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lunedì 10 gennaio 2022

L’insostenibile fascino della repressione

 


Le parole sono importanti.


Ecco la definizione di repressione secondo il vocabolario: “attività e azione violenta o intimidatoria attuata dal governo e dai centri di potere contro forze e movimenti rivoluzionari e progressisti, o comunque di opposizione, di protesta e di contestazione” (qui)


 

Nel 1977 Marco Bechis, al rientro in Italia, scampato alle torture (e alla morte) degli assassini argentini, fu accolto da due carabinieri, e al racconto delle scosse elettriche un carabiniere disse: “Laggiù sì che fanno sul serio, mica come da noi…” (p.187, Marco Bechis, La solitudine del sovversivo, (qui la recensione del libro)

 

Nel 2001 a Genova è successo quello che tutti sanno, ma nessun torturatore e picchiatore, e sopratutto nessuno dei loro capi, ha pagato (lo ricorda Enrico Zucca), anzi sono stati promossi, con merito, e quindi tutti i componenti delle forze dell’ordine sanno che comportarsi in quel modo è buono e giusto.

Non è fuori luogo pensare che in tutte le scuole delle forze dell’ordine degli ultimi 20 anni avranno insegnato che tutto ciò che non è vietato è lecito.

 

Intanto i capi d’accusa per cui si deve sprecare la vita in tribunale sono simili in tutto il mondo, in Egitto è molto usato il reato di diffusione di notizie false (leggi qui), a migliaia lo provano sulla propria pelle, per esempio Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah.

 

Da noi si usa molto l’associazione a delinquere e l’eversione (leggi qui), ma anche eversione e associazione a delinquere (qui, per esempio).

 

Per Paolo Persichetti la repressione è per rivelazione di notizie di cui sia vietata la divulgazione (leggi qui), ed è inquietante il modus operandi scandaloso delle forze dell’ordine:

Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2, per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie, che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio, sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in ostaggio la storia, di sequestrare il passato.

 

Della repressione dei militanti no Tav sappiamo molto (qui l’ultimo caso, quello di Emilio Scalzo, qui e qui Angelo Tartaglia spiega l’assurdità di quel mostro della Tav in Val di Susa, ma solo chi è intellettualmente onesto può capire); sappiamo anche che se il potere militare, politico, giudiziario avesse dedicato solo la metà di quello sforzo repressivo verso le mafie e l’evasione fiscale dei milionari (in euro) e avesse scatenato l’unica guerra giusta, quella contro i paradisi fiscali, l’Italia sarebbe un paese migliore.


qui un interessante intervento di Livio Pepino, su democrazia e repressione

 

Interessante ascoltare qui Federico Petroni e Alfonso Desiderio, di Limes, il ruolo passivo del nostro paese nella straordinaria repressione a stelle e strisce, per ricordarci il compito dell’Italia, quello del servo (ecco perché si chiamano servitù militari).

 

Nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, ma anche in tante altre, si parla di libertà, di parola, di stampa, di opinione, di ricerca, di associazione, quando è stata scritta, dopo la seconda guerra mondiale, erano libertà da tutelare, negli anni, in maniera sempre più veloce, sono diventate libertà da reprimere.

Le libertà che si espandono sono quelle di produrre e vendere armi, sistemi di repressione e sorveglianza.


Gli stati uniti del mondo delle libertà, gli stati uniti del mondo della repressione, gli stati uniti del mondo dell’oppressione e gli stati uniti del mondo del colonialismo e del neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, sporca di sangue (qui si ricordano gli Stati Uniti d'America come il paese più terrorista del mondo).

Ogni paese ha mille strumenti per la repressione, le bombe, l’esercito, il carcere, la polizia, i tribunali, dipende dalla resistenza incontrata o dalle convenienze, dal sistema giudiziario o dalle leggi dei paesi interessati, o anche solo infischiandosene della volontà popolare.

 

Tanti, troppi, sono oggetto di repressione, dai curdi a Julian Assange, dalle donne afghane ai neri degli Usa (e non solo), dagli indigeni dal Canada fino alla Terra del Fuoco ai palestinesi, dai migranti agli stranieri, da Mimmo Lucano (qui un lucido commento di Marco Revelli) e tutti quei milioni che hanno votato, inascoltati, nel 2011 perché dell’acqua non si facesse profitto.

Molte centinaia di milioni (o qualche miliardo?) di persone in tutto il mondo sono umiliate e offese, unitevi, direbbe Karl Marx.


sabato 4 dicembre 2021

La solitudine del sovversivo - Marco Bechis

Dopo il 1968, la forza dei sindacati, le idee di rivoluzione, il Potere, quello vero, piano piano riprende il comando, dappertutto, da qualche parte con i servizi segreti (deviati?), come in Italia, o con l’avanzata di forze politiche di destra (Thatcher e Reagan, qualche anno dopo, per esempio), mentre in altri stati, a sud degli Usa, e in Africa, direttamente, a qualsiasi costo, con colpi di stato militari, sostenuti direttamente o indirettamente dagli Usa e dalle potenze ex(?) coloniali.

In quel momento storico, nell’Argentina dei Generali, il 19 aprile del 1977 si trova Marco Bechis, a vent’anni, in una Ford Falcon degli squadroni della morte. (“Avevo vent'anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita", scriveva Paul Nizan).

Marco Bechis racconta il prima e il dopo della sua permanenza in una prigione segreta, da cui uscirà dopo un po’ di giorni per altre prigioni “normali” e poi tornerà in Italia, grazie all’intervento di qualche potente argentino allertato dalla famiglia di Marco.

Il suo racconto, di uno che c’è stato, in quei luoghi di tortura e di morte, fa stare male, pensando a tutti quelli che sono stati ammazzati per le torture o i voli della morte.

Marco Bechis non è diventato un maestro argentino per i bambini della pampa, è diventato un regista, con l’Argentina e l’America Latina nel cuore (Alambrado, Garage Olimpo, Hijos-Figli, Birdwatchers - La terra degli uomini rossi  sono alcuni dei suoi grandissimi film).

Un libro per conoscere o per non dimenticare quello che è stato (e che succede, e succederà, quotidianamente, in molte prigioni del mondo).


ps: mi è tornato in mente questo libro

 

 

…Il libro di Marco Bechis è allo stesso tempo fragile e potente perché la sua narrazione è quella di chi cammina da equilibrista su di una corda il cui intreccio è fatto dall’imbarazzo dello scampato alla morte per i privilegi dettati dall’appartenenza familiare e dal coraggio dell’uomo da sempre impegnato a testimoniare quanto accaduto a lui (vivo) e ai suoi compagni di lotta (morti), senza scadere mai nella retorica dell’eroe e della vittima. L’eroe e la vittima sono due posture la cui resa economica è garantita per chi vuole cimentarsi, protagonista più o meno consapevole di epoche “interessanti” e segnate da accadimenti storicamente rilevanti, nella narrazione per il grande pubblico dei lettori.

Uscire da quella retorica nella quale chiediamo riconoscimento rappresentandoci all’esterno come vittime e/o eroi – solo per il semplice fatto di essere stati testimoni attivi in qualche modo di fatti storicamente rilevanti – e affrontare, narrando ad altri, la propria esperienza umana invece per quella che è stata veramente, senza fare sconti a sé stessi è un atto sovversivo. E molto umano. Per questo un atto, quello di Bechis, che sovverte un tempo, quello in cui viviamo, sempre più segnato dall’indifferenza.

da qui

 

Nelle pagine Bechis racconta di sé: la morte del fratellino, il girovagare tra i due continenti, gli studi, l’impegno politico in Argentina e in Italia, la vita che cambia le carte in tavola per portarti altrove da dove avevi progettato di essere, lo sradicamento da una terra che sentiva sua, l’esordio nel mondo del cinema, il documentario sulla guerra in Bosnia, gli affetti. E infine la testimonianza nel processo del 2010 a Buenos Aires, dove giustizia fu fatta, seppur tardivamente dopo anni di impunità grazie alle amnistie di stato che si erano susseguite nel tempo.

Scrivere come terapia, un modo per darsi una risposta al lacerante dilemma di tutti i sopravvissuti di ogni epoca “perché io?”. Per chi legge è una testimonianza che non può essere ignorata, soprattutto nel momento che stiamo vivendo.

Senza nulla togliere alle preoccupazioni per la salute, per l’economia, per le sorti del nostro mondo, questo tipo di lettura è necessario e dovrebbe condurre a riflessioni profonde. Siamo in una democrazia, seppure per tanti versi imperfetta, abbiamo la libertà, siamo padroni delle nostre vite. In altre parti del mondo ancora oggi non è così. Il mio pensiero va a Patrick Zaki e a tanti senza nome nelle sue condizioni, oggi.

Nelle parole di Marco Bechis ci sono tutte le storie di quei 30 mila desaparecidos, mai più tornati, sepolti in fondo al mare o in una fossa comune, senza nemmeno una tomba su cui piangerli. Tra loro tante giovani donne costrette a partorire in condizioni disumane (e solo una donna può capire cosa devono avere provato) per poi vedersi sottrarre i bambini, affidati a famiglie di militari. Tanti vivono ancora inconsapevoli al lato dei carnefici dei veri genitori, nonostante le battaglie delle abuelas (le nonne di Plaza de Mayo) per rivendicare il loro diritto a ricongiungersi con i nipoti nati in cattività e rubati alla nascita.

Un libro che conserverò tra quelli che mi hanno più segnato in tema di diritti umani: “La noche de los lapices”, “Mi chiamo Rigoberta Menchu”, “Il racconto di Peuw bambina cambogiana“, “Arcipelago Gulag” di Aleksandr Solženicyn e naturalmente Primo Levi.

Per non dimenticare, mai.

da qui

 

Buenos Aires, 19 aprile 1977. All'uscita della scuola dove studia, Marco Bechis viene sequestrato da un gruppo di militari in borghese. Ha vent'anni. Il racconto della sua tragica avventura esistenziale inizia qui, ma ha radici lontane. Con scrittura veloce e inesorabile, Bechis ci trascina nei giorni e nelle notti della sua infanzia e della sua adolescenza vissute tra l'Italia e l'Argentina della dittatura militare, fin quando lui, ragazzo di buona famiglia cosmopolita, si avvicina al movimento di opposizione dei Montoneros e finisce in un carcere clandestino. I genitori, dopo vari tentativi disperati, ottengono la sua scarcerazione e così ritorna in Italia da uomo libero. Ma per molti altri compagni la sorte non è la stessa. Durante tutta la sua vita da sopravvissuto, Bechis si sente un usurpatore, un traditore. Finché, scrivendo questo libro, capisce di essere una vittima. Diventato regista, aveva provato a chiuderei conti in un film come "Garage Olimpo". Ma solo qui, in queste pagine, la sua storia si è compiuta, con questo racconto personale che è insieme una voce unica, quella di un paese e di un'intera generazione. Cineasta visionario, Bechis si fa osservatore e testimone, e alla fine ci porta dentro l'aula del tribunale di Buenos Aires dove ha affrontato i suoi carcerieri alla sbarra. Vivere, testimoniare con l'arte, testimoniare di fronte alla giustizia o scomparire nell'ombra?

da qui

 

…Per dire quanto il trauma strutturi intorno a sé un’intera esistenza, Bechis lavora innanzitutto sul montaggio, scartando la linearità cronologica per articolare la sua storia intorno alle due date chiave che ne costituiscono gli estremi piscologici e che danno il titolo alle due parti maggiori del libro (la terza, Trent’anni dopo, è una coda della seconda). Il sequestro e la testimonianza sono i due punti zero a partire dai quali, con una lunga serie di flashback alternati a bruschi ritorni al momento presente, quello che viene prima è ripercorso, riorganizzato, riletto e trova il proprio posto in una trama di rimandi e talvolta di premonizioni.

Nella prima parte, che si configura come un romanzo di formazione individuale e generazionale insieme, affiorano la morte del fratello minore, il “desaparecido” di una storia familiare destinata a esserne irrimediabilmente squilibrata; gli ideali rivoluzionari della giovinezza naufragati, su entrambe le sponde dell’oceano, nella vocazione al suicidio dei gruppi guerriglieri (in Italia anche nell’eroina); la scelta dell’insegnamento elementare nelle regioni povere del nord dell’Argentina come strumento di autentica trasformazione sociale. Nella seconda parte, che dall’incontro con Enrique Ahriman, all’inizio degli anni ottanta, si trasforma in un romanzo d’artista, si susseguono la scoperta dell’espressione creativa come chiave per “entrare e uscire dalla gabbia” dell’impotenza e del senso di colpa; le riflessioni sul cinema come dispositivo emotivo e strumento politico tanto più efficace quanto meno spettacolare; i ritorni nel cimitero a cielo aperto di Buenos Aires, dove archeologi e antropologi forensi scavano e analizzano i resti di un passato che non passa e a cui il silenzio dei carnefici impedisce di rimarginarsi.

Lo spessore e il fascino di questa autobiografia di un sovversivo che non ha mai smesso di essere tale non risiedono però soltanto nell’unicità della vicenda che racconta, ma anche, e forse soprattutto, nella sua tensione a collocarsi nel clima della generazione che l’ha espressa, nei contesti storico-politici in cui si è svolta e nelle relazioni che l’hanno attraversata o sfiorata. Se è, come di fatto è, una storia di sopravvivenza, quindi una storia eccezionale, ricorda a chiunque quanto sia difficile, e quanto necessario, “costruirsi una vita in mezzo agli altri”.

da qui

 

L’esperienza del tuo sequestro da parte dei militari argentini era al centro di «Garage Olimpo» (1999), la dittatura di Videla, i suoi crimini, la violenza, i desaparecidos tornano in «Figli/Hijos» (2002). «La solitudine del sovversivo» riprende queste questioni e al tempo stesso illumina le scelte del tuo cinema – capiamo la Patagonia di «Alambrado» (1991) o «La terra degli uomini rossi» (2008) – nella scelta di mettere in campo la tua vita intera, i tuoi ricordi di bambino, di adolescente, la tua irrequietezza. E questo passando dalla terza persona dello schermo alla prima. A quali domande hai cercato in questa nuova forma una risposta?
Mi sono chiesto spesso perché ho voluto scrivere un libro, e mi ripeto che è per dire cose che non sono riuscito a mostrare nei miei film, anche se questo non significa che cambierò mezzo espressivo, il romanzo è per me un passaggio. Quando ho iniziato a lavorare a La solitudine del sovversivo non essendo uno scrittore mi sono detto che dovevo pormi dei limiti, ho deciso che sarebbero stati nella scelta di una totale soggetività. In qualche modo è come se dessi voce al resto della storia, non vedo nel libro un completamento dei miei film, penso piuttosto che li attraversa rispondendo a un’esigenza di testimonianza con cui sopravvivere alla gabbia. Che forse è persino una dimensione da cui non voglio uscire – il film che sto scrivendo tratterà una vicenda simile – ma l’uso della prima persona e del presente mi hanno permesso di scrivere ciò che ricordavo e di muovermi in quella non-verità che è parte dell’interpretazione soggettiva di una narrazione. All’inizio ho tentato la terza persona ma l’ho scartata subito, produceva una distanza che non funzionava. Il mio riferimento è stato il memoir in presa diretta, il cinema mi ha aiutato con la pratica del montaggio: tutto il racconto è molto montato ma con una libertà che le immagini non permettono. In un film quando si uniscono due scene diverse si deve fare attenzione ai vestiti degli attori, al luogo, alla luce, non si possono muovere le sequenze qua e là a meno di non rigirarle. Scrivendo invece ho spostato molti blocchi secondo le mie esigenze narrative…

da qui

 

Alternando tempi e ritmi, quelli del sequestro e il contrappunto delle vicende famigliari, la tensione inevitabile della famiglia con la decisione del padre di tornare in Italia e il conflitto che presto s’indurisce perché Marco è in Argentina che vorrebbe partecipare alla vita adulta, il libro si apre un movimento spazio-temporale continuo. Bechis dapprima prova – inutilmente – a ripercorrere i passi del padre iscrivendosi alla facoltà di Ingegneria di Milano, ma presto la pressione, il bisogno di conoscere “le vene aperte dell’America Latina” (cfr. Eduardo Galeano), lo spinge a farvi ritorno, a compiere un viaggio “sulle orme del Che”.

L’urgenza storica del momento è forte, ma Bechis è assai perplesso sull’opzione della lotta armata; così il suo modo di partecipare al desiderio del cambiamento, del bisogno di giustizia, trova sfogo nella decisione di fare il maestro elementare in Sud America. Erano quegli anni lì, in cui chi non partecipava poteva sentirsi in colpa – e il senso di colpa aleggia anche qui.

Anche qui emerge la sindrome del sopravvissuto (e l’immedicabile solitudine che ne deriva), perché Bechis si salva, ovviamente, grazie alle conoscenze di un padre importante che potrà farlo uscire dal sotterraneo in cui è rinchiuso. In questo movimento fra le ragioni private e la dimensione pubblica della Storia, difficile da risolvere, sembra agire la biografia di Bechis…

da qui

 


venerdì 11 giugno 2021

La solitudine dei sovversivi - Adrián N. Bravi

 

 

Lunedì 24 agosto 1987, alle sei e mezza di mattina, chiamano il dottor Héctor Abad Gómez da un’emittente radiofonica per riferirgli che il suo nome è comparso in una lista di persone minacciate di morte, apparsa a Medellín. Il comunicato reca il seguente messaggio: “Héctor Abad Gómez: presidente del Comitato per i Diritti Umani di Antioquia. Medico ausiliare dei guerriglieri. Falso democratico, pericoloso per le simpatie popolari verso le elezioni dei sindaci di Medellín. Idiota utile al Pcc-Up”. Il medico, che aveva dedicato la propria vita alla difesa dell’uguaglianza sociale, ai diritti, all’istruzione e alla salute degli esclusi, chiede chi sono gli altri minacciati e dopo aver letto l’elenco dichiara di sentirsi onorato di far parte di persone così importanti e utili alla causa del paese. “Era, dunque, preparato a morire, ma questo non significa che lo volesse,” racconta suo figlio, lo scrittore Héctor Abad Faciolince, vent’anni dopo, in un libro dal titolo L’oblio che saremo (Einaudi, 2009), che Javier Cercas non esita a definire “tremendo e necessario” (da questo singolare libro, l’anno scorso, il regista spagnolo David Trueba ha tratto il film omonimo, El olvido que seremos, vincitore del premio Goya 2021 al Miglior Film Iberoamericano).

 

La mattina dopo quel lunedì del 1987 uccidono il presidente dell’Associazione dei Professori di Antoquia, Luis Felipe Vélez, sulla porta della sede del sindacato Il paese è stretto nella morsa del narcotraffico, dei politici corrotti e reazionari. Nel pomeriggio, il dottor Héctor Abad Gómez si reca nella sede del sindacato per rendere omaggio al leader assassinato e mentre attraversa una strada, calle Argentina, gli si avvicina una moto con due giovani, capelli rasati, tipico taglio dei sicari appartenenti ai gruppi paramilitari. Uno di loro tira fuori una pistola e lo colpisce con diversi proiettili. Quando i parenti accorrono dopo l’agguato lo trovano morto sulla strada. Il figlio gli sfila i documenti dalle tasche, tra cui anche due biglietti, uno con la lista dei minacciati a morte e l’altro con una poesia, copiata a mano dallo stesso Héctor Abad Gómez, il cui primo verso recita: Siamo già l’oblio che saremo. In calce al biglietto c’è la sigla dell’autore della poesia: J.L.B. (Jorge Luis Borges).

 

Dunque, Una poesia in tasca (edito quest’anno da Lindau, con un’ottima traduzione di Monica Rita Bedana), parte da questa tragica vicenda per trasformarsi in un memoir investigativo che cerca di ricostruire l’origine della poesia di Borges trovata nelle tasche del dottore, poesia di cui non c’è traccia nelle Opere complete del poeta argentino né in nessuna raccolta. Da dove provengono, allora, quei versi? E perché sono firmati da Borges? Si tratta di un apocrifo, come sostiene Maria Kodama, moglie e detentrice dei diritti di Borges, o appartengono realmente allo scrittore argentino? Sono questi interrogativi che si pone Héctor Abad Faciolince per capire i motivi per cui suo padre aveva quel sonetto in tasca. Dunque, Una poesia in tasca prosegue il percorso di L’oblio che saremo per indagare, attraverso un dettagliato percorso filologico, l’origine del poema trovato nella tasca di suo padre appena assassinato.

 

Nell’edizione spagnola, questo racconto di 84 pagine è inserito in un trittico borgesiano dal titolo Traiciones de la memoria. Si tratta, come abbiamo detto, di un memoir investigativo che illustra nei dettagli le piste, la costruzione di ipotesi e la ricerca delle fonti che portano l’autore a visitare varie città disseminate per il mondo (Medellín, Santiago del Cile, Mendoza, Buenos Aires, Parigi, ecc.). In ogni posto che arriva deve fare i conti con i vari depistaggi (uno strano poeta colombiano che si attribuisce la paternità dei versi), per arrivare infine al sorprendente epilogo. In questa labirintica ricostruzione, fatta anche da lunghe email spedite dai posti più impensabili, Héctor Abad Faciolince prova a riavvolgere il filo che lega Borges con la morte di suo padre e lo fa coinvolgendo vari stili che dipanano la storia in mille rivoli. Ogni tassello di questo racconto ci porta a riflettere sui tradimenti e sugli inganni della memoria, perché, come scrive l’autore nel prologo: “Quando si soffre di quella bazzecola così peculiare che è la cattiva memoria, il passato e il futuro assumono quasi la stessa consistenza. Se guardo indietro e tento di ricordare ciò che ho vissuto, i passi che mi hanno condotto fin qui, non so mai con assoluta certezza se sto rammentando o inventando”.

 

Su un altro versante, però, c’è una memoria collettiva che torna con ossessione a rievocare i nostri ricordi e ci chiede ogni volta di essere raccontata nei suoi particolari. Preme su chi l’ha vissuta e non ammette dimenticanze; anzi, esige di essere condivisa e rinnovata nelle sue rievocazioni, anche se dolorose. Ed è più o meno su questo che Jean Améry scrive, dieci anni dopo aver pubblicato Intellettuale a Auschwitz, nella prefazione alla seconda edizione del libro, specificando un punto chiave che riguarda la memoria:

“Nulla si è ancora risolto, nessun conflitto si è composto, non vi è richiamo alla memoria che si sia trasformato in semplice ricordo.

 

Quanto è avvenuto, è avvenuto. Ma il fatto che sia avvenuto non è facile da accettare. Io mi ribello: contro il mio passato, contro la storia, contro un presente che congela storicamente l'incomprensibile e così facendo lo falsa in maniera vergognosa. Le ferite non si sono rimarginate e ciò che nel 1964 era forse sul punto di guarire, torna ad aprirsi come una ferita infetta.”

Durante la sua vita da sopravvissuto, in più di un’occasione Marco Bechis ha fatto i conti con la propria memoria e con le ferite che, come dice Améry, tornano a riaprirsi, perché a volte il passato vuole restare e si attacca al presente con insistenza.

 

Il suo Garage Olimpo (1999), tra i più incisivi e rigorosi film di denuncia, non solo per la ricostruzione storica di uno dei tanti centri clandestini di tortura, ma per il rapporto che lo Stato aveva stabilito nei confronti dei suoi cittadini durante la dittatura argentina, è una testimonianza che ci mostra dall’interno la sofferenza dei desaparecidos e di migliaia di persone costrette all’esilio, come lui stesso. A questo film seguirono Figli/Hijos (2001) e Il rumore della memoria (2013/2015), riguardo la dittatura. Oggi, a 44 anni di distanza da quel 19 aprile 1977, in cui è stato sequestrato, Bechis torna a fare i conti con la sua storia personale; questa volta dando voce alla scrittura, con un testo dal titolo La solitudine del sovversivo (Guanda, 344 pp.). Tutto inizia una sera mentre esce dalla scuola serale Mariano Acosta, nel quartiere di Once, a Buenos Aires, che in quel periodo frequenta per diventare maestro e poter insegnare ai bambini. È il suo progetto, aiutare le comunità indigene nel nord del paese: “avevo cominciato a pensare all’insegnamento formativo come una maniera di fare politica in modo completamente slegato dalle organizzazioni militanti”. Sono le 22.30 e cammina abbracciato alla sua fidanzata Dayin. Insieme a loro due ci sono altri compagni di scuola.

 

A un certo punto, mentre sta per attraversare la strada, due braccia lo agguantano alle spalle, un altro gli punta una 38 a tamburo sulle costole e lo caricano in una Ford Falcon beige, davanti agli occhi di tutti, compresa la sua fidanzata che da quel momento si trasforma nel filo che lo lega al mondo dei vivi. Tre settimane prima era a sciare con la sua famiglia sulle Dolomiti, e ora lo stanno portando in uno dei 365 centri di reclusione clandestini disseminati per tutta Buenos Aires, sopranominato Club Atlético. Da quel momento in poi smetterà di essere Marco Bechis e si trasformerà nel detenuto A01. Gli raccomandano di non dimenticarlo e di non dimenticare neanche due numeri importanti: il 190 e il 191, che sono i numeri dei lucchetti delle catene che porta legate alle caviglie. Nel sotterraneo in cui lo conducono, condannato a portare perennemente una benda pesante agli occhi, può solo sentire gli odori e i rumori (una radio accesa, il rimbalzo di una pallina da ping-pong che fanno saltare su un tavolo da gioco i carcerieri durante le pause, tra una tortura e l’altra, le urla dei detenuti, i rumori delle catene, il gol che festeggia un radiocronista, il cigolio delle porte). Lo spogliano di tutto e lo lasciano nudo in una cella, la numero 16, che solo trasgredendo il comando dei guardiani riuscirà a vedere, quando potrà abbassarsi la benda che gli esclude quell’inferno.

 

E poi la picana, il pungolo elettrico usato sui corpi per indurre a parlare i detenuti, temuta da tutti e alla quale molti non sono riusciti a resistere. In questo erebo imparerà a percepire di nuovo il mondo circostante, i suoi sogni, i suoi pensieri, proverà a imparare le frasi da dire quando verrà interrogato dai suoi aguzzini, per non compromettere i compagni ancora liberi. Qui dentro farà un incontro inaspettato con Muñeca, la ragazza che ha cantato il suo nome tra una scarica e l’altra della picana (la stessa che ispirerà il personaggio di María in Garage Olimpo) e che lui comprende e assolve. Si rende conto che solo in pochi riescono a resistere a quelle scariche. Un giorno, grazie al padre, che riesce a scomodare alcune amicizie influenti, può uscire dalla clandestinità per diventare un prigioniero politico. A quel punto esce dal Club Atlético e viene trasferito nel carcere di Villa Devoto dove incontrerà il pacifista e futuro premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, ma prima lo avvertono: “Non devi dire niente di quello che ti è successo qui, niente, capito? […] Neanche a tuo padre devi dire niente”.

 

L’autore, ci racconta, si porta con sé un debito nei confronti di chi non è riuscito a scappare da quell’inferno, ma non solo, si sente in debito anche nei confronti di suo fratello Robertino, morto da piccolo, caduto nella tromba delle scale. “Quando faccio qualcosa che mi piace, quando fatico mentre cammino in montagna oppure riparo un mobile grondando sudore, mi dico sempre che Roberto tutta questa vita non l’ha vissuta, e con lui migliaia di desaparecidos”. Fare i conti con il passato, raccontarlo in ogni dettaglio, significa anche ribellarsi alla storia, specie quando incroci lo sguardo dei tuoi stessi carnefici trentatré anni dopo, in un’aula di tribunale. Ma La solitudine del sovversivo non è solo un libro che ci fa capire cosa vuol dire sopravvivere a una tragedia, Bechis ci racconta la sua carriera da regista, le vicende che lo hanno portato a girare i suoi film, tra cui, per esempio, La terra degli uomini rossi, dunque l’incontro con gli indios kaiowá, a Dourados, nel Mato Grosso do Sul. Ci racconta anche la sua storia famigliare e la storia di un paese, l’Argentina, che da tanti anni prova a fare i conti con le sue tragedie.

da qui