Paese più equo, meritocratico, moderno.
Ricco. Soprattutto onesto.
Non abbiamo più quattro Regioni – a crescere – in mano alla ‘ndrangheta, alla camorra, a Cosa Nostra.

Tuo figlio non dovrà emigrare perché lo sorpassa qualche raccomandato, e ti dà fastidio solo perché non sei tu.
I tuoi concittadini non ti metteranno più le mani in tasca tenendosi nella medesima 180 miliardi l’anno di nero, quelli con cui tuo figlio lavorerebbe al Mit di Roma. Che sarebbe più ricco e famoso di quello di Boston.

Nessuno ti ruberà più il lavoro.
Nessuno insidierà le tue donne. Potrai insidiartele da solo, come sempre. Appunto perché pensi siano tue.
Nessuno commetterà reati. Anche se… lo sai che gli immigrati regolari in carcere, percentualmente, sono MENO degli italiani?

E quando ti accorgerai come sempre che ti hanno preso per i fondelli, che il tuo Capitano poteva ridistribuire i migranti in Europa ma non si è mai presentato per chiederlo, perché gli servono così, gli servi così, impaurito e ubbidiente… sarai ancora una volta quello che non sapeva, che se c’era dormiva, come in quel vecchio film di Toto e Fabrizi: “Sempre stato anti, io”.

Quel giorno forse un po’ ti vergognerai.
O forse no.
Perché questo è forse l’unico caso nella storia in cui il problema potrebbe davvero essere ben altro.
Ma la verità è che il problema sei tu.

domenica 30 giugno 2019

Perché odiano Carola - Antonio Mosca




Nelle spropositate e violente reazioni contro Carola Rackete si ritrova la classica ideologia piccolo-borghese tanto cara a chi ci governa. Serve solo a esorcizzare la paura che possano esistere comportamenti non orientati alla ricerca del profitto

Il copione è sempre lo stesso: una Ong salva un gruppo di migranti nel Mar Mediterraneo; Salvini, impedendo alla nave di entrare in acque territoriali italiane e far sbarcare i naufraghi-migranti a bordo, ne approfitta per sollevare un polverone mediatico volto a distrarre la popolazione dai problemi veri che attanagliano il paese; l’opposizione, dagli antifascisti-ma-non-troppo del Pd alla sinistra radicale, manifesta solidarietà all’equipaggio e ai migranti reduci da indicibili violenze subite nei lager libici; Salvini replica di pensare piuttosto ai Cinque milioni di poveri italiani, e giù applausi scroscianti, virtuali ma non solo, da parte dei suoi sostenitori, pronti a rilanciare via social il frame della guerra tra poveri che tanto successo garantisce ai partiti xenofobi di tutto il globo. 
È esattamente ciò che è accaduto in questi giorni sulla vicenda SeaWatch 3. A cui stavolta si è aggiunta una martellante campagna di denigrazione nei confronti di Carola Rackete, la capitana della nave, accusata di essere una ricca e viziata che gioca a fare la ribelle con i soldi di papà. Eppure, quando qualche illuminato imprenditore nostrano sposta la sede fiscale all’estero per pagare meno tasse o licenzia in blocco un certo numero di lavoratori gettandoli sul lastrico insieme alle rispettive famiglie non vediamo nessuno, da Salvini all’ultimo dei suoi elettori, sbraitare schiumante di rabbia: «E ai poveri itagliani chi ci penzah!». Potrà sembrare strano, ma questo atteggiamento è perfettamente coerente con l’ideologia di una piccola borghesia stracciona che rispetta, anzi adula, i ricchi proprio nella misura in cui sono diventati tali sfruttando/evadendo/speculando. In definitiva accumulando le proprie ricchezze a discapito della povera gente. Alla base vi è l’idea dell’uomo forte che si fa da sé e che ognuno di loro, abitando quel purgatorio socioeconomico che è la classe media, in fondo spera, un giorno, di diventare. Per questo è per loro inconcepibile che un ricco, o presunto tale, possa salvare vite umane mettendo a rischio se stesso da un punto di vista  fisico e giuridico: se sei ricco è perché vivi di opportunità, cinismo, speculazione di ogni sorta, ergo non puoi mica fare qualcosa di «straordinario» – com’è salvare una vita umana – senza chissà quale losco interesse dietro. 
Si potrebbe obiettare, d’altra parte, che se così fosse non ci sarebbe bisogno di prendersela in questo modo con Carola Rackete. D’altronde, se quest’ultima sfruttasse davvero le sofferenze di qualche decina di diseredati in nome del profitto o del prestigio personale, tutte categorie prettamente capitalistiche, non farebbe nulla di incompatibile con questo atteggiamento, nulla che, nell’odierna giungla del capitalismo non sia consentito e da loro intrinsecamente accettato. Dove sta, allora, il punto di rottura? Perché una simile schizofrenia? Bisogna considerare due aspetti, per comprendere come in realtà questo doppiopesismo piccoloborghesesia una forma di schizofrenia solo in superficie. 
In primis, per dirla con George Lakoff, i partiti conservatori/reazionari costruiscono la propria egemonia sul cosiddetto principio del Padre severo: la nazione sarebbe una famiglia, i cittadini i membri di questa famiglia, lo Stato-apparato il pater familias. Compito dei cittadini, in questa visione, sarebbe quello di impegnarsi ad aiutare la famiglia-nazione svolgendo il proprio dovere in conformità ai dettami (espressi o taciti) dello Stato-padre, profondendo al massimo il proprio impegno lavorativo-imprenditoriale in ossequio a un’etica ultralavoristica. Per raggiungere questo scopo il cittadino dev’esser pronto a «combattere» individualmente contro tutto e tutti e, soprattutto, difendere la nazione-famiglia dalle minacce «esterne».
Ora, è evidente che i migranti vengano considerati tali da una classe sociale abituata a vivere in una terra di mezzo rispetto alla quale non riesce a elevarsi e al di sotto della quale, d’altra parte, non vuole neppure scendere. I migranti, come tutti coloro che non hanno più nulla da perdere e per ciò stesso rappresentano un serio pericolo per il sistema, vengono inquadrati come coloro che potrebbero minare le piccole, insignificanti, conquiste materiali di una piccola-media borghesia la cui stella polare è solo e soltanto «la roba». Pertanto nel suo mondo ideale si può essere, anzi, si deve essere ricchi, ma finanche un ricco può diventare un problema quando fa qualcosa di concretamente «pericoloso» per questa classe sociale, laddove beninteso il pericolo avvertito può non essere reale, ma anche soltanto percepito. 
Così viene vista Carola: una giovane, ricca intellettuale che, in concreto, sta portando una minaccia «esterna» dentro le sacre mura patrie, complicando ulteriormente quella guerra del tutti contro tutti in cui ci si combatte per ottenere qualche briciola dai potenti.
Il più delle volte, tuttavia, gli odiatori seriali delle Ong non sono minimamente a conoscenza delle condizioni familiari di partenza o del conto in banca dei suoi membri, e allora qui entra in gioco l’altro aspetto da considerare per comprendere la crociata in atto. Spesso, infatti, a coloro che attaccano ignobilmente persone come Carola Rackete non interessa affatto se queste siano effettivamente dei paperoni «stranamente» interessati ai drammi umanitari del mondo, e tuttavia avvertono il bisogno impellente di asserirlo, in quello che è un vero e proprio esercizio di autoconvincimento oltre a rappresentare uno strumento comunicativo utile alla loro lotta per l’egemonia culturale. Sostenere che un operatore di una Ong agisca non per spirito di umana solidarietà ma esclusivamente per interesse personale (inteso in genere come interesse economico) significa alimentare quell’idea hobbesiana che vuole la società reggersi basicamente, se non unicamente, sull’individualismo sfrenato, legittimando ulteriormente il «mors tua vita mea» tanto caro al sistema capitalistico. Ripetere a se stessi un siffatto refrain è anche un modo per esorcizzare la paura che possa esistere un mondo diverso, migliore, estraneo alle logiche di profitto o, a seconda dei casi, un modo per assecondare la propria disillusione, per giustificare la propria disumanità spacciata per sano realismo, per scrollarsi di dosso il peso insopportabile della responsabilità per ciò che questo mondo è e per ciò che invece potrebbe essere. «Noi siamo cattivi, egoisti, arrivisti, sfruttiamo il prossimo ogni volta che possiamo ottenere qualcosa di utile per noi stessi, però oh, guarda, in fondo anche Carola lo è, lo sono tutti, quindi non venirmi a fare la lezioncina su come e quanto dobbiamo essere accoglienti, solidali, umani».
Il problema di questa piccola ragliante borghesia, come è evidente, è che non mette mai in discussione ciò su cui si fonda la ricchezza a livello sistemico, ma ne accetta i presupposti e i risvolti pratici, interiorizza lo status quo nella vana speranza di far parte degli eletti del mondo. Odiano Carola Rackete perché fondamentalmente odiano se stessi, e odiano se stessi perché semplicemente odiano la propria impotenza, frustrazione, incapacità di svincolarsi dalle gabbie ideologiche e materiali di un sistema che opprime la maggioranza delle persone, alla lunga anche quelli come loro.
Odiano le Carola di tutto il mondo perché sbattono loro in faccia che si può stare in questo folle e disgraziato mondo anche agendo incondizionatamente per il bene altrui, senza avere un tornaconto personale, senza pensare sempre e solo alle proprie tasche, come invece fanno loro credendo sia la normalità. Le odiano perché semplici azioni di buon senso come quelle della giovane capitana distruggono il loro castello di carta fatto di realismo capitalista e incapacità di ribellarsi alle ingiustizie in nome di un banale, banalissimo, principio di umanità. Le odiano perché smontano il principio thatcheriano secondo cui esistono solo gli individui (e tutt’al più le famiglie) e lo Stato, mentre in mezzo non ci sarebbe nulla. Le odiano non perché odiano i ricchi, ma perché mettono in discussione la ricchezza come sistema, come meccanismo di sopraffazione e disciplinamento degli altri – dal loro vicino di casa disoccupato al bambino senegalese dimenticato da dio – costringendo da un lato i ricchi di tutto il mondo a fare i conti con se stessi, a guardare in faccia tutto il male e la disperazione che hanno provocato, e dall’altro i piccolo borghesi, fintamente solidali con i propri connazionali più poveri, a considerare la povertà come un prodotto di questo sistema e non come un problema individuale del singolo a cui papà-Stato dovrebbe mettere una pezza con qualche sussidio da fame senza intaccare il sistema stesso. 
Odiano Carola, insomma, perché sanno che non riusciranno mai a essere come lei, perciò non resta che abbandonarsi a una triste e piatta realtà da cui non possono e non vogliono più liberarsi e che finiscono per legittimare. Facendo, come Italo Calvino aveva ben descritto ne Il sentiero dei nidi di ragno, quello che hanno sempre fatto i fascisti: utilizzare la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo.

*Antonio Mosca, classe 1993, calabrese, studente di giurisprudenza a Reggio Calabria.


dice Lucia Annunziata

Qualcuno abbia il sussulto, nel Governo, di fermare Salvini, per la sua stessa dignità. E per la reputazione dell’Italia. Si può sopportare, infatti, molto in politica, ma non un pagliaccio come leader.

giovedì 27 giugno 2019

l'obbedienza non è più una virtù

 la Sea Watch come la St. Louis, 1939-2019, le navi dei dannati



Sea Watch, la capitana: “Entro in acque italiane. Vite dei migranti vengono prima della politica” - Annalisa Girardi

Carola Rackete, capitana tedesca della nave Sea Watch, che da ormai 13 giorni rimane bloccata a largo delle coste di Lampedusa con ancora 42 migranti a bordo, non ha altra scelta: "Io voglio entrare. Entro nelle acque italiane e li porto in salvo a Lampedusa", afferma in un'intervista a Repubblica. Rackete sta aspettando il pronunciarsi della Corte europea dei diritti umani, e poi non avrà "altra scelta che sbarcarli lì" perfettamente conscia che verrà accusata di favorire l'immigrazione clandestina, forse anche di associazione a delinquere e che la sua nave verrà multata e confiscata. "Lo so, ma io sono responsabile delle 42 persone che ho recuperato in mare e che non ce la fanno più. Quanti altri soprusi devono sopportare? La loro vita viene prima di qualsiasi gioco politico o incriminazione. Non bisognava arrivare a questo", aggiunge. Intanto, il portavoce della Corte di Strasburgo, ha affermato che una decisione sarà presa oggi pomeriggio.

Ma lo stallo è ormai la nuova prassi del Mediterraneo: una nave con a bordo dei migranti in balia delle onde, di fronte all'impasse dell'Europa. "L'Italia mi costringe a tenerli ammassati sul ponte, con appena tre metri quadrati di spazio a testa", racconta Rackete: "Qualcuno minaccia lo sciopero della fame, altri dicono di volersi buttare in mare o tagliarsi la pelle. Non ce la fanno più, si sentono in prigione". Ci sono anche minorenni, continua la capitana. Tre ragazzi di appena 11, 16 e 17 anni. "In Libia hanno subito abusi.  Il 14 giugno ho fatto richiesta al Tribunale dei minorenni di Palermo perché prendesse in carico il loro caso. Non mi ha risposto nessuno". Nemmeno dal Centro di coordinamento soccorsi di Roma la nave ha ricevuto risposte, afferma Rackete: "Invio almeno dieci mail al giorno alle diverse autorità competenti. Da Roma mi rispondono ‘non siamo responsabili'. Allora chiedo il place of safety, il porto di sbarco, e mi ripetono ‘non siamo responsabili'. Girano tutti i miei messaggi al ministero dell'Interno, dicono di avere le mani legate. È chiaro che il Centro è stato esautorato, è Matteo Salvini che decide e provoca lo stallo".

Al leader del Carroccio che intima alla Sea Watch di andare in Olanda, Rackete risponde sottolineando quanto sarebbe ridicolo dover circumnavigare l'intera Europa, e spiega che nemmeno Amsterdam collabora: "Non è colpa nostra se il Libia c'è la guerra, ci dicono. Non è colpa nostra se in Africa sono poveri, continuano. Siamo circondati dall'indifferenza dei governi nazionali". Rackete è pronta ad assumersi tutte le responsabilità della sua scelta: "La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare 3 università, a 23 anni mi sono laureata. Sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto, ho sentito un obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità".

Giorgia Linardi: "L'Italia e l'Europa stanno trattando i migranti come bestie"
Sulla questione è intervenuta anche Giorgia Linardi, portavoce italiana della Sea Watch, che su La7 ha commentato il ricorso alla Corte europea dei diritti umani e in particolare all'Articolo 3, quello che parla di trattamenti degradanti "riservato alle persone ancora a bordo lasciate a friggere sotto questo sole". Linardi commenta gli sbarchi per motivi sanitari avvenuti finora, definendo questo modo di procedere "estenuante" e spiegando come spesso renda "sempre più difficile la gestione delle persone rimaste a bordo, che chiedono se lo sbarco avvenga su base razziale o fino a che punto bisogna sentirsi male per essere sbarcati". La portavoce racconta che alcuni migranti minacciano di buttarsi in mare: "È una situazione che non possiamo sostenere a lungo, stiamo ricorrendo ai rimedi interni e internazionali che la legge mette a disposizione. Dopodiché, se nemmeno questi saranno sufficienti il comandante non avrà altra scelta che prendere le proprie decisioni. Attraverso la corte europea abbiamo dato alle persone a bordo di esercitare in quanto esseri umani, anche se mi pare ce ne stiamo dimenticando, la possibilità di far presente quali siano i propri diritti contro le violazioni da parte in questo caso dello Stato".

A Salvini che chiama la Sea Watch una nave pirata, Linardi risponde: "Bisogna veramente sforzarsi per mantenere la calma nel commentare questi dichiarazioni fatte da un’alta carica dello Stato che abusa della propria posizione per permettersi di insultare dei liberi cittadini, che indagini di diverse procure della Repubblica italiana hanno dimostrato non colludere in alcun modo con l’attività dei trafficanti". Quando il ministro dice di portare queste persone in Olanda o Germania, continua la portavoce, sta affermando "qualcosa di fattibile e che anzi poteva essere già essere portato a termine da giorni. Quello che manca è l’ok da parte del ministro dell’Interno allo sbarco. Già dal giorno seguente al soccorso Sea Watch ha fatto presente la situazione in Germania e abbiamo ottenuto la conferma di disponibilità da parte di alcune città tedesche di accogliere le persone a bordo. Anche la chiesa italiana, partendo della chiesa valdese, si è detta disponibile ad accogliere queste persone".

Ma il leader del Carroccio, prosegue Linardi, nel continuare ad intimare alla nave di sbarcare in Olanda "evidentemente non conosce il diritto del mare che prevede che le persone soccorse debbano essere condotte e sbarcate nel posto sicuro più vicino. Navigare fino in Olanda non avrebbe alcun senso e ne avrebbe anche meno nell’ipotesi di una condivisione delle responsabilità a livello europeo dove queste persone possono essere facilmente sbarcate e poi trasferite in un altro Paese"

Intervenendo invece su Radio CRC, Giorgia Linardi, riferisce quella che è la realtà a bordo della nave: "Le persone sono sempre più debilitate, sono da due settimane a bordo, la temperatura durante il giorno è alta, le persone sono sul ponte al caldo, la notte dormono sul ponte: non siamo su una nave da crociera. È preoccupante lo stato psicologico di queste persone, scoraggia molto: hanno capito questi migranti di non esser voluti. Il nostro Paese li sta trattando come bestie: e lo sta facendo anche l'Europa. Arrivano da queste persone storie irripetibili, non raccontiamo tutto perché sono esperienze terribili e che non vogliono esser condivise".

La capitana, spiega Linardi, sarebbe voluta entrare in acque territoriali italiane per consentire a queste persone di sbarcare già dal primo giorno, "ma non può farlo per le disposizioni del decreto Sicurezza bis. Non possiamo neppure far sbarcare senza un ok dal Ministero: ci sono città tedesche pronte all'accoglienza, ma per motivi propagandistici non ci fanno sbarcare. Il livello del ministero degli Interni rimane infimo: c'è una società civile che mostra un sistema condiviso di accoglienza, se ciò non avviene è per colpa del governo italiano, ma anche degli altri governi europei: è ridicolo che si ritiene la più grande minaccia per la sicurezza nazionale una nave che trasporta migranti disperati".

L'appello dei migranti: "Immaginate una persona che scappa dalle carceri libiche e ora si trova qui"
"Siamo stanchi, siamo esausti. Fateci scendere": anche i migranti a bordo lanciano il proprio appello. In un video, pubblicato da Forum Lampedusa Solidale, parla uno dei migranti soccorsi nel Mediterraneo: "Non ce la facciamo più, siamo come in prigione. Immaginate come deve sentirsi una persona che è scappata dalle carceri libiche e che ora si trova sui, costretta in uno spazio angusto, seduta o sdraiata senza potersi muovere. Inevitabilmente rischia di sentirsi male. Non ce la facciamo più, la barca è piccola e non possiamo muoverci. Non c'è spazio. L'Italia non ci autorizza a sbarcare, chiediamo il vostro aiuto, chiediamo l'aiuto delle persone a terra. Pensateci perché qui non è facile. Manca tutto, non possiamo fare niente, non possiamo camminare o muoverci perché la barca è piccola mentre noi siamo tanti. Non c'è spazio e l'Italia si rifiuta di farci approdare. Chiediamo l'aiuto delle persone a terra, qui non è  facile, non è facile stare su una barca piccola. Per favore non ci lasciate qui così, non ce la facciamo più".
da qui


dice il senatore Gregorio de Falco (espulso dal M5S, chissà perché)


Il Comandante della Sea Watch ha la responsabilità di tutelare la nave e le persone che vi sono a bordo. È lei l'autorità che deve valutare le reali condizioni, sia poiché possiede tutti gli elementi di valutazione necessari, sia perché ha il dovere di prendere provvedimenti in relazione a quel fine di tutela.
Ecco perché, nonostante la sua nave e le persone a bordo siano state sottoposte da giorni a veri atti di inciviltà giuridica e di disumanità, in relazione alle concrete circostanze, ha deciso di entrare nelle acque territoriali italiane.
Il ministro dell'Interno che urla sguaiatamente dispone degli strumenti atti a contrastare l'ingresso dei migranti irregolari, che invece quotidianamente fanno ingresso, decine e decine, senza alcuna regola od ordine, mentre si accanisce contro i 42 naufraghi a bordo della Sea Watch, vittime anche mediatiche della costante propaganda, e per i quali, come è noto, è possibile una immediata ricollocazione.
Il Comandante Carola Rackete è persona di alta dignità morale, dimostra una considerevole forza e coerenza rispetto alle responsabilità del proprio ruolo di Comando. 
Altri scappano dalle responsabilità, lei invece le assume su di sé, coraggiosamente!



Il transatlantico tedesco St. Louis, a proposito di navi dei dannati - Giovanni Punzo

La prima nave dei dannati
Il 27 maggio 1939 il transatlantico tedesco St. Louis – appartenente alla prestigiosa compagnia di navigazione Hamburg-America Line – gettò le ancore nel porto dell’Avana a Cuba. Adibita solitamente alla rotta Amburgo-New York, nel porto caraibico la nave non si trovava precisamente al suo posto abituale, né d’altra parte si trattava di una normale crociera turistica. I passeggeri erano 937 ebrei tedeschi che nella stragrande maggioranza avevano ottenuto un regolare visto turistico della durata di sei mesi per gli Usa o per un semplice sbarco a Cuba. Infatti, per sopire le polemiche internazionali dopo il grave atto di persecuzione antisemita avvenuto in Germania nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938 (la famigerata ‘Notte dei cristalli’), le autorità naziste avevano deciso di non ostacolarne l’espatrio, ma anzi di dimostrare che gli ebrei erano liberi di farlo. Nel frattempo però, cioè dalla data della partenza della nave da Amburgo all’approdo a Cuba, sull’isola era cambiato il regime dei visti e le autorità cubane negarono il permesso, o meglio richiesero un’esosa sovrattassa per concederlo. Dopo serrate e drammatiche trattative poterono scendere a terra solo 22 passeggeri cui fu riconosciuta invece la validità del visto, 4 passeggeri con passaporto spagnolo e uno cubano; fu anche sbarcato con un regolare permesso il corpo di un passeggero tedesco che, terrorizzato dall’eventualità di un ritorno in Germania, si era suicidato a bordo.

Il 2 giugno 1939 la nave fu costretta a lasciare le acque di Cuba e il comandante, unitamente ad organizzazioni ebraiche internazionali, chiese allora aiuto agli Stati Uniti. Il permesso di sbarco fu negato nuovamente: lo stesso presidente Roosevelt, pare su pressione del segretario di stato Corder Hull e di ambienti del partito democratico (pronti a togliergli l’appoggio in occasione delle imminenti elezioni previste per il 1940), non poté accogliere nemmeno ‘a titolo personale’ un piccolo numero di rifugiati come si prefiggeva di fare emanando un ‘executive order’. La motivazione ufficiale del Dipartimento di stato fu che la quota massima di immigrati – secondo la legge federale del 1924 – era stabilita in base alla nazione di provenienza e per l’anno 1939, essendo state accolte già oltre 27.000 persone dalla Germania o dall’Austria, non era possibile accoglierne altre. La nave, dopo una breve sosta al largo della Florida, riprese il 6 giugno 1939 la rotta verso l’Europa, ma in condizioni sempre più drammatiche: a bordo infatti c’era stato anche un tentativo di assumere il comando della nave da parte dei passeggeri esasperati. Il comandante Schröder non trovò allora altra soluzione che dichiarare una grave avaria nei pressi delle coste della Gran Bretagna, ma sulla questione dello sbarco dei passeggeri incontrò il rifiuto anche del governo di Londra. Fu infine obbligato a raggiungere il porto di Anversa il 17 giugno dove poté sbarcare i passeggeri non senza altre serrate trattative.
I passeggeri furono accolti così da diversi paesi europei come rifugiati ‘temporanei’, in attesa cioè di altri visti per l’espatrio: 214 in Belgio, 181 nei Paesi Bassi, 224 in Francia e 254 in Gran Bretagna. In questo paese in particolare solo una cinquantina di adulti maschi, in assenza di altre soluzioni, fu di fatto internata in una struttura militare per rifugiati nel Kent, mentre donne e bambini poterono usufruire di ospitalità privata. A parte quelli che trovarono asilo in Gran Bretagna, quelli rimasti sul continente furono nuovamente in pericolo dopo l’invasione nazista di Belgio, Francia e Olanda nel giugno 1940. Secondo una stima fatta a posteriori sembra che almeno un quarto di essi sia poi scomparso nell’orrore dell’Olocausto. Il comandante Schröder sopravvisse alla guerra e la nave, pur bombardata e gravemente danneggiata, rimase come alloggio galleggiante nel porto di Amburgo fino quasi alla metà degli anni Cinquanta. Solo nel dopoguerra fu anche chiarito che dietro la vicenda della nave c’era un piano preciso orchestrato dal ministro della propaganda del Reich Joseph Goebbels: il visto d’uscita era stato concesso infatti solo per motivi propagandistici dopo le accuse internazionali per la Notte dei cristalli e in previsione dello sconcerto che si sarebbe provocato tra i paesi europei per un numero così elevato di profughi. Goebbels tra l’altro esultò – e se ne trova ampia traccia sulla stampe tedesca dell’epoca – di fronte ai diversi rifiuti di accoglienza: «Non li vuole nessuno!», disse.



Disobbedire è l’unico modo per resistere. E la multa a Sea Watch la pagheremo in tanti – Giulio Cavalli

Alla fine la comandante Carola Rackete ha deciso di rompere gli indugi e sfidare il Capitano Salvini. Sa bene cosa rischia e sa benissimo che non poteva lasciare lessare il suo equipaggio e gli sventurati al limite delle acque territoriali. La guerra di Salvini contro Sea Watch (e più in generale contro le ONG) arriva a un punto di svolta e ben venga la disobbedienza se è l'unico modo per resistere a una politica feroce (e fallimentare) del ministro dell'inferno e dell'Europa intera contro un fenomeno che non si può certo arrestare fingendo di chiudere porti che non sono chiusi.

A Lampedusa sbarcano navi quasi quotidianamente, lo racconta da mesi il sindaco stesso, e a nessun leghista o sovranista viene in mente di contestare quegli arrivi: Salvini ha puntato Sea Watch perché vuole farne un simbolo del suo potere? Benissimo: la capitana Rackete si è presa la responsabilità di diventarlo e di alzare l'asticella della sfida. E ha fatto benissimo: ben venga il processo se serve un processo per ribadire una volta per tutte le leggi internazionali che sono ben sopra a qualsiasi patetico decreto di un ministro che si sente proprietario del governo. Ben venga, una volta per tutte, la disobbedienza di Sea Watch se serve a dimostrare una volta per tutte la vera faccia di questo governo, se ci mostrerà chiaramente gli assetti e tutte le corresponsabilità.

Un ministro che sbava incattivito in una diretta Facebook dichiarando scafisti i membri di una ONG che non è mai stata condannata. Un ministro che sbraita sostituendosi all'autorità giudiziaria (lui che scappa come un coniglio dai processi) e non si accorge di minacciare altri Paesi europei come se stesse giocando a Risiko in sala con gli amici. Un ministro che vorrebbe fare spavento e invece spaventa soltanto per il suo mancato senso dello Stato. Un ministro che si dimentica di stare nel proprio ruolo e si sostituisce al governo, un ministro che offende vescovi, papi, sindaci, scrittori, giornalisti, avversari politici, disperati. Tutti.

Ben venga la disobbedienza se è l'unico modo di resistere. E se Salvini pensa di spaventare le ONG con le sue pene esemplari e i suoi processi allora si renderà conto di quanta gente c'è pronta a pagare l'eventuale multa e a sostenere le spese giudiziarie. È ora una volta per tutti che si pronunci la Giustizia e che si usi la Costituzione. Serviva Sea Watch con la sua nave? Va benissimo così. Si capirà finalmente che il diritto del mare e i trattati internazionali valgono qualcosa in più di una diretta Facebook o di qualche tweet.



Gli ebrei e la nave dei dannati - Stefano Coletta

Questa è la storia di una nave e del suo «carico», dimenticata, per molto tempo, più o meno consapevolmente, e riaffiorata nella memoria italiana con la pubblicazione del libro “La nave dei dannati”.
Una storia che oggi sembra quanto mai attuale e che c’invita a non dimenticare e soprattutto a prendere posizione dinanzi al pericolo dell’indifferenza.

Premessa
In seguito alla promulgazione delle leggi razziali, la vita degli ebrei nei Paesi governati dal regime nazista era diventata difficile e raggiunse il suo acme nel 1939, pochi mesi dopo la “Kristallnacht” (la Notte dei cristalli).
La comunità ebraica tedesca si rese conto che esisteva un piano finalizzato alla loro eliminazione, per questo molti decisero di emigrare, ma non era facile, dal momento che nessun Paese europeo accettava, facilmente, gli ebrei, per paura di vedere piombare una marea di profughi a cui dover sopperire. Nonostante questo, gli ebrei si precipitarono presso le ambasciate delle varie nazioni per chiedere il visto, ricevendo un numero di attesa e la promessa che sarebbero stati contattati, non appena fosse giunto il loro turno. Più le settimane passavano, più la sensazione di disperazione assaliva gli animi degli ebrei, che si vedevano in trappola destinati a non poter sfuggire alla decimazione voluta da Hitler.
A sfruttare questa situazione fu Manuel Benitez Gonzalez, direttore dell’immigrazione di Cuba, il quale «autorizzò», dietro lauto pagamento, nell’aprile del 1939, dei visti d’ingresso. E i fortunati che avevano presentato domanda presso quell’ambasciata si precipitarono ad acquistare un biglietto, di sola andata, per Cuba.
La St. Louis «la nave più disperata sul mare».
La nave che li avrebbe condotti alla salvezza era il transatlantico St. Louis, costruito presso i cantieri navali Bremer Vulkan, di Brema, su ordinazione della società di navigazione “Hamburg-America Line”.
La nave doveva il suo nome al re di Francia Luigi IX, noto con l’appellativo “Il Santo”, aveva una lunghezza di 175 metri, pari a due campi da calcio e una capacità d’imbarco di 973 passeggeri, poteva contare su un potente motore diesel. Subito dopo il suo varo, avvenuto nel 1929, era stata adibita a nave da crociera nelle Indie Occidentali, in seguito aveva servito lungo la rotta Amburgo-Halifax-New York, conosciuta come la “Luxury Liner Row”.

Il fischio di partenza pone termine alla paura
Finalmente, il 13 maggio 1939, il fischio impetuoso del transatlantico annunciò la partenza dal porto d’Amburgo, e tutti i passeggeri «tirarono un sospiro di sollievo», certi che l’incubo delle persecuzioni fosse giunto al termine. Mentre la banchina diventava un puntino e la musica della banda s’affievoliva, le varie famiglie si ritirarono nelle cabine, consapevoli che quell’avventura aveva richiesto un enorme impegno economico; basti pensare che il costo del biglietto di prima classe ascendeva a 320 dollari, mentre quello della turistica era di 240; inoltre l’armatore aveva aggiunto una «tassa d’emergenza» per salvaguardarsi qualora la nave fosse tornata alla meta senza compiere la sua missione. Nessuno ci fece caso, ma forse avrebbero dovuto. L’armatore aveva scoperto che i permessi recanti la firma di Manuel Benitez Gonzalez, direttore dell’immigrazione di Cuba, non avevano alcun valore, perché i 150 dollari a permesso versati, non erano finiti nelle casse dell’erario cubano, come stabilito dal Decreto n. 1507, del 17 novembre 1938, a garanzia delle condizioni economiche degli immigrati. Ben 724 passeggeri, erano muniti anche di visti d’ingresso per gli Stati Uniti, ma questi erano vincolati dal numero progressivo, dal momento che gli ingressi erano, annualmente, limitati. Per cui i passeggeri avrebbero dovuto attendere l’autorizzazione in terra cubana.
A comandare la nave era Gustav Schröder (Hadersleben, oggi Haderslev, 27 settembre 1885 – Amburgo, 10 gennaio 1959); aveva iniziato la sua carriera di marinaio all’età di 16 anni, nel 1902, a bordo della nave d’addestramento “Großherzogin Elisabeth”. Conseguito il brevetto di ufficiale di marina, prestò servizio prima su navi a vela, poi sulla “SS Deutschland”, una delle navi più veloci dell’epoca, detentrice del “Blue Riband”, che copriva la “Hamburg-America Line». All’età di 24 anni gli venne conferito il titolo di capitano; nel 1913 venne inviato a Calcutta, dove, due anni dopo, venne fatto prigioniero dagli inglesi e internato per tutta la durata della Prima guerra mondiale. Non si scoraggiò e trascorse questo periodo studiando lingue, divenendo abile in sette, tra cui l’indi. Tornò in Germania, nel 1919, e si ritrovò senza lavoro, a causa della demilitarizzazione forzata imposta dal trattato di Versailles. Nel 1921 venne ingaggiato dalla compagnia di spedizioni “Hapag” (Hamburg-Amerikanische Paketfahrt-Aktiengesellschaft), nel 1935 venne promosso primo ufficiale della nave “Hansa”. Nell’agosto del 1936 divenne comandante della “MS Ozeana”. Nel 1939 prese possesso, in qualità di comandante, grazie alla sua pluriesperienza della “Hamburg- America Line”, del transatlantico “St. Louis”.
Prima di abbassare le passerelle e far accedere i passeggeri, si rivolse ai 231 membri dell’equipaggio e ordinò che tutti tenessero un comportamento adeguato nei confronti di costoro, non solo perché avevano pagato il biglietto, ma anche perché erano delle persone. Proprio per far sentire a loro agio gli ebrei, Schroder rimosse un grande ritratto di Adolf Hitler dalla sala ballo della nave, inoltre li autorizzò a utilizzarla come sinagoga.
Nel suo diario, Schröder, al secondo giorno di navigazione annotò: «Molti passeggeri sono molto nervosi. Nonostante ciò, tutti sembrano convinti che non rivedranno mai più la Germania. Prima di partire ho assistito a dei saluti alquanto commoventi, per non dire strazianti, frutto della consapevolezza che stavano lasciando non solo gli oggetti, ma anche gli affetti più cari e che non li avrebbero mai più rivisti. Ma sono convinto che grazie al bel tempo, al mare tranquillo, al buon cibo e al servizio adeguato, ben presto gli animi si rassereneranno e regnerà la solita atmosfera dei lunghi viaggi oceanici. Il mare ha il potere di lenire i dolori e di far dimenticare tutte le angosce e le ansie che ci ammorbano sulla terra ferma».
Alcuni giorni prima della partenza, l’armatore dell’Hamburg-America Line gli aveva fatto pervenire il seguente ordine: «La maggior parte dei passeggeri non è autorizzata a sbarcare a Cuba, secondo le nuove disposizioni giunte dall’Havana. Per questo motivo manterrai velocità e rotta ridotti, nella speranza che la situazione, non del tutto chiara, si risolva prima del vostro arrivo». Speranza condivisa dal Capitano. Le nuove disposizioni a cui si riferiva l’armatore erano il Decreto n. 55 del 15 gennaio 1939, con il quale si disponeva che coloro che volevano emigrare a Cuba, dovevano versare una cauzione di 500 dollari, in modo d’assicurare allo stato cubano che non sarebbero divenuti un onere per lo stato. Mentre non c’era alcun onere finanziario per i turisti che volevano visitare Cuba. Benitez Gonzalez, il Direttore dell’Ufficio Immigrazione, aveva venduto dei permessi turistici, spacciandoli per permessi di soggiorno; inoltre s’era intascato le somme, con la conseguenza che il governo cubano non aveva la caparra necessaria per permettere l’accesso agli ebrei. Non appena venne informato, il presidente cubano Federico Laredo Brúissed, una settimana prima della partenza della nave, dichiarò illegali i certificati dei passeggeri della nave St. Louis e, dietro le pressioni della popolazione che, aveva manifestato l’8 maggio contro lo sbarco di altri ebrei in territorio cubano, dispose la chiusura dei porti ai viaggiatori del transatlantico. Mentre nuvole di tempesta si addensavano sul futuro dei passeggeri, il Capitano s’attenne alle indicazioni e compì uno scalo passeggeri a Cherbourg, in Francia, per caricare altri 38 passeggeri; in questo modo il numero totale degli ebrei ascendeva a 937, c’erano solo sei passeggeri non ebrei: un coppia cubana e quattro spagnoli.
Quindi riprese la navigazione che si svolse senza problemi, i passeggeri si rasserenarono e vissero l’avvicinamento a Cuba, con animo sereno e allegro.

Cuba! Cuba ! W Cuba!
Il 27 maggio il transatlantico attraccò a L’Avana, mentre i passeggeri si preparavano a scendere convinti che erano arrivati a destinazione, il governo di Cuba comunicò che solo 28 passeggeri erano autorizzati a scendere dalla nave: di questi 22 erano ebrei, detentori di visti americani validi e prossimi alla chiamata, gli altri 6 erano i cittadini cubani e gli spagnoli. Il resto dei passeggeri poiché detenevano i certificati “Benitez”, senza alcun valore, non vennero autorizzati a scendere. Dinanzi alle proteste e alle scene di panico si scelse di rassicurare i passeggeri di voler vagliare un’eventuale soluzione. Sol, all’epoca un ragazzino di dodici anni, ricordò anni dopo: «Tutti erano spaventati a morte, alcuni passeggeri tentarono di raggiungere la riva a nuoto. Un passeggero di nome Max Loewe, veterano della Prima guerra mondiale, rimase talmente sconvolto dalla notizia che scese nella sua cabina e si tagliò le vene, quindi s’è gettato in acqua. Prontamente, ripescato da un membro dell’equipaggio, venne condotto presso l’ospedale a L’Avana». La notizia del tentato suicidio, nel giro di poche ore, fece il giro del mondo, accendendo i riflettori dei media sulle traversie dei passeggeri della St. Louis.
Il 9 giugno 1939, il New York Times pubblicò un editoriale intitolato «La St. Louis la nave più triste sul mare», e, quotidianamente, pubblicò notizie sulle condizioni dei rifugiati. «Forse Cuba, come ha dichiarato un rappresentante del governo, ha accolto troppi rifugiati tedeschi. Eppure – continuava il giornalista – queste 900 persone chiedono un rifugio temporaneo. Alcune delle barche ruotanti intorno alla nave, sono piene di parenti dei profughi, giunti mesi prima su queste sponde. Costoro cercano d’intravedere i volti dei loro congiunti, di mandare un saluto e, soprattutto, d’infondere il necessario coraggio per affrontare questi momenti difficili».
Al termine della settimana, il governo confermò la decisione di chiudere il porto ai chiedenti asilo, con la conseguenza che il capitano Schröder dovette comunicare che avrebbe ripreso il viaggio di ritorno con destinazione Amburgo.
Inutili i tentativi di risanare la situazione dei raggirati, non per impossibilità politica, ma per paura che l’isola di Cuba, in poco tempo, brulicasse di profughi ebrei.
Il capitano Schröder, prima di lasciare il porto, inviò un cablogramma al Presidente cubano ricordandogli che il destino dei suoi passeggeri era frutto della sua ostinata decisione.
Nel frattempo, rilasciò il seguente comunicato stampa: «Il governo cubano ci sta costringendo a lasciare il porto. Ci hanno permesso di rimanere qui fino all’alba di venerdì, poi dovremo levare le ancore. La partenza non ha frutto dell’interruzione dei negoziati, ma espressa volontà delle autorità cubane. Io e l’armatore rimarremo in contatto con tutte le organizzazioni ebraiche e con qualunque ufficio governativo che sia disposto a collaborare per addivenire a una soluzione favorevole per i passeggeri. Per il momento costeggeremo le coste degli Stati Uniti».
Fu così che due giorni dopo, la nave lambiva le acque internazionali della Florida, situazione che motivò i rappresentanti delle comunità ebraiche americane e, anche, molti simpatizzanti a perorare la causa dinanzi al Presidente Franklin Delano Roosevelt.

America! America! Terra di speranze disilluse!
I cittadini americani s’erano appassionati a leggere le vicende di quei «dannati»; iniziarono a tempestare la Casa Bianca di lettere; un undicenne di Tacoma, Dee Nye, scrisse alla First Lady: «Madre del nostro Paese, sono molto triste che il popolo ebraico debba soffrire in questo modo. Per favore, lasciali entrare in America… A casa mia abbiamo tre camere vuote, mia madre sarebbe felice di poter accogliere una famiglia».
Roosevelt ricevette anche una serie di appelli dal capitano della St. Louis, a cui non rispose, mentre il 4 giugno, A. M. Warren, Direttore della Sezione visti del Dipartimento di Stato chiuse, formalmente, i porti alla St. Louis, giustificando la decisione con la seguente dichiarazione: «I rifugiati tedeschi sono in attesa del loro turno per accedere negli Stati Uniti. Del resto la quota di immigrati ammessi per quest’anno è stata raggiunta».
Il Governatore delle Isole Vergini si rese disponibile di accogliere, temporaneamente, gli ebrei, a condizione che il Presidente Roosevelt l’avesse approvata, ma costui la rigettò sostenendo che si apriva un canale per permettere l’ingresso in territorio americano di spie naziste travestite da rifugiati. Ragion per cui il 7 giugno, meno di un mese dopo la partenza d’Amburgo, la St. Louis rivolgeva la prora verso il vicino Canada, ultima nazione presso cui perorare aiuto, prima di dirigersi verso Amburgo.

Canada: terra d’emigranti?
Mentre la nave era a due giorni dal porto di Halifax, all’inizio del giugno 1939 il leader della comunità ebraica del Canada, sostenuto anche dalla popolazione, presentò una petizione al governo federale riguardante la possibilità di offrire rifugio ai passeggeri ebrei della St. Louis. Il New York Times scrisse: «Possiamo solo sperare che in qualche parte del mondo i cuori si addolciscano e offrano rifugio. La St. Louis grida al cielo la disumanità dell’uomo verso l’altro uomo». Il 7 giugno 1939 George Wrong, autorevole sacerdote e storico dell’Università di Toronto, inviò un telegramma al Primo ministro Mackenzie King supplicandolo di mostrare «la vera carità cristiana» e di offrire ai passeggeri ebrei un rifugio sicuro in Canada. La petizione era firmata da trentasette donne e uomini influenti della città di Toronto tra cui B. K. Sandwell della rivista Saturday Night; Robert Falconer, ex presidente della Università di Toronto, e Ellsworth Flavelle, un ricco uomo d’affari.
Prima di rispondere alla petizione, Oscar Skelton, sottosegretario di Stato per gli affari esteri, scrisse al Primo ministro, osservando che dal gennaio 1939 un centinaio di immigrati era stato ammessi in Canada con Ordini speciali del Consiglio dei Ministri, perché non si adattava ai criteri stabiliti dalle leggi sull’immigrazione. Tra costoro il 60% era costituito da ebrei. Quindi, in linea teorica, si sarebbero potuti accogliere, ma Wrong decise di rigettare la petizione con la seguente motivazione: «i viaggiatori del St. Louis non avevano presentato alcuna richiesta formale finalizzata a poter immigrare in Canada, inoltre le leggi sull’immigrazione prevedevano persone con capitale d’investimento o con perizia tecnica e scientifica» situazione in cui non rientravano gli ebrei. Concluse: «Il governo canadese non ha adottato il sistema di quote di ammissione come hanno fatto gli Stati Uniti. Non ammette gli immigrati per scopi temporanei in attesa di passar in altri Paesi, com’è avvenuto, fino a poco tempo fa, a Cuba. Né ammette, per periodi brevi, la presenza di immigrati come avviene in alcune nazioni europee».
In effetti la situazione degli ebrei tedeschi era del tutto particolare, ed era stata rappresentata, alcuni mesi prima, sempre, da George Wrong al governo canadese. In quell’occasione aveva messo in evidenza che la nazione canadese era «un vasto territorio vuoto» e che i canadesi non avvertivano il pericolo che correvano gli ebrei in Germania. Il Primo ministro, Mackenzie King, s’era impegnato, nella sua risposta, a operare per contribuire a risolvere il «più sconcertante dei problemi internazionali» e così concluse: «Mi chiedo fino a che punto possiamo arrivare, senza peggiorare le condizioni di coloro che vogliamo aiutare». La risposta vaga lasciava intravedere una remota possibilità di aiuto, qualora se ne fosse presentata l’occasione.
Un ruolo determinante, in questa storia, venne giocato da Frederick Blair, il direttore dell’Ufficio per l’Immigrazione canadese, manifesto antisemita, che dichiarò «il Canada ha già fatto troppo per gli ebrei, del resto nessun Paese sarebbe in grado di poter accogliere tutti gli ebrei che vogliono lasciare l’Europa, bisogna pur fissare un limite». Il Canada aveva dovuto affrontare all’inizio degli anni 30 una grave depressione, per cui gli ebrei erano visti come una minaccia economica e anche linguistica, dal momento che i francofoni temevano che gli ebrei avrebbero imparato l’inglese e quindi avrebbero capovolto gli equilibri di potere. A fomentare la ventata di antisemitismo furono anche i sacerdoti cattolici del Quebec, predicando messaggi antisemitici, ricordando che gli ebrei avevano ucciso Gesù Cristo e molti canadesi abitanti nelle zone rurali era convinti che non era vero che i nazisti perseguitassero gli ebrei e attribuivano a quest’ultimi la crisi internazionale, dal momento che secondo costoro controllavano le borse. King era ben consapevole di questa situazione e non volle rendersi impopolare in vista dell’approssimarsi delle elezioni, per cui assecondò il respingimento, motivandolo come frutto di una mancata richiesta dei passeggeri.
Tale atteggiamento venne condannato, un mese dopo, il 19 luglio, dal Winnipeg Free Press che concluse l’articolo nel seguente modo: «Anche il Canada ha bisogno delle industrie i rifugiati stanno portando negli Stati Uniti. C’è bisogno di talenti e mestieri che la nostra xenofobia ha finora limitato».

Il viaggio di ritorno continua
Dinanzi all’ennesimo rifiuto, il capitano Schröder diede l’ordine di puntare verso Amburgo, anche se in cuor suo aveva deciso di arenare la nave lungo le coste inglesi, pur di salvare i suoi passeggeri. Quindi, riunì sul ponte della prima classe i viaggiatori e comunicò: «Nonostante la situazione difficile la compagnia di navigazione rimane in contatto con varie organizzazioni e organismi ufficiali allo scopo di tentare uno sbarco fuori dalle coste della Germania. Nel frattempo, ci spingeremo nei mari del Sud America, in attesa di ricevere buone notizie». La notizia non confortò i passeggeri, che si resero conto che era impossibile, per la nave, fare scali non autorizzati, anche perché c’era il problema del carburante. Il capitano Schröder aveva appena terminato il suo discorso e stava rientrando sul ponte di comando, quando assistette a una scena che lo colpì profondamente e che annotò nel suo diario: «Due ragazzini avevano creato, utilizzando le sedie a sdraio del ponte di 1ª classe, un muro, con un unico ingresso. Loro s’erano posti a controllo dell’ingresso, quindi si presentavano dei bambini che chiedevano di poter entrare nel loro territorio. Le due guardie chiedevano: “Sei ebreo?” “Si” rispondeva un bambino. “Mi dispiace, gli ebrei non sono ammessi!” urlava la guardia”. “Oh, per favore fammi entrare. Sono solo un piccolo ebreo.” Ma i bambini-guardie iniziavano a gridargli contro e a spintonarlo via. Il gioco tragico consisteva nel riuscire nel rimane vicino all’ingresso nonostante tutto».
Il morale dei viaggiatori peggiorò e per questo venne creato un gruppo di passeggeri atto a prevenire eventuali colpi di testa da parte dei compagni di viaggio.
Il 13 giugno, mentre la St. Louis era in alto mare, all’incirca a metà del viaggio di ritorno, Morris Troer, capo delle operazioni europee della Jdc (Jewish Joint Distribution Committee), inviò un cablogramma al capitano Schröder che annunciava: «Disposizioni finali per lo sbarco di tutti i passeggeri a bordo. Sono felice d’informarti che i governi del Belgio, dell’Olanda, della Francia e dell’Inghilterra si sono resi disponibili ad accogliere gli ebrei a bordo». Per la precisione la Francia era disposta ad accoglierne 224 rifugiati; il Belgio 214; i Paesi Bassi 181 e la Gran Bretagna 287. Non appena il cablogramma venne reso noto ai profughi, questi chiesero al Capitano di rispondere con il seguente testo «I 907 passeggeri del St. Louis che da tredici giorni oscillano tra due sentimenti contrastanti: speranza e disperazione, vogliono porgervi la loro immensa gratitudine, grande come l’oceano su cui stiamo fluttuando. Accettate i nostri ringraziamenti più profondi ed eterni da parte di uomini, donne e bambini uniti dallo stesso destino e dal medesimo sogno: la libertà». Oltre a questa, il capitano Schröder inviò a Morris Troper il suo ringraziamento: «Prima di lasciare Anversa voglio ringraziarti per la disponibilità e la collaborazione offerta. Soprattutto per il sostegno e l’operato che hai svolto a favore della ridistribuzione dei miei passeggeri. Ti comunico, inoltre, che i Rhuputis sono stati destinati al contingente francese, mi hanno detto che cercheranno di passare in Inghilterra. Mi unisco ai passeggeri nel rinnovare il mio personale ringraziamento e apprezzamento per tutto ciò che hai fatto». Il 17 giugno la nave venne ancorata al molo di Anversa, in Belgio, e i passeggeri, appena scesi, si resero conto che dovevano sbrigarsi, perché i lampi della guerra si stavano addensando sull’Europa. Dei passeggeri sbarcati, solo 87 riuscirono a emigrare prima del 10 maggio 1940, quando la guerra aveva avvinghiato l’intera Europa. 254 vennero arrestati poche settimane dopo il loro sbarco, furono deportati nei campi di sterminio di Auschwitz e Sobibór, dove morirono. Dei restanti non si ebbero più notizie, quasi sicuramente alcuni vennero arrestati, altri riuscirono a fuggire verso la Spagna, altri morirono mentre tentavano di sfuggire al loro destino.
Il capitano Schröder riprese il mare al comando della St. Louis, ma senza passeggeri, a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Di ritorno dalle Bermuda, Schröder evase un blocco della Royal Navy e attraccò nella neutrale Murmansk. Con un equipaggio minimo a bordo, riuscì a superare le pattuglie alleate e raggiunse Amburgo il primo dell’anno del 1940. Gli fu assegnato un incarico e mai più andò al mare. Dopo la guerra, ha lavorato come scrittore e ha cercato di raccontare la sua storia. Venne riconosciuto il suo operato a favore dei profughi e, per questo motivo, non fu processato. Ricevette molti elogi e nel 1957 fu insignito dell’Ordine al merito dalla Repubblica federale tedesca: «per i servizi alle persone e nel soccorso dei rifugiati». Nel marzo del 1993, lo Yad Vashem lo onorò come Giusto tra le nazioni. Gustav Schröder morì, nel 1959, all’età di 73 anni.