martedì 2 luglio 2019

Gramsci, Fanon e poi - Raúl Zibechi


Non molto tempo fa, qualcuno ha scritto che l’importante non è chi parla, bensì da dove lo fa. Di recente ho potuto comprendere aspetti centrali del pensiero di Antonio Gramsci nelle comunità contadine della sua Sardegna natia, dove ho partecipato a dibattiti con il Coordinamento dei Comitati Sardi, che raggruppa 60 organizzazioni di base. Il concetto di “subalternità”, fondante di tutta una corrente teorica anti-coloniale (sebbene si definisca in forme un po’ più sofisticate), non sarebbe stato formulato da Gramsci se non fosse nato su un’isola colonizzata per secoli da potenze straniere che la trasformarono in “colonia di sfruttamento”. Nel pensiero pigro, dal quale non siamo mai al sicuro, esiste la convinzione che tutto l’Occidente è colonizzatore e tutto il Sud è colonizzato. Quando, in realtà, esistono periferie in entrambe le parti del mondo. E resistenze formidabili.
Nel 1906, quando Gramsci aveva 15 anni, la Sardegna fu scossa da lotte operaie e rivolte contadine, che si ergevano sui forti squilibri Nord-Sud, sull’implacabile repressione dello Stato italiano e su un vasto movimento “sardista” che il giovane si portò nella valigia e nel cuore quando emigrò nella Torino proletaria. Grazie alla sua esperienza in Sardegna, Gramsci ha potuto comprendere meglio la Russia sovietica e contadina, compreso il ruolo degli intellettuali nel processo di emancipazione.
Anche se non ho mai aderito con entusiasmo al suo pensiero, per pregiudizi e sfiducia, posso vedere che Gramsci ha posto una pietra miliare nel pensiero critico con il suo sguardo anti-coloniale e la sua scommessa sul ruolo dei “subalterni”.
La tappa successiva, per dirla in modo meccanico e di certo ingiusto, tocca a Frantz Fanon, nel periodo della decolonizzazione e delle rivoluzioni del terzo mondo. Se Gramsci deve parte dei suoi sentimenti e idee alla Sardegna, Fanon è in debito con l’Algeria che si solleva per scrollarsi di dosso il giogo coloniale francese.
Fanon comprese come pochi la “inferiorizzazione” che provoca la dominazione, grazie alla sua esperienza come psichiatra nell’ospedale di Blida e, in seguito, nella militanza attiva nel Fronte di Liberazione Nazionale al quale ha consegnato poi la sua vita e i sogni. In questa tappa del pensiero critico, i soggetti della decolonizzazione sono quelli “más abajo”, più in basso: contadini e disoccupati, portatori dell’energia collettiva che dà impulso ai cambiamenti. Fanon critica il ruolo che la sinistra, nei paesi colonizzati, conferisce alla classe operaia, come trasferimento meccanico dell’esperienza nella metropoli.
Quelli che come me sono arrivati alla militanza nella decade del 1960, sono profondamente in debito con Fanon, poiché è riuscito a scalare la china più difficile, quella che lo ha portato a discutere di come scrollarci di dosso l’interiorizzazione del dominatore che tanto danno ha causato ai processi rivoluzionari. Fosse anche solo per questo inestimabile contributo, Fanon dev’essere collocato in un ruolo molto rilevante del nostro mondo.
Ma è nella terza tappa che si registrano i cambiamenti più sorprendenti e incoraggianti. È il momento attuale, diciamo, quello che intercorre dalla fine del socialismo reale e che ha uno dei suoi centri in América Latina.Il pensiero critico anti-coloniale inizia a intrecciarsi con il pensiero anti-patriarcale, fecondando un anti-capitalismo radicale, radicato nei soggetti collettivi che, d’ora in poi, chiameremo “popoli in movimento”.
Il concetto mi è arrivato per mezzo di una giovane studentessa quechua di Abancay (Perù), Katherin Mamani, in un dibattito nel quale abbiamo respinto l’idea eurocentrica di “movimento sociale”. La menziono perché incarna il nucleo del momento attuale. 
La prima cosa è che risulta impossibile separare le idee dalle pratiche. Le massicce e costanti azioni dei popoli, sono il combustibile del pensiero critico, che ritorna sterile se si guarda solo nello specchio dell’autocompiacimento intellettuale.
La seconda è l’impronta delle donne de abajo. Che risulta tanto evidente da rendere superflui ulteriori commenti.  Anche se bisognerebbe superare il concetto di pensiero quando ci riferiamo alla parola delle donne che lottano, cosa che siamo ancora ben lontani dal conseguire.
La terza è che ci troviamo di fronte a pensieri collettivi, comunitari, che rendono quasi impossibile determinare chi ha coniato questo o quel concetto, cosa che supera l’eredità patriarcale/coloniale tramandata dalle accademie. Idee che germinano al di fuori delle istituzioni, sebbene queste pretendano sempre di cooptarle, e che sono il frutto della condivisione tra los abajos quando discutono e combattono.
Infine, i nuovi sviluppi hanno validità solamente se mostrano qualche utilità per potenziare le emancipazioni collettive. E, soprattutto, per costruire il nuovo. Perché di questo si tratta: oltre a porre limiti ai progetti de arriba, dobbiamo costruire e creare vita lì dove il sistema, a destra e a sinistra, produce solo morte.
Non è poco con i tempi che corrono. La strada percorsa in poco più di un secolo è notevole. Ci troviamo di fronte a pensieri collettivi che nascono mettendo il corpo davanti al sistema e alle sue repressioni.

Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo Gramsci, Fanon y después
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

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