Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post

lunedì 20 aprile 2026

“Il mondo può avere la pace o può avere israele, ma non può avere entrambi” - Gianni Lixi

 

In questa agghiacciante e però tristemente vera frase di Caitlin Jonston è condensata tutta la realtà di israele dalla sua nascita ad oggi. Per volere la pace deve smettere di occupare e questo per israele è impossibile. Sono gli stessi politici israeliani ad esternare candidamente il progetto della Grande Israele; non si riesce a capire però quanto grande: Palestina, Siria, Libano, Giordania…… E’ per questo che non ha confini. E’ il paese delle eccezioni: tutti i paesi hanno un confine: eccetto israele, tutti i paesi possono essere criticati: eccetto israele; tutti i paesi devono rispettare le risoluzioni dell’ONU: eccetto israele che ha disatteso un numero di risoluzioni ONU di gran lunga più numeroso rispetto agli altri paesi. Recentemente il ministro della difesa Kaz ha detto che il sud del Libano, almeno sino al fiume Litani verrà occupato “per ragioni di sicurezza” ed i 600000 libanesi che ci vivono non potranno rientrare. Le chiamano così le occupazioni: ”Buffer zone”, “zone militarizzate per ragioni di sicurezza…” E’ un’area pari al 20% dell’intero paese!! Ma vi immaginate cosa sarebbe per l’Italia perdere il 20% del suo territorio? Sarebbe perdere Piemonte, Liguria e Lombardia!

Eppure nonostante le sconfitte (si perché le guerre non le vince chi ammazza più civili) che stanno collezionando non si fermano. Anzi sembra che la loro brutalità sia ormai senza obiettivo, pura bestialità. Hanno ammazzato 100000 palestinesi a Gaza e molti ancora moriranno a causa del brutale disegno di radere al suolo le strutture sanitarie, hanno ammazzato 30000 tra donne e bambini. Non hanno ottenuto nessuno degli obiettivi che si erano prefissati: con il genocidio dovevano ottenere la pulizia etnica di Gaza, deportare i rimanenti palestinesi in Egitto, Giordania, Somalia….smilitarizzare la striscia. Gaza non diverrà la riviera del mediterraneo come l’immobiliarista Kushner voleva. Ed i palestinesi pur vivendo in condizioni disperate sono ancora la.

Alla fine degli anni trenta hanno iniziato le bande terroristiche sioniste di Irgun, Agana e della Banda Stem che hanno attuato la pulizia etnica dei villaggi palestinesi. Poi una volta fatto fuori un illuminato diplomatico delle nazioni unite (Folke Bernadotte), che si batteva per una divisione equa delle terre (comunque rubate ai palestinesi) si sono fatti approvare da funzionari ONU compiacenti (sionisti) mai stati in Palestina, un piano che prevedeva per la minoranza ebraica la maggioranza della terra. Da li non si sono più fermati. Si servono dell’occupazione violenta dei territori unita ad un processo di cinismo politico che ha come obiettivo quello di cercare di dividere la popolazione residente. Gli accordi di Oslo in Palestina sono serviti a creare una entità l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) che è stata la longa mano israeliana nella West Bank. Dico è stata perché attualmente israele controlla ed occupa “legalmente” la West Bank e non ha più bisogno dei venduti e corrotti politici dell’ANP. E quando occupa lo fa con spietato cinismo. Occupa terre strategicamente utili. Terre ricche di acqua o di fiumi da deviare per poi assetare i villaggi palestinesi. Alture, la più famosa è la terra Siriana del Golan. Occupano aree che si trovano tra villaggi palestinesi per distruggere l’economia locale.

All’indomani del cessate il fuoco in seguito all’aggressione congiunta Usa- israele all’Iran, hanno eseguito in 10 minuti 100 attacchi aerei contro la popolazione libanese facendo più di 2200 morti. Subito dopo, la cinica diplomazia israeliana ha cercato di promuovere trattative negli USA con rappresentanti politici libanesi nell’intento di isolare il Libano del sud storicamente difeso dagli attacchi israeliani da Hezbollah. In occidente la propaganda israeliana è riuscita a far percepire i resistenti di Hezbollha come se fossero terroristi (come ha fatto con i resistenti palestinesi), e non come gli unici resistenti che si oppongono alla continua minaccia di occupazione del sud del Libano. L’isolamento politico del sud del Libano al quale mira israele sarebbe un Karakiri del governo Libanese ed un lasciapassare alle continue ed insaziabili mire espansionistiche dei sionisti. La pace con l’Iran poi è come fumo negli occhi per israele perché la pace è foriera di stabilità della regione che è l’esatto opposto di quello che serve ad israele. Solo l’istabilità può garantire ad israele di perseguire i suoi nefasti obiettivi.

E l’America non può volere la pace se israele non la vuole. L’America è sempre stata sotto ricatto sionista ma ora è diverso, non esiste solo il ricatto dei soldi per le elezioni, per le università e così via discorrendo. C’è un pedofilo del Mossad morto (ammazzato) che ha creato una banca dati di cui conosciamo solo la parte meno compromettente. L’altra parte è quella che tiene in ostaggio il governo americano e non solo.

E’ difficile che israele da sola possa riuscire a cambiare atteggiamento a meno che non sia “aiutata” da una Europa che dovrebbe riuscire a battere un colpo, e che invece al momento è complice.

Tutti gli uomini di buona volontà vorrebbero che la frase di Caitlin Jonston non fosse vera, ma tutti quegli uomini purtroppo sanno che lo è.

da qui

venerdì 31 ottobre 2025

Il delitto Mattarella e l’omicidio di La Torre: quella targa rubata a Palermo e trovata a Torino che può collegare i mafiosi ai neri

di Giuseppe Pipitone, Marco Lillo, Saul Caia

L'INCHIESTA - Scomparsa nel capoluogo siciliano alla vigilia del delitto del leader comunista, trovata in un covo dei Nar a 1.500 km di distanza, è stata indicata per anni come la prova regina del delitto del fratello del capo dello Stato. Ipotesi accantonata dalla procura nell'ultima inchiesta. Ma la targa PA563091 può ancora illuminare di una luce nuova i rapporti tra mafiosi e neofascisti

 

Unisce Palermo a Torino, ma potrebbe collegare anche gli ambienti di Cosa Nostra a quelli dell’eversione nera, sullo sfondo dei delitti eccellenti. Nell’ultima inchiesta della Procura di Palermo sull’omicidio di Piersanti Mattarella si torna a parlare della targa usata per camuffare l’auto utilizzata dai killer dell’ex presidente della Sicilia. E che nell’originaria ipotesi investigativa avrebbe potuto legare la mafia al mondo del terrorismo di destra. Nella richiesta di arresto per l’ex prefetto Filippo Piritorefinito ai domiciliari con l’accusa di depistaggio, si dedica un paragrafo a questo pezzo di plastica rettangolare dato per disperso negli atti ufficiali e che invece è custodito ancora oggi all’ufficio corpi di reato del tribunale di Palermo. Negli ultimi quarant’anni quella targa ha colpito l’attenzione delle migliori menti investigative italiane. Sono due lettere e sei numeri in bianco su sfondo nero: PA563091. È una targa famosa, anzi famigerata perché fu sequestrata dai carabinieri il 26 ottobre del 1982 a Torino in via Monte Asolone, all’interno di un appartamento usato dai terroristi di Terza posizione e dei Nuclei armati rivoluzionari. Che ci faceva quella targa rubata a Palermo in un covo di neofascisti a Torino? Nessuno si è posto questa domanda per sette lunghi anni. Poi nel 1989 il magistrato Loris D’Ambrosio si accorge di una singolare coincidenza: PA563091 è una sequenza composta dagli stessi numeri “avanzati” nella creazione della targa finta fabbricata dagli assassini di Piersanti Mattarella.

Il 6 gennaio del 1980 l’allora presidente della Regione Siciliana viene ucciso sotto casa sua da due killer, che poi fuggono a bordo di una Fiat 127 targata PA546623. È il risultato di un mix di targhe rubate: PA54-0916 e PA53-6623. Da quell’operazione avanzano appunto due frammenti di targa: PA53 e 0916. Due anni e mezzo dopo, il 26 ottobre 1982, i carabinieri fanno irruzione in via Monte Asolone nel capoluogo piemontese: a verbale scrivono di aver sequestrato “due pezzi di targa di cui uno comprendente la sigla PA e uno contenente la sigla PA e il numero 563091”. D’Ambrosio unisce i puntini e l’8 settembre del 1989 firma una relazione che sottolinea come la targa trovata a Torino (PA563091) sia composta esattamente dalle stesse cifre “avanzate” dalla creazione della targa usata nell’omicidio Mattarella (PA53-0916).

La pista delle targhe

L’intuizione di D’Ambrosio colpisce l’attenzione di Giovanni Falcone, da tempo impegnato nelle indagini sugli omicidi politici commessi in Sicilia. Il giudice istruttore Gioacchino Natoli va ad acquisire la targa di via Monte Asolone, che nel frattempo era stata inviata a Roma. Il ragionamento investigativo è semplice: se quella targa è composta da più pezzi incollati allora vuol dire che i Nar sono coinvolti nell’omicidio di Mattarella. Natoli va a Roma, si fa consegnare la targa e scopre che è integra. Ad accusare Giusva Fioravanti ci sono le dichiarazioni di suo fratello Cristiano e il riconoscimento di Irma Chiazzese, vedova Mattarella e testimone oculare del delitto. Ma la presunta prova regina rappresentata dalla targa perde consistenza: nei due anni e mezzo di vita che lo separano dalla strage di Capaci, Falcone non se ne occuperà più. Come D’Ambrosio e Natoli. Fioravanti viene processato insieme a Gilberto Cavallini per l’omicidio Mattarella ma viene assolto in via definitiva. Condannati, invece, i boss della cupola di Cosa Nostra, indicati come mandanti. Oscuri ancora oggi gli esecutori del delitto.

L’ipotesi della manina

Passa quasi un quarto di secolo e la pista delle targhe riemerge: nel 2014 Giovanni Grasso (oggi portavoce di Sergio Mattarella al Quirinale) racconta l’intuizione investigativa di D’Ambrosio nel suo libro Piersanti Mattarella, da solo contro la mafia (San Paolo). Nel 2017 Franco Roberti, all’epoca capo della Direzione nazionale antimafia, chiede al procuratore di Palermo – che era Franco Lo Voi – di verificare se quella targa fosse autentica o falsa, cioè “assemblata con i pezzi residuati dal camuffamento effettuato sulla Fiat 127 utilizzata per l’omicidio Mattarella”. Un interrogativo che da anni si pongono i migliori saggisti e giornalisti italiani. Da ultimo Report a maggio scorso rilancia l’ipotesi di Andrea Speranzoni, avvocato dei familiari delle vittime della strage di Bologna, il quale ipotizza che la prova regina della pista nera nel delitto Mattarella potrebbe essere stata sottratta da una “manina”: qualcuno avrebbe sostituito i due frammenti originari con una targa integra “salvando” così i Nar nelle indagini sull’omicidio Mattarella. A sostegno di questa tesi si cita un documento del 2004 in cui il tribunale di Roma attesta la distruzione di tutti i reperti sequestrati in via Monte Asolone nel 1982, compresi quei due pezzi di targa.

La targa è integra e autentica

La pista è stata esaminata e scartata dal procuratore Maurizio de Lucia e dai sostituti Antonio Carchietti e Francesca Dessì nella richiesta di arresto dell’ex prefetto Piritore. Prima di dedicarsi al guanto trovato il 6 gennaio 1980 sull’auto usata dai killer e poi misteriosamente sparito, i pm spazzano il campo dai vari elementi della cosiddetta “pista nera” che hanno seguito senza risultato. Il primo è appunto la targa. I magistrati spiegano di aver ritrovato negli archivi palermitani “quanto descritto nel verbale di perquisizione” dei carabinieri del 1982, e cioè “effettivamente e chiaramente” due pezzi di targa “di cui uno comprendente la sigla PA e uno contenente la sigla PA e il n. 563091”. Allora cosa è stato distrutto a Roma? Spiegano i pm: “Con il provvedimento del 15 giugno 2004, vennero distrutti tutti i reperti (tra cui altre targhe pure sequestrate nel medesimo covo) facenti parte del plico n. 110116 ad eccezione di quello recante il n. 42 che, essendo stato trasmesso al Tribunale di Palermo e acquisito al procedimento penale relativo all’omicidio del Presidente, rimase regolarmente custodito agli atti”. Semplicemente, dunque, quel verbale di distruzione dei carabinieri di Roma contiene un errore. Ipotizza la distruzione di tutti i reperti senza tener conto che quella targa PA563091 (solo quella) era da quindici anni a Palermo, portata lì da Natoli nel 1989. Nessuna distruzione, dunque. “Una volta recuperati i due pezzi di targa sequestrati in via Monte Asolone a Torino, la targa intera PA 563091 è apparsa ictu oculi integra (cioè non formata da spezzoni incollati tra loro), circostanza questa che, verosimilmente, non suggerì, ai tempi della sua originaria acquisizione, il compimento di ulteriori approfondimenti che, tuttavia, sono stati ugualmente disposti nell’ambito del presente procedimento”, continuano gli investigatori palermitani, risolvendo così un giallo vecchio di quattro decenni.

Verbali scritti male

Anche il verbale dei carabinieri che fecero irruzione nel covo dei Nar, datato 1982, era probabilmente scritto male: riporta l’esistenza di “due pezzi di targa” ma in effetti si tratta di un frammento – PA – e di una targa integra PA563091. Lo certificano anche la consulenze tecniche del perito Carmelo Calzetta, che tra il 2020 e il 2022 spiega come i reperti analizzati non presentino “punti di discontinuità, né lesioni, né fratture, né segni di alterazione e/o contraffazione e pertanto sono costituite da una unica, integra e continua lastra di materiale plastico non proveniente da assemblaggio mediante collanti o altro tipo di adesivo di pezzi originariamente distinti da altri esemplari di targhe”. Si tratta dunque di targhe “verosimilmente originali”. Insomma, per i pm non c’è dubbio: la targa sequestrata nel covo dei Nar a Torino nel 1982 è la stessa di quella esaminata la prima volta a Palermo nel 1989 e poi di nuovo 30 anni dopo. Ed è integra ed autentica. Nessuna manina, dunque.

Menti raffinatissime

Bisogna ripartire dal dato iniziale: la targa PA563091, sequestrata nel covo di Monte Asolone, apparteneva a una Renault 14TS immatricolata il 3 marzo del 1980 nel capoluogo siciliano, quindi quasi due mesi dopo il delitto Mattarella. Era intestata a Rosalia L., una donna di Palermo residente in via Ruggero Marturano, non lontano dalla zona di Resuttana-Colli. La targa di quella Renault viene rubata il 24 marzo del 1982, come risulta dalla denuncia presentata da Antonino B., il marito della donna. Chi è che compie quel furto? E per quale motivo? Ma soprattutto: come fa quella targa rubata a Palermo nel marzo del 1982 a ricomparire a Torino, in un covo dei Nar, sette mesi dopo? Eluso finora dalle inchieste giornalistiche e giudiziarie, questo è forse il punto centrale della questione. Anche se integra e autentica, infatti, la sequenza PA563091 ha comunque una straordinaria particolarità: contiene esattamente le stesse cifre “avanzate” dalla fabbricazione della targa falsa usata per l’omicidio Mattarella. Una caratteristica che a Palermo, nel 1982, era condivisa da poche altre targhe. È solo una coincidenza? O chi l’ha rubata ha scelto appositamente la Renault della signora Lombardo, consapevole che quei numeri avrebbero rimandato al delitto del presidente della Sicilia? Se fosse vera questa seconda ipotesi, c’è da chiedersi per cosa doveva servire la targa sottratta alla signora Lombardo: forse per firmare un altro omicidio eccellente? Sarebbe un’operazione da menti raffinatissime.

Il legame col delitto La Torre

Di sicuro c’è solo che il furto della targa PA563091 avviene nello stesso periodo in cui Cosa Nostra comincia a pianificare un altro delitto politico: quello di Pio La Torre, segretario del Partito Comunista in Sicilia e leader del movimento pacifista, contrario all’installazione dei missili nucleari della Nato sull’isola. Il 4 aprile 1982, 11 giorni dopo la sottrazione della targa dalla Renault, viene rubata un’altra targa, che sarà poi usata nell’agguato contro La Torre, il 30 aprile dello stesso anno. Nei giorni precedenti all’omicidio erano state rubate anche una moto Honda e una Fiat Ritmo, cioè i mezzi usati dal commando di killer. Quei furti avvengono nella zona di Resuttana Colli, non distante da dove la signora Rosalia L. aveva parcheggiato la sua auto: è possibile che a mettere a segno quei colpi siano le stesse persone? Nulla riscontra questa tesi ma è una domanda lecita. Una cosa è certa: sulla Ritmo usata dai killer di La Torre non verrò montata la targa PA563091, che invece si materializzerà sette mesi dopo e 1.500 chilometri più a nord: a Torino, nel covo dei neofascisti. Come ci è finita? All’epoca del furto Fioravanti e Mambro erano già in carcere, mentre altri esponenti di primo piano dei Nar, come Giorgio Vale, erano braccati dagli investigatori a Roma. Secondo Fabrizio Zani, neofascista e inquilino del covo di via Monte Asolone e in stretti rapporti con Fioravanti, Cavallini e Mambro, sono stati i carabinieri di Mario Mori a piazzare quella targa a casa sua. Zani sottolinea una stranezza oggettiva: in quel covo vennero compiute due perquisizioni, una il 20 ottobre e una seconda la sera del 26. L’obiettivo, secondo questa tesi non considerata credibile dai magistrati, sarebbe stato quello di indirizzare le indagini sul delitto Mattarella verso i neri. Un “impistaggio”, ma con un piano complesso e inverosimile: nell’aprile del 1982 i carabinieri – o qualcuno su loro input – avrebbero dovuto rubare la targa alla signora L.a Palermo, con l’obiettivo di piazzarla nel covo di Torino nell’ottobre successivo, prevedendo che qualcuno notasse prima o poi la compatibilità con gli spezzoni dell’omicidio Mattarella. Cosa che avverrà con la relazione D’Ambrosio, ma solo ben sette anni dopo. A quel punto scatta “l’impistaggio”, che definire raffinato è riduttivo. Va detto che Zani non è stato considerato credibile dalla corte d’Assise di Bologna che ha condannato Cavallini all’ergastolo per la strage alla stazione. La domanda dunque resta inevasa: come ha fatto la targa PA563091 rubata a Palermo alla vigilia di un importante delitto di mafia a finire nel covo dei Nar a Torino?

Quella Bmw di Cavallini finita a Palermo

C’è un altro dato che emerge dai vecchi atti delle indagini sui Nar e sull’omicidio Mattarella: la targa fa quasi il percorso inverso di una BMW 735 targata MI39213G. Rubata a Salsomaggiore nell’ottobre del 1980, avvisata a Milano negli anni successivi, è l’ennesima auto con una targa finta di questa storia. Era stata intestata in modo fasullo a Giovanni Bottacin, cioè le generalità usate da Cavallini, che per guidare quella Bmw senza dare nell’occhio l’aveva camuffata con una targa di un taxi. Quella macchina doveva servire ai neri per rapire uno dei Benetton, ma a un certo punto scompare dai radar per poi ricomparire a Palermo in mano a uomini di Cosa Nostra. La vicenda è stata ricostruita già 35 anni fa, nell’ordinanza-sentenza sui cosiddetti delitti politici, cioè quelli di Mattarella, di La Torre e di Michele Reina, segretario della Dc a Palermo, il cui caso è stato recentemente riaperto dalla procura di Palermo. “Non posso nascondere che nella mia ansia, tuttora attuale, di capire che cosa ha fatto realmente mio fratello Valerio, avrei voglia di continuare a dare il mio apporto alle indagini e al riguardo, posso soltanto dire che, ad esempio, sono ansioso di sapere come mai una Bmw di cui Cavallini aveva la disponibilità a Milano e che doveva servire per il sequestro del figlio di Benetton, è stata poi trovata a Palermo”, aveva raccontato Cristiano Fioravanti ai magistrati. Dalle indagini venne fuori che quella macchina era finita in un autoparco nel quartiere di Pallavicino, gestito da Francesco Buffa, considerato dagli inquirenti mafioso e amico di due neofascisti come Francesco Mangiameli e Alberto Volo: il primo venne assassinato da Fioravanti nel settembre del 1980, il secondo diventerà confidente di Falcone, al quale racconterà dell’esistenza di strutture paramilitari segrete poi note come Gladio. “Appare significativo il fatto che la Bmw di Milano sia finita a Palermo e – guarda caso – sia passata (nonostante la apparente distanza tra i due luoghi) dal Cavallini al Buffa, che aveva avuto rapporti sicuri col Mangiameli e col Volo. Anche in questo caso, ci si può comodamente rifugiare nel mondo delle coincidenze, però è statisticamente improbabile e contrario alla logica credere alle stesse”, scrivevano gli inquirenti palermitani. Insomma: da una parte c’è una macchina che dai neofascisti a Milano finisce in mano ai mafiosi in Sicilia, dall’altra una targa scomparsa a Palermo che si materializza in un covo di neri a Torino.

Neri e mafiosi

Oltre a essere amico dei estremisti di destra, Buffa era anche considerato un uomo d’onore di Resuttana, il mandamento dei Madonia, potente famiglia mafiosa con alcune peculiarità. “Vantavano dei rapporti con alcuni terroristi di destra, mi parlavano pure di rapporti che avevano con esponenti dei servizi segreti”, ha messo a verbale, tra gli altri, il pentito Francesco Onorato. A vantare legami coi neri e con le spie era soprattutto Nino Madonia, uno dei boss più enigmatici della famiglia. Killer specializzato in delitti eccellenti, insieme a Giuseppe Lucchese è recentemente finito indagato nell’ultima inchiesta della procura di Palermo sul delitto Mattarella. Di un possibile coinvolgimento di Madonia nell’omicidio dell’allora presidente della Sicilia parlava già la corte d’Assise d’Appello di Palermo che assolse Fioravanti nel 1998, sottolineando l’esistenza di una presunta somiglianza fisica tra il mafioso e il terrorista nero all’epoca dei fatti. Per anni il dualismo Fioravanti-Madonia ha tolto il sonno a investigatori, magistrati e giornalisti che si sono occupati del caso. Meno complessa, invece, l’indagine che nel 2004 ha portato Madonia e Lucchese a essere condannati come esecutori del delitto La Torre.

La compenetrazione

L’omicidio del leader comunista non è legato a quello di Mattarella solo dal punto di vista investigativo. I due politici, infatti, avevano un rapporto solido. Dopo il delitto Mattarella, La Torre intervenne alla Camera riportando un dialogo avuto con l’allora presidente della Regione a proposito dell’assassinio del giudice Cesare Terranova e dell’arrivo in Sicilia di Michele Sindona. “Ti rendi conto che questo è un sistema di potere che va al di là della Sicilia? Io penso che ci sia ormai un rapporto tra la mafia e il terrorismo”, sono le parole che avrebbe pronunciato il leader del Pci. Mattarella avrebbe risposto: “Io penso a qualcosa di peggio”. Di rapporti tra mafia e terrorismo parla pure Giovanni Falcone nel 1988, quando riferisce alla Commissione Antimafia proprio delle indagini sul delitto Mattarella: “Si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani”. Chi all’epoca lavorava con Falcone racconta che il giudice era molto interessato a questa ipotesi della compenetrazione tra neri e mafiosi nei delitti che hanno segnato la storia del nostro Paese. Oggi una targa rubata a Palermo alla vigilia del delitto La Torre, trovata in un covo dei Nar a Torino e indicata per anni come la prova regina del delitto Mattarella potrebbe illuminare di una luce nuova i rapporti tra mafiosi e neofascisti sullo sfondo dei misteri italiani.

da qui

venerdì 10 ottobre 2025

ancora sul 7 ottobre, genocidio, resistenza palestinese, ecc.

Il 7 ottobre secondo mio padre - Karim Metref


Oggi è il 7 ottobre 2025.


Sono passati due anni da quel tristemente celebre 7 ottobre del 2023.

Dopo due anni di massacri a senso unico, ci sono ancora persone che pongono la condanna di ciò che accadde in quel giorno come condizione imprescindibile per qualsiasi discussione sulla situazione in Palestina.

Sentendo le polemiche sterili — tra chi vuole festeggiarlo come fosse stata una grande vittoria e chi invece lo condanna come il più grande crimine contro esseri umani mai commesso su questa terra — torno, come spesso mi accade, alle parole di mio padre.

Morire o scalciare?

Mio padre fu un giovane militante del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra d’Algeria.
Un giorno, da bambino, mentre guardavamo in TV l’ennesima replica del capolavoro La battaglia di Algeri, gli chiesi: “Papà, non ti sembra brutto mettere bombe in caffè e locali dove ci sono solo civili?”...

continua qui


La memoria del pogrom del 7 ottobre seppellita sotto 70mila corpi - Marco Bascetta

Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv hanno dovuto prendere qualche distanza. Il disegno egemonico ed espansivo israeliano non ha più nulla a che fare con il 7 ottobre

Che fine ha fatto il 7 ottobre, la memoria di quel sanguinoso pogrom che i miliziani di Gaza scatenarono due anni fa contro inermi cittadini israeliani? La risposta più diretta e immediata è che è finito sepolto sotto decine di migliaia di morti e una montagna di rovine. All’indomani della strage del 7 ottobre Israele fu oggetto di una estesa solidarietà. Tuttavia non mancarono in diversi paesi esponenti e militanti della sinistra che accecati da fanatismo antisraeliano salutarono il massacro come un atto di liberazione. Dall’altra parte anche il più timido accenno, privo di ogni intento giustificatorio, al contesto di oppressione e sofferenza in cui quell’attacco era maturato fu subito tacciato di antisemitismo filoterrorista. Comprensibilmente, le modalità raccapriccianti dell’incursione dei miliziani non lasciavano spazio a divagazioni storico-politiche.

Ma cosa è cambiato due anni dopo nell’opinione pubblica mondiale e nei rapporti tra Israele e i suoi alleati? Quasi tutto. Perfino i governi europei più vicini a Tel Aviv, hanno dovuto alla fine far ricorso a un’espressione, che più ipocrita e viscida non poteva essere, come «reazione sproporzionata», per nominare eufemisticamente il massacro di 70mila persone e l’immane devastazione della striscia di Gaza da parte dell’Idf. Insomma Netanyahu avrebbe semplicemente esagerato. Ma in questa «esagerazione» c’è una logica. Vi è infatti qualcosa che il governo di Israele voleva ad ogni costo seppellire attraverso un’azione smisuratamente devastatrice. Non certo la memoria dei suoi morti e delle violenze subite, ma quella del suo fallimento, del mito infranto di una intelligence infallibile e dell’esercito più efficiente e tempestivo del mondo, garante di una protezione ermetica dei cittadini israeliani. A questo scopo, per riscattare la classe dirigente e ristabilire il prestigio del suprematismo militare israelita e degli inafferrabili 007 infiltrati per ogni dove, nonché restituire consistenza alle sue minacce, lo stato ebraico ha deciso di colpire indiscriminatamente e ovunque, di radere al suolo città, villaggi, quartieri e palazzi, non solo a Gaza e in Cisgiordania, ma dalla Siria allo Yemen, dal Libano all’Iran al Qatar. Di porsi al di fuori e al di sopra di ogni regola del diritto internazionale e di ogni ragionevole moderazione.

La «dismisura» diveniva il cuore della politica israeliana. Al servizio di un disegno egemonico ed espansivo che col 7 ottobre e la sicurezza del paese non aveva da tempo più nulla a che fare.

Man mano che le operazioni militari si allargavano e approfondivano, pure la loro narrazione cambiava di tono. Sparivano, anche perché smentite dall’evidenza dei fatti, le celebrazioni delle qualità etiche e democratiche dell’Idf, le finte inchieste sulle sopraffazioni e le violenze gratuite da parte dei soldati israeliani, i bombardamenti chirurgici e l’attenzione per l’incolumità dei civili, fino ad arrivare al tiro al bersaglio sulle persone in attesa di cibo. L’esercito «più morale del mondo» lasciava volutamente la scena a quello più spietato, vendicativo e indiscriminato nell’uso della forza. Ogni palestinese un terrorista o un suo complice, ogni edificio una «infrastruttura di Hamas».

Con questo sfacciato cambio di tono in gran parte dell’Europa diveniva praticamente impossibile mettere a tacere il moltiplicarsi delle denunce dei crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano, reprimere le manifestazioni sempre più partecipate a favore della Palestina, assimilare al terrorismo simboli e slogan, come avveniva durante il primo anno di guerra, soprattutto in Italia e Germania. Anche l’accusa di antisemitismo, rivolta in una prima fase contro ogni critica indirizzata all’azione politica e militare di Israele, che aveva esercitato una certa deterrenza soprattutto a sinistra, è stata talmente abusata, stravolta e strumentalizzata, da perdere di forza e significato. Se si denuncia l’intera Onu, come covo di antisemiti, non si può pretendere di essere presi sul serio. Nonostante si registri effettivamente una ripresa di vecchi e nuovi sentimenti antisemiti in Europa anche tra quelli che stigmatizzano la guerra di Netanyahu, però sulla base di torbidi presupposti antiebraici.

Ma intanto l’immagine e la credibilità di Israele hanno subito altri colpi micidiali: l’entusiastica condivisione della grottesca idea trumpiana di trasformare Gaza, una volta sterminati e deportati i suoi abitanti, in una riviera di lusso fonte di lucrosi affari immobiliari è già apparsa abbastanza ripugnante.

Si aggiungono poi le ripetute esternazioni dei due ministri dell’estrema destra nazionalista che tengono in piedi il governo di Netanyahu e che nessuno stato anche solo formalmente democratico potrebbe mai tollerare. Fino ad oggi i governi europei hanno cercato di ignorarle per non essere obbligati a troncare i rapporti con un governo che annovera tra i suoi ministri fautori della superiorità razziale ebraica e del diritto divino allo sterminio dei nemici. Personaggi che non hanno nulla da invidiare ai tagliagole dell’Isis o ai Talebani e che sfoggiano orgogliosamente la propria ferocia.

Di pari passo con le difficoltà dei governi europei nel salvaguardare i rapporti politici e affaristici con questa Israele, cresce in tutta Europa un imponente movimento di solidarietà con i palestinesi che incrocia però anche diverse altre linee di conflitto: dall’erosione degli spazi democratici al riarmo, dal nazionalismo xenofobo alle diseguaglianze e all’avanzata dei nuovi fascismi. Per dimensioni e partecipazione questo grande movimento filopalestinese ha un precedente: l’imponente ondata di manifestazioni e proteste in tutta la Germania dopo il convegno dell’estrema destra a Potsdam intento a pianificare la «remigrazione», ossia la deportazione di massa degli stranieri. A ben vedere c’è più di una affinità tra questi due movimenti europei nello spirito antifascista e antisuprematista in lotta contro quell’idea di purezza, omogeneità sociale e proprietà etnica del suolo, che accomuna gli Smotrich e i Ben Gvir ai neonazisti europei.

* Fonte/autore: Marco Bascetta, il manifesto

da qui

giovedì 9 gennaio 2025

Gli altri fanno come noi? allora sono “terroristi” - Elena Basile

 

Confesso: non riesco a essere tollerante. Il dubbio è possibile verso tesi, opinioni, interpretazioni differenti di fatti riconosciuti. Se si è invece indulgenti verso la corruzione dei media, verso la mistificazione e il travisamento degli eventi storici attuali, verso il sacrificio dei popoli per interessi geopolitici dell’impero atlantico, allora si è complici delle menzogne della classe di servizio e dei crimini dell’impero.

Sui giornali che un tempo erano un punto di riferimento della sinistra, incluso il Manifesto, gli stessi giornalisti in grado di denunciare le politiche della Clinton in Siria e la manipolazione di al Queda in funzione anti-Assad oggi utilizzano doppi standard, accusano l’Iran e le sue prigioni senza fare riferimento ai ricatti dell’impero e alle celle altrettanto crudeli, alle condanne a morte dell’America profonda. Una giovane giornalista, Cecilia Sala, mandata allo sbaraglio e non protetta sufficientemente dal suo giornale, è stata arrestata dall’Iran come pedina di scambio per un altro arresto, ugualmente criminale, nei confronti di un imprenditore che vendeva tecnologia a Teheran. I pasdaràn, recita Washington, grazie alla tecnologia dell’imprenditore avrebbero ucciso soldati statunitensi. Ci sarebbe da ridere. I manager di Leonardo e delle tante imprese occidentali che vendono armi nei teatri di guerra di quante morti sono allora responsabili? I ministri degli Esteri europei hanno recentemente confermato i rifornimenti di armi al governo criminale e terrorista di Israele, artefice dell’orrore innominabile di Gaza, coperto dalla classe di servizio occidentale quale disastro naturale, di cui sarebbero responsabili i terroristi palestinesi. In più di cento articoli su questa testata abbiamo cercato di demistificare le menzogne dei diplomatici e degli analisti che continuano a travisare la realtà, incapaci di rimorsi di fronte alle carneficine in corso. Imperturbabile l’accademia e i finti istituti di ricerca, finanziati da Washington, ci descrivono una partita a calcio tra Occidente e Russia, nella quale Putin avrebbe segnato alcuni goal in Ucraina e in Georgia, nel suo vicinato, ma persino in Romania. Sono ormai estinti i principi democratici, l’autodeterminazione dei popoli e la non ingerenza negli affari interni. L’Europa può finanziare insieme agli Stati Uniti rivoluzioni colorate e negare il risultato di elezioni la cui regolarità è stata riconosciuta dall’Osce, che nell’ignoranza imperante sui media viene ancora confusa con l’Ocse. Tutto fa gioco e i miei ex colleghi sulla stampa si divertono ad accusare Bruxelles di mollezza perché nella guerra tra sfere di influenza ai confini con Mosca sta perdendo militarmente in Ucraina e politicamente nell’Europa dell’Est. Il ricatto nei confronti di Ungheria, Slovacchia, Romania deve farsi più duro. La rivolta anticostituzionale in Georgia è guidata dalla presidente di nazionalità francese: ex ambasciatrice dell’Eliseo a Tiblisi, è divenuta ministro degli Esteri e poi presidente della Repubblica. Questa volta bisogna arretrare, ma la destabilizzazione della società georgiana continuerà e come in Ucraina il futuro preserva forse un colpo di Stato, quando le condizioni lo permetteranno.

Cosa ci fa il nostro petrolio sotto quella sabbia? La battuta rende bene l’ottica della nazione indispensabile secondo la quale non esiste risorsa mineraria in Medio Oriente che non possa essere rubata come per anni è accaduto in Siria, poi travolta dalla violenza dei tagliagole. La dottrina della porta aperta della Nato recita con una prepotenza sfrontata che la Russia non può avere una parola (has not got a say) contraria all’espansionismo di un’alleanza militare oggi offensiva. L’Europa baltica e scandinava, l’asse Londra-Kiev-Varsavia, interamente asservita, non batte ciglio.

Svegliatevi! Verrebbe voglia di gridare. Immergetevi nell’inferno di Gaza perché coloro che oggi sacrificano i palestinesi e gli ucraini non avranno remore nei vostri confronti. La morte della liberal-democrazia e delle socialdemocrazie non turba i sogni dei progressisti. Temono le destre antisistema che del trionfo del capitalismo finanziario, della hybris della società dell’1%, sono in grado di creare una mitologia fiabesca (vedi Meloni che cita Tolkien), ma non si rendono conto che sono loro, il centrosinistra, i verdi, i liberali euroatlantici ad avere distrutto quel tessuto sociale base della democrazia. Gli intellettuali pompati dalla pseudo sinistra, che condannano la Meloni, ma si guardano bene dal criticare le guerre per procura contro la Russia e in Medio Oriente, sono l’emblema della decadenza e del tradimento dell’Europa. È una lotta impari. Eppure la speranza nell’anno entrante non può che assumere lo stesso tragico significato: in nome delle vittime appelliamoci alla verità, senza false indulgenze, perché questo è il tempo della denuncia e della giustizia.

da qui



giovedì 26 settembre 2024

Bombe nei giocattoli: Breve storia delle trappole esplosive israeliane in Libano - Alex MacDonald

 

 

Il Libano è ancora scosso da due ondate di esplosioni di cercapersone e walkie-talkie, attribuite a Israele, che hanno ucciso 32 persone e ne hanno ferite altre migliaia.

Sebbene Israele non abbia rivendicato la responsabilità degli attacchi, le voci pro-Israele si sono affrettate a lodare l'attacco come un ottimo esempio dell'abilità del Paese nel condurre attacchi chirurgici che colpiscono i suoi nemici senza infliggere danni collaterali.

Questo nonostante il fatto che negli attacchi siano stati uccisi due bambini e feriti numerosi civili, con conseguente condanna da parte dei gruppi per i diritti che sostengono che la natura indiscriminata delle armi potrebbe violare le leggi di guerra.

Una fonte vicina a Hezbollah ha dichiarato a Middle East Eye che i cercapersone sono stati utilizzati da una “vasta rete di persone, tra cui amministratori, operatori medici, paramedici, operatori dei media e altri membri civili”.

“Di solito vengono utilizzati per impartire direttive, convocare riunioni, per le emergenze o per lo stato di allerta”, ha spiegato la fonte. 

Ma questa non è certo la prima volta che Israele usa metodi poco ortodossi in stile trappola esplosiva per colpire il Libano, né è il primo esempio di civili e bambini mutilati e uccisi con tali armi.

MEE analizza questa storia controversa. 

Bombe a grappolo e mine terrestri

Più di un milione di bombe a grappolo sono state disseminate nel Libano meridionale a seguito degli assalti israeliani al territorio nel corso degli anni.

Dal conflitto del 2006 tra Israele e Hezbollah, che ha visto un uso senza precedenti di queste armi ampiamente vietate, molte persone sono state uccise in Libano dopo averle ritrovate.

Molti bambini che giocano nella regione hanno trovato queste munizioni inesplose.

“Sembrano innocue, soprattutto per la mente curiosa di un bambino”, spiegò nel 2006 Chris Clark del Centro di coordinamento dell'azione antimine delle Nazioni Unite (UNMACC) in Libano.

“Sono piccoli, si nascondono facilmente tra le macerie o i detriti dei bombardamenti. Ci accorgiamo che i bambini le raccolgono inconsapevolmente e poi, purtroppo, ne subiscono le ferite”. 

Sia il Libano che Israele sono tra i 33 Paesi che non hanno firmato la Convenzione per la messa al bando delle mine antiuomo (APMBC).

Israele ha occupato il Libano meridionale tra il 1982 e il 2000 e in quel periodo ha piazzato centinaia di migliaia di mine.

Quando se ne andò, si ritiene che circa 37.000 acri del Libano fossero contaminati da mine inesplose ed esplosivi improvvisati piantati dalle diverse parti coinvolte nella guerra civile libanese.

Nel 2023, le attività di sminamento avevano liberato circa l'80% di quest'area dagli esplosivi.

La necessità di proteggere i bambini del Libano meridionale dalle mine e dalle bombe a grappolo ha portato ad alcune soluzioni innovative, tra cui il coinvolgimento di gruppi di clown per educarli ai pericoli degli ordigni inesplosi.

Tuttavia, secondo Mine Action Review, il lavoro di rimozione delle mine è stato sospeso a causa dello scoppio delle ostilità tra Israele e Libano da ottobre.

“Di conseguenza, il Libano non è in grado di rispettare la scadenza per la bonifica dell'articolo 4 della Convenzione sulle munizioni a grappolo (CCM), prevista per il 1° maggio 2026, e alla capacità attuale prevede che non rispetterà i suoi obblighi fino al 2030”, si legge nel sito.

Bombe nei giocattoli 

Ma dagli anni '90 circola anche un'accusa molto più sinistra: quella di bombe sganciate dagli aerei israeliani nel Libano meridionale intenzionalmente nascoste nei giocattoli dei bambini.

Il quotidiano libanese L'Orient-Le Jour ha parlato del fenomeno nel 1997, citando una serie di esempi, tra cui quello di una bambina di nove anni che si è ritrovata con la mano destra distrutta dopo aver trovato una “grande jeep di plastica verde mela, con sei grandi ruote nere” che le è esplosa in mano dopo averla trovata vicino al suo villaggio.

Hanno anche citato l'esempio di un bambino che riportò gravi ustioni dopo aver trovato una torcia esplosiva e di un'altra bambina che rimase uccisa dopo aver esclamato “Ho trovato una bambola!” prima di saltare in aria.

Un ufficiale della Forza interinale delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) ha confermato all'AFP che gli oggetti sono stati lanciati principalmente da elicotteri.

“Può essere un giocattolo o avere la forma di una normale pietra”, ha precisato a condizione di anonimato.

Nel 1998, una lettera della Missione permanente del Libano presso le Nazioni Unite indirizzata al Segretario generale ha ripetuto l'affermazione che gli aerei da combattimento israeliani avevano “tentato di uccidere i bambini lanciando migliaia di giocattoli con trappole esplosive su villaggi e città libanesi”.

“Le forze di occupazione israeliane hanno utilizzato questo metodo nel corso degli anni e continuano a farlo, l'esempio più recente è stato quello del lancio di giocattoli con trappole esplosive sulla città di Nabatiyah, uccidendo e ferendo bambini e sfigurandone altri in modo permanente”, si aggiunse nella missiva.

Da parte loro, gli Hezbollah raccontarono che tra gli oggetti trovati c'erano un uovo d'oro, coni gialli fluorescenti, un cane Snoopy e una bambola parlante che, secondo loro, era destinata a esplodere quando veniva tirata la corda.

All'epoca Israele negò le accuse, definendole “spregevoli”.

Tuttavia, nel 2000, un rapporto del Comitato per gli Affari Esteri del Regno Unito ha messo in guardia dai pericoli delle bombe inesplose nel Libano meridionale, menzionando l'uso di “giocattoli con trappole esplosive, presumibilmente sganciati dall'aviazione israeliana nei pressi dei villaggi libanesi adiacenti alla cosiddetta zona di sicurezza”.

Parlando alle Nazioni Unite lo scorso mercoledì, il Segretario generale dell'ONU Antonio Guterres ha ribadito che “gli oggetti civili” non dovrebbero far parte della guerra.

“Penso che sia molto importante che ci sia un controllo effettivo degli oggetti civili, che non vengano armati - questa dovrebbe essere una regola che... i governi dovrebbero essere in grado di attuare”, ha ribadito.

“Quello che è successo è particolarmente grave, non solo per il numero di vittime che ha causato, ma per le indicazioni che esistono sul fatto che è stato innescato, direi, in anticipo rispetto a un modo normale di innescare queste cose, perché c'era il rischio che venisse scoperto”.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Alex MacDonald è un reporter di Middle East Eye e ha lavorato in Iraq, Turchia, Qatar e Bosnia, esaminando le lotte sociali e ideologiche della regione.

da qui

sabato 21 settembre 2024

L’ultimo abominio di Israele - Angelo D'Orsi

  

Il numero dei morti e soprattutto dei feriti in Libano e, meno, in Siria, non è ancora definitivo. Per ora siamo intorno a 4.000 per i primi, una dozzina per i secondi. Un film di genere “fanta-horror”, si può definire questa ultima “brillante” operazione israeliana, probabilmente un evento mai accaduto prima, e certo non con migliaia di apparecchi di comunicazione che esplodono in contemporanea. Un’operazione che ci lascia inebetiti, prima che indignati, azione inedita che suscita sdegno, riprovazione, ma a quanto pare forse solo nel foro interiore, nel segreto dell’anima di coloro che hanno a cuore la giustizia, la verità e direi l’umanità. Negli altri (non considero i sionisti, ovviamente) sembra prevalga una sorta di ammirazione, una fascinazione per la bravura e la creatività del Mossad e degli apparati militari, polizieschi e spionistici di Tel Aviv.

Pensate, voi siete al supermercato, in biblioteca, in un edificio pubblico, o a casa vostra, persino in un corteo funebre (com’è accaduto), e se avete uno di quegli apparecchietti – i “cercapersone” – d’improvviso vi esplode in tasca, nello zainetto, sul tavolo, o tra le mani. Voi neppure capite. Magari rimanete in vita, ma non udrete più, o non vedrete più, perché l’esplosione ha danneggiato irrimediabilmente la vista o l’udito. E il vostro volto, le vostre mani, il vostro corpo, se sopravviverete, recheranno per sempre i segni dello scoppio.

Qualcuno ha sentito parole di condanna? Qualche politico occidentale ha avuto il coraggio di dare voce allo sdegno che tanti di noi hanno provato, e che, ripeto, almeno nel foro interiore, forse tutti (a parte i sionisti, sono convito che tanti ebrei provano…) stanno provando? Naturalmente, le autorità israeliane se la cavano sempre con la spiegazione “volevamo colpire un capo”, “cercavamo un terrorista”, “è stata una operazione mirata”…

Stavolta l’obiettivo invece di Hamas era Hezbollah, ed esattamente come a Gaza o in Cisgiordania, per colpire un militante arabo (che legittimamente combatte l’occupante ebreo), si fa strage di civili innocenti. Tutto questo ad opera di uno Stato, quello di Israele, che è ormai dichiaratamente terrorista, e neppure lo nasconde, anzi sembra orgoglioso per ogni vittima, e aggiorna ora per ora la sua triste, miserabile contabilità.

Ben difficile pensare che gli Stati uniti non fossero stati informati prima, della operazione omicida-tecnologica israeliana, come si sono affrettate a dichiarare le autorità statunitensi, con un classico esempio di “excusatio non petita – accusatio manifesta”. E al solito, la UE tace. Il mondo deve mettere all’angolo questo Stato abusivo, nato col terrore che vive generando terrore, talvolta pagandone le conseguenze, ma quasi sempre è carnefice non vittima, come invece regolarmente si presenta, sulla base di un passato ormai lontano, in cui davvero gli ebrei (che non sono i sionisti!) furono vittime dei carnefici nazisti (non i tedeschi, ma i nazisti).

Ora siamo alla pura infamia, alla più oscena delle scelleratezze, alla violenza che si fa legge, si fa senso comune, si fa cultura diffusa in Israele, ma qualcosa arriva anche fuori dei suoi confini, facendo gioire i suoi supporters nel mondo, che però sono sempre meno, al di fuori della ristretta cerchia degli Stati Uniti e delle nazioni satelliti.

Ripeto la mia domanda retorica, che però mi tormenta davvero: “Si può accettare tutto questo?”.

da qui

domenica 14 aprile 2024

COME LA CIA E L’MI6 HANNO CREATO L’ISIS - Kit Klarenberg

Contrariamente alla sua rappresentazione mainstream, che lo vede ispirato esclusivamente dal fondamentalismo religioso, Daesh è soprattutto un'organizzazione di sicari a pagamento.

Dopo sole 24 ore dall’orribile eccidio del 22 marzo al Crocus City Hall di Mosca, che ha provocato la morte di almeno 137 persone innocenti e il ferimento di altre 60, i funzionari statunitensi avevano attribuito la responsabilità del massacro all’ISIS-K, la branca di Daesh dell’Asia centro-meridionale. Per molti, la rapidità dell’attribuzione aveva sollevato il sospetto che Washington stesse attivamente cercando di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale e del governo russo dai veri colpevoli – l’Ucraina e/o la Gran Bretagna, il principale sponsor per procura di Kiev.

Non sono ancora emersi tutti i dettagli su come i quattro terroristi siano stati reclutati, diretti, armati e finanziati, e da chi. I duri metodi di interrogatorio a cui sono stati e senza dubbio continueranno ad essere sottoposti hanno lo scopo di strappare loro queste ed altre informazioni vitali. Di conseguenza, gli assassini potrebbero finire per fare false confessioni. In ogni caso, è probabile che essi stessi non abbiano la minima idea di chi o cosa abbia veramente sponsorizzato le loro mostruose azioni.

Contrariamente alla sua rappresentazione mainstream, che lo vede ispirato esclusivamente dal fondamentalismo religioso, Daesh è soprattutto un’organizzazione che agisce su commissione. I suoi membri, in qualsiasi momento, agiscono per conto di una serie di sponsor internazionali, legati da interessi comuni. I finanziamenti, le armi e gli ordini arrivano ai suoi combattenti in modo tortuoso e opaco. Tra gli autori di un attacco rivendicato dal gruppo e i suoi orchestratori e finanziatori finali ci sono quasi sempre parecchi strati di coperture.

Dato che l’ISIS-K è attualmente schierato contro Cina, Iran e Russia – in altre parole, i principali avversari dell’Impero Statunitense – è doveroso rivedere le origini di Daesh. Emersa apparentemente dal nulla poco più di un decennio fa, l’organizzazione era arrivata ad occupare vaste aree del territorio iracheno e siriano, dichiarando uno “Stato islamico”, che emetteva la propria valuta, i propri passaporti e le proprie targhe automobilistiche.

Nel 2017, i devastanti interventi militari lanciati indipendentemente da Stati Uniti e Russia avevano spazzato via quella costruzione demoniaca. Senza dubbio la CIA e  il MI6 si erano sentiti immensamente sollevati. Dopo tutto, erano completamente sparite anche le domande estremamente scomode sul Daesh. Come vedremo, il gruppo terroristico e il suo califfato non erano emersi come un fulmine in una notte buia, ma a causa di una politica dedicata e determinata, elaborata da Londra e Washington e attuata dalle loro agenzie di spionaggio.

‘Continuamente ostile’

RAND è un “think tank” molto influente, con sede a Washington DC. Finanziato con quasi 100 milioni di dollari all’anno dal Pentagono e da altri enti governativi statunitensi, diffonde regolarmente raccomandazioni sulla sicurezza nazionale, sugli affari esteri, sulla strategia militare e sulle azioni segrete e palesi all’estero. Il più delle volte questi pronunciamenti vengono successivamente adottati come politica.

Ad esempio, un documento di RAND del luglio 2016 sulla prospettiva di una “guerra con la Cina” prevedeva la necessità di saturare l’Europa orientale di soldati statunitensi prima di un conflitto “caldo” con Pechino, poiché in una simile disputa la Russia si sarebbe senza dubbio schierata con il suo vicino e alleato. Era quindi necessario bloccare le forze di Mosca ai suoi confini. Sei mesi dopo, un certo numero di truppe NATO era arrivato nella regione, apparentemente per contrastare “l’aggressione russa”.

Analogamente, nell’aprile 2019 RAND aveva pubblicato Extending Russia. Il documento illustrava “una serie di possibili mezzi” per “indurre la Russia a estendersi eccessivamente”, in modo da “minare la stabilità del regime”. Questi metodi includevano: fornire aiuti letali all’Ucraina, aumentare il sostegno degli Stati Uniti ai ribelli siriani, promuovere un “cambio di regime in Bielorussia”, sfruttare le “tensioni” nel Caucaso, neutralizzare “l’influenza russa in Asia centrale” e in Moldavia. La maggior parte di queste iniziative si erano poi realizzate.

In questo contesto, Unfolding The Long War di RAND del novembre 2008 è una lettura inquietante. Il documento esplorava i modi in cui avrebbe potuto essere portata avanti la guerra globale al terrorismo degli Stati Uniti una volta che le forze della coalizione avessero formalmente lasciato l’Iraq, secondo i termini dell’accordo di ritiro firmato da Baghdad e Washington lo stesso mese. Questo ritiro minacciava per definizione il dominio anglo sulle risorse petrolifere e di gas del Golfo Persico, che sarebbero rimaste “una priorità strategica” una volta terminata ufficialmente l’occupazione.

“Questa priorità sarà fortemente connessa con quella di proseguire una lunga guerra”, aveva dichiarato RAND. Il think tank aveva poi proposto una strategia “divide et impera” per mantenere l’egemonia statunitense in Iraq, nonostante il vuoto di potere creato dal ritiro. Sotto i suoi auspici, Washington avrebbe sfruttato “le linee di frattura tra i vari gruppi salafiti-jihadisti [iracheni] per metterli l’uno contro l’altro e dissipare le loro energie in conflitti interni”, mentre “avrebbe sostenuto governi sunniti autorevoli contro un Iran sempre ostile”:

“Gli Stati Uniti e i loro alleati locali potrebbero utilizzare gli jihadisti nazionalisti per lanciare campagne per procura al fine di screditare gli jihadisti transnazionali agli occhi della popolazione locale… Questo sarebbe un modo economico per guadagnare tempo… fino a quando gli Stati Uniti non saranno in grado di riportare la loro piena attenzione sulla regione. I leader statunitensi potrebbero anche scegliere di capitalizzare il prolungato conflitto sciita-sunnita… schierandosi dalla parte dei regimi sunniti conservatori contro i movimenti di emancipazione sciita nel mondo musulmano”.

Il grande pericolo

Era stato così che la CIA e l’MI6 avevano a sostenere gli “jihadisti nazionalisti” in tutta l’Asia occidentale. L’anno successivo, Bashar Assad aveva rifiutato la proposta del Qatar di convogliare le vaste riserve di gas di Doha direttamente in Europa, attraverso un gasdotto da 10 miliardi di dollari e lungo 1.500 chilometri che avrebbe dovuto attraversare Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia. Come ampiamente documentato dai cablogrammi diplomatici pubblicati da WikiLeaks, i servizi segreti statunitensi, israeliani e sauditi avevano immediatamente deciso di rovesciare Assad fomentando una ribellione locale e, a tale scopo, avevano iniziato a finanziare i gruppi di opposizione.

Questo sforzo aveva avuto un’accelerazione nell’ottobre 2011, quando il MI6 aveva reindirizzato armi e combattenti estremisti dalla Libia alla Siria, sulla scia dell’assassinio in diretta tv di Muammar Gheddafi. La CIA aveva supervisionato l’operazione, usando i britannici come attori indipendenti per evitare di notificare al Congresso le sue macchinazioni. Solo nel giugno 2013, con l’autorizzazione ufficiale dell’allora Presidente Barack Obama, le macchinazioni dell’Agenzia a Damasco erano state formalizzate – e successivamente ammesse – con il titolo “Timber Sycamore“.

In quel periodo, i funzionari occidentali si riferivano universalmente ai loro proxy siriani come “ribelli moderati”. Tuttavia, Washington era ben consapevole che i suoi surrogati erano pericolosi estremisti, che cercavano di ritagliarsi un califfato fondamentalista nei territori da loro occupati. Un rapporto dell’agosto 2012 della Defense Intelligence Agency (DIA) statunitense, pubblicato in base alle leggi sulla libertà d’informazione, osservava che gli eventi a Baghdad stavano “prendendo una chiara direzione settaria”, con i gruppi salafiti radicali che “erano le forze principali che guidavano l’insurrezione in Siria”.

Queste fazioni includevano l’ala irachena di Al Qaeda (AQI) e la sua propaggine ombrello, lo Stato Islamico dell’Iraq (ISI). Le due organizzazioni avevano poi dato vita al Daesh, una prospettiva che il rapporto della DIA non solo aveva previsto, ma apparentemente avallato:

“Se la situazione si sblocca, c’è la possibilità di stabilire nella Siria orientale un principato salafita, dichiarato o non dichiarato… Questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono per isolare il regime siriano… L’ISI potrebbe anche dichiarare uno Stato islamico attraverso la sua unione con altre organizzazioni terroristiche in Iraq e Siria, il che creerà un grande pericolo”.

Nonostante queste gravi preoccupazioni, la CIA aveva continuamente inviato ingenti carichi di armi e denaro ai “ribelli moderati” siriani, ben sapendo che questi “aiuti” sarebbero quasi inevitabilmente finiti nelle mani del Daesh. Inoltre, la Gran Bretagna aveva contemporaneamente gestito programmi segreti dal costo milionario per addestrare i paramilitari dell’opposizione all’arte di uccidere, fornendo al contempo assistenza medica agli jihadisti feriti. Londra aveva anche donato diverse ambulanze, acquistate dal Qatar, ai gruppi armati del Paese.

I documenti trapelati indicano che il rischio che le attrezzature e il personale così addestrato andassero persi a favore di Al-Nusra, Daesh e altri gruppi estremisti in Asia occidentale era stato giudicato inevitabilmente “alto” dall’intelligence britannica. Tuttavia, non c’era stata alcuna strategia concomitante per contrastare questo rischio e i programmi illeciti erano proseguiti senza sosta. Quasi che addestrare e armare Daesh fosse proprio il risultato desiderato.

da qui

venerdì 8 marzo 2024

È possibile capire i terroristi? - Christian Raimo

 

Anni fa lessi in un libro di Angela Davis, Aboliamo le prigioni? una storia abbastanza incredibile. Nel 1993 il Sudafrica era nel pieno della sua transizione.

Amy Biehl stava accompagnando in auto alcuni amici neri alle loro case di Guguletu quando una folla che scandiva slogan contro i bianchi la aggredì e alcuni giovani la presero a sassate e la pugnalarono a morte. Quattro degli uomini che avevano partecipato all’aggressione furono condannati a diciotto anni di reclusione per il suo omicidio. Nel 1997, Linda e Peter Biehl, i genitori di Amy, decisero di sostenere la domanda di amnistia che quegli uomini avevano presentato alla Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione. I quattro chiesero perdono ai Biehl e furono rilasciati nel luglio 1998. Due di loro – Easy Nofemela e Ntobeko Peni – in seguito conobbero i Biehl, che avevano acconsentito a incontrarli nonostante le molte pressioni contrarie. Nofemela disse che voleva esprimergli il suo dispiacere per aver ucciso la figlia meglio di quanto avesse potuto fare durante le udienze della commissione. ‘So che avete perduto una persona cara’, ha riferito di avergli detto durante quell’incontro. ‘Voglio che mi perdoniate e mi prendiate come vostro figlio’.

I Biehl, che dopo la morte della figlia avevano creato la fondazione Amy Biehl, chiesero a Nofemela e Peni di lavorare nella sezione di Guguletu della fondazione. Nofemela diventò istruttore sportivo nell’ambito di un programma di doposcuola e Peni diventò amministratore. Nel giugno 2002 accompagnarono Linda Biehl a New York, dove, dinanzi all’American family therapy academy, parlarono tutti di riconciliazione e giustizia riparatrice.

In un’intervista al Boston Globe, quando le chiesero cosa provasse nei confronti degli uomini che avevano ucciso sua figlia, Linda Biehl rispose: “Gli voglio molto bene”. Dopo la morte di Peter Biehl nel 2002, Linda acquistò per loro due lotti di terra in memoria del marito, affinché Nofemela e Peni potessero costruirsi una casa.

Nei giorni successivi agli attacchi dell’11 settembre, i Biehl furono invitati a parlare in una sinagoga della loro comunità. Così Peter Biehl raccontò quell’occasione: “Cercammo di spiegare che talvolta conviene tacere e ascoltare cosa hanno da dire gli altri; chiedersi: ‘Perché accadono queste cose orribili?’, anziché limitarsi a reagire”.

L’invocazione del carcere duro e lo spirito vendicativo hanno occupato tutto lo spazio pubblico della giustizia

Viviamo un’epoca in cui il giustizialismo, l’invocazione del carcere duro, lo spirito vendicativo, il populismo penale, il paradigma vittimario hanno occupato tutto lo spazio pubblico della giustizia. In cui spesso, se cerchiamo di far valere la razionalità e uno spirito illuministico che vuole difendere lo stato di diritto di fronte a qualunque reato, riceviamo in risposta l’obiezione: sì, prova a metterti nei panni della madre di quella persona!

Come racconta Angela Davis nel brano citato, ci sono genitori che fanno uno sforzo ulteriore.

Così, anche se sembrano i tempi meno consoni per parlare di riconciliazione e di giustizia riparativa, questo passo necessario va fatto. Perciò la recente pubblicazione di due libri come L’incontro (Il Saggiatore) e Giustizia riparativa (Il Mulino) va salutata come un importante avvenimento culturale.

Il primo – ne ha scritto anche Giuliano Milani qui – è il diario a più voci di sette anni di incontri tra vittime e responsabili della lotta armata: testimonianze di poche righe, riflessioni più approfondite, lunghi saggi di analisi storica che cercano di ricostruire quest’esperienza straordinaria ideata dal gesuita Guido Bertagna con Carlo Maria Martini e coordinata poi insieme al criminologo Adolfo Ceretti e alla giurista Claudia Mazzucato.

Ci sono orfani, vedove, testimoni imbelli di allora, militanti invecchiati e diventati nonni, nomi noti come Agnese Moro o Adriana Faranda, persone che non sono state direttamente implicate, come il costituzionalista Valerio Onida o l’attrice Maddalena Crippa, ma che ci hanno tenuto ad accompagnare questo percorso, e poi molte voci che hanno deciso di rimanere anonime. “Abbiamo avuto acuti. Abbiamo avuto bassi. Semitoni, tutto quello che volete. Alla fine è stato un coro”, si legge nell’Incontro.

È vero che esiste ormai un corpus consistente di testi sulla “notte della repubblica”, anche se parliamo solo di memorialistica, con libri meravigliosi, come il seminale Armi e bagagli del professore di letteratura ex militante delle Brigate rosse Enrico Fenzi (da rileggere, appena ripubblicato dalla neonata casa editrice Egg) o Come mi batte forte il tuo cuore di Benedetta Tobagi. Ma è vero anche che L’incontro rappresenta una svolta radicale e davvero riesce a sostenere, nella bilancia del racconto di quegli anni, quasi da solo il confronto con tutto ciò che è stato scritto finora.

Perché la possibilità che si sono dati i protagonisti di quest’esperienza è di confrontarsi con le persone alle quali avevano procurato un dolore straziante o dalle quali lo avevano ricevuto.

L’ambizione non è quella di creare una memoria condivisa attraverso la giustapposizione di due visioni speculari, contrastive, ma di lasciare che il lettore – come se facesse parte anche lui di questa ricostruzione – trovi i possibili nessi in un racconto che è nei fatti plurale, spesso contraddittorio, ma per la prima volta unitario.

Il modello principale dell’Incontro è stata proprio la Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana, che dal 1995 in poi guidò la transizione dall’apartheid alla democrazia, attraverso una serie di audizioni pubbliche delle vittime e dei responsabili dei crimini commessi da entrambe le parti durante il regime segregazionista. Lo scopo perseguito dagli ispiratori (da Nelson Mandela e Desmond Tutu, tra gli altri) era che questo tribunale portasse, attraverso un processo non violento e un’amnistia, alla conoscenza dei crimini commessi; senza generare – per la nuova democrazia appena nata – una recrudescenza di vendette, e immaginando una nuova comunità nazionale creata da un riconoscimento reciproco e da una giustizia riparativa.

Il nostro sistema penale nasconde un evidente problema, ossia che il carcere è criminogeno

La giustizia riparativa: è un’utopia? Sicuramente è un modello giuridico poco praticato anche nel mondo occidentale, e pochissimo in Italia, nonostante il nostro sistema penale nasconda un evidente problema – ossia che il carcere è criminogeno: il 68,5 per cento delle persone che sconta la sua pena in prigione commette un nuovo reato una volta uscito, a confronto di un 19 per cento di recidiva tra chi non sconta la pena in carcere.

Da questi dati il gruppo che ha redatto Abolire il carcere (Luigi Manconi, Stefano Anastasia,Valentina Calderone, Federica Resta) indicava le diverse possibilità di giustizia alternativa, tra cui quella che nei paesi germanofoni chiamano Täter-Opfer-Ausgleich, “concordato tra l’autore e la vittima”, e che appunto in Germania, in Austria, in Belgio, in Lussemburgo, nei Paesi Bassi e in Francia riesce a garantire risultati molto incoraggianti, a partire dalla giustizia minorile.

Si pratica poco e se ne parla poco; per questo la raccolta dei saggi che s’intitola proprio Giustizia riparativa è preziosa.

Quando gli autori – coordinati da Grazia Mannozzi e Giovanni Angelo Lodigiani – cercano di valorizzare questo modello giuridico, hanno il pregio anche di ricostruirne il contesto storico e di inserire gli esigui esempi italiani all’interno di uno scenario internazionale, e lo fanno sfrondando subito una serie di pregiudizi su questa tradizione giuridica.

Francesco Palazzo, per esempio, sostiene che l’utilitarismo della deterrenza e quello della rieducazione si sono rivelati entrambi un mezzo fallimento: il primo spesso si è tramutato in terrorismo sanzionatorio, il secondo spesso in una solidarietà inefficace per la presa di coscienza e la trasformazione della persona. Invece

il modello della giustizia riparativa ritrova una dimensione di verità nella misura in cui esso presuppone che si riconosca ‘l’altro’, colpevole o vittima, nella concretezza del suo essere, dei suoi bisogni, dei suoi rapporti esistenziali individuali e sociali, tornando a renderlo protagonista – se possibile – della ricomposizione della trama della sua esistenza individuale e sociale.

Ma attenzione: la giustizia riparativa non è un vago perdonismo, un’amnistia morale, una forma di volontariato sociale. Claudia Mazzucato ci tiene a sottolineare le condizioni qualificanti:

L’incontro con i protagonisti (diretti o indiretti) di una vicenda penalmente rilevante; la partecipazione attiva all’incontro; il coinvolgimento volontario e libero di tutte le persone interessate; l’adempimento volontario di attività o impegni nascenti da un accordo che scaturisce, a sua volta, da un incontro libero; la presenza di mediatori/facilitatori imparziali e indipendenti.

Come è chiarissimo a tutti gli autori dell’Incontro e di Giustizia riparativa, qui non è in gioco solo la vicenda dei cosiddetti anni di piombo, né la riforma del sistema penale italiano, ma la possibilità di una rivoluzione culturale profonda, che a partire da biografie singolari possa illuminare diversamente, ricomprendere in una dimensione di senso, anche questioni politiche che ci sembrano inestricabili e inconcepibili.

Nel saggio che fa da postfazione all’Incontro, firmato da Luigi Manconi e Stefano Anastasia, si racconta la storia di Claudia Francardi.

Vedova di un carabiniere ucciso da un diciannovenne mentre effettuava un controllo su un’autovettura dove viaggiavano tre giovani, in località Sorano nella provincia di Grosseto. Oggi quella donna si batte perché Matteo, l’omicida di suo marito, non sconti in carcere la condanna a vent’anni inflittagli. […] La signora Francardi si augura dunque che Matteo possa continuare proficuamente il percorso di ricerca, ripensamento e ricostruzione già intrapreso, usufruendo di misure alternative alla detenzione, magari all’interno di una comunità. È in una comunità, infatti, che la donna lo ha incontrato, iniziando così un rapporto, spesso doloroso e sempre faticoso, con lui e con sua madre, che l’avrebbe portata – nel momento della lettura della sentenza – a ‘piangere per la sofferenza di entrambi’.

Possiamo davvero ipotizzare che siano percorribili queste strade? Mettersi, in quanto carnefici, dalla parte della vittima; mettersi, in quanto vittime, dalla parte del carnefice? Perché questi casi eccezionali, addirittura forse disumani, non potrebbero diventare più comuni? Perché non ci è data l’opzione di rintracciarne l’esemplarità, e spesso assistiamo muti a un desiderio di punizione, anche rispetto agli anni settanta (si pensi al caso di Adriano Sofri o a quello di Sergio D’Elia) che pare non poter contemplare mai un mutamento? Perché pensiamo che la pena debba “infliggere destino” (l’espressione è di Walter Benjamin, citata da Manconi) e non costruire futuro?

Facciamo fatica ad allungare questa serie d’interrogativi che è scandaloso porsi in questi giorni dopo gli attentati di Parigi, in cui sono rari anche i tentativi di analizzare l’ideologia dei terroristi (e sul perché ci sia stata una radicalizzazione fascista dell’islamismo politico, si legga qui un ottimo intervento di Girolamo De Michele). Giorni in cui, invece della ricerca delle cause del terrorismo, delle motivazioni che portano dei ragazzi a diventare assassini feroci, si afferma – senza neanche una lieve ombra di esitazione – una furia di rappresaglia che non vuole nemmeno immaginarsi razionale.

Nella testa degli assassini

Qualche giorno fa su Doppiozero Marco Belpoliti scriveva un pezzo perturbante ma rigorosissimo intitolato “Cosa c’è nella testa degli assassini di Parigi?”. Belpoliti, che ha una lunga frequentazione con questi territori terminali dell’umano (L’età dell’estremismo), ricalca questa domanda su quella che Primo Levi si pone di fronte ai criminali dei lager nazisti, e la rende in questo modo lecita. E per provare ad abbozzare una risposta, cita un libro del 2011 di Murakami Haruki, Underground: qui si racconta l’attentato del 1995 nella metropolitana di Tokyo (12 morti e seimila intossicati), quando un gruppo di una setta religiosa rilasciò del gas nervino in un treno. Le pagine di Underground sono composte da interviste ai sopravvissuti, ma anche agli autori di quell’attentato, in un tentativo, a 15 anni di distanza, di comprendere le due versioni di una tragedia totalmente assurda ai nostri occhi.

Comprendere il terrorismo? Comprendere addirittura i terroristi? Possiamo immaginare un terrorista che cambi idea? Che si convinca che la sua ideologia fanatica sia un macroscopico e tragicissimo errore?

Stiamo scivolando su un campo molto insidioso rispetto alle questioni tecniche che pone il ricorso alla giustizia riparativa. Ma sono digressioni alle quali nessuno degli autori di questi libri si sottrae: ci troviamo indubbiamente in un campo dell’umano che è difficile esplorare, e che preferiamo rimuovere del tutto.

C’è una storia italiana poco conosciuta, quella delle vittime dell’attentato del Natale 1985 all’aeroporto di Fiumicino compiuto da un commando terroristico palestinese legato ad Abu Nidal: ci furono tredici morti e circa cento feriti. Una di loro fu Caterina Brau, che perse una gamba.

Raccontò la sua storia nel 2012 in un’intervista bellissima, pubblicata da Una città. Sul suo attentatore – Khaled Ibrahim Mahmoud, che allora aveva 18 anni, unico sopravvissuto del commando, condannato a 26 anni di carcere che ha finito di scontare pochi anni fa – Brau ha detto:

Quel poveraccio aveva solo diciott’anni. Una storia terribile: aveva perso tutta la famiglia a Sabra e Chatila quand’era ancora un bambino. Se ci pensi, il passaggio tra il suo prima e il suo dopo, quel giorno in cui, a otto anni, è tornato a casa e non ha più trovato i suoi cari, è stato forse peggiore del mio. […] Non è che mi sia indifferente perché ho comunque seguito le sue vicende da lontano, ci ho pensato ogni tanto a come stava, a cosa voleva dire per lui essere l’unico vivo del gruppo, però non ho mai avuto il desiderio di incontrarlo. Credo che sarebbe malsano, per tutti e due; no, non mi piace neanche l’idea. Voglio dire, non lo odio, ma non lo amo neanche. Queste cose all’italiana del perdonismo, del ‘Carramba che sorpresa’, non fanno per me.

Nel 2011 aveva già rilasciato un’altra intervista, toccante e lucida, alla Nuova Sardegna. Ne riporto giusto due risposte.

Qual è il modo giusto di raccontare un episodio drammatico come la strage di Fiumicino?
Forse quello usato da Haruki Murakami nel suo libro Underground, che ricostruisce l’attentato del 1995 nella metropolitana di Tokyo con il gas sarin. È una raccolta di testimonianze di vittime di quell’attacco. Leggendolo hai la percezione di una cosa che si ripete e insieme di una cosa sempre diversa: non c’è nessun tentativo di dare al racconto un significato politico, ma solo la volontà di dare la parola a chi era lì. Così ha dato voce alle testimonianze di vita vissuta, a partire dalla paura che non passa. Finalmente un libro dalla parte delle vittime.

Lei però in tutti questi venticinque anni non ha mai avuto l’atteggiamento da vittima.
Forse non ho mai avuto l’atteggiamento, ma sono stata una vittima. Quando c’è stato l’attentato alle torri gemelle, prima di pensare a chi c’era dietro ho pensato alle vittime, mi sono sentita dalla loro parte. Anche rispetto a Mahmoud, non sono dispiaciuta del fatto che sia uscito dal carcere perché anche lui è prima di tutto una vittima e proprio perché vittima della sua storia ha fatto una scelta mortale per gli altri. Oggi è bello che dica: sono uno stalinista in via di guarigione.

da qui