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mercoledì 10 maggio 2023

Brasile. Perché il MST fa così paura - Frei Betto


Il MST (Movimento dos Trabalhadores Sem Terra), che ho visto nascere e a cui sono ancora legato, è il movimento più popolare, combattivo e democratico del Brasile. Oggi riunisce circa 500.000 famiglie insediate e 100.000 accampate. Si batte per un diritto elementare che non è mai stato realizzato in Brasile, un Paese di dimensioni continentali e dove ci sono molti senza terra e molta terra senza persone: la riforma agraria.

È a dir poco triste constatare che nel XXI secolo gli unici Paesi dell’America Latina che non hanno realizzato la riforma agraria sono stati Brasile, Argentina e Uruguay. Il modello di proprietà fondiaria che ancora esiste nel nostro Paese è quello delle capitanerie ereditarie. E il rapporto di molti proprietari terrieri con i loro dipendenti è poco diverso da quello dell’epoca della schiavitù.

Nato nel 1984 e in procinto di compiere 40 anni nel 2024, l’MST sapeva fin dall’inizio che il governo è come i fagioli, funziona solo in una pentola a pressione…

Sebbene sia stato determinante per l’elezione di Lula a presidente, l’MST non si è mai lasciato cooptare dal governo. Mantiene la sua autonomia e sa bene che il rapporto del governo con i movimenti sociali non può essere una “cinghia di trasmissione”, ma piuttosto una rappresentanza delle basi sociali negli organi di governo. Molti politici fanno il verso alla parola “democrazia”, ma temono che da mera retorica diventi, di fatto, un governo il cui protagonista principale è il popolo organizzato.

Il MST si distingue anche per la cura che dedica alla formazione politica dei suoi militanti, che molti movimenti e partiti di sinistra trascurano. I senza terra mantengono persino un proprio spazio di lavoro pedagogico, la Scuola Florestan Fernandes, a Guararema (SP). E in tutti gli eventi che promuove, il movimento valorizza il misticismo, cioè le attività ricreative (canti, inni, pannelli, ecc.) e i simboli (fotografie, artigianato, ecc.) di natura emulativa.

L’MST segue rigorosamente i dettami della Costituzione dei Cittadini del 1988. La Carta difende l’uso sociale della terra, che deve essere ecologico e produttivo. E richiede qualcosa che è ancora in sospeso e indispensabile se il Brasile vuole raggiungere uno sviluppo sostenibile e abbandonare la sottomissione ai dettami delle nazioni metropolitane, che ci impongono la mera condizione di esportatori di prodotti primari, oggi elegantemente chiamati commodities…

Occupazione non è invasione. Il MST non occupa mai terre produttive.

Oggi il movimento è il più grande produttore di riso biologico dell’America Latina e difende la Riforma Agraria Agroecologica, in grado di facilitare l’accesso alla terra come diritto umano; di produrre alimenti sani e sostenibili per tutta la società brasiliana; di offrire al mercato alimenti sani e privi di pesticidi; di valorizzare il ruolo delle lavoratrici rurali; di ampliare il numero delle cooperative agroecologiche; di espandere la sovranità alimentare e la biodiversità nella lotta contro la fame e l’insicurezza.

L’aggettivo “rosso d’aprile” non è un’evocazione del colore preferito dei simboli comunisti (e anche dei paramenti solenni dei cardinali), come vorrebbero interpretarlo i detrattori del MST. È, invece, il colore del sangue dei 19 senza terra crudelmente assassinati dalla Polizia Militare a Eldorado dos Carajás, nel sud del Pará, il 17 aprile 1996. Sette vittime sono state uccise con falci e machete, mentre le altre sono state uccise a distanza ravvicinata.

Circa 100.000 famiglie attendono di essere accolte in Brasile. Ed è quantomeno un disservizio per l’agrobusiness promuovere la deforestazione delle nostre foreste per espandere la frontiera agricola, godere di esenzioni fiscali sull’esportazione dei propri prodotti e concentrare la produzione su cinque soli prodotti di base: soia, mais, grano, riso e carne, controllati da grandi imprese transnazionali.

La fame sta crescendo nel mondo. Quasi un miliardo di persone ne sono già colpite. E questo non è il risultato di una mancanza di cibo. Il pianeta produce abbastanza per sfamare 12 miliardi di bocche. È il risultato di una mancanza di giustizia. Nel sistema capitalista, gli affamati muoiono sul marciapiede davanti al supermercato. Perché il cibo ha un valore di scambio e non di utilizzo.

Tuttavia, finché la produzione alimentare non segue standard agro-ecologici e la terra e l’acqua, risorse naturali limitate, non sono considerate patrimonio dell’umanità, la disuguaglianza tende ad aggravarsi e, con essa, ogni tipo di conflitto. Pace fa rima con pane.

L’MST fa paura perché lotta perché il Brasile, una delle nazioni più ricche del mondo e uno dei cinque maggiori produttori di alimenti, non è più un Paese periferico, colonizzato, segnato da una disuguaglianza sociale abissale.


* Frei Betto, è una delle personalità di primo piano della teologia della liberazione e della chiesa latino americana. E' nato a Belo Horizonte in Brasile nel '44. E' stato uno dei leader del Movimento studentesco e dirigente nazionale della Gioventù studentesca cattolica. Arrestato nel '64 per attività giudicata sovversiva nel corso della repressione attuata dal governo brasiliano, ha studiato teologia e filosofia. E' entrato nell’ordine domenicano. Nel '69 è stato incarcerato di nuovo per resistenza al regime militare brasiliano.

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martedì 20 luglio 2021

dicono di Cuba

 Intervista di Claudia Fanti (*) allo scrittore, giornalista e attivista uruguayano Raúl Zibechi: «L’embargo si somma a forte crisi economica in pandemia».

 

Per lo scrittore, giornalista e attivista uruguayano Raúl Zibechi, la costruzione di mondi nuovi non passa per la conquista dello Stato, ma per le organizzazioni di base, a cominciare da quelle indigene e femministe. Più zapatismo, insomma, che Cuba. Così, di fronte alle proteste in corso nell’isola, non sorprendono le sue critiche al governo, pur nella netta condanna del ruolo degli Usa e nella difesa incondizionata della sovranità cubana.

 

Come interpreti quanto sta avvenendo a Cuba?
In questo momento si uniscono due problemi: il tradizionale embargo e una forte crisi economica aggravata dalla pandemia. La contrazione relativa al 2020 è stata, secondo la Cepal, dell’8,5%, l’industria ha registrato perdite pari all’11,2% e l’agricoltura ha sofferto un crollo del 12%. Il turismo, che nel 2019 aveva registrato quattro milioni di visite e nel 2020 un milione, nel primo trimestre di quest’anno ha potuto contare sulla presenza di appena 120mila turisti. Cuba, insomma, è rimasta senza risorse per importare alimenti (il 70% di quelli che si consumano). E l’inflazione che ne è derivata è favorita da una crescita dei prezzi internazionali degli alimenti del 40% in un anno. Tutto ciò conduce a una crisi economica e sociale molto grave che è alla base degli attuali problemi.

Qual è il ruolo degli Usa in queste proteste?
Il lungo embargo ha provocato problemi di vario tipo. Da un lato, un deterioramento delle infrastrutture – con l’eccezione del turismo -, evidente soprattutto nei campi della salute e dell’educazione, che hanno subito un graduale ridimensionamento negli ultimi decenni. L’attuale affollamento negli ospedali, per esempio, era qualcosa di inimmaginabile nell’isola. Dall’altro lato le sanzioni finanziarie, che non permettono a Cuba di accedere a certe banche occidentali per realizzare transazioni. E come se non bastasse l’embargo, gli Usa non fanno mancare il loro sostegno all’opposizione, alimentando le proteste contro il governo.

Ci sono stati errori da parte del governo cubano?
Più che errori, credo si sia scelto un cammino sbagliato. Accentrare tutto nello Stato, impedire la partecipazione reale della popolazione, fa sì che, in caso di proteste come le attuali, queste assumano necessariamente un carattere anti-sistema. Se c’è uno sciopero, per esempio, non si può trattarlo come un tentativo di rovesciare il governo. È solo uno sciopero, non dovrebbe costituire un problema. Non può esserci un sistema che non ammetta dissidenze, soprattutto a fronte di lotte come quelle femministe e anti-patriarcali che nei fatti si presentano come anti-statali. Pensare che lo Stato sia tutto, che la società non sia nulla se non è subordinata allo Stato, rende molto deboli dietro un’apparente forza.

Durante le proteste un manifestante è morto e altri sono stati arrestati. Nulla di paragonabile ai casi cileno e colombiano…
La repressione c’è, il tentativo di impedire la mobilitazione pure. Ed è deplorevole che sia stata tagliata internet. Ma non è una repressione criminale come quella in Colombia, non ci sono centinaia di lesioni oculari come in Cile, non si registrano desaparecidos. Eppure la stampa internazionale, che non dice quasi nulla della Colombia, monta uno scandalo su Cuba. Ci sono chiaramente due pesi e due misure. Tuttavia, che capacità di attrazione può avere un governo come quello cubano per una popolazione giovane affascinata dalle istanze femministe o sedotta dal consumo?

Per milioni di persone Cuba è stata sempre un esempio di dignità e un riferimento morale. Cosa potrà avvenire?
Credo che non avverrà nulla di rilevante. Gli Usa non alleggeriranno l’embargo e il governo cubano non realizzerà cambiamenti decisivi. Per i militanti di una certa età Cuba continuerà a essere un riferimento importante, soprattutto etico, ma per i giovani è un po’ diverso, perché ritengono che nell’isola vi siano meno diritti e meno libertà che nei propri paesi, anche in America Latina che non è certo il continente delle libertà. Tra gli attivisti giovani mi pare che ci sia un maggiore interesse per lo zapatismo, per esempio. In ogni caso, la sovranità delle nazioni è inalienabile. E anche solo per questo dobbiamo opporci con forza alle politiche Usa nei confronti di Cuba.

(*) fonte: quotidiano “il manifesto”  15 luglio 2021

 

Cuba resiste - Frei Betto (**)

 

Pochi ignorano la mia solidarietà alla Rivoluzione cubana. Da 40 anni visito spesso l’isola per impegni di lavoro e inviti ad eventi. Per lungo tempo, ho mediato nella ripresa del dialogo tra i vescovi cattolici e il governo cubano, come descritto nei miei libri ‘Fidel e la religione’ (Fontanar / Companhia das Letras) e ‘Lost Paradise – Viajes al mundo socialista’ ( Rocco).

Conosco in dettaglio la vita quotidiana cubana, comprese le difficoltà incontrate dalla popolazione, le sfide alla Rivoluzione, le critiche degli intellettuali e degli artisti del paese. Ho visitato le carceri, ho parlato con gli oppositori della Rivoluzione, ho vissuto con preti cubani e laici contrari al socialismo.

Quando mi dicono, da brasiliano, che a Cuba non c’è democrazia, scendo dall’astrazione delle parole alla realtà.

Quante foto o notizie in cui si sono viste o si vedono cubani in miseria, mendicanti sparsi sui marciapiedi, bambini abbandonati per strada, famiglie sotto i viadotti? Qualcosa di simile alla cracolândia, alle milizie, alle lunghe file di pazienti che aspettano anni per essere curati in un ospedale?

Avverto amici: se siete ricchi in Brasile e andate a vivere a Cuba, conoscerete l’inferno. Non potrai cambiare auto ogni anno, acquistare abiti firmati, viaggiare spesso in vacanza all’estero.

E, soprattutto, non potrai sfruttare il lavoro degli altri, tenere nell’ignoranza i propri dipendenti, essere ‘orgogliosi’ di María, la propria cuoca da 20 anni, e negarle l’accesso alla propria casa, alla scuola e alla salute.

Se appartieni alla classe media, preparati a vivere il purgatorio. Nonostante Cuba non sia più un’azienda statale, la burocrazia persiste, bisogna avere pazienza con le code dei mercati, molti prodotti disponibili questo mese potrebbero non essere trovati il mese prossimo, a causa dell’incongruenza delle importazioni.

Tuttavia, se sei stipendiato, povero, senzatetto o senza terra, preparati a incontrare il paradiso. La Rivoluzione garantirà i vostri tre diritti umani fondamentali: il cibo, la salute e istruzione, nonché l’ alloggio e il lavoro.

Potresti avere un enorme appetito da non mangiare quello che ti piace, ma non soffrirai mai la fame. La tua famiglia avrà la scuola e l’assistenza sanitaria, compresi gli interventi chirurgici complessi, totalmente gratuiti, come dovere dello Stato e del diritto del cittadino.

Non c’è niente di più prostituito del linguaggio. La famosa democrazia nata in Grecia ha i suoi pregi, ma è bene ricordare che, a quel tempo, Atene contava 20mila abitanti che vivevano del lavoro di 400mila schiavi… Cosa risponderebbe uno di quelle migliaia di servi se chiedessero perché le virtù sono della democrazia?

Non auguro al futuro di Cuba il presente del Brasile, del Guatemala, dell’Honduras e nemmeno di Porto Rico, colonia americana a cui è stata negata l’indipendenza. Né voglio che Cuba invada gli Stati Uniti e occupi una zona costiera della California, come Guantanamo, che è stata trasformata in un centro di tortura e in una prigione illegale per sospetti terroristi.

Democrazia, nel mio concetto, significa il ‘Padre nostro’ – ovvero l’autorità legittimata dalla volontà popolare – e il ‘Pane nostro’ – la distribuzione dei frutti della natura e del lavoro umano. La rotazione elettorale non fa, né assicura la democrazia in Brasile e India, considerate democrazie, che sono esempi flagranti di miseria, povertà, esclusione, oppressione e sofferenza.

Solo chi conosceva la realtà di Cuba, prima del 1959 sa perché Fidel ha avuto così tanto sostegno popolare per portare la Rivoluzione alla vittoria.

Il paese era conosciuto con il soprannome di “bordello caraibico”. La mafia dominava le banche e il turismo (ci sono diversi film a riguardo). Il quartiere principale dell’Avana, chiamato ancora Vedado, ha questo nome perché ai neri non era permesso circolare lì…

Gli Stati Uniti non si sono mai accontentati di aver perso Cuba sottomessa alle sue ambizioni. Pertanto, poco dopo la vittoria dei guerriglieri della Sierra Maestra, tentarono di invadere l’isola con truppe mercenarie. Furono sconfitti nell’aprile 1961. L’anno successivo, il presidente Kennedy decretò il blocco di Cuba, che continua ancora oggi.

Cuba è un’isola con poche risorse. È costretta a importare più del 60 per cento dei prodotti essenziali del Paese. Con l’inasprimento del blocco promosso da Trump (243 nuove misure e, per ora, non ritirate da Biden), e la pandemia, che ha azzerato una delle principali fonti di risorse del Paese, il turismo, la situazione interna è peggiorata.

I cubani hanno dovuto stringere la cinghia. Poi, gli scontenti della Rivoluzione, che gravitano nell’orbita del ‘sogno americano’, promossero le proteste di domenica 11 luglio – con l’aiuto ‘solidale’ della CIA, il cui capo ha appena fatto un giro nel continente, preoccupato per i risultati delle elezioni in Perù e Cile.

Chi meglio spiega l’attuale situazione a Cuba è il suo presidente, Díaz-Canel: ‘La persecuzione finanziaria, economica, commerciale ed energetica è iniziata. Loro (la Casa Bianca) vogliono che si provochi un’epidemia sociale interna a Cuba per chiedere ‘missioni umanitarie’ che si traducono in invasioni e ingerenze militari’.

‘Siamo stati onesti, siamo stati trasparenti, siamo stati chiari e in ogni momento abbiamo spiegato alla nostra gente le complessità di oggi.

Ricordo che più di un anno e mezzo fa, quando è iniziata la seconda metà del 2019, abbiamo dovuto spiegare che eravamo in una situazione difficile. Gli Stati Uniti hanno iniziato a intensificare una serie di misure restrittive, inasprimento del blocco, persecuzioni finanziarie contro il settore energetico, con l’obiettivo di strangolare la nostra economia.

Ciò provocherebbe l’auspicata massiccia esplosione sociale, per poter invocare un intervento ‘umanitario’, che si concluderebbe con interventi militari».

‘Questa situazione è continuata, poi sono arrivate le 243 misure (di Trump, per inasprire il blocco) che tutti conosciamo, e infine si è deciso di inserire Cuba nell’elenco dei Paesi che sponsorizzano il terrorismo.

Tutte queste restrizioni hanno portato il paese a tagliare immediatamente varie fonti di reddito in valuta estera, come il turismo, i viaggi cubano-americani nel nostro paese e le rimesse. È stato formato un piano per screditare le brigate mediche cubane e le collaborazioni solidali di Cuba, che hanno ricevuto una parte importante di valuta estera per questa collaborazione.’

‘Tutta questa situazione ha generato una situazione di carenza nel Paese, principalmente di cibo, medicine, materie prime e forniture per poter sviluppare i nostri processi economici e produttivi che, allo stesso tempo, contribuiscono alle esportazioni. Vengono eliminati due elementi importanti: la capacità di esportare e la capacità di investire risorse.’

“Abbiamo anche limitazioni sul carburante e sui pezzi di ricambio, e tutto questo ha causato un livello di insoddisfazione, aggiunto ai problemi accumulati che siamo stati in grado di risolvere e che provenivano dal periodo speciale (1990-1995, quando l’Unione Sovietica è crollata, con serie influenze nell’economia cubana).

Insieme a una feroce campagna mediatica diffamatoria, nell’ambito della guerra non convenzionale, che cerca di rompere l’unità tra il partito, lo Stato e il popolo; e cerca di classificare il governo come insufficiente e incapace di fornire benessere al popolo cubano.’

‘L’esempio della Rivoluzione cubana ha infastidito molto gli Stati Uniti per 60 anni. Hanno applicato un blocco ingiusto, criminale e crudele, ora intensificato dalla pandemia. Blocco e azioni restrittive che non hanno mai compiuto contro nessun altro Paese, nemmeno contro quelli che considerano i loro principali nemici.

È stata quindi una politica perversa nei confronti di una piccola isola che aspira solo a difendere la propria indipendenza, la propria sovranità e a costruire la propria società con autodeterminazione, secondo i principi che più dell’86 per cento della popolazione ha sostenuto».

“In mezzo a queste condizioni, nasce la pandemia, una pandemia che ha colpito non solo Cuba, ma il mondo intero, compresi gli Stati Uniti. Ha colpito i paesi ricchi e va detto che di fronte a questa pandemia né gli Stati Uniti né questi paesi ricchi hanno avuto tutte le capacità per affrontarne gli effetti.

I poveri sono stati danneggiati, perché non ci sono politiche pubbliche rivolte alle persone, e ci sono indicatori in relazione al confronto della pandemia con risultati peggiori di quelli di Cuba in molti casi.

I tassi di infezione e mortalità per milione di abitanti sono notevolmente più alti negli Stati Uniti che a Cuba (gli Stati Uniti hanno registrato 1.724 morti per milione, mentre Cuba è di 47 morti per milione). Mentre gli Stati Uniti si trincerano nel nazionalismo vaccinale, la Brigata di medici cubani Henry Reeve continua la sua opera tra i più poveri del mondo (per cui, ovviamente, merita il premio Nobel per la pace).’

Senza la possibilità di invadere Cuba con successo, gli Stati Uniti persistono in un rigido blocco. Dopo la caduta dell’URSS, che ha fornito all’isola i modi per aggirare il blocco, gli Stati Uniti hanno cercato di aumentare il loro controllo sul paese caraibico.

A partire dal 1992, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato, a stragrande maggioranza, per porre fine a questo blocco. Il governo cubano ha riferito che tra aprile 2019 e marzo 2020, Cuba ha perso cinque miliardi di dollari in potenziali scambi commerciali a causa del blocco; negli ultimi quasi sei decenni ha perso l’equivalente di 144 miliardi di dollari.

Ora, il governo degli Stati Uniti ha intensificato le sanzioni contro le compagnie di navigazione che trasportano petrolio sull’isola.’

È questa fragilità che pone fianco alle manifestazioni di malcontento, senza che il governo abbia messo in piazza carri armati e truppe. La resistenza del popolo cubano, alimentata da esempi come Martí, Che Guevara e Fidel, si è rivelata invincibile. E dobbiamo, tutti noi che combattiamo per un mondo più giusto, essere solidali con loro.

(**) Fonte: Cubadebate

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CUBA. Le proteste tra riforme e controrivoluzione - Davide Matrone*


In questi giorni a Cuba si sono registrate una serie di manifestazioni contro il governo di Miguel Díaz Canel. A scendere in piazza i mercenari e i controrivoluzionari di sempre ma anche coloro che vogliono delle riforme immediate nel campo economico. Da San Antonio de los Baños son partite le prime proteste che ben presto si sono diffuse su quasi tutta l’isola. Le restrizioni economiche che soffre l’isola per un anacronistico blocco economico hanno messo in ginocchio l’economia del paese. C’è scarsità di alimenti, di medicine, di combustibile e blackout di diverse ore, tutti fattori che metterebbero a dura prova la resistenza psicofisica di qualsiasi individuo e popolo del mondo. Non è la prima volta che Cuba registra momenti di tensione. Il periodo especial, quello del decennio ’90 fu certamente il più duro. Dopo la caduta del muro di Berlino e il calo, da un giorno all’altro, del 70% delle importazioni dall’URSS, sembrava che in qualsiasi momento Cuba avrebbe abbandonato tutto per concedersi totalmente al paradigma neo-liberista. Nessuno avrebbe scommesso un centesimo che nel 2021 ci fosse nei Caraibi e in America Latina un sistema di sviluppo diverso dal libero mercato. Certo, le contraddizioni non mancano, anzi, e sono emerse con le proteste degli ultimi giorni. Non solo proteste ma anche manifestazioni di massa d’appoggio alla Rivoluzione che cerca di resistere e persistere e di ritornare a un processo di rettificazione come al principio degli anni ’90. Per saperne di più, ne ho parlato con José Antonio Quintana, scrittore e storico cubano, oggi insediato in Spagna.

 

Perché e dove sono cominciate le proteste a Cuba?

L’attuale situazione a Cuba è il risultato di una serie di fattori che hanno generato le tensioni che, per la prima volta nella storia della Rivoluzione Cubana, si sono date contemporaneamente in differenti parti del paese.

Le prime manifestazioni sono cominciate nella località di San Antonio de los Baños, a pochi chilometri dall’Avana, nella zona occidentale del paese. In seguito, le proteste si sono sparse in altre zone del paese: Camaguey, Matanzas, Ciego de Ávila e nella zona orientale di Santiago de Cuba. Si sono registrate manifestazioni pacifiche, altre violente scontri con la polizia, saccheggi, atti vandalici e putroppo dobbiamo registrare anche una vittima e diversi feriti. Le cause che hanno provocato questo malessere sociale sono differenti però la pandemia e la crisi economica sono i fattori determinanti.

La crisi economica si è aggravata con la pandemia. C’è scarsità di alimenti, di medicinali, di combustible. Questa situazione è peggiorata, inoltre, con le 200 misure restrittive volute ed applicate dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Senza dimenticare il blocco economico che dal decennio ’60 colpisce duramente l’economia dell’isola.

A questi fattori esterni si aggiungono gli errori del governo nella gestione economica. C’è una lentezza burocratica che non agevola il pacchetto di riforme economiche promesse dal 2008, che comprendono la creazione di micro-imprese, incentivi per l’istituzione di cooperative e libertà individuale di poter importare prodotti dall’esterno. Ci sono state delle improvvisazioni dettate dalla congiuntura attuale che non hanno migliorato l’economia e, infine, la dollarizzazione dell’economia si è realizzata in un momento storico sbagliato. Questo è in sintesi il panorama economico da cui sorgono le proteste.

 

All’interno delle manifestazioni sembrano esserci varie anime, dai controrivoluzionari di sempre a coloro che chiedono delle riforme al sistema. Cosa ne pensi?

Coloro che protestano appartengono a vari settori della popolazione. I mercenari pagati dagli Stati Uniti che vogliono farla finita con il regime e che non vogliono niente a che vedere con il socialismo. Però bisogna dire che non tutti coloro che son scesi in strada sono controrivoluzionari. C’è una parte della popolazione che, seppur a favore della Rivoluzione Cubana, chiede delle riforme e una serie di concessioni, come il diritto alla protesta, la libertà individuale di poter accedere a differenti prodotti dall’estero mediante le rimesse, diversa tipologia di elezioni, allo stile borghese, e la creazione di microimprese.

 

Come ha reagito il Governo?

Cuba in questa dura situazione economica e sanitaria ha messo in campo molte risorse ed energie per creare ben 5 vaccini di cui 2 (SOBERANA e ABDALA) son già usati all’interno del paese ed esportati fuori, in Venezuela e Iran, per esempio. È l’unico paese del Terzo Mondo ad averlo fatto.

 

Rispetto alle proteste, sembra esserci la volontà del governo di voler realizzare dei seri cambiamenti. il governo ha già annunciato di mettere mano e da subito alle riforme economiche congelate da tempo, come quella della libertà d’importazione per poter accedere ad alimenti, medicine ed altri prodotti. Questo aiuterà ad alleviare la sofferenza e le tensioni, a mio avviso. Spero che avvenga prima di dicembre, come avevano promesso. Inoltre, il Presidente Diez Canel ha dichiarato di voler riprendere una serie di politiche sociali abbandonate da tempo e che ai tempi di Fidel Castro avevano dato dei buoni risultati. Ci sono fasce della popolazione con scarse risorse nei quartieri emarginati che hanno bisogno di questi interventi del governo attraverso la partecipazione di operatori sociali. Infine, si cominceranno ad applicare le riforme economiche tanto sperate come l’incremento delle piccole imprese e delle cooperative.

Quali sono le prospettive nell’immediato futuro?

Vedremo cosa accadrà, però la situazione è ben complessa. Inoltre, l’aggressività del governo statunitense di Biden sembra non placarsi, anzi. C’è da tempo una campagna mediatica contro Cuba, ci sono una serie di misure che vogliono aumentare le tensioni sociali nell’isola come la concessione dagli Stati Uniti di internet per tutti i cubani in forma gratuita e l’eliminazione delle rimesse. La guerra economica, politica e ideologica contro Cuba continua e non si è mai fermata.

 

*Davide Matrone, docente e ricercatore di analisi politica all’Università Politecnica Salesiana di Quito, Ecuador. Blogger e politologo.

 

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venerdì 19 giugno 2020

Respirando respirando

«Non posso respirare»: in morte di George Floyd - don Andrea Bigalli
Un uomo muore e rantolando cerca di gridare i motivi per cui ciò accade. «Non posso respirare». Implora, chiama sua madre. Proiettandosi nella difficile immagine della nostra morte personale possiamo immaginare che potrebbe essere quanto noi stessi ci troveremo a dire o urlare.
Nella fattispecie l’uomo che muore è a terra e ha il ginocchio di un altro uomo che gli schiaccia la gola. Quest’ultimo ha l’uniforme da poliziotto. Dovrebbe custodire e proteggere. L’uomo a terra è innocente, non ha fatto niente di male: è nero, il poliziotto è bianco.
La memoria collettiva è sempre più tessuta di immagini, con le conseguenze del caso: restano in testa forse non quanto occorrerebbe per una sensibilità storica determinante. Ce lo chiediamo in molti, spesso: riusciremo a fare degli eventi che si succedono uno dietro gli altri una tessitura di significato? La foto di George Floyd che sta morendo sull’asfalto di una strada di Minneapolis segna un passaggio: sappiamo bene che raffigura un sopruso più volte ripetuto, denunciato senza che questo abbia mai del tutto cambiato le cose. Ma questa volta l’immagine ha colpito l’immaginario collettivo. Non sappiamo se farà storia, ma ha mosso indignazione, da qui si muove un ulteriore che non conosciamo.
«Non posso respirare». Un testo fondamentale del cristianesimo si può capire meglio proprio a partire da questo lamento. Nel vangelo di Matteo Gesù pronuncia un lungo discorso che inizia con un versetto famoso: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli». La beatitudine non indica una condizione di privilegio, una felicità esclusiva. Le condizioni delle beatitudini non lo fanno certo pensare. Siamo di fronte a un’armonia che sembra impossibile, ma è quella dell’essere amati, la coscienza del diritto che si afferma nonostante tutto. Un diritto che è quello fondamentale ad essere amati. Se nessun altro lo fa, Dio si. Una beatitudine che richiama alla fede: chi non ce l’ha, sa bene però che ciò è radicalmente vero. Infatti in verità non è questione di fede o no: è questione di coscienza. Per molti secoli si è chiosato su quel «in spirito»: si può essere poveri, in sintonia con Dio, anche se il portafoglio è gonfio, perché lo spirito colloca su di un piano diverso da quello della realtà, aliena dal mondo di tutti. La spiritualizzazione dei testi della Bibbia ha sottratto molto alla comprensione di un testo fortemente radicato nella concretezza, in un contesto estraneo alla metafisica.
Il Cristo si riferisce alla privazione dello spirito/respiro: il soffio di vita che prorompe dai polmoni è il segno dell’esistere e questo dimostra la presenza di Dio. Dove è presente il Vivente la vita è garantita. Il povero di fiato, incurvato dal peso del dolore secondo l’immagine anticotestamentaria, è schiacciato a terra, qualcuno gli spinge la faccia contro il suolo impedendogli di respirare. A chi è in questa condizione di annientamento è dichiarato il possesso del «Regno dei cieli»: questa espressione indica il governo che Dio vuol imprimere all’esistente, riconducendolo a quella tenerezza con cui Egli stesso l’ha creato. L’autorità della compassione contro il potere della forza. Al di fuori di una Parola incarnata nella povertà, Ella stessa fatta oggetto di ingiustizia e destinata a una morte che toglie il fiato come quella in croce, questo passaggio dell’autorità sul mondo ai poveri è incomprensibile. Quel che non si capisce secondo le logiche del mondo diviene credibile secondo l’intelligenza che ti consegna l’amore.
L’immagine del vangelo di Matteo è drammaticamente attualizzata dalle immagini di George Floyd, a cui spegne il motore del vivere un uomo che asseconda da servo le dinamiche peggiori del potere suprematista. Floyd appartiene a una popolazione impoverita, economicamente e nel diritto, nonostante sia parte della nazione più potente del mondo. Incarna il destino di chi è stato reso povero nella dignità per una catena storica di pregiudizio e di segregazione, le cui motivazioni, uscite dal novero delle leggi, vi rientrano dalla fogna di quella parte del sentire popolare che ha messo alla guida degli Stati Uniti un presidente esplicitamente appoggiato dal Ku Klux Klan. Genti a cui è sottratto lo strumento della cultura: che non sanno futuro, quindi.
Come rendere possibile quel legittimo governo della storia che spetterebbe a coloro che ne hanno il diritto? Qualcuno questo diritto lo fa scaturire dal Vangelo: altri dal senso della giustizia che ci fa pensare che chi è privo del potere dovrebbe esercitarlo, sperando che da questa condizione apprenda la capacità di farlo per tutti. Il come in realtà dovremmo conoscerlo, si chiama democrazia.
Le immagini, dicevamo. Nella marea di quelle che hanno seguito quella dell’assassinio di Floyd ne identifico una: il vescovo Mark Seitz, della diocesi di El Paso in Texas, che con i suoi preti si inginocchia nella posa di protesta degli afroamericani durante l’esecuzione dell’inno nazionale americano, gesto che sta assumendo una virtualità globale. Lo hanno fatto per nove minuti, tanto quanto è durata l’agonia di George. Molti pensano che troppi tra noi preti si inginocchiano di fronte ai poteri di questo mondo. I miei confratelli di El Paso sono tutti abituati a inginocchiarsi come me davanti ai segni della presenza del divino, presumo. Questa volta ciò coincide con la protesta per chi muore ingiustamente. Un gesto per noi usuale si riveste di una sacralità indiscutibile, e luminosa.
Possiamo essere tutti seme di qualcosa di nuovo, di qualcosa di diverso. Basta saper decidere se accanto a una persona che muore si sta in ginocchio in soggezione a chi lo sta uccidendo e alla sua forza o inginocchiati con pena e compassione, solidali.
In una citazione celeberrima dal suo Servabo, Luigi Pintor ci spiega bene in quale atteggiamento: «Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi».
da qui


Il diritto di respirare - Alessandra Ballerini
“Se pretendi che finiscano i disordini ma non credi che l’assistenza sanitaria sia un diritto umano, se hai paura di dire che le vite dei neri contano e hai paura di denunciare la brutalità della polizia, allora non stai davvero chiedendo che cessino i disordini: stai chiedendo che l’ingiustizia continui. L’unico modo per risolvere questa situazione e uscirne definitivamente è garantendo giustizia… Se volete che finiscano i disordini, chiedete che le cose cambino“: questo l’accorato e puntuale invito della parlamentare statunitense Ocasio-Cortez in occasione delle manifestazioni per l’uccisione di George Floyd.
Ghandi direbbe: “Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo”.
Ma prima bisognerebbe chiarirsi cosa si vuole. Certamente le decine di migliaia di persone che manifestano in ogni forma, non solo scendendo in piazza, la propria indignata protesta per l‘agonia di un nero inerme soffocato da un poliziotto bianco immobile e sordo alla legge e alle suppliche, vorrebbero che a nessuno essere umano fosse negato il diritto di respirare. E questo ideale minimo di giustizia dovrebbe valere anche nei confronti di chi rischia continuamente di annegare in mare tentando di raggiungere la fortezza Europa.
Un amico con il quale siamo soliti fare scambi di letture mi ha regalato un libro di Yucatàn Noah Harari, Sapiens, da animali a dei, e tra le pagine avvincenti e spassose di questo testo sulla storia dell’umanità viene così sintetizzata l’evoluzione e il primato dell’uomo sapiens:
“La vera differenza tra noi e gli scimpanzé è il collante dei miti, che lega insieme grandi numeri di individui, di famiglie e di gruppi. Questo collante ci ha resi padroni del creato“.
E tra i miti Irrinunciabili che tengono insieme gli esseri umani, ai primi posti c’è quello della Giustizia. Per questo si protesta per l’uccisione del signor Floyd. Per questo volontari da Lampedusa a Ventimiglia tentano tra mille ostilità di offrire accoglienza a profughi e diseredati della terra mentre avvocati e attivisti presentano esposti e denunce chiedendo, appunto Giustizia, per i morti in mare.
E per questo, come dice la parlamentare statunitense, pretendiamo che le cose cambino. Di più, come ci ha insegnato Gandhi, dovremmo essere noi quel cambiamento.
Abbiamo avuto molte settimane per riflettere, gestire paure, coltivare ideali. Abbiamo visto intuito i danni delle cattive politiche sociali e ambientali, abbiamo capito quanto male fanno la corruzione, l’evasione fiscale, l’incompetenza, l’inquinamento, la discriminazione. Abbiamo compreso sulla nostra pelle che diritti e libertà possono essere individuali solo se rispettosamente condivisi e tutelati.
Ora abbiamo compreso cosa vuol dire essere impotenti, vulnerabili, soli. E quanto siano preziose e affatto scontate le nostre libertà e indivisibli i nostri diritti.
Ora non abbiamo davvero più scuse per non pretendere o meglio essere quella Giustizia alla quale dovremmo naturalmente tendere se l’evoluzione della specie è servita a qualcosa.
E proprio in questi giorni, finalmente, il Consiglio della Regione Liguria ha approvato la proposta (di legge dei consiglieri Gianni Pastorino e Francesco Battistini per l’istituzione) del garante delle persone private delle libertà anche in Liguria che era l’unica di Italia ancora rimasta priva di questa fondamentale figura di garanzia. La notizia che il tutto il Consiglio (tranne la Lega che si è astenuta) ha votato a favore, evidentemente consapevole che della necessità di vigilare affinché nessuno, neppure il peggiore degli assassini, nelle mani dello Stato e delle sue divise, subisca le violazioni di quei diritti inviolabili che lo Stato dovrebbe tutelare, lascia sperare che un primo timido ma fondamentale passo verso il cambiamento si stia compiendo. Una boccata di aria buona, anche con la mascherina.
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La catastrofe del respiro - Donatella Di Cesare
Forse ne verremo fuori con una patente di immunità che attesti i nostri anticorpi. Passeremo, quasi per abitudine, fra sofisticati termoscanner e fitti circuiti di videosorveglianza, in luoghi e non-luoghi sanificati, mantenendo la distanza di sicurezza, guardandoci intorno cauti e diffidenti. Le mascherine non ci aiuteranno a distinguere gli amici, e a venirne riconosciuti. A lungo continueremo a scorgere ovunque asintomatici che, ignari, annidano in sé la minaccia intangibile del contagio. Forse il virus si sarà già ritratto dall’aria, scomparso, dissolto; ma ne resterà a lungo il fantasma. E noi avremo ancora l’affanno, il fiato corto.
Potremo raccontare quell’evento epocale che abbiamo vissuto. Lo faremo da sopravvissuti – inconsapevoli, magari, dei rischi che ciò nasconde. Non solo per le insidie della rimozione; né solo per quell’impegno che la vita ha di portare con sé la vita che non c’è più, di riscattarla e indennizzarla, nel lavoro infinito del lutto. La sopravvivenza può inebriare, esaltare. Può diventare una sorta di piacere, una soddisfazione insaziabile, ed essere presa persino come un trionfo. Chi è vissuto oltre, chi è sfuggito alla sorte che si è abbattuta sugli altri, si sente privilegiato, favorito. Questa sensazione di forza, come ha osservato Canetti, prevale persino sull’afflizione. Come se si avesse dato buona prova di sé, e si fosse in un certo senso migliori. Bandito il pericolo, si avverte la prodigiosa, eccitante impressione di essere invulnerabili. Proprio questa potenza del sopravvissuto, la sua rinnovata invulnerabilità, potrebbe rivelarsi un boomerang, un danno di ritorno, spingendolo a credere di poter restare indenne anche in futuro.
Saremo dunque sopravvissuti sani e salvi, immuni e immunizzati, forse già vaccinati, sempre più protetti e assicurati, in lotta per indennizzi e indennità. Celebreremo una certa resistenza, lasciando indistinto il confine tra lotta politica e reattività immunitaria. Non potremo ritenerci reduci o scampati da un conflitto perché, anche se il gergo militare ha dominato la narrazione mediatica, sappiamo che non è stata una guerra. Immaginare così quel che è avvenuto sarebbe un errore reiterato, un ostacolo per ogni riflessione. Non è stata una guerra – nessuno ha vinto. Molti sono stati sopraffatti senza poter combattere; molti hanno perso tutto, integrità e proprietà. Proprio quelli che possedevano meno degli altri, i più indifesi, i più esposti.
Essere usciti indenni da quest’inedita e immane catastrofe del respiro non autorizza a credere di essere intatti e inaccessibili al danno. L’indennità non salva. E l’immunità, più che un successo, si capovolge nel contrario. È come quando il rimedio si rivela un veleno. Perciò fallisce il tentativo di evitare a tutti i costi il danno, di calcolare l’incalcolabile, di innalzare iperdifese. L’organismo che, nell’intento di tutelare la propria indennità, manda in giro la truppa dei suoi anticorpi per impedire l’ingresso agli antigeni stranieri, rischia di autodistruggersi. È quel che mostrano le patologie autoimmuni. Bisogna allora proteggersi dalla protezione. E dal fantasma dell’immunizzazione assoluta.
Il respiro è sempre stato il simbolo dell’esistenza, la sua metonimia, il suo sigillo. Esistere è respirare. Nulla di più naturale, nulla di più emblematico. Eppure, già a partire dal secolo scorso, il respiro è stato bersaglio sistematico. Basti pensare all’impiego sempre più esteso e sofisticato di gas e veleni: dal cloro, sul primo fronte bellico, all’acido cianidrico, nello sterminio, dalla contaminazione radioattiva alle armi chimiche. Anche in seguito sembra che la scienza delle nubi tossiche e la teoria degli spazi irrespirabili abbiano fatto progressi. Al punto che si può parlare, come ha suggerito Peter Sloterdijk, di «atmoterrorismo», dato che non si prende di mira la vittima designata, bensì l’atmosfera in cui vive. Non più colpi diretti, né responsabilità palesi. Chi muore cade sotto il proprio stesso impulso a respirare. Di chi sarà la colpa? La manipolazione dell’aria ha messo fine al privilegio ingenuo goduto dagli esseri umani prima della cesura novecentesca, quello di respirare senza preoccuparsi dell’atmosfera circostante.
Non è un caso che la letteratura abbia guardato a ciò con apprensione. È stato Hermann Broch a intuire che il respiro non sarebbe più stato naturale e a diagnosticare che, mentre l’aria avrebbe finito per diventare un campo di battaglia, la comunità umana sarebbe soffocata dai veleni impiegati contro se stessa. L’atmoterrorismo rivolto all’interno mostrava già caratteri suicidi. Nel suo saggio Il meridiano Paul Celan ha celebrato il respiro, ne ha denunciato lo sterminio, ha raccolto e articolato il rantolo delle vittime e promuovendone il riscatto nella poesia, che ha chiamato «svolta del respiro».

Nessuno avrebbe potuto immaginare questa catastrofe del respiro, provocata da un virus, che sembra però stagliarsi sullo sfondo di un’inquietante continuità. L’aria ha perso da tempo la sua innocenza. E dopo l’effetto serra l’alito dell’esistenza non è più libero, né naturale. La spaesatezza vuol dire anche questo: che l’atmosfera, pervasa da concorrenti microbici, è inabitabile e irrespirabile. S’impone tuttavia la convivenza. È in tale contesto che le nuove scienze scoprono i sistemi immunitari.
Cresce la diffidenza, aumenta il sospetto. A meno di non ricorrere a spazi sottovuoto, occorre vivere in un ambiente contaminato, infettato, avvelenato. L’integrità è un miraggio del passato. Per avere condizioni accettabili l’organismo deve votarsi a una veglia permanente, a una sorveglianza insonne. Virus e batteri sono tra noi. Questi nuovi coinquilini aggressivi invadono anche l’intimità, insidiano l’antica dimora, dove tentato di stanziarsi.
La società dell’igiene chiama a raccolta e l’immunità diventa un’ideologia. La cura ossessiva di sé e la medicalizzazione continua sono lo specchio della chiusura selettiva, del rifiuto convinto alla partecipazione, della conservazione caparbia. I sistemi immunitari sono i servizi di sicurezza specializzati nella protezione e nella difesa contro invisibili invasori, virus migranti che avanzano pretese di occupazione dello stesso spazio biologico. Il miraggio dell’immunità procede di pari passo con la globalizzazione.
Non si tratta solo di metafore allusive. L’edificazione dell’immunità – su cui ha riflettuto non per caso la filosofia più recente, a cominciare da Jacques Derrida – va ben al di là delle categorie biochimiche o mediche e mostra evidenti caratteri politici, giuridici, religiosi, psichici.
Nel globo epidemico la biopolitica, anziché perdere valore e rilevanza, si è potenziata diventando immunopolitica. La catastrofe latente, che attraversa e inquieta i decenni del nuovo secolo, non è un però un semplice rischio, che rientrerebbe nel calcolo governamentale dei rischi. Non si può minimizzarne la portata, sminuirne intensità ed estensione. La catastrofe è ingovernabile e mette allo scoperto tutti i limiti della governance neoliberale. È un’interruzione che segna il corso della storia, scalfisce l’esistenza, cambia habitat, abitudini, abitazione e coabitazione. Ha la tonalità dell’irreversibile e il timbro dell’irreparabile. Nulla sarà più come prima. Il mondo di ieri appare quello di un passato remoto, sfuggito, collassato. Nel presente, impoetico e luttuoso, il respiro è stato sconvolto.
Ma anziché indugiare in un rapporto catastrofico con la catastrofe, occorre considerare l’esigenza che la pandemia globale ha portato alla luce. Non è una lotta di confine quella che si verifica tra virus e anticorpi nell’organismo umano dove il sé e l’estraneo sono invece connessi in un gioco intricato; il sistema immunitario, che interviene con le sue volanti e le sue truppe di sicurezza, rischia di andare troppo a fondo. Nell’intento di eliminare l’altro, il sé finisce per uccidersi o esporsi a malattie autoimmuni. Il sé identitario e sovranista non se la cava bene. Anche perché presume un’integrità che non esiste: al suo interno si verificano sempre microscontri, piccole guerriglie. La cosiddetta «dose infettante» è indispensabile. Per funzionare gli anticorpi devono interpretare la parte degli estranei, senza ostentarsi come fieri autoctoni, e in quella parte – il teatro può aiutare! – riconoscersi stranieri residenti. Questa sarà la salvezza e la salute. La difesa poliziesca non giova neppure qui.
Sarà necessario convivere con questo virus e, forse, con altri. Il che significa coabitare con il resto della vita in ambienti complessi, che si sovrappongono e si incrociano, nel segno di una riscoperta covulnerabilità.
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Non posso respirare – Frei Betto

Sono state le ultime parole di George Floyd: “non posso respirare”. Neanch’io. Non posso respirare in questo Brasile gettato nell’ingovernabilità da militari che minacciano le istituzioni democratiche e esaltano il golpe del 1964, che ha instaurato 21 anni di dittatura; lodano torturatori e miliziani, praticano scambi di favori, un “ prendi là – dammi qua”, con i famigerati politici corrotti dell’ala centrista; imitano in modo ostentato i nazisti; danneggiano simboli ebraici; complottano in riunioni ministeriali per agire in contrasto con la legge; usano parolacce negli incontri ufficiali come se fossero in un covo di gente di malaffare; prendono in giro chi osserva i protocolli di prevenzione della pandemia e scendono in strada indifferenti ai 30.000 morti e alle loro famiglie come per festeggiare una così grande mortalità. “Non posso respirare” quando vedo la democrazia asfissiata; la Polizia Militare che protegge i neofascisti e attacca chi difende la democrazia; il presidente più interessato a rendere disponibili armi e munizioni più che risorse per combattere la pandemia; il Ministero dell’Educazione diretto da un semianalfabeta che minaccia di replicare “la notte dei cristalli” dei nazisti, afferma pubblicamente di odiare i popoli indigeni e propone di imprigionare i “vagabondi” del Supremo Tribunale Federale.
“Non posso respirare” nel vedere i comandanti delle Forze Armate restare in silenzio davanti a un presidente squilibrato che non nasconde di avere come priorità di governo la sicurezza propria e dei suoi figli, tutti sospettati di crimini gravi e di complicità con assassini professionisti. “Non posso respirare” davanti all’inerzia dei partiti cosiddetti progressisti, mentre la società civile si mobilita in potenti manifestazioni di indignazione e per la difesa della democrazia. “Non riesco a respirare” di fronte a questa comunità imprenditoriale che, con l’occhio ai profitti e indifferente alle vittime della pandemia, preme per l’immediata apertura dei suoi affari, mentre i letti d’ospedale sono pieni e le tombe raso terra si moltiplicano nei cimiteri come gengive sdentate di Tanatos.
“Non riesco a respirare” quando, in Brasile e negli Stati Uniti, i cittadini vengono picchiati, arrestati, torturati e assassinati per il “crimine” di essere neri e, quindi, “sospetti”. Mi manca il fiato quando vedo João Pedro, un ragazzo di 14 anni, che perde la vita in casa sua, colpito alla schiena da un fucile mentre gioca con gli amici. O i fattorini dei pacchi che vengono assassinati da agenti di polizia che ci considerano imbecilli nel provare a cercare una spiegazione per la morte di così tanti civili inermi.
“Non riesco a respirare” quando penso che il crimine barbaro commesso contro George Floyd si ripete ogni giorno e rimane impunito per non avere una macchina fotografica in grado di cogliere in flagrante simili omicidi. O nel vedere Trump, dall’alto della sua arroganza, reagire alle proteste anti-razziste minacciando di ridurre al silenzio i manifestanti con l’accusa di terrorismo e con l’intervento dell’esercito. Come posso dare ossigeno alla mia cittadinanza, al mio spirito democratico, alla mia tolleranza, nel vedermi circondato da imitatori del Ku Klux Klan; generali che si improvvisano ministri della salute nel pieno di una tragedia sanitaria; manifestanti che infrangono, impuniti, la legge sulla sicurezza nazionale; e la Borsa che sale, mentre migliaia di bare scendono nelle tombe che accolgono le vittime della pandemia? Ho bisogno di respirare! Non lasciare che soffochino la società civile, i media, la libertà di espressione, l’arte, i diritti civili, il futuro di questa generazione condannata a vivere in questo presente nefasto.
Respiro però quando leggo quello che lo stilista Marc Jacobs ha postato su Instagram dopo che uno dei suoi negozi è stato distrutto dalle proteste a Los Angeles: “Non lasciate mai che vi convincano che i vetri rotti o i saccheggi sono violenza. La fame è violenza. Vivere per strada è violenza. La guerra è violenza. Bombardare la gente è violenza. Il razzismo è violenza. La supremazia bianca è violenza. L’assenza di assistenza sanitaria è violenza. La povertà è violenza. Contaminare le fonti d’acqua per il profitto è violenza. Una proprietà può essere recuperata, le vite no”.
Faccio miei i versi di Cora Coralina: voglio “più speranza nei miei passi che tristezza nelle spalle”.
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Io che posso respirare - Alessandro Ghebreigziabiher
I can’t breatheio non posso respirare. Perché non ci riesco e perché qualcuno ha deciso, giudicato e sentenziato che la mia vita è giunta al termine.
Può accadere così, ora, ma non da un momento all’altro, poiché non v’è alcunché di estemporaneo e singolare, in tale misfatto legalizzato e generalmente tollerato.
I cannot breatheio non posso respirare, sono


state le ultime parole su questa terra di George Floyd.
Ma - ahi loro, tutti, nessuno escluso – non è stato il primo e non sarà di certo l’ultimo a venire ammazzato impunemente, in barba a ogni decenza umana, ancor prima che fondamento giuridico.
I can’t breatheio non posso respirare, è altresì un virale quanto appassionato hashtag del giorno dopo, #icantbreathe, con cui sfogare sdegno e reclamar giustizia sulla digitale lavagna collettiva.
I can’t breatheio non posso respirare - che diventa noi non possiamo subire ancora senza


reagire - è anche l’urlo rabbioso di una porzione di umanità dalla melanina sbagliata solo nel pallido occhio di chi guarda; cittadini come gli altri sulla carta bollata, i quali rovesciano il proprio rancore sullo Stato a cui appartengono, ma che insiste a violentarli istituzionalmente; cosa che peraltro fa ogni santo giorno da quando ne rapì gli antenati oltre oceano.
Tuttavia, I can’t breatheio non posso respirare, è anche l’inascoltato e straziante ultimo appello di un numero orrendamente enorme di nostri simili,


i quali vengono altrettanto assassinati sotto i nostri occhi, in tutti i disumani modi che una perversa immaginazione sia in grado di concepire.
Poiché pure nelle carceri a cielo aperto o posticcio che chiamiamo asetticamente centri campisommersi dai flutti o riversi su ammassi di legno marcio e illuse speranze, al riparo di rifugi che

non riparano affatto e rifugiati tra le grinfie di coloro che promettono riparo - e invece propinano il contrario - vi sono creature innocenti a cui viene tolto l’ultimo respiro; il più delle volte la sola naturale ricchezza sopravvissuta nel corpo.
Per queste e altri miliardi di ragioni, tante quante le vittime programmate che pure in questo momento si vanno ad aggiungere al triste elenco, mi sento in dovere di ricordare che io posso respirare.
can breathe, ovvero io posso respirare, e per questo motivo avverto l’urgenza di non sprecar fiato e al contrario far sentire la mia voce in ogni istante divento testimone, diretto o indiretto, di anche solo una delle sopra citate uccisioni.
A dirla tutta, io che posso respirare ho la possibilità e l’occasione di fare qualcosa ben prima che l’aria innocente venga sottratta dai prepotenti di questo mondo, assassini riconosciuti o camuffati sotto qualsivoglia uniforme.
Io che posso respirare potrei anche rammentarmi di restare in silenzio, talvolta, quando ogni parola è di troppo, e sarebbe già qualcosa.
Perché io che posso respirare ancora, e magari so per certo che domani e anche il dì seguente sarà lo stesso, potrei sfruttare questo tempo per riflettere e studiare una strategia a lungo termine che favorisca sul serio il cambiamento per chi paghi sulla sua pelle la violenza razzista in ogni singolo istante della propria vita; sia che termini bruscamente per l’abuso di un agente come per l’indifferenza di interi continenti.
Le conseguenze di tale improvvisa consapevolezza sarebbero incredibilmente virtuose. Per esempio, io che posso respirare potrei accorgermi finalmente di coloro i quali sono costretti vita natural durante a trattenerlo o anche solo a modularlo con estrema cautela, il respiro, per paura di venire travolti dalla furia del primo passante a portata d’odio.
Coraggio, quindi. Oggi arrestiamo pure i polmoni per unirci alla protesta, ma non dimentichiamo di dare un senso al privilegio della scelta quando il clamore si sarà placato e tutto tornerà sbagliato come prima…

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Immagini, commenti e lezioni dal movimento USA contro razzismo di sistema e violenza della polizia

 

Non chiamiamola “protesta”. Perché quando la protesta di massa si dà parole d’ordine e rivendicazioni comuni, e persegue i suoi obiettivi con pratiche altrettanto di massa, non e’ più una protesta senza “idee”. E’ un movimento che si organizza per realizzare delle rivendicazioni e che comincia a mettere a nudo cosa c’è sotto la punta dell’iceberg del razzismo della polizia, fino a esprimere momenti di lotta radicale contro quel lascito colonialista che è indissolubilmente legato alle origini e allo sviluppo del capitalismo e dello sfruttamento di classe.
La principale rivendicazione del movimento è, ora, “DEFUND THE POLICE” (togliere fondi alla polizia), condivisa dalla gioventù proletaria afroamericana, bianca e ispanica, che a dispetto della pandemia sta sfidando lo Stato americano.
Prima ancora che si chiarisca nei dibattiti pubblici chi sono, per il movimento, gli amici veri amici e quelli  finti (quelli del campo del partito democratico che vorrebbero ridurre il razzismo sistemico ad un problema di “mele marce” nella polizia, e ricondurre il movimento nell’alveo del processo democratico-elettorale), certi chiarimenti fondamentali stanno avvenendo nel vivo della lotta.
Sarebbe complicato ricondurre la richiesta di DEFUND THE POLICE ad una neo-obamiana riforma della polizia. Questa nuova rivendicazione, che nasce proprio dalla delusione per le ‘riforme’ della polizia, è un attacco ad una istituzione chiave dello stato capitalistico statunitense. Un attacco radicale, tant’è che si chiede alla AFL-CIO e agli altri organismi sindacali di espellere i sindacati di polizia dalla “casa comune” dei lavoratori americani.
New York zona di guerra
Ne sono consapevoli i sindacati di polizia, che il 10 giugno, attraverso Ed Mullins, leader di una delle principali organizzazioni del sindacato di polizia, dichiarano alla stampa e a Fox News che la città di New York è zona di guerra, ed invocano un immediato intervento delle istituzioni federali.
La stampa “liberal” e democratica critica questa richiesta sostenendo che la rappresentazione data dai sindacati di polizia su quanto accade a New York non corrisponde alla realtà – le proteste sono pacifiche. Ma la polizia, per mezzo dei suoi sindacati, avverte chiaramente di essere sotto attacco da parte del movimento di massa che richiede il suo smantellamento (sia pure progressivo) in quanto istituzione coercitiva e repressiva dello Stato di classe.
DEFUND THE POLICE non si attarda dietro le illusioni di un nuovo New Deal democratico e riformatore, marcia attraverso il CHAZ
Sebbene nel movimento di massa viva la speranza, e l’illusione, di poter raggiungere i propri obiettivi condizionando con la lotta la contesa elettorale di autunno, esso non sembra paralizzato da questa speranza. E sta cominciando a mettere in atto, attraverso azioni concrete e di massa, la cacciata della polizia dalle città – obiettivo che il movimento si prefigge attraverso la rivendicazione DEFUND THE POLICE. Cancellare i finanziamenti ai dipartimenti di polizia non è semplicemente richiedere una diversa destinazione dei soldi “pubblici”, toglierli alla polizia per destinarli ai “servizi sociali”. Significa immaginare una società dove la polizia sia estromessa dai quartieri proletari e dalle scuole perché la sua unica funzione è quella della repressione. Il messaggio è: le comunità degli sfruttati debbono e possono salvaguardarsi da sé.
A Seattle da alcuni giorni il movimento ha circondato il Dipartimento dipPolizia del distretto orientale. Ha chiuso l’edificio con barricate e ha costretto il corpo di polizia ad evacuare lo stabile. Ha occupato tutta l’area Est intorno, e l’ha dichiarata Capitol Hill Autonomous Zone (CHAZ), “zona libera”, libera dalla polizia.
Decisamente qualcosa di più della riedizione dell’assedio dei no global americani al WTO del 1999 o degli “Occupy Wall Street” del 2011,
Non è solo una azione simbolica; è la messa sotto scacco di un’istituzione chiave dello Stato (non certo solo negli States, ma lì in modo tutto speciale) da parte di un movimento che avverte il bisogno di sfrattarla dalla vita sociale.
L’intero distretto orientale di Seattle è stato dichiarato off limits alle forze di polizia, mettendo in pratica una auto-organizzazione della “società” che dichiara di non aver bisogno delle forze armate dello Stato per tutelarsi. Anzi, sostiene che la vita in sicurezza delle proprie comunità necessità proprio della messa al bando delle forze di polizia.
Si discute su come la società possa organizzare da sé per la “sicurezza” di tutti e di ciascuno. La difesa degli sfruttati afroamericani, bianchi e di ogni colore viene presa in mano da loro stessi, contro chi opera la “sicurezza” (dell’ordine del capitale) contro di loro.
Quindi non è la messa in scacco simbolica (comunque significativa, sia chiaro) delle istituzioni sovranazionali del capitalismo (WTO, G8, banche e borse), è la diretta presa di possesso di una parte di territorio metropolitano che, al di là di quello che pensano i giovani di tutti i colori che animano l’iniziativa, rappresenta una sfida al potere dello Stato. Non una zona autorganizzata nelle periferie desolate, ma una zona auto-organizzata nel cuore della città, costringendo all’inazione uno degli organi di repressione dello Stato del capitale.
La stampa democratica e liberal critica la presa di posizione dei sindacati di polizia che dipingono queste azioni come la creazione di “zone di guerra”, convinti di poter disinnescare dall’interno la “protesta”. In realtà i sindacati della polizia hanno colto la carica di esplosiva pericolosità sociale che questo movimento sta incubando.
E lo Stato di classe, lo stato del capitale?
In che cosa potrà tradursi questo ulteriore passo in avanti del movimento nato dall’assassioni di George Floyd non è facile da prevedere. Ma una cosa è certa: oltre la polizia – attraverso le dichiarazioni dei suoi sindacati – sono lo Stato federale, la Casa Bianca a lanciare l’allarme e dichiarare che questo esperimento va estirpato orasubito. Si tratta di terrorismo all’interno del paese, che richiede azioni militari immediate di risposta.
Trump, infatti, continua ad invocare il dispiegamento dell’esercito per riportare la legge e l’ordine, riprendere possesso delle 6 “zone liberate”  e, con esse, il pieno controllo della città.
Gli Stati Uniti d’America, leader del capitalismo e dello sfruttamento mondiale, per la prima volta nella loro storia, si confrontano con un movimento di massa, di fatto radicale, che pone, inconsapevolmente si dirà (e ci può stare), le premesse per una più generale battaglia, a venire, sulla questione del potere (Nel febbraio e nel novembre 1919 sempre la città di Seattle fu il teatro di potenti scioperi e manifestazioni di solidarietà con la rivoluzione russa; allora, però, la locomotiva era altrove, oggi è qui).
Ci saremmo aspettati che gli apparati statali statunitensi, con il proprio esercito, polizia e corpi di intelligence facessero piazza pulita in un battibaleno. E invece questi stessi apparati sono scossi da acute contraddizioni, e varie istituzioni sfuggono alle direttive del comandante in capo.
Il fatto più clamoroso è la polemica tra la Casa Bianca e i capi del Pentagono sull’impiego dell’esercito per sedare le rivolte. Una polemica che ha prodotto una (parziale) impasse dello Stato ad esercitare la repressione. Sappiamo bene che questo non fermerà la controffensiva del capitale, che potrà essere “legale” e democratica, o anche “illegale”, con le squadracce bianche che abbiamo visto agire nelle città americane durante le prime settimane della pandemia.
Questi scricchiolii cominciano a farsi sentire oltre oceano, e speriamo anche tra le sterminate masse sfruttate dall’imperialismo, in Africa e in Medio Oriente. E la cosa sta complicando maledettamente tutti i piani di azione e di ordine che il capitale USA stava prospettando per uscire dalla crisi: compattare un ampio fronte sociale nazional-popolare contro la Cina e gli “alleati” europei filo-cinesi. Questo movimento si erge anche come un ostacolo insormontabile contro i tentativi della destra trumpista di accorpare i proletari bianchi in un nuovo slancio nazionalista e popolare.
La crisi innescata dal nuovo coronavirus ha accelerato le dinamiche di polarizzazione sociale negli USA. La crisi  economica è precipitata disastrosamente, evidenziando l’oppressione di classe che il trumpismo e l’obamismo avevano tentato di nascondere sotto il tappeto. I giovani bianchi senza riserve e/o certezze hanno deciso di rompere il lock down a dispetto della pandemia. E non perché abbiano raccolto l’invito di Trump a difendere la propria “libertà individuale” sottomettendosi all’imperativo della produzione: il profitto. Tutto al contrario: hanno raccolto l’invito ad unirsi con gli afroamericani nella lotta contro un regime oppressivo e razzista, che colpisce doppiamente gli afroamericani, ma non offre alcuna salvezza nemmeno ai proletari bianchi. Un regime che di fatto è neo-colonialista anche al suo interno, perche’ le genti di colore e le nuove generazioni di latino americani immigrate negli USA subiscono tutti i giorni i meccanismi di un razzismo sistemico e di classe che ne fa carne da macello per i profitti del capitale. Una lezione che gli operai dell’agro-industria e della lavorazione delle carni, prevalentemente latino-americani, stanno imparando attraverso 20 giorni di scioperi e battaglie per la difesa della salute loro e delle famiglie, contro un sistema di produzione che non può essere fermato, costi quel che costi.
Il movimento di lotta contro il razzismo della polizia torna alle origini del razzismo, e rimette in discussione la storia e i suoi segni
Durante queste ultime giornate di lotta abbiamo assistito all’abbattimento delle statue dei mercanti di schiavi e dei generali confederali in tante città degli Stati Uniti. Con una partecipazione, questa volta, davvero di massa (non come il teatrino inscenato a suo tempo con l’abbattimento della statua di Saddam, dai commedianti del Pentagono e della CIA).
Questa azione è stata emulata in tante piazze della Gran Bretagna. Ed è tutt’altro che meramente simbolica. Esprime la convinzione che sotto la punta dell’iceberg della violenza razzista della polizia, c’è un’intera impalcatura politica, sociale ed economica che la riproduce di continuo. E viene da lontano: dal colonialismo storico, appunto. Non basta dunque fare piazza pulita ai vertici della polizia; è necessario riprendere le fila di una lotta radicale contro la società di classe e razzista, che ha prodotto e produce colonialismo e razzismo – schiavitù con catene metalliche e moderna schiavitù salariata -, e continua ad onorare i propri progenitori razzisti.
Viene ridiscussa e rivista la storia con gli occhi degli sfruttati, che si rifiutano di onorare i simboli dello schiavismo e del colonialismo.
Anche Cristoforo Colombo, il mercante di schiavi genovese che Leone XIII voleva beatificare e il cardinale Bagnasco addirittura, se possibile, santificare, il celebre “scopritore” del nuovo mondo, viene preso a bersaglio dalla molto razionale collera del movimento anti-razzista, come espressione di un sistema sociale che, sin dalle sue origini, ha fatto progressi  sulla rapina, sulla violenza, sull’oppressione e sulla più bestiale schiavitù delle popolazioni native e nere da parte di una minoranza di avidi colonizzatori bianchi (non singoli uomini “avventurosi”, ma pedine di ben identificabili stati e centri di interessi bancari e commerciali).
La critica di massa non risparmia nessuno, nemmeno gli “eroici” condottieri delle nazioni democratiche durante il macello del secondo conflitto mondiale imperialista: tutti strumenti di un comune sistema di classe e razzista.
In pochi giorni, questo movimento sta mettendo all’indice l’infame storia scritta dall’ideologia dominante. Churchill non è più “l’eroe” che “ha difeso il mondo libero” (come la propaganda borghese ufficiale pretende farci credere), ma un razzista a capo di uno dei più brutali Stati colonialisti della storia.
I simulacri dell’ideologia capitalista vengono giustamente profanati. Questa iconoclastia del movimento è già ora un’espressione radicale di opposizione al capitalismo mondiale, che le lotte negli USA stanno diffondendo al resto del mondo.
Potranno queste prime espressioni di radicale denuncia del colonialismo, come causa prima del razzismo sistemico che domina nelle cittadelle occidentali dell’imperialismo, rappresentare anche un primo passaggio verso il sostegno delle lotte nei pasi da esso dominati, dall’Africa al Medio Oriente all’estremo Oriente?
Certo governi borghesi e servi del capitale non dormono sonni tranquilli. E non gli sarà facile continuare le manovre di manomissione che Washington, Londra, Parigi, Roma, Berlino e Tokyo hanno potuto condurre “indisturbati” negli ultimi anni, ai danni di tutti gli sfruttati dall’imperialismo.
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