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lunedì 26 aprile 2021

L’attacco a chi non sa tacere - Francesco Martone

Giornalisti ed avvocati intercettati perché si occupano di diritti dei migranti, attivisti criminalizzati ed accusati di reati di immigrazione clandestina per soccorrere migranti in mare o per terra, difensori della terra incarcerati per aver espresso il loro sostegno alla causa No Tav, altri sotto processo per difendere la loro terra dal gasdotto Tap.

Sono solo alcune delle storie e delle vicende che arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica nel nostro paese. Trattano di soggetti, individui, movimenti o comunità, che difendono i diritti umani e dell’ambiente ed operano in quello che il filosofo Simon Critchley definisce lo spazio interstiziale all’interno dello Stato. Spazio nel quale si svolge la “vera politica” quella del movimento tra potere dello Stato e l’assenza del potere.

Come aggiunge Critchley, “Questi interstizi non sono dati o inesistenti, ma sono creati attraverso la pratica politica. Cioè la politica in sé è l’invenzione di distanze interstiziali“.

È in questi spazi che agiscono vari soggetti politici e sociali dai movimenti, alle organizzazioni della società civile, ai difensori dei diritti umani, ossia chi, come specifica la Dichiarazione Onu sui difensori dei diritti umani, «lavora a livello individuale o insieme ad altri, per promuovere e proteggere i diritti umani, in modo nonviolento. Chi si oppone a regimi dittatoriali chi lotta contro le discriminazioni e le ingiustizie, chi documenta abusi sui diritti umani, chi difende l’ambiente».

La situazione che si registra nel nostro paese riguardo ai difensori dei diritti umani è parte di un processo di restrizione degli spazi di agibilità ed iniziativa sociale, in atto su scala globale.

È il cosiddetto ‘shrinking space’, metafora utilizzata per descrivere una nuova generazione di forme di repressione delle lotte politiche. Lo stesso concetto di spazio ha differenti definizioni a seconda di coloro ai quali ci si rivolge. Alcuni lo intendono come uno spazio limitato all’obiettivo di influenzare la politica – una sorta di posto al tavolo della trattativa – mentre altri interpretano il suo significato come uno spazio per organizzare, operare, protestare e dissentire.

La prima accezione tende a depoliticizzare la protesta, mentre la seconda ne accresce il potere. Dalle intimidazioni, alle campagne denigratorie e di diffamazione a mezzo stampa, all’imposizione di condizioni sempre più stringenti per la rendicontazione delle fonti di finanziamento, a complicate procedure burocratiche, ricorrendo poi in casi estremi all’arresto, ed alla condanna per attività criminali, terroristiche o in qualche maniera considerate contro l’interesse nazionale e la sicurezza, gli strumenti per restringere questi spazi di agibilità sono tanti, e spesso ricorrenti.

È un leitmotiv che ormai con varia intensità attraversa la gran parte dei paesi nel mondo, anche quelli considerati “democrazie liberali”. Torsioni securitarie, retorica nazionalista e xenofoba, rafforzamento delle formazioni populiste di destra rappresentano oggi una minaccia senza precedenti per le organizzazioni della società civile.

A livello globale, Il Business and Human Rights Resource Center ha registrato dal 2015 al 2019 almeno 2000 attacchi a difensori dei diritti umani: 572 nel solo 2019, con un ulteriore aumento nel 2020 nel contesto della pandemia. E l’organizzazione internazionale FrontLine Defenders nel suo “Rendiconto globale sui difensori dei diritti umani” ha registrato l’uccisione nel 2020 di 331 difensori dei diritti umani (287 uomini e 44 donne).

Il 69% dei quali era attivo nella protezione dell’ambiente e per i diritti della terra, il 26% erano attivisti per i diritti dei popoli indigeni e il 28% erano attiviste per i diritti di genere. Questi dati sono solo la punta di iceberg di una situazione che a livello globale è sempre più preoccupante, come dimostra l’ultimo rapporto sullo stato della società civile nel mondo a cura di CIVICUS1 o nei rapporti di Amnesty International o Human Rights Watch.

Una situazione senz’altro aggravata dall’applicazione indiscriminata di misure restrittive per contenere la pandemia Covid e che per molti governi è diventata occasione per inasprire ulteriormente politiche restrittive e liberticide. Per quanto riguarda l’Europa, l’ultimo rapporto sullo stato dei diritti civili, a cura di Civil Liberties Union for Europe (rappresentata in Italia dalla Cild) e punta il dito sui casi di Slovenia, Polonia ed Ungheria, ma anche su abusi sul diritto all’informazione, all’associazione ed espressione in gran parte dei paesi dell’Unione.

Ad esempio, in paesi come Bulgaria, Germania, Ungheria e Slovenia si è registrato un aumento delle restrizioni alla libertà di associazione, mentre in Francia, Bulgaria, Croazia, Slovenia, Spagna e Polonia si sono registrate violente repressioni delle manifestazioni di piazza ed arresti arbitrari.

Frequente è il ricorso ai cosiddetti SLAPPS (strategic lawsuits against public participation) da parte di governi e imprese per mettere a tacere ogni forma di critica, e per intimidire attivisti e attiviste. Una pratica in crescita soprattutto in Croazia, Polonia, Slovenia e Spagna, ma che sta diventano sempre più comune anche in Francia, Irlanda e Italia.

Nel nostro paese il tema dei difensori dei diritti umani è al centro delle attività e delle iniziative della rete “In difesa Di – per i diritti umani e chi li difende”, una coalizione di circa 40 associazioni, reti, organizzazioni non governative di varia natura ed estrazione, da associazioni ambientaliste, a quelle che lavorano sui diritti umani ed i diritti civili, sullo stato di diritto, ad organizzazioni di solidarietà internazionale e cooperazione.

Lanciata in occasione di un convegno internazionale sui difensori dei diritti umani alla Camera dei deputati nel 2016, e sulla scia di una importante risoluzione approvata dalla Camera, la rete ha consolidato le sue attività ed iniziative a livello nazionale ed internazionale, in particolare in occasione della presidenza italiana dell’Osce del 2018 e la candidatura italiana al seggio triennale al Consiglio dei diritti umani dell’Onu.

Da allora la difesa dei difensori dei diritti umani è diventata parte integrante della politica estera del paese, visto l’impegno che l’Italia deve ottemperare in quanto membro delle Nazioni unite e dell’Unione europea, in particolare nell’applicazione delle linee guida Ue sui difensori dei diritti umani per le rappresentanze diplomatiche dei paesi membri.

Inoltre, il lavoro della rete è stato rivolto a aprire e consolidare canali di comunicazione con le istanze internazionali di tutela, (dagli uffici dei relatori speciali Onu sui Difensori dei diritti umani e dei diritti dei migranti, all’Ufficio diritti umani e democrazia dell’Osce-Odhr, al Consiglio d’Europa) in particolare facilitando i contatti con Ong criminalizzate per il soccorso in mare.

Altra dimensione di lavoro prioritaria è quella di attivare iniziative in sostegno dei difensori dei diritti umani a livello locale, attraverso il lancio di un piano pilota di città rifugio per i difensori dei diritti umani.

Ad oggi Padova e comuni limitrofi, Trento, Torino sono città “rifugio” per i difensori dei diritti umani, ribattezzate poi “Città in difesa di”. Ispirate dalle “shelter cities” olandesi ed al programma di Cear nel Paese basco, le “Città in difesa di” sono un esperimento innovativo che immagina le città, (intese nella loro accezione ampia, non solo le amministrazioni locali ma anche università, organizzazioni della società civile e non-governative), come attori centrali nella promozione dei diritti umani, e nella protezione e sostegno a chi li difende. Infine la rete ha iniziato progressivamente a occuparsi della situazione dei difensori dei diritti umani a livello nazionale, a partire dalla visita accademica del relatore Speciale Onu sui Difensori dei diritti umani Michel Forst, invitato dalla rete nel maggio 2017 fino alla denuncia pubblica delle politiche migratorie dell’allora ministro Salvini alle Nazioni unite a Ginevra, al lavoro di monitoraggio della criminalizzazione della solidarietà2, ed alle collaborazioni con altre realtà che in Italia si occupano di criminalizzazione del dissenso quali la Associazione Bianca Guidetti Serra nel caso della criminalizzazione del movimento No Tap e dei difensori della terra.

A tal riguardo giova ricordare che l’Italia, pur non disponendo ancora di una autorità nazionale indipendente sui diritti umani, è tuttavia tenuta a rispettare ed applicare la Dichiarazione Onu sui Difensori dei diritti umani anche nella dimensione “interna” e le linee guida Osce /Odihur per i difensori dei diritti umani3.

L’Osce ha infatti adottato delle linee guida che sono valide per l’Italia sia per le rappresentanze diplomatiche nei paesi Osce sia a livello nazionale. In particolare, le linee-guida invitano testualmente le istituzioni statuali ed i pubblici funzionari ad evitare di essere coinvolti in campagne di diffamazione, delegittimazione o stigmatizzazione dei difensori dei diritti umani e del loro lavoro, e ad “intraprendere iniziative per contrastare tali campagne di stigmatizzazione dei difensori anche da parte di terzi”. Inoltre i governi e le istituzioni statuali ad ogni livello dovrebbero“condannare pubblicamente queste manifestazioni ed ogni attacco ai difensori dei diritti umani”.

Eppure, negli ultimi anni si è assistito, come ho accennato, a una preoccupante recrudescenza di casi di criminalizzazione e delegittimazione di difensori dei diritti umani, in particolare per quanto riguarda chi, a titolo individuale o collettivo, si impegna per la difesa dei diritti dei migranti e per la tutela dell’ambiente.

Non è un caso che ambedue le categorie rappresentino una sfida evidente alla necropolitica ed alle sue implicazioni sulla vita di migliaia di migranti ed al biocidio, determinato da scelte di sfruttamento delle risorse naturali e dell’ambiente che concorrono in tutto o in parte ad aggravare ulteriormente la crisi ecologica attuale, prodotta dal modello capitalista estrattivista. In questo contesto, coloro che salvano i migranti o lavorano per il rispetto dei loro diritti, e coloro che proteggono la Terra sono difensori dei diritti umani e vanno riconosciuti come tali.

Con tutto ciò che ne deriva in termini di attuazione e rispetto degli impegni internazionali del paese. Ciononostante nella criminalizzazione della solidarietà e degli attivisti No Tap o No Tav le autorità nazionali preposte, quando non sono state attivamente coinvolte e complici, hanno comunque omesso di impegnarsi effettivamente per il rispetto delle linee guida e il riconoscimento pubblico del ruolo dei Difensori dei diritti umani.

Ciò è senz’altro frutto di una mancata diffusa consapevolezza di chi è un difensore dei diritti umani, di una carente cultura e assenza di formazione sui diritti umani, di un’eccessiva frammentazione delle competenze istituzionali, e dell’assenza nel nostro paese di una Autorità nazionale indipendente preposta a vigilare sul loro rispetto.

Tutto questo sullo sfondo di scelte politiche decisamente orientate verso la repressione e la criminalizzazione del dissenso e della disobbedienza civile. Basti pensare al Decreto sicurezza nelle parti relative alla gestione dell’ordine pubblico, o all’uso ricorrente del Daspo per limitare la libertà di movimento di attivisti in ogni parte del paese. O dei Slapp, come accennato in precedenza.

Un’importante occasione per porre al centro del dibattito politico e delle iniziative per la decriminalizzazione della solidarietà, della tutela dell’ambiente ed il diritto al dissenso può essere rappresentata dall’imminente pubblicazione del prossimo rapporto dell’Osce-Odihr sulla situazione dei difensori dei diritti umani in Italia.

Dopo un primo documento sull’applicazione delle linee guida nei paesi Osce, tra i quali l’Italia, l’Osce-Odihr, ha svolto lo scorso anno c’è stata una missione per valutare la situazione nel nostro paese. In seguito, è stato convocato un workshop con tutte le autorità italiane competenti e le organizzazioni della società civile, tra le quali la rete In Difesa Di.

Nelle prossime settimane il documento dovrebbe essere reso pubblico. L’attenzione internazionale, e degli organismi di tutela verso l’Italia continua quindi ad essere alta, e ciò può offrire un’importante sponda per lanciare un’iniziativa nazionale, con la partecipazione il più ampia possibile di organizzazioni, associazioni e singoli/e individui/e preoccupati/e del rispetto dei diritti umani, della libertà di associazione, manifestazione, espressione, e in generale della qualità della democrazia.

Un’iniziativa rivolta ai più alti vertici dello Stato affinché intervenga con un programma nazionale per la protezione e tutela dei difensori dei diritti umani e del diritto al dissenso, fornendo gli strumenti necessari per assicurare trasparenza e responsabilizzazione delle autorità competenti nell’applicazione della Convenzione Onu e delle linee guida Osce.

È urgente istituire l’Autorità nazionale indipendente per i diritti umani (tuttora al vaglio della Camera) prevedendo nel suo mandato la verifica e il monitoraggio del rispetto e sostegno agli Human Rights Defenders. L’Autorità dovrebbe predisporre e coordinare il programma nazionale, con la partecipazione attiva della società civile, assicurando il coordinamento inter-istituzionale, e la titolarità di indagine su eventuali violazioni dei diritti dei difensori dei diritti umani. In attesa della creazione dell’Autorità, sarà comunque necessario mettere a punto un piano di azione nazionale (possibilmente di competenza del Comitato interministeriale per i diritti umani – Cidu) che assicuri il coordinamento e la coerenza per quanto riguarda i rapporti con gli organismi internazionali di tutela degli Human Rights Defenders, (UN, Fundamental Rights Agency della Unione europea, CoE, Osce-Odihr).

Fino ad oggi è stato difficile per la società civile riuscire a seguire e monitorare i vari livelli di interlocuzione istituzionale, e sarebbe pertanto auspicabile un approccio coerente nelle modalità di reporting, e di verifica attiva. Si potrà così contribuire a ottemperare agli impegni presi a livello internazionale, in modo coerente e strutturato, con lo scopo di risolvere alla base le gravi lacune e omissioni che ancora persistono nella cultura e pratica politica del paese.

Note

1 Per un’analisi paese per paese si può consultare il Civil Society Monitor online: https://monitor.civicus.org

2 Nel corso degli ultimi anni i Relatori Speciali ONU hanno inviato molteplici comunicazioni all’Italia relative alla criminalizzazione della solidarietà: https://spcommreports.ohchr.org/TmSearch/Results

3 Interessante notare come le linee guida siano state utilizzate come strumento di monitoraggio indipendente della situazione dei difensori dell’ambiente in Salento: https://ecor.network/italia/un-dossier-sulla-criminalizzazione-dei-movimenti-salentini/

Articolo pubblicato anche sul blog Centroriformastato.it

da qui

giovedì 7 settembre 2017

Dónde está Santiago Maldonado? - Francesco Martone


Chissà cosa aveva spinto Santiago Maldonado ad andare nel campo Mapuche di El Bolsòn, nell’enorme tenuta di proprietà della famiglia Benetton. Cosa avrà pensato tentando di sfuggire alle guardie che il 1 agosto hanno attaccato il campo per interrompere un blocco stradale sulla Ruta 40 organizzato dai Mapuche per chiedere la restituzione delle terre che loro spettano?

Da allora di lui non si sa nulla. La sua storia evoca fantasmi del passato prossimo e remoto, memoria tenuta viva dalle Madres e dalle Abuelas de Plaza de Mayo contro le quali il presidente Macri da tempo è impegnato in un braccio di ferro. Parlare di desapariciòn in Argentina riapre ferite mai sanate, non a caso la ministra della sicurezza Patricia Bullrich ha tentato di smentire che Santiago possa essere considerato un desaparecido.

Le ipotesi sulla sua  scomparsa si rincorrono. Intanto si moltiplicano nel paese le manifestazioni di protesta, che il 2 settembre l’altro hanno portato in piazza decine di migliaia di persone con grave tensione e scontri a Buenos Aires.

Un caso nazionale ormai, causa di grande imbarazzo per Macri e il suo governo. Sullo sfondo quella che Anibal Quijano chiamerebbe colonialidad del poder. Secondo il rapporto per il 2016 dell’Iwgia (International Working Group on Indigenous Affairs) in Argentina vivono circa 600mila persone che si riconoscono discendenti o appartenenti a un popolo indigeno, e trentacinque popoli indigeni riconosciuti. Nel 1945 l’Argentina aveva riconosciuto l’esistenza di popolazioni indigene, mentre nel 1985 venne emanata legge 23.302 sulla «politica indigena ed il sostegno alle comunità aborigene».

La riforma costituzionale del 1994 ha riconosciuto la pre-esistenza etnica e culturale dei popoli indigeni, e il possesso e la proprietà comunitaria delle terre tradizionalmente occupate. La legge 26.160 approvata nel 2006 proibisce lo sfratto forzato di comunità fin quando non vengano effettuate le necessarie ricerche per definire se tali terre siano effettivamente ancestrali. Oggi si discute se o meno prorogarla: se non lo fosse sarà più facile «ripulire» ogni territorio per favorire gli interessi dei grandi capitali. In campagna elettorale Macri si era impegnato a riconoscere i diritti dei popoli indigeni, incontrandone i leader una settimana dopo la sua elezione. Pochi giorni dopo il suo insediamento avrebbe però fatto passare una legge disegnata a proposito per favorire gli interessi delle grandi multinazionali e delle oligarchie del grande latifondo.

La colonialidad del poder passa anche attraverso la rimozione della storia passata, nel tentativo di costruire un’immagine di nazione bianca, occidentale, civilizzata, e come si sa la legalità è spesso questione di potere, non di giustizia. Così, seppur sulla carta l’Argentina riconosce i diritti dei popoli indigeni, le cause legali contro i leader indigeni godono di corsie preferenziali, mentre quelle intentate dalle comunità a tutela dei propri diritti languono – a parte alcune eccezioni – negli archivi.
Ad oggi i Mapuche sono riusciti comunque a «recuperare» il diritto a 250mila ettari delle loro terre, e forse per questo si è inasprita la campagna di criminalizzazione dei loro leader, tra cui Facundo Jones Huala della comunità in resistenza (“Lof”) del Cushamen, oggi in carcere. Vengono accusati di connessioni con l’Isis, con l’Eta, con le Farc, di voler creare uno stato Mapuche indipendente. Il caso della comunità di El Bolsòn al cui fianco era accorso Santiago affonda – come gli altri – le radici nella storia passata. Si deve risalire al decennio del 1870 quando nel corso della “campagna del deserto” le forze armate comandate del generale Julio Argentino Roca massacrarono ed espulsero le popolazioni indigene della Patagonia. L’ultimo gruppo di tremila indigeni ribelli si arrese in quella che oggi è la provincia del Chubut. Proprio dove  Santiago è sparito, nelle terre di proprietà del gruppo Benetton, oggi considerato, con 844.200 ettari nelle provincie di Buenos Aires, Neuquén, Chubut, e Santa Cruz il principale proprietario terriero dell’Argentina, attraverso la Compañía de Tierras Sud Argentino S.A. (Ctsa).

Benetton possiede attraverso la compagnia Minsud anche 80mila ettari di concessioni minerarie nelle province di San Juan, Rio Negro Chubut e Santa Cruz. Nel 2007 la comunità di Santa Rosa di Leleque riuscì a ottenere un’ingiunzione per la restituzione di 625 ettari di proprietà della Compagna de Tierras Sud Argentino tra Esquel e El Bolsòn. Nel 2014 proprio grazie alla legge 26.160 venne riconosciuto alla comunità Mapuche il diritto alla proprietà ancestrale.

Un’altra istanza  di restituzione fu emanata nel marzo 2015 a Leleque sempre di proprietà del gruppo Benetton. Una delle argomentazioni usate dai Benetton per negare la fondatezza delle legittime richieste di restituzione delle terre da parte delle popolazioni Mapuche è che questi non sarebbero originari di quelle terre e che loro invece avrebbero diritto per i titoli di proprietà in loro possesso.

Il conflitto si protrae da anni, con un picco nel gennaio scorso quando la polizia chiamata (come spesso è avvenuto) dalla Ctsa intervenne duramente nel Lof catturando il leader Facundo Jones Huala. La famiglia Benetton, tentò in passato di placare la controversia annunciando la donazione di alcune terre, ma i Mapuche non accettarono, reclamando giustamente il diritto ancestrale di proprietà, essendo stati cacciati via con le armi nel lontano 1870.

Non a caso  la Ctsa ha molti scheletri nell’armadio. Originariamente costituita a Londra nel 1889 come The Argentinian Southern Land Company ltd amministrava per conto di grandi latifondisti inglesi le terre che avevano ottenuto come contropartita per il sostegno dato da Londra alla Conquista del deserto.

Fantasmi del passato, della desapariciòn, del genocidio, quel buco nero nella storia, nel quale oggi sembra inghiottito Santiago Maldonado. Chissà se lui, artigiano-attivista con i dreadlocks poteva immaginare tutto ciò.
da qui

giovedì 8 giugno 2017

La guerra di religione a Standing Rock - Francesco Martone

Terroristi di stile jihadista, una forma di insorgenza ideologizzata con forte componente religiosa”, questi i termini usati per descrivere i difensori dell’acqua di Standing Rock, che nel corso di vari mesi si sono opposti alla costruzione della Dakota Access PipeLine su terre ancestrali del popolo Sioux.
La rivista The Intercept ha reso pubbliche a fine maggio un centinaio di corrispondenze interne di un’agenzia privata di sicurezza, la TigerSwan, che ha lavorato con polizie di almeno 5 stati per contrastare con metodi di contro-terrorismo e contro-insorgenza le mobilitazioni contro la DAPL. I documenti contengono informazioni dettagliate sulle tattiche di sorveglianza, schedatura e collaborazione con le polizie locali e di stato. Proprio a Standing Rock si è mostrata con evidenza la deriva delle forze di polizia sempre più militarizzate e addestrate a tattiche di guerra contro la protesta e le mobilitazioni sociali.
Non è un caso allora che TigerSwan abbia costruito un’immagine dei difensori dell’acqua che giustifica l’adozione di strategie simili a quelle utilizzate contro il DAESH, essendo la mobilitazione contro le “pipeline”, considerata come una minaccia di lunga durata che giustificherebbe uno stato di emergenza continuo anche dopo la costruzione della DAPL. In effetti anche ora, a oleodotto completato, TigerSwan continua ad operare per contro della compagnia Energy Transfer Partners, estendendo il suo raggio di azione ed intelligence contro le mobilitazioni contro oleodotti e gasdotti che si stanno moltiplicando in tutto il paese.

Il caso di Standing Rock non è un caso isolato, anzi replica un paradigma di criminalizzazione dei movimenti per la difesa della terra e dell’ambiente ormai diffuso a macchia d’olio in ogni parte del pianeta. Movimenti e leader indigeni ed indigene, contadini, attivisti ed attiviste per l’ambiente oggi sono sulla prima linea di trincea. Lo dimostrano i dati: dei 282 difensori e difensore dei diritti umani uccisi ed uccise nel 2016 almeno la metà erano attivisti ed attiviste di popoli indigeni o ambientalisti e ambientaliste. I dati di FrontLine Defenders rispecchiano quelli raccolti nel rapporto sui difensori dell’ambiente e della terra presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal Relatore Speciale ONU per i Difensori dei Diritti Umani, Michel Forst.
E sono dati che chiaramente svelano una forte correlazione tra l’aumento esponenziale delle aggressioni e omicidi mirati di attivisti per la terra e l’ambiente e l’espansione delle frontiere estrattiviste in ogni parte del mondo, dimostrazione ulteriore dell’enorme impatto non solo socio-ambientale ma anche sui diritti umani e la democrazia provocato  dal modello di sviluppo dominante. A ben guardarli, quei dati, vien da pensare: secondo Global Witness, dei 185 difensori della terra e dell’ambiente uccisi in 16 stati nel 2015 (un aumento del 59% dall’anno precedente, una media di oltre 3 attivisti e attiviste uccisi e uccise a settimana), almeno 42 sono stati uccisi per essersi opposti ad attività minerarie o estrattive, 15 per la loro resistenza alle grandi dighe o per la protezione dell’acqua, 20 per opporsi all’agribusiness e 15 per le loro attività contro l’estrazione illegale di legname.

Esiste quindi un filo rosso che lega i nostri modelli di consumo  fondati  sull’estrazione crescente di risorse e valore dalla terra, e l’aggressione continua ai difensori dell’ambiente e della terra. Un’emergenza che dev’essere affrontata e messa a nudo in ogni occasione. Ad esempio, guardando al tema del clima e dei mutamenti climatici risulta evidente che a fronte della mancanza di determinazione e volontà politica della comunità internazionale di aggredire alla base le cause del cambiamento climatico, in primis la dipendenza da combustibili fossili, (nel caso degli Stati Uniti dalla decisione di Donald Trump di abbandonare l’accordo di Parigi, non che il liberalissimo Canada di Justin Trudeau non sia anch’esso attraversato da mobilitazioni indigene contro le “pipeline”) una delle possibili vie d’uscita sarà quella di rafforzare le mobilitazioni e vertenze dal basso.
Questo significa ad esempio riconoscere il ruolo centrale dei popoli indigeni e delle comunità locali nelle attività di adattamento e mitigazione, visto che da secoli attraverso l’utilizzo della loro conoscenza tradizionale riescono ad assicurare una gestione efficace delle risorse naturali, ad esempio le foreste. O mettere in atto pratiche di adattamento ai mutamenti climatici. Inoltre,  attraverso le mobilitazioni e iniziative di resistenza all’invasione delle loro terre da parte delle imprese petrolifere e del fossile, contribuiscono nei fatti a tenere il petrolio ed i fossili sotto terra, riducendo così le emissioni di gas serra.
Ed invece come dimostra il caso di Berta Caceres, o i numeri stessi di Global Witness, chi difende la terra, la Madre Terra, e protegge il clima viene ucciso o perseguitato. E non solo altrove. Anche da noi in Europa ed in Italia lo spazio di agibilità dei comitati, e delle organizzazioni che lavorano per proteggere la terra e l’ambiente viene sempre più compresso. Non si arriva ai casi estremi registrati altrove, ma si notano strategie ricorrenti di restrizione dell’agibilità e di criminalizzazione della protesta e della protezione della terra e dell’ambiente.

Dalla definizione di cantieri di infrastrutture strategiche come zone rosse, alla militarizzazione del territorio, all’equiparazione di chi si oppone alle grandi opere a nemico dell’interesse nazionale, all’uso strumentale della legge per accusare chi assicura il diritto all’informazione  di diffamazione, alla delegittimazione, queste sono le strategie ricorrenti. Ne è prova la Val di Susa, ma ne sono prova le esperienze vissute anche da altri comitati locali che resistono. Vale la pena a tal riguardo ricordare l’importante sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli proprio sulle Grandi Infrastrutture, e sulla criminalizzazione dei movimenti ambientalisti, una traccia ricorrente nelle sessioni del Tribunale dedicate alle imprese ed ai diritti dei popoli.
Nella sua sentenza sui “Diritti Fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere. Dalla Tav alla realtà globale” emessa a Torino nel novembre 2015, il Tribunale ha  dichiarato nel caso della Val Di Susa, che “Il controllo militare del territorio nella zona del progetto di Val di Susa costituisce un uso sproporzionato della forza. In uno Stato democratico in tempo di pace, l’esercito non può intervenire su affari interni, limitando i diritti di cittadinanza garantiti dalla Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalla Convenzione europea dei diritti umani.”
Chi siano oggi i difensori della terra e dell’acqua nel nostro paese e come lavorare assieme per assicurare il diritto all’agibilità democratica, ed al rispetto della libertà di iniziativa politica e sociale, sarà un compito essenziale per chi oggi si batte per la protezione dei difensori dei diritti umani in altre parti del mondo. Su questi temi è particolarmente attiva ora in Italia la rete “In Difesa Di – per i diritti umani e chi li difende” (www.indifesadi.org) Un primo importante passo potrà essere rappresentato dalle iniziative organizzate da movimenti e società civile a Bologna in occasione del vertice del G7 ambiente, che verranno aperte proprio dai rappresentanti dei movimenti e comitati locali che resistono alle grandi opere, all’estrazione petrolifera, ed alla costruzione del gasdotto TAP, assieme ad un rappresentante dei “water protectors” di Standing Rock.

Già perché esiste un neanche tanto sottile filo rosso che lega Standing Rock a chi si batte per proteggere il proprio ecosistema nel nostro “Sud”. Ce lo dice chiaramente Alberto Saldamando, avvocato per i diritti dei popoli indigeni per l’Indigenous Environmental Network , attivo in sostegno alle mobilitazioni contro il DAPL, incontrato di recente a Bonn in occasione dei negoziati ONU sul Clima:” Dobbiamo sostenere le comunità in resistenza ovunque nel mondo. Gli indigeni non hanno il monopolio delle connessioni spirituali con la terra. Anche chi da voi lotta per proteggere ulivi secolari lo fa perché quegli ulivi sono stati curati per generazioni, esiste una relazione intrinseca con l’ecosistema, chi li protegge ha acquisito una profonda conoscenza del proprio ambiente e della propria terra. Per questo noi non consideriamo la vittoria o la sconfitta come una delle possibili prospettive. Noi guardiamo alla lotta, alla lotta spirituale, ci rivolgiamo alla Terra ed ai nostri antenati, questa è la nostra forza, possono fare qualsiasi cosa, militarizzare la nostra terra, metterci in galera, ma non ci fermeranno”.