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venerdì 11 aprile 2025

Le atrocità di Mussolini – i crimini di guerra rimossi dell'Italia fascista - Michael Palumbo

(traduzione di Paola Tornaghi, Edizioni Alegre, 2024, 20€, prefazione di Eric Gobetti, postfazione di Ivan Serra)

 

Questo libro non è stato scritto recentemente, pubblicato da Rizzoli nel 1992 col titolo L’olocausto rimosso, non arrivò nelle librerie, fu mandato al macero prima della diffusione (anche se qualche copia si è salvata).

Dell’ottobre 2024 il libro è riapparso grazie alle Edizioni Alegre di Roma, con un titolo diverso, ma il contenuto non è cambiato, la storia è sempre quella.

I cittadini di Libia, Etiopia, Grecia, Albania, Slovenia, Croazia, furono le vittime del maledetto impero italiano, con più di un milione di morti causati dagli aguzzini italiani, senza dimenticare i crimini della repubblica di Salò.

Si tratta un libro intenso e denso di fatti, tratti da documenti che aspettavano solo di essere letti e diffusi, e si legge senza mai un momento di stanchezza o di noia, come un libro dell’orrore.

L’autore racconta anche, come in un giallo che si rispetti, il modo nel quale molti documenti sono stati riscattati dall’oblio, da un armadio della vergogna, nella sede dell’ONU di New York.

Il libro, che smonta la leggenda falsa di italiani brava gente, leggenda alla quale ha contribuito un film come Mediterraneo, di Gabriele Salvatores.

Purtroppo ai fatti isolati di soldati italiani che si ribellano contro il fascismo, episodi spesso richiamati, sottolineati e lodati, si contrappone il silenzio e la censura dei crimini e criminali dell’esercito italiano.

L’auspicio è che questo libro (come pure quelli di Angelo Del Boca) diventi un libro di testo nelle scuole di ogni ordine e grrado, ma può essere possibile se in Italia la seconda carica dello Stato ostenta orgogliosamente il busto di Mussolini, e gli eredi del fascismo sono al governo?

 

Gli israeliani si sono certamente ispirati ai crimini dell’Italia fascista, ci sono tante somiglianze, ci sono i criminali di guerra, come Graziani (e non solo) e Netanyahu (e non solo), ci sono i genocidi nelle colonie italiane durante la seconda guerra mondiale, ma anche in Grecia (i soldati tedeschi, in confronto ai maledetti italiani, erano dei gentiluomini), ci sono i campi di sterminio nei paesi occupati dall’Italia e Gaza (secondo il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres), e tra le enormi infamie sono da considerare il divieto di fornire cibo a chi muore, letteralmente, di fame, in Grecia gli italiani osteggiavano la Croce Rossa, a Gaza è l’ONU a essere perseguitato, in tutti i modi possibili.

 

 

QUI si può leggere un’interessante intervista con Michael Palumbo

QUI un’intervista apparsa in bottega

 

QUI si può vedere Fascist legacy (L’eredità fascista), prodotto dalla BBC, con regia di Ken Kirby

 

Il documentario Fascist Legacy (l’eredità fascista) dello storico italoamericano Michael Palumbo e dell’inglese Ken Kirby ha posto fine per sempre alla leggenda degli “italiani brava gente”. Ma che si trattasse, appunto di un mito senza alcun fondamento lo sapevano bene non solo gli storici, ma le vittime (libiche, etiopiche, greche, jugoslave) e, com’è ovvio, gli stessi carnefici”.

Così scriveva L’Unità il 10 giugno 1990,  mezzo secolo dopo l’annuncio della dichiarazione di guerra nel secondo conflitto mondiale e pochi mesi dopo la messa in onda del documentario da parte della Bbc in due puntate, il 1 e 8 novembre 1989, suscitando le proteste diplomatiche italiane, presentate dall’ambasciatore a Londra Boris Biancheri ed un ampio dibattito in Italia. (Si vedano ad esempio due articoli di Repubblica del 10 novembre 1989, “Italia, ecco i tuoi crimini di guerra” e “E’ vero, e Londra sapeva. Gli storici italiani rispondono“).

Il 2 dicembre 1989 vi fu una proiezione al Festival dei Popoli di Firenze e la Rai il 1 gennaio 1990 ne acquisì i diritti esclusivi per l’Italia facendoli però scadere il 30 settembre 1994 senza che il filmato fosse mai programmato (vedi interrogazione parlamentare del 25 novembre 1997).  Nel corso del 2004 l’emittente La7 ne trasmise ampi stralci e in seguito History Channel una versione integrale (si può visionare qui).

Fin dalla prima apparizione del documentario, era prevista la realizzazione da parte di Michael Palumbo, sulle cui ricerche era basato, di un libro sui crimini di guerra italiani.

Un articolo di Simonetta Fiori su Repubblica del 17 aprile 1992 (Quel libro non si stampi!) ci spiega perché fino ad oggi non ci fosse traccia del libro, arrivato ad una fase di produzione avanzato per la Rizzoli ma poi abortito per la minaccia di querela da parte di Giovanni Ravalli, ex ufficiale ai tempi dell’occupazione in Grecia, che respingeva le accuse sul suo conto rinvenute nelle prime bozze del libro fatte circolare. Nell’articolo la direttrice editoriale smentiva quanto riportato da una prima notizia secondo la quale “la Rizzoli aveva deciso di mandare al macero le ottomila copie già stampate, una tiratura giustificata dalle attese”, affermando che ”non ne era stata stampata neppure una copia”.

Oggi – per la prima volta dopo 28 anni, per quanto ne sappiamo – siamo in grado di presentare pubblicamente una copia sopravvissuta di quel volume, evidentemente scampata al macero, dimostrando che la prima notizia nell’articolo “Quel libro non si stampi!” era quella veritiera.

Come si lamentava Palumbo: “E’ una tragedia che si possano fare rivelazioni di questa gravità soltanto a distanza di decenni”. Era il 1992 e si riferiva alla documentazione della Commissione delle Nazioni Unite per i Crimini di Guerra rimasta sepolta fino al 1980.

Però la stessa sorte è purtroppo toccata al suo libro, censurato e dimenticato fino ad ora.

Forse, come riportato da Mimmo Franzinelli nel numero 3 del mensile Millenovecento del gennaio 2003, non fu il solo Ravalli ad interessarsi al futuro del libro:

“La minaccia di querela per autore ed editore, con le concomitanti pressioni di ambienti influenti della politica e del mondo militare [corsivo nostro], indussero i dirigenti della Rizzoli a riconsiderare il libro in uscita e a toglierlo dalla programmazione editoriale. Il tenace e combattente Ravalli è scomparso nel 1998, all’età di 89 anni, ed è inumato in un cimitero della capitale, nel loculo di famiglia. Dove sia sepolto il libro inedito di Palumbo è invece un mistero: le bozze di stampa sono scomparse dagli stessi archivi Rizzoli”.

Per ora si può solo raccontare della sfortuna editoriale di Michael Palumbo in Italia e approfondire il caso del tenente Ravalli…

continua qui

 

 

QUI si può vedere Il leone del deserto, un film del 1980 diretto da Mustafa Akkad.

Il film è stato censurato impedendone la distribuzione in Italia, in quanto ritenuto “lesivo all’onore dell’esercito italiano”, e non è mai stato mai trasmesso dalla RAI.

 

In bottega (QUI) avevamo ricordato Angelo Del Boca, il primo storico a pubblicare libri sul criminale colonialismo italiano.

sabato 27 febbraio 2021

L’assurda storia dei due sportivi nigeriani espulsi dalla polizia croata - Marco Siragusa

Immaginate due atleti che arrivano in un paese europeo con tanto di passaporto e regolare visto per partecipare a un torneo internazionale. Immaginate che, dopo la fine del torneo, i due ragazzi decidano di visitare la capitale di quel paese, ma invece di prendere il volo che li riporta a casa vengano prelevati dalla polizia e respinti illegalmente in un paese non appartenente all’Unione Europea.

Se non si trattasse di una storia vera, con in gioco la dignità e la vita di due giovani ragazzi, si potrebbe pensare a una sceneggiatura degna delle peggiori commedie poliziesche. Purtroppo la vicenda che ha visto coinvolti due atleti nigeriani, Abia Uchenna Alexandro ed Eboh Kenneth Chinedu, è tutt’altro che comica e ci mostra, se ce ne fosse ancora bisogno, il razzismo istituzionale che infetta la “democratica e accogliente” Europa.

Abia ed Eboh giungono a Pula, in Croazia, lo scorso 12 novembre per partecipare alla quinta edizione del World InterUniversities Championships, un torneo internazionale di ping-pong con oltre 2mila partecipanti che si è svolto tra il 13 e il 17 novembre. Concluso l’evento, i giovani decidono di passare due giorni nella capitale Zagabria prima di ripartire per il loro paese. Abia ed Eboh, però, l’aereo di ritorno non l’hanno mai preso.

La sera prima della partenza, mentre passeggiavano per la città, i due ragazzi vengono fermati dalla polizia, evidentemente insospettita dal colore della loro pelle. Più volte i ragazzi provano a spiegare che i loro documenti si trovano nell’ostello dove soggiornano ma, invece di recarsi sul luogo e controllare, gli agenti decidono di portarli in commissariato. Da lì, Abia ed Eboh venivano caricati con altri ragazzi su un furgone e portati nei boschi al confine con la Bosnia. Secondo quanto dichiarato dai due, al rifiuto di scendere dal furgone uno degli agenti ha minacciato di sparargli, dopo ovviamente aver tolto loro i soldi a disposizione. Solo a quel punto si sono incamminati nelle innevate montagne bosniache verso il centro di accoglienza Miral di Velika Kladuša.

A distanza di oltre due settimane, i giovani, assistiti dalle organizzazioni presenti sul territorio, si trovano ancora nel centro dove nel frattempo è in corso uno sciopero della fame contro le disastrose condizioni umanitarie. La notizia è stata diffusa solo il 3 dicembre, grazie al giornale bosniaco Žurnal, e ha scatenato numerose polemiche in Croazia e Bosnia. In un’intervista rilasciata ad Al Jazeerail ministro della Sicurezza della Bosnia-Erzegovina Dragan Mektić ha parlato di un vero e proprio “atto illegale da parte della Croazia” affermando che i due ragazzi verranno presto riportati in quel paese.

Completamente diversa la posizione espressa dalla polizia croata in una nota secondo cui nessun agente ha preso in carico Abia ed Eboh che, invece, si sono diretti autonomamente verso una destinazione sconosciuta. Pur negando qualsiasi comportamento contrario alle norme vigenti, la polizia ha tenuto a specificare, in quella che sembra una vera e propria accusa indiretta, come spesso la partecipazione a eventi sportivi venga utilizzata a pretesto per poi continuare illegalmente il proprio viaggio e far domanda per l’ottenimento dello status di rifugiato.

Nonostante il tentativo di auto-assoluzione, la polizia croata è ormai sempre più tristemente famosa per i comportamenti violenti e illegali (questi sì) nei confronti dei migranti. Come già raccontato dal nostro giornale, sono ormai migliaia le denunce di violenze esercitate dalla polizia al confine croato-bosniaco.

La vicenda di Abia ed Eboh va però ben oltre. Non si tratta infatti “solo” di violazioni delle norme contro i respingimenti e dei diritti umani basilari ma mostra con estrema brutalità il profondo clima di razzismo ormai diffuso in Croazia e nel resto d’Europa. Un razzismo ancora più grave in quanto esercitato e fomentato senza vergogna dalle istituzioni e dalle forze di polizia nell’assordante silenzio di un’Unione Europea che nelle prossime settimane dovrebbe definitivamente accogliere Zagabria nell’area Schengen.

Dal mese di gennaio, inoltre, la Croazia assumerà la presidenza di turno dell’Ue per i prossimi sei mesi. Una condanna netta per i metodi usati alle frontiere europee e un radicale cambio di prospettiva, culturale e politica, sembrano quindi tutt’altro che immediati.

da qui

lunedì 22 febbraio 2021

Aimé Césaire, la Croazia e “Diario del ritorno al paese natale” - Marco Siragusa

Aimé Césaire è stato tra i più noti intellettuali afro-caraibici, padre del movimento letterario e politico della Negritudine e ispiratore dei movimenti anticoloniali del dopoguerra. Una curiosa storia lega la sua opera più famosa, fondamento teorico dell’anticolonialismo del dopoguerra, al paese balcanico

 

Aimé Césaire nasce nel 1913 a Basse-Pointe, nell’isola caraibica di Martinica ancora oggi appartenente alla Francia. Pur provenendo da una famiglia modesta, i genitori riescono a mandare il giovane Césaire nella scuola secondaria dell’isola. Nel 1934 Aimé ottiene una borsa di studio per l’École Normale Supérieure di Parigi, uno degli istituti d’élite del paese.

Lì conosce il suo collega croato Petar Guberina, che diverrà in seguito uno dei maggiori esperti mondiali di fonetica e fondatore dell’Istituto di Studi Africani a Zagabria. Tra i due nasce una forte e sincera amicizia tanto che, durante l’estate del 1935, Guberina invita Césaire nella casa di famiglia a Šibenik (Sebenico), cittadina sulla costa dalmata a pochi km di distanza da Spalato.

Ai tempi Šibenik faceva parte del Regno di Jugoslavia, istituito nel 1929 dal Re Aleksandar Karađorđević. L’intenzione iniziale di Césaire era quella di tornare a casa per le vacanze estive ma le difficoltà economiche gli impedivano di intraprendere quel lungo e costoso viaggio. Decide così di accettare l’invito dell’amico e di recarsi in Croazia, dove passò ben quattro mesi.

L’arrivo di Césaire aveva lasciato stupiti molti abitanti, per nulla abituati a vedere un nero tra le strade del proprio paese. La vera sorpresa però l’avrebbe ricevuta proprio Aimé Césaire. Come raccontato in un testo di Francoise Vergès, attivista femminista decoloniale, appena arrivato a casa della famiglia Guberina, Césaire si affacciò alla finestra. Guardando la penisola di fronte la città il paesaggio gli ricordò subito quello della sua isola natia. Chiese così all’amico il nome di quel luogo. Guberina rispose «Martinska». Césaire rimase stupito e affermò «Martiniska! Tradotto in francese significa Isola di San Martino, ma è Martinica!». Esattamente come casa sua. Guberina regalò un quaderno all’amico che, affacciato a quella finestra, cominciò a scrivere la sua opera forse più famosa Cahier d’un retour au pays natal (Diario del ritorno al paese natale).

Quel paesaggio, così simile a casa, stimolò le riflessioni più significative elaborate poi nel Diario. L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1939, è considerata il fondamento teorico delle lotte anticoloniali del dopoguerra. In quest’opera Césaire guarda alle proprie origini liberandosi progressivamente dalle lenti della sua formazione progressista europea, rapportandola dunque con le reali condizioni di esistenza delle colonie, fatte di povertà, spoliazione, negazione. La Negritudine, che viene espressa in maniera strutturata per la prima volta, è il dispositivo con cui il poeta martinicano rivendica il rifiuto dell’identità imposta dai colonizzatori attraverso la presa di coscienza della propria condizione, del proprio essere nero.

Lo stesso Césaire non avrebbe mai potuto immaginare che, a distanza di 26 anni dal suo soggiorno croato, la Jugoslavia, questa volta quella socialista guidata dal Maresciallo Josip Broz Tito, sarebbe stata la capofila del Movimento dei Paesi Non Allineati. Nato nel 1961 a Belgrado, il Movimento rappresentò il cosiddetto “terzo blocco” riunendo 28 paesi in via di sviluppo in una sorta di alleanza anticoloniale in grado di fornire assistenza, anche militare, alle lotte di indipendenza nazionale portate avanti sopratutto in Africa.

Qualche anno prima, nel 1956, Césaire rompeva con il Partito Comunista Francese attraverso una lettera indirizzata al Segretario, dal 1930 al 1964, Maurice Thorez. In quella lettera Césaire cita la Jugoslavia come un’eccezione in mezzo a tanti paesi europei dove «burocrazie usurpatrici lontane dal popolo […] sono riuscite ad ottenere […] il penoso miracolo di trasformare in un incubo ciò che l’umanità ha, così a lungo, nutrito come un sogno: il socialismo». Una dimostrazione del grande rispetto e ammirazione, alimentata dal rapporto con Guberina, per il sistema socialista jugoslavo, alternativo allo stalinismo sovietico.

La storia del soggiorno sebeniciano di Césaire ha cominciato ad esser sempre più conosciuta grazie al lavoro di Maja Klarić e dell’associazione Fotopoetika che negli ultimi anni, sostenuta dall’impegno della città di Šibenik per il turismo culturale, ha organizzato diversi eventi sul tema. Come ci ha spiegato Klarić, “il principale obiettivo di questi eventi era quello di far conoscere la storia e iniziare la traduzione del libro. Era una vergogna che non fosse stato tradotto proprio lì dove cominciò ad essere scritto”.

Il libro, tradotto da Vanda Mikšić grazie anche al contributo dall’Ambasciata francese e della città di Šibenik, è stato presentato venerdì 27 novembre nella biblioteca comunale. L’appuntamento è stato organizzato dall’associazione Mladi u EU in collaborazione con l’Ambasciata del Belgio a Zagabria, la Casa dei diritti umani di Zagabria e la Wallonie-Bruxelles International. L’anno scorso il comune aveva già posto una targa nella casa natale di Petar Guberina ma senza nessun accenno alla visita di Césaire.

La vicenda è stata raccontata anche in due documentari. Il primo, del 1991 intitolato Martinska-Martinique, del regista keniota Lawrence Kiiru. Il secondo, del 2013, dal titolo Notebook of return to the homeland di Véronique Kanor e Fabienne Kanor.

 

Riferimenti

Dattiloscritto del Diario di un ritorno al paese natale, Assemblea nazionale francese, www.assembly-nationale.fr

F. Vergès, A. Césaire, G. Gnisci (trad.), Negro sono e negro resterò. Conversazioni con Françoise Vergès, Città aperta, 2006

A. Césaire, Lettera a Maurice Thorez, 1956, in M. Mellino, A. R. Pomella, (a cura di): Marx nei margini. Dal marxismo nero al femminismo postcoloniale, Alegre, Roma, 2020, pp. 45-55.

 

da qui

sabato 11 gennaio 2020

Umiliati sulla rotta balcanica - Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi




XII RAPPORTO (viaggio del 17-22 dicembre 2019)

Da tempo, per chi voglia informarsi, i dati sulla situazione bosniaca sono numerosi e precisi, dotati anche di sistematicità e progressione temporale, mentre la situazione peggiora costantemente con l’inesorabilità di una frana. I nostri rapporti non possono aggiungere nulla di nuovo se non nei dettagli, ma, come è noto, il diavolo sta nel dettaglio. Per conoscere i dettagli bisogna andare sul posto. Diamo subito degli esempi.
Abbiamo noi stessi involontariamente prodotto proprio un esempio del comportamento “arbitrario” della “security” del campo Bira, a Bihac, che ritiene opportuno punire un ragazzo, perché è uscito con noi volontari la sera del 20 dicembre, giorno del suo compleanno. Lo ha lasciato all’aperto nella notte di pioggia, malgrado si fosse presentato in orario e avesse il tesserino per entrare. Un arbitrio di due o tre poliziotti privati di guardia al cancello, pagati dall’IOM, cioè anche da noi. Sappiamo benissimo che l’arbitrio è una modalità abituale di esercizio del potere, in particolare del piccolo potere subalterno: una specie di salario sadico per i subalterni. Ormai chi vuol sapere, e anche chi non vuole, sa che la polizia croata agisce normalmente con metodi di violenza anche estrema. Lo sanno perfettamente le istituzioni preposte, europee, UNHCR, IOM – ma nulla cambia, se non in peggio.
Ancora davanti al Bira, un incontro particolarmente doloroso: un ragazzo afghano sedicenne in carrozzella, con piedi fasciati per i colpi di manganello della solita polizia croata. È chiaro e preciso l’intento di colpire le gambe, il corpo in movimento. Un migrante in carrozzella, privato della possibilità di camminare è una di quelle condizioni insieme dolorosamente individuali ma significative di una condizione umana e di una politica sciagurata, miserabile, dell’Unione Europea. Ricordiamo in carrozzella Alì, poi morto per le conseguenze del game; e l’estate scorsa, al campo spontaneo di Velika Kladuša ora scomparso, un altro ragazzo in quelle condizioni.
Davanti all’ex hotel Sedra, a una quindicina di chilometri da Bihac, il padre di una famiglia iraniana ci mostra i segni evidenti di colpi fortissimi proprio alle articolazioni delle gambe ricevuti durante un respingimento il 21 dicembre.
È invece del 27 dicembre 2019 l’ennesima testimonianza, che leggiamo, di migranti catturati in Croazia e ricacciati senza scarpe in Bosnia: “…ero a Zagabria, ho chiesto asilo ma loro non hanno accettato… hanno preso il mio zaino e giacca, ci hanno tolto le scarpe e ci hanno respinto in Bosnia “(traduzione dall’inglese).
Un ragazzo completamente avvolto in un sacco di plastica per difendersi dalla pioggia e dal freddo: “Sembrava finto e invece era reale – scrive G. A. Franchi – Quando la realtà sembra una finzione vuol dire che è tragica”


Uno dei compiti del nostro ultimo viaggio in Bosnia era, appunto, di andare all’ospedale di Bihac a ritirare i documenti del ricovero di Benham Jebraelli, avvenuto un anno fa, migrante iraniano accolto in Germania, che intende sporgere denuncia per i danni subiti durante uno dei molti respingimenti che ha dovuto “vivere” (uso questo verbo perché i pushback violenti fanno ormai parte della vita – mi viene da dire della ‘carriera’ – di ogni migrante).
Nei dintorni di Bihac, di Kladuša, lungo la strada fra le due cittadine, che distano una cinquantina di chilometri, si vedono sempre i gruppi che vanno o tornano dal game…
E poi, qui, a Trieste capolinea della rotta, cerchiamo di accogliere, come possiamo, anche con interventi di tipo infermieristico, quelli che ce la fanno, soprattutto quelli che vogliono andare oltre per continuare il viaggio della vita. Si è formato infatti, finalmente, dopo lunghi tentativi, un gruppo consistente che con regolarità interviene due o tre volte alla settimana con i migranti che non vogliono far domanda d’asilo in Italia.
Siamo arrivati a Bihac la sera del 17 dicembre, insieme al fotografo romano, Andrea Sabbadini e agli attivisti Chiara Lauvergnac di Trieste e Franco Casagrande di Genova. Ormai, dopo tanti viaggi, la cittadina ci è diventata familiare – con i suoi edifici storici, come l’alto campanile dell’antica chiesa abbandonata, che spicca da lontano sul centro storico e il minareto del XVI° secolo, inserito nella chiesa medioevale di Sant’Antonio; con le sue vecchie case che portano ancora i segni della guerra e, soprattutto, con il suo bellissimo fiume: paesisticamente è l’elemento più vitale, con le sue anatre felici (tralasciamo i brutti edifici postbellici, cresciuti caoticamente qua e là, segno di uno sviluppo economico che non c’è stato).
“A Bihac al momento situazione “festiva” con luminarie e un sacco di gente in città, i migranti sono o dentro i campi ufficiali o in tre squat (stadio, pensionato, fabbrica) e chi ha il passaporto e la richiesta di asilo e paga può stare legalmente in appartamento privato” (comunicazione di un operatore internazionale a Bihac, fine dicembre 2019).
Il clima è mite: l’ecocidio può avere questa minima ricaduta vantaggiosa per chi deve percorrere a piedi la distanza fra la Bosnia e l’Italia. Comincerà a guastarsi quando saremo a Kladuša, con piogge desolanti sul terreno fradicio. Il freddo verrà sicuramente verso gennaio.
La mattina del 18 siamo andati all’ospedale per ritirare i documenti sanitari cui abbiamo accennato prima: che ci sono stati consegnati subito con gentilezza, sventando i nostri timori di lungaggini burocratiche. Così abbiamo avuto il tempo di fare un giro nei dintorni del Borici, dove abbiamo incontrato un gruppo di afghani respinti che vivono in un piccolissimo edificio abbandonato subito sotto l’ex-studentato. La loro presenza e anche di altri è evidente: la polizia quindi sembra tollerarli. Si tollera quando non si riesce a controllare.
A loro abbiamo consegnato scarpe e sacchi a pelo. Il numero degli abitanti dei cosiddetti squat è ovviamente incerto – alcune centinaia, pensiamo -; comunque si vedono in giro non solo in periferia e nei dintorni. Poco dopo abbiamo fatto lo stesso con alcuni ospiti del Borici, comunque bisognosi e altri che partivano per il game.
Alle 14,30 siamo arrivati di fronte al grande capannone del campo Bira, ormai parte integrante della nostra iconografia mentale quale immagine del campo ufficiale dell’UNHCR-IOM-UE, contrapposto al campo comunale di Vucjak, ora disfatto.
“In questo momento al campo che dovrebbe ospitare 1.500 persone ce ne sono 2.000. Il motivo per cui le persone dormono per terra o nelle tende dentro il campo è perché ufficialmente (politica bosniaca e decisioni cantonali) non si può superare le 1500 persone. Nonostante questo e senza pubblicizzarlo, IOM sta facendo comunque entrare le persone al campo quantomeno per dormire. Non possono però dare loro il cibo perché il cibo viene dato solo a chi è registrato nel campo (id card IOM). Ogni martedì mattina da sempre si fa la disinfestazione e derattizzazione del campo. Quando le persone rientrano devono fare vedere il tesserino del campo. Per questo motivo non entrano quelli non registrati che però dopo entrano dalle entrate laterali e tutti fanno finta di niente” (comunicazione citata).
Qui, fra i numerosi gruppetti di ragazzi che sostano fuori del campo – usciti con tesserino, “ospiti” semiclandestini o sopravviventi fuori – abbiamo incontrato il nostro amico ventunenne, che il giorno dopo porteremo a cena con le conseguenze punitive di cui sopra. E qui incontriamo anche il ragazzo afgano in carrozzella con i piedi fasciati…
Parliamo anche con un gruppetto di una quindicina di minori (14-16 anni), alcuni provenienti dall’Egitto. Si allarga la tragica platea di chi è costretto ad andarsene dalla propria terra. È del 29 dicembre la notizia dello sbarco a Pozzallo, dalla nave Alan Kurdi, di famiglie libiche, definite dai telegiornali “benestanti” o “borghesi”, in seguito al peggioramento della situazione in Libia, dove la guerra fra le due principali opposte fazioni di Serraj e Haftar sta precipitando con l’apporto sciacallesco di varie potenze europee e non!
Alcuni di noi si mettono a curare piedi, i piedi del game, di cui siamo diventati specialisti. sembra una battuta: ma lo dico con grande tristezza…
Davanti al Bira incontriamo anche la troupe televisiva di Tv 2000, con la quale avevamo fatto a Roma un’intervista nell’aprile di quest’anno. È venuta a incontrarci, guidata dal giornalista Vito D’Ettore, che intervista noi due e Franco Casagrande. Dobbiamo riconoscere a quest’azienda televisiva vescovile un interesse genuino e non strumentale per la problematica delle migrazioni, intervistando senza diaframmi operatori di cultura laica come noi. È questo un sostegno indiretto alla petizione fatta da Lorena, indirizzata alle istituzioni europee, che ha raggiunto quasi 55.000 firme e che non ha sortito altri effetti oltre a quello di coinvolgere per un momento i firmatari – ovviamente. Non siamo ingenui credenti nel carattere democratico dell’UE. Una petizione è solo un modesto strumento per agitare un problema, insistendo nella denuncia di una politica scellerata, che tuttavia continua indifferente.
Il 19 facciamo l’ennesima spesa di scarpe, al Bingo con una volontaria bosniaca. Più tardi incontriamo un ragazzo ferito in una rissa, a quanto ci dicono provocata da afghani. Il ragazzo è stato dimesso dall’ospedale con la ferita ancora aperta, cioè con una semplice disinfettazione, senza i punti che sarebbero stati necessari e con la prescrizione medica di un antibiotico generico: evidentemente il medico che l’ha visitato non lo ha ritenuto degno di un intervento completo.
Dopo un’altra distribuzione dell’oggetto più importante, le preziose scarpe (ci ricordiamo della figura del “greco” di Primo Levi nella Tregua che insegnava sulle scarpe come base vitale per chi affida la sua vita a un cammino?), verso le due, partiamo per Kljuc, a trovare la bravissima Sanella.
Arriviamo a Velečevo, il piccolo paese vallivo sul fiume Sana, al confine cantonale, dove vive e opera Sanella. È già buio sullo sterrato al margine della strada per Sarajevo, attraverso un tratto della Repubblica srpska, ostile ai migranti. Possiamo vedere per la prima volta un container appena montato e una struttura in legno, che rendono meno intollerabile lo scarico dei migranti dalle corriere da Tuzla e da Sarajevo, che due poliziotti, in sosta lì giorno e notte, provvedono a scaricare. Aspettiamo tre pullman. Questa volta nessuno. Andiamo in un locale di Kljuc a mangiare qualcosa con Sanella, cui abbiamo lasciato delle scarpe. Poco dopo le arriva una telefonata: c’è qualcuno che ha bisogno, sulla strada di Velečevo. Sanella ci saluta e corre via.
Il giorno dopo (20) incontriamo un’altra bravissima volontaria bosniaca, che ben conosciamo, cui lasciamo una somma di denaro. Ci accoglie nella sua casa ordinata e pulitissima. Una scrivania con il computer, piena di carte ben ordinate, testimonia della serietà e complessità del suo impegno.
I volontari locali devono stare attenti: un’altra donna, seriamente impegnata, con cui ci siamo incontrati la sera, ci racconta che, per aver permesso a un migrante di fare una doccia in casa sua, aveva ricevuto una multa altissima, sproporzionata rispetto alle condizioni di vita “normali” in Bosnia.
Più tardi, andiamo davanti all’edificio abbandonato sul fiume, dove parliamo con due ragazzi afghani che stavano in cima a uno dei terrazzi del rudere. Promettiamo di tornare la sera con delle scarpe. Promessa che non riusciamo a mantenere, perché i ragazzi di sera non si mostrano o non ci sono, forse per la presenza di un gruppo di magrebini, che si mostrano con noi troppo disinvolti.
Il pomeriggio ritorniamo davanti al Bira a parlare con i ragazzi. Distribuiamo scarpe e ci occupiamo anche un poco di curare piedi provati dal game. Molti i minorenni, soprattutto egiziani e marocchini che mostrano i segni dei colpi polizieschi (croati) sempre negli stessi punti, articolazioni e piedi, con l’evidente scopo di impedire il camminare. Qui incontriamo anche il ragazzo afghano minorenne con i piedi seviziati dalla polizia croata tanto da dover stare in carrozzella, cui abbiamo accennato prima.
A sera, infine, andiamo a cena con il nostro giovane amico in un albergo sul fiume: una bella serata per lui, che non si accorge degli sguardi non amichevoli di una famiglia bosniaca al tavolo accanto (colui che appariva come il capofamiglia addirittura si sposta per non doverlo avere sotto gli occhi). Ci ricordiamo di un altro sguardo poco simpatico, quello del padrone del nostro albergo a Bihac, quando ci ha visto in compagnia di migranti. Queste sono le emozioni sociali più diffuse o comunque più visibili a Bihac e nel Cantone. Soltanto la sera dopo, il nostro amico ci avvertirà al cellulare che la security gli aveva impedito di entrare, malgrado ne avesse il diritto e che lo avrebbe lasciato fuori anche per quella notte. Così la bella serata, che avevamo creduto di offrirgli, si era conclusa per lui nella pioggia e nel vento, a ribadire che un profugo non può esser felice neppure per una sera.
Sabato 21 partiamo per Velika Kladuša. Una frana che blocca la strada principale ci costringe a un giro tortuoso, lungo la strada per Bouzin per poi arrivare a Kladuša. In una vallata fra alti colli, su cui passa il confine, incontriamo gruppi che tornano dal game, nella sera che scende rapida sotto la pioggia battente: almeno una quindicina di persone.
A Kladuša andiamo a incontrare i volontari di NoNameKitchen, nell’appartamentino dove vivono: una decina di ragazzi, spagnoli, italiani, tedeschi, anche un americano. Il coordinatore, con nostro stupore data la lunga pratica con l’associazione, ci sembra avere qualche resistenza a parlare liberamente con noi. Indubbiamente, NoNameKitchen vive difficoltà crescenti, anche sotto il profilo organizzativo, per il continuo ricambio delle persone.
Arrivano, poi, anche i volontari di “Ospiti in arrivo” di Udine, con cui abbiamo coordinato in nostri aiuti in denaro a Kladuša, e una bravissima volontaria locale che ben conosciamo.
NNK ha problemi con la polizia, che ha tentato una perquisizione pur senza un mandato: evidentemente a scopo intimidatorio. La polizia ferma i volontari e chiede spesso i documenti. NNK ha dovuto chiudere la distribuzione regolare dei vestiti e dovrà chiudere anche la lavanderia. Senza dare nell’occhio, raggiunge quotidianamente 80-100 persone migranti fra punti concordati e “squat” (ci sono molti più “squat” di quanto si sappia). NNK paga anche cure mediche.
I volontari di “Ospiti in arrivo” sono stati fermati al confine e poi, a Kladuša, portati alla polizia per un controllo. Una settimana fa, un camion in arrivo dalla Spagna è stato fermato dai croati, costretto a scaricare il materiale, che arriva a Kladuša a piccoli blocchi e con difficoltà.
Parliamo della situazione locale. Sopravvivono 800 persone nel campo Miral e circa 600 in giro. Medici senza frontiere ha una clinica mobile tre volte alla settimana (lunedì, mercoledì, venerdì), per una quarantina di persone assistite al giorno. Fra le situazioni problematiche, ci parlano d’un ragazzo rimasto cieco d’un occhio e d’un altro con il braccio rotto. Sul versante dei rapporti con la popolazione, due locali sono stati chiusi perché servivano i migranti. Peggiorano anche i rapporti fra le diverse aree culturali: il piccolo ristorante Albanian restaurant, il locale dei migranti, dove si consumano cibi tradizionali e non si vendono alcolici, non accetta magrebini.
Veniamo informati che adesso, contrariamente a qualche tempo fa, i migranti possono viaggiare in autobus, se muniti di biglietto.
Ovviamente il problema maggiore è il freddo, che pure non è ancora arrivato in forze. In questi giorni piove insistentemente e i campi nei dintorni sono pieni di fango. Le nuvole basse, l’atmosfera umida e grigia danno un aspetto triste alla cittadina, proiettata verso il confine non solo per i migranti, ma anche per molti bosniaci che lavorano in Unione Europea, come ci costringe a capire la lunghissima fila di automobili, tutte le volte che abbiamo varcato il confine domenica sera – noi che possiamo.
Per concludere, la situazione è desolante perché affonda dentro il fango di ciò che appare come una mancanza di progettualità da parte di chi istituzionalmente dovrebbe occuparsene. Sembra tutto delegato alle polizie, quella croata in primis, pagata per questo, anche con il prossimo ingresso nell’Europa di Schengen e poi anche a quella slovena, che comincia a incattivirsi, alla serba, per non parlare di paesi come l’Ungheria. Cominciano a farsi avanti anche organizzazioni private paramilitari.
Le organizzazioni ufficiali presenti gestiscono l’esistente in termini di mera sopravvivenza, anzi un poco al di sotto. Infatti, i migranti soffrono, si ammalano e anche muoiono. Questa mancanza diventa di fatto un progetto: quello di umiliare, avvilire, stancare una sotto-umanità. E se ci scappa il morto – più di trenta nel solo cantone bosniaco – pazienza…
Non dimentichiamo, però, un dato importante – questo si che è un progetto implicito, ma anche esplicito e spiega tante cose: migliaia di persone che si muovono continuamente verso i confini d’Europa e vi si accalcano e comunque riescono a passare, sono anche un serbatoio di mano d’opera a costi minimi, servile e semischiavistica. Questo è un punto che va sottolineato, dato che il criterio economico, politico, culturale dello sfruttamento, è alla base delle nostre società delle merci e del denaro. L’apparente disordine sotto il cielo di Bosnia rimanda a un ordine inesorabile.

domenica 13 ottobre 2019

A piedi nudi


Lorena Fornasir, di ritorno da un viaggio solidale nei campi profughi della Bosnia (promosso insieme a un piccolo gruppo di volontari indipendenti), dopo aver incrociato un ragazzo migrante torturato al quale la polizia croata aveva tolto anche le scarpe, ha deciso di denunciare i crimini di cui è stata testimone con una petizione rivolta alla Corte europea dei diritti dell’uomo e al Tribunale permanente dei popoli. 
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Le persone migranti che provengono da Paesi devastati dalla guerra e da estrema povertà, pur avendo diritto a richiedere asilo in Europa, secondo la normativa internazionale, sono bloccate in condizioni disumane ai confini tra Bosnia e Croazia.
Lo scorso febbraio, Alì era stato catturato e la polizia croata, dopo vari maltrattamenti, dalla Croazia lo aveva respinto in Bosnia, tra la neve il gelo, levandogli vestiti e scarpe. Alì era ritornato a Velika Kladusa a piedi, tra la neve, vagando per ore. I suoi piedi si erano congelati ed erano andati in necrosi. Dopo mesi di sofferenze, Alì è morto sabato 21 settembre a causa della disumanità a cui era stato destinato dalla polizia.
Mercoledì 25 settembre ho incrociato Adnan lungo la strada che scende dal confine di Velika Kladusa in Bosnia Erzegovina, dopo che era stato catturato, seviziato e respinto dalla polizia croata. Gli avevano tolto le scarpe e lo avevano torturato con una sbarra incandescente scorticandogli la gamba.
Poco tempo fa, un minore di quindici anni catturato nei boschi è stato seviziato con scariche elettriche.
Questi crimini si chiamano tortura.
La Croazia, che ha ricevuto milioni e milioni di euro per “contenere” i flussi migratori, è stata dotata di strumenti tecnici sofisticati per la cattura di esseri umani. Sono già state denunciate le sevizie che utilizza in maniera indiscriminata su uomini, donne, bambini. Ora è giunta a perpetrare anche la tortura.
Chiedo alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di condannare con forza le violenze perpetrate dalle forze di polizia croata contro persone inermi. In particolare, chiedo sia preso in esame il trattamento inumano e degradante, l’uso della tortura fisica e l’applicazione della tortura psicologica tramite minacce di morte.