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venerdì 16 giugno 2023

Rutto nazionale



Silvio Berlusconi, il corruttore - Angelo d’Orsi

“Un fenomeno di folklore paesano, destinato a passare alle storie nell’ordine delle diverse maschere provinciali italiane più che nel l’ordine dei Cromwell, dei Bolivar, dei Garibaldi”.

Con queste parole, Antonio Gramsci, nell’agosto 1924, dipingeva Benito Mussolini, naturalmente, ma sono parole che possono identificare a pieno Silvio Berlusconi. Il duce trascinò il paese verso la catastrofe, da cui esso è poi faticosamente, dolorosamente rinato grazie all’impegno, l’abnegazione e le sofferenze di decine di migliaia di antifascisti, e dal ’43 al ’45 di migliaia di partigiani. Berlusconi non ci ha portato in guerra, ma ha corrotto l’anima di questo paese, una colpa non meno grave. In sintesi, Silvio Berlusconi era un corrotto che ha passato la sua esistenza a corrompere. Certo, ha creato, ha costruito, ha vinto, in tanti campi, ma sempre con il sistema della corruzione, che esaltava la sua indubbia capacità “creativa”, fino all’estrema spregiudicatezza.

Si potrebbe tuttavia osservare che per ogni corruttore esiste qualcuno disposto a lasciarsi corrompere, per ogni compratore c’è chi – uomo o donna – è pronto a vendersi. In fondo Berlusconi, con le sue mille attività (dall’edilizia ai media, dalla finanza al calcio), tutte ai confini della legalità, e spesso fuori da quei confini, ha sollecitato gli istinti peggiori del popolo italiano. Così come ha “sdoganato” il neofascismo, Berlusconi ha sdoganato parimenti la tendenza nascosta di larga parte degli italiani alla illegalità, e ha trasformato in virtù i peggiori vizi nazionali, dall’evasione fisale, teorizzata ancor prima che praticata, al maschilismo, dal sessismo al razzismo, dalla insofferenza per le regole e le norme all’esasperato individualismo, dal servilismo all’opportunismo, e così via: quello di Berlusconi è un classico esempio (per servirsi ancora di Gramsci) di “sovversivismo delle classi dirigenti”.

Con lui, l’illegalità è assurta a illegalismo, come una vera e propria dottrina non soltanto politica, ma esistenziale: i rapporti con “Cosa nostra” diventano leciti; la compravendita di politici e magistrati prassi normale; l’uso (teorizzato, ostentato e praticato) delle donne come oggetti sessuali viene presentato alla stregua di un gioco divertente che suscita ammirazione; l’affarismo spregiudicato una pratica inevitabile e persino necessaria, il denaro teorizzato come un metro per tutte le cose; la ricchezza esagerata, il lusso ostentato, oltre ogni limite, il pansessualismo cinico e volgare, sono proposti come obiettivi che tutti devono perseguire a costo di sentirsi esclusi dalla comunità nazionale, diventando dei paria, dei reietti, degli esclusi, ossia la base antropologica dei “comunisti”, che, nella narrazione tossica berlusconiana, sono mossi da “invidia”, che nasce dalla loro impotenza a diventare ricchi, in sintesi. Vorrebbero, ma non possono; e dunque “odiano”. Il lessico sentimentale, accanto a quello calcistico, sono state le due grandi innovazioni introdotte nel discorso politico da Berlusconi, divenuto leader di Forza Italia.

Quando Berlusconi ascese per la prima volta al governo della nazione, tuonò contro “i lacci e lacciuoli” che impediscono di governare, promettendo (meglio: minacciando) di eliminarli, in nome di efficienza e funzionalità, ossia di quella sciagurata “governabilità” che era stata la chiave di volta del potere di Bettino Craxi, grande sponsor politico di Silvio Berlusconi. In realtà, con quella espressione, il “Cavaliere” (era stato insignito del titolo giovanissimo, per avere edificato “Milano 2”), si riferiva a un ambito assai più ampio: stava annunciando che avrebbe governato al di fuori (ossia al di sopra, nel suo egotismo bonapartistico) delle leggi. Tutto diveniva lecito, in nome della “libertà”: è significativo che molti commentatori berlusconiani abbiano ripreso e rilanciato questo concetto, nelle ore successive alla ferale notizia. Libertà in tutto, di fare tutto, di creare e distruggere, di appropriarsi qualunque oggetto del desiderio, palese o oscuro, con qualsiasi mezzo; anche quando si trattava di donne belle e impossibili, che per il Cav dovevano diventare possibili; anche quando si trattava della casa editrice di cultura, fondata da Giulio Einaudi, o della “grande” editrice generalista Mondadori: in fondo la conquista di una bella donna o di un editore importante (grande o piccolo, purché degni di attenzione), erano obiettivi particolarmente desiderabili per il miliardario che voleva ostentare una cultura che non possedeva, per il maschio privo di attrattive  fisiche, a cui sopperiva con assegni e gioielli e villette in grazioso omaggio, che finivano per renderlo “attraente”, più del rialzo delle scarpe o del capello tristemente catramato sul cranio. La casa dello Struzzo o la “biondona mozzafiato” erano per lui medaglie da appuntarsi sul petto, elementi che conferivano prestigio al Berlusconi conquistador, nella sua psiche malata. Non so se avesse in animo di comprarsi anche la Ferrari (la casa automobilistica di Maranello, non una vettura!), ma certo sapeva che non era in vendita, per la medesima ragione per la quale lui avrebbe potuto desiderarla: era un brand.

Aveva annunciato la “rivoluzione liberale” (povero Gobetti!), ma sebbene sia stato il più longevo presidente del Consiglio (lui provò a ribattezzare la carica come “capo del governo”, ma gli fecero notare che era la dicitura mussoliniana, anche se troviamo ancora pseudogiornalisti che se ne servono, gongolanti, non importa a quale governo si riferiscano), è stato anche, indubitabilmente, il più inconcludente. Delle mille “riforme” messe in cantiere, soltanto una – per nostra fortuna – andò in porto, la “riforma Gelmini” che ha devastato letteralmente la scuola italiana.

Ma quella berlusconiana è stata a ben vedere una rivoluzione, ma una “rivoluzione passiva” (ricorro ancora a Gramsci): una rivoluzione sulle masse, non delle masse, una rivoluzione che ha, in verità,  trasformato le masse in folle (e qui il confronto con Mussolini si impone), una rivoluzione senza rivoluzione, nella quale la “gente” da lui osannata era coacervo passivo, in cui il cittadino ritornava suddito e consumatore. “Ma dov’è questa crisi?”: così in uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana, il Cavaliere esorcizzava la paura di essere cacciato dal governo: “I ristoranti sono sempre pieni”…, eccetera. La grande narrazione di Silvio e del suo esercito di lanzichenecchi della penna e dello schermo, faceva grancasssa ad ogni baggianata, si sganasciava ad ogni sua pietosa barzelletta, rideva anche quando le sue parole suscitavano moti di fastidio o di pena.  

L’Italia, si sa, è paese-laboratorio, e dopo aver inventato il fascismo, abbiamo inventato il berlusconismo, che, in tutta evidenza, è diventato senso comune, e sono state in fondo poche le proteste per questa incredibile, quanto incresciosa sceneggiata governativa, con l’avallo di Mattarella (funerali di Stato, una settimana di lutto, sospensione di ogni attività del Parlamento e dell’Esecutivo, bandiere abbrunate, e una serie di circolari di complemento che somigliavano ai “Fogli di disposizione” del Minculpop, negli anni Trenta). L’Italia perbene, l’Italia che non si riconosce nell’illegalismo e nel cialtronismo, avrebbe dovuto insorgere, contro questo ultimo scempio, che anche da morto, Silvio Berlusconi ha fatto a quel paese che nell’incipit del suo primo discorso, quello della “discesa in campo”, dichiarava di “amare”. E lui era un piacione, uno che voleva piacere a tutti, anche agli avversari, pronto a distribuire prebende: forse il suo desiderio più grande, inconfessabile, era di potere sovvenzionare qualche “comunista”, o quanto meno invitarlo a cena, coccolarlo, mostrargli la sua collezione di opere d’arte, e magari offrirgli persino la scelta di una delle ragazze che lui pagava “per sottrarle alla prostituzione” (sic, nei verbali del tribunale di Milano). Voleva riuscire “simpatico” a tutti (tutte, specialmente): e rideva, gesticolava, sciorinava sorrisi e barzellette, ma forse coloro che oggi ricordano quel volto ridente  (qualcuno gli appioppò l’etichetta “iena ridens”), dimenticano come quello stesso volto si tramutasse in faccia minacciosa, e le battute diventavano anatemi contro la sinistra: a un gruppo di contestatori a un suo comizio urlò, con il volto devastato dalla rabbia, “siete solo dei poveri comunisti!”: dove “poveri” aveva un duplice significato, quello economico, e quello morale.

Davanti a questo grottesco tripudio di Stato, questo pianto imposto per decreto, forse lui avrebbe esitato, e recalcitrato. Troppa grazia, forse avrebbe detto.  Il suo trionfo lo aveva già avuto, e si chiama “post-democrazia”. Non è un caso che lo stesso termine (in inglese: post democracy) fu usato e inventato da uno studioso britannico, Colin Crouch, dopo un soggiorno di studio in Italia nel primo periodo berlusconiano. La postdemocrazia è il prodotto finito, l’espressione compiuta del berlusconismo, la sua traduzione politico-istituzionale: la democrazia rappresentativa sostituita dal rapporto diretto tra il capo e la massa, attraverso un predellino di un’auto, un palco imbandierato, uno schermo televisivo, o da ultimo un’app sullo smartphone (Tik Tok, per essere precisi). Le elezioni non sono state eliminate ma si è generata l’idea che “il teatrino della politica” (formula berlusconiana poi accettata da concorrenti, sodali e avversari) sia superfluo, e che la vera novità, la vera essenza della modernizzazione d’Italia sta nel “fare” (“io sono uomo del fare”, quante volte l’abbiamo sentito?!), e chi meglio di un imprenditore di successo può dare garanzie di fare e fare bene? La polemica contro “il politichese”, era funzionale al “superamento” della democrazia, e alla rottamazione dei partiti, come erano stati intesi fino agli anni Ottanta, pur nel loro degrado a macchine di potere, come aveva denunziato lucidamente Enrico Berlinguer. Nasceva il partito azienda: non a caso il personale politico di Forza Italia era tutto o quasi proveniente da Fininvest, e c’è stata poi una osmosi continua tra Mediaset e il partito, due “cose” di proprietà del Cavaliere. La coincidenza con il sorgere del berlusconismo, la crisi del sistema dei partiti, e l’implosione della sinistra, trascinata dal vergognoso suicidio del PCI guidato da Occhetto, non è casuale. E la fortuna dell’uno (il berlusconismo) è direttamente legata alla scomparsa dell’altro (la sinistra). Il PCI che abdicava a se stesso, e si fustigava per le colpe storiche del comunismo, era già una vittoria ante litteram di Berlusconi.

Il collante anticomunista su cui spesso si è insistito e che abbiamo veduto persino ai funerali, con manifestazioni fascistoidi (“chi non salta comunista è”), era in realtà solo la facciata. Il vero collante, e la spiegazione del successo di B. risiede nell’illegalismo: la libertà da lui teorizzata e messa in atto era il sogno venduto a basso prezzo al popolo italiano (B. è stato fondamentalmente un piazzista), incrociava il sogno inespresso di milioni di uomini e donne: essere ricchi, possedere e ostentare auto di lusso, ville al mare, donne e uomini da set cinematografico, spendere un “pacco di bigliettoni” per una serata in un locale “top”, fino al sogno più segreto di tutti, partecipare a una “cena elegante” in una delle tante, troppe dimore di quest’uomo che non ha segnato la storia d’Italia, ma ha riempito le sue cronache. Prima rumorosamente, poi via via sotto tono, fino alla mesta uscita di scena, con lacrime vere di alcuni, finte di tutti gli altri, pronti ora a scannarsi per l’eredità politica ed economica, per l’impero Mediaset come per Forza Italia, o quel che ne rimane.

Sic transit gloria mundi.  

da qui


giovedì 1 giugno 2023

L’occidente delle libertà

di Francesco Masala – a proposito di ebrei antisemiti (?), nazisti, censure, satira, senza dimenticare Julian Assange, con un disegno di Mauro Biani, con interventi di Daniele Genser, Nicolai Lilin, e un articolo di Giovanni Pillonca, ma non solo.


Roger Waters è indagato dalla polizia tedesca per avere usato una divisa delle SS in uno spettacolo a Berlino (qui), Zelensky adotta pubblicamente simboli nazisti (qui), omaggiato come un capo di stato, che per un pezzo di terra è disposto a far morire tutti gli ucraini (e questo non è uno spettacolo, o forse sì).

 

Daniele Ganser spiega che, nell’occidente delle libertà, la censura e le liste di proscrizione sono normali, anche se, per ora, non si bruciano i libri in piazza (come recentemente è capitato in Ucraina)



 

 


Nicolaj Lilin riferisce di un generale tedesco che si è espresso sull’addestramento dei militanti delle forze armate ucraine in Germania: sono più interessati all’esperienza e ai metodi dei punitori delle SS che agli affari militari.

 

 

 In Germania: attacchi contro gli ebrei critici del sionismo – Giovanni Pillonca

In un articolo apparso il 4 aprile scorso sulla rivista online +972 magazine la corrispondente dalla Germania, Heibh Jamal riferisce delle nefaste conseguenze derivanti dalla risoluzione approvata dal Bundestag nel 2019 che dichiara antisemita il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions, un movimento che promuove la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per i palestinesi) e di conseguenza anche chiunque lo sostenga. La risoluzione era giustificata dall’aumento degli episodi di antisemitismo e dai timori generati dal flusso crescente di immigrati provenienti dai paesi musulmani. Ma era anche la diretta conseguenza del voto con cui, l’anno prima, il Bundestag aveva dichiarato “l’esistenza di Israele come parte dell’interesse nazionale della Germania”. La risoluzione nasce anche da una discutibile interpretazione della definizione di antisemitismo data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nel 2016, che offre il destro a applicazioni strumentali autorizzando la destra a definire antisemita chiunque critichi le politiche di Israele. È per questa ragione che nel 2021 un gruppo di studiosi nei campi della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente hanno stilato la Jerusalem Declaration on Antisemitism, firmata da più di 350 personalità del mondo della cultura internazionale tra i quali Abraham Yehoshua e Carlo Ginzburg. “Quali che siano le intenzioni dei suoi sostenitori – si dice nel preambolo della Dichiarazione di Gerusalemme – la definizione di antisemitismo data dall’IHRA “offusca la differenza tra discorsi antisemiti e legittime critiche a Israele e al sionismo. Ciò causa confusione, mentre delegittima le voci dei palestinesi e di altri, compresi gli ebrei, che hanno opinioni aspramente critiche nei confronti di Israele e del sionismo. Niente di tutto questo aiuta a combattere l’antisemitismo”.

Sulla situazione venutasi a creare in Germania, in seguito alla risoluzione, avevano già riferito lo scorso anno sia Peter Beinart su Jewish Currents, sia Avraham Burg, ex Presidente del Parlamento israeliano, su Haaretz, prendendo spunto entrambi da una conferenza organizzata a Berlino dall’Einstein Forum, intitolata “Hijacking Memory: The Holocaust and the New Right” (Il sequestro della memoria: l’Olocausto e la nuova destra). La conferenza era incentrata sull’analisi del fenomeno dell’appropriazione indebita, se non del vero e proprio sequestro, del processo di espiazione tedesco da parte della destra filoisraeliana. L’articolo di Beinart segnalava come la memoria dell’Olocausto, in Germania, venisse usata come arma per far tacere chi criticava Israele. La risoluzione del Bundestag, infatti, equipara il boicottaggio di Israele ai boicottaggi nazisti degli ebrei, ignorando il fatto, sosteneva Beinart, “che i gruppi della società civile palestinese hanno creato il movimento BDS perché vogliono la ‘piena uguaglianza’ con gli ebrei mentre i nazisti boicottavano gli ebrei perché volevano esattamente il contrario”. Il meccanismo messo in moto dalla risoluzione e l’estrema puntigliosità con cui le istituzioni pubbliche ne hanno assicurato l’applicazione nel corso degli ultimi tre anni, oltre a colpire i movimenti palestinesi, adesso – è questo il paradossale sviluppo della faccenda – finisce per rivolgersi anche verso gli stessi ebrei che avanzano critiche verso lo Stato di Israele, come dimostra Heibh Jamal nel suo articolo.

Jamal riporta la testimonianza di Wieland Hoban, compositore e traduttore accademico che è anche presidente di Jüdische Stimme, un’organizzazione ebraica antisionista, il quale ha accertato una decisa e preoccupante impennata nel numero di ebrei presi di mira perché fortemente critici della posizione categoricamente filo-israeliana della Germania. “Mentre i tedeschi e le istituzioni statali sono a proprio agio nel diffamare e calunniare i palestinesi, sostiene Hoban, si sta arrivando al punto in cui abbiamo dei non ebrei che affibbiano ad altri ebrei l’infamante accusa di essere antisemiti!. Si tratta di un nuovo imprevisto sviluppo cui si è arrivati negli ultimi due anni”.

Gli ebrei non sionisti sono il bersaglio di una marea di attacchi e di vari livelli di censura a causa della loro solidarietà con la causa palestinese, non soltanto dalla destra più conservatrice, ma anche da alcuni settori della sinistra, in particolare la fazione Antideutsch, che trova uno dei suoi collanti più efficaci nel sostegno incondizionato a Israele e nella profonda avversione nei confronti di chi critica il sionismo.

Pertanto le differenze di opinione politica sul capitolo Israele-Palestina sono scoraggiate, persino minacciate, da un ampio fronte politico. La conseguenza è una situazione contorta in cui lo Stato decide cosa è antisemita e offensivo per gli ebrei – e gli stessi ebrei ne sono spesso il bersaglio. È il caso di Adam Broomberg, un artista ebreo sudafricano che ora vive a Berlino, il quale ha dovuto difendersi da una serie di accuse da parte del commissario per l’antisemitismo di Amburgo, Stefan Hensel, a causa del suo sostegno alla causa palestinese. Broomberg, cresciuto nel Sud Africa dell’apartheid, racconta di aver compreso l’impatto dell’apartheid sin da quando era un adolescente. “A scuola mi dicevano ogni giorno che se l’apartheid fosse finito in Sud Africa, ciò avrebbe significato la fine dell’esistenza dei bianchi. Allo stesso modo, mentre frequentavo una scuola religioso-sionista, mi dicevano che il sionismo avrebbe assicurato la sopravvivenza del popolo ebraico. In entrambi i casi venivano usate le stesse strategie per giustificare il mantenimento dello status quo, ed entrambi questi miti hanno iniziato a crollare per me contemporaneamente. Il mio sostegno alla Palestina non è qualcosa che ho deciso all’improvviso. Ho 52 anni e questa decisione l’ho presa quando avevo 15 anni”…

continua qui

 






sabato 3 marzo 2018

altri pensieri elettorali

Il popolo non elegge chi lo cura, ma chi lo droga.(Nicolás Gómez Dávila)

Vota oggi, te ne pentirai domani.(Poster elettorale affisso in Gran Bretagna)

La democrazia ti permette di votare per il candidato che ti dispiace di meno.(Robert Byrne)

La cosa migliore di questo gruppo di candidati è che solo uno di loro può vincere.
(Will Rogers)

Elettore. Colui che gode del sacro privilegio di votare per l’uomo scelto da un altro uomo. (Ambrose Bierce)

Se Dio avesse voluto che noi votassimo, ci avrebbe dato dei candidati.(Jay Leno)

Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori. (Corrado Guzzanti)

Avete tutto il diritto di stare a casa, se volete, ma non prendetevi in giro pensando di non votare. In realtà, non votare è impossibile: si può votare votando, oppure votare rimanendo a casa e raddoppiando tacitamente il valore del voto di un irriducibile.(David Foster Wallace)

Fra imbecilli che vogliono cambiare tutto e mascalzoni che non vogliono cambiare niente, com’è difficile scegliere! (Gesualdo Bufalino)

 “Vai a votare quest’anno?”.“No, ringraziando Dio non mi serve niente!”.(Ficarra e Picone)

Il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio.(Winston Churchill)

L’unica consolazione, di fronte a certi duelli elettorali fra due candidati, è che almeno uno dei due perderà.(Gesualdo Bufalino)

Il fatto di poter eleggere liberamente dei padroni non sopprime né i padroni né gli schiavi. (Herbert Marcuse)

Niente c’è di definitivo nel mondo, ma le cose meno definitive di questo mondo sono le vittorie elettorali.(Benito Mussolini)

Se volessimo capire in cosa consiste davvero la razza umana, dovremmo solo osservarla in tempo di elezioni.(Mark Twain)

Andate a votare, che per i corridoi i lavoretti dei bambini sono stupendi!(TheMadman)

da qui

mercoledì 18 marzo 2015

Sul disegno di legge della cattiva scuola

Il disegno di legge sulla scuola presentato nel Consiglio dei Ministri (d’ora in poi CdM) del 12 marzo 2015 è prima di tutto una redistribuzione di potere.*
Ho letto il ddl ed ecco alcune cose che ho capito.

I dirigenti scolastici (d’ora in poi Ds) vengono investiti di tali poteri che tutte le scuole saranno guidate da piccoli autocrati, che formalmente, per qualcosa, dovranno avere il conforto di organismi composti da sudditi (art. 2, c.1).
È curioso (e ingannevole) che il ddl alterni la figura del Ds a quella dell’istituzione scolastica, per non essere ripetitivo, ma in realtà è sempre del Ds che si parla.
All’art.2, c.3 si dice che “Le istituzioni scolastiche individuano il fabbisogno di posti dell’organico dell’autonomia”, chiunque capisce che è il Ds che farà questo, non certo il Collegio dei docenti.
Nello stesso articolo e stesso comma si dice che tale fabbisogno servirà per raggiungere 15 obiettivi, tra cui (alla lettera k) la riduzione del numero di alunni e studenti per classe (in ossequio allo slogan: ”No alle classi pollaio”). Al comma 4 si dice che “le istituzioni scolastiche predispongono, entro il mese di ottobre dell’anno scolastico precedente al triennio di riferimento, il Piano triennale dell’offerta formativa”, cioè lo farà il Ds. Tutti quei 15 punti (o quasi) richiedono risorse aggiuntive in termini di personale. Al comma 5 arriva la doccia gelata: “L’ufficio scolastico regionale valuta la proposta di piano presentata dai dirigenti scolastici in termini di compatibilità economico-finanziaria”, che tradotto vuol dire che se non ci sono soldi ti tieni le classi pollaio, o meglio certe scuole avranno classi “umane” e altre scuole avranno classi “pollaio”. Non ci sarà una regola che dirà ogni classe avrà al massimo tot alunni, o che per ogni studente Bes o con il diritto al sostegno il tetto sarà X. Il c.5 dice”vedremo”, e questo lascia tutti molto tranquilli.
Al c.9 non si finge, si dice che”il Piano triennale è elaborato dal Ds, sentito il collegio dei docenti e il consiglio d’istituto, nonché i principali attori economici, sociali e culturali del territorio”, ecco che è chiaro che nel ddl l’istituzione scolastica e il Ds sono la stessa cosa, e l’alternanza dei due termini è una questione di stile, altrimenti si accorgono tutti che il Ds lo si cita troppo, nella redistribuzione del potere.
Al c.11 (sempre dell’art.2) ecco l’incoronazione dell’autocrate: “I dirigenti scolastici, una volta definito il Piano triennale dell’offerta formativa, scelgono il personale da assegnare ai posti dell’organico dell’autonomia”
All’art.4, c.8, riappare l’uomo solo al comando, per i percorsi di alternanza scuola-lavoro (introdotti al c.1 dello stesso articolo): “Il Dirigente scolastico individua le imprese e gli enti pubblici e privati disponibili alla attivazione dei percorsi di cui ai commi precedenti e stipula apposite convenzioni anche finalizzate a favorire l’orientamento scolastico e universitario dello studente”, in pratica una forma di somministrazione di lavoro.

Non poteva poi mancare, all’art.5, c.5, lettera a), l’ingresso del Made in Italy: “orientamento della didattica e della formazione ai settori strategici del Made in Italy, in base alla vocazione produttiva di ciascun territorio” (ma sanno che il 67% del Made in Italy viene prodotto all’estero?, lo dice Mediobanca, qui, naturalmente le leggi lo consente, chissà se quelli del ddl sulla scuola conoscono il legislatore)

Alla lettera c) appare l’apertura della scuola al territorio, di sera, evidentemente: “apertura della scuola al territorio e possibilità di utilizzo degli spazi anche al di fuori dell’orario scolastico”. sanno che qualcuno deve anche chiuderla, la scuola?
Ma il ddl non parla molto del personale non docente, anzi no, nella bozza che circolava in rete dopo le videate al CdM del 3 marzo (all’art 7, c. 2) viene scritto che in tutte le scuole “è individuato un assistente tecnico con funzioni di supporto allo innovazioni tecnologiche.” Lo stesso comma è cancellato, si veda qui, non è satira.
L’articolo 7 è un capolavoro, il titolo è: Competenze del dirigente scolastico.
Al comma 1 si dice: “Nell’ambito dell’autonomia della Istituzione scolastica, il dirigente scolastico ne assicura il buon andamento. A tale scopo, svolge compiti di gestione direzionale, organizzativa e di coordinamento ed è responsabile delle scelte didattiche, formative e della valorizzazione delle risorse umane e del merito dei docenti”. Solo il Creatore aveva un compito più grande, qui ci siamo vicino.
Al comma 2 si dice: “Il dirigente scolastico propone gli incarichi di docenza per la copertura dei posti assegnati all’Istituzione scolastica cui è preposto sulla base del Piano triennale di cui all’articolo 2, ai docenti iscritti negli albi territoriali di cui al comma 4, nonché al personale docente di ruolo già in servizio presso altra Istituzione scolastica.”
In termini marxiani è la creazione di un esercito di riserva, a cui attingere se e come serve.
Loro vogliono far pensare che questo sia il Mercato, in realtà sarà un mercato.
Si dichiara che ogni riferimento a fatti avvenuti o che potrebbero avvenire è puramente casuale, la satira esige degli esempi un po’ estremi, si sa. “Viene nella mia scuola? Quanto mi dà? Ma lei è il figlio di…? meglio figlio che nipote, se no diciamo che qui si fa nepotismo! Ma a lei (signora o signorina?) piacerebbe venire nella mia scuola? Ma la mia disciplina non c’è nella vostra scuola! Sapesse cosa non votano nel collegio dei docenti, se glielo chiedo io, e cosa sarà una disciplina in più, è l’autonomia, bellezza! Io vorrei venire nella sua scuola Signor Dirigente, ho un curriculum speciale, ha visto le referenze? Mi hanno detto però che negli ultimi due anni ha scioperato quattro volte! Ma è un diritto costituzionalmente garantito! Vabbè, ma è un articolo obsoleto, lo cambieranno fra pochi mesi, non lo sa?"
Potete aggiungere esempi a piacere, sempre pensando che ogni riferimento a fatti avvenuti o che potrebbero avvenire è puramente casuale, anche se a voi sono successi davvero.

Al comma 3, lettera c) si dice: “utilizzo del personale docente di ruolo in classi di concorso diverse da quelle per la quale possiede l’abilitazione, purché possegga titolo di studio valido all'insegnamento”. All'articolo 2, c. 14 e 15, si prevede che gli insegnanti di inglese, musica ed educazione debbano essere abilitati, nelle rispettive discipline, per tutte le altre discipline non è necessaria l’abilitazione, basterà un esame di qualcosa anche 30 anni prima, all'università.
È veramente strana questa differenza di trattamento sulle abilitazioni, ma chi ha scritto il ddl non deve avere dei princìpi saldi.
Che questo svilimento di competenze e professionalità degli insegnanti sia iniziato da qualche anno lo dimostra un recente esempio (leggine qui, dove si può leggere “…Il Miur sostiene che l’applicazione della Nota 1666/14 ha consentito una riduzione degli insegnanti soprannumerari della 19/A. È un ragionamento paradossale e disonesto, se si riducono i sovrannumerari della classe di concorso 019, nella stessa misura si fanno crescere quelli della classe di concorso 017…”).
il MIUR, con delle note ministeriali, ripetute nel tempo, (cambia solo il numero di protocollo, che fantasia!), cambia le norme di legge esistenti, nonostante recenti pronunciamenti del TAR.
In una di queste note ministeriali, citata prima, la 1666/14, si scrive, senza pudore, “…a seguito delle richieste pervenute per un riesame delle classi (di concorso) attribuite…” ( leggi qui). Chi fa le richieste? Ma questo è un modo di operare trasparente?
Sarà una coincidenza, ma il 5 marzo Maria Chiara Carrozza (ex ministro del MIUR) parlava di lobby (leggi qui), anche al MIUR esistono, evidentemente.

Segnalo all’art.8, c.5, questa frase ” in caso di indisponibilità di posti per gli albi territoriali indicati, non si procede all’assunzione”, che qualcosa vorrà dire, ma si capirà nel tempo.

All’art.10, c.1, appare un altro capolavoro, la mancetta di 500 euro per autoaggiornamento: “Al fine di sostenere la formazione continua dei docenti e di valorizzarne le relative competenze professionali, è istituita la Carta per l’aggiornamento e la formazione del docente di ruolo delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado. La Carta consiste in un voucher dell’importo di 500,00 euro che può essere utilizzato per l’acquisto di libri e testi di natura didattico-scientifica, pubblicazioni e riviste riferite alle materie di insegnamento e comunque utili all’aggiornamento professionale, acquisto di hardware e software, iscrizione a corsi per attività di aggiornamento e qualificazione delle competenze professionali, rappresentazioni teatrali e cinematografiche, ingresso a musei, mostre ed eventi culturali in genere, nonché per iniziative coerenti con le attività individuate nell’ambito del Piano dell’offerta formativa delle scuole e del Piano nazionale di formazione di cui al comma 3.”
I 500 euro sembrano essere una tantum, 50 euro all’anno se si utilizzano in 10 anni, 25 euro all’anno se si utilizzano in 20 anni.
Immaginate la burocrazia che andrà a generare, ci sarà un ufficio al quale portare la documentazione di spesa? Ogni mese oppure ogni anno, anno solare o anno scolastico, e ci sarà un ufficio che dovrà decidere quali spese possono essere riferite alle materie di insegnamento e comunque utili all’aggiornamento professionale”? Se un insegnante di letteratura visiterà un museo della scienza e della  tecnica o un insegnante di matematica visita un museo archeologico cosa  succederà? Esisteranno delle tabelle di riferimento per decidere?

Al c.3 si dice  che “La formazione in servizio dei docenti di ruolo è obbligatoria, permanente e strutturale”, e al c.4 che per questo “è autorizzata la spesa di euro 40 milioni annui a decorrere dall’anno 2016”.
I conti sono presto fatti; 40 milioni diviso 800000 docenti (circa) fa 50 euro a docente. Con corsi da 15 docenti ciascuno questi 15 docenti stanno esaurendo la loro quota di aggiornamento e il corso costerà 750 euro. Se metà della spese andranno per l’organizzazione e un’ora di docenza verrà pagata 75 euro, un docente avrà il diritto/dovere a un corso di 5 ore di lezione, la metà o meno di quelle degli studenti per i quali viene attivato un corso di recupero, per lorocon un massimo di 10-12 alunni per classe.

All’art.15 si dice che: “…i contribuenti che intendono destinare la quota del cinque per mille delle imposte alle istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione, indicano l’istituzione scolastica del sistema nazionale di istruzione alla quale devolvere la somma”
Si capisce bene il carattere regressivo e l’iniquità di questa norma, una deriva “federalista”, nella peggiore delle accezioni. Lo Stato dà alle scuole il minimo, a volte neanche quello, poi ci pensa il mercato (le imprese e le famiglie degli studenti, una specie di contributo volontario). Arriveranno più soldi aggiuntivi al liceo classico del centro, o all’istituto professionale dell’hinterland? A prima vista sembra una gara truccata, ma è il mercato, ci dicono.

All’art.21 si delega il Governo a ridisegnare il “Sistema Nazionale di Istruzione e Formazione”, vale a dire a cambiare la scuola come vuole, con dei princìpi e dei criteri direttivi che consentano, tra l’altro (cito solo alcuni punti, per il resto rimando al ddl):
-incoronazione del Ds autocrate (art.21, c 2, lettera b, punto 2);
-tutti potranno insegnare quasi tutto: “riordino delle classi disciplinari di concorso, con attribuzione degli insegnamenti nell’ambito della classe disciplinare di afferenza, secondo principi di semplificazione e di flessibilità, fermo restando l’accertamento della competenza nella disciplina insegnata” (art.21, c 2, lettera c, punto 4), è veramente folle l’ultima riga, “fermo restando l’accertamento della competenza nella disciplina insegnata” veniva accertata da un concorso, e relativa abilitazione, adesso deciderà il Ds, o il suo staff, chissà;
-creazione del ruolo unico dei docenti, criteri di flessibilità all’interno delle classi di concorso, principi e criteri generali della mobilità territoriale e professionale (art.21, c 2, lettera d, punto 1,2,3);
-nascono i consigli di amministrazione o le fondazioni, dove i docenti conteranno sempre meno. il collegio dei docenti va al suo posto (in un angolo).

Termino qui.
Provate a leggere questo disegno di legge, se ne avete il coraggio, ma bisogna trovarlo, il coraggio.

C’è poi il non scritto, che è importante quanto quello che è presente nel ddl.

Il non scritto è quello che avevano detto e scritto prima del ddl, Renzi, il ministro, e i cortigiani, per pudore qui non c’è, ma rientrerà attraverso i decreti legislativi di cui parla l’art.21. (per esempio come sbattere fuori i docenti che non vanno bene, come famiglie e studenti giudicheranno i docenti, quali saranno i criteri per accedere al merito, promuovere tutti, non contrariare il Ds, fare la spia, lavare la macchina al Ds, non ammalarsi, numero di ore di corsi di aggiornamento, ma solo quelli utili per l’istituzione scolastica, chissà cos’altro, chi vivrà vedrà).

Ma il non scritto è anche che non si parla di contratto (non rinnovato da quasi 10 anni), e scatti di anzianità, il Governo non potrebbe intervenire neanche se volesse, ci diranno, c’è l’ARAN (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubbliche amministrazioni) che fa i contratti, mica si può intervenire sull'autonomia dell'ARAN.
Comunque il contratto, per la parte normativa, ci sarà, per travasare quei decreti che appariranno “entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge” (art.21, c.1), e i sindacati firmatari li firmeranno, anche se non vogliono (mi sembra già di sentirli, ma è legge, come si fa, e poi “tengo” i distacchi, e se ce li tagliano?)

Buona fortuna a tutti.



*evito di analizzare la parte sulle “assunzioni” dei precari, non dovevano stare in questo ddl, ma ancora non sanno bene cosa fare, sui precari cambieranno ancora qualcosa, e la loro immissione in ruolo sarà l’arma di ricatto per far approvare tutto il resto.

intanto ecco un esempio su come saranno giudicati gli insegnanti, mutandis mutandis:

martedì 22 gennaio 2013

Corrado Guzzanti ringrazia


...confesso di non capire esattamente cosa sia il “sentimento religioso” perché sfortunatamente non ne sono dotato. Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall’essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte. Spero di non offendere nessuno se affermo che l’esistenza di un creatore, l’inferno, il paradiso, l’immortalità dell’anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile.
Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell’Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti. Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull’origine e il senso dell’uomo e dell’universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa. Ciò dovrebbe suggerire che convinzione “sentimentale” profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse...

martedì 8 gennaio 2013

Nessuno tocchi Corrado Guzzanti

Medioevo Italia. Corrado Guzzanti denunciato per vilipendio alla religione. L’accusa viene dall’associazione telespettatori cattolici Aiart che ha deciso di denunciare il comico e attore romano reo di ”aver offeso con battute da caserma il sentimento religioso degli italiani, vomitando insulti e falsità per oltre un’ora di spettacolo”. La trasmissione sul banco degli imputati è “Recital”, di e con Corrado Guzzanti andata in onda venerdì 4 gennaio su La7 in prima serata seguita tra l’altro da quasi un milione e mezzo di spettatori. Ma la reprimenda mediatica è andata oltre la querela con la richiesta della sospensione del programma.
“Scherza coi fanti ma lascia stare i santi” recita una vecchia massima  popolare che per alcuni è solo un proverbio ma per altri è un precetto inviolabile: la religione, per il suo legame con ciò che è ritenuto sacro, per qualcuno sembra debba godere di una sorta di speciale immunità dalla critica e dalla satira.
Corrado Guzzanti è uno dei più stimati comici italiani e la sua è sempre stata una satira intelligente, corrosiva ma mai volgare, acuta e mai becera. E la satira sin dall’Antica Grecia ha avuto fra i propri bersagli preferiti proprio la religione, e in particolare gli esponenti pubblici del culto ed il ruolo politico e sociale svolto dalla religione.
Con questa petizione intendiamo chiedere all’Aiart di ritirare la denuncia e la richiesta di cancellazione del programma. Lo chiediamo in nome dell’articolo21 della Costituzione, della libertà di espressione e di satira, anche quando l’ironia si abbatte sui potenti di ogni ordine e grado, politici, economici e religiosi.
“Siate sempre gioiosi” raccomandava San Francesco di Sales. “Un cristiano triste è un triste cristiano”.

sabato 10 novembre 2012

dice Corrado Guzzanti


Corrado Guzzanti non vede l'ora che si facciano le primarie del Pd. Per non andare a votare. «La scelta - dice - è tra chi ha fatto danni e chi ancora non li ha potuti fare. Cioè Bersani e Renzi. Il primo ha fallito, senza averci provato, il secondo lo sto studiando. Comunque si tratta delle prime vere primarie, con due visioni diverse. Per ora, però, non partecipo. E per il futuro non escludo Grillo». Resta attuale allora la battuta detta a Vieni via con me (2010): «Il Pd è il primo partito in Italia a usare le primarie; il primo partito del mondo a perderle»…