Ecco
la definizione di repressione secondo il vocabolario: “attività e azione
violenta o intimidatoria attuata dal governo e dai centri di potere contro
forze e movimenti rivoluzionari e progressisti, o comunque di opposizione, di
protesta e di contestazione” (qui)
Nel
1977 Marco Bechis, al rientro in Italia, scampato alle torture (e alla morte)
degli assassini argentini, fu accolto da due carabinieri, e al racconto delle
scosse elettriche un carabiniere disse: “Laggiù sì che fanno sul serio, mica
come da noi…” (p.187, Marco Bechis, La
solitudine del sovversivo, (qui la recensione
del libro)
Nel
2001 a Genova è successo quello che tutti sanno, ma nessun torturatore e
picchiatore, e sopratutto nessuno dei loro capi, ha pagato (lo ricorda Enrico Zucca), anzi
sono stati promossi, con merito, e quindi tutti i componenti delle forze
dell’ordine sanno che comportarsi in quel modo è buono e giusto.
Non
è fuori luogo pensare che in tutte le scuole delle forze dell’ordine degli
ultimi 20 anni avranno insegnato che tutto ciò che non è vietato è lecito.
Intanto
i capi d’accusa per cui si deve sprecare la vita in tribunale sono simili in
tutto il mondo, in Egitto è molto usato il reato di diffusione di notizie false (leggi qui),
a migliaia lo provano sulla propria pelle, per esempio Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah.
Da noi si usa
molto l’associazione
a delinquere e l’eversione (leggi qui), ma anche eversione e associazione a delinquere (qui, per esempio).
Per Paolo Persichetti la repressione è
per rivelazione
di notizie di cui sia vietata la divulgazione (leggi qui), ed è inquietante il modus operandi scandaloso delle forze dell’ordine:
Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione
per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due
minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di
sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione
molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2,
per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore
visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro
della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed
invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto
informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che
usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei
miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie,
che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio,
sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via
tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico
personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico
del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte
d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della
prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files
scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di
un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto
del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto
dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di
menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in
ostaggio la storia, di sequestrare il passato.
Della repressione dei militanti no Tav sappiamo
molto (qui
l’ultimo caso, quello di Emilio Scalzo, qui e quiAngelo Tartaglia spiega l’assurdità di quel mostro della Tav in Val di Susa, ma
solo chi è intellettualmente onesto può capire); sappiamo anche che se il
potere militare, politico, giudiziario avesse dedicato solo la metà di quello
sforzo repressivo verso le mafie e l’evasione fiscale dei milionari (in euro) e
avesse scatenato l’unica guerra giusta, quella contro i paradisi fiscali, l’Italia
sarebbe un paese migliore.
qui un interessante intervento di Livio Pepino, su democrazia e repressione
Interessante
ascoltare quiFederico Petroni e Alfonso Desiderio, di Limes, il
ruolo passivo del nostro paese nella straordinaria repressione a stelle e
strisce, per ricordarci il compito dell’Italia, quello del servo (ecco perché
si chiamano servitù militari).
Nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, ma anche
in tante altre, si parla di libertà, di parola, di stampa, di opinione, di
ricerca, di associazione, quando è stata scritta, dopo la seconda guerra
mondiale, erano libertà da tutelare, negli anni, in maniera sempre più veloce,
sono diventate libertà da reprimere.
Le libertà che si espandono sono quelle di produrre e vendere armi, sistemi di repressione e sorveglianza.
Gli stati uniti del mondo delle libertà, gli stati uniti del mondo della repressione, gli stati uniti del mondo dell’oppressione e gli stati uniti del mondo del colonialismo e del neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, sporca di sangue (qui si ricordano gli Stati Uniti d'America come il paese più terrorista del mondo).
Ogni paese ha mille strumenti per la repressione, le bombe,
l’esercito, il carcere, la polizia, i tribunali, dipende dalla resistenza
incontrata o dalle convenienze, dal sistema giudiziario o dalle leggi dei paesi
interessati, o anche solo infischiandosene della volontà popolare.
Tanti, troppi, sono oggetto di repressione, dai curdi a
Julian Assange, dalle donne afghane ai neri degli Usa (e non solo), dagli
indigeni dal Canada fino alla Terra del Fuoco ai palestinesi, dai migranti agli stranieri, da
Mimmo Lucano (qui
un lucido commento di Marco Revelli) e tutti quei milioni che hanno votato,
inascoltati, nel 2011 perché dell’acqua non si facesse profitto.
Molte centinaia di milioni (o qualche miliardo?) di persone in tutto il mondo sono umiliate e offese, unitevi, direbbe Karl Marx.
Dopo il 1968, la forza dei sindacati, le idee di rivoluzione,
il Potere, quello vero, piano piano riprende il comando, dappertutto, da
qualche parte con i servizi segreti (deviati?), come in Italia, o con l’avanzata
di forze politiche di destra (Thatcher e Reagan, qualche anno dopo, per
esempio), mentre in altri stati, a sud degli Usa, e in Africa, direttamente, a
qualsiasi costo, con colpi di stato militari, sostenuti direttamente o
indirettamente dagli Usa e dalle potenze ex(?) coloniali.
In quel momento storico, nell’Argentina dei Generali, il 19
aprile del 1977 si trova Marco Bechis, a vent’anni, in una Ford Falcon degli
squadroni della morte. (“Avevo vent'anni,
non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della
vita", scriveva Paul Nizan).
Marco Bechis racconta il prima e il dopo della sua permanenza
in una prigione segreta, da cui uscirà dopo un po’ di giorni per altre prigioni
“normali” e poi tornerà in Italia, grazie all’intervento di qualche potente
argentino allertato dalla famiglia di Marco.
Il suo racconto, di uno che c’è stato, in quei luoghi di
tortura e di morte, fa stare male, pensando a tutti quelli che sono stati
ammazzati per le torture o i voli della morte.
…Il libro di Marco
Bechis è allo stesso tempo fragile e potente perché la sua narrazione è quella
di chi cammina da equilibrista su di una corda il cui intreccio è fatto
dall’imbarazzo dello scampato alla morte per i privilegi dettati
dall’appartenenza familiare e dal coraggio dell’uomo da sempre impegnato a
testimoniare quanto accaduto a lui (vivo) e ai suoi compagni di lotta (morti),
senza scadere mai nella retorica dell’eroe e della vittima. L’eroe e
la vittima sono due posture la cui resa economica è
garantita per chi vuole cimentarsi, protagonista più o meno consapevole di
epoche “interessanti” e segnate da accadimenti storicamente rilevanti, nella
narrazione per il grande pubblico dei lettori.
Uscire da quella
retorica nella quale chiediamo riconoscimento rappresentandoci all’esterno come
vittime e/o eroi – solo per il semplice fatto di essere stati testimoni
attivi in qualche modo di fatti storicamente rilevanti – e
affrontare, narrando ad altri, la propria esperienza umana invece per quella
che è stata veramente, senza fare sconti a sé stessi è un atto sovversivo. E
molto umano. Per questo un atto, quello di Bechis, che sovverte un tempo,
quello in cui viviamo, sempre più segnato dall’indifferenza.
…Nelle pagine Bechis racconta di sé: la
morte del fratellino, il girovagare tra i due continenti, gli studi, l’impegno
politico in Argentina e in Italia, la vita che cambia le carte in tavola per
portarti altrove da dove avevi progettato di essere, lo sradicamento da una terra
che sentiva sua, l’esordio nel mondo del cinema, il documentario sulla guerra
in Bosnia, gli affetti. E infine la testimonianza nel processo del 2010 a
Buenos Aires, dove giustizia fu fatta, seppur tardivamente dopo anni di
impunità grazie alle amnistie di stato che si erano susseguite nel tempo.
Scrivere
come terapia, un modo per darsi una risposta al lacerante dilemma di tutti i
sopravvissuti di ogni epoca “perché io?”. Per chi legge è una testimonianza che
non può essere ignorata, soprattutto nel momento che stiamo vivendo.
Senza
nulla togliere alle preoccupazioni per la salute, per l’economia, per le sorti
del nostro mondo, questo tipo di lettura è necessario e dovrebbe condurre a
riflessioni profonde. Siamo in una democrazia, seppure per tanti versi imperfetta,
abbiamo la libertà, siamo padroni delle nostre vite. In altre parti del mondo
ancora oggi non è così. Il mio pensiero va a Patrick Zaki e a tanti senza nome
nelle sue condizioni, oggi.
Nelle
parole di Marco Bechis ci sono tutte le storie di quei 30 mila desaparecidos,
mai più tornati, sepolti in fondo al mare o in una fossa comune, senza nemmeno
una tomba su cui piangerli. Tra loro tante giovani donne costrette a partorire
in condizioni disumane (e solo una donna può capire cosa devono avere provato)
per poi vedersi sottrarre i bambini, affidati a famiglie di militari. Tanti
vivono ancora inconsapevoli al lato dei carnefici dei veri genitori, nonostante
le battaglie delle abuelas (le nonne di Plaza de Mayo) per rivendicare il loro
diritto a ricongiungersi con i nipoti nati in cattività e rubati alla nascita.
Un
libro che conserverò tra quelli che mi hanno più segnato in tema di diritti
umani: “La noche de los lapices”, “Mi chiamo Rigoberta Menchu”, “Il racconto di
Peuw bambina cambogiana“, “Arcipelago Gulag” di Aleksandr Solženicyn e
naturalmente Primo Levi.
Buenos Aires, 19 aprile 1977. All'uscita della scuola dove
studia, Marco Bechis viene sequestrato da un gruppo di militari in borghese. Ha
vent'anni. Il racconto della sua tragica avventura esistenziale inizia qui, ma
ha radici lontane. Con scrittura veloce e inesorabile, Bechis ci trascina nei
giorni e nelle notti della sua infanzia e della sua adolescenza vissute tra
l'Italia e l'Argentina della dittatura militare, fin quando lui, ragazzo di
buona famiglia cosmopolita, si avvicina al movimento di opposizione dei
Montoneros e finisce in un carcere clandestino. I genitori, dopo vari tentativi
disperati, ottengono la sua scarcerazione e così ritorna in Italia da uomo
libero. Ma per molti altri compagni la sorte non è la stessa. Durante tutta la
sua vita da sopravvissuto, Bechis si sente un usurpatore, un traditore. Finché,
scrivendo questo libro, capisce di essere una vittima. Diventato regista, aveva
provato a chiuderei conti in un film come "Garage Olimpo". Ma solo
qui, in queste pagine, la sua storia si è compiuta, con questo racconto
personale che è insieme una voce unica, quella di un paese e di un'intera
generazione. Cineasta visionario, Bechis si fa osservatore e testimone, e alla
fine ci porta dentro l'aula del tribunale di Buenos Aires dove ha affrontato i
suoi carcerieri alla sbarra. Vivere, testimoniare con l'arte, testimoniare di
fronte alla giustizia o scomparire nell'ombra?
…Per dire quanto il trauma strutturi intorno a sé
un’intera esistenza, Bechis lavora innanzitutto sul
montaggio, scartando la linearità cronologica per articolare la sua storia
intorno alle due date chiave che ne costituiscono gli estremi piscologici e
che danno il titolo alle due parti maggiori del libro (la terza, Trent’anni dopo, è una coda della seconda). Il
sequestro e la testimonianza sono i due punti zero a partire dai quali, con una
lunga serie di flashback alternati a bruschi ritorni al momento presente,
quello che viene prima è ripercorso, riorganizzato, riletto e trova il proprio
posto in una trama di rimandi e talvolta di premonizioni.
Nella prima parte, che si configura come un romanzo di
formazione individuale e generazionale insieme, affiorano la morte del fratello
minore, il “desaparecido” di una storia familiare destinata a esserne
irrimediabilmente squilibrata; gli ideali rivoluzionari della giovinezza
naufragati, su entrambe le sponde dell’oceano, nella vocazione al suicidio dei
gruppi guerriglieri (in Italia anche nell’eroina); la scelta dell’insegnamento
elementare nelle regioni povere del nord dell’Argentina come strumento di
autentica trasformazione sociale. Nella seconda parte, che dall’incontro con
Enrique Ahriman, all’inizio degli anni ottanta, si trasforma in un romanzo
d’artista, si susseguono la scoperta dell’espressione creativa come chiave per
“entrare e uscire dalla gabbia” dell’impotenza e del senso di colpa; le
riflessioni sul cinema come dispositivo emotivo e strumento politico tanto più
efficace quanto meno spettacolare; i ritorni nel cimitero a cielo aperto di
Buenos Aires, dove archeologi e antropologi forensi scavano e analizzano i
resti di un passato che non passa e a cui il silenzio dei carnefici impedisce
di rimarginarsi.
Lo spessore e il fascino di questa autobiografia di un
sovversivo che non ha mai smesso di essere tale non risiedono però soltanto
nell’unicità della vicenda che racconta, ma anche, e forse soprattutto, nella
sua tensione a collocarsi nel clima della generazione che l’ha espressa, nei
contesti storico-politici in cui si è svolta e nelle relazioni che l’hanno
attraversata o sfiorata. Se è, come di fatto è, una storia di sopravvivenza,
quindi una storia eccezionale, ricorda a chiunque quanto sia difficile, e
quanto necessario, “costruirsi una vita in mezzo agli altri”.
…L’esperienza del tuo
sequestro da parte dei militari argentini era al centro di «Garage Olimpo»
(1999), la dittatura di Videla, i suoi crimini, la violenza, i desaparecidos
tornano in «Figli/Hijos» (2002). «La solitudine del sovversivo» riprende queste
questioni e al tempo stesso illumina le scelte del tuo cinema – capiamo la
Patagonia di «Alambrado» (1991) o «La terra degli uomini rossi» (2008) – nella
scelta di mettere in campo la tua vita intera, i tuoi ricordi di bambino, di
adolescente, la tua irrequietezza. E questo passando dalla terza persona dello
schermo alla prima. A quali domande hai cercato in questa nuova forma una
risposta?
Mi sono chiesto spesso perché ho voluto scrivere un libro, e mi ripeto che è
per dire cose che non sono riuscito a mostrare nei miei film, anche se questo
non significa che cambierò mezzo espressivo, il romanzo è per me un passaggio.
Quando ho iniziato a lavorare a La solitudine del sovversivo non essendo uno
scrittore mi sono detto che dovevo pormi dei limiti, ho deciso che sarebbero
stati nella scelta di una totale soggetività. In qualche modo è come se dessi
voce al resto della storia, non vedo nel libro un completamento dei miei film,
penso piuttosto che li attraversa rispondendo a un’esigenza di testimonianza
con cui sopravvivere alla gabbia. Che forse è persino una dimensione da cui non
voglio uscire – il film che sto scrivendo tratterà una vicenda simile – ma
l’uso della prima persona e del presente mi hanno permesso di scrivere ciò che
ricordavo e di muovermi in quella non-verità che è parte dell’interpretazione
soggettiva di una narrazione. All’inizio ho tentato la terza persona ma l’ho
scartata subito, produceva una distanza che non funzionava. Il mio riferimento
è stato il memoir in presa diretta, il cinema mi ha aiutato con la pratica del
montaggio: tutto il racconto è molto montato ma con una libertà che le immagini
non permettono. In un film quando si uniscono due scene diverse si deve fare
attenzione ai vestiti degli attori, al luogo, alla luce, non si possono muovere
le sequenze qua e là a meno di non rigirarle. Scrivendo invece ho spostato
molti blocchi secondo le mie esigenze narrative…
…Alternando tempi e ritmi, quelli del sequestro e
il contrappunto delle vicende famigliari, la tensione inevitabile della
famiglia con la decisione del padre di tornare in Italia e il conflitto che
presto s’indurisce perché Marco è in Argentina che vorrebbe partecipare alla
vita adulta, il libro si apre un movimento spazio-temporale continuo. Bechis
dapprima prova – inutilmente – a ripercorrere i passi del padre iscrivendosi
alla facoltà di Ingegneria di Milano, ma presto la pressione, il bisogno di
conoscere “le vene aperte dell’America Latina” (cfr. Eduardo
Galeano), lo spinge a farvi ritorno, a compiere un viaggio “sulle orme
del Che”.
L’urgenza storica del momento è forte, ma Bechis è
assai perplesso sull’opzione della lotta armata; così il suo modo di
partecipare al desiderio del cambiamento, del bisogno di giustizia, trova sfogo
nella decisione di fare il maestro elementare in Sud America. Erano quegli anni
lì, in cui chi non partecipava poteva sentirsi in colpa – e il senso di colpa
aleggia anche qui.
Anche qui emerge la sindrome del
sopravvissuto (e l’immedicabile solitudine che ne deriva), perché
Bechis si salva, ovviamente, grazie alle conoscenze di un padre importante che
potrà farlo uscire dal sotterraneo in cui è rinchiuso. In questo movimento fra
le ragioni private e la dimensione pubblica della Storia, difficile da
risolvere, sembra agire la biografia di Bechis…
Lunedì 24
agosto 1987, alle sei e mezza di mattina, chiamano il dottor Héctor Abad Gómez
da un’emittente radiofonica per riferirgli che il suo nome è comparso in una
lista di persone minacciate di morte, apparsa a Medellín. Il comunicato reca il
seguente messaggio: “Héctor Abad Gómez: presidente del Comitato per i Diritti
Umani di Antioquia. Medico ausiliare dei guerriglieri. Falso democratico,
pericoloso per le simpatie popolari verso le elezioni dei sindaci di Medellín.
Idiota utile al Pcc-Up”. Il medico, che aveva dedicato la propria vita alla
difesa dell’uguaglianza sociale, ai diritti, all’istruzione e alla salute degli
esclusi, chiede chi sono gli altri minacciati e dopo aver letto l’elenco
dichiara di sentirsi onorato di far parte di persone così importanti e utili
alla causa del paese. “Era, dunque, preparato a morire, ma questo non significa
che lo volesse,” racconta suo figlio, lo scrittore Héctor Abad Faciolince,
vent’anni dopo, in un libro dal titolo L’oblio che saremo (Einaudi,
2009), che Javier Cercas non esita a definire “tremendo e necessario” (da
questo singolare libro, l’anno scorso, il regista spagnolo David Trueba ha
tratto il film omonimo, El olvido que seremos, vincitore del premio
Goya 2021 al Miglior Film Iberoamericano).
La mattina
dopo quel lunedì del 1987 uccidono il presidente dell’Associazione dei
Professori di Antoquia, Luis Felipe Vélez, sulla porta della sede del sindacato
Il paese è stretto nella morsa del narcotraffico, dei politici corrotti e
reazionari. Nel pomeriggio, il dottor Héctor Abad Gómez si reca nella sede del
sindacato per rendere omaggio al leader assassinato e mentre attraversa una
strada, calle Argentina, gli si avvicina una moto con due giovani, capelli
rasati, tipico taglio dei sicari appartenenti ai gruppi paramilitari. Uno di
loro tira fuori una pistola e lo colpisce con diversi proiettili. Quando i
parenti accorrono dopo l’agguato lo trovano morto sulla strada. Il figlio gli
sfila i documenti dalle tasche, tra cui anche due biglietti, uno con la lista
dei minacciati a morte e l’altro con una poesia, copiata a mano dallo stesso
Héctor Abad Gómez, il cui primo verso recita: Siamo già l’oblio che
saremo. In calce al biglietto c’è la sigla dell’autore della poesia: J.L.B. (Jorge
Luis Borges).
Dunque, Una
poesia in tasca (edito quest’anno da Lindau, con un’ottima traduzione
di Monica Rita Bedana), parte da questa tragica vicenda per trasformarsi in un
memoir investigativo che cerca di ricostruire l’origine della poesia di Borges
trovata nelle tasche del dottore, poesia di cui non c’è traccia nelle Opere
complete del poeta argentino né in nessuna raccolta. Da dove
provengono, allora, quei versi? E perché sono firmati da Borges? Si tratta di
un apocrifo, come sostiene Maria Kodama, moglie e detentrice dei diritti di
Borges, o appartengono realmente allo scrittore argentino? Sono questi
interrogativi che si pone Héctor Abad Faciolince per capire i motivi per cui
suo padre aveva quel sonetto in tasca. Dunque, Una poesia in tasca prosegue
il percorso di L’oblio che saremo per indagare, attraverso un
dettagliato percorso filologico, l’origine del poema trovato nella tasca di suo
padre appena assassinato.
Nell’edizione
spagnola, questo racconto di 84 pagine è inserito in un trittico borgesiano dal
titolo Traiciones de la memoria. Si tratta, come abbiamo detto, di
un memoir investigativo che illustra nei dettagli le piste, la costruzione di
ipotesi e la ricerca delle fonti che portano l’autore a visitare varie città
disseminate per il mondo (Medellín, Santiago del Cile, Mendoza, Buenos Aires,
Parigi, ecc.). In ogni posto che arriva deve fare i conti con i vari depistaggi
(uno strano poeta colombiano che si attribuisce la paternità dei versi), per
arrivare infine al sorprendente epilogo. In questa labirintica ricostruzione,
fatta anche da lunghe email spedite dai posti più impensabili, Héctor Abad
Faciolince prova a riavvolgere il filo che lega Borges con la morte di suo
padre e lo fa coinvolgendo vari stili che dipanano la storia in mille rivoli.
Ogni tassello di questo racconto ci porta a riflettere sui tradimenti e sugli
inganni della memoria, perché, come scrive l’autore nel prologo: “Quando si
soffre di quella bazzecola così peculiare che è la cattiva memoria, il passato
e il futuro assumono quasi la stessa consistenza. Se guardo indietro e tento di
ricordare ciò che ho vissuto, i passi che mi hanno condotto fin qui, non so mai
con assoluta certezza se sto rammentando o inventando”.
Su un altro
versante, però, c’è una memoria collettiva che torna con ossessione a rievocare
i nostri ricordi e ci chiede ogni volta di essere raccontata nei suoi
particolari. Preme su chi l’ha vissuta e non ammette dimenticanze; anzi, esige
di essere condivisa e rinnovata nelle sue rievocazioni, anche se dolorose. Ed è
più o meno su questo che Jean Améry scrive, dieci anni dopo aver
pubblicato Intellettuale a Auschwitz, nella prefazione alla seconda
edizione del libro, specificando un punto chiave che riguarda la memoria:
“Nulla si è
ancora risolto, nessun conflitto si è composto, non vi è richiamo alla memoria
che si sia trasformato in semplice ricordo.
Quanto è
avvenuto, è avvenuto. Ma il fatto che sia avvenuto non è
facile da accettare. Io mi ribello: contro il mio passato, contro la storia,
contro un presente che congela storicamente l'incomprensibile e così facendo lo
falsa in maniera vergognosa. Le ferite non si sono rimarginate e ciò che nel
1964 era forse sul punto di guarire, torna ad aprirsi come una ferita infetta.”
Durante la
sua vita da sopravvissuto, in più di un’occasione Marco Bechis ha fatto i conti
con la propria memoria e con le ferite che, come dice Améry, tornano a
riaprirsi, perché a volte il passato vuole restare e si attacca al presente con
insistenza.
Il suo Garage
Olimpo (1999), tra i più incisivi e rigorosi film di denuncia, non
solo per la ricostruzione storica di uno dei tanti centri clandestini di
tortura, ma per il rapporto che lo Stato aveva stabilito nei confronti dei suoi
cittadini durante la dittatura argentina, è una testimonianza che ci mostra
dall’interno la sofferenza dei desaparecidos e di migliaia di
persone costrette all’esilio, come lui stesso. A questo film seguirono Figli/Hijos (2001)
e Il rumore della memoria (2013/2015), riguardo la dittatura.
Oggi, a 44 anni di distanza da quel 19 aprile 1977, in cui è stato sequestrato,
Bechis torna a fare i conti con la sua storia personale; questa volta dando
voce alla scrittura, con un testo dal titolo La solitudine del
sovversivo (Guanda, 344 pp.). Tutto inizia una sera mentre esce dalla
scuola serale Mariano Acosta, nel quartiere di Once, a Buenos Aires, che in
quel periodo frequenta per diventare maestro e poter insegnare ai bambini. È il
suo progetto, aiutare le comunità indigene nel nord del paese: “avevo
cominciato a pensare all’insegnamento formativo come una maniera di fare
politica in modo completamente slegato dalle organizzazioni militanti”. Sono le
22.30 e cammina abbracciato alla sua fidanzata Dayin. Insieme a loro due ci
sono altri compagni di scuola.
A un certo
punto, mentre sta per attraversare la strada, due braccia lo agguantano alle
spalle, un altro gli punta una 38 a tamburo sulle costole e lo caricano in una
Ford Falcon beige, davanti agli occhi di tutti, compresa la sua fidanzata che
da quel momento si trasforma nel filo che lo lega al mondo dei vivi. Tre
settimane prima era a sciare con la sua famiglia sulle Dolomiti, e ora lo
stanno portando in uno dei 365 centri di reclusione clandestini disseminati per
tutta Buenos Aires, sopranominato Club Atlético. Da quel momento in
poi smetterà di essere Marco Bechis e si trasformerà nel detenuto A01. Gli
raccomandano di non dimenticarlo e di non dimenticare neanche due numeri
importanti: il 190 e il 191, che sono i numeri dei lucchetti delle catene che
porta legate alle caviglie. Nel sotterraneo in cui lo conducono, condannato a
portare perennemente una benda pesante agli occhi, può solo sentire gli odori e
i rumori (una radio accesa, il rimbalzo di una pallina da ping-pong che fanno
saltare su un tavolo da gioco i carcerieri durante le pause, tra una tortura e
l’altra, le urla dei detenuti, i rumori delle catene, il gol che festeggia un
radiocronista, il cigolio delle porte). Lo spogliano di tutto e lo lasciano
nudo in una cella, la numero 16, che solo trasgredendo il comando dei guardiani
riuscirà a vedere, quando potrà abbassarsi la benda che gli esclude
quell’inferno.
E poi
la picana, il pungolo elettrico usato sui corpi per indurre a
parlare i detenuti, temuta da tutti e alla quale molti non sono riusciti a
resistere. In questo erebo imparerà a percepire di nuovo il mondo circostante,
i suoi sogni, i suoi pensieri, proverà a imparare le frasi da dire quando verrà
interrogato dai suoi aguzzini, per non compromettere i compagni ancora liberi.
Qui dentro farà un incontro inaspettato con Muñeca, la ragazza che
ha cantato il suo nome tra una scarica e l’altra della picana (la
stessa che ispirerà il personaggio di María in Garage Olimpo) e che
lui comprende e assolve. Si rende conto che solo in pochi riescono a resistere
a quelle scariche. Un giorno, grazie al padre, che riesce a scomodare alcune
amicizie influenti, può uscire dalla clandestinità per diventare un
prigioniero politico. A quel punto esce dal Club Atlético e
viene trasferito nel carcere di Villa Devoto dove incontrerà il pacifista e
futuro premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, ma prima lo avvertono:
“Non devi dire niente di quello che ti è successo qui, niente, capito? […]
Neanche a tuo padre devi dire niente”.
L’autore, ci
racconta, si porta con sé un debito nei confronti di chi non è riuscito a
scappare da quell’inferno, ma non solo, si sente in debito anche nei confronti
di suo fratello Robertino, morto da piccolo, caduto nella tromba delle scale.
“Quando faccio qualcosa che mi piace, quando fatico mentre cammino in montagna
oppure riparo un mobile grondando sudore, mi dico sempre che Roberto tutta
questa vita non l’ha vissuta, e con lui migliaia di desaparecidos”. Fare i
conti con il passato, raccontarlo in ogni dettaglio, significa anche ribellarsi
alla storia, specie quando incroci lo sguardo dei tuoi stessi carnefici
trentatré anni dopo, in un’aula di tribunale. Ma La solitudine del
sovversivo non è solo un libro che ci fa capire cosa vuol dire
sopravvivere a una tragedia, Bechis ci racconta la sua carriera da regista, le
vicende che lo hanno portato a girare i suoi film, tra cui, per esempio, La
terra degli uomini rossi, dunque l’incontro con gli indios kaiowá,
a Dourados, nel Mato Grosso do Sul. Ci racconta anche la sua storia famigliare
e la storia di un paese, l’Argentina, che da tanti anni prova a fare i conti
con le sue tragedie.