La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
domenica 2 novembre 2025
sabato 10 maggio 2025
martedì 18 marzo 2025
Due o tre cose sull’Europa – Marco Aime
Dicono: difendiamo i valori dell’Europa e tutti
ad applaudire. Ma quali? Silenzio. Questo appello generico mette in evidenza
nient’altro che un mai sopito eurocentrismo, un malcelato senso di superiorità
spesso sbandierato, senza dubbio alcuno, da quei giornalisti televisivi
glamour, che iniziano un articolo, dicendoci che mentre accompagnavano il cane
a Central Park…
Sacrosanto difendere dei valori, ma prima di
scendere in piazza, decidiamo per quali di essi vale la pena per lottare e per
quali, forse, dovremmo addirittura chiedere scusa. Ha scritto il grande storico inglese
Arnold Toynbee:
«Non è stato l’Occidente a essere colpito dal Mondo, è il mondo che è stato
colpito – e duramente colpito – dall’Occidente».
La tratta degli schiavi fu condivisa da molti
Paesi europei, così come il colonialismo e le violenze a esso connesse. Il razzismo istituzionalizzato e non fa anche
parte della nostra storia, come i gulag sovietici, come il massacro di
Srebreniça, il terrorismo basco, irlandese, italiano. In uno struggente
passaggio de Gli aquiloni, Romain Gary scrive: «Si dice che la cosa
più tremenda del nazismo sia il suo lato disumano. Sì. Ma ci si deve arrendere
all’evidenza: questo lato disumano fa parte dell’umano. Fintantoché non si
riconoscerà che la disumanità è cosa umana, si resterà in una pietosa
bugia». Non solo il nazismo è stato
disumano, è stato anche un valore espresso dall’Europa, come il fascismo.
Che dire poi di un’Europa come quella attuale,
che studia ed elabora sempre nuovi metodi per respingere persone che sfuggono a
vite dolorose e spezzate, spesso anche a causa dello sfruttamento di imprese
europee, dimenticandosi il valore della solidarietà umana? Questo sì un
valore che si dovrebbe difendere. E che dire di un’Europa rimasta assolutamente indifferente di fronte al massacro di
Gaza?
La democrazia, certo, è un valore da difendere,
ma attenzione, perché considerarlo solo ed esclusivamente una nostra creazione? Ne La
democrazia degli altri il premio Nobel Amartya Sen ci spiega come
presso altre culture, esistevano ed esistono forme di gestione, basate su
principi diversi da quello elettivo, che possono però essere definite a tutti
gli effetti “democratiche”, se non si riduce il concetto di democrazia alla
semplice pratica del voto. Sen riporta esempi riguardanti l’India del III
secolo a.C., sotto l’imperatore Ashoka, il Giappone del VII secolo e la Cina
antica, dove la discussione pubblica era frequente e la partecipazione aperta a
tutti i cittadini. La democrazia, secondo Sen, è innanzitutto discussione
pubblica. In molti villaggi africani, le assemblee collettive vedono la
partecipazione di tutti gli uomini e anche nelle situazioni più moderne, in cui
le comunità si trovano a votare i loro rappresentanti in parlamento, spesso le
decisioni vengono prese in modo collettivo, a dispetto della segretezza del
voto, importata dal modello occidentale.
«La storia del mondo va da Oriente a Occidente – ha scritto Hegel -,
L’Europa è assolutamente la fine della storia del mondo, così come l’Asia ne è
il principio». Ogni angolo di mondo, in realtà, ha espresso valori
condivisibili da tutti e altri che trovano un senso solo nella dimensione
culturale che li esprime. «Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo» ha
detto Nelson Mandela, uno che ha saputo superare i ristretti confini del
nazionalismo, dell’etnicità, dell’identitarismo.
Scendiamo in piazza per difendere i valori di un’umanità condivisa, anche
dell’Europa, ma non solo dell’Europa.
mercoledì 16 agosto 2023
Due è facile, tre è complessità - Pierluigi Fagan
[All’inizio non sembra, ma è un post di geopolitica]
Questo il titolo di un libro scritto ormai qualche anno fa da un fisico inglese. Il concetto proviene da un problema matematico-astrofisico, detto “problema dei tre corpi” analizzato dal grande matematico francese Henry Poincaré. Analizzando il corpo delle equazioni, si arriva alla Teoria del caos ed altri sviluppi la cui gran parte entra nella cultura della complessità.
Da un po’ di tempo seguo delle lezioni
on line di fisica sul problema della gravità quantistica. Naturalmente non
capisco granché di quello che dicono. Vi domanderete: allora perché butti via
così il tuo tempo? Perché seguo abbastanza per capire come ragionano, che forma
ha il ragionamento. Il ragionamento è il funzionamento di quella che qui
chiamiamo immagine di mondo. L’immagine di mondo è una proprietà sistemica
della mente umana. Naturalmente essa ha varietà in base al sesso, l’età,
l’etnia, il cumulo di esperienze, la formazione e il campo specifico in cui
opera il portatore. Tuttavia, è sempre possibile individuare dei gradi di generalità.
Ad esempio, seguire i modi di ragionare in questo campo della fisica,
trovandone corrispondenza in generale nel pensiero scientifico, ma anche nel
pensiero non scientifico. Al livello più generale, sono sempre, tutte, “menti
umane”.
Nel pensiero generale, specie quello
occidentale, si privilegia il discorso sull’Uno. A volte e recalcitrando, si
affronta il problema del Due che è poi la relazione tra due Uno. Ma a Tre
scoppia il casino. Il “casino” qui è la nostra pretesa di perfetta calcolabilità
delle cose, una sorta di sindrome da controllo. La sindrome è una nostra
minorità, le cose là fuori, ma anche dentro di noi, sono collegate tra loro in
matasse 4D, per cercar di domare il casino lo semplifichiamo. La
semplificazione è la nostra procedura di riduzione della complessità intrinseca
affinché il tanto degli oggetti e fenomeni osservati, possa entrare nelle
nostre limitate facoltà. La procedura non ha alternative, la mente umana è
quello che è, quindi è legittima. È però un problema quando ci convinciamo non
di far qualcosa di arbitrario per quanto necessario, ma che il mondo è proprio
così come lo riduciamo per farcelo entrare nella testolina.
Passiamo allora alla geopolitica
partendo da un articolo di Le Monde.
L’articolo segnala che nella dinamica
sempre più conflittuale tra Ucraina con dietro allineato l’Occidente (Europa ed
Anglosfera) e Russia con dietro i meno allineati ma non per questo contrari
SCO-BRICS etc., una grande e sempre crescente parte del mondo, decide di
chiamarsi fuori, di non allinearsi.
L’articolo cita un funzionario UN,
secondo il quale, questo gruppo crescente di Paesi che pesa “metà del mondo”:
1) ritiene la guerra russo-ucraino un conflitto regionale intra-europeo quindi
a loro estraneo; 2) questo gruppo di paesi ha legami diretti o indiretti con la
Russia e con l’area SCO-BRICS che vengono vissuti come meno imperativi
dell’Occidente; 3) questo gruppo ha memoria e percezione del fatto che
l’Occidente manipoli a piacimento i principi della convivenza planetaria come
più gli fa comodo. Secondo me si è dimenticato un quarto punto, forse il più
importante. Questi Paesi hanno un loro elenco di problemi e priorità che nulla
hanno a che vedere con lo stato di conflitto in essere e in Ucraina e, più in
generale, nella fase storica di transizione o meno ad un ordine multipolare.
Detto altrimenti, questo gruppo di Paesi non ha alcuna sensibilità
all’interferenza ideologica nel giudizio, avendo davanti una lunga lista di
problemi concreti di ben altro peso e natura.
Uno studioso francese dell’IFRI
(Istituto di Relazioni Internazionali Francese), nota giustamente che la Russia
pur essendo solo l’undicesima economia al mondo, ha grande rilevanza in: gas,
petrolio, armi, energia nucleare civile ed alcuni alimenti tra cui grano.
Quindi ha facoltà di contro-sanzionare turbando in profondo mercati strategici
dai quali essi stessi dipendono.
Pare che i francesi, vecchie volpi di
colonialismo anche culturale, siano particolarmente sensibili a questi
smottamenti, si pensi al loro ruolo in Africa. Pare dunque che Macron, dice Le
Monde, sia impegnato a sensibilizzare europei ed alleati a non perdere questa
“metà del mondo” che se ne sta andando per conto suo. L’articolo non è un
saggio, quindi si limita a esortare a nuovi sforzi diplomatici. Temo però non
si tratti di far chiacchiere più o meno sensibili e sintoniche, ma di
analizzare nel concreto obiettivi, interessi e nuova concorrenza nel
soddisfarli.
Altri articoli anche sul Guardian,
segnalano che tra MBS e Biden ormai è partita persa, i due divergono senza
mediazione. Sintomatica altresì, la recente uscita sincronica di più articoli
critici su quella che gli occidentali cominciano a chiamare “l’ambiguità
indiana”, la quinta nazione al mondo per Pil ma la prima per popolazione tra
qualche mese. Gli indiani, com’è ovvio, fanno gli indiani. Comprano armi ed
energia dai russi salvo poi dirgli di smetterla con la guerra. Litigano a 4000
metri coi cinesi per confini delle reciproche sfere di orgoglio nazionale ma
poi ci fanno assieme cose nella SCO e nei BRICS. Comprano navi dagli americani
e ci fanno esercitazioni militari assieme, ma le fanno anche coi russi ed i
cinesi. Incassano le profferte che piovono da più parti (ultimo Biden qualche
giorno fa) di includerli nella riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite di cui tanto di parla ma che nessuno è davvero in grado di promuovere a
breve dato che siamo in modalità conflitto planetario e non stagione
diplomatica.
Poiché credo tutto ciò sia stranoto e
previsto dagli strateghi di Washington, per quanto è possibile scontino un
certo grado di cecità selettiva che porta a concentrarsi sulle cose che gli
danno ragione e minimizzare quelle che gli danno torto, sindrome di perdita di
realismo che colpisce fatalmente ogni sistema in parabola dis-adattativa, se ne
dovrebbe trarre una inferenza. A Washington, il problema mondo è diagnosticato
come irrisolvibile in prospettiva, tanto vale serrare i ranghi e prepararsi al
conflitto su larga scala, il più forte sopravviverà.
Cosa nota diranno alcuni, così come
altrettanto noto è il fatto che questa posizione forse inevitabile per USA ed
anglosfera, non sembrerebbe coincidere nel campo degli interessi e delle
possibilità con quella europea. Tant’è che la più alta sensibilità geopolitica
notoriamente francese, tra quelle subcontinentali, se ne preoccupa.
Sarà che Poincaré era francese, ma i
transalpini sembrano preoccuparsi del problema dei tre corpi e relativa
complessità tendente al caos a dimensione mondo, tanto da avere una intera
testata votata a questo oggetto. Noi abbiamo il Corriere di Milano e la
Repubblica di Roma. Quindi inutile parlare di queste cose qui nel Paese che
pensa che il mondo è tutta quella sfocata roba intorno alle cose che davvero
contano. È proprio in base a ciò che ritieni conti davvero che poi conterai o
meno nel grande gioco di tutti i giochi.
Visto quindi che non siamo tra i
giocatori, diamoci sotto col tifo!
lunedì 13 giugno 2022
Le poesie e le lettere di un attivista indiano in carcere - Valeria Cagnazzo
Qualcuno in India dice che già per il fatto di essere un invalido al 90% in sedia a rotelle avrebbe diritto alla libertà. Per i suoi giudici e il governo, si tratta, invece, di un attivista pericoloso per lo Stato e meritevole dell’ergastolo al quale è stato condannato. G.N. Saibaba è probabilmente prima di tutto un poeta, che affronta quello che la vita gli assegna in sorte, ovvero la disabilità, l’impegno politico, la persecuzione da parte del governo e, infine, l’incarcerazione, facendo quello che gli riesce meglio e a cui tiene di più: scrivere. Anche dalla cella di un carcere di massima sicurezza in India chiamata “anda”, “uovo”, per la forma oblunga delle sue pareti. Il suo ultimo libro, una raccolta di poesie, saggi e lettere pubblicata da Speaking Tiger, si intitola “Perché temi così tanto le mie idee?” (“Why do you fear my way so much?”).
Nato da una famiglia di contadini dello stato indiano dell’Andhra Pradesh,
a cinque anni ha perso l’uso degli arti inferiori a causa della poliomielite.
Ha insegnato inglese all’Università di Delhi per diversi anni. Il titolo di
Assistant Professor gli è stato ufficialmente ritirato nel 2021, quando era
rinchiuso già da sei anni in carcere. La condanna alla reclusione a
vita è stata pronunciata contro Saibaba nel 2017, secondo la Legge indiana per la prevenzione delle attività illegali (UAPA):
l’accusa erano i suoi legami con il Fronte Democratico Rivoluzionario, un
partito bandito dal 2012 perché considerato un’organizzazione maoista.
Quella di Saibaba è una vita di poesia e di impegno politico. Nel 2004, fu tra gli organizzatori della Mumbai Revolution, un forum di oltre 310 movimenti politici che si tenne nella città parallelamente al World Social Forum. Erano gli anni dell’invasione dell’Iraq, della lotta al terrorismo, del dibattito sulla globalizzazione, gli anni in cui l’Occidente portava la guerra in Medio Oriente ossessionato dalla paura di avercela in casa. Lo slogan del World Social Forum, “Un altro mondo è possibile”, secondo gli attivisti riuniti alla Mumbai Revolution non era abbastanza. Erano intellettuali provenienti da tutta l’India e dall’estero. Nei due giorni di forum, discussero dell’insensatezza della guerra, degli effetti dell’imperialismo e dei governi fascisti sulla vita dei contadini e della classe operaia, della marginalizzazione delle popolazioni indigene e dell’isolamento delle minoranze nel Paese e nel mondo. Nessun altro mondo sarebbe stato possibile senza la resistenza attiva di ciascuno.
Nel 2009, Saibaba levò la sua voce contro l’Operazione
Caccia Verde (Green Hunt), lanciata dall’allora ministro
dell’interno Palaniappan Chidambaram ufficialmente con lo scopo di reprimere la
resistenza maoista naxalita nelle foreste centrali dell’India. Decine di migliaia
di militari e paramilitari furono dispiegati nelle regioni di Chattisgarh and
Jharkhand, un’area che il governo battezzò “corridoio rosso”. Quella zona,
tuttavia, corrispondeva esattamente alla “cintura tribale”, una larga
striscia di foreste e villaggi abitati dal gruppo etnico degli Adivasi e con un
sottosuolo estremamente ricco di minerali. Un dato che non sfuggì a
Saibaba e ad altri intellettuali di sinistra che manifestarono contro
l’operazione militare del governo indiano.
Gridavano al genocidio della popolazione indigena degli Adivasi e al suo dislocamento operato dal governo per impadronirsi delle materie prime della zona. Denunciavano che la repressione del pericolo terroristico rappresentato dai maoisti fosse soltanto il pretesto per militarizzare un territorio da rivendere alle multinazionali. Una cara amica di GN Saibaba, la scrittrice Arundhati Roy, accusava in quel periodo il governo di aver già siglato diversi memorandum di intesa con molte multinazionali che avevano per oggetto proprio le miniere della “cintura tribale”: “C’ è un Memorandum d’intesa su ogni montagna, foresta o fiume in quest’area”, ripeteva l’autrice. Nel 2011, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale l’utilizzo di forze paramilitari e di “guardiani locali” al quale il governo stava ricorrendo per la sua Operazione Caccia Verde: la soluzione fu quella di assorbirli nella polizia civile. Un altro tassello a supporto della tesi, sostenuta da Saibaba e dagli altri attivisti, della progressiva militarizzazione di uno Stato ufficialmente democratico. La posizione del poeta contro l’operazione militare a danno degli indigeni lo mise definitivamente in pessima luce agli occhi del governo indiano.
Fu arrestato per la prima volta nel 2014, per presunti legami
coi Maoisti. Era il pomeriggio del 9 maggio quando la sua macchina è stata
fermata a Delhi sulla strada di ritorno dal lavoro da un gruppo di poliziotti,
è stato trascinato fuori dal veicolo e trasferito in aereo a Nagpur, in
carcere. La sua carrozzina fu danneggiata durante l’arresto.
Secondo l’UAPA, il suo attivismo e i supposti legami politici costituivano una
minaccia terroristica. Era un poeta, si diceva, che “faceva la guerra alla
nazione”. Nel 2015 e nel 2016 due brevi periodi di libertà per motivi
medici, poi nel 2017 la condanna definitiva all’ergastolo.
In un’intervista disponibile in rete, il poeta afferma: “La polizia mi
diceva che sapeva che le accuse contro di me non stavano in piedi, ma che
avevano già raggiunto il loro obiettivo, che è quello di tenermi dietro le
sbarre il più a lungo possibile. [Mi dicevano:] abbiamo silenziato la tua
voce. La finirai di manifestare contro l’Operazione Caccia Verde, ti
terremo dietro le sbarre per impedirtelo”.
“Perché temi così tanto le mie idee?” (abbiamo tradotto “way” come idee, ma
la parola ha sicuramente un significato più ampio che si riferisce al modo di agire, di pensare e di vivere del poeta attivista)
è una raccolta di poesie, di saggi, di lettere rivolte a personaggi
reali o immaginari, collezionati durante i suoi anni di carcere. Il
destinatario principale di Saibaba è sua moglie Vasantha. Con lei,
Saibaba non può più comunicare nella lingua madre, il Telugu,
perché considerata sediziosa e perché difficile da decifrare per il sistema di
censura del carcere. La poetessa Meena Kandasamy nella prefazione del libro
scrive che vietare a qualcuno di parlare finanche con il suo coniuge nella sua
lingua è “una punizione come nessun’altra”, “un brutale silenziamento simile
al taglio della lingua alla radice”.
Nonostante la privazione della libertà e le sofferenze della sua disabilità
acuita dai trattamenti subiti in carcere, la poesia di Saibaba è colma di un’incrollabile forza e un’indistruttibile fiducia nella parola e
nella vita. Un testamento raccolto in pochi versi:
Ancora rifiuto
testardamente di morire.
La cosa triste è che non sanno
come uccidermi
perché io amo così tanto
il suono
dell’erba che cresce.
Nelle sue parole, si legge l’amore per la moglie e per qualsiasi essere
umano, l’entusiasmo e la convinzione che lottare contro le barbarie e le
ingiustizie sia il solo modo possibile di stare al mondo. Esprime
persino compassione per il secondino posto a vigilare sulla sua cella, che è
prigioniero del suo lavoro, non può trascorrere il tempo coi suoi cari ma solo
a controllare “quelle quattro mura”:
E’ un amico
un cugino e un
compagno.
È la guardia
e il guardiano
della sentenza* della mia vita,
frasi, parole e
sillabe.
*”sentence” in inglese è sia “frase” che “sentenza, condanna”, nella traduzione abbiamo cercato di preservare l’ambiguità della parola scelta dal poeta.
L’isolamento in una cella in un carcere di massima sicurezza non sembra aver indebolito l’animo vigoroso di Saibaba:
“Aforismi della nostra epoca”, nel libro, è una sequenza di aforismi di sorprendente
ironia politica:
Se commetti un piccolo reato,
la legge fa il suo corso.
Lanciati lontano in reati molto più grandi,
finirai per fare le leggi
–
Più grande è il complesso
militare-bellico,
superiore sarà la tua democrazia
tra le Nazioni del mondo.
–
Le scorregge di un dittatore
democratico
hanno un dolce odore.
Nella lettera datata 31 agosto 2017, G.N. Saibaba si rivolge ad Anjum, il personaggio del romanzo “Il ministero
della Suprema Felicità” scritto dalla sua amica e collega Arundhati Roy.
Ad Anjum, destinatario immaginario, scrive: “Mentre i giorni e i mesi
scorrono nella mia cella solitaria, scopro che nessuno è più interessato a
leggere le mie lettere e a rispondermi… All’improvviso, ho sentito che sei
l’unica persona che prenderebbe davvero sul serio le mie lettere e farebbe
qualcosa di concreto per la mia libertà”.
Arundhati Roy protesta sin dal 2014 contro l’incarcerazione del professor
Saibaba. Di fronte alla notizia del peggioramento delle sue condizioni di
salute e dei maltrattamenti in carcere, insieme al rifiuto da parte delle
autorità di sprigionarlo per permettergli cure mediche, ha denunciato: “Non è più una questione politica, è una questione patologica”.
In un pezzo per il quale è finita sotto processo scriveva che il governo
indiano doveva urgentemente liberare un intellettuale “disabile, la cui
carrozzina era stata rotta e che era costretto a gattonare a quattro zampe per
terra per muoversi nella sua cella”. Correva l’anno 2015.
“Il suo vero crimine è stato quello di aver organizzato una campagna contro quella che viene chiamata “Operazione caccia verde”, in cui il governo aveva creato dei gruppi di vigilanti e migliaia di paramilitari nelle foreste dell’India centrale, a circondare villaggi che le popolazioni autoctone furono costrette ad abbandonare per far posto alle miniere. Le persone che hanno protestato contro questo sfratto sono state accusate di anti-nazionalismo e sono state arrestate sulla base della Legge per la prevenzione delle attività illegali”, ha detto Roy. “Ci chiamiamo uno Stato democratico, ma abbiamo una legge come la legge per la prevenzione delle attività illegali: qualsiasi pensiero contro il governo è considerato un’offesa criminale”.
E’ stata proprio Arundhati Roy a presentare il libro di Saibaba in
India: “Cosa stiamo facendo qui oggi?” ha chiesto alla platea nel giorno
del lancio della raccolta. “Siamo riuniti per parlare di un
professore che è paralizzato al 90% ed è in carcere da sette anni. Questo è
sufficiente. Non abbiamo bisogno di dire altro. E’ abbastanza per dirvi in che
razza di Paese viviamo”. Poi ha descritto l’India come un
aereo che voli in retromarcia, partito dai momenti rivoluzionari
degli anni ’60 in cui si redistribuivano la terra e la ricchezza alla
popolazione per diventare il posto in cui i leader vincono le elezioni
regalando 5 chili di riso e un chilo di sale a testa.
Accanto a lei, la moglie di Saibaba, Vasantha Kumari, che
proprio in questi giorni sta combattendo con le autorità indiane affinché venga
rimossa la telecamera che il 10 maggio è stata posizionata nella cella di
Saibaba e che lo segue anche in bagno e mentre fa la doccia. Una violazione
alla sua privacy e alla sua dignità, secondo Kumari, che ha scritto una lettera
al Ministero dello Stato di Maharashtra: “È intimidazione, insulto e
violazione della sua integrità fisica. I detenuti hanno diritto
a tutti i diritti costituzionali, tranne il diritto alla mobilità e pochi
altri. In queste condizioni di tensione, (Saibaba, ndr) ha deciso di intraprendere uno
sciopero della fame a tempo indeterminato fino alla morte o
alla rimozione della telecamera”.
Malgrado le sue condizioni critiche di salute e la paralisi che ha colpito
quasi interamente il suo corpo, da metà maggio il poeta è quindi
in sciopero della fame per proteggere la sua dignità. Fuori dalla
sua cella, a poca distanza dal carcere, vengono lette le sue poesie sarcastiche
e i suoi delicati versi pervasi di amore per la vita. Saibaba è un poeta che
continua a non dubitare nella potenza della poesia e
nella sua superiorità davanti a qualsiasi barbarie.
E’ poesia, stupido
E’ stupenda poesia.
Non ha bisogno di armi
per fondere il ferro
dei tacchi rotti della storia.
martedì 15 febbraio 2022
L’India che perseguita - Enrico Campofreda
Il Patrick
Zaki indiano si
chiama Sharjeel Imam. E’ di poco maggiore dello studente egiziano, ha 34
anni e come lui è un dottorando, all’Università Jawaharlal Nehru di New Delhi.
E’ detenuto da mesi e accusato apertamente di terrorismo in base a Unlawful
Activities Prevention Act, normativa che bolla come pericoloso per la
nazione un comportamento o un semplice discorso che non piace al governo. Gli
interventi dello specializzando, attraverso la rete social, erano rivolti a
un’altra legge - Citizenship Amendment Act - votata dal
Parlamento indiano nel dicembre 2019. Questa sta regolamentando l’ingresso in
India di minoranze etnico-religiose di rifugiati dai Paesi confinanti,
iniziativa di cui il governo Modi si vanta per l’apertura e l’accoglienza.
Peccato che la norma faccia un distinguo: confini aperti a tutti tranne che ai
musulmani, per questo le Nazioni Unite giudicano la misura discriminatoria. Nel
Paese-continente dove la presenza islamica, pur minoritaria, raggiunge numeri
considerevoli (200 milioni di cittadini) sono sorte proteste. Una, denominata Shaheen
Bagh, ha visto sit-in pacifici per oltre cento giorni con la partecipazione
di centinaia di migliaia di musulmani, solidali con fratelli e sorelle
d’oltreconfine. Ma in base all’UAPA cinque Stati federali (Delhi,
Uttar Pradesh, Arunachal Pradesh, Assam, Manipur) hanno indicato Imam come
terrorista.
La sua colpa
è essersi richiamato a
dette manifestazioni, averne diffuso notizie e riflessioni sul web. Il primo
intervento l’aveva effettuato dal vivo nel gennaio 2020, prima che scoppiasse
la pandemia di Covid-19, intervenendo all’Università Islamica di Aligarh, un
ateneo con quasi centocinquant’anni di storia. Ciò che disse fece scalpore. Se
ne occuparono anche i maggiori media nazionali, quelli vicini al
governativo Baharatiya Janata Party l’additarono come un
soggetto che spaccava il Paese. Eppure il richiamo dell’attivista ai blocchi
stradali era di tipo pacifico, simile alle azioni attuate successivamente dai
contadini durante il braccio di ferro antigovernativo del 2021. Ma il giovane
studioso veniva considerato un pericolo pubblico “una sfida all’integrità e
alla sovranità dell’India, un odiatore delle istituzioni, un fomentatore di
disordini e anarchia”. Da qui l’arresto che l’ha sbattuto nella prigione di
Tihar, alle porte della capitale, non si sa per quanto. E’ il maggior complesso
carcerario dell’Asia meridionale, dotato di nove blocchi. Il ministero di
Giustizia lo considera un gioiello, un perfetto ‘istituto di correzione’
fornito di musicoterapia e laboratori industriali interni, a tal punto che il
marchio ‘Tihar’ viene riportato sulle merci prodotte. Sebbene le notizie che
circolano fra gli attivisti dei diritti parlino di condizioni di salute
precaria per tanti detenuti e un alto tasso di sieropositivi. Non ci sono
notizie sul Covid ed è difficile pensare a vaccinazioni dei reclusi in corso.
Suoi colleghi e insegnanti affermano sdegnati: “Sharjeel è conosciuto certo,
è uno dei pilastri dell’opposizione al CAA, ma è detenuto perché è musulmano.
Non ha commesso reati né crimini, ha solo espresso opinioni”. Quelle che
Modi vuole cancellare a ogni costo. Come al-Sisi.
giovedì 16 settembre 2021
ZyCov-D, la svolta dei vaccini a DNA - Valentina Murelli
In India è stato approvato il primo vaccino a DNA per COVID-19 che, pur
offrendo una protezione inferiore rispetto a quelli a mRNA, è stato testato
proprio sulla variante delta e può essere conservato più facilmente. Un
successo che alimenta le speranze di usare i vaccini a DNA anche in altri
ambiti, a partire da quello oncologico.
Si chiama ZyCov-D, è un nuovo vaccino contro COVID-19 ma soprattutto è il
primo vaccino a DNA autorizzato al mondo. Sviluppato dall'industria
farmaceutica indiana Zydus Cadila, ha ottenuto il 20 agosto scorso l'autorizzazione all'uso in emergenza da parte
dell'Agenzia regolatoria indiana per i farmaci. Dovrebbe essere distribuito già
a partire da questo mese secondo quanto riportato in un articolo apparso sul
sito web della rivista "Nature".
Zydus Cadila ha pianificato di produrne circa 50 milioni di dosi entro inizio
2022. "È una buona notizia, perché significa che finalmente un vaccino a
DNA ha dato risultati soddisfacenti negli esseri umani", ha commentato a
"Le Scienze" il virologo Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di
genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) di Pavia.
"Credo che questo apra la strada a nuovi sviluppi della tecnologia dei
vaccini a DNA, non solo contro COVID-19".
ZyCov-D è costituito da semplici filamenti circolari di DNA (plasmidi) con
il gene codificante per la proteina spike del virus
SARS-CoV-2, più la sequenza di un promotore che permette di
"accendere" il gene una volta raggiunto il nucleo della cellula
ospite. Anche i vaccini anti-COVID di AstraZeneca e Johnson & Johnson
contengono DNA, che tuttavia non è libero come nel caso dei plasmidi, ma
racchiuso in un vettore virale che lo trasporta dove necessario. Nel nucleo
della cellula, il DNA codificante per la proteina spike di ZyCov-D viene
convertito in RNA messaggero, che si sposta nel citoplasma dove, come dice il
nome, trasferisce l'informazione genetica all'apparato cellulare deputato alla
sintesi della proteina.
A questo punto il sistema immunitario si attiva contro la proteina estranea,
preparando l'organismo a reagire a un'eventuale infezione futura da SARS-CoV-2.
A differenza dei vaccini anti-COVID che abbiamo conosciuto finora, quello
indiano non viene veicolato tramite la tradizionale iniezione intramuscolo, ma
con un iniettore a
pressione che, senza aghi, "spara" il DNA sotto cute, una zona ricca
di cellule immunitarie.
Sperimentato sulla variante delta
Secondo i primi risultati disponibili (e non ancora pubblicati) di una
sperimentazione clinica che ha coinvolto circa 28.000 volontari, il nuovo
vaccino ha mostrato un'efficacia pari al 66,6 per cento. Più bassa rispetto a
quella dei vaccini a RNA in circolazione (Pfizer e Moderna, con un'efficacia
intorno o superiore al 90 per cento), ma ritenuta comunque valida anche perché,
a differenza di questi vaccini, ZyCov-D è stato sperimentato in un contesto in
cui a dominare era già la variante delta di SARS-CoV-2, finora la più
contagiosa. L'Agenzia regolatoria indiana ne ha autorizzato l'impiego – in tre
dosi – non solo per gli adulti ma anche nella fascia d'età 12-18.
Secondo quanto riportato da "Nature", alcuni ricercatori avrebbero
sottolineato una mancanza di trasparenza nel processo di autorizzazione,
considerato che non sono ancora stati pubblicati i risultati degli stadi più
avanzati di sperimentazione. "Certo, in alcuni paesi, come l'India, il
processo regolatorio è un po' meno rigoroso di quello attuato in Europa o negli
Stati Uniti", commenta Rino Rappuoli, direttore scientifico e responsabile
ricerca e sviluppo esterni di GSK Vaccines a Siena e professore di Vaccines Research
all'Imperial College London. "In questo caso, però, va detto che la
sicurezza dei vaccini a DNA è stata dimostrata da numerosi studi clinici
condotti in passato, per altre malattie".
In effetti di vaccini a DNA si parla dai primi anni novanta, quando vennero
presentati come una tecnologia rivoluzionaria che nel giro di pochi anni
avrebbe sostituito i vecchi vaccini. "Venivano studiati soprattutto per
l’HIV e in ambito oncologico – spiega Rappuoli – ma mentre diedero ottimi
risultati negli animali, presto si scoprì che nell'essere umano erano sicuri ma
non abbastanza potenti." Non a caso esistono in commercio vaccini a DNA
per uso veterinario (per esempio contro malattie virali e batteriche dei
salmoni) ma non ne erano mai stati autorizzati per uso umano.
Si ipotizza che uno dei limiti sia il
fatto che per funzionare il DNA di questi vaccini deve raggiungere il nucleo
delle cellule immunitarie, che è però un bersaglio abbastanza piccolo e
protetto. Nel caso dei vaccini a RNA, invece, basta che la molecola raggiunga
il citoplasma della cellula. "D'altra parte anche con i vaccini a RNA si è
osservato che per l'applicazione nell'essere umano bisogna superare molti più
ostacoli rispetto a quelli incontrati nell'animale, dovuti probabilmente a
piccole differenze nel funzionamento del sistema immunitario innato",
sottolinea Rappuoli.
Ostacoli che almeno in alcuni casi è stato più facile superare che con il DNA,
tanto che da fine 2020-inizio 2021 disponiamo di vaccini a RNA contro
SARS-CoV-2 che hanno dimostrato notevole efficacia. "Già nel 2008 –
afferma Rappuoli – si era dimostrato che l'RNA è di base più efficace del DNA
nell'indurre una risposta immunitaria. E con il suo incapsulamento in
nanoparticelle lipidiche questa efficacia supera da 1000 a 10.000 volte quella
del DNA. Tuttavia, la tecnologia oggi fa miracoli e non mi meraviglierei
di vedere i vaccini a DNA di nuovo competitivi in tempi brevi."
Gli studi in Italia
La notizia dell'approvazione di ZyCoV-D viene comunque considerata rilevante
dalla comunità scientifica. Secondo Maga "ci sono due vantaggi
significativi rispetto ai vaccini a RNA: sono più facili da realizzare e sono
molto pratici perché la molecola di DNA è più stabile e non richiede
temperature estremamente basse per la conservazione"”. In particolare, è
una notizia "importantissima" per chi lavora nel campo. Parola di
Luigi Aurisicchio, amministratore delegato e direttore scientifico dell'azienda
biotech Takis, che con Rottapharm Biotech ha sviluppato un vaccino italiano a
DNA contro COVID-19 (COVID-eVax).
Il 7 settembre scorso, l'azienda ha pubblicato un comunicato con i risultati preliminari di uno
studio clinico di fase 1 condotto nel nostro paese con una settantina di
volontari. "Lavoriamo da vent'anni su vaccini genetici in ambito
oncologico", racconta Aurisicchio.
"Quando è scoppiata l'emergenza COVID abbiamo messo a disposizione le
nostre competenze, unendo le forze con Rottapharm Biotech per lavorare anche in
ambito clinico." Il risultato è stato COVID-eVax, basato sempre su
plasmidi che contengono però non la sequenza completa della proteina spike ma
una sua porzione. Altra differenza fondamentale con il vaccino indiano è la
modalità di somministrazione, che avviene nel muscolo tramite elettroporazione,
una tecnica che prevede l'applicazione di un debole campo elettrico che aumenta
la permeabilità delle cellule al DNA e che finora si è dimostrata la più efficace
nel veicolare i vaccini a DNA.
Come si legge nel comunicato, COVID-eVax, somministrato in doppia dose, è
risultato ben tollerato e ha indotto una risposta immunitaria anticorpale ma
anche cellulare (cioè generata dai linfociti T, a integrazione della risposta
anticorpale) a tutte le dosi testate. "La risposta migliore è stata
osservata nel gruppo trattato al dosaggio più alto, con l’induzione di una
risposta immunitaria fino al 90 per cento dei volontari." Nonostante i
risultati positivi, lo stesso comunicato ha annunciato che per ora le
sperimentazioni si fermano qui. "Non abbiamo finanziamenti per andare
oltre", ci dice Aurisicchio: "Gli studi di fase II e fase III sono
molto costosi, per cui stiamo cercando nuove sorgenti di finanziamento, anche
attraverso contatti con il Ministero della salute e quello dello sviluppo
economico".
D'altra parte non è ancora del tutto chiaro come dovrebbero essere condotti
questi studi: "Visto che sono già disponibili vaccini efficaci, non
sarebbero etiche sperimentazioni con placebo", sottolinea il direttore di
Takis. "L'idea di cui si sta discutendo anche in seno all'Organizzazione
mondiale della Sanità è quella di condurre studi di non inferiorità, comparando
direttamente i nuovi vaccini a quelli esistenti. Allo stesso tempo si sta
cercando di capire su quali effetti valutare l'efficacia: il numero di
infezioni (che però richiederebbe il ricorso a campioni molto numerosi) o
magari correlati immunologici come la quantità di anticorpi
neutralizzanti?"
Nonostante queste incertezze e il passo indietro del vaccino a DNA italiano, la
ricerca su questa tecnologia continua. Al momento ci sono una dozzina di
vaccini a DNA contro COVID-19 in sperimentazione clinica nel mondo e due – uno
della statunitense Inovio e uno della giapponese AnGes – sono già entrati nelle
fasi più avanzate (II e III). Altri vaccini a DNA sono in sperimentazione per
altre malattie come HIV, HPV e cancro.
Ed è proprio il settore oncologico che Rappuoli considera il più promettente,
almeno per il momento. "Come detto, per ora il limite principale dei
vaccini a DNA è la ridotta efficacia. L'elettroporazione migliora le cose, ma
non è un metodo pratico da immaginare su larga scala, perché richiede strumenti
appositi e personale qualificato. Diverso è pensarlo per terapie personalizzate
condotte in centri avanzati, come possono essere quelle contro il cancro. Per
queste situazioni i vaccini a DNA potrebbero essere davvero promettente per il
futuro."
martedì 7 settembre 2021
In India torna l’influenza e il covid sparisce - Alberto Capece
L’influenza era quasi scomparsa in India dall’inizio
del 2020. E’ impossibile sapere, nell’attuale periodo di menzogna medica
totale, se questo sia stato dovuto alla “covidazzione” truffaldina delle
diagnosi o a un fenomeno di ” dormienza” di un virus in presenza di un altro
nella sua fase espansiva, cosa che è stata osservata in qualche caso. Oppure a
un insieme delle due cose. Ma ci sono segnali crescenti che il dominio del
covid sta volgendo al termine: in India: l’influenza A con il sottotipo H3N2 è
attualmente la malattia respiratoria dominante.
A giugno ci sono state segnalazioni del risveglio
di virus classici in vari paesi; rapporti da Israele e dai Paesi Bassi
hanno riportato ondate di infezioni fuori stagione che – a differenza di Covid
– hanno colpito principalmente i bambini, ma l’argomento è stato ben presto
“sommerso” per il potenziale eversivo nei confronti della narrazione pandemica.
Ma ora l‘Indian Express riferisce di un’epidemia di influenza a Delhi. Il
territorio della Capitale con 31 milioni di abitanti ha registrato un
tasso di positività della corona dello 0,1% da luglio. Tuttavia, i medici
segnalano un numero crescente di pazienti con sintomi di malattie
respiratorie. “Abbiamo notato che nelle ultime settimane molte persone sono
venute da noi con la febbre alta, alcuni sintomi respiratori come mal di gola e
alcuni sintomi nasali. Questi sintomi sono indistinguibili dal Covid e li
abbiamo testati per SARS-CoV2, ma i test RT-PCR hanno dato risultati negativi.
A seguito dei risultati negativi, ne abbiamo testati alcuni per l’influenza e
abbiamo scoperto che erano risultati positivi per i sottotipi di influenza A e
H3N2. Ciò include sia i pazienti ambulatoriali che alcuni che sono stati
ricoverati in ospedale “, ha affermato il dott. Karan Madan, Professore
Associato nel Dipartimento di Pneumologia presso l’All India Institute of
Medical Sciences (AIIMS)..
Va detto che in India, l’aumento dell’influenza è
comune in questo periodo dell’anno e numeri dell’epidemia non sono fuori
dall’ordinario. Il problema, tuttavia, è che siccome i sintomi delle due malattie
sono pressoché identici ( se qualcuno parla di sintomi specifici mente, sapendo
di mentire) la gente va nel panico che si tratti di Covid o di influenza. Così
sono stati aumentati i test per l’influenza che non sono di routine e di
solito vengono eseguiti solo in pazienti immunocompromessi o con malattie
gravi. Anche se possiamo immaginare che in occidente non siano più stati fatti
da ormai 18 mesi. Con la scoperta che ormai il covid è del tutto marginale.
Anzi già da qualche settimana è stato accertato che nonostante la bassa
incidenza delle vaccinazioni, il 68 per cento della popolazione indiana ha
anticorpi naturali contro il Sars Cov 2 il che di fatto costituisce l’immunità
di gregge. Su questa base e su quella dei decessi è stata calcolata una mortalità
per infezione da covid dello 0, 0045% ovvero molto inferiore a quella
dell’influenza che si aggira sullo 0,04. Questo risultato è’ forse
dovuto al fatto che nella maggioranza degli stati il covid lo si è potuto
curare a differenza di altri paesi dove si è vergognosamente impedito di farlo?
Ma semmai qualcuno nutra dubbi sui questi numeri sappia che l’India è un
Paese tecnologicamente più sviluppato dell’Italia, è
il più grande produttore mondiale di vaccini e farmaci, ha la maggior
parte degli sviluppatori di software e gran parte del software che usiamo ogni
giorno è stato scritto in India. Certo i professoroni nostrani dei mei
stivali grandi esperti di parcelle in nero e di chiacchiere nonché fini
dicitori di statistiche fasulle avrebbero molto da imparare dai loro
colleghi indiani. Magari anche l’onestà oltre che la matematica.
Ad ogni modo è abbastanza chiaro che l’Asia si va sganciando dalla
narrazione covidica che rimarrà alla fine confinata nel solo occidente con le
terze. le quarte. le quinte dosi, i suoi passaporti vaccinali, le sue
discriminazioni inammissibili e il suo fascismo sanitario che anticipa e
promuove il nuovo medioevo dei ricchi. Insomma è ormai la parte malata del
pianeta.
sabato 4 settembre 2021
Dall’Afghanistan all’India. Dalle tragedie mediatizzate a quelle trascurate - Elena Camino
Quali invitati al tavolo dei potenti?
In questi giorni convulsi, in cui l’attenzione del mondo è focalizzata
sulla tragedia in corso in Afghanistan, si parla molto di Russia, Cina, USA,
Europa, paesi del Mediterraneo… Mi ha colpito l’assenza – tra i soggetti
politici ai quali i media fanno riferimento nel descrivere incontri e strategie
in atto sui tavoli internazionali – di due grandi Paesi, il Pakistan e l’India.
Uno di questi, il Pakistan, confina a nord-ovest e a nord con
l’Afghanistan. Il Pakistan è il quinto Stato più popoloso nel mondo, con una
popolazione superiore ai 224 milioni di persone.
Sulle pagine del The Guardian del 27 agosto 2021 si legge che un numero senza
precedenti di persone (si parla di centinaia di migliaia) sta trasferendosi
dall’Afghanistan al Pakistan attraverso i confini ufficiali, che sono rimasti
aperti. Altre testate – come l’Economic Times Indiano – riferiscono che negli ultimi
tre mesi l’esercito pakistano assisteva al passaggio di nuovi combattenti attraverso
il confine dai santuari all’interno del Pakistan. Prospettive e interessi
contrapposti si incrociano lungo le frontiere.
L’altro grande Paese è l’India, che ospita 1 miliardo e 390 milioni
di abitanti, e contende alla Cina il primo posto nella classifica dei paesi più
popolosi. Secondo informazioni dell’ONU, nel 2020 erano presenti in India circa
16.000 rifugiati afgani, la maggior parte dei quali vive a Delhi, in un quartiere
chiamato ‘la piccola Kabul’. Molti di loro sono arrivati in India negli ultimi
decenni, perché si sentivano minacciati dai talebani, ma con la speranza di
tornare in patria. Ora sono preoccupati, temono per la sorte dei familiari
rimasti in Afghanistan.
Equilibri precari
Nonostante il peso demografico, a livello diplomatico l’India si trova chiaramente isolata: è stata tenuta fuori
dagli incontri di Doha (ai quali parteciparono gli Americani) e anche dagli
incontri di Mosca (organizzati dai Russi). Gli Americani criticano
probabilmente il limitato contributo militare dell’India nel proteggere gli
interessi degli USA nelle aree meridionali dell’Asia, mentre i Russi non
apprezzano lo schieramento dell’India con l’Occidente. Questo isolamento
è tanto più preoccupante se si pensa che gli eventi in corso in Afghanistan
accentuano un problema rimasto a lungo irrisolto: la difficile relazione tra
India e Pakistan, da sempre in conflitto sul piano del reciproco riconoscimento
e rispetto dei diritti sociali, politici e religiosi delle popolazioni
Musulmane e Hindu.
L’insediamento dei Talebani al potere in Afghanistan crea nuovi squilibri
in questi due Paesi. Il Pakistan può ottenere dei vantaggi dalla presenza dei
talebani in Afghanistan, per contrastare il peso dell’India, sua nemica da
sempre. Nello stesso tempo è legato agli Stati Uniti, da cui ha ottenuto
ingenti finanziamenti, e riceve assistenza nella gestione del suo arsenale
nucleare.
Il giornalista Tiziano Marino, in un recente articolo sul Caffè Geopolitico, sostiene che “Pur senza aver
sparato un colpo l’India è tra le vittime eccellenti del conflitto in
Afghanistan. […] Nel giro di poche settimane Delhi ha
infatti perso ogni possibilità di influenzare il destino di un Paese strategico in
cui ha investito molto e non solo in denaro”. Secondo il giornalista,
il ritorno dei talebani a Kabul ha anche l’effetto di allontanare Delhi
dall’Asia Centrale, rallentando lo sviluppo di progetti infrastrutturali
strategici per il Governo Modi, come l’ampliamento del porto iraniano di Chabahar, hub che fornirebbe all’India
un’opzione marittima per le proprie merci non più costrette a seguire rotte
cinesi e pakistane. In bilico è anche il progetto TAPI (Trans-Afghanistan
Pipeline), che alla luce dei recenti sviluppi imporrebbe a Delhi di
pagare royalties ai talebani sul gas proveniente dal
Turkmenistan.
India: dalla politica estera alla
situazione interna
Nel discorso alla nazione che ha rivolto alla nazione il 15 agosto 2021
(Anniversario dell’Indipendenza, 1947) il Primo Ministro Indiano Narendra Modi
ha dichiarato che le sfide più gravi che il Paese deve affrontare sono
“terrorismo ed espansionismo”: un riferimento velato a due potenti vicini
dell’India, il Pakistan e la Cina.
Secondo l’Autore dell’articolo, Sajaj Jose (un giornalista indiano free
lance) il Primo Ministro ha evitato di proposito di parlare della spaventosa
realtà in cui si trovano oggi milioni di indiani: salari ridotti, diffusa
disoccupazione, fame. Non ne ha parlato per una buona ragione: indagine dopo indagine, i dati emersi da
sondaggi, inchieste, ricerche sul campo hanno confermato che la tragica crisi
in cui è sprofondata l’India è in buona misura conseguenza delle azioni
intraprese dal governo. Più specificamente, a causare questa condizione è stata
la gestione – mal concepita e peggio attuata – delle misure prese con il lockdown del
marzo 2020 per contrastare la pandemia da COVID-19.
Le ricadute economiche dei lockdown messi in atto per
contrastare la diffusione del virus hanno creato a livello globale la peggiore
crisi umanitaria della storia recente indiana. Mentre l’opinione pubblica
occidentale viene orientata dai media a seguire l’andamento dei contagi e delle
vaccinazioni, poca attenzione viene dedicata alle conseguenze socio-economiche,
soprattutto nei paesi del Sud del mondo. Numerosi sondaggi hanno rivelato
l’assoluta gravità di questa catastrofe in corso, il cui sintomo più evidente è
la fame di massa. La crisi è globale, ma l’India è tra i paesi che più ne
stanno soffrendo.
Con l’arrivo del COVID-19, il lockdown imposto all’improvviso, senza
preavviso e senza prospettive, ha causato di colpo la perdita del lavoro per
140 milioni di persone. Secondo un’analisi svolta dal Pew Research Center in India l’anno
scorso circa 75 milioni di persone sono finite in povertà (con un reddito cioè
pari o inferiore a 2$ al giorno). Sondaggi pubblicati negli ultimi mesi da
università, centri di ricerca e associazioni sono concordi nel segnalare un
drammatico aumento del numero di Indiani – 230 milioni – che si
trovano attualmente al di sotto della linea della povertà.
Una tragedia occultata
Prasanna Mohanty, columnist del giornale Business Today, già a fine 2020 denunciava le responsabilità del
governo nell’aver favorito questo tragico peggioramento delle condizioni di
vita in India: La gestione inetta e insensibile della pandemia e
il lockdown prematuro e non pianificato hanno scosso l’India come nessun altro
paese ... Il giornalista sottolinea come il governo non si è mai
preso la briga di monitorare la perdita di posti di lavoro o la perdita di vite
dei lavoratori migranti, milioni dei quali hanno camminato per mesi per tornare
a casa – un fenomeno mai visto in nessun’altra parte del mondo – e alcuni hanno
perso la vita lungo la strada.
Il governo, prosegue Prasanna Mohanty, non ha fatto nulla per proteggere i
posti di lavoro, a differenza dei paesi OCSE che hanno salvato 50 milioni di
posti di lavoro, o per aiutare a sopravvivere alla perdita di posti di lavoro e
mezzi di sussistenza di milioni di persone. La scioccante verità è
che in quasi ogni fase di questa tragedia ancora in corso e, per la maggior
parte, evitabile, invece di alleviare la miseria di una popolazione in grande
sofferenza, le azioni (e l’inazione) del governo vi hanno contribuito
attivamente.
Alla tragedia conseguente alla cattiva gestione della pandemia si aggiunge il comportamento antidemocratico del governo, il quale ha
approvato nel settembre scorso tre leggi nel settore agricolo (senza consultare
le confederazioni dei contadini), che aprirebbero le porte alle multinazionali
dell’agribusiness sottraendo ogni possibilità di controllo agli agricoltori, e
priverebbero di tutela il controllo sui prezzi a protezione dei braccianti e
dei piccoli contadini. Attualmente è in corso uno sciopero che vede
accampati alle porte di Delhi – dal mese di novembre 2020! – migliaia di
contadini e agricoltori, che chiedono al governo di ritirare quelle leggi. È la
più lunga e la più partecipata protesta nella storia dell’India.
Tutti i sindacati chiedono il ritiro incondizionato delle tre leggi,
l’attuazione di un sistema pubblico di distribuzione del cibo e il
riconoscimento del diritto al cibo per tutti. Narendra Modi, forte
dell’esplicito appoggio delle compagnie multinazionali e del Fondo Monetario
Internazionale, ha finora rifiutato ogni dialogo con gli agricoltori. Nel
frattempo crescono le adesioni di associazioni e gruppi sociali alla protesta
dei contadini, e cresce la repressione da parte del governo. Sono sempre più
numerose le persone – studiosi, giornalisti, ricercatori – che sono attualmente
in carcere con l’accusa di ‘sedizione’.
Violenza della guerra, violenza del
potere
Varie organizzazioni umanitarie stanno lanciando l’allarme sul problema
della fame, una condizione tragica che sta aumentando in molti luoghi del
mondo. Già nell’ aprile del 2020 David Beasley, direttore del World Food
Programme (WFP) dell’ONU, avvertì il Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite che il mondo era di fronte a una ‘pandemia da
fame’, e forse a “molteplici carestie di proporzioni bibliche”, che avrebbero
potuto portare a contare fino a 300.000 morti al giorno per fame se non si
interveniva al più presto.
A proposito di Afghanistan e India, i due paesi di cui ho scritto in questo
articolo, ecco un paio di notizie recenti.
24 agosto 2021. Mentre i Talebani assumono il controllo
dell’Afghanistan, gli esperti avvertono che una grave siccità potrebbe
peggiorare la crisi umanitaria scatenata dall’esodo delle forze occidental. (Afghanistan at risk of hunger amid
drought and Taliban takeover)
24 agosto 2021. 14 milioni di persone in Afghanistan – un terzo della
popolazione – deve affrontare una condizione di insicurezza alimentare. Ne
sono coinvolti due milioni di bambini, che già adesso soffrono di malnutrizione
(WFP calls for urgent aid as
millions of Afghans face starvation)
24 agosto 2021. “Nessuna carestia si è mai verificata nella storia del mondo in una
democrazia funzionante” . Lo sostiene l’economista Amartya Sen. Secondo lui una
stampa libera e una opposizione politica attiva costituiscono il più efficace
strumento di allarme per un paese a rischio di carestie” (A nation starved: Could ‘New
India’ witness a famine?)
Purtroppo è lungo l’elenco dei paesi e delle popolazioni in cui
l’insicurezza alimentare si sta trasformando in situazione di carestia. Secondo
il World Food
Programme (3 agosto 2021)vi sono 41 milioni di persone in 43
paesi che si trovano a un passo dalla carestia. Tra i gruppi più a rischio di
sono le popolazioni dello Yemen e del Sud Sudan, e le moltitudini di sfollati e
rifugiati, che sono totalmente dipendenti dagli aiuti umanitari per la loro
sopravvivenza. Il WFP ha urgentemente bisogno di 6 miliardi di $
per fornire cibo e assistenza alimentare.
La tragedia dell’Afghanistan, mediatizzata nei suoi aspetti immediati e
spettacolari, e la tragedia dell’India, occultata dai media e sottovalutata
dalle stesse realtà democratiche occidentali, offrono alla società civile una
straordinaria varietà di possibile coinvolgimento personale: dalla
protesta attiva contro la guerra e le armi, alla partecipazione pubblica contro
le scelte insostenibili del potere dominante (che aggravano il cambiamento
climatico); dal contributo finanziario (magari modesto ma continuativo)
offerto a istituzioni e organizzazioni non governative, alla diffusione
(soprattutto nel mondo educativo) di visioni e prospettive che aiutino a
restituire rispetto alla Terra e ai viventi, ad elevare lo sguardo e ad
allargare il cuore.
venerdì 6 agosto 2021
La morte del padre gesuita Stan Swamy scuote l’India - Marina Forti
Il 5 luglio, dopo nove mesi di carcere, è morto l’anziano gesuita Stanislaus Lourduswamy, noto per le sue battaglie a difesa degli oppressi. Le autorità avevano accusato l’84enne di cospirazione. La contestata legge antiterrorismo ha consentito di prolungare la detenzione nonostante la falsità delle prove a suo carico.
La morte di
un anziano gesuita noto per la sua battaglia in difesa dei diritti degli adivasi,
i “popoli originari” dell’India, e degli oppressi ha suscitato sgomento in
India, dove la sua comunità e molti difensori dei diritti umani parlano di un
“omicidio istituzionale”. Padre Stanislaus Lourduswamy, noto come Stan Swamy,
aveva compiuto 84 anni in carcere. Era stato arrestato l’8 ottobre 2020 da
agenti della National investigation agency (la polizia federale indiana), che
lo avevano prelevato in un raid notturno dal suo alloggio
nella comunità chiamata Bagaicha che lui stesso aveva fondato vicino a Ranchi,
nello stato Nord-occidentale del Jharkhand. Accusato di attentare alla
sicurezza dello Stato, era stato tradotto in un carcere di massima sicurezza a
Mumbai.
L’anziano
gesuita non è mai stato processato e molti sono convinti che le accuse nei suoi
confronti non avrebbero retto davanti a un giudice, soprattutto dopo che le
“prove incriminanti” erano risultate false. Ma una legge antiterrorismo
duramente contestata (“Unlawful acts prevention act”) ha permesso alle autorità
di prolungare all’infinito la detenzione preventiva, e le ripetute richieste di
libertà provvisoria di padre Stan sono state respinte. Così, ancora prima di
considerare le ragioni dell’arresto, resta un senso di sgomento per quei nove
mesi di detenzione di un uomo anziano malato di Parkinson, privato di ogni
assistenza personale: i magistrati di sorveglianza avrebbero lasciato cadere
perfino la richiesta di una tazza con cannuccia, visto che non poteva reggere
da solo un bicchiere. Il carcere era di fatto una condanna a morte.
Durante
l’ultima udienza per la sua libertà provvisoria davanti all’Alta corte di
Mumbai padre Stan aveva dichiarato che non gli restava molto da vivere, e
chiedeva di finire i suoi giorni nella sua comunità. Gli è stato negato. Alla
fine di maggio, per ordine della Corte suprema, era stato infine ricoverato in
un ospedale cattolico di Mumbai, dove gli è stato diagnosticato il Covid-19,
contratto in carcere, e dove è morto il 5 luglio 2021.
“Questa non è
una morte naturale ma l’omicidio istituzionale di un animo gentile commesso da
uno stato inumano”, scrivono in un lungo comunicato alcuni attivisti della
comunità di Stan Swamy, insieme a compagni e parenti di altre quindici persone
tuttora in carcere con le stesse accuse dell’anziano gesuita: avrebbero
cospirato per sovvertire lo Stato d’intesa con il partito armato maoista. Si
tratta del cosiddetto “caso Bhima Koregaon”, dal nome di un villaggio del
Maharashtra (lo Stato che ha per capitale Mumbai) dove nel 2018 una
manifestazione per commemorare un’antica rivolta dei dalit (i
“fuoricasta”, quelli una volta chiamati intoccabili, lo scalino più basso della
scala sociale indiana) si concluse con grandi violenze. Padre Stan Swamy non
era là e neppure gli altri quindici attivisti sociali, avvocati del lavoro,
difensori dei diritti umani arrestati un anno fa: ma tutti sono stati accusati
di aver istigato quelle violenze. I giudici hanno parlato addirittura di un
complotto per uccidere il primo ministro indiano Narendra Modi.
Poco prima
di essere arrestato, padre Stan Swamy aveva registrato una dichiarazione in cui
confutava le accuse contro di lui. La polizia federale aveva già perquisito la
sua comunità e sequestrato il suo computer, e stava costruendo un’accusa nei
suoi confronti fondata su una montatura, diceva. In quella dichiarazione, padre
Stan parlava tra l’altro del suo lavoro per denunciare l’alienazione delle
terre e dei diritti dei gram sabha (gli organismi
rappresentativi locali), e lo sradicamento degli adivasi. Parlava
di arresti indiscriminati di migliaia di giovani nativi, accusati di essere
“maoisti” solo perché “mettono in dubbio e resistono all’ingiusta alienazione e
sradicamento dalle terra”. Giurista di formazione, nel 2017 l’anziano gesuita aveva
avviato un’azione legale in difesa di alcuni adivasi che
languivano in carcere da anni senza processo con l’accusa di essere dirigenti
maoisti. Questo, diceva Stan Swamy, potrebbe essere il motivo principale per
cui è stato messo sotto accusa.
Del resto,
l’esistenza stessa della comunità Bagaicha era una sfida: un luogo “aperto ai
giovani delle comunità adivasi, ai dalit, ai movimenti
popolari in genere”, spiegava padre Stan Swamy quando l’ho visitata nel 2011.
Vi ospitava assemblee popolari e incoraggiava i giovani adivasi a
mettere per iscritto le loro storie, oltre a fare un attivo lavoro di
consulenza legale e di informazione sui diritti delle popolazioni native. Aveva
cominciato a documentare come lo sfruttamento di risorse minerarie e altri
progetti di sviluppo (“parola usata a vanvera”, diceva) si risolvano nella
cacciata delle comunità più povere dalle loro terre: “E chi perde la terra,
perde e basta”. Diceva che la Chiesa “non può restare in silenzio” davanti
all’ingiustizia.
Che le
accuse contro padre Stan Swamy e gli altri detenuti del “caso Bhima Koregaon”
fossero una montatura sembra confermato dall’analisi compiuta da un’agenzia di
indagini forensi di Boston, Arsenal Consulting, pubblicata lo scorso febbraio dal Washington Post e
ripresa anche dai media indiani. Su richiesta della difesa degli imputati, gli
esperti avevano esaminato i computer sequestrati a padre Stan e ad altri
imputati, e dimostrato che decine di lettere e altri documenti vi erano stati
inserito in cartelle nascoste usando un malware, incluse lettere in
cui si parlava di come procurare armi, o di uccidere il primo ministro Modi.
“Siamo
indignati che padre Stan abbia dovuto pagare con la vita per questa montatura
fatta in malafede”, dice il comunicato diffuso da attivisti e amici dopo la
morte del gesuita. “Padre Stan non meritava di morire così, imprigionato con
false accuse da uno stato vendicativo”. Padre Stanislaus Lourduswamy (era il
suo nome completo) era nato a Tiruchirappalli, presso Madras (oggi Chennai), nel
1937, ed è stato per 51 anni in prete che aveva fatto propria la battaglia
di adivasi e fuoricasta per “jal, jangal e zameen”. Cioè
acqua, foresta e terra. Rifiutava di essere “spettatore silenzioso”.
