giovedì 25 luglio 2019

L’autonomia devasta paesaggi e beni culturali - Salvatore Settis



Pur di devastare impunemente paesaggio e patrimonio culturale, la Lega nordista cerca ispirazione nel già vituperato Sud. E infatti le richieste di “autonomia” avanzate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (nella quale ultima le istanze leghiste sono targate Pd) ricalcano l’autonomia speciale di cui gode la Regione Sicilia. Il 16 maggio le intese fra il presidente del Consiglio e le tre regioni sono state siglate, e prontamente occultate. Possiamo leggerle, con due mesi di ritardo, solo grazie al sito Roars.
Scopriamo così che l’Italia che ci attende si appresta a ridurre in polvere la scuola, sminuzzata secondo immaginarie sotto-varietà regionali, riducendo la storia italiana a una congerie di dialetti. Scopriamo che si porrà fine alla “tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione” prevista dalla Costituzione, cancellando manu militari l’articolo 9 della Costituzione.
Su questo punto, la Sicilia è il precedente. Ci provò nel primissimo statuto regionale, sanzionato con Regio decreto 15 maggio 1946 e dunque anteriore alla stessa Costituzione, ma ottenne piena autonomia solo con due decreti di un governo “balneare”, emanati il 30 agosto 1975. Una data che fa riflettere, perché solo otto mesi prima era nato il ministero dei Beni culturali, il cui titolare Spadolini subì senza fiatare la mutilazione della Sicilia, la più grande regione d’Italia e, quanto a paesaggio e patrimonio culturale, non certo l’ultima. Misteri dei ministeri: il coltissimo Spadolini, nella prefazione a un volume del 1976 che celebra la nascita del ministero di cui era titolare, ricorda le leggi di tutela del 1902 e 1909 come le sole “su cui riposa ancora quel che è stato fatto nel trentennio della Repubblica”, dimenticando non solo la legge Croce sul paesaggio (1920) e le leggi Bottai (1939), ma lo stesso art. 9 della Costituzione, peraltro ignorato anche nella legge istitutiva del ministero. Così dal 1975 la tutela dell’Isola è distaccata da quella del resto d’Italia e nulla può, varcato lo Stretto, il ministero dei Beni culturali. Il qual ministero non ha mai studiato le conseguenze di tale autonomia: funzionari sottomessi alla politica assai più che “sul continente”, sprechi inauditi e degrado del paesaggio, abusivismo dilagante, sconsiderata gestione del territorio, amministrazione del personale non comunicante con il resto d’Italia (un archeologo in forza a Messina non può spostarsi a Reggio Calabria, e viceversa).

Che simili appetiti si destassero nel resto d’Italia non è una sorpresa, e ne creò le premesse la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta nel 2001 dal centrosinistra in risposta al federalismo sbandierato dalla Lega di Bossi. Quella riforma rispondeva al disegno fallimentare di arginare la Lega Nord con una devoluzione ‘leggera’. Al contrario, inseguendo la Lega sul suo stesso terreno si allargarono le competenze delle Regioni a detrimento di quelle dello Stato. L’autonomia sui beni culturali fu quindi chiesta nel 2003 dalla Toscana, nel 2007 dalla Lombardia e dal Veneto: in ambo i casi, da regioni governate da una coalizione politica diversa da quella del governo nazionale del momento. Ma solo oggi la Lega, fiancheggiata in Emilia dal Pd, va all’incasso di quel che già aveva ottenuto con la riforma del 2001. Era facile profezia (ne ho scritto su questo giornale lo scorso 18 ottobre): infatti le intese del governo con le tre regioni assegnano a esse, fra l’altro, la “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”. Le altre regioni fatalmente seguiranno, trasformando l’Italia in un arcipelago di staterelli.
Questa devoluzione annunciata è contraria alla Costituzione. Prima di tutto perché l’Italia non è uno Stato federale, formato (come gli Stati Uniti) per aggregazione di entità pre-esistenti. Il federalismo all’italiana, al contrario, sarebbe un “federalismo dissociativo” come quello della defunta Cecoslovacchia, dove la dissociazione “federale” portò (1992) alla secessione in due distinte Repubbliche. Sul fronte dell’articolo 9 della Costituzione, poi, i casi sono due: o si intende abolirlo, secondo la procedura costituzionale prevista dall’art. 138, o lo si deve rispettare. Quell’articolo disegna il nostro diritto alla cultura, ingrediente essenziale della “pari dignità sociale” dei cittadini, del “pieno sviluppo della persona umana”, dell’uguaglianza e della libertà (art. 3), dei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2).
“La Repubblica promuove la cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”: questo dice l’art. 9. Cultura, ricerca, tutela formano una triade inscindibile, che si aggancia alla libertà di pensiero (art. 21) e al diritto all’istruzione (art. 33). In questo articolo, la parola più importante è “Nazione”, che nella Costituzione torna pochissime volte: all’art. 67 (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”, all’art. 98 (“I pubblici impiegati sono al servizio della Nazione”) e nella disposizione XV, secondo cui ministri e sottosegretari “giurano sul loro onore di esercitare la loro funzione nell’interesse supremo della Nazione”. “Nazione” nella Carta è sempre e solo l’Italia nel suo insieme. Corrisponde al “territorio nazionale” degli artt. 16 (libertà di circolazione dei cittadini in qualsiasi parte del territorio nazionale), 117 m (diritti civili e sociali garantiti su tutto il territorio nazionale) e 120 (diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale), e all’“unità nazionale” rappresentata dal capo dello Stato (art. 87), nonché alla “Repubblica una e indivisibile” di cui all’art. 5. Il riferimento alla Nazione comporta che la tutela debba essere identicamente esercitata in tutta Italia e non segmentata per regioni. E dato che i principi fondamentali (tra cui l’art. 9) sono sovraordinati alle altre parti della Costituzione, le pretese ora avanzate dal secessionismo strisciante di tre regioni sono in sostanza incostituzionali.
Le devoluzioni in arrivo non hanno nulla a che vedere con i diritti dei cittadini e la funzionalità delle istituzioni. Puntano solo alla spartizione del potere, a prezzo di disperdere il patrimonio civile e la memoria culturale in favore di una brutale lottizzazione. La recente riforma Bonisoli, per quanto timida, ha fatto un passo avanti nella direzione giusta riportando a una miglior distribuzione delle competenze fra centro e periferia. Ma il M5S si ricorderà, in questo frangente assai rischioso, di essere il partito di maggioranza relativa? O vorrà affiancare la Lega puntando su un cambiamento a ogni costo, anche per il peggio?

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