giovedì 4 luglio 2019

Rio Grande (o Mediterraneo), dove geopolitica litiga con umanità - Piero Orteca



Rio Grande, dove Gesù Cristo muore ogni giorno.
Rio Grande. Sembra il titolo di uno dei mitici film western di John Ford. Brulle colline che circondano pietraie assolate, con un fiume dalle acque limacciose che scorre in mezzo. Di qua c’è l’inferno, mentre di là s’intravede il paradiso. Quello con la “p” minuscola, perché gli Stati Uniti sono un “paradiso” per modo di dire. Una volta erano le tribù indiane, gli apache Jicarilla, Mescalero e Chiricaua a scappare in Messico, per salvare la loro libertà. Per difendere il loro fiero spirito d’indipendenza dalla cupidigia dell’uomo bianco. Oggi è il contrario. La storia non è solo maestra di vita. E’ anche beffarda. Milioni di aspiranti “chicanos” e di migranti da tutto il Centramerica, si mettono in fila per cercare la loro “suerte” negli Usa.
Proprio loro, che una volta erano i padroni del Continente e che dalle piramidi azteche di Teotihuacan o da quelle Maya di Chichén Itzá pregavano gli dei dell’Universo, pregni di una spiritualità che andava oltre il tempo e oltre lo spazio. Mentre oggi elemosinano uno spicchio di futuro, tendendo la mano a chi li ha conquistati, con la forza e con l’inganno. E se il ricco difende le sue proprietà, il suo mondo fatto di lussi, ricchezze e false libertà costruiti sull’etica protestante dei predestinati, il “pobrecito” deve rischiare la vita, per riprendersi quello che una volta era suo. Scusate la lunga introduzione, quasi uno sfogo contro l’ingiustizia della storia. Vogliamo solo fermarci a riflettere su quello che è successo lunedì. Ma che, a pensarci bene, succede tutti i giorni.
Prima una mamma e i suoi tre bimbi morti disidratati, poi un papà salvadoregno e la sua bimbetta di due anni annegati nel fiume. Al confine di quell’improbabile “paradiso” che cercavano di raggiungere e che sembra una fortezza inespugnabile, con un “muro” blindato da filo spinato, cemento, riflettori, squadre speciali e cani-lupo. La foto, devastante, di quel corpicino immolato sull’altare della speranza e della fede e ucciso dall’egoismo degli uomini, ha fatto il giro del mondo. Bene, per quanto tempo c’indigneremo? E badate, qui non c’entra solo quel cialtrone di Trump. Il “muro” era stato accettato e condiviso pure da Obama. No. Le barriere e i fili spinati sono nelle nostre teste.
Aveva ragione Nietzsche nel suo “Umano troppo umano”: siamo un impasto di bene e male. Giù la maschera e guardiamoci allo specchio, vediamo se riusciamo ancora a provare vergogna. Rio Grande. Il fiume dove ogni giorno Gesù Cristo muore. Senza risorgere.

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