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venerdì 26 aprile 2024

Sì, è un genocidio

                   

articoli e video di Andrea de Lotto, Gaetano Colonna, Giuliano Marrucci, Maria Morigi, Ghassan Abu-Sittah, Ahmed Kouta, Deborah Petruzzo, José Nivoi, Eirenefest



I 200 giorni di sterminio a Gaza riassunti in numeri

Al Jazeera sintetizza i 200 giorni di massacro israeliano a Gaza nel modo più efficace possibile: con i numeri.

Tra il 7 ottobre 2023 e il 23 aprile 2024, il regime israeliano si è macchiato di crimini indicibili contro la popolazione di Gaza, in particolare bambini e donne, con il bombardamento di ospedali e scuole, oltre ad abusi e torture certificate.

Gruppi per i diritti umani e organismi internazionali hanno descritto gli eventi strazianti che si stanno verificando nel territorio palestinese assediato come un caso da manuale di genocidio e pulizia etnica.

Anche i principali alleati internazionali di Israele – Washington, Londra, Parigi e Berlino – sono stati oggetto di una massiccia reazione pubblica per il loro continuo sostegno militare a Tel Aviv.

Secondo l’ufficio governativo di Gaza, il bilancio della campagna genocida di Israele ha già superato quota 34.150 palestinesi uccisi dal 7 ottobre, di cui oltre il 75% sono donne e bambini.

I 2,3 milioni di persone nel territorio assediato continuano a fare i conti con una catastrofica crisi umanitaria tra bombardamenti incessanti e assedio paralizzante imposto da Israele con l’appoggio degli Stati Uniti.

Di seguito sono riportate le cifre relative a 200 giorni di guerra condotta dall’occupazione israeliana a Gaza, fornite dalle autorità dell’enclave assediata e rilanciate anche da Al Jazeera:

 

  • 200 il numero di giorni di  guerra genocida israeliana contro Gaza
  • 6 il numero di mesi dell’ultima guerra genocida israeliana contro Gaza
  • 34.183 il numero totale di vittime a Gaza dal 7 ottobre
  • 77.183 il numero dei feriti a Gaza dal 7 ottobre
  • 41.183 il numero totale delle persone uccise e disperse a Gaza dal 7 ottobre
  • 7.000 palestinesi ancora sotto le macerie degli edifici distrutti a Gaza
  • 3.025 massacri commessi da Israele dal 7 ottobre
  • 14.778 bambini uccisi dal 7 ottobre
  • 30 bambini morti a causa della fame e della carestia
  • 9.752   donne uccise dal 7 ottobre
  • 485 medici e paramedici uccisi dal 7 ottobre
  • 67 membri del personale della protezione civile uccisi dal 7 ottobre
  • 140 giornalisti palestinesi uccisi dal 7 ottobre
  • 72 la percentuale di bambini e donne uccisi dal 7 ottobre
  • 17.000 bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori dal 7 ottobre
  • 11.000  feriti che necessitano di viaggiare per cure
  • 10.000   malati di cancro che corrono il rischio di morire
  • 1.090.000 persone con malattie infettive dovute allo sfollamento
  • 8.000 casi di epatite virale dovuta a sfollamento
  • 60.000 donne incinte a rischio a causa della mancanza di assistenza sanitaria
  • 350.000   malati cronici che soffrono a causa della mancanza di medicine
  • 5.000 – persone detenute arbitrariamente a Gaza dal 7 ottobre
  • 310 operatori sanitari che sono stati arrestati
  • 20 noti giornalisti detenuti arbitrariamente dal 7 ottobre
  • 2 milioni di sfollati nella Striscia di Gaza
  • 181 edifici governativi distrutti dal 7 ottobre
  • 103   scuole e università completamente distrutte dal 7 ottobre
  • 317   tra scuole e università parzialmente distrutte dall’occupazione
  • 239 moschee completamente distrutte dal 7 ottobre
  • 317    il numero delle moschee parzialmente distrutte dal 7 ottobre
  • 3 chiese prese di mira e distrutte dal 7 ottobre
  • 86.000 unità abitative completamente distrutte dal 7 ottobre
  • 294.000 unità abitative parzialmente distrutte dal 7 ottobre
  • 75.000 tonnellate di esplosivo sganciate dall’occupazione su Gaza dal 7 ottobre
  • 32 ospedali messi fuori servizio dall’occupazione dal 7 ottobre
  • 53   centri sanitari che sono diventati non operativi dal 7 ottobre
  • 160 di istituzioni sanitarie parzialmente o completamente distrutte dal 7 ottobre
  • 126 ambulanze distrutte dall’esercito di occupazione dal 7 ottobre
  • 206 siti archeologici e del patrimonio distrutti dal 7 ottobre
  • 30 miliardi di perdite dirette preliminari a seguito della guerra genocida contro Gaza

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venerdì 13 ottobre 2023

Corsi e ricorsi della Storia: ma non impareremo mai? - Andrea De Lotto

 

12 Ottobre 1492: qualcuno sbarcò in un continente… avrebbe fatto meglio a non partire mai! Ne seguì il più esteso massacro della storia, si parla di 80 milioni di uomini, donne, anziani, bambini… Un continente intero invaso, conquistato, occupato.

In questi ultimissimi anni si è parlato molto di “occupazione”, “diritto alla difesa”, “resistenza”, ma se è un diritto ce l’hanno tutti. TUTTI E TUTTE, ovunque nel mondo.

Ce l’avevano anche le popolazioni dei nativi che resistettero in tutti i modi alla conquista. Le cartine che nel corso del tempo hanno indicato i loro territori assomigliano tanto a quelle cartine della Palestina dove i territori dei palestinesi si vanno progressivamente restringendo fino a restarne briciole. Riserve. Bantustan (ufficialmente regioni autogovernate, ma di fatto dipendenti dall’autorità del governo sudafricano bianco, ndr).

Arrivarono i più forti e comandarono.

Una terra senza un popolo (ma un popolo c’era, quello palestinese… anzi arabo) per un popolo senza terra, come un continente intero senza un popolo (o forse un popolo indegno di questo nome?) a disposizione di avventurieri, conquistatori, saccheggiatori e schiavisti.

Chi è che scrive la storia? Noi: bianchi, occidentali, bene armati, dotati di un buon reddito, banche e passaporti-passepartout.

Eppure qualcuno aveva proprio apprezzato come il governo statunitense avesse risolto il problema dei nativi, come avesse fatto pulizia, come avesse ottenuto il suo Lebensraum, il suo spazio vitale: un certo Adolf Hitler. Dalla storia si può imparare il meglio, ma anche il peggio.

Dalla Treccani: ‹léebënsraum› s. m., ted. [comp. di Leben «vita» e Raum «spazio»]. – Termine – tradotto in ital. con la locuz. spazio vitale – che ha costituito l’idea centrale della geopolitica e, successivamente, del nazionalsocialismo, secondo cui alcuni popoli avrebbero avuto una sorta di «diritto naturale» ad espandersi su territori limitrofi e a spese di altri.

La fine della storia ci sarà quando sarà sparito il genere umano, fino ad allora non mancherà chi ama, lotta, resiste e ricorda. Come Leonard Peltier, simbolo della resistenza dei nativi, da 48 anni in carcere. Per chi volesse saperne di piùhttps://www.youtube.com/watch?v=NsD8kiuKRTM

da qui

sabato 27 agosto 2022

Milano e l’Assistenza Domiciliare dis-Integrata: la rabbia delle famiglie - Andrea De Lotto

  

Fortunato e Maria Nicoletti (già da noi intervistati) sono i genitori di una bambina gravemente disabile, con una rarissima malattia genetica. Ricevo da loro un accorato appello video: a sorpresa hanno interrotto il servizio di Assistenza Domiciliare Integrata di cui la loro figlia Roberta godeva. Un diritto, un servizio, che pur con i suoi limiti, ha funzionato fino a due settimane fa. Così decido di farmi raccontare da loro cosa è successo.

Quando avevo 22 anni ho lavorato per 5 anni come educatore, mi occupavo di Assistenza Domiciliare Minori. Un ottimo servizio del Comune, che permetteva di seguire e accompagnare bambini, ragazzini, che era bene restassero in famiglia, seppure con un supporto. Erano programmi che duravano in media un paio d’anni. Ricordo la delicatezza: bisognava conquistarsi la fiducia dei minori e della famiglia e ci voleva tempo, discrezione, attenzione perchè si entrava in casa ed era un ambito particolare, e loro aprivano le porte. La relazione era il perno.

La logica del servizio di cui parlano Maria e Fortunato nel loro video è la stessa, ma qui, nei casi di bimbi con patologie gravi e rarissime, tutto si amplifica. L’Assistenza Domiciliare Integrata è una condizione per essere dimessi dall’ospedale, non è “un di più”: è una questione vitale.

Quando avete iniziato con l’Assistenza Domiciliare?

Roberta ha 5 anni, iniziammo con l’AD già quando venne dimessa la prima volta dall’ospedale. Il progetto allora prevedeva 50 ore alla settimana. Non erano neanche molte, visto che Roberta ha bisogno di assistenza 24 ore su 24, ma come succede molte volte in queste situazioni la famiglia si trasforma, ogni componente diventa un caregiver. Tuttavia l’aiuto dell’AD è essenziale, permette a tutta la famiglia di vivere, altrimenti rischia di implodere.

Come è andata in questi anni?

Diciamo abbastanza bene. Il servizio non è gestito direttamente dall’AST ma da fondazioni accreditate: la qualità è buona, o forse noi siamo stati fortunati, e il turn-over con Roberta è stato basso. In altre famiglie è andata peggio. Ogni anno, previo avviso, il servizio veniva sospeso per i 15 giorni in cui si andava in ferie e poi riprendeva.

Cosa è successo quest’anno?

A gennaio di quest’anno, accampando scuse generiche, abbiamo avuto una forte riduzione di orario. Così nelle famiglie le difficoltà – e l’ansia, che già sono la norma – si sono amplificate. Noi, come associazione Nessuno è escluso, abbiamo fatto una denuncia, e in questi giorni sono sempre più portato a credere che abbiamo dato fastidio.

E quindi?

Ce la stanno facendo pagare: siamo andati in ferie, comunicando la sospensione, ma l’altro ieri hanno mandato una PEC in cui si dice che la struttura preposta, al nostro ritorno, non sarà più in grado di continuare il servizio. Ci hanno abbandonati, proprio adesso che Roberta dovrebbe iniziare la scuola primaria. Siamo molto arrabbiati. Abbiamo chiesto se ad altre famiglie che usufruiscono dei servizi da parte della stessa fondazione sia successa la stessa cosa, ma da quello che sappiamo solo noi abbiamo ricevuto questo trattamento. Probabilmente diamo fastidio.

Mi chiedo perché una famiglia già provata da una situazione difficilissima, estrema, debba essere costretta a battagliare per un diritto: scrivere, telefonare, cercare avvocati, fare video, stare sui social, fare denunce, rispondere alle domande… La rabbia nei confronti dei responsabili di tutto ciò è davvero tanta!

 

Immagino la situazione… finalmente riescono ad andare in vacanza, ogni volta un’impresa: l’automobile stracarica, i figli più grandi che devono raggiungerli in treno perchè in 5 coi bagagli non ci si sta, dato che per Roberta ci vuole molta attrezzatura. Ma ce la si fa e si tira il fiato, si stacca da Milano, una città dove si lavora anche quando non si lavora, e quando ci si avvicina al ritorno nella metropoli ecco la tegola in testa: tutto ti cade addosso e quel poco di energie recuperate vengono aspirate in un attimo perchè si deve tornare a lottare: ma perché?

Forse perché i responsabili, Regione Lombardia in testa, non vogliono proprio essere disturbati.

da qui

martedì 11 gennaio 2022

Il nuovo campo di Lipa: “L’ipocrisia ha raggiunto livelli difficili da concepire.”

 

(intervista a Gianfranco Schiavone, di Andrea De Lotto)

 

Due giorni fa è stato presentato il nuovo rapporto della rete Rivolti ai Balcani sul nuovo campo di confinamento di Lipa (Bosnia):cogliamo l’occasione per parlarne direttamente con Gianfranco Schiavone, studioso delle migrazioni internazionali, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà.

 

Caro Gianfranco, ci eravamo sentiti esattamente un anno fa, ma sembra passato molto di più. Che cosa è successo nel frattempo rispetto ai respingimenti che denunciavamo allora?

Dopo parecchie denunce la verità è emersa e finalmente si è appurato che le riammissioni informali sono illegali. Lo stesso Ministero dell’Interno ha ammesso, rispondendo ad un’interrogazione del deputato Riccardo Magi nell’ottobre di quest’anno, sempre con un linguaggio molto asettico e burocratico, che la normativa esclude la possibilità di procedere alla riammissione verso un altro Paese UE dei richiedenti asilo. La vicenda è sconcertante perché se prendiamo due risposte del medesimo Ministero, date tra l’altro allo stesso deputato, a distanza di poco più di un anno, con la medesima carta intestata, dicono, a legislazione invariata, due cose esattamente opposte: 20 Luglio 2020: “Le riammissioni dei richiedenti asilo si possono fare e le facciamo…”, Ottobre 2021: “Non si possono fare…” In un Paese serio la notizia avrebbe fatto dello scalpore, ci sarebbe stato un dibattito pubblico, invece NULLA. Quale credibilità ha lo Stato italiano di fronte ai cittadini? Possibile che di fronte a questa figuraccia non vi siano conseguenze politiche e forse anche giudiziarie? Nessuna parola e soprattutto nessuna giustizia per le oltre mille persone che sono state respinte illegalmente. In Italia non succede niente, tutti rimangono al loro posto. Anche la conclusione di questa vicenda si inserisce nel più grande e rimosso problema che caratterizza da sempre la nostra vita repubblicana ovvero l’inesistenza di processi di rielaborazione culturale e sociale attraverso i quali la società può evolvere. L’impossibilità di attivare tali processi compromette l’evoluzione della sempre gracile democrazia italiana.

 

Almeno quelle riammissioni non stanno avvenendo più…

Già a seguito della nota ordinanza a del tribunale di Roma del 18 gennaio 2021, che ha riconosciuto l’illegittimità delle riammissioni informali, le stesse sono state sospese. Ma da gennaio ad ottobre così veniva dichiarato da politici e funzionari, in particolare dall’ex direttore centrale della polizia di frontiera, Bontempi: “E’ vero, le riammissioni sono state “sospese”, ma sono legali e le potremo riprendere quando vogliamo”. Solo nell’Ottobre del 2021 lo stesso Ministero dell’Interno, in silenzio, e nell’indifferenza dei mezzi di informazione, riconosce, come abbiamo detto in premessa, che le riammissioni non si possono fare. Questa vicenda rende evidente il livello veramente minimo di credibilità in cui versano le istituzioni centrali dello Stato; un fatto che a ben guardare è ben conosciuto dai cittadini che ragionevolmente si comportano di conseguenza.

 

Il vostro territorio sarà almeno meno militarizzato?

No, lo è comunque, esattamente come prima e non si capisce cosa facciano ancora le centinaia di militari che continuano a presidiare la zona della frontiera. La sensazione è che si debba mantenere alto l’effetto scenografico e propagandistico. Il game non è affatto cambiato: solo l’ultimo tratto, dall’Italia non si viene respinti, ma nella parte precedente continua la violenza di sempre. Anzi, i rapporti internazionali evidenziano come i I respingimenti dalla Croazia alla Bosnia si sono intensificati, come se il venir meno di uno dei tre partner (Italia, Slovenia, Croazia), di quel torbido sodalizio che aveva reso possibile la catena dei respingimenti illegali, costringesse l’altro partner a fare un lavoro maggiore per ottenere l’effetto politico che le riammissioni intendevano e intendono conseguire; impedire o almeno rallentare a prezzo di inaudite sofferenze, e di morti, l’accesso dei rifugiati al territorio dell’Unione Europea.

 

Poche settimane fa è stato inaugurato, in pompa magna e con grande soddisfazione da parte delle istituzioni europee che lo hanno finanziato, questo nuovo campo “modello” a Lipa. Prova a immaginartelo tra due anni.

Tra un paio d’anni quei container, quelle baracche, saranno tutte rotte, saranno forse meglio di una tenda, come nel campo precedente, ma anche l’aspetto materiale, che oggi viene decantato come una buona soluzione, non reggerà al trascorrere di un tempo anche breve e il luogo sarà un luogo di degrado e di abbandono. ll campo di Lipa, ubicato a 800 metri di altitudine e a 25 km dal centro abitato più vicino, è presentato come necessario per gestire un’emergenza, senza però che via sia alcuna emergenza. I numeri dei rifugiati in fuga in Bosnia sono bassi e consentirebbero un’accoglienza normale, con la costruzione di luoghi idonei che magari rimarrebbero un giorno alla popolazione locale. Il campo di Lipa non rimarrà a nessuno, non è utilizzabile per usi diversi ma solo per le medesime finalità di confinamento delle persone o peggio ancora, magari diventerà una struttura di detenzione. Per descrivere luoghi come Lipa le parole sembrano non avere alcun senso: accoglienza? Confinamento? Detenzione? Le tre cose insieme? Quella struttura può avere funzioni interscambiabili, ma tutte di compressione dei diritti e delle libertà delle persone. Quello che mi colpisce di più è la disonestà intellettuale di chi a vario titolo presenta il campo di confinamento di Lipa e altre strutture analoghe come una soluzione possibile, e l’Unione Europea che le finanzia.

 

Perchè dunque Lipa? Per realizzare un luogo dove segregare i rifugiati limitando in modo quasi assoluto la loro libertà senza bisogno di alcuna norma su cui basarne una limitazione “legale”, che sarebbe difficile da votare e ancor di più da difendere sotto il profilo della sua legittimità e conformità con le normative internazionali e con la Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, ratificata anche dalla Bosnia. Nei campi di confinamento come Lipa la libertà, come il diritto dell’individuo ad una vita privata di relazioni sociali sono di fatto negate, raggiungendo l’obiettivo che si voleva conseguire senza fastidiosi problemi legali. C’è un’unica libertà di movimento che i rifugiati possono esercitare stando a Lipa, quella di tentare il game.

 

Vi sembra che ci sia dietro un piano, una ragione (altra da quella dichiarata) nel fare tutto ciò, o è un puro spreco di denaro pubblico?

Probabilmente è un mix di tutto ciò. L’esperienza mi ha dimostrato che c’è tanta incompetenza, sciatteria e indifferenza rispetto alla vita delle persone; ma sarebbe troppo ingenuo pensare che non ci siano anche delle “scelte volute”, perché quello che vediamo in Bosnia lo vediamo anche in altre parti d’Europa: creare campi dove confinare delle persone a tempo indefinito, persone di cui “non sappiamo cosa fare”. Non vogliamo che queste persone entrino nell’Unione Europea, non sappiamo dove metterle, non riusciamo a rimandarle indietro, quindi creiamo delle situazioni particolari, dei “non luoghi” dove collocare temporaneamente delle persone che vorremmo che non esistessero, ma, ahinoi, esistono. Per loro non abbiamo nessuna proposta e nessun progetto, possiamo solo confinarle da qualche parte.

 

Come arriveranno in questo centro dal momento che è così sperduto, e non è lungo una linea di comunicazione, lungo un tragitto o una ferrovia?

Vengono e verranno deportate da insediamenti informali o da altri campi che magari chiudono nel frattempo, da lì usciranno a piedi per riprovare il game, non vedo altre alternative. Eppure la maggior parte delle persone che sono oggi a Lipa sono afghane, che avrebbero tutto il diritto di chiedere asilo in Europa, eppure… Questo diritto è negato, queste persone vengono respinte con violenza e tornano a Lipa, un campo gestito, finanziato e pianificato dalla stessa Unione Europea che, attraverso un suo Stato, la Croazia, li respinge. Tutti,a partire da chi gestisce i campi, che pure dovrebbe svolgere compiti di protezione dei diritti umani, sa degli abusi sulle frontiere, non fosse’altro che in ragione del fatto che ogni giorno vede rientrare le persone ferite, violentate, derubate di tutto. Ma si fa finta di nulla. La situazione è paradossale, perché l’intero sistema di violenza avviene dentro l’Europa, non fuori di essa. Noi siamo gli attori, sia di qua che di là, del game, con i respingimenti e con la costruzione dei campi. L’ipocrisia ha raggiunto livelli così sofiscati da divenire difficile da comprendere: se non si ha la forza di calarsi a fondo dentro queste dinamiche non si coglie il male che si nasconde nella banalità delle scelte di allestire e gestire luoghi come Lipa.

 

Tu ci sei stato?

Si, pochi giorni prima della sua apertura. Chi non sapesse che cosa è il campo e lo vedesse credo penserebbe che si tratta di un campo di internamento, di un carcere, o comunque di un altro luogo spettrale. l’inaccessibilità del luogo lo rende totalmente invisibile, come se fosse sulla luna. Per raggiungerlo bisogna fare gli ultimi chilometri lungo una strada sterrata fatta apposta per arrivare solo lì. Nessuno che non voglia andare proprio lì lo vedrà mai, neppure per sbaglio.

 

C’è continuità tra quello che sta avvenendo e la guerra che vi fu in Jugoslavia, o sono due storie diverse?

La guerra non è mai passata del tutto in Bosnia e quindi qualsiasi situazione sociale, economica, politica, culturale, va sempre letta alla luce degli esiti di quel conflitto, che non è mai stato rielaborato. La Bosnia è tuttora una sorta di “non stato”, un protettorato, tenuto insieme nelle sue entità ancora profondamente divise. Quel conflitto quindi c’entra, ma credo che le responsabilità maggiori siano comunque dell’Unione Europea. L’UE sa che la Bosnia non è in grado di gestire neppure un numero piccolo di rifugiati, perché è un Paese che non ha nulla da offrire loro in termini di integrazione sociale. È un Paese con equilibri precari, un’economia fragilissima, disoccupazione alle stelle. La stessa Bosnia è un Paese di grande emigrazione ed è quindi quasi svuotato. Nessuno degli immigrati che arrivano in Bosnia chiederà di rimanervi, è quindi un “non luogo” dove chi arriva non ha alcuna condizione giuridica, dove non ha senso fare una domanda di asilo la cui presentazione viene infatti ostacolata in ogni modo. Dalla BIH le persone lse ne andranno, sappiamo come e con quali rischi. E il gioco, folle, continua.

Potremmo realizzare senza quasi neppure accorgercene, tanto bassi sono i numeri complessivi dei rifugiati presenti in BIH, dei programmi di reinsedimento e di ingresso protetto verso la UE, ma non vogliamo farlo perché siamo terrorizzati dall’idea di produrre un effetto richiamo. I costi e le sofferenze che uomini, donne e bambini (anche non accompagnati) devono affrontrare sono il semplice risultato dell’ossessione europea verso il pull factor, il fatto che siano “invogliati” o “disincentivati” a venire. Questa immensa sofferenza è cinicamente finalizzata solo alla deterrenza, non ha altra finalità.

Invitiamo tutti e tutte a leggere direttamente e gratuitamente il dossier. Ma chiediamo anche, se possibile, di sostenere economicamente i progetti della rete Rivolti ai Balcani che agisce secondo modalità del tutto innovative; la rete infatti non realizza direttamente progetti in proprio ma seleziona e sostiene (e ovviamente poi monitora l’attuazione) i più significativi progetti che nascono dalle realtà della società civile bosniaca aiutando così i rifugiati ma facendo crescere nello stesso tempo la tenuta democratica della difficile BIH. Trovate tutte le informazioni sul sito: https://www.rivoltiaibalcani.org.

 

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