giovedì 11 luglio 2019

Tutti parlano dei capitani, quella brava e quello pessimo

Capitane coraggiose e movimenti - Lea Melandri

Nel suo articolo sull’ultimo numero de L’Espresso (del 7 luglio 2019, «Il dissenso è donna», Michela Murgia parla di un protagonismo femminile, che va da Malala, Nadia Murad, Greta Thunberg, fino a Carola Rackete. E osserva giustamente che ciò che le accomuna è aver agito «non contro persone ma contro sistemi, contro un potere che si manifesta in modo violento qualunque forma assuma. Ma quando è il potere stesso, forte di un ampio consenso popolare, a prendere un corpo e un volto riconoscibili – come nel caso di Trump e Salvini – è inevitabile che anche chi vi si oppone diventi figura unica, eroica, simbolo di una volontà collettiva di resistenza. «Viva la Capitana, abbasso il Capitano!», «La Capitana contro il Capitano: braccio di ferro Rackete-Salvini»: sono solo alcuni dei titoli comparsi sui giornali quando Carola ha deciso di forzare il blocco e portare in salvo nel porto di Lampedusa le 42 persone che aveva a bordo della Sea Watch.
SU UN ALTRO versante, ha preso un analogo rilievo la calciatrice e attivista per i diritti Lgbtqi, Megan Rapinoe, quando ha sfidato Trump rifiutandosi di cantare l’inno nazionale e di incontrarlo dopo la vittoria della squadra statunitense per stringergli la mano. Attorno a loro c’erano altre donne, da quelle presenti sulla Sea Watch, alla Gip di Agrigento Alessandra Vella, che ha rilasciato Carola, alle calciatrici compagne di Megan. Il condensato di ingiurie – dal sessismo al razzismo alla lesbofobia – e di minacce che si è scatenato nei media e nei social, non le ha risparmiate, così come sono finite sotto le aggressioni di un maschilismo selvaggio tutte le donne che hanno espresso la loro solidarietà alle «capitane». Senza voler negare l’efficacia che hanno le azioni esemplari, quando avanzano governi autoritari e politiche liberticide, non si dovrebbe tuttavia mai dimenticare il tessuto collettivo da cui nascono, le relazioni e le battaglie che le hanno faticosamente precedute, oltre alle ragioni complesse che più o meno consapevolmente le muovono.
IN UNA BREVE intervista uscita su www.vita.it, Anna Spena mi chiedeva: «E se Carola fosse stata un uomo?» «Perché con tanta facilità a una donna si augura di essere stuprata?». Se avesse aggiunto che nell’augurio gli stupratori, a cui si faceva riferimento, erano «i negri che aveva salvato», sarebbe apparsa con evidenza la parentela tra sessismo e razzismo, rimasta a lungo confusamente sepolta nell’eredità remota della storia umana, e, al medesimo tempo, la consonanza profonda tra la condizione del migrante, che compare sconosciuto ai confini di una comunità, e il destino toccato per millenni a quel primo «straniero» che è per l’uomo il corpo femminile da cui nasce.
È tristemente consolatorio dover riconoscere, nel contesto in cui viviamo, che sono gli odi, i rancori, i pregiudizi più arcaici e violenti a portare allo scoperto il potere e la violenza in tutte le loro forme, che sono i casi esemplari della combattività delle donne a far calare paradossalmente il silenzio sui movimenti femministi che, come la rete transnazionale Nudm (Non una di meno) ha posto fin dalla sua comparsa in Italia il tema della «intersezionalità», le appartenenze diverse – di sesso, genere, classe, razza, orientamento sessuale- che si intrecciano e sovrappongono nella vita di ogni persona.
NON È UN CASO che siano donne, in Italia come altrove, a denunciare, contrastare le politiche disumane dei governi rispetto ai migranti. «Nuda vita», «nient’altro che corpi», sfruttati come risorse e tenuti sotto controllo per una sessualità considerata minacciosa nei suoi eccessi, sono stati sia le donne che i popoli di pelle diversa, soprattutto se nera. Quindi non dovrebbe meravigliare che siano loro oggi in primo piano a mostrare la discrepanza tra le affermazione di valori, diritti umani, e le leggi che dovrebbero darvi applicazione. Per quanto suggestivo, il richiamo ad Antigone come figura della disobbedienza alle leggi della città, non ha molto a che vedere con una scelta che Carola stessa ha definito nei suoi termini più concreti: obbligo di soccorrere i naufraghi e condurli in un porto sicuro, così come sancito dalle consuetudini internazionali sul diritto del mare e dai trattati che le specificano, assunzione del rischio di violare una legge, il decreto sicurezza bis, incompatibile con l’articolo 2 della nostra stessa Costituzione.
OPPORSI alle molteplici forme di dominio, tenendo presente la matrice sessista che le sorregge, combattere i governi che le legittimano, è oggi, nell’azione singola come nelle pratiche collettive del femminismo, un riferimento essenziale per tutti i movimenti che, nella loro frammentarietà, condividono la speranza e l’impegno per un mondo più giusto, più umano e più vivibile.
Fonte: il manifesto, 10 luglio 2019
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CAROLA È NEL GIUSTO, AD ESSERE ILLEGITTIMO È IL DECRETO SICUREZZA

Francesca De Vittor è Docente di Diritto Internazionale e Diritti dell'Uomo presso la Cattolica e non ha dubbi: il d.s. è 'manifestamente in contrasto con la Convenzione dei diritti dell'uomo'

Francesca De Vittor, Docente di Diritto Internazionale e Diritti dell'Uomo all'Università Cattolica di Roma, ha scritto un lungo articolo su Cattolica News in cui spiega perché ad essere completamente fuori legge è proprio il decreto sicurezza bis di Salvini, e non Carola Rackete: "Nonostante la si accusi ora di aver violato le leggi dello Stato italiano, e in particolare il divieto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina previsto dall’art. 12 del d.lgs. 186/1998 e il divieto di ingresso imposto dal Ministro dell’Interno sul fondamento del DL 53/2019, c.d. sicurezza-bis, la comandante Rackete, fin dall’inizio dei soccorsi, non ha fatto altro che rispettare un obbligo imposto dal diritto internazionale e dalle leggi sia italiane sia del suo stato di bandiera. Ciò che in tutta questa vicenda appare invece manifestamente illegittimo, sia dal punto di vista del diritto costituzionale italiano sia del diritto internazionale è proprio il c.d. decreto sicurezza bis" spiega la docente.
"L’obbligo di soccorso in mare è previsto sia dal diritto internazionale consuetudinario (che nel nostro ordinamento ha valore di diritto costituzionale in base al rinvio operato dall’art. 10 Cost.), sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM) e dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il soccorso in mare (SAR) (entrambe ratificate dall’Italia e che nel nostro ordinamento hanno valore di legge, anzi superiore alla legge per l’art. 117 Cost.). Per previsione espressa di quest’ultima Convenzione il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, che è un porto in cui la loro vita non è più in pericolo e i diritti umani fondamentali sono loro garantiti".
Com'è noto, l'unico porto che aveva dato la sua disponibilità era il porto di Tripoli in Libia, che - lo ripetiamo per la centesima volta - non è un porto sicuro: lo ha ripetuto l'Onu, Medici Senza Frontiere, Bruxelles, lo stesso ministro Moavero.
E infatti la docente ribadisce: "come deciso dal GIP di Trapani in una recente sentenza l’essere riportati in Libia avrebbe costituito un’offesa ingiusta alla quale i migranti stessi avrebbero potuto opporsi anche con la forza in legittima difesa (art. 52 c.p.).

Una volta chiarito che verso Tripoli la Sea Watch non avrebbe in alcun caso potuto dirigersi, la comandante si è lecitamente diretta verso il porto sicuro più vicino, e quindi Lampedusa. Tutti gli stati membri della Convenzione SAR hanno l’obbligo di cooperare affinché il comandante della nave che ha prestato soccorso sia liberato dalla propria responsabilità (ovvero possa far sbarcare le persone soccorse) nel minor tempo possibile e con la minor deviazione dalla propria rotta".
Riguardo al destino della Comandante e dell'equipaggio, la De Vittor scrive: "Starà alla magistratura valutare eventuali responsabilità penali a carico della comandante e dell’equipaggio della nave, ma è presumibile che anche qualora eventuali comportamenti illeciti siano constatati venga comunque riconosciuta la scriminante dello stato di necessità (art. 54 c.p.) o dell’aver commesso il fatto in adempimento di un dovere (art. 51 c.p.). Va in ogni caso ricordato che in nessuno dei casi in cui sono state aperte indagini a carico di Ong per i soccorsi in mare si è mai giunti a una condanna".
"Se di responsabilità si vuole parlare" conclude la docente, "sarebbe meglio parlare di quelle dell’Italia. Va infatti considerato che la nave, probabilmente già da prima, ma sicuramente da quando è entrata nelle acque territoriali italiane, si trova sotto la giurisdizione dell’Italia per l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo pertanto il prolungarsi del trattenimento a bordo della nave dei migranti, già estremamente provati, integra da parte dello Stato italiano una violazione dell’art. 3 e dell’art. 5 della Convenzione".
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SALVINI TRA LAKOFF, PAVLOV E FREUD – Luigi Di Gregorio

Premessa. Questo articolo ha un taglio tecnico, di comunicazione e di psicologia politica. Prende spunto dalla vicenda Sea Watch e poi allarga il quadro, ma non entra nel campo delle valutazioni politiche o morali. Insomma non è pro o contro Salvini (o le sue scelte politiche), è piuttosto un tentativo di spiegare perché funziona (e funzionano) in termini di costruzione del consenso. 
Come ogni vicenda di interesse per l’opinione pubblica, anche il travagliatissimo sbarco della Sea Watch ha finito per essere immediatamente brutalizzato e ipersemplificato in un derby tra due icone personali: Capitano vs. Capitana.
In quel tipo di scontro, Salvini è un maestro, non c’è che dire. Infatti, mentre nel giorno-chiave dello sbarco Carola Rakete scriveva “so a cosa vado incontro, ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo”, il Ministro dell’interno rispondeva a modo suo, con l’immancabile video, in cui dichiarava: “questa sbruffoncella della comandante fa politica sulla pelle degli immigrati” per poi aggiungere un sempre utile (perché pop, liberatorio, volontaristico e politicamente scorretto) “mi sono rotto le palle”.

In sintesi, da una parte la capitana decideva (e annunciava pubblicamente) di infrangere la legge assumendosene la responsabilità e le conseguenze; dall’altra, il capitano personalizzava immediatamente la vicenda ed etichettava il nuovo nemico del popolo (”sbruffoncella”), ponendo la questione della legalità e dell’arresto e “dimenticandosi” di tutte le volte in cui egli stesso ha invitato a infrangere la legge: (almeno) su IMU, unioni civili, normativa europea. I suoi “me ne frego” hanno fatto scuola ormai. Allo stesso modo, come è noto, egli può attaccare in serenità i “magistrati che vogliono fare politica”, senza porsi il problema contrario: quante volte ha provato a sostituirsi ai magistrati, il ministro? O ancora, può a baciare il rosario e appellarsi al “buon cuore immacolato di Maria” e festeggiare lo sciopero della fame in un centro di permanenza per risparmiare… Eppure, giocando efficacemente sulla memoria brevissima e sul cherry picking del pubblico, Salvini sa che chi sta con lui sceglie accuratamente quali comportamenti contra legem e quali contraddizioni abbiano un peso e quali no.
Nel caso Sea Watch, i suoi due potenti attivatori cognitivi ed emotivi – sintetizzabili in “sbruffoncella” e “arrestatela” – hanno ben presto scatenato le truppe e incendiato il confronto pieno di pathos a cui ogni giorno non vediamo l’ora di partecipare, per una ragione o per un’altra. È una di quelle cose che ci fa sentire vivi, “importanti” e a costo zero (comodamente sul nostro divano o palmo di mano e senza sanzioni reali): riceviamo gratificazioni immediate dalla nostra tribù a colpi di “like” e simultaneamente ci sfoghiamo con qualche intruso da ostracizzare con l’aiuto dei commilitoni tribali in massa, per rinfocolare le nostre credenze. La versione digitale dei “due minuti d’odio” di orwelliana memoria.
Salvini dimostra, ogni giorno che passa, di essere simultaneamente il sogno di Lakoff e una specie di reincarnazione di Pavlov.
Ha la issue ownership dei temi caldi per l’emozione pubblica (immigrazione e sicurezza in primis), cioè tutti noi ci scaldiamo essenzialmente per i temi a lui più cari e funzionali. Perché in realtà lui si è posizionato abilmente sui nostri; il suo programma sono le nostre paure, ingigantite quando non del tutto create dai media. A dirla tutta, egli ormai è l’agenda. Ecco perché è il sogno di Lakoff: Salvini è l’elefante.
Inoltre, possiede più di ogni altro leader politico le chiavi dei nostri stimoli condizionati. Le armi vincenti in questo caso sono lo stile “popolare” (il politicamente scorretto che sovente si trasforma in qualcosa di peggio), la centralità delle immagini e la personalizzazione del nemico del popolo di turno (tutto è sempre basato su foto e video simbolici e personalizzanti, sia dal lato dell’ “amico” che dal lato del “nemico”).
Infine, la sua narrazione ha l’abilità di nutrirsi anche delle apparenti sconfitte. Se Carola è scarcerata è solo per via di magistrati politicizzati. Se l’Europa non fa nulla per aiutarci è perché a Bruxelles sono egoisti e cinici, non perché non proviamo neanche a negoziare. Se Francia e Germania ottengono i nuovi vertici dell’UE, idem. Se l’unica carica italiana in Europa è David Sassoli è sempre perché quelli “brutti e cattivi” cospirano contro l’Italia. Una costante applicazione, molto ben riuscita, del principio della trasposizione di Goebbels: trasformare difetti e sconfitte in vittorie. Il Capitano può benissimo perdere in termini “reali”, ma vincere in termini “simbolici”, ossia psicologici. Quelli che muovono il consenso.
Insomma, il capo della Lega suona la campanella (cioè trasmette i suoi stimoli), e mezza Italia sbava, per richiamare (neanche tanto metaforicamente) il cane di Pavlov. Mentre il film dello sbarco va in onda, il pubblico sospende l’incredulità e si fa trascinare da chi riesce a emozionarlo meglio di altri, in sintonia con le proprie credenze. Al segnale di Salvini, si scatena l’inferno. Perché è un segnale tecnicamente perfetto (sfrutta al meglio euristiche e bias dei cittadini) e si autoalimenta nell’effetto polarizzante e radicalizzante dei social network, nei quali ognuno si riscopre tuttologo e depositario della “verità”, scegliendo con cura tutte le conferme della sua tesi ed evitando – con altrettanta cura – tutto ciò che la smentisce, favorito da “bolle” e “camere dell’eco” che fungono da rinforzi positivi del nostro fisiologico bias di conferma. Sono cose note e hanno a che fare con la natura umana. Esaltate dalla società di massa e dai mass media contemporanei. Tutto sta a saper sfruttare queste dinamiche. E nessuno lo fa bene come il nostro.
Certo, occorrerebbe anche porsi qualche domanda sul punto di caduta di quello sfruttamento. E su questo mi pare che ogni leadership/followship contemporanea sia latitante: se l’obiettivo è sintonizzarsi sull’opinione pubblica istante per istante e cavalcare istinto per istinto, il medio periodo non rientra più nei piani. Ma prima o poi arriva e non sappiamo in quali condizioni ci troverà in questo piano inclinato divisivo e febbrile, in cui l’odio online va a sovrapporsi alla (giusta) opposizione al politicamente corretto come “ideologia”, ma che ormai sembra aver aperto le porte a una diffusa quanto preoccupante inciviltà di massa, orgogliosamente resa pubblica. In termini freudiani, è come se il super-io fosse sempre più rimosso in favore del riemergere dell’Es, come aveva anticipato Lasch 40 anni fa parlando del narcisismo. E l’Io che ne deriva risulta clamorosamente sbilanciato sul lato dell’inconscio, a discapito della coscienza morale. Se quello diventa il modello vincente, i futuri pseudo-leader continueranno a inclinare il piano, to be popular. Non oso immaginare fino a che punto e con quali ripercussioni sulle comunità politiche.
Ovviamente esiste anche l’altra tribù, quella della capitana, il PD e dintorni. In quel “fan club” si stanno commettendo errori che proprio Lakoff sottolineerebbe con la matita blu. Il fatto che diversi esponenti del partito scelgano di andare a Lampedusa e di dormire sulla Sea Watch in segno di solidarietà con i migranti e con Carola Rakete può certo dare un segnale forte alla propria tribù, ma lo fa su un terreno in cui essi sono perdenti. È esattamente l’elefante di Lakoff: reagire in maniera ipervisibile all’altrui narrazione in onda 24 ore su 24 ha un senso, perché dà un segnale di vita, ma implica una vocazione minoritaria se lo si fa su un argomento non dominato.
Allo stesso modo, è insensato quanto inutile trasformare in icone vincenti queste meteore (che si chiamino Greta o Carola) peraltro sistematicamente straniere e dunque fuori dal circuito politico italiano, quando hai in casa un leader politico vincente da contrastare. Esse durano il tempo del ciclo di vita di una notizia e danno l’impressione (peraltro fondata) che la sinistra sia sistematicamente a corto di leader.
La vera sfida, per la sinistra come per la destra non salviniana, è trovare altre tematiche di cui impossessarsi e renderle “stimolanti” per media e opinione pubblica tanto quanto l’immigrazione (e i suoi derivati securitari). Non pensare all’elefante (migrante), in sintesi.
Insomma, il “dì qualcosa di sinistra” di morettiana memoria non funziona per recuperare terreno, se il campo di gioco è quello dell’avversario. Tanto meno in questo momento storico iperdivisivo in cui prevalgono sentimenti e atteggiamenti difensivi e livorosi verso l’altro (che sia straniero o semplicemente facente parte di una comunità percepita come diversa) e in cui è diffusa la percezione di una sinistra ormai lontana dagli ultimi e pronta ad attivarsi solo per gli stranieri (magari per sfruttarli). Al contrario, ogni reazione su quel terreno continua a mantenere in agenda vicende e tematiche che portano tanta acqua al mulino di Salvini.
Tornando a Nanni Moretti: “mi si nota di più se vado o se non vado a Lampedusa, cioè alla festa di Salvini?” Sicuramente se vai… ma proprio per questo, se non vai è meglio. A quel punto, meglio aspettare che la festa finisca e che gli invitati si stufino del padrone di casa.
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Il dito e la Luna - Enrico Tomaselli

Non guardare il dito, guarda il mondo

Si dice che lo sciocco, quando gli si indichi la Luna, fissi invece il dito. É una metafora perfetta, per descrivere il tempo presente, in cui una pletora di dita si levano verso l’alto, ma noi non riusciamo comunque a vedere oltre. La Luna continua a sfuggirci.
In questo inizio d’estate, immersi nella crescente tropicalizzazione del Mediterraneo, ci appassioniamo furiosamente al dito del momento, indifferenti a qualsiasi luna possa esservi oltre. E non parlo qui del cambiamento climatico - seppure non veda problema più grande e urgenza maggiore; la spettacolarizzazione con cui i media internazionali hanno trattato Greta Thunberg, se da un lato ha posto sì l’attenzione sulla malattia del pianeta, dall’altro l’ha però concentrata sulla piccola svedese, polarizzando su di lei l’opinione pubblica. Ingigantisci il dito, per occultare la luna.
Ma, appunto, non è della Terra che parlo, ma di noi.
Di questa schizofrenia che ci induce a una feroce attenzione per il particolare, perdendo di vista il generale.
Due sono i fatti che hanno colpito la mia attenzione, e soprattutto a colpirmi è lo scarto enorme con cui sono stati trattati: tantissimo interesse per il meno rilevante, pochissimo per quello più importante.
Anche qui, c’è di mezzo una giovane donna ‘nordica’. Carola Rakete, capitana della Sea Watch 3, la nave dell’ONG in azione nel Mediterraneo, fa quel che ciascuno di noi dovrebbe essere capace di fare, cioè semplicemente agisce coerentemente con ciò che ritiene giusto, assumendosene la responsabilità. Si può ovviamente essere d’accordo o meno con quello che fa, ma non ci dovrebbero essere dubbi che il suo sia un comportamento esemplare, sotto questo punto di vista. Comunque, certamente Carola segue la sua coscienza, e semmai vorrebbe porre l’attenzione sulle ragioni del suo agire, non su se stessa. Né ‘puttana’ né ‘eroina’, ma solo una persona che vede un problema e lo affronta, secondo le sue convinzioni.
Ma lei, come Greta, diventa il dito dietro cui nascondere i problemi.
A bordo della Sea Watch 3 arrivano a Lampedusa 42 persone (perché questo sono, persone; comunque la si pensi, di questo non ci si dovrebbe dimenticare mai). 42 persone che arrivano in un paese di 60 milioni di abitanti, una delle 20 potenze economiche del pianeta. 42 persone che arrivano in un continente di 741 milioni di abitanti, con una tra le più alte concentrazioni di ricchezza al mondo.
Ma quelle 42 persone sono una goccia nel mare anche rispetto al totale degli arrivi.
Ad oggi, in Italia nel 2019 sono arrivate 1400 persone, in fuga da guerre, dittature, povertà e cambiamento climatico (che nel loro caso non significa ‘più caldo’, ma desertificazione, siccità, carestia...). Di queste 1400, solo una piccola parte hanno compiuto il tratto finale del proprio viaggio a bordo di una nave ONG.
Ma le ONG sono il (comodo) dito.
A fronte di un importante fenomeno migratorio, che investe buona parte del pianeta (e che per la gran parte è di brevissimo raggio: le persone in fuga si fermano quasi sempre nel paese più vicino), e che ha visto nel Mediterraneo uno snodo rilevante, posto com’è tra Africa, Medio Oriente ed Europa, “Aiutiamoli a casa loro” è sempre rimasto un vuoto slogan. Non solo non si fa nulla di serio per combattere le cause del fenomeno, ma al contrario le si moltiplicano. Scateniamo guerre, le alimentiamo con la vendita di armi, deprediamo le ricchezze di quei paesi per sostenere la nostra. Questa è la spinta dietro le migrazioni. Rispetto a questo fenomeno, abbiamo sempre assunto l’atteggiamento emergenziale: considerare (appunto) come un’emergenza ciò che invece è un fenomeno strutturale, di lungo periodo, per evitare di affrontarne le cause e cercando invece di ‘tamponarne’ gli epifenomeni. Uno dei quali era l’alto tasso di morti durante le traversate (oltre 30.000 persone sono annegate nel Mediterraneo, negli ultimi 15 anni). All’inizio, il problema fu affrontato con la missione Mare Nostrum, finalizzata proprio al salvataggio delle persone in pericolo in mare. Nel 2014, la missione venne terminata e sostituita da una nuova, questa volta europea, denominata Triton, che però spostava il suo focus dal salvataggio al contrasto, e arretrava considerevolmente il suo raggio d’azione, allontanandosi dalle coste africane. É in questo ‘vuoto’ che intervengono le ONG, cercando di supplire a quanto non fanno più gli stati europei.
Ma noi ci concentriamo su Carola Rakete.
L’altro fatto di cui dicevo ha un nome seducente: Libra. Si tratta di una ‘criptovaluta’ (una moneta digitale) che sta per essere lanciata universalmente da Facebook e da un consorzio di big del digitale e dei servizi finanziari (Visa, Mastercard, Paypal, Uber, E-bay, Spotify, Booking...). L’obiettivo, più o meno apertamente dichiarato, è quello di creare una moneta planetaria, alternativa al dollaro o all’euro (o al renmimbi cinese...). A partire da un miliardo e mezzo di persone che - dice il comunicato di Menlo Park - possiedono uno smartphone ma non un conto in banca.
Libra sarà una moneta esclusivamente digitale, ma anche una ‘stablecoin’, cioè il suo valore sarà garantito da "depositi bancari e titoli di Stato in valute da banche centrali stabili e rispettabili". Sarà quindi convertibile in qualsiasi momento in una qualsiasi valuta ‘corrente’.
Non credo occorra essere degli esperti di finanza mondiale, per capire tutte le implicazioni potenziali - sul piano economico, ma anche su quello sociale e ‘culturale’.
Basti pensare all’impatto sulle economie più fragili, quelle di paesi instabili politicamente, ma anche sul nostro modo di usare il denaro. Da anni c’è un continuo tira-e-molla sull’uso del contante, sulla rilevanza che l’uso delle carte (di credito, di debito, prepagate...) potrebbe avere sull’evasione fiscale. E Libra, a dispetto del suo nome, potrebbe squilibrare tutto, e far pendere la bilancia in favore della moneta elettronica.
Tutto ciò, per non parlare dell’aspetto forse più rilevante, quello dei big data. Che non è una questione strettamente di privacy: alle multinazionali del ‘capitalismo di piattaforma’ non interessa tanto associare le informazioni a un nome, a una specifica identità; l’interesse non è per cosa faccio io o tu (dove vado, cosa compro, quanto spendo...), ma cosa facciamo noi. La macro-dimensione, i big-data, appunto.
Non è tanto il controllo onnicomprensivo, un orwelliano panopticon digitale, ad essere dietro l’angolo. Piuttosto Libra sarà un nuovo tassello nel complesso mosaico dell’estrazione di valore dalla nostra vita. La nostra vita, condensata in dati digitali, a loro volta elaborati da algoritmi, diviene una merce. E questa merce verrà venduta a chi la userà per potere, a sua volta, venderci meglio i suoi prodotti e/o servizi.
É il mondo del futuro prossimo, su cui abbiamo sempre meno possibilità di intervenire nel disegnarlo. Il mondo dello sviluppo tecnologico, che ci appare così ‘etereo’, immateriale, ma che invece è assolutamente basato su una enorme ‘fisicità’, fatta di consumi energetici (il settore dell'Information Technology consuma da solo il 7% dell’elettricità globale) e di minerali ‘strategici’.
Quanti di noi hanno sentito parlare di coltan, o di tantalio? Quanti sanno da dove proviene, a cosa serve? Sono entrambe indispensabili per la realizzazione di componentistica elettronica. Di coltan, ad esempio, sono ricchissimi il Congo e il Venezuela (che è anche il paese più ricco di petrolio al mondo...). E anche il tantalio viene soprattutto dal Congo. E in Congo c’è una guerra, terribile1. Per fare la guerra, si comprano armi. Noi produciamo e vendiamo armi, loro le comprano. E le pagano anche vendendo a loro volta quei minerali. Le guerre producono morte, distruzione e carestia (in Congo, si stima circa 5,4 milioni di persone sono decedute in conseguenza del conflitto). Dalle guerre si fugge. E il cerchio si chiude.
Il punto, ovviamente, non è la demonizzazione della tecnologia, che certamente migliora la nostra vita. Semmai, è aver cura che contribuisca a liberarla, non a costruire nuove (anche se nascoste) schiavitù. In questi giorni, per dire, al Maxxi di Roma, si sperimenta una apparecchiatura che utilizza una tecnologia d’avanguardia - la conduzione ossea - per migliorare l’esperienza museale. Basterà avvicinare un dito all’orecchio, per usufruire di contenuti audio.
Ecco, il dito. Usiamolo, guardiamolo, ma non dimentichiamo di guardare anche ciò che ci indica. Il mondo può a volte apparire terribilmente complesso, tanto da avere la tentazione di non vedere per non sapere. Ma spesso questa complessità deriva proprio dalla mancanza di attenzione che vi rivolgiamo. Non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. É il principio del Rasoio di Occam: "Pluralitas non est ponenda sine necessitate" (non considerare la pluralità se non è necessario).
Non guardare il dito, guarda il mondo.
1 “Non mi sono mai occupato di una guerra peggiore di quella del Congo, e mi ossessiona. In Congo, ho visto donne mutilate, bambini forzati a mangiare la carne dei loro genitori, ragazze vittime di stupri e distrutte nel loro io. I signori della guerra finanziano parte delle loro scorribande attraverso la vendita di minerali grezzi contenenti tantalio, tungsteno, stagno e oro”. Nicholas Kristof (premio Pulitzer), New York Times.
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Urlare dell’immigrazione per tacere dell’emigrazione - Francesco Sylos Labini
La tragica vicenda dei 42 migranti della nave Sea Watch è stato il tema centrale per giorni nel dibattito pubblico, come già avvenuto in passato per casi analoghi. Ma nel corso del 2019 ci sono stati 2500 migranti arrivati in Italia: la speculazione politica su queste vicende è dunque enorme come anche l’incessante copertura mediatica che serve solo a mantenere un alto livello emozionale di coinvolgimento del pubblico su un problema, umanamente drammatico e vergognoso per com’è stato gestito, ma del tutto marginale sul piano strutturale (ma che segna una regressione strutturale sul piano civile). Sembra anzi che l’attenzione sull’immigrazione sia utile solo per coprire l’altra faccia della medaglia, l’emigrazione dall’Italia: e questo è sì un problema strutturale.

Secondo il report dell’Istat sulla mobilità interna e le migrazioni internazionali della popolazione residente, tra il 2013 e il 2017 oltre 244mila connazionali con più di 25 anni sono migrati all’estero, di cui il 64%, 156 mila, laureati e diplomati. La tendenza negli anni è in vertiginoso aumento: i laureati italiani che si sono trasferiti all’estero nel 2017 sono stati il +4% rispetto al 2016 ma +41,8% rispetto a 2013. La migrazione tuttavia non è solo verso l’estero (Regno Unito, Germania e Francia in primis) ma anche interna: negli ultimi 20 anni, dice l’Istat, la perdita netta di popolazione nel Sud, dovuta ai movimenti interni è stata pari a 1 milione 174mila unità. Questo è un sintomo di un problema strutturale del paese che espelle i giovani, soprattutto i più formati – ovvero la prima ricchezza su cui investire – e che è volutamente ignorato o marginalizzato nella discussione pubblica.

Com’è possibile che, invece di accanirsi per mesi sulle sorti di 42 disperati, tale migrazione “biblica” non sia al centro dell’attenzione pubblica e politica? A mio avviso, perché la politica che ha prodotto in maniera consapevole questa situazione non ha alcuna idea o volontà per invertire la rotta. Eppure questo è un problema all’ordine del giorno per milioni di cittadini, per chiunque abbia figli che stanno finendo la scuola o l’università, poiché il fardello delle scelte scellerate del passato ricade innanzitutto sulle spalle delle nuove generazioni. La rimozione del tema è dunque l’altra faccia della medaglia dell’incapacità d’affrontarlo. Anche perché il problema non riguarda solo chi va via, ma purtroppo riguarda anche e soprattutto chi rimane. Il sistema produttivo italiano ha sempre meno bisogno di lavoro qualificato, ma predilige lavoratori con bassa istruzione tra loro intercambiabili e facilmente sostituibili: è lo specchio dell’arretramento tecnologico e produttivo del paese che è stato anche il motore delle oscene riforme della scuola e dell’università effettuate nell’ultimo ventennio con crescente aggressività.
Il concorsone per “navigator” ha da poco fornito uno spaccato inquietante sulla situazione del lavoro giovanile: 70 mila laureati a contendersi un ulteriore percorso lavorativo incerto e precario. Questo concorso è, infatti, la cartina di tornasole che dimostra come chi ha investito tempo, fatica e risorse nella propria istruzione non ha avuto e non ha ancora le opportunità a livello della propria formazione. Se questo è un problema drammatico per i singoli, diventa un’enorme emorragia di competenze e opportunità per il Paese. La “generazione del trolley”, persone che vanno di concorso in concorso e di lavoro precario in lavoro precario con una valigetta dove portare la propria vita, dovrebbe destare un allarme sociale enorme ma, come nel caso dell’emigrazione, non è all’ordine del giorno delle preoccupazioni della politica.
Il taglio alle politiche di formazione avvenuto dal 2008 in poi ha prodotto un calo del 10% degli immatricolati (ma fino al 20% se ci limitiamo fino al 2013), tanto che il nostro paese ha raggiunto l’ultimo posto in Europa per percentuale di numero di laureati nella fascia d’età 25-34 anni (superati anche dalla Turchia), con un valore del 27% mentre la media UE è poco sotto il 40%; dal 2007 i posti di dottorato banditi si sono ridotti addirittura del 43,4%. Il paradosso italiano consiste nel fatto che, malgrado questa situazione disastrosa e preoccupante, pochissimi riescono a trovare un lavoro che sia adatto al grado d’istruzione acquisito e di qui fenomeni come l’emigrazione di massa e la competizione per lavori precari di basso livello.
Questo è il nodo che una forza politica di sinistra dovrebbe mettere in testa alla sua priorità, imponendolo con forza nel dibattito pubblico e segnando così una forte discontinuità con le politiche fin qui attuate che si sono focalizzate sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori, invece che sulla competizione basata sulla specializzazione tecnologica, sul mito delle piccole e medie imprese, o addirittura delle effimere start-up, come motore dell’innovazione, invece che sul ruolo di uno Stato imprenditore che sia creatore di duraturi nuovi settori tecnologici e mercati. Questo cambiamento di rotta politica deve essere necessariamente accompagnato, come suggerisce, tra gli altri, Varoufakis, dall’apertura di una discussione per cambiare le regole europee: se non si può parlare di rapporto di causalità diretta, certamente c’è stata una correlazione tra l’ingresso dell’Italia nell’euro e, ad esempio, il crollo della produzione industriale del 25% che ha coinciso con lo smantellamento delle grandi industrie a partecipazione statale e con il cambiamento di obiettivo dall’aumento della produttività e della specializzazione tecnologica a quello dell’abbassamento della qualità e del costo del lavoro. Perché è proprio in questo snodo che la paura dell’immigrazione, con il suo conseguente sfruttamento politico e mediatico, e il fenomeno della migrazione e del popolo dei trolley trovano la loro sintesi. Perché essere poco formati e meno garantiti nei loro diritti e opportunità, rende le persone più fragili e più facilmente manipolabili attraverso un’informazione e una politica che giocano sull’emozione anziché sulla riflessione.
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Carola Rackete ora chiede al giudice di sequestrare i profili social di Salvini
Il sequestro dei profili Facebook e Twitter riconducibili al leader della Lega, Matteo Salvini, e di altri social "propalanti messaggi d'odio". È quanto chiederà l'avvocato Alessandro Gamberini, difensore della comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, nella denuncia che verrà presentata domani alla procura di Roma. Denuncia per diffamazione e istigazione a delinquere contro il ministro dell'Interno.
La Rackete chiede questo sequestro perché "le pagine Facebook e Twitter, che hanno pubblicato e condiviso i post e le riprese video" dal contenuto ritenuto lesivi della propria reputazione, "possono contare su numerosissimi utenti". Le "molteplici esternazioni" del ministro degli Interni pro tempore, "lungi dall'essere manifestazioni di un legittimo diritto di critica sono state aggressioni gratuite e diffamatorie alla mia persona con toni minacciosi diretti e indiretti, coinvolgenti anche il gip di Agrigento Alessandra Vella". È questo un passo della denuncia-querela che sarà presentata nelle prossime ore alla procura di Roma dall'avvocato Alessandro Gamberini, difensore della donna.
"Molti di questi utenti - si legge ancora - si sono profusi a loro volta in commenti offensivi e implicitamente minacciosi nei miei confronti, che riproducono pedissequamente il suo lessico offensivo: vengo così apostrofata come 'ricca comunista tedesca delinquente' e 'mercenaria', 'la delinquente rimane libera', 'la delinquente è stata rilasciata', 'fuorilegge'". Quanto al reato di istigazione a delinquere, la comandante della nave punta il dito contro la sua foto 'da ricercata'. "Una fotografia pubblicata da Matteo Salvini - scrive - lo ritrae insieme a un gruppo di donne che svolgono le funzioni di agenti di polizia in divisa; sotto la stessa compare la mia fotografia con la scritta 'una criminale'.
Un'immagine che assume - secondo Rackete - la connotazione di una segnalazione pubblica e rimanda ai manifesti dei ricercati (Wanted) e mi indica come bersaglio di condotte minacciose, ingiuriose e diffamatorie, quando non violente. Si tratta di un'istigazione pubblica a delinquere'. "Nelle parole di Salvini - fa sapere Carola Rackete - risultano veicolati sentimenti viscerali di odio, denigrazione, delegittimazione e persino di vera e propria de-umanizzazione. Le frasi diffamatorie di Salvini, in questo senso, sono strumento di un messaggio di odio concretamente idoneo a provocare da un lato la commissione di nuovi delitti di diffamazione ai miei danni e dall'altro di espormi tal pericolo di aggressioni all'incolumità fisica"…
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Mario Vargas Llosa si schiera con Carola e chiede che le venga dato il Nobel per la Pace
 Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura, si schiera dalla parte di Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3. “Ha fatto bene”, ha scritto Llosa su El Pais, citando il fondatore di Open Arms, Oscar Camps, che ha detto: “Dalla prigione si esce, dal fondo del mare no”. La capitana potrebbe infatti essere condannata a 10 anni di carcere e a pagare una multa di 50mila euro.
“Quando le leggi, come quelle invocate da Matteo Salvini, sono irrazionali e inumane, è un dovere morale non rispettarle, come ha fatto Carola Rackete”, scrive ancora il premio Nobel nel suo editoriale.
Secondo Llosa, il leader leghista e il suo partito sono agli antipodi delle tradizioni dell’Occidente democratico e liberale, e rappresentano una “caricatura razzista dello stato di diritto”.
La Lega e i suoi seguaci in Europa, secondo il premio Nobel, incarnano la barbarie, proprio la stessa barbarie di cui accusano gli immigrati.
“Non sarò l’unico a chiedere a quella giovane capitana il Nobel per la pace quando arriverà il momento”, scrive ancora lo scrittore su El Pais.
Lo scrittore mette in guarda contro i pregiudizi e i falsi miti che circolano intorno all’immigrazione.
“La verità è che l’Europa ha bisogno di immigrati per mantenere i loro elevati standard di vita. Gli immigrati, che ci piaccia o no, finiranno col riempire quel vuoto”, scrive Llosa che sostiene che l’integrazione sia l’unica strada percorribile, “a condizione di sradicare i pregiudizi e le paure che, sfruttate inesorabilmente dalla demagogia populista, creano Matteo Salvini e i suoi seguaci”.
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dal 1996 Vargas Llosa non ha cambiato idea, leggi qui

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