La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
mercoledì 24 settembre 2025
mercoledì 20 agosto 2025
L’Occidente, i diritti umani, la democrazia. Intervista con Patrick Zaki
(di Sabrina di Carlo e Joshua Evangelista)
Zaki,
tutto è cominciato con il tuo arresto, il 7 febbraio del 2020…
Allora e
ormai da 10 anni stavo lavorando nel campo dei diritti umani. La situazione in
quel momento era veramente terribile in Egitto. Mi sono preparato come al
solito, perché avevo viaggiato molto negli ultimi 10 anni, e non mi avevano mai
fermato. Mi avevano monitorato, avevo ricevuto chiamate per minacciarmi rispetto
al mio lavoro, ma non erano mai arrivati al punto di arrestarmi. Anche per
questo ho deciso di tornare. Quando, una volta atterrato, sono arrivato ai
controlli, mi hanno fermato e mi hanno chiesto: «Il tuo nome è Patrick?». Non
ci sono migliaia di Patrick in Egitto e lì ho capito che sarebbe successo
qualcosa. Ho avuto qualche secondo per avvisare la mia famiglia e poi sono
stato sequestrato da un ufficiale dell’intelligence e mi hanno portato in una
stanza all’interno dell’aeroporto per interrogarmi: mi hanno fatto delle
domande per circa 24 ore. Lì ho subito violenza e non mi hanno fatto dormire;
poi mi hanno portato all’esterno dell’aeroporto in una delle strutture dell’intelligence, mi hanno
bendato, utilizzato l’elettricità per torturarmi, sottoposto a umiliazioni
fisiche e psicologiche. Sono sparito per 36 ore prima di apparire davanti alla
prima investigazione ufficiale. Non troppo tempo, grazie alla pressione fatta
dalle persone, a cominciare dall’Università di Bologna, che erano scese in
piazza in Italia per chiedere la mia libertà. Queste persone mi hanno salvato
la vita, perché in Egitto alcuni spariscono per 9-10 anni e nessuno sa dove
sono. Cercavo di stare calmo, di risparmiare energia, perché ho documentato per
tanti anni casi di fermo in aeroporto, casi di tortura e quindi la mia mente
cercava di ripassare i casi che avevo studiato per capire come potevo
cavarmela. Poi mi hanno messo in una macchina, mi hanno ammanettato e
nuovamente bendato e mi hanno messo in una piccola stanza per tre ore. Ero
spaventato. In Egitto sai quando entri in prigione ma chissà quando ne uscirai:
tra 5 o 10 anni? E perché mi hanno fermato, quale sarà l’accusa per cui mi
manderanno in carcere? Forse per il mio lavoro, il mio essere un difensore dei
diritti umani?
La prigione
è un luogo fisico, ma è anche un luogo mentale. Come hai vissuto la
detenzione?
La tortura
psicologica è stata sicuramente quella più dura. Ovviamente ho subìto anche
torture fisiche, però dopo un po’ le ferite guariscono, il dolore passa, mentre
è più difficile superare la tortura psicologica. Prima sono stato messo in una
cella da solo, poi con un’altra persona e poi alcune volte mi hanno rimesso di
nuovo da solo. Quella è stata la parte più dura del carcere e l’esperienza più
difficile da immaginare: non puoi parlare con nessuno, hai solo la tua mente,
spesso ci litighi, hai tante domande, nessuna risposta. Una delle cose più
terribili che ho visto sono le persone impazzite. Alcune non riescono a
resistere all’interno della cella per 23 ore al giorno, senza accesso alla luce
del sole. La prima prigione in cui sono entrato era quella di Mansura, il luogo
dove sono cresciuto, e qui ero in cella con un ragazzo di 18 anni. Il primo
giorno, mentre stavo andando a dormire, l’ho sentito parlare ma era voltato
verso il muro e mi sono sorpreso, non capivo se stesse parlando con me, poi ho
scoperto che c’erano alcuni disegni sul muro e che lui stava parlando con quei
disegni che aveva fatto perché non aveva avuto nessun compagno di cella
nell’ultimo anno. Resistere in queste condizioni, nella prigione in Egitto, tra
le peggiori del mondo, resistere per due anni e uscire, sopravvivere, è stato
un miracolo. A volte sono stato davvero giù. Pensavo che non volevo svegliarmi
il giorno successivo, volevo solo che tutto finisse… Per affrontare tutto ciò
cercavo di farmi una routine all’interno della prigione: mi
svegliavo, lavavo i vestiti ogni giorno, cercavo di tenere pulita la cella,
pensavo a cosa avrei potuto mangiare. È una battaglia, cerchi di ammazzare il
tempo. Ogni giorno lotti contro i minuti, addirittura contro i secondi.
All’interno della prigione il tempo passa molto lentamente, un secondo sembra
durare un anno. Ho fatto tante battaglie per ottenere ciò che chiedevo, ciò che
doveva essere un mio diritto, per esempio i giornali. Ho fatto uno sciopero
della fame per ottenere una radio. Mi battevo per tutto, anche per aver la
possibilità di poter leggere un libro.
Hai parlato
di quanto la lettura sia stata importante nella tua detenzione: quali sono
stati i libri che più ti hanno aiutato nel sopportare quei lunghi mesi?
All’inizio
cercavano di evitare che avessi qualcosa da leggere, perché vogliono che tu sia
sempre sotto pressione e che non possa dimenticare dove sei. In prigione ho
letto 100, 120 libri; prima leggevo quasi solo testi legati allo studio della
politica e della legge, ma in prigione era meglio la narrativa, dei libri che
potevano farmi evadere, immaginando di essere nelle storie, dimenticando le
condizioni in cui mi trovavo. Per me è stata importante Elena Ferrante con il
suo L’amica geniale. Avevo iniziato il libro a Bologna e l’ho
finito in prigione: la descrizione dei dettagli, di Napoli, le sue strade… In
prigione ti sembra di dimenticare i colori e lei, con le sue descrizioni, me li
faceva rivedere. Un altro libro importante è stato Cecità di
Saramago. Poi ho capito che poteva anche aiutare gli altri prigionieri: quando
scoprivamo che era arrivato uno nuovo, facevamo di tutto per fargli avere dei
libri e scambiarseli era una forma di resistenza collettiva. Le guardie
impazzivano per questi scambi che erano un modo per supportarci a vicenda.
Anche aver
scritto un libro è stato terapeutico? Nel libro parli
della speranza come forma di resistenza.
Sono stato
in carcere 20 mesi e 8 giorni. La battaglia è stata molto difficile e la
speranza è stato l’unico motivo per cui sono rimasto vivo. Sapere cosa stava
succedendo nelle piazze, la grande mobilitazione intorno al mio caso, gli ha
dato valore: ha costretto i paesi occidentali e la Commissione europea a
rendersi conto del comportamento dell’Egitto e questo mi ha dato speranza. Una
delle paure più grandi dei prigionieri è quella di essere dimenticati dietro le
sbarre. Quindi, è importante sentire che ci sono persone fuori che pensano a
te. Vi racconto un’altra storia. In prigione c’è un sistema per cui la tua
famiglia può mandarti un po’ di soldi e tu puoi prendere dei coupons per
mangiare qualcosa alla mensa. Un giorno ho sentito chiamare un uomo a cui hanno
detto che gli avevano inviato circa 30 sterline egiziane – che sono circa 60
centesimi, quindi non ci si poteva comprare nulla. Ma quando ha ottenuto il suo
denaro ha sorriso perché ha sentito che la sua famiglia, anche se non poteva
andare a trovarlo, pensava a lui e quei 60 centesimi gli hanno dato la forza di
resistere, pensando che un giorno sarebbe uscito e ci sarebbe stato qualcuno ad
aspettarlo.
Oggi la tua
storia ha oltrepassato i confini e ha ispirato diverse persone. Chi era Patrick
prima di essere conosciuto dal pubblico e chi è Patrick ora? ?
Non c’è una
gran differenza. Prima della prigione ero uno studente tra gli altri, anche se
quando sono arrivato a Bologna per il master lavoravo già nel campo dei diritti
umani. Certo, quando mi hanno arrestato, tutto è cambiato. La prigione mi ha
lasciato una cicatrice, è stata un’esperienza traumatica, ma mi ha anche dato
moltissima visibilità per poter parlare di diritti umani a festival e in
programmi tv. Dico spesso che il libro che ho scritto non è su Patrick Zaki, ma
è la storia di 40.000 prigionieri di opinione in Egitto. E mi sento anche un
po’ in colpa per quelli che sono ancora in prigione mentre io sono fuori, viaggio,
cerco di fare progressi. L’unica cosa che è cambiata è che ora riesco a stare
seduto su una sedia per un’ora o due, mentre prima non stavo fermo un attimo.
Questa
esperienza ha cambiato anche la percezione del tuo lavoro?
La prigione
è stata un fattore chiave nella mia riflessione sui diritti umani. In questo
momento quello che mi preoccupa di più è quanto sta accadendo in Palestina. Il
genocidio a Gaza ha già ucciso più di 55.000 civili. Mi chiedo se davvero
esistono i diritti umani nel mondo attuale e se sono per tutti o riguardano
solo le persone bianche. Oggi un criminale di guerra come Netanyahu può
continuare a viaggiare verso gli Stati Uniti, è il benvenuto da Trump e altri
fascisti che stanno discutendo apertamente di quando occuperanno Gaza uccidendo
altri palestinesi. Forse dovremmo ripensare al senso dei “diritti umani” se non
valgono per tutti nel mondo. E lo dico con una certa tristezza essendo
l’oggetto dei miei studi e la mia passione. È cambiata la prospettiva con cui
pensiamo ai diritti umani. Siamo passati da una priorità per tutti a qualcosa
che è messo in discussione continuamente. Quando la gente parla di diritti
umani negati si riferisce sempre a paesi poveri dell’Africa, o dell’Asia,
l’Iran, l’Arabia meridionale, l’Egitto, e non si preoccupa di paesi europei e
occidentali. La cosa è quasi ironica. In Germania arrestano ogni giorno
manifestanti, negli Stati Uniti, all’Università di Columbia, arrestano gli
studenti che si vedono cancellare persino la laurea o il permesso di soggiorno.
Anche qui in Italia la libertà di espressione e di manifestazione è sotto
attacco.
Recentemente
hai visitato i luoghi legati alla memoria della Shoah. Oggi non possiamo non
vedere una recrudescenza degli atti di antisemitismo come in un eterno ritorno
della storia. Quanto è importante oggi che le posizioni non si polarizzino, che
si distinguano i governi dai popoli e la religione dai fondamentalismi?
Andare in
Polonia e vedere il luogo dove il genocidio è accaduto per me è stata
un’esperienza importante. Mi ha fatto pensare a molte cose. Il problema è che
non dovremmo avere un doppio standard. Dovremmo trattare ogni forma di
oppressione, ogni genocidio nello stesso modo. Oggi chi supporta la Palestina o
cerca di ascoltare la voce dei palestinesi è tacciato di antisemitismo. Per
altro verso, non tutte le persone ebree sono israeliane e non tutti gli
israeliani hanno le stesse idee. Ci sono molte persone ebree, alcune delle
quali mie amiche, che sono contro il Governo di Israele e dovremmo ricordarci
di loro, mentre la propaganda censura le loro voci. Viviamo in un’era di
propaganda sistematica per cui i musulmani sono tutti terroristi. Alcuni,
quando sentono parlare in arabo, pensano che la persona sia un terrorista solo
per quello… Questa discriminazione è una tortura per gli arabi. Anche se sei
una persona molto consapevole, ti condiziona. La stessa propaganda cerca di
raccontare la guerra in Palestina come una guerra tra ebrei e musulmani,
dimenticando che in Palestina vivono molti cristiani che a Gaza hanno perso le
loro famiglie. Uno dei miei amici ha perso suo padre, ucciso da un cecchino
mentre era nascosto all’interno di una chiesa. Sapete quante chiese sono state
bombardate a Gaza? Sapete quanti cristiani sono stati uccisi a Gaza? Non credo,
perché deve sembrare una guerra tra i terroristi di Gaza e gli ebrei. Invece
questa è una guerra tra gli israeliani, gli occupanti, il Governo di Netanyahu
e la popolazione di Gaza. E la storia non è iniziata il 7 ottobre, ma nel 1945,
ed è una lunga storia di colonizzazione, di oppressione e di violenza verso i
palestinesi. Anche di questo dovremmo essere consapevoli per non avere doppi
standard: quello perpetrato nei confronti degli ebrei è stato un genocidio e
ciò che sta succedendo in Palestina è un genocidio. Se vogliamo raggiungere la
pace, dobbiamo riconoscere a tutti gli eventi la stessa importanza e lavorare
affinché i diritti umani siano di tutti.
In Egitto,
un altro simbolo di questa battaglia è Alaa Abd el-Fattah, la cui vicenda
continua a suscitare preoccupazione internazionale. Sua madre, Laila Soueif, ha
condotto una battaglia instancabile per la sua liberazione. Qual è il tuo
pensiero su Alaa, sulla sua storia e sul coraggio delle madri come Laila?
La storia di
Alaa Abdel-Fattah ha sempre occupato un posto speciale nel mio cuore. Non è
solo una storia politica, è profondamente personale. È cominciatata molto
presto nella mia vita, quando stavo iniziando a esplorare la politica. Già da
ragazzino riflettevo sulla Palestina, sulla guerra americana in Iraq e sull’ingiustizia.
E questo mi ha portato a cercare voci al di là della narrazione tradizionale
egiziana. La prima voce che ho trovato veramente indipendente, audace e diversa
è stata quella di Alaa. Il suo blog, una delle prime forme di giornalismo
indipendente in Egitto, offriva un modo radicalmente nuovo di discutere di
politica e di diritti umani. Attraverso le sue parole, ho scoperto un nuovo
linguaggio politico, uno spazio in cui il dissenso non era solo possibile, ma
necessario. La sua piattaforma non si è limitata a informare, ma è stata di
ispirazione. Ha dato vita a un’ondata di altri blogger e pensatori che, come
lui, volevano parlare di politica da sfondi e con obiettivi diversi. Durante la
rivoluzione, Alaa è stato più di un semplice commentatore. Era presente. Era
attivo. Stava costruendo idee e comunità. Uno dei concetti più brillanti che ha
introdotto è stato il “Tweet Nadwa” (Tweet Talk), un incontro in cui le persone
discutevano di questioni politiche e sociali twittando in diretta, creando uno
spazio collettivo di dialogo, resistenza e immaginazione. Questo tipo di
innovazione mi ha lasciato un segno indelebile. Uno dei momenti più emozionanti
della mia vita è stato in tribunale, durante una delle mie udienze. Alaa era
lì, anche lui imprigionato. Ho sentito la sua voce. Gli ho gridato e lui ha
risposto. Ma poi ho sentito il walkie-talkie di un ufficiale
che emetteva l’ordine: “Non fate incontrare Patrick e Alaa”. Avevano paura di
due prigionieri che si scambiavano idee. Ma la storia di Alaa è anche la storia
della sua straordinaria famiglia, e soprattutto di sua madre. La dottoressa
Laila Soueif non è solo una brillante accademica e docente di matematica
all’Università del Cairo. È anche un’attivista di lunga data, che è stata in
prima linea nella protesta fin dagli anni ’70. La sua determinazione non ha mai
vacillato. Oggi, a quasi 70 anni, è impegnata in uno dei più lunghi scioperi
della fame della storia moderna: chiede il rilascio di suo figlio, che ha
superato da tempo la sua condanna e continua a essere detenuto ingiustamente.
Ha perso oltre il 35% del suo peso corporeo. Il mondo guarda altrove, distratto
da nuove tragedie, ma lei si rifiuta di lasciare che il silenzio prenda il
sopravvento. Quando parla, non inizia parlando di suo figlio. Parla di tutti i
prigionieri di coscienza in Egitto. Solo dopo parla di Alaa. Perché la sua
lotta non è solo per lui. È per ogni “Alaa” in una cella di prigione del Paese.
Mi ricorda le madri di Plaza de Mayo in Argentina, quelle donne coraggiose che
hanno marciato per decenni alla ricerca dei loro figli scomparsi. Per me è un
idolo, un esempio, un’eredità vivente di resistenza.
Alaa è uno
dei tanti prigionieri politici in Egitto…
Sì. In
Egitto ci sono ancora circa 40.000 prigionieri politici. Ma non parliamo solo
del Medio Oriente: anche negli Stati Uniti, negli ultimi mesi, tantissimi
studenti sono stati arrestati. Persino in Germania vediamo derive pericolose.
Quando si abusa della legge per mettere a tacere chi esprime la propria
opinione, la democrazia muore, ovunque accada.
Parlare oggi
di democrazia sembra più complicato di qualche anno fa. Perché?
Perché dopo
quanto accaduto negli ultimi anni, in tanti si chiedono se quella che viviamo è
davvero una democrazia. O se non è solo una narrazione, una propaganda
dell’idea di democrazia. Basta guardare alla Palestina: i doppi standard dei
Paesi occidentali sono evidenti. Si paragona spesso la reazione europea alla
guerra in Ucraina con quella a fronte di Gaza, e si nota come non c’è coerenza.
I “due pesi e due misure” non possono stare al centro della democrazia.
Quindi
cos’è, per te, la vera democrazia?
Per me è
semplice: democrazia significa dare priorità ai diritti umani, alla libertà
d’espressione, a tutte le forme di libertà. Ma onestamente, non vedo tutto
questo nemmeno in Italia. Pensiamo alle politiche sui rifugiati.
C’è stato un
momento in cui hai sentito crollare la fiducia nella democrazia?
Sì, la
guerra in Palestina ha fatto cadere tante maschere. Politici che parlano sempre
di diritti umani, democrazia, femminismo… e poi restano in silenzio. Un esempio
su tutti: l’Ungheria che accoglie Netanyahu nonostante il mandato di arresto
della Corte Penale Internazionale. È un tradimento dei valori di cui ci diciamo
custodi. E ci costringe a chiederci che tipo di democrazia vogliamo.
Un’ultima
domanda. In questo momento di grave difficoltà, cosa può fare la società
civile?
Dobbiamo
smettere di guardare agli altri con l’atteggiamento del “salvatore coloniale”.
Basta pensare di dover “andare ad aggiustare il mondo”. No. Aggiustiamo prima
noi stessi. La democrazia in Europa è in pericolo. Siamo in uno dei momenti più
bui della sua storia. Solo dopo aver rimesso ordine in casa nostra potremo
pensare davvero a come aiutare altri Paesi. Prima dobbiamo guardarci allo
specchio.
domenica 2 marzo 2025
Dall'accordo di pace fra Ittiti e Egizi alle trattative fra Trump e Putin - Alessandro Marescotti
La guerra fra il re ittita Hattusili III e il faraone Ramesse II fa pensare
alla fine del guerra in Ucraina. Il sanguinoso conflitto si concluse nel 1269
a.C. non solo con il primo accordo di pace della storia ma con un patto di
cooperazione. Fu un ribaltone clamoroso, ma pose fine alla guerra.
La pace è il
valore supremo, quello che si pone al di sopra di qualsiasi giudizio morale
sulle figure che ne hanno permesso il raggiungimento. La storia lo dimostra con
esempi emblematici, in cui uomini discutibili sono stati protagonisti di
accordi fondamentali per porre fine a catastrofi ancora peggiori. La
realpolitik ha spesso imposto di chiudere un occhio sulla moralità dei leader
coinvolti. Analizziamo cinque casi in
cui la pace è stata ottenuta grazie a figure controverse. Parliamo della seconda guerra mondiale, della fine della guerra in Vietnam, della
fine della Guerra fredda e dell'attuale guerra in Ucraina. E concluderemo
con un caso storico eccezionale: la fine della guerra fra Ittiti ed
Egizi.
Il
primo accordo di pace documentato della storia: il trattato di Kadesh
Un
conflitto sanguinoso conclusosi non solo con il primo accordo di pace della
storia ma con un patto di cooperazione militare fra i rivali di allora: il
faraone e il sovrano ittita.
1. Stalin e la fine della Seconda guerra mondiale
Iosif
Stalin è stato uno dei leader più spietati della storia, responsabile di
purghe, deportazioni e un sistema repressivo che ha causato milioni di vittime.
Eppure, durante la Seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica da lui guidata
fu l'alleato decisivo per sconfiggere Hitler. Senza l'apporto dell'Armata Rossa
e il sacrificio di milioni di sovietici, il nazismo avrebbe potuto vincere. Nel
1943, a Teheran, e poi a Yalta nel 1945, Stalin fu accolto come un interlocutore
necessario da Roosevelt e Churchill. Il mondo occidentale dovette accettare di
trattare con un dittatore sanguinario. La fine della guerra in Europa passò
inevitabilmente attraverso la sua firma, e l'ordine mondiale successivo nacque
con il suo coinvolgimento, nel bene e nel male.
2. Kissinger e la fine della guerra in Vietnam
Henry
Kissinger, segretario di Stato degli Stati Uniti negli anni '70, è stato spesso
accusato di cinismo politico e di aver sostenuto regimi autoritari in nome
degli interessi americani. Eppure, fu anche l'artefice degli accordi di pace di
Parigi del 1973, che portarono al ritiro delle truppe statunitensi dal Vietnam.
Kissinger negoziò direttamente con il governo nordvietnamita di Lê Đức Thọ, in
un contesto di grande tensione e diffidenza reciproca. Il trattato pose fine a
un conflitto sanguinoso che aveva lacerato l'Indocina e sconvolto l'America.
Kissinger fu insignito del Premio Nobel per la Pace, nonostante le critiche sul
suo operato in altre aree del mondo. La lezione storica rimane: la pace si fa
anche con gli avversari più temuti e disprezzati.
3. Reagan e la fine della Guerra fredda
Ronald
Reagan è stato un presidente statunitense noto per la sua retorica
anticomunista e per l'intensificazione della corsa agli armamenti negli anni
'80. Eppure, proprio lui firmò uno degli accordi più significativi della Guerra
Fredda: il Trattato INF del 1987, che eliminava i missili nucleari a medio
raggio dall'Europa. La firma dell'accordo con Mikhail Gorbaciov segnò l'inizio
della fine della Guerra Fredda. Reagan, che era stato un fervente sostenitore
del riarmo, comprese che un'intesa con l'Unione Sovietica era necessaria per
evitare una spirale di distruzione reciproca. Questo atto di realismo politico
dimostrò che anche i leader più rigidi possono essere protagonisti di svolte
pacifiche.
4. Trump e Putin e la guerra in Ucraina
Donald
Trump e Vladimir Putin sono due leader controversi, spesso criticati per le
loro politiche autoritarie e le loro posizioni nazionaliste. Tuttavia, proprio
loro potrebbero essere gli artefici di un accordo che pone fine a una guerra
che rischiava di diventare un conflitto armato infinito, con il pericolo
concreto di varcare quelle "linee rosse" oltre le quali c'era la
guerra nucleare. Attraverso negoziati e incontri bilaterali, Trump e Putin
hanno cercato di ridurre la tensione tra le potenze globali, cercando soluzioni
diplomatiche anziché militari. Anche se le loro scelte politiche rimangono
discutibili, il loro contributo alla stabilità mondiale non può essere ignorato.
La
storia insegna che per arrivare alla pace si deve accettare il compromesso,
talvolta con figure che sarebbero difficili da riabilitare sotto altri punti di
vista. La diplomazia non sceglie sempre i migliori uomini, ma cerca i risultati
migliori. La memoria collettiva può essere critica nei confronti di Stalin,
Kissinger, Reagan, Trump o Putin, ma non può negare il loro ruolo nel porre
fine a conflitti devastanti. La pace viene prima di tutto, anche quando a
firmarla sono persone da cui vogliamo stare politicamente e idealmente
distanti.
5. Il primo trattato di pace della storia: Ittiti ed
Egizi come Usa e Russia
Questa
lezione risale a tempi antichissimi. Il Trattato di Kadesh, firmato nel 1269
a.C. tra il faraone Ramesse II e il re ittita Hattusili III, è il primo
trattato di pace internazionale registrato nella storia.
Entrambi i
contendenti, pur proclamandosi vincitori, compresero la necessità di porre fine
stabilmente al conflitto, sancendo un equilibrio che evitò la prosecuzione
della guerra. Trasformarono la guerra addirittura in un accordo militare di
cooperazione, in un patto suggellato addirittura dal matrimonio del faraone con
la figlia del sovrano ittita. Fu un ribaltone incredibile, ancor peggio di
quello a cui stiamo assistendo oggi fra Putin e Trump. Ciò nonostante
quell'accordo non viene consegnato alla storia sdegnosamente con una cosa
sconcia e immorale. Anzi. Oggi, una copia di quel
trattato di pace è esposta nella sede dell'ONU a New York, a testimonianza che
la pace, ieri come oggi, è un valore universale che si costruisce anche con
compromessi difficili ed estremamente discutibili.
Occorre
sottolineare che coloro che - tremilatrecento anni fa - firmarono l'accordo di
pace non erano "brave persone". Hattušili III era un usurpatore, era
arrivato al potere con la forza, con un colpo di mano. Ramses II era anch'egli
un personaggio controverso. L'egittologo francese Pierre Montet ha definito
Ramses II un sovrano con un "egoismo mostruoso" e benché nelle
rappresentazioni artistiche, Ramses II presenti spesso un lieve sorriso, quello
era tuttavia un "sogghigno di fredda autorità" secondo Percy Bysshe
Shelley, poeta lirico inglese al tempo del Romanticismo. E quindi il
"faraone della pace" probabilmente aveva lo stesso "sogghigno di
fredda autorità" di Putin e di Trump.
martedì 18 febbraio 2025
Laila, il vigore della giustizia - Enrico Campofreda
Nel vederla così da lontano, di sfuggita, senza leggere
cartelli e osservare foto, sembrerebbe una barbona o nel più poetico dei flash
una riedizione di certe protagoniste di film del muto, fiammiferaia o fioraia,
magari cieca. La vecchina infreddolita davanti la cancellata d’uno dei palazzi
delle Istituzioni londinesi è l’indomita Laila Soueif, una delle maggiori
docenti di matematica dell’Università del Cairo. Cosa faccia lì, infreddolita e
spossata è presto detto: protesta con uno sciopero della fame lungo
centotrentotto giorni, contro la carcerazione del figlio Alaa Abdel Fattah,
indebitamente detenuto nelle prigioni egiziane, nonostante abbia terminato di
scontare una condanna. La protesta è rivolta contro il presidente egiziano Al
Sisi, con una chiamata di correo anche per il premier britannico Starmer, visto
che Alaa e lei stessa sono anche cittadini del Regno Unito. In altre
situazioni, per altri cittadini l’inquilino di Downing Street si sarebbe mosso
a loro difesa? E’ tutto da valutare. Sono bastati pochi mesi dalla formazione
del suo esecutivo, dopo il successo elettorale d’inizio estate, e il politico
che aveva avviato la carriera fra i laburisti puntando sulla difesa dei diritti
umani, e che dopo un’esperienza in magistratura si presentava agli elettori
come serio sostenitore dei princìpi giuridici e delle leggi, sta facendo
della real politik in voga l’arma per conservare il consenso.
Quello interno e quello internazionale. Così s’è tuffato nella lotta
all’immigrazione ‘irregolare’, e dopo aver apprezzato la linea Meloni per il
“collocamento” di migranti in Albania, ha iniziato a realizzare trasferimenti
forzosi dei migranti, alla maniera trumpiana con tanto di catene e aerei per i
trasbordi. Può un leader laburista che imita il peggior Blair spendere una
parola per il caso Alaa? Lo dubitiamo. Ma c’inchiniamo alla tenacia di mamma
Laila, indebolita nel fisico da quel genere di protesta estrema che lascia
solchi profondi non solo sulla pelle bensì nel fisico, debilitandolo. Specie se
il digiuno è ripetuto, come lei ha fatto a lungo e più volte, seguendo le
traversie giudiziarie del figlio. Pare una nonnina Laila nei suoi sessantanove
anni non ancora compiuti, eppure ha la forza dirompente d’una ventenne, la
determinazione d’una combattente, la passione d’una madre, la tenacia d’una
donna.
domenica 1 dicembre 2024
L’Egitto amarissimo di Laila e Alaa - Enrico Campofreda
Laila Soueif ha sessantotto anni. Né tanti né pochi, ma ne
dimostra decisamente di più. Il volto è segnato da una vita di lotta iniziata
giovanissima, quando aveva sedici anni, e manifestava a piazza a Tahrir contro
il regime di Sadat da poco salito al potere. Una protesta che per lei non durò
a lungo, visto che i genitori, entrambi docenti universitari, la rintracciarono
riconducendola in casa prima che le potesse capitare qualcosa di spiacevole.
Laila aveva una passione per la matematica e dai banchi di scuola e poi dell’università
l’ha trasferita nella vita lavorativa, entrando anche lei nell’ateneo del Cairo
in qualità d’insegnante. Lì aveva conosciuto il futuro marito, Ahmed Seif
El-Islam, un attivista comunista anch’egli docente e avvocato. Insieme hanno
avuto tre figli Alaa, Sanaa e Mona. Tutti attivisti come i genitori. Il volto
di Laila è segnato non tanto dal passare del tempo, ma dalle sofferenze. Dalle
vicende familiari frutto dell’impegno per libertà e giustizia. I guai del
primogenito Alaa sono arrivati, come per migliaia di giovani protestatari, con
le primavere arabe che hanno scosso il Medio Oriente dal dicembre 2010. Nel
gennaio 2011 la generazione successiva a Laila era tornata in piazza Tahrir
contestando Hosni Mubarak che di lì a qualche settimana abbandonerà un potere
durato molto più a lungo di quello del predecessore Anwar Sadat. Tutti
presidenti, tutti militari, come l’attuale persecutore di Alaa e Laila: Abdel
Fattah al Sisi. Il generalissimo. Il militare egiziano, che fece fuori il
presidente laico Mohammad Morsi, si predispone a durare - ad Allah piacendo -
più dei sovrani di quel regno militare che ancora s’ostina a definirsi
Repubblica d’Egitto. Si cita Sisi e qualsiasi italiano normale pensa a Giulio
Regeni, al suo strazio, al suo martirio. Gli italiani di governo invece fanno
spallucce. Dicono che non sapevano del suo sequestro, lo fa sotto giuramento
l’ex primo Ministro Renzi al processo in corso a Roma contro gli aguzzini del
ricercatore friulano, che poi sono fidati servitori del regime di Sisi. Oppure
sostengono, come la premier Meloni, che l’Egitto è un Paese sicuro e ci
rispediscono chi ne fugge atterrito o affamato.
Basterebbe chiederlo alla professoressa Laila, a suo figlio Alaa cos’è diventato
l’Egitto nell’ultimo decennio. E se migliaia di attivisti locali non possono
qualificarlo in nessun modo perché sono stati tacitati per sempre (come? alla
maniera di Giulio Regeni o anche peggio perché gli scomparsi sono un’infinità)
altre sessantamila egiziani e forse più rinchiusi nelle patrie galere
certificano a familiari e avvocati, se e quando riescono a ricever visite, i
segni di quella normalità: bruciature elettriche e di fiamma ossidrica, lividi
e cicatrici sulla pelle e lì dove non vedono ma s’intuiscono, nel profondo
dell’anima. Per un crudele e cruento gioco burocratico Alaa viene trattenuto
due anni in più. Era stato arrestato nel 2019 con l’accusa di diffondere sui
social “false notizie”, e aveva scontato la pena, però a pochi giorni
dall’auspicabile liberazione la Corte del Cairo ha comunicato che i due anni
trascorsi in prigione in attesa del processo non erano validi e ha riaggiornato
la pena, con l’aggiunta di alcuni mesi. Per Alaa la data si sposta a metà del
2027. Da quel momento mamma Laila ha avviato uno sciopero della fame per
domandare alle stesse autorità britanniche, che per lei e i figli sono un
riferimento visto che hanno anche questa nazionalità, d’intervenire a sostegno
di un abuso subìto da un cittadino del Regno Unito. Finora Laila ha ricevuto
qualche promessa da Londra, nessuna dal Cairo, eppure le parole non si
traducono in nulla. Oggi la docente, l’attivista per i diritti, la madre è al
sessantesimo giorno di sciopero della fame. Beve acqua, assume minerali e sali,
con un minimo di calorie, un’azione che per la sua età diventa rischiosa. Lei
caparbiamente la prosegue ma in una recente intervista a Sky News ha
dichiarato: “Personalmente ne ho abbastanza, non posso affrontare condizioni
simili e anche Alaa è senza speranze. Il ministro degli Esteri (britannico,
ndr) Lammy sostiene che il caso è una priorità governativa da discutere
con l’omologo egiziano, non sembra che Il Cairo mostri attenzione
né intavoli dialoghi. Spero di ricevere non più assicurazioni sulla vicenda,
bensì iniziative concrete. Non voglio collassare o morire”.
https://enricocampofreda.blogspot.com/2024/11/legitto-amarissimo-di-laila-e-alaa.html
mercoledì 2 ottobre 2024
Il carceriere Sisi tiene Alaa in prigione - Enrico Campofreda
Doveva tornare in libertà Alaa Abdel Fattah, l’attivista
e scrittore egiziano con nazionalità anche britannica, arrestato il 29
settembre 2019 con l’accusa di diffondere false notizie per mezzo di
piattaforme social come Facebook. Ma i familiari - la madre Laila,
la sorella Mona - hanno avuto l’amara sorpresa di un’ulteriore dilazione della
carcerazione. Addirittura per due anni, visto che il Tribunale del Cairo non
vuole includere il biennio di detenzione preventiva come parte della pena
scontata. Si prospetta, dunque, uno scivolamento dell’arresto sino al gennaio
2027: due anni e tre mesi in più. Per il quarantaduenne è una beffa
insostenibile che s’unisce al danno di veder trascorrere il tempo nelle tetre
galere del regime di Al Sisi. Alaa aveva condiviso sul profilo Fb notizie
sulle gravi violazioni dei diritti umani da parte del sistema poliziesco ripristinato
e ampliato dal generale-golpista sin dall’estate 2013. A poco sono serviti gli
inviti dello stesso ministro degli Esteri britannico David Lammy di rivedere la
sentenza. Totalmente inascoltata risulta la campagna di sostegno ad Alaa - e a
tutti i detenuti egiziani per presunti reati d’opinione che ammontano a decine
di migliaia - lanciata da Ong dei diritti umani. La madre, una docente avanti
con gli anni, ha promesso l’ennesimo sciopero della fame, ribadendo il sopruso
del governo del Cairo e la complice protesta solo formale del governo di Londra
che, a suo dire, non tutela un proprio cittadino. Del resto Sisi è da tempo
ampiamente sostenuto dalla politica occidentale, che trova nel suo pugno di
ferro contro gli oppositori interni (islamici e laici) un fattore di sicurezza
come accadeva sotto i regimi di Sadat e Mubarak. In più il militare, che ha
ordinato e coperto operazioni di eliminazione e sparizione di "elementi di
disturbo" attuate dalla propria Intelligence come nel caso dell’omicidio
Regeni, costituisce un pilastro per il riordino d’un Medioriente autoritario.
Una regione modellata sull’asse di altri Paesi arabi interessati a simili
sviluppi (le petromonarchie del Golfo votate ad affarismo e incremento bellico)
e il riassetto coloniale imposto da Israele che sotterra l’irrisolta questione
palestinese, assieme alle migliaia di cadaveri accumulati nei mesi di guerra
nella Striscia di Gaza e ora in Libano.
https://enricocampofreda.blogspot.com/2024/10/il-carceriere-sisi-tiene-alaa-in.html
giovedì 28 marzo 2024
Dittatori con lo sconto, e il «Piano Mattei» al via premia Al Sisi - Alberto Negri
Il fascino indiscreto delle dittature
Siamo stati
amici di Saddam Hussein contro l’Iran di Khomeini, di Gheddafi quando era il
“guardiano” dell’Africa; persino Putin e Assad ci sono serviti contro l’Isis,
l’egiziano Al Sisi adesso è utile contro le migrazioni, il turco Erdogan,
sultano dalle ambizioni neo-ottomane, è anche membro nella Nato. Eppure questi
ultimi due, nostri amici e alleati, si sono congratulati vivamente con Putin
per la sua rielezione che noi condanniamo con veemenza per una repressione
sistematica e impietosa degli oppositori.
Ma Al Sisi non ha invaso il suo vicino, ammonisce il presidente del Consiglio
Giorgia Meloni. Vero. Gli è bastato invadere il suo Paese e imbastire un
sanguinoso colpo di stato nel luglio 2013 per abbattere un governo che poteva
non piacere, quello dei Fratelli Musulmani, ma che era stato eletto
regolarmente e approvato persino dagli Stati uniti di Obama.
Regeni e troppi altri
Tre
settimane prima del golpe del generale egiziano ero all’ambasciata italiana del
Cairo a incontrare i rappresentanti di quell’esecutivo, accolti con il dovuto
rispetto, intervistati e filmati dai media. Ora molti di quei politici e
militanti sono morti o li attende la forca. Questo è il Paese dove ha perso la
vita Giulio Regeni, torturato e ucciso dai poliziotti di Al Sisi, sotto processo
a Roma ma che il generale continuerà a proteggere.
Questo è il prezzo di quel colpo di stato, paragonato a quello di Pinochet in
Cile dal Nobel della letteratura Orhan Pamuk, costato migliaia di vittime,
centinaia di migliaia di persone incarcerate e alla fine anche il fallimento
dello stato egiziano e di governanti che non sanno uscire dalle loro
contraddizioni.
I nostri finanziamenti ad aiutare chi?
In Egitto
oltre il 30% della popolazione – 114 milioni di abitanti – vive sotto la soglia
di povertà. I tecnocrati di Sisi hanno tagliato pesantemente il carburante e
altri sussidi ai consumatori durante una precedente tornata di riforme quindi
l’attuale deficit del bilancio è causato soprattutto da aziende statali
inefficienti e da costosi progetti infrastrutturali. Ma tenere sotto controllo
questa élite – ci informa Barron’s, pilastro dell’informazione finanziaria Usa
– potrebbe rivelarsi ancora più impegnativo, poiché incide sull’esercito
egiziano, i cui tentacoli economici si estendono attraverso l’economia.
Non è chiaro se Al Sisi possa mantenere il potere se esautora i militari:
in realtà i finanziamenti che stiamo dando al Cairo non salvano un Paese e il
suo popolo ma il colpo di stato del generale-presidente.
Tutte le entrate dello Stato solo per pagare i debiti
Come scrive
Barron’s, l’Egitto è un Paese sull’orlo del fallimento, con un debito estero di
oltre 160 miliardi di dollari, e interessi da pagare per 40 miliardi di dollari
l’anno che si divorano tutte le entrate dello stato. Ma come si dice nel miglio
quadrato di Londra «It’s too big, to fail», è troppo grande per
fallire. Gli Emirati arabi uniti, il Fondo Monetario e l’Unione europea hanno
sottolineato con forza questo punto promettendo in queste settimane circa 40
miliardi di dollari in investimenti e prestiti, di cui 8 vengono dal Memorandum
d’intesa firmato domenica con Ursula Von de Leyen (accompagnata da quattro
premier europei tra cui Meloni). In realtà aggiungendo i prestiti della Banca
africana e di altre fonti si arriva a circa 60 miliardi di dollari.
‘Piano Mattei’, gioco dei bussolotti
Poi l’Italia
ci mette sopra come ciliegina il Piano Mattei, soldi e progetti già previsti
dalla Cooperazione, un gioco di bussolotti in cui l’unica a fare qualche grosso
affare è l’Eni, salvo che non inciampi come nell’ottobre scorso negli appalti
israeliani del gas offshore che appartiene ai palestinesi di Gaza. Mattei, che
aveva sostenuto la lotta anti-coloniale degli algerini contro i francesi, si
rivolterebbe nella tomba. Altro che capitalismo non predatorio: vatti a fidare
di Tel Aviv.
Paese in vendita
Il generale-presidente egiziano è così messo male che si sta vendendo a
pezzi il Paese. Gli Emirati ha promesso un acconto di 24 miliardi di dollari
per un resort grande quanto Londra da costruire sulla costa del Mediterraneo
nell’Egitto occidentale. E adesso si parla di vendere anche Alessandria con il
suo porto e le sue magnifiche attrattive.
Gaza, Rafah, il Sinai
Ma perché siamo così generosi con il generale golpista del Cairo?
Se gli israeliani attaccheranno a Gaza il valico di Rafah migliaia di
palestinesi cercheranno di fuggire alla morte nel Sinai egiziano, come previsto
sin dall’inizio dai documenti militari pubblicati in ottobre da Haaretz.
L’amore interessato per le finte democrazie
La realtà è
che noi amiamo i dittatori e le finte democrazie. Netanyahu è il leader che è
stato più volte al Cremlino. Non ha messo sanzioni a Mosca né dato una
pallottola a Zelenski. Gli alleati di Putin in Medio Oriente per tenere in
piedi il siriano Assad, Hezbollah e pasdaran iraniani, sono nemici di Israele.
Ma Putin non ha mai detto una parola contro i raid israeliani in Siria. In
fondo Netanyahu “aiuta” Putin a tenere a bada alleati difficili e ognuno
massacra chi vuole nel cortile di casa sua, che sia in Ucraina, a Gaza o al
Cairo, mentre le monarchie assolute del Golfo stanno zitte e sperano di farla
franca davanti alle stragi dei palestinesi.
Chi invade chi?
Tre quarti dell’umanità non fa una piega contro i massacratori. L’Europa
intanto paga Al Sisi come paga Erdogan per tenersi i migranti e tutti e due
sono amici di Putin. Mentre gli Usa vendono armi a tutti, poi si vedrà chi
resta in piedi. Di «collettivo» in questo Occidente ci sono solo i
discorsi ipocriti degli europei sulla democrazia e la nuova «economia di
guerra». Ma chi invade chi?
martedì 19 dicembre 2023
INDUSTRIE BELLICHE E DIRITTI UMANI. NUOVI AFFARI MILIONARI DELL’ITALIA CON L’EGITTO – Antonio Mazzeo
Condonato
l’efferato omicidio del giovane ricercatore Giulio Regeni e ignorati i report
sull’escalation della repressione di ogni forma di dissenso contro il regime di
Abdel Fattah al-Sisi, governo e industrie belliche italiane stringono nuovi
affari con l’establishment militare egiziano.
Il 22
novembre il gruppo a capitale statale Fincantieri Spa ha firmato con la Armament
Authority del Ministero della Difesa della Repubblica araba d’Egitto
un contratto della durata decennale per la fornitura di servizi di manutenzione
e studi logistici a favore delle due fregate multi-missione Fremm “ENS
Al-Galala” ed “ENS Bernees” della Marina Militare egiziana.
Il contratto
del valore di 260 milioni di euro comprende la quota che sarà destinata a
Orizzonte Sistemi Navali (la joint venture partecipata da Fincantieri e dalla
holding del complesso militare-industriale italiano Leonardo Spa con quote,
rispettivamente, del 51% e del 49%) in qualità di sub-fornitore.
“Il
contratto con le forze armate egiziane conferma la strategia di
Fincantieri di creare partnership strategiche di lungo termine che prevedono la
fornitura pluriennale di servizi tecnologici con clienti chiave”, ha dichiarato
l’amministratore delegato del gruppo della cantieristica, Pierroberto Folgiero,
pure membro dell’advisory board dell’Università LUISS di Roma.
Le unità da
guerra “ENS Al-Galala” ed “ENS Bernees” erano state consegnate da Fincantieri
alla Marina della Repubblica d’Egitto tra il dicembre 2020 e l’aprile 2021 dopo
le attività di restyling nel cantiere di Muggiano-La Spezia. Con un
dislocamento a pieno carico di circa 6.500 tonnellate e una lunghezza di 144
metri, le due fregate multi-missione possono raggiungere una velocità di 27
nodi con un’autonomia di crociera massima di 6.800 miglia. Le Fremm sono armate
con un cannone Leonardo da 127/64 mm, un cannone Super Rapido da 76/62 mm e due
cannoni da 25 mm oltre al sistema missilistico superficie-aria MBDA SAAM-ESD in
grado di lanciare missili terra-aria della famiglia Aster. Per il loro
acquisto Il Cairo ha versato a Fincantieri 990 milioni di euro.
“Queste due
unità assicurano nuove capacità d’intervento alla Marina militare egiziana,
consentendo di difendere le frontiere marittime e le linee di navigazione e di
proteggere le forze di terra durante la difesa e/o le operazioni d’attacco
nelle coste, difendendo altresì le fonti naturali dello stato nel Mediterraneo
e nel Mar Rosso”, ha enfatizzato la Presidenza dello stato nordafricano. “Le
fregate rappresentano la forza di deterrenza nazionale per mantenere la pace,
assicurare la libertà di navigazione e supportare la sicurezza del Canale di
Suez alla luce delle ostilità e delle sfide che affliggono la regione”.
Fincantieri
spera adesso di poter vendere all’Egitto altre quattro Fremm e una ventina tra
corvette e pattugliatori della classe “Falaj”. All’edizione dell’Egypt
Defence Expo – EDEX, l’esposizione internazionale delle industrie di guerra
tenutasi al Cairo dal 29 novembre al 2 dicembre 2021, il gruppo italiano ha
fatto da main sponsor dell’evento patrocinato dal
presidente della Repubblica al-Sisi e dal Comando Supremo delle forze
armate egiziane. Per la prossima expo militare (prevista dal 4 al 7 dicembre
2023), come silver sponsor compare Leonardo DRS, la
controllata dell’omonimo gruppo con sede negli Stati Uniti d’America, mentre
tra i platinum sponsor ci sarà pure il colosso missilistico
europeo MBDA, controllato per il 25% da Leonardo Spa, principale fornitore di
missili per le unità di terra, di cielo e del mare del regime egiziano.
Mentre le
grandi e medie aziende di morte del mondo intero si preparano alla kermesse
egiziana, si moltiplicano le denunce da parte delle maggiori organizzazioni non
governative sulla crescita esponenziale nel paese delle violazioni dei diritti
umani. Il 23 novembre (giorno successivo alla firma del contratto tra
Fincantieri e il Ministero della Difesa egiziano), Amnesty International ha
rilevato come le autorità egiziane abbiano intensificato la repressione
contro dissidenti e manifestanti pacifici alla vigilia delle elezioni
presidenziali in programma dal 10 al 12 dicembre.
“Dal 1°
ottobre, almeno 196 persone sono state arrestate per aver preso parte
a manifestazioni non autorizzate e presunti atti di terrorismo (…) ed è stata
impedita anche la candidatura di un esponente dell’opposizione”, aggiunge
Amnesty. “La repressione sta colpendo anche le manifestazioni di
solidarietà con la Palestina, inizialmente sostenute da partiti politici e
altri soggetti filo-governativi. Tuttavia, le forze di sicurezza sono
intervenute non appena le proteste sono uscite dalle aree autorizzate e si sono
mescolate a richieste di libertà e di giustizia sociale”.
Nel mirino
dell’apparato repressivo egiziano, in particolare, gli insegnanti. “Il 15
ottobre le forze di sicurezza hanno violentemente disperso una loro protesta di
fronte al ministero dell’Istruzione per contestare il nuovo obbligo, per chi si
candida a impieghi nel settore pubblico, di seguire sei mesi di accademia
militare”, ricorda l’organizzazione non governativa. “Quattordici insegnanti
sono tuttora in carcere con accuse di terrorismo, diffusione di notizie
false e uso improprio dei social media”.
(Articolo pubblicato in Africa ExPress il 30 novembre 2023, https://www.africa-express.info/2023/11/30/viva-il-business-abbasso-i-diritti-umani-nuovi-affari-milionari-dellitalia-con-legitto/)
mercoledì 22 novembre 2023
Egitto, il voto farsa e i volti segnati della rivolta - Enrico Campofreda
L’Egitto rivà alle urne, alla farsa del voto farsa. Con
Sisi che rivincerà su un manipolo di candidati cangianti che presentandosi gli
reggono il gioco del pluralismo. Ma per il cittadino medio, che si rechi o meno
al seggio, prosegue la vita sospesa a un filo per nulla democratico. Se
qualcosa non va liscio nella sua quotidianità di suddito ossequiante o silente
e omertoso, può finire male. Molto male. Si può scivolare nelle galere dove i
giorni non si contano, finirci anche per un semplice battibecco. Ancor peggio
se con un poliziotto. Sei ambulante, con la licenza scaduta, l’uomo in nero ti
taglieggia. Di solito paghi una multa che lui intasca di persona, un pizzo, che
ripropone per giorni. Ti risenti e t’inguai con le tue mani. Ti portano via in
un commissariato. Ti umiliano e bastonano. Se hai qualcosa da ridire, ti
spediscono a Tora e simili. L’abbiamo raccontato dal 2011, quando nasceva e
presto tramontava il sogno dell’abbattimento d’un regime. L’abbiamo ripetuto cento
volte rilanciando le denunce di associazioni dei diritti. Negli anni della
“normalizzazione” la lobby militare ha creato un’immensa prigione sociale e un
sistema detentivo che si perpetua. Se qualcuno ne esce - com’è accaduto a
Patrick Zaki, graziato dal presidente-oppressore - altri cento Zaki restano
seppelliti nelle celle. Funziona come per le elezioni: si tengono, ci sono
alcuni candidati, dunque prevale la maschera della democrazia. Zaki è stato
liberato, perciò la giustizia egiziana funziona e garantisce diritti e libertà.
Quanto è accaduto prima allo studente dell’Alma Mater non ha importanza. Così
decine di migliaia di egiziani restano stipati in venti per cella oppure ci
ritornano, com’è accaduto ad Ahmed Orabi da oltre un anno alla terza incarcerazione.
I suoi patimenti iniziano con una menomazione gravissima: la
perdita dell’occhio sinistro. Colpito da un proiettile di gomma che i cecchini
delle forze di Sicurezza sparavano dai tetti attorno a una piazza Tahrir ancora
in subbuglio. Precisamente dodici anni fa, a Mohamed Mahmud Street, pieno
centro del Cairo, i cordoni dei manifestanti e quelli dei poliziotti entravano
in collisione. Lacrimogeni e cariche disperdevano la folla mentre dai tetti
partiva il tiro al bersaglio sui singoli. L’occhio sinistro di Ahmed venne
centrato e da quel momento la vista lacerata. Altri conobbero una sorte ancora
più cruenta, ebbero la testa spappolata dalle fucilate. Ma l’esistenza di Ahmed
non fu meno crudele. Alla menomazione permanente s’aggiunsero periodici fermi
tramutati in arresto. L’occhio perduto era il segno d’una battaglia, combattuta
nella parte sbagliata, quella perdente dei sognatori di Tahrir, mentre
prevaleva la lobby di Tantawi e compari che faceva da anticamera al regime di
Sisi. Se per i ragazzi di Tahrir l’orbo Ahmed è il simbolo d’una resistenza
alla restaurazione militare, per il clan della repressione quella ferita è la
prova di chi si opponeva alla forza delle Forze Armate. Arrestatelo dunque,
sbattete in cella quelli come lui segnati dai proiettili, quei corpi non
trasformati in cadaveri che s’ostinano a non piegarsi e morire. Mesi e anni
dopo, quando nessuno osa più neppure riunirsi in capannello, non sollevare
braccia e bandiere patrie per manifestare, i mukhabarat vanno
alla ricerca dei segnati dalla rivolta. Ahmed, lo sfregiato dai proiettili di
regime, porta scritto in volto il desiderio di libertà, per questo va
riarrestato, come gli è accaduto due volte senza motivo. L’ultima da un anno a
questa parte. Da novembre 2022 è in galera perché nel novembre 2011 era a
Mohamed Mahmud Street, a gridare slogan per elezioni libere, per la libertà
della nazione e del suo popolo. Sisi arresta a ritroso, attaccando
l’appartenenza a quella dignità che le vittime dei suoi compari, diventate sue
vittime portano impresse sul volto. E quest’Egitto canaglia gode da anni della
comprensione, protezione, speculazione dei nostri governanti.
giovedì 19 ottobre 2023
Perché i nostri movimenti di massa popolari falliscono - Chris Hedges
Dal 2010 fino alla pandemia globale del 2020 ci sono stati dieci anni di
rivolte popolari. Queste rivolte hanno scosso le fondamenta dell’ordine
globale. Hanno denunciato la dominazione delle corporation, i tagli delle
politiche di austerità e chiesto giustizia economica e diritti civili. Ci sono
state proteste a livello nazionale negli Stati Uniti incentrate sugli
accampamenti Occupy durate 59 giorni. Ci sono state sollevazioni popolari in
Grecia, Spagna, Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Siria, Libia, Turchia,
Brasile, Ucraina, Hong Kong, Cile, la Rivoluzione delle candele della Corea
del Sud. Politici screditati furono cacciati dalle loro cariche in
Grecia, Spagna, Ucraina, Corea del Sud, Egitto, Cile e Tunisia. Le riforme, o
almeno la loro promessa, ha dominato il discorso pubblico. Sembrava annunciare
una nuova era.
Poi la reazione negativa. Le aspirazioni dei movimenti
popolari furono schiacciate. Il controllo statale e la disuguaglianza sociale
si espansero. Non c'è stato alcun cambiamento significativo. Nella maggior
parte dei casi le cose sono peggiorate. L’estrema destra è emersa trionfante.
Quello che è successo? In che modo un decennio di
proteste di massa che sembravano annunciare l’apertura democratica, la fine
della repressione statale, l’indebolimento del dominio delle multinazionali e
delle istituzioni finanziarie e un’era di libertà si sono trasformati in un
ignominioso fallimento? Che cosa è andato storto? Come hanno fatto gli odiati
banchieri e politici a mantenere o riprendere il controllo? Quali sono gli
strumenti efficaci per liberarci dal dominio aziendale?
Vincent Bevins nel suo nuovo libro “If We Burn: The Mass
Protest Decade and the Missing Revolution” racconta come abbiamo fallito su
diversi fronti.
I “tecno-ottimisti” che predicavano che i nuovi media
digitali fossero una forza rivoluzionaria e democratizzante non prevedevano che
governi autoritari, aziende e servizi di sicurezza interna avrebbero potuto
sfruttare queste piattaforme digitali e trasformarle in motori di sorveglianza all’ingrosso,
censura e veicoli di propaganda e disinformazione. Le piattaforme di
social media che hanno reso possibili le proteste popolari si sono rivolte
contro di noi.
Molti movimenti di massa, poiché non sono riusciti a
implementare strutture organizzative gerarchiche, disciplinate e coerenti, non
sono stati in grado di difendersi. Nei pochi casi in cui i movimenti
organizzati hanno raggiunto il potere, come in Grecia e in Honduras, i
finanzieri e le multinazionali internazionali hanno cospirato per riconquistare
spietatamente il potere. Nella maggior parte dei casi, la classe dominante
ha rapidamente riempito i vuoti di potere creati da queste proteste. Hanno
offerto nuovi marchi per riconfezionare il vecchio sistema. Questo è il
motivo per cui è stata nominata la
campagna di Obama del 2008 ‘Venditore dell'anno’ secondo Advertising
Age. Ha ottenuto il voto di centinaia di operatori di marketing, capi di agenzie
e fornitori di servizi di marketing riuniti alla conferenza annuale
dell'Association of National Advertisers. Ha battuto i secondi
classificati Apple e Zappos.com. I professionisti lo sapevano. Il
marchio Obama era il sogno di ogni operatore di marketing.
Troppo spesso le proteste somigliavano a flash mob, con
persone che si riversavano negli spazi pubblici creando uno spettacolo
mediatico, invece di impegnarsi in uno sconvolgimento sostenuto, organizzato e
prolungato del potere. Guy Debord coglie l’inutilità di questi spettacoli/proteste nel suo
libro “ La società dello
spettacolo”, sottolineando che
l’età dello spettacolo significa che coloro che sono estasiati dalle sue
immagini sono “modellati secondo le sue leggi”. Anarchici e antifascisti,
come quelli del black bloc, spesso rompevano finestre, lanciavano sassi contro
la polizia e ribaltavano o bruciavano automobili. Atti casuali di
violenza, saccheggi e vandalismo erano giustificati nel gergo del movimento,
come componenti di un’insurrezione “feroce” o “spontanea”. Questo “riot
porno” ha deliziato i media, molti di coloro che vi si sono impegnati e, non a
caso, la classe dirigente che lo ha utilizzato per giustificare ulteriori
repressioni e demonizzare i movimenti di protesta. L’assenza di una teoria
politica ha portato gli attivisti a utilizzare la cultura popolare, come il
film “V per Vendetta”, come punti di riferimento. Gli strumenti molto più
efficaci e paralizzanti delle campagne educative di base, degli scioperi e dei
boicottaggi sono stati spesso ignorati o messi da parte.
Come aveva capito Karl Marx, “coloro che non possono rappresentare se stessi saranno
rappresentati”.
“If We Burn :
The Mass Protest Decade and the Missing Revolution” è un’analisi brillante e
magistralmente raccontata dell’ascesa dei movimenti popolari globali, degli
errori autodistruttivi che hanno commesso, delle strategie che le élite
aziendali e dominanti hanno impiegato per mantenere il potere e schiacciare le
aspirazioni di una popolazione frustrata, nonché un’esplorazione delle tattiche
che i movimenti popolari devono impiegare per reagire con successo.
“Nel decennio delle proteste di massa, le esplosioni
nelle strade crearono situazioni rivoluzionarie, spesso per caso”, scrive
Bevins. “Ma una protesta è molto poco attrezzata per trarre vantaggio da
una situazione rivoluzionaria, e quel particolare tipo di protesta è
particolarmente dannoso”.
Gli attivisti esperti intervistati da Bevins fanno eco a
questo punto.
“Organizzarsi”, dice a Bevin nel libro Hossam Bahgat,
l’attivista egiziano per i diritti umani. “Creare un
movimento organizzato. E non abbiate paura della
rappresentanza. Pensavamo che la rappresentanza fosse elitarismo, ma in
realtà è l’essenza della democrazia”.
Artem Tidva, esponente della sinistra ucraina, è d'accordo.
“Una volta ero più anarchico”, dice Tidva nel
libro. “Allora tutti volevano fare un’assemblea; ogni volta che c'era
una protesta, sempre un'assemblea. Ma penso che qualsiasi rivoluzione
senza un partito laburista organizzato non farà altro che dare più potere alle
élite economiche, che sono già molto ben organizzate”.
Lo scrive lo storico Crane Brinton nel suo libro “The Anatomy
of Revolution” che le rivoluzioni hanno precondizioni
riconoscibili. Cita il malcontento che colpisce quasi tutte le classi
sociali, sentimenti diffusi di intrappolamento e disperazione, aspettative non
soddisfatte, una solidarietà unitaria in opposizione a una ristretta élite di
potere, un rifiuto da parte di studiosi e pensatori di continuare a difendere
le azioni della classe dominante, un’incapacità del governo per rispondere ai
bisogni primari dei cittadini, una costante perdita di volontà all’interno
della stessa élite al potere e defezioni dalla cerchia ristretta, un isolamento
paralizzante che lascia l’élite al potere senza alleati o sostegno esterno e,
infine, una crisi finanziaria. Le rivoluzioni iniziano sempre, scrive,
avanzando richieste impossibili che, se il governo soddisfacesse,
significherebbe la fine delle vecchie configurazioni di potere. Ma, cosa
ancora più importante, i regimi dispotici crollano sempre prima a livello
interno.
Ma queste forme di controllo interno durante il decennio
delle proteste raramente vacillarono. Possono, come in Egitto, rivoltarsi
contro le figure di spicco del vecchio regime, ma hanno anche lavorato per
indebolire i movimenti popolari e i leader populisti. Hanno sabotato gli
sforzi volti a strappare il potere alle multinazionali e agli
oligarchi. Hanno impedito o rimosso i populisti dalle cariche. La
feroce campagna condotta contro Jeremy Corbyn e i suoi sostenitori quando era alla
guida del partito laburista durante le elezioni generali britanniche del 2017 e
del 2019, ad esempio, è stata orchestrata da membri del suo stesso partito, aziende, opposizione
conservatrice, commentatori
famosi, una stampa
mainstream che amplificato le calunnie e la
diffamazione , dei membri
dell'esercito britannico e
dei servizi di
sicurezza nazionali. Sir
Richard Dearlove, ex capo dell’MI6, il servizio segreto di intelligence
britannico, ha pubblicamente avvertì che il leader laburista rappresenta un
“pericolo attuale per il nostro Paese”.
Organizzazioni politiche disciplinate non sono, di per
sé, sufficienti, come ha dimostrato il governo greco di sinistra
Syriza. Se la leadership di un partito anti-establishment non è disposta a
liberarsi dalle strutture di potere esistenti, verrà cooptata o schiacciata
quando le sue richieste verranno respinte dai centri di potere regnanti.
Nel 2015, “la leadership di Syriza era convinta che se
avesse rifiutato un nuovo piano di salvataggio, i creditori europei si
sarebbero piegati di fronte ai disordini finanziari e politici generalizzati”,
Costas Lapavitsas, ex deputato di Syriza e professore di economia alla School
of Oriental and Studi africani, Università di Londra, osservò nel 2016.
“I critici ben intenzionati hanno ripetutamente
sottolineato che l’euro ha un rigido insieme di istituzioni con una propria
logica interna che semplicemente respingerebbero le richieste di abbandonare
l’austerità e cancellare il debito”, ha spiegato Lapivistas. “Inoltre, la
Banca Centrale Europea era pronta a limitare la fornitura di liquidità alle
banche greche, soffocando l’economia – e con essa il governo Syriza”.
Questo è esattamente quello che è successo.
“Le condizioni nel paese sono diventate sempre più
disperate man mano che il governo ha assorbito le riserve di liquidità, le
banche si sono prosciugate e l’economia si è ripresa a malapena”, ha scritto
Lapivistas. “Syriza è il primo esempio di un governo di sinistra che non
semplicemente ha mancato di mantenere le sue promesse, ma ha anche adottato in
blocco il programma dell’opposizione”.
Non essendo riuscita a ottenere alcun compromesso dalla
Troika – Banca Centrale Europea, Commissione Europea e FMI – Syriza “ha
adottato una dura politica di surplus di bilancio, ha aumentato le tasse e ha
svenduto le banche greche a fondi speculativi, ha privatizzato aeroporti e
porti, e sta per tagliare drasticamente pensioni. Il nuovo piano di
salvataggio ha condannato una Grecia impantanata nella recessione al declino a
lungo termine poiché le prospettive di crescita sono scarse, i giovani istruiti
stanno emigrando e il debito nazionale pesa”, ha scritto.
“Syriza ha fallito non perché l’austerità sia
invincibile, né perché un cambiamento radicale sia impossibile, ma perché,
disastrosamente, non è stata disposta e impreparata a lanciare una sfida
diretta all’euro”, ha osservato Lapavitsas. “Il cambiamento radicale e
l’abbandono dell’austerità in Europa richiedono un confronto diretto con
l’unione monetaria stessa”.
Il sociologo iraniano-americano Asef Bayat,
che secondo Bevins ha vissuto sia la rivoluzione iraniana del 1979 a Teheran
che la rivolta del 2011 in Egitto, distingue tra condizioni soggettive e oggettive per le
rivolte della primavera araba scoppiate nel 2010. I manifestanti potrebbero
essersi opposti al movimento neoliberista politiche, ma sono anche state
modellate, sostiene, dalla “soggettività” neoliberista.
“Le rivoluzioni arabe mancavano del tipo di radicalismo –
nella prospettiva politica ed economica – che ha caratterizzato la maggior
parte delle altre rivoluzioni del ventesimo secolo”, scrive Bayat nel suo libro “Rivoluzione senza
rivoluzionari: dare un senso alla primavera araba”. “A differenza delle
rivoluzioni degli anni ’70 che sposavano un potente impulso socialista,
antimperialista, anticapitalista e di giustizia sociale, i rivoluzionari arabi
erano più preoccupati dalle questioni generali dei diritti umani, della
responsabilità politica e della riforma legale. Le voci prevalenti, sia
laiche che islamiste, davano per scontati il libero mercato, i rapporti di
proprietà e la razionalità neoliberista – una visione del mondo acritica che
avrebbe prestato solo un’adesione formale alle autentiche preoccupazioni delle
masse per la giustizia sociale e la distribuzione.
Come scrive Bevins, “una generazione di individui
cresciuti per vedere tutto come se fosse un’impresa commerciale si è
de-radicalizzata, è arrivata a considerare questo ordine globale come
‘naturale’ ed è diventata incapace di immaginare cosa serva per realizzare una
vera rivoluzione”.
Steve Jobs, l'amministratore delegato di Apple, è morto
nell'ottobre 2011 durante l'accampamento Occupy a Zuccotti Park.
Le rivolte popolari, scrive Bevins, “hanno fatto un
ottimo lavoro nel creare buchi nelle strutture sociali e creare vuoti
politici”. Ma i vuoti di potere in Egitto furono rapidamente riempiti dai
militari. In Bahrein, dall’Arabia Saudita e dal Consiglio di Cooperazione
del Golfo e a Kiev, da un “insieme diverso di oligarchi e nazionalisti
militanti ben organizzati”. In Turchia è stato infine ricoperto da Recep
Tayyip Erdogan. A Hong Kong era Pechino.
“La protesta di massa strutturata orizzontalmente,
coordinata digitalmente e senza leader è fondamentalmente illeggibile”, scrive
Bevins. “Non puoi fissarlo o fargli domande e trovare un’interpretazione
coerente basata sull’evidenza. Puoi mettere insieme fatti, assolutamente:
milioni. Semplicemente non sarai in grado di usarli per costruire una
lettura autorevole. Ciò significa che il significato di questi eventi
verrà loro imposto dall’esterno. Per capire cosa potrebbe accadere dopo
ogni esplosione di protesta, non bisogna prestare attenzione solo a chi sta
aspettando dietro le quinte per riempire un vuoto di potere. Bisogna
prestare attenzione a chi ha il potere di definire la rivolta stessa”.
In breve, dobbiamo contrapporre il potere organizzato al
potere organizzato. Questa è una verità che tattici rivoluzionari come
Vladimir Lenin, che considerava controproducente la violenza
anarchica , capirono. La
mancanza di strutture gerarchiche nei recenti movimenti di massa, fatta per
prevenire un culto della leadership e assicurarsi che tutte le voci siano
ascoltate, pur essendo nobili nelle sue aspirazioni, rende i movimenti facili
prede. Quando, ad esempio, Zuccotti Park contava centinaia di persone che
partecipavano alle Assemblee Generali, la diffusione di voci e opinioni
significava paralisi.
“Senza una teoria rivoluzionaria non può esserci
movimento rivoluzionario”, scrive Lenin.
Le rivoluzioni richiedono organizzatori esperti,
autodisciplina, una visione ideologica alternativa, arte e educazione
rivoluzionarie. Richiedono interruzioni prolungate del potere e,
soprattutto, di leader che rappresentino il movimento. Le rivoluzioni sono
progetti lunghi e difficili che richiedono anni per essere realizzati,
corrodendo lentamente e spesso impercettibilmente le fondamenta del
potere. Le rivoluzioni di successo del passato, insieme ai loro teorici,
dovrebbero essere la nostra guida, non le immagini effimere che ci incantano
sui mass media.




