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mercoledì 24 settembre 2025

Fuori Alaa - Enrico Campofreda

Giunge con estremo ritardo, ma è bene che sia arrivata, la liberazione d’un attivista storico d’Egitto: il quarantatreenne Alaa Abd El-Fattah, imprigionato nel 2013 a seguito del golpe bianco di Al Sisi, e poi nuovamente nel 2019, dopo una paradossale scarcerazione che nelle settimane seguenti gli rinnovava una pena di cinque anni per aver diffuso “notizie false” sui social media. Lo fanno uscire di cella il suo persecutore presidente egiziano, che addirittura lo grazia assieme ad altri detenuti politici, e il premier britannico Starmer fino a questo momento accogliente solo a parole delle suppliche della madre di Alaa, la docente universitaria Laila Soueif. La quale s’era spesa tantissimo per il rilascio del figlio che ha cittadinanza anche britannica, da lì la richiesta di coinvolgimento di Downing Street. Laila coi suoi settant’anni oggi sembra una novantenne: l’hanno piegata le pene patite e le lotte intraprese a favore del primogenito. In questi anni ha praticato essa stessa debilitanti scioperi della fame nonostante condizioni sempre più precarie di salute. Le testimonianze delle altre figlie, di amici, le stesse immagini della donna confermano come la professoressa negli ultimi cinque anni sia invecchiata per le sofferenze fisiche e morali subìte dalla famiglia. Perché adesso questa grazia? cosa significa? Da un lato c’è da constatare che Alaa ha quasi scontato per intero l’ennesima condanna, dall’altro c’è l’attuale scelta del governo inglese di esporsi a favore d’un riconoscimento dello Stato Palestinese. Mentre il regime del Cairo segue i dubbi sollevati da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita per i recenti attacchi aerei di Israeli Air Force al Qatar, un esplicito schiaffo alle stesse petromonarchie propense a stabilire buoni rapporti con Tel Aviv attraverso gli “Accordi di Abramo”. Ora quest’ultime compiono un passo indietro di fronte all’aggressiva strafottenza dell’esecutivo Netanyahu, il cui isolamento diplomatico è globale. Con l’odierno pronunciamento all’Assemblea delle Nazioni Unite anche di Regno Unito, Australia e Canada, la stragrande maggioranza dei Paesi rappresentati nel Palazzo di Vetro (151 su 193, l’Italia resta nel guado di un “non ora” voluto da una Meloni  filo Maga) chiede quello Stato Palestinese che Israele nega praticando un genocidio strisciante a Gaza e l’occupazione militare e coloniale della Cisgiordania. Comunque l’uomo della repressione interna in Egitto non è cambiato. La sua è l’ennesima mossa buonista per conservare un profilo passabile da mediatore internazionale col quale riesce a conservare uno scranno nei tavoli di trattativa. Lì la partita col mondo islamico la gioca il turco Erdoğan e i rapporti con l’Occidente statunitense li tiene il saudita bin Salman. Sisi sorride e grazia un detenuto impossibile da tenere ai ferri pure per ragioni di passaporto, la svolta potrebbe offrirla liberando migliaia di oppositori di cittadinanza solo egiziana. Non lo farà. 


mercoledì 20 agosto 2025

L’Occidente, i diritti umani, la democrazia. Intervista con Patrick Zaki

(di Sabrina di Carlo e Joshua Evangelista)


Zaki, tutto è cominciato con il tuo arresto, il 7 febbraio del 2020…

Allora e ormai da 10 anni stavo lavorando nel campo dei diritti umani. La situazione in quel momento era veramente terribile in Egitto. Mi sono preparato come al solito, perché avevo viaggiato molto negli ultimi 10 anni, e non mi avevano mai fermato. Mi avevano monitorato, avevo ricevuto chiamate per minacciarmi rispetto al mio lavoro, ma non erano mai arrivati al punto di arrestarmi. Anche per questo ho deciso di tornare. Quando, una volta atterrato, sono arrivato ai controlli, mi hanno fermato e mi hanno chiesto: «Il tuo nome è Patrick?». Non ci sono migliaia di Patrick in Egitto e lì ho capito che sarebbe successo qualcosa. Ho avuto qualche secondo per avvisare la mia famiglia e poi sono stato sequestrato da un ufficiale dell’intelligence e mi hanno portato in una stanza all’interno dell’aeroporto per interrogarmi: mi hanno fatto delle domande per circa 24 ore. Lì ho subito violenza e non mi hanno fatto dormire; poi mi hanno portato all’esterno dell’aeroporto in una delle strutture dell’intelligence, mi hanno bendato, utilizzato l’elettricità per torturarmi, sottoposto a umiliazioni fisiche e psicologiche. Sono sparito per 36 ore prima di apparire davanti alla prima investigazione ufficiale. Non troppo tempo, grazie alla pressione fatta dalle persone, a cominciare dall’Università di Bologna, che erano scese in piazza in Italia per chiedere la mia libertà. Queste persone mi hanno salvato la vita, perché in Egitto alcuni spariscono per 9-10 anni e nessuno sa dove sono. Cercavo di stare calmo, di risparmiare energia, perché ho documentato per tanti anni casi di fermo in aeroporto, casi di tortura e quindi la mia mente cercava di ripassare i casi che avevo studiato per capire come potevo cavarmela. Poi mi hanno messo in una macchina, mi hanno ammanettato e nuovamente bendato e mi hanno messo in una piccola stanza per tre ore. Ero spaventato. In Egitto sai quando entri in prigione ma chissà quando ne uscirai: tra 5 o 10 anni? E perché mi hanno fermato, quale sarà l’accusa per cui mi manderanno in carcere? Forse per il mio lavoro, il mio essere un difensore dei diritti umani?

La prigione è un luogo fisico, ma è anche un luogo mentale. Come hai vissuto la detenzione?

La tortura psicologica è stata sicuramente quella più dura. Ovviamente ho subìto anche torture fisiche, però dopo un po’ le ferite guariscono, il dolore passa, mentre è più difficile superare la tortura psicologica. Prima sono stato messo in una cella da solo, poi con un’altra persona e poi alcune volte mi hanno rimesso di nuovo da solo. Quella è stata la parte più dura del carcere e l’esperienza più difficile da immaginare: non puoi parlare con nessuno, hai solo la tua mente, spesso ci litighi, hai tante domande, nessuna risposta. Una delle cose più terribili che ho visto sono le persone impazzite. Alcune non riescono a resistere all’interno della cella per 23 ore al giorno, senza accesso alla luce del sole. La prima prigione in cui sono entrato era quella di Mansura, il luogo dove sono cresciuto, e qui ero in cella con un ragazzo di 18 anni. Il primo giorno, mentre stavo andando a dormire, l’ho sentito parlare ma era voltato verso il muro e mi sono sorpreso, non capivo se stesse parlando con me, poi ho scoperto che c’erano alcuni disegni sul muro e che lui stava parlando con quei disegni che aveva fatto perché non aveva avuto nessun compagno di cella nell’ultimo anno. Resistere in queste condizioni, nella prigione in Egitto, tra le peggiori del mondo, resistere per due anni e uscire, sopravvivere, è stato un miracolo. A volte sono stato davvero giù. Pensavo che non volevo svegliarmi il giorno successivo, volevo solo che tutto finisse… Per affrontare tutto ciò cercavo di farmi una routine all’interno della prigione: mi svegliavo, lavavo i vestiti ogni giorno, cercavo di tenere pulita la cella, pensavo a cosa avrei potuto mangiare. È una battaglia, cerchi di ammazzare il tempo. Ogni giorno lotti contro i minuti, addirittura contro i secondi. All’interno della prigione il tempo passa molto lentamente, un secondo sembra durare un anno. Ho fatto tante battaglie per ottenere ciò che chiedevo, ciò che doveva essere un mio diritto, per esempio i giornali. Ho fatto uno sciopero della fame per ottenere una radio. Mi battevo per tutto, anche per aver la possibilità di poter leggere un libro.

Hai parlato di quanto la lettura sia stata importante nella tua detenzione: quali sono stati i libri che più ti hanno aiutato nel sopportare quei lunghi mesi?

All’inizio cercavano di evitare che avessi qualcosa da leggere, perché vogliono che tu sia sempre sotto pressione e che non possa dimenticare dove sei. In prigione ho letto 100, 120 libri; prima leggevo quasi solo testi legati allo studio della politica e della legge, ma in prigione era meglio la narrativa, dei libri che potevano farmi evadere, immaginando di essere nelle storie, dimenticando le condizioni in cui mi trovavo. Per me è stata importante Elena Ferrante con il suo L’amica geniale. Avevo iniziato il libro a Bologna e l’ho finito in prigione: la descrizione dei dettagli, di Napoli, le sue strade… In prigione ti sembra di dimenticare i colori e lei, con le sue descrizioni, me li faceva rivedere. Un altro libro importante è stato Cecità di Saramago. Poi ho capito che poteva anche aiutare gli altri prigionieri: quando scoprivamo che era arrivato uno nuovo, facevamo di tutto per fargli avere dei libri e scambiarseli era una forma di resistenza collettiva. Le guardie impazzivano per questi scambi che erano un modo per supportarci a vicenda.

Anche aver scritto un libro è stato terapeutico? Nel libro parli della speranza come forma di resistenza.

Sono stato in carcere 20 mesi e 8 giorni. La battaglia è stata molto difficile e la speranza è stato l’unico motivo per cui sono rimasto vivo. Sapere cosa stava succedendo nelle piazze, la grande mobilitazione intorno al mio caso, gli ha dato valore: ha costretto i paesi occidentali e la Commissione europea a rendersi conto del comportamento dell’Egitto e questo mi ha dato speranza. Una delle paure più grandi dei prigionieri è quella di essere dimenticati dietro le sbarre. Quindi, è importante sentire che ci sono persone fuori che pensano a te. Vi racconto un’altra storia. In prigione c’è un sistema per cui la tua famiglia può mandarti un po’ di soldi e tu puoi prendere dei coupons per mangiare qualcosa alla mensa. Un giorno ho sentito chiamare un uomo a cui hanno detto che gli avevano inviato circa 30 sterline egiziane – che sono circa 60 centesimi, quindi non ci si poteva comprare nulla. Ma quando ha ottenuto il suo denaro ha sorriso perché ha sentito che la sua famiglia, anche se non poteva andare a trovarlo, pensava a lui e quei 60 centesimi gli hanno dato la forza di resistere, pensando che un giorno sarebbe uscito e ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarlo.

Oggi la tua storia ha oltrepassato i confini e ha ispirato diverse persone. Chi era Patrick prima di essere conosciuto dal pubblico e chi è Patrick ora? ?

Non c’è una gran differenza. Prima della prigione ero uno studente tra gli altri, anche se quando sono arrivato a Bologna per il master lavoravo già nel campo dei diritti umani. Certo, quando mi hanno arrestato, tutto è cambiato. La prigione mi ha lasciato una cicatrice, è stata un’esperienza traumatica, ma mi ha anche dato moltissima visibilità per poter parlare di diritti umani a festival e in programmi tv. Dico spesso che il libro che ho scritto non è su Patrick Zaki, ma è la storia di 40.000 prigionieri di opinione in Egitto. E mi sento anche un po’ in colpa per quelli che sono ancora in prigione mentre io sono fuori, viaggio, cerco di fare progressi. L’unica cosa che è cambiata è che ora riesco a stare seduto su una sedia per un’ora o due, mentre prima non stavo fermo un attimo.

Questa esperienza ha cambiato anche la percezione del tuo lavoro?

La prigione è stata un fattore chiave nella mia riflessione sui diritti umani. In questo momento quello che mi preoccupa di più è quanto sta accadendo in Palestina. Il genocidio a Gaza ha già ucciso più di 55.000 civili. Mi chiedo se davvero esistono i diritti umani nel mondo attuale e se sono per tutti o riguardano solo le persone bianche. Oggi un criminale di guerra come Netanyahu può continuare a viaggiare verso gli Stati Uniti, è il benvenuto da Trump e altri fascisti che stanno discutendo apertamente di quando occuperanno Gaza uccidendo altri palestinesi. Forse dovremmo ripensare al senso dei “diritti umani” se non valgono per tutti nel mondo. E lo dico con una certa tristezza essendo l’oggetto dei miei studi e la mia passione. È cambiata la prospettiva con cui pensiamo ai diritti umani. Siamo passati da una priorità per tutti a qualcosa che è messo in discussione continuamente. Quando la gente parla di diritti umani negati si riferisce sempre a paesi poveri dell’Africa, o dell’Asia, l’Iran, l’Arabia meridionale, l’Egitto, e non si preoccupa di paesi europei e occidentali. La cosa è quasi ironica. In Germania arrestano ogni giorno manifestanti, negli Stati Uniti, all’Università di Columbia, arrestano gli studenti che si vedono cancellare persino la laurea o il permesso di soggiorno. Anche qui in Italia la libertà di espressione e di manifestazione è sotto attacco.

Recentemente hai visitato i luoghi legati alla memoria della Shoah. Oggi non possiamo non vedere una recrudescenza degli atti di antisemitismo come in un eterno ritorno della storia. Quanto è importante oggi che le posizioni non si polarizzino, che si distinguano i governi dai popoli e la religione dai fondamentalismi?

Andare in Polonia e vedere il luogo dove il genocidio è accaduto per me è stata un’esperienza importante. Mi ha fatto pensare a molte cose. Il problema è che non dovremmo avere un doppio standard. Dovremmo trattare ogni forma di oppressione, ogni genocidio nello stesso modo. Oggi chi supporta la Palestina o cerca di ascoltare la voce dei palestinesi è tacciato di antisemitismo. Per altro verso, non tutte le persone ebree sono israeliane e non tutti gli israeliani hanno le stesse idee. Ci sono molte persone ebree, alcune delle quali mie amiche, che sono contro il Governo di Israele e dovremmo ricordarci di loro, mentre la propaganda censura le loro voci. Viviamo in un’era di propaganda sistematica per cui i musulmani sono tutti terroristi. Alcuni, quando sentono parlare in arabo, pensano che la persona sia un terrorista solo per quello… Questa discriminazione è una tortura per gli arabi. Anche se sei una persona molto consapevole, ti condiziona. La stessa propaganda cerca di raccontare la guerra in Palestina come una guerra tra ebrei e musulmani, dimenticando che in Palestina vivono molti cristiani che a Gaza hanno perso le loro famiglie. Uno dei miei amici ha perso suo padre, ucciso da un cecchino mentre era nascosto all’interno di una chiesa. Sapete quante chiese sono state bombardate a Gaza? Sapete quanti cristiani sono stati uccisi a Gaza? Non credo, perché deve sembrare una guerra tra i terroristi di Gaza e gli ebrei. Invece questa è una guerra tra gli israeliani, gli occupanti, il Governo di Netanyahu e la popolazione di Gaza. E la storia non è iniziata il 7 ottobre, ma nel 1945, ed è una lunga storia di colonizzazione, di oppressione e di violenza verso i palestinesi. Anche di questo dovremmo essere consapevoli per non avere doppi standard: quello perpetrato nei confronti degli ebrei è stato un genocidio e ciò che sta succedendo in Palestina è un genocidio. Se vogliamo raggiungere la pace, dobbiamo riconoscere a tutti gli eventi la stessa importanza e lavorare affinché i diritti umani siano di tutti.

In Egitto, un altro simbolo di questa battaglia è Alaa Abd el-Fattah, la cui vicenda continua a suscitare preoccupazione internazionale. Sua madre, Laila Soueif, ha condotto una battaglia instancabile per la sua liberazione. Qual è il tuo pensiero su Alaa, sulla sua storia e sul coraggio delle madri come Laila?

La storia di Alaa Abdel-Fattah ha sempre occupato un posto speciale nel mio cuore. Non è solo una storia politica, è profondamente personale. È cominciatata molto presto nella mia vita, quando stavo iniziando a esplorare la politica. Già da ragazzino riflettevo sulla Palestina, sulla guerra americana in Iraq e sull’ingiustizia. E questo mi ha portato a cercare voci al di là della narrazione tradizionale egiziana. La prima voce che ho trovato veramente indipendente, audace e diversa è stata quella di Alaa. Il suo blog, una delle prime forme di giornalismo indipendente in Egitto, offriva un modo radicalmente nuovo di discutere di politica e di diritti umani. Attraverso le sue parole, ho scoperto un nuovo linguaggio politico, uno spazio in cui il dissenso non era solo possibile, ma necessario. La sua piattaforma non si è limitata a informare, ma è stata di ispirazione. Ha dato vita a un’ondata di altri blogger e pensatori che, come lui, volevano parlare di politica da sfondi e con obiettivi diversi. Durante la rivoluzione, Alaa è stato più di un semplice commentatore. Era presente. Era attivo. Stava costruendo idee e comunità. Uno dei concetti più brillanti che ha introdotto è stato il “Tweet Nadwa” (Tweet Talk), un incontro in cui le persone discutevano di questioni politiche e sociali twittando in diretta, creando uno spazio collettivo di dialogo, resistenza e immaginazione. Questo tipo di innovazione mi ha lasciato un segno indelebile. Uno dei momenti più emozionanti della mia vita è stato in tribunale, durante una delle mie udienze. Alaa era lì, anche lui imprigionato. Ho sentito la sua voce. Gli ho gridato e lui ha risposto. Ma poi ho sentito il walkie-talkie di un ufficiale che emetteva l’ordine: “Non fate incontrare Patrick e Alaa”. Avevano paura di due prigionieri che si scambiavano idee. Ma la storia di Alaa è anche la storia della sua straordinaria famiglia, e soprattutto di sua madre. La dottoressa Laila Soueif non è solo una brillante accademica e docente di matematica all’Università del Cairo. È anche un’attivista di lunga data, che è stata in prima linea nella protesta fin dagli anni ’70. La sua determinazione non ha mai vacillato. Oggi, a quasi 70 anni, è impegnata in uno dei più lunghi scioperi della fame della storia moderna: chiede il rilascio di suo figlio, che ha superato da tempo la sua condanna e continua a essere detenuto ingiustamente. Ha perso oltre il 35% del suo peso corporeo. Il mondo guarda altrove, distratto da nuove tragedie, ma lei si rifiuta di lasciare che il silenzio prenda il sopravvento. Quando parla, non inizia parlando di suo figlio. Parla di tutti i prigionieri di coscienza in Egitto. Solo dopo parla di Alaa. Perché la sua lotta non è solo per lui. È per ogni “Alaa” in una cella di prigione del Paese. Mi ricorda le madri di Plaza de Mayo in Argentina, quelle donne coraggiose che hanno marciato per decenni alla ricerca dei loro figli scomparsi. Per me è un idolo, un esempio, un’eredità vivente di resistenza.

Alaa è uno dei tanti prigionieri politici in Egitto…

Sì. In Egitto ci sono ancora circa 40.000 prigionieri politici. Ma non parliamo solo del Medio Oriente: anche negli Stati Uniti, negli ultimi mesi, tantissimi studenti sono stati arrestati. Persino in Germania vediamo derive pericolose. Quando si abusa della legge per mettere a tacere chi esprime la propria opinione, la democrazia muore, ovunque accada.

Parlare oggi di democrazia sembra più complicato di qualche anno fa. Perché?

Perché dopo quanto accaduto negli ultimi anni, in tanti si chiedono se quella che viviamo è davvero una democrazia. O se non è solo una narrazione, una propaganda dell’idea di democrazia. Basta guardare alla Palestina: i doppi standard dei Paesi occidentali sono evidenti. Si paragona spesso la reazione europea alla guerra in Ucraina con quella a fronte di Gaza, e si nota come non c’è coerenza. I “due pesi e due misure” non possono stare al centro della democrazia.

Quindi cos’è, per te, la vera democrazia?

Per me è semplice: democrazia significa dare priorità ai diritti umani, alla libertà d’espressione, a tutte le forme di libertà. Ma onestamente, non vedo tutto questo nemmeno in Italia. Pensiamo alle politiche sui rifugiati.

C’è stato un momento in cui hai sentito crollare la fiducia nella democrazia?

Sì, la guerra in Palestina ha fatto cadere tante maschere. Politici che parlano sempre di diritti umani, democrazia, femminismo… e poi restano in silenzio. Un esempio su tutti: l’Ungheria che accoglie Netanyahu nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale. È un tradimento dei valori di cui ci diciamo custodi. E ci costringe a chiederci che tipo di democrazia vogliamo.

Un’ultima domanda. In questo momento di grave difficoltà, cosa può fare la società civile?

Dobbiamo smettere di guardare agli altri con l’atteggiamento del “salvatore coloniale”. Basta pensare di dover “andare ad aggiustare il mondo”. No. Aggiustiamo prima noi stessi. La democrazia in Europa è in pericolo. Siamo in uno dei momenti più bui della sua storia. Solo dopo aver rimesso ordine in casa nostra potremo pensare davvero a come aiutare altri Paesi. Prima dobbiamo guardarci allo specchio.

da qui

domenica 2 marzo 2025

Dall'accordo di pace fra Ittiti e Egizi alle trattative fra Trump e Putin - Alessandro Marescotti

 

La guerra fra il re ittita Hattusili III e il faraone Ramesse II fa pensare alla fine del guerra in Ucraina. Il sanguinoso conflitto si concluse nel 1269 a.C. non solo con il primo accordo di pace della storia ma con un patto di cooperazione. Fu un ribaltone clamoroso, ma pose fine alla guerra.

 

La pace è il valore supremo, quello che si pone al di sopra di qualsiasi giudizio morale sulle figure che ne hanno permesso il raggiungimento. La storia lo dimostra con esempi emblematici, in cui uomini discutibili sono stati protagonisti di accordi fondamentali per porre fine a catastrofi ancora peggiori. La realpolitik ha spesso imposto di chiudere un occhio sulla moralità dei leader coinvolti. Analizziamo cinque casi in cui la pace è stata ottenuta grazie a figure controverse. Parliamo della seconda guerra mondiale, della fine della guerra in Vietnam, della fine della Guerra fredda e dell'attuale guerra in Ucraina. E concluderemo con un caso storico eccezionale: la fine della guerra fra Ittiti ed Egizi. 

Il primo accordo di pace documentato della storia: il trattato di Kadesh

Un conflitto sanguinoso conclusosi non solo con il primo accordo di pace della storia ma con un patto di cooperazione militare fra i rivali di allora: il faraone e il sovrano ittita.

1. Stalin e la fine della Seconda guerra mondiale

Iosif Stalin è stato uno dei leader più spietati della storia, responsabile di purghe, deportazioni e un sistema repressivo che ha causato milioni di vittime. Eppure, durante la Seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica da lui guidata fu l'alleato decisivo per sconfiggere Hitler. Senza l'apporto dell'Armata Rossa e il sacrificio di milioni di sovietici, il nazismo avrebbe potuto vincere. Nel 1943, a Teheran, e poi a Yalta nel 1945, Stalin fu accolto come un interlocutore necessario da Roosevelt e Churchill. Il mondo occidentale dovette accettare di trattare con un dittatore sanguinario. La fine della guerra in Europa passò inevitabilmente attraverso la sua firma, e l'ordine mondiale successivo nacque con il suo coinvolgimento, nel bene e nel male.

2. Kissinger e la fine della guerra in Vietnam

Henry Kissinger, segretario di Stato degli Stati Uniti negli anni '70, è stato spesso accusato di cinismo politico e di aver sostenuto regimi autoritari in nome degli interessi americani. Eppure, fu anche l'artefice degli accordi di pace di Parigi del 1973, che portarono al ritiro delle truppe statunitensi dal Vietnam. Kissinger negoziò direttamente con il governo nordvietnamita di Lê Đức Thọ, in un contesto di grande tensione e diffidenza reciproca. Il trattato pose fine a un conflitto sanguinoso che aveva lacerato l'Indocina e sconvolto l'America. Kissinger fu insignito del Premio Nobel per la Pace, nonostante le critiche sul suo operato in altre aree del mondo. La lezione storica rimane: la pace si fa anche con gli avversari più temuti e disprezzati.

3. Reagan e la fine della Guerra fredda

Ronald Reagan è stato un presidente statunitense noto per la sua retorica anticomunista e per l'intensificazione della corsa agli armamenti negli anni '80. Eppure, proprio lui firmò uno degli accordi più significativi della Guerra Fredda: il Trattato INF del 1987, che eliminava i missili nucleari a medio raggio dall'Europa. La firma dell'accordo con Mikhail Gorbaciov segnò l'inizio della fine della Guerra Fredda. Reagan, che era stato un fervente sostenitore del riarmo, comprese che un'intesa con l'Unione Sovietica era necessaria per evitare una spirale di distruzione reciproca. Questo atto di realismo politico dimostrò che anche i leader più rigidi possono essere protagonisti di svolte pacifiche.

4. Trump e Putin e la guerra in Ucraina

Donald Trump e Vladimir Putin sono due leader controversi, spesso criticati per le loro politiche autoritarie e le loro posizioni nazionaliste. Tuttavia, proprio loro potrebbero essere gli artefici di un accordo che pone fine a una guerra che rischiava di diventare un conflitto armato infinito, con il pericolo concreto di varcare quelle "linee rosse" oltre le quali c'era la guerra nucleare. Attraverso negoziati e incontri bilaterali, Trump e Putin hanno cercato di ridurre la tensione tra le potenze globali, cercando soluzioni diplomatiche anziché militari. Anche se le loro scelte politiche rimangono discutibili, il loro contributo alla stabilità mondiale non può essere ignorato.

La storia insegna che per arrivare alla pace si deve accettare il compromesso, talvolta con figure che sarebbero difficili da riabilitare sotto altri punti di vista. La diplomazia non sceglie sempre i migliori uomini, ma cerca i risultati migliori. La memoria collettiva può essere critica nei confronti di Stalin, Kissinger, Reagan, Trump o Putin, ma non può negare il loro ruolo nel porre fine a conflitti devastanti. La pace viene prima di tutto, anche quando a firmarla sono persone da cui vogliamo stare politicamente e idealmente distanti.

5. Il primo trattato di pace della storia: Ittiti ed Egizi come Usa e Russia

Questa lezione risale a tempi antichissimi. Il Trattato di Kadesh, firmato nel 1269 a.C. tra il faraone Ramesse II e il re ittita Hattusili III, è il primo trattato di pace internazionale registrato nella storia.

Entrambi i contendenti, pur proclamandosi vincitori, compresero la necessità di porre fine stabilmente al conflitto, sancendo un equilibrio che evitò la prosecuzione della guerra. Trasformarono la guerra addirittura in un accordo militare di cooperazione, in un patto suggellato addirittura dal matrimonio del faraone con la figlia del sovrano ittita. Fu un ribaltone incredibile, ancor peggio di quello a cui stiamo assistendo oggi fra Putin e Trump. Ciò nonostante quell'accordo non viene consegnato alla storia sdegnosamente con una cosa sconcia e immorale. Anzi. Oggi, una copia di quel trattato di pace è esposta nella sede dell'ONU a New York, a testimonianza che la pace, ieri come oggi, è un valore universale che si costruisce anche con compromessi difficili ed estremamente discutibili.

Occorre sottolineare che coloro che - tremilatrecento anni fa - firmarono l'accordo di pace non erano "brave persone". Hattušili III era un usurpatore, era arrivato al potere con la forza, con un colpo di mano. Ramses II era anch'egli un personaggio controverso. L'egittologo francese Pierre Montet ha definito Ramses II un sovrano con un "egoismo mostruoso" e benché nelle rappresentazioni artistiche, Ramses II presenti spesso un lieve sorriso, quello era tuttavia un "sogghigno di fredda autorità" secondo Percy Bysshe Shelley, poeta lirico inglese al tempo del Romanticismo. E quindi il "faraone della pace" probabilmente aveva lo stesso "sogghigno di fredda autorità" di Putin e di Trump.

da qui

martedì 18 febbraio 2025

Laila, il vigore della giustizia - Enrico Campofreda

 



Nel vederla così da lontano, di sfuggita, senza leggere cartelli e osservare foto, sembrerebbe una barbona o nel più poetico dei flash una riedizione di certe protagoniste di film del muto, fiammiferaia o fioraia, magari cieca. La vecchina infreddolita davanti la cancellata d’uno dei palazzi delle Istituzioni londinesi è l’indomita Laila Soueif, una delle maggiori docenti di matematica dell’Università del Cairo. Cosa faccia lì, infreddolita e spossata è presto detto: protesta con uno sciopero della fame lungo centotrentotto giorni, contro la carcerazione del figlio Alaa Abdel Fattah, indebitamente detenuto nelle prigioni egiziane, nonostante abbia terminato di scontare una condanna. La protesta è rivolta contro il presidente egiziano Al Sisi, con una chiamata di correo anche per il premier britannico Starmer, visto che Alaa e lei stessa sono anche cittadini del Regno Unito. In altre situazioni, per altri cittadini l’inquilino di Downing Street si sarebbe mosso a loro difesa? E’ tutto da valutare. Sono bastati pochi mesi dalla formazione del suo esecutivo, dopo il successo elettorale d’inizio estate, e il politico che aveva avviato la carriera fra i laburisti puntando sulla difesa dei diritti umani, e che dopo un’esperienza in magistratura si presentava agli elettori come serio sostenitore dei princìpi giuridici e delle leggi, sta facendo della real politik in voga l’arma per conservare il consenso. Quello interno e quello internazionale. Così s’è tuffato nella lotta all’immigrazione ‘irregolare’, e dopo aver apprezzato la linea Meloni per il “collocamento” di migranti in Albania, ha iniziato a realizzare trasferimenti forzosi dei migranti, alla maniera trumpiana con tanto di catene e aerei per i trasbordi. Può un leader laburista che imita il peggior Blair spendere una parola per il caso Alaa? Lo dubitiamo. Ma c’inchiniamo alla tenacia di mamma Laila, indebolita nel fisico da quel genere di protesta estrema che lascia solchi profondi non solo sulla pelle bensì nel fisico, debilitandolo. Specie se il digiuno è ripetuto, come lei ha fatto a lungo e più volte, seguendo le traversie giudiziarie del figlio. Pare una nonnina Laila nei suoi sessantanove anni non ancora compiuti, eppure ha la forza dirompente d’una ventenne, la determinazione d’una combattente, la passione d’una madre, la tenacia d’una donna.

da qui

domenica 1 dicembre 2024

L’Egitto amarissimo di Laila e Alaa - Enrico Campofreda

 

Laila Soueif ha sessantotto anni. Né tanti né pochi, ma ne dimostra decisamente di più. Il volto è segnato da una vita di lotta iniziata giovanissima, quando aveva sedici anni, e manifestava a piazza a Tahrir contro il regime di Sadat da poco salito al potere. Una protesta che per lei non durò a lungo, visto che i genitori, entrambi docenti universitari, la rintracciarono riconducendola in casa prima che le potesse capitare qualcosa di spiacevole. Laila aveva una passione per la matematica e dai banchi di scuola e poi dell’università l’ha trasferita nella vita lavorativa, entrando anche lei nell’ateneo del Cairo in qualità d’insegnante. Lì aveva conosciuto il futuro marito, Ahmed Seif El-Islam, un attivista comunista anch’egli docente e avvocato. Insieme hanno avuto tre figli Alaa, Sanaa e Mona. Tutti attivisti come i genitori. Il volto di Laila è segnato non tanto dal passare del tempo, ma dalle sofferenze. Dalle vicende familiari frutto dell’impegno per libertà e giustizia. I guai del primogenito Alaa sono arrivati, come per migliaia di giovani protestatari, con le primavere arabe che hanno scosso il Medio Oriente dal dicembre 2010. Nel gennaio 2011 la generazione successiva a Laila era tornata in piazza Tahrir contestando Hosni Mubarak che di lì a qualche settimana abbandonerà un potere durato molto più a lungo di quello del predecessore Anwar Sadat. Tutti presidenti, tutti militari, come l’attuale persecutore di Alaa e Laila: Abdel Fattah al Sisi. Il generalissimo. Il militare egiziano, che fece fuori il presidente laico Mohammad Morsi, si predispone a durare - ad Allah piacendo - più dei sovrani di quel regno militare che ancora s’ostina a definirsi Repubblica d’Egitto. Si cita Sisi e qualsiasi italiano normale pensa a Giulio Regeni, al suo strazio, al suo martirio. Gli italiani di governo invece fanno spallucce. Dicono che non sapevano del suo sequestro, lo fa sotto giuramento l’ex primo Ministro Renzi al processo in corso a Roma contro gli aguzzini del ricercatore friulano, che poi sono fidati servitori del regime di Sisi. Oppure sostengono, come la premier Meloni, che l’Egitto è un Paese sicuro e ci rispediscono chi ne fugge atterrito o affamato. 

 

Basterebbe chiederlo alla professoressa Laila, a suo figlio Alaa cos’è diventato l’Egitto nell’ultimo decennio. E se migliaia di attivisti locali non possono qualificarlo in nessun modo perché sono stati tacitati per sempre (come? alla maniera di Giulio Regeni o anche peggio perché gli scomparsi sono un’infinità) altre sessantamila egiziani e forse più rinchiusi nelle patrie galere certificano a familiari e avvocati, se e quando riescono a ricever visite, i segni di quella normalità: bruciature elettriche e di fiamma ossidrica, lividi e cicatrici sulla pelle e lì dove non vedono ma s’intuiscono, nel profondo dell’anima. Per un crudele e cruento gioco burocratico Alaa viene trattenuto due anni in più. Era stato arrestato nel 2019 con l’accusa di diffondere sui social “false notizie”, e aveva scontato la pena, però a pochi giorni dall’auspicabile liberazione la Corte del Cairo ha comunicato che i due anni trascorsi in prigione in attesa del processo non erano validi e ha riaggiornato la pena, con l’aggiunta di alcuni mesi. Per Alaa la data si sposta a metà del 2027. Da quel momento mamma Laila ha avviato uno sciopero della fame per domandare alle stesse autorità britanniche, che per lei e i figli sono un riferimento visto che hanno anche questa nazionalità, d’intervenire a sostegno di un abuso subìto da un cittadino del Regno Unito. Finora Laila ha ricevuto qualche promessa da Londra, nessuna dal Cairo, eppure le parole non si traducono in nulla. Oggi la docente, l’attivista per i diritti, la madre è al sessantesimo giorno di sciopero della fame. Beve acqua, assume minerali e sali, con un minimo di calorie, un’azione che per la sua età diventa rischiosa. Lei caparbiamente la prosegue ma in una recente intervista a Sky News ha dichiarato: “Personalmente ne ho abbastanza, non posso affrontare condizioni simili e anche Alaa è senza speranze. Il ministro degli Esteri (britannico, ndr) Lammy sostiene che il caso è una priorità governativa da discutere con l’omologo egiziano, non sembra che Il Cairo mostri attenzione né intavoli dialoghi. Spero di ricevere non più assicurazioni sulla vicenda, bensì iniziative concrete. Non voglio collassare o morire”.

https://enricocampofreda.blogspot.com/2024/11/legitto-amarissimo-di-laila-e-alaa.html

mercoledì 2 ottobre 2024

Il carceriere Sisi tiene Alaa in prigione - Enrico Campofreda

  


Doveva tornare in libertà Alaa Abdel Fattah, l’attivista e scrittore egiziano con nazionalità anche britannica, arrestato il 29 settembre 2019 con l’accusa di diffondere false notizie per mezzo di piattaforme social come Facebook. Ma i familiari - la madre Laila, la sorella Mona - hanno avuto l’amara sorpresa di un’ulteriore dilazione della carcerazione. Addirittura per due anni, visto che il Tribunale del Cairo non vuole includere il biennio di detenzione preventiva come parte della pena scontata. Si prospetta, dunque, uno scivolamento dell’arresto sino al gennaio 2027: due anni e tre mesi in più. Per il quarantaduenne è una beffa insostenibile che s’unisce al danno di veder trascorrere il tempo nelle tetre galere del regime di Al Sisi. Alaa aveva condiviso sul profilo Fb notizie sulle gravi violazioni dei diritti umani da parte del sistema poliziesco ripristinato e ampliato dal generale-golpista sin dall’estate 2013. A poco sono serviti gli inviti dello stesso ministro degli Esteri britannico David Lammy di rivedere la sentenza. Totalmente inascoltata risulta la campagna di sostegno ad Alaa - e a tutti i detenuti egiziani per presunti reati d’opinione che ammontano a decine di migliaia - lanciata da Ong dei diritti umani. La madre, una docente avanti con gli anni, ha promesso l’ennesimo sciopero della fame, ribadendo il sopruso del governo del Cairo e la complice protesta solo formale del governo di Londra che, a suo dire, non tutela un proprio cittadino. Del resto Sisi è da tempo ampiamente sostenuto dalla politica occidentale, che trova nel suo pugno di ferro contro gli oppositori interni (islamici e laici) un fattore di sicurezza come accadeva sotto i regimi di Sadat e Mubarak. In più il militare, che ha ordinato e coperto operazioni di eliminazione e sparizione di "elementi di disturbo" attuate dalla propria Intelligence come nel caso dell’omicidio Regeni, costituisce un pilastro per il riordino d’un Medioriente autoritario. Una regione modellata sull’asse di altri Paesi arabi interessati a simili sviluppi (le petromonarchie del Golfo votate ad affarismo e incremento bellico) e il riassetto coloniale imposto da Israele che sotterra l’irrisolta questione palestinese, assieme alle migliaia di cadaveri accumulati nei mesi di guerra nella Striscia di Gaza e ora in Libano.

https://enricocampofreda.blogspot.com/2024/10/il-carceriere-sisi-tiene-alaa-in.html

giovedì 28 marzo 2024

Dittatori con lo sconto, e il «Piano Mattei» al via premia Al Sisi - Alberto Negri

  

Il fascino indiscreto delle dittature

Siamo stati amici di Saddam Hussein contro l’Iran di Khomeini, di Gheddafi quando era il “guardiano” dell’Africa; persino Putin e Assad ci sono serviti contro l’Isis, l’egiziano Al Sisi adesso è utile contro le migrazioni, il turco Erdogan, sultano dalle ambizioni neo-ottomane, è anche membro nella Nato. Eppure questi ultimi due, nostri amici e alleati, si sono congratulati vivamente con Putin per la sua rielezione che noi condanniamo con veemenza per una repressione sistematica e impietosa degli oppositori.
Ma Al Sisi non ha invaso il suo vicino, ammonisce il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Vero. Gli è bastato invadere il suo Paese e imbastire un sanguinoso colpo di stato nel luglio 2013 per abbattere un governo che poteva non piacere, quello dei Fratelli Musulmani, ma che era stato eletto regolarmente e approvato persino dagli Stati uniti di Obama.

Regeni e troppi altri

Tre settimane prima del golpe del generale egiziano ero all’ambasciata italiana del Cairo a incontrare i rappresentanti di quell’esecutivo, accolti con il dovuto rispetto, intervistati e filmati dai media. Ora molti di quei politici e militanti sono morti o li attende la forca. Questo è il Paese dove ha perso la vita Giulio Regeni, torturato e ucciso dai poliziotti di Al Sisi, sotto processo a Roma ma che il generale continuerà a proteggere.
Questo è il prezzo di quel colpo di stato, paragonato a quello di Pinochet in Cile dal Nobel della letteratura Orhan Pamuk, costato migliaia di vittime, centinaia di migliaia di persone incarcerate e alla fine anche il fallimento dello stato egiziano e di governanti che non sanno uscire dalle loro contraddizioni.

I nostri finanziamenti ad aiutare chi?

In Egitto oltre il 30% della popolazione – 114 milioni di abitanti – vive sotto la soglia di povertà. I tecnocrati di Sisi hanno tagliato pesantemente il carburante e altri sussidi ai consumatori durante una precedente tornata di riforme quindi l’attuale deficit del bilancio è causato soprattutto da aziende statali inefficienti e da costosi progetti infrastrutturali. Ma tenere sotto controllo questa élite – ci informa Barron’s, pilastro dell’informazione finanziaria Usa – potrebbe rivelarsi ancora più impegnativo, poiché incide sull’esercito egiziano, i cui tentacoli economici si estendono attraverso l’economia.

Non è chiaro se Al Sisi possa mantenere il potere se esautora i militari: in realtà i finanziamenti che stiamo dando al Cairo non salvano un Paese e il suo popolo ma il colpo di stato del generale-presidente.

Tutte le entrate dello Stato solo per pagare i debiti

Come scrive Barron’s, l’Egitto è un Paese sull’orlo del fallimento, con un debito estero di oltre 160 miliardi di dollari, e interessi da pagare per 40 miliardi di dollari l’anno che si divorano tutte le entrate dello stato. Ma come si dice nel miglio quadrato di Londra «It’s too big, to fail», è troppo grande per fallire. Gli Emirati arabi uniti, il Fondo Monetario e l’Unione europea hanno sottolineato con forza questo punto promettendo in queste settimane circa 40 miliardi di dollari in investimenti e prestiti, di cui 8 vengono dal Memorandum d’intesa firmato domenica con Ursula Von de Leyen (accompagnata da quattro premier europei tra cui Meloni). In realtà aggiungendo i prestiti della Banca africana e di altre fonti si arriva a circa 60 miliardi di dollari.

‘Piano Mattei’, gioco dei bussolotti

Poi l’Italia ci mette sopra come ciliegina il Piano Mattei, soldi e progetti già previsti dalla Cooperazione, un gioco di bussolotti in cui l’unica a fare qualche grosso affare è l’Eni, salvo che non inciampi come nell’ottobre scorso negli appalti israeliani del gas offshore che appartiene ai palestinesi di Gaza. Mattei, che aveva sostenuto la lotta anti-coloniale degli algerini contro i francesi, si rivolterebbe nella tomba. Altro che capitalismo non predatorio: vatti a fidare di Tel Aviv.

Paese in vendita

Il generale-presidente egiziano è così messo male che si sta vendendo a pezzi il Paese. Gli Emirati ha promesso un acconto di 24 miliardi di dollari per un resort grande quanto Londra da costruire sulla costa del Mediterraneo nell’Egitto occidentale. E adesso si parla di vendere anche Alessandria con il suo porto e le sue magnifiche attrattive.

Gaza, Rafah, il Sinai

 Ma perché siamo così generosi con il generale golpista del Cairo? Se gli israeliani attaccheranno a Gaza il valico di Rafah migliaia di palestinesi cercheranno di fuggire alla morte nel Sinai egiziano, come previsto sin dall’inizio dai documenti militari pubblicati in ottobre da Haaretz.

L’amore interessato per le finte democrazie

La realtà è che noi amiamo i dittatori e le finte democrazie. Netanyahu è il leader che è stato più volte al Cremlino. Non ha messo sanzioni a Mosca né dato una pallottola a Zelenski. Gli alleati di Putin in Medio Oriente per tenere in piedi il siriano Assad, Hezbollah e pasdaran iraniani, sono nemici di Israele. Ma Putin non ha mai detto una parola contro i raid israeliani in Siria. In fondo Netanyahu “aiuta” Putin a tenere a bada alleati difficili e ognuno massacra chi vuole nel cortile di casa sua, che sia in Ucraina, a Gaza o al Cairo, mentre le monarchie assolute del Golfo stanno zitte e sperano di farla franca davanti alle stragi dei palestinesi.

Chi invade chi?

Tre quarti dell’umanità non fa una piega contro i massacratori. L’Europa intanto paga Al Sisi come paga Erdogan per tenersi i migranti e tutti e due sono amici di Putin. Mentre gli Usa vendono armi a tutti, poi si vedrà chi resta in piedi. Di «collettivo» in questo Occidente ci sono solo i discorsi ipocriti degli europei sulla democrazia e la nuova «economia di guerra». Ma chi invade chi?

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martedì 19 dicembre 2023

INDUSTRIE BELLICHE E DIRITTI UMANI. NUOVI AFFARI MILIONARI DELL’ITALIA CON L’EGITTO – Antonio Mazzeo

 

Condonato l’efferato omicidio del giovane ricercatore Giulio Regeni e ignorati i report sull’escalation della repressione di ogni forma di dissenso contro il regime di Abdel Fattah al-Sisi, governo e industrie belliche italiane stringono nuovi affari con l’establishment militare egiziano.

Il 22 novembre il gruppo a capitale statale Fincantieri Spa ha firmato con la Armament Authority del Ministero della Difesa della Repubblica araba d’Egitto un contratto della durata decennale per la fornitura di servizi di manutenzione e studi logistici a favore delle due fregate multi-missione Fremm “ENS Al-Galala” ed “ENS Bernees” della Marina Militare egiziana.

Il contratto del valore di 260 milioni di euro comprende la quota che sarà destinata a Orizzonte Sistemi Navali (la joint venture partecipata da Fincantieri e dalla holding del complesso militare-industriale italiano Leonardo Spa con quote, rispettivamente, del 51% e del 49%) in qualità di sub-fornitore.

“Il contratto con le forze armate egiziane conferma la strategia di Fincantieri di creare partnership strategiche di lungo termine che prevedono la fornitura pluriennale di servizi tecnologici con clienti chiave”, ha dichiarato l’amministratore delegato del gruppo della cantieristica, Pierroberto Folgiero, pure membro dell’advisory board dell’Università LUISS di Roma.

Le unità da guerra “ENS Al-Galala” ed “ENS Bernees” erano state consegnate da Fincantieri alla Marina della Repubblica d’Egitto tra il dicembre 2020 e l’aprile 2021 dopo le attività di restyling nel cantiere di Muggiano-La Spezia. Con un dislocamento a pieno carico di circa 6.500 tonnellate e una lunghezza di 144 metri, le due fregate multi-missione possono raggiungere una velocità di 27 nodi con un’autonomia di crociera massima di 6.800 miglia. Le Fremm sono armate con un cannone Leonardo da 127/64 mm, un cannone Super Rapido da 76/62 mm e due cannoni da 25 mm oltre al sistema missilistico superficie-aria MBDA SAAM-ESD in grado di lanciare missili terra-aria della famiglia Aster. Per il loro acquisto Il Cairo ha versato a Fincantieri 990 milioni di euro.

“Queste due unità assicurano nuove capacità d’intervento alla Marina militare egiziana, consentendo di difendere le frontiere marittime e le linee di navigazione e di proteggere le forze di terra durante la difesa e/o le operazioni d’attacco nelle coste, difendendo altresì le fonti naturali dello stato nel Mediterraneo e nel Mar Rosso”, ha enfatizzato la Presidenza dello stato nordafricano. “Le fregate rappresentano la forza di deterrenza nazionale per mantenere la pace, assicurare la libertà di navigazione e supportare la sicurezza del Canale di Suez alla luce delle ostilità e delle sfide che affliggono la regione”.

Fincantieri spera adesso di poter vendere all’Egitto altre quattro Fremm e una ventina tra corvette e pattugliatori della classe “Falaj”. All’edizione dell’Egypt Defence Expo – EDEX, l’esposizione internazionale delle industrie di guerra tenutasi al Cairo dal 29 novembre al 2 dicembre 2021, il gruppo italiano ha fatto da main sponsor dell’evento patrocinato dal presidente della Repubblica al-Sisi e dal Comando Supremo delle forze armate egiziane. Per la prossima expo militare (prevista dal 4 al 7 dicembre 2023), come silver sponsor compare Leonardo DRS, la controllata dell’omonimo gruppo con sede negli Stati Uniti d’America, mentre tra i platinum sponsor ci sarà pure il colosso missilistico europeo MBDA, controllato per il 25% da Leonardo Spa, principale fornitore di missili per le unità di terra, di cielo e del mare del regime egiziano.

Mentre le grandi e medie aziende di morte del mondo intero si preparano alla kermesse egiziana, si moltiplicano le denunce da parte delle maggiori organizzazioni non governative sulla crescita esponenziale nel paese delle violazioni dei diritti umani. Il 23 novembre (giorno successivo alla firma del contratto tra Fincantieri e il Ministero della Difesa egiziano), Amnesty International ha rilevato come le autorità egiziane abbiano intensificato la repressione contro dissidenti e manifestanti pacifici alla vigilia delle elezioni presidenziali in programma dal 10 al 12 dicembre.

“Dal 1° ottobre, almeno 196 persone sono state arrestate per aver preso parte a manifestazioni non autorizzate e presunti atti di terrorismo (…) ed è stata impedita anche la candidatura di un esponente dell’opposizione”, aggiunge Amnesty. “La repressione sta colpendo anche le manifestazioni di solidarietà con la Palestina, inizialmente sostenute da partiti politici e altri soggetti filo-governativi. Tuttavia, le forze di sicurezza sono intervenute non appena le proteste sono uscite dalle aree autorizzate e si sono mescolate a richieste di libertà e di giustizia sociale”.

Nel mirino dell’apparato repressivo egiziano, in particolare, gli insegnanti. “Il 15 ottobre le forze di sicurezza hanno violentemente disperso una loro protesta di fronte al ministero dell’Istruzione per contestare il nuovo obbligo, per chi si candida a impieghi nel settore pubblico, di seguire sei mesi di accademia militare”, ricorda l’organizzazione non governativa. “Quattordici insegnanti sono tuttora in carcere con accuse di terrorismo, diffusione di notizie false e uso improprio dei social media”.

(Articolo pubblicato in Africa ExPress il 30 novembre 2023, https://www.africa-express.info/2023/11/30/viva-il-business-abbasso-i-diritti-umani-nuovi-affari-milionari-dellitalia-con-legitto/)

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mercoledì 22 novembre 2023

Egitto, il voto farsa e i volti segnati della rivolta - Enrico Campofreda

 

L’Egitto rivà alle urne, alla farsa del voto farsa. Con Sisi che rivincerà su un manipolo di candidati cangianti che presentandosi gli reggono il gioco del pluralismo. Ma per il cittadino medio, che si rechi o meno al seggio, prosegue la vita sospesa a un filo per nulla democratico. Se qualcosa non va liscio nella sua quotidianità di suddito ossequiante o silente e omertoso, può finire male. Molto male. Si può scivolare nelle galere dove i giorni non si contano, finirci anche per un semplice battibecco. Ancor peggio se con un poliziotto. Sei ambulante, con la licenza scaduta, l’uomo in nero ti taglieggia. Di solito paghi una multa che lui intasca di persona, un pizzo, che ripropone per giorni. Ti risenti e t’inguai con le tue mani. Ti portano via in un commissariato. Ti umiliano e bastonano. Se hai qualcosa da ridire, ti spediscono a Tora e simili. L’abbiamo raccontato dal 2011, quando nasceva e presto tramontava il sogno dell’abbattimento d’un regime. L’abbiamo ripetuto cento volte rilanciando le denunce di associazioni dei diritti. Negli anni della “normalizzazione” la lobby militare ha creato un’immensa prigione sociale e un sistema detentivo che si perpetua. Se qualcuno ne esce - com’è accaduto a Patrick Zaki, graziato dal presidente-oppressore - altri cento Zaki restano seppelliti nelle celle. Funziona come per le elezioni: si tengono, ci sono alcuni candidati, dunque prevale la maschera della democrazia. Zaki è stato liberato, perciò la giustizia egiziana funziona e garantisce diritti e libertà. Quanto è accaduto prima allo studente dell’Alma Mater non ha importanza. Così decine di migliaia di egiziani restano stipati in venti per cella oppure ci ritornano, com’è accaduto ad Ahmed Orabi da oltre un anno alla terza incarcerazione. 

 


I suoi patimenti iniziano con una menomazione gravissima: la perdita dell’occhio sinistro. Colpito da un proiettile di gomma che i cecchini delle forze di Sicurezza sparavano dai tetti attorno a una piazza Tahrir ancora in subbuglio. Precisamente dodici anni fa, a Mohamed Mahmud Street, pieno centro del Cairo, i cordoni dei manifestanti e quelli dei poliziotti entravano in collisione. Lacrimogeni e cariche disperdevano la folla mentre dai tetti partiva il tiro al bersaglio sui singoli. L’occhio sinistro di Ahmed venne centrato e da quel momento la vista lacerata. Altri conobbero una sorte ancora più cruenta, ebbero la testa spappolata dalle fucilate. Ma l’esistenza di Ahmed non fu meno crudele. Alla menomazione permanente s’aggiunsero periodici fermi tramutati in arresto. L’occhio perduto era il segno d’una battaglia, combattuta nella parte sbagliata, quella perdente dei sognatori di Tahrir, mentre prevaleva la lobby di Tantawi e compari che faceva da anticamera al regime di Sisi. Se per i ragazzi di Tahrir l’orbo Ahmed è il simbolo d’una resistenza alla restaurazione militare, per il clan della repressione quella ferita è la prova di chi si opponeva alla forza delle Forze Armate. Arrestatelo dunque, sbattete in cella quelli come lui segnati dai proiettili, quei corpi non trasformati in cadaveri che s’ostinano a non piegarsi e morire. Mesi e anni dopo, quando nessuno osa più neppure riunirsi in capannello, non sollevare braccia e bandiere patrie per manifestare, i mukhabarat vanno alla ricerca dei segnati dalla rivolta. Ahmed, lo sfregiato dai proiettili di regime, porta scritto in volto il desiderio di libertà, per questo va riarrestato, come gli è accaduto due volte senza motivo. L’ultima da un anno a questa parte. Da novembre 2022 è in galera perché nel novembre 2011 era a Mohamed Mahmud Street, a gridare slogan per elezioni libere, per la libertà della nazione e del suo popolo. Sisi arresta a ritroso, attaccando l’appartenenza a quella dignità che le vittime dei suoi compari, diventate sue vittime portano impresse sul volto. E quest’Egitto canaglia gode da anni della comprensione, protezione, speculazione dei nostri governanti.

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giovedì 19 ottobre 2023

Perché i nostri movimenti di massa popolari falliscono - Chris Hedges


Dal 2010 fino alla pandemia globale del 2020 ci sono stati dieci anni di rivolte popolari. Queste rivolte hanno scosso le fondamenta dell’ordine globale. Hanno denunciato la dominazione delle corporation, i tagli delle politiche di austerità e chiesto giustizia economica e diritti civili. Ci sono state proteste a livello nazionale negli Stati Uniti incentrate sugli accampamenti Occupy durate 59 giorni. Ci sono state sollevazioni popolari in Grecia, Spagna, Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Siria, Libia, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Cile, la Rivoluzione delle candele della Corea del  Sud. Politici screditati furono cacciati dalle loro cariche in Grecia, Spagna, Ucraina, Corea del Sud, Egitto, Cile e Tunisia. Le riforme, o almeno la loro promessa, ha dominato il discorso pubblico. Sembrava annunciare una nuova era.

Poi la reazione negativa. Le aspirazioni dei movimenti popolari furono schiacciate. Il controllo statale e la disuguaglianza sociale si espansero. Non c'è stato alcun cambiamento significativo. Nella maggior parte dei casi le cose sono peggiorate. L’estrema destra è emersa trionfante.

Quello che è successo? In che modo un decennio di proteste di massa che sembravano annunciare l’apertura democratica, la fine della repressione statale, l’indebolimento del dominio delle multinazionali e delle istituzioni finanziarie e un’era di libertà si sono trasformati in un ignominioso fallimento? Che cosa è andato storto? Come hanno fatto gli odiati banchieri e politici a mantenere o riprendere il controllo? Quali sono gli strumenti efficaci per liberarci dal dominio aziendale?

Vincent Bevins nel suo nuovo libro “If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution” racconta come abbiamo fallito su diversi fronti.

I “tecno-ottimisti” che predicavano che i nuovi media digitali fossero una forza rivoluzionaria e democratizzante non prevedevano che governi autoritari, aziende e servizi di sicurezza interna avrebbero potuto sfruttare queste piattaforme digitali e trasformarle in motori di sorveglianza all’ingrosso, censura e veicoli di propaganda e disinformazione. Le piattaforme di social media che hanno reso possibili le proteste popolari si sono rivolte contro di noi.

Molti movimenti di massa, poiché non sono riusciti a implementare strutture organizzative gerarchiche, disciplinate e coerenti, non sono stati in grado di difendersi. Nei pochi casi in cui i movimenti organizzati hanno raggiunto il potere, come in Grecia e in Honduras, i finanzieri e le multinazionali internazionali hanno cospirato per riconquistare spietatamente il potere. Nella maggior parte dei casi, la classe dominante ha rapidamente riempito i vuoti di potere creati da queste proteste. Hanno offerto nuovi marchi per riconfezionare il vecchio sistema. Questo è il motivo per cui è stata nominata la campagna di Obama del 2008 ‘Venditore dell'anno’ secondo Advertising Age. Ha ottenuto il voto di centinaia di operatori di marketing, capi di agenzie e fornitori di servizi di marketing riuniti alla conferenza annuale dell'Association of National Advertisers. Ha battuto i secondi classificati Apple e Zappos.com. I professionisti lo sapevano. Il marchio Obama era il sogno di ogni operatore di marketing.

Troppo spesso le proteste somigliavano a flash mob, con persone che si riversavano negli spazi pubblici creando uno spettacolo mediatico, invece di impegnarsi in uno sconvolgimento sostenuto, organizzato e prolungato del potere. Guy Debord  coglie l’inutilità di questi spettacoli/proteste nel suo libro “ La società dello spettacolo”, sottolineando che l’età dello spettacolo significa che coloro che sono estasiati dalle sue immagini sono “modellati secondo le sue leggi”. Anarchici e antifascisti, come quelli del black bloc, spesso rompevano finestre, lanciavano sassi contro la polizia e ribaltavano o bruciavano automobili. Atti casuali di violenza, saccheggi e vandalismo erano giustificati nel gergo del movimento, come componenti di un’insurrezione “feroce” o “spontanea”. Questo “riot porno” ha deliziato i media, molti di coloro che vi si sono impegnati e, non a caso, la classe dirigente che lo ha utilizzato per giustificare ulteriori repressioni e demonizzare i movimenti di protesta. L’assenza di una teoria politica ha portato gli attivisti a utilizzare la cultura popolare, come il film “V per Vendetta”, come punti di riferimento. Gli strumenti molto più efficaci e paralizzanti delle campagne educative di base, degli scioperi e dei boicottaggi sono stati spesso ignorati o messi da parte.

Come aveva capito Karl Marx, “coloro che non possono rappresentare se stessi saranno rappresentati”.

If We Burn : The Mass Protest Decade and the Missing Revolution” è un’analisi brillante e magistralmente raccontata dell’ascesa dei movimenti popolari globali, degli errori autodistruttivi che hanno commesso, delle strategie che le élite aziendali e dominanti hanno impiegato per mantenere il potere e schiacciare le aspirazioni di una popolazione frustrata, nonché un’esplorazione delle tattiche che i movimenti popolari devono impiegare per reagire con successo.

“Nel decennio delle proteste di massa, le esplosioni nelle strade crearono situazioni rivoluzionarie, spesso per caso”, scrive Bevins. “Ma una protesta è molto poco attrezzata per trarre vantaggio da una situazione rivoluzionaria, e quel particolare tipo di protesta è particolarmente dannoso”.

Gli attivisti esperti intervistati da Bevins fanno eco a questo punto.

“Organizzarsi”, dice a Bevin nel libro Hossam Bahgat, l’attivista egiziano per i diritti umani. “Creare un movimento organizzato. E non abbiate paura della rappresentanza. Pensavamo che la rappresentanza fosse elitarismo, ma in realtà è l’essenza della democrazia”.

Artem Tidva, esponente della sinistra ucraina, è d'accordo.

“Una volta ero più anarchico”, dice Tidva nel libro. “Allora tutti volevano fare un’assemblea; ogni volta che c'era una protesta, sempre un'assemblea. Ma penso che qualsiasi rivoluzione senza un partito laburista organizzato non farà altro che dare più potere alle élite economiche, che sono già molto ben organizzate”.

Lo scrive lo storico Crane Brinton nel suo libro “The Anatomy of Revolution”  che le rivoluzioni hanno precondizioni riconoscibili. Cita il malcontento che colpisce quasi tutte le classi sociali, sentimenti diffusi di intrappolamento e disperazione, aspettative non soddisfatte, una solidarietà unitaria in opposizione a una ristretta élite di potere, un rifiuto da parte di studiosi e pensatori di continuare a difendere le azioni della classe dominante, un’incapacità del governo per rispondere ai bisogni primari dei cittadini, una costante perdita di volontà all’interno della stessa élite al potere e defezioni dalla cerchia ristretta, un isolamento paralizzante che lascia l’élite al potere senza alleati o sostegno esterno e, infine, una crisi finanziaria. Le rivoluzioni iniziano sempre, scrive, avanzando richieste impossibili che, se il governo soddisfacesse, significherebbe la fine delle vecchie configurazioni di potere. Ma, cosa ancora più importante, i regimi dispotici crollano sempre prima a livello interno.

Ma queste forme di controllo interno durante il decennio delle proteste raramente vacillarono. Possono, come in Egitto, rivoltarsi contro le figure di spicco del vecchio regime, ma hanno anche lavorato per indebolire i movimenti popolari e i leader populisti. Hanno sabotato gli sforzi volti a strappare il potere alle multinazionali e agli oligarchi. Hanno impedito o rimosso i populisti dalle cariche. La feroce campagna condotta contro Jeremy Corbyn e i suoi sostenitori quando era alla guida del partito laburista durante le elezioni generali britanniche del 2017 e del 2019, ad esempio, è stata orchestrata da membri del suo stesso partito,  aziende,  opposizione conservatrice, commentatori famosi, una  stampa mainstream  che  amplificato le  calunnie e la diffamazione , dei membri dell'esercito  britannico e dei servizi di sicurezza nazionali. Sir Richard Dearlove, ex capo dell’MI6, il servizio segreto di intelligence britannico, ha pubblicamente avvertì  che il leader laburista rappresenta un “pericolo attuale per il nostro Paese”.

Organizzazioni politiche disciplinate non sono, di per sé, sufficienti, come ha dimostrato il governo greco di sinistra Syriza. Se la leadership di un partito anti-establishment non è disposta a liberarsi dalle strutture di potere esistenti, verrà cooptata o schiacciata quando le sue richieste verranno respinte dai centri di potere regnanti.

Nel 2015, “la leadership di Syriza era convinta che se avesse rifiutato un nuovo piano di salvataggio, i creditori europei si sarebbero piegati di fronte ai disordini finanziari e politici generalizzati”, Costas Lapavitsas, ex deputato di Syriza e professore di economia alla School of Oriental and Studi africani, Università di Londra,  osservò nel 2016.

“I critici ben intenzionati hanno ripetutamente sottolineato che l’euro ha un rigido insieme di istituzioni con una propria logica interna che semplicemente respingerebbero le richieste di abbandonare l’austerità e cancellare il debito”, ha spiegato Lapivistas. “Inoltre, la Banca Centrale Europea era pronta a limitare la fornitura di liquidità alle banche greche, soffocando l’economia – e con essa il governo Syriza”. 

Questo è esattamente quello che è successo. 

“Le condizioni nel paese sono diventate sempre più disperate man mano che il governo ha assorbito le riserve di liquidità, le banche si sono prosciugate e l’economia si è ripresa a malapena”, ha scritto Lapivistas. “Syriza è il primo esempio di un governo di sinistra che non semplicemente ha mancato di mantenere le sue promesse, ma ha anche adottato in blocco il programma dell’opposizione”.

Non essendo riuscita a ottenere alcun compromesso dalla Troika – Banca Centrale Europea, Commissione Europea e FMI – Syriza “ha adottato una dura politica di surplus di bilancio, ha aumentato le tasse e ha svenduto le banche greche a fondi speculativi, ha privatizzato aeroporti e porti, e sta per tagliare drasticamente pensioni. Il nuovo piano di salvataggio ha condannato una Grecia impantanata nella recessione al declino a lungo termine poiché le prospettive di crescita sono scarse, i giovani istruiti stanno emigrando e il debito nazionale pesa”, ha scritto.

“Syriza ha fallito non perché l’austerità sia invincibile, né perché un cambiamento radicale sia impossibile, ma perché, disastrosamente, non è stata disposta e impreparata a lanciare una sfida diretta all’euro”, ha osservato Lapavitsas. “Il cambiamento radicale e l’abbandono dell’austerità in Europa richiedono un confronto diretto con l’unione monetaria stessa”. 

Il sociologo iraniano-americano  Asef Bayat, che secondo Bevins ha vissuto sia la rivoluzione iraniana del 1979 a Teheran che la rivolta del 2011 in  Egitto, distingue tra condizioni soggettive e oggettive per le rivolte della primavera araba scoppiate nel 2010. I manifestanti potrebbero essersi opposti al movimento neoliberista politiche, ma sono anche state modellate, sostiene, dalla “soggettività” neoliberista.

“Le rivoluzioni arabe mancavano del tipo di radicalismo – nella prospettiva politica ed economica – che ha caratterizzato la maggior parte delle altre rivoluzioni del ventesimo secolo”,  scrive Bayat  nel suo libro “Rivoluzione senza rivoluzionari: dare un senso alla primavera araba”. “A differenza delle rivoluzioni degli anni ’70 che sposavano un potente impulso socialista, antimperialista, anticapitalista e di giustizia sociale, i rivoluzionari arabi erano più preoccupati dalle questioni generali dei diritti umani, della responsabilità politica e della riforma legale. Le voci prevalenti, sia laiche che islamiste, davano per scontati il libero mercato, i rapporti di proprietà e la razionalità neoliberista – una visione del mondo acritica che avrebbe prestato solo un’adesione formale alle autentiche preoccupazioni delle masse per la giustizia sociale e la distribuzione.

Come scrive Bevins, “una generazione di individui cresciuti per vedere tutto come se fosse un’impresa commerciale si è de-radicalizzata, è arrivata a considerare questo ordine globale come ‘naturale’ ed è diventata incapace di immaginare cosa serva per realizzare una vera rivoluzione”.

Steve Jobs, l'amministratore delegato di Apple, è morto nell'ottobre 2011 durante l'accampamento Occupy a Zuccotti Park.

Le rivolte popolari, scrive Bevins, “hanno fatto un ottimo lavoro nel creare buchi nelle strutture sociali e creare vuoti politici”. Ma i vuoti di potere in Egitto furono rapidamente riempiti dai militari. In Bahrein, dall’Arabia Saudita e dal Consiglio di Cooperazione del Golfo e a Kiev, da un “insieme diverso di oligarchi e nazionalisti militanti ben organizzati”. In Turchia è stato infine ricoperto da Recep Tayyip Erdogan. A Hong Kong era Pechino.

“La protesta di massa strutturata orizzontalmente, coordinata digitalmente e senza leader è fondamentalmente illeggibile”, scrive Bevins. “Non puoi fissarlo o fargli domande e trovare un’interpretazione coerente basata sull’evidenza. Puoi mettere insieme fatti, assolutamente: milioni. Semplicemente non sarai in grado di usarli per costruire una lettura autorevole. Ciò significa che il significato di questi eventi verrà loro imposto dall’esterno. Per capire cosa potrebbe accadere dopo ogni esplosione di protesta, non bisogna prestare attenzione solo a chi sta aspettando dietro le quinte per riempire un vuoto di potere. Bisogna prestare attenzione a chi ha il potere di definire la rivolta stessa”.

In breve, dobbiamo contrapporre il potere organizzato al potere organizzato. Questa è una verità che tattici rivoluzionari come Vladimir Lenin, che considerava controproducente la violenza anarchica , capirono. La mancanza di strutture gerarchiche nei recenti movimenti di massa, fatta per prevenire un culto della leadership e assicurarsi che tutte le voci siano ascoltate, pur essendo nobili nelle sue aspirazioni, rende i movimenti facili prede. Quando, ad esempio, Zuccotti Park contava centinaia di persone che partecipavano alle Assemblee Generali, la diffusione di voci e opinioni significava paralisi. 

“Senza una teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario”,  scrive Lenin.

Le rivoluzioni richiedono organizzatori esperti, autodisciplina, una visione ideologica alternativa, arte e educazione rivoluzionarie. Richiedono interruzioni prolungate del potere e, soprattutto, di leader che rappresentino il movimento. Le rivoluzioni sono progetti lunghi e difficili che richiedono anni per essere realizzati, corrodendo lentamente e spesso impercettibilmente le fondamenta del potere. Le rivoluzioni di successo  del passato, insieme ai loro teorici, dovrebbero essere la nostra guida, non le immagini effimere che ci incantano sui mass media. 

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