La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
venerdì 12 novembre 2021
giovedì 11 novembre 2021
Ai confini dell’inferno
Bosnia, dopo venticinque viaggi - Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi
Il report della missione che si è svolta
dall’8 al 13 ottobre 2021
Questa
volta, partiamo in sei con tre auto. Con noi, Sandra Rosatti e Gabriele Sala
dell’associazione Mamre di Borgo Manero, Biancaluna Bifulco e Antonio Nigro di
Salerno.
Cantone di Una Sana. Scene di diffusa sofferenza, di normale capillare
violenza fra edifici abbandonati dai tempi della guerra civile jugoslava,
villette leziose di bosniaci emigrati, case cadenti, colli boscosi e fiumi.
Ad ogni nostra visita, tutto appare sempre un po’ peggio, con
l’inesorabilità di una frana. È l’effetto della politica di rigetto dell’UE,
che tende costantemente ad aggravarsi, anche per l’aumento del numero di paesi
determinati a bloccare ogni accesso ai loro territori.
Vista dalla Bosnia, ma anche dalla piazza della stazione di Trieste, la
politica dell’Unione Europea nei confronti dei migranti sembra di breve respiro,
irrazionale oltre che criminale, ma ha pezzi di razionalità.
Sul piano economico: si accumula in Bosnia e nei Balcani una riserva di forza
lavoro a bassissimo prezzo.
Sul piano politico interno: per favorire sistemi di governance più
autoritaria di popolazioni provate da una perdurante crisi economica – pensiamo
solo a come in Italia i sondaggi diano ai due partiti dichiaratamente contro i
migranti il maggior numero di voti.
Inoltre, e soprattutto, bisogna tener presente che al posto di comando in Europa
come ovunque nei paesi ‘ricchi’ c’è “l’Economia”, la crescita
fine a se stessa, strutturalmente indifferente ad ogni altra cosa: basti
pensare al comportamento nei confronti della gravissima questione climatica,
per cui il segretario generale dell’ONU – di un organismo quindi certamente non
su posizioni radicali – ha sentito l’esigenza di dire che “siamo sulla buona
strada per la catastrofe” (26 ottobre).
Nelle nostre riflessioni sociali e politiche bisogna tener conto di questa
cecità strutturale del sistema economico mondiale nei confronti di tutto ciò
che ostacola una crescita che ormai è solo crescita dei profitti. Il disastro
balcanico dei profughi e ancor più quello libico-mediterraneo ne sono una
dolorosa evidenza.
Recentemente 12 paesi europei hanno chiesto di finanziare muri ai confini. L’Europa ha risposto
negativamente, ma sottolineando che ogni paese ha diritto a difendere le
proprie frontiere come crede, “pur nel rispetto dell’acquis europeo”. La
questione migranti è rimasta un problema interno di ogni singolo Stato. Diverse
sono le varianti e anche le contraddizioni, che non inficiano la sostanziale
unità di una politica cinica e violenta. Andando sul terreno, la tocchiamo con
mano.
Dobbiamo tener sempre presente che questo fenomeno di migrazioni di profughi,
dal Medioriente, dall’Africa, sono l’inizio di un fenomeno storico
fondamentale, il segnale dell’invivibilità di vaste e sempre maggiori parti del
mondo e, di conseguenza, il rovesciamento sull’Europa, ancora assai modesto,
degli effetti del colonialismo, su cui la prosperità dell’Europa è nata.
Venendo alla nostra attività – di aiuto concreto e
socializzazione con i migranti, di rapporto con organizzazioni che operano in
maniera stanziale e di informazione diretta sullo sviluppo di una situazione
che frequentiamo regolarmente ormai da più di tre anni -, sentiamo
l’esigenza fare alcune riflessioni sull’intervento dei gruppi internazionali di
volontari in Bosnia.
È un intervento ovviamente indispensabile sul piano umanitario, per attenuare
le dure condizioni di vita dei migranti fuori dai campi; sul piano politico,
per diffondere conoscenza e informazioni aggiornate sull’intollerabilità della
condizione migrante, raccogliendo informazioni precise anche sui suoi aspetti
peggiori, come, per citare il caso forse più grave, l’azione della polizia
croata.
Tuttavia, è difficilissimo passare ad un livello politico più complesso, che
pure sarebbe indispensabile, sia per quel che riguarda il rapporto fra le
organizzazioni di volontariato, che per il rapporto con la popolazione e,
soprattutto, con i migranti stessi a partire da una loro consapevolezza di
esser portatori di un diritto alternativo a quelli imposti o proclamati dagli
Stati.
Sarebbe importante cominciare a discutere di questo fra gli attivisti, ma non
ci facciamo illusioni in merito.
Non faremo un resoconto descrittivo del viaggio: riteniamo che non abbia
più senso, ma mostreremo alcune situazioni esemplari.
Arriviamo a Velika Kladuša dopo un viaggio interminabile
sotto la pioggia, dovuto a una chiusura improvvisa dell’autostrada
Susak-Karlovac. Troviamo grandi nuvole basse, pioggerella insistente, freddo.
Cominciamo i nostri incontri con i migranti lo stesso giorno del nostro
arrivo: accampamenti e squat dove la gente sopravvive come in una
situazione di guerra. E guerra è, infatti.
Questi migranti si trovano fra due guerre: la guerra donde provengono –
guerra vera e propria, come in Siria, in Afganistan, guerriglie di vario genere
e disfacimento sociale, come in Iraq, guerre ambientali, come in Bangladesh e
anche un insieme di tutto questo; e la guerra dell’Unione Europea contro di
loro lungo tutta la catena balcanica, dalla Turchia alla Bosnia. Una guerra
fatta di polizie, di fili spinati, di muri, di fiumi, montagne, freddo, fango,
fame. E nel prossimo futuro sarà ancora peggio.
Sabato sera, andiamo subito all’ex macello, luogo storico d’incontro con i
migranti. Luogo storico vuol dire che ha conosciuto tempi meno peggiori, quando
c’erano docce calde installate da No Name Kitchen. Ed era un luogo
di socializzazione fra attivisti e migranti.
Intorno a un fuocherello, sotto una tettoia, alcuni uomini. Più in là, in
un piccolo ambiente oscuro, una famiglia afgana: con una bimba di 6 anni, una
ragazzina di 15 e due fratelli. Il padre faceva l’interprete per un contingente
internazionale ed eccolo qui a tentar di arrivare in Europa con la sua
famigliola, rischiando tutto, mentre le chiacchiere mediatiche sull’Afghanistan
sono già spente!
Il giorno dopo, con Simon di NNK, andiamo in un grande squat,
fuori Kladuša dove vivono alcune decine di migranti. Anche qui, famiglie con
bimbi piccoli. Anche qui, fra muraglie squallide, resti di una guerra mai
conclusa, incontriamo un mondo dove l’accoglienza del viaggiatore è un rito
sociale importante. Queste donne e questi uomini hanno bisogno prima di tutto
di essere riconosciuti come tali e la donazione di beni indispensabili è il
mezzo attraverso cui passa questo riconoscimento, senza che sia possibile
scindere l’uno dall’altro.
Domenica 10, in partenza per Bihac, andiamo in quella sorta di
villaggio afgano, che sorge nel prato alla periferia di Kladuša, non lontano
dal cosiddetto hangar dell’elicottero. Circa 150 famiglie con molti bambini. Il
cielo basso, la pioggerella insistente sulle misere tende, le corse giocose di
molti bambini nel fango rendono la situazione indescrivibile. Incontri,
sguardi, storie.
Ne riportiamo una, raccolta da Antonio Nigro, fra le più dolorose delle
tante raccontate, accennate, alluse, tutte incise nei corpi, balenanti negli
sguardi. Un energico arrabbiato uomo afgano sui 35-40 anni.
“Durante la notte la polizia di frontiera mi ha portato vicino a Velika
Kladusa, frontiera bosniaca. Hanno coperto le loro facce con delle maschere e
non c’era luce, non riuscivo a vedere nulla. Loro hanno iniziato a picchiarmi
forte. Mi hanno detto: “Vuoi andare in Italia? Vuoi andare in Germania? Vuoi
andare nel Regno Unito?”. Hanno acceso la musica e hanno iniziato a ballare sul
mio corpo e non potevo muovermi. Ho urlato e pianto tanto dicendo “per favore
non picchiatemi”. Erano molto soddisfatti, godevano della mia sofferenza, ho
sentito che mi vedevano come un animale, come se mi volessero rendere carne per
il barbecue. Ero ferito ed ero diventato nero per il troppo sanguinare. Ero
steso nel campo, non potevo muovermi per le troppe ferite. Non so, questa è
l’Unione europea, questi sono i diritti umani. Voi non supportate i diritti
umani, state mentendo, questa è sofferenza e supportate un regime, ci prendete
la libertà. Non c’è democrazia per colpa vostra e della vostra sporca politica.“
Prima di prendere, sempre sotto la pioggia, la tortuosa strada che porta a
Bihac, passiamo per un altro squat ad incontrare due famiglie afgane in una
casa abbandonata.
L’incontro può essere efficacemente riassunto, senza parole, dalla foto di
Lorena intitolata ‘la principessa afgana’.
A Bihac, abbiamo incontrato a lungo Amir Labbaf, l’esponente dei Dervisci Gonabadi, delle cui dolorose vicende abbiamo già informato precedentemente e che continuiamo a seguire nel suo difficile percorso di lotta.
Insieme a lui, un giovane iraniano, anche lui perseguitato politico, vittima di
un attacco da parte di un gruppo di pakistani all’interno del Miral per motivi
banali, nell’indifferenza della vigilanza, fatto che gli impedisce l’uso delle
gambe.
Bisogna ricordare – e denunciare – che la pessima gestione dei campi
produce spesso situazioni di grave disagio che possono provocare tensioni e
anche violenze. La condizione migrante è anche una lotta per la sopravvivenza e
porta il peso di un mondo orientale che frana sotto i colpi di una
mondializzazione cieca e ottusa, i cui interessi geopolitici ed economici sono
indifferenti ai disastri sociali che provocano.
Abbiamo aiutato questo ragazzo, espulso dal Borici, a trovare una sistemazione,
in un contesto che gli garantisca un minimo di sicurezza. Sappiamo infatti che
l’intelligence iraniana continua a perseguire gli esuli politici,
ricattandoli pesantemente con le famiglie rimaste in patria.
Infine, a Bihac abbiamo ripreso l’abitudine recente di recarci al parco
sull’Una per curare. Fino a quando non è arrivata ad impedircelo la polizia,
allertata da qualche cittadino.
A ritorno, per noi due, piccola cerimonia di controllo poliziesco.
Rapporto economico
Velika Kladusa
Abbiamo mantenuto il riferimento della nostra volontaria bosniaca che aiuta
circa 20 famiglie composte in gruppi allargati con bambini che vivono tra
gli squats e la tendopoli di plastica, alla quale abbiamo
lasciato buoni spesa alimentare concordati con il supermarket Suda Luka ed
altri due negozi.
Con No Name Kitchen la collaborazione è stata
mantenuta non solo coordinandoci nell’attività ma, anche, nell’acquisto di beni
di prima necessità e in contributi investiti in voucher. Questi voucher sono
dei buoni spesa che i migranti privi di tutto, possono spendere secondo un
tetto monetario prestabilito, presso i negozi con cui esiste l’accordo
Bihac
A Bihac abbiamo sostenuto alcune situazioni molto vulnerabile e supportato No
Name Kitchen con le stesse modalità di Velika Kladusa. Abbiamo inoltre
mantenuto il nostro supporto economico all’Associazione Solidarnost per l’acquisto di cibo, scarpe,
legna e altri generi di prima necessità.
L’impegno economico devoluto è stato in totale di euro 5.551, 49.
N.B. Tutte le spese relative ai nostri viaggi comprensive di vitto,
alloggio, carburante, sono state, come sempre, esclusivamente a nostro carico.
Grazie a tutti e tutte per aver reso possibile questo aiuto che non è solo
assistenziale ma esprime una solidarietà politica occupandosi, appunto, della
cura di persone ai margini della vita. Una gratitudine particolare va alle
Associazioni che ci hanno sostenuto e che sono l’espressione più importante
della società civile e dei legami di comunità.
Nella rinnovata gratitudine per i nostri donatori e la loro generosa
solidarietà, vogliamo estendere i ringraziamenti a questi volontari che conosciamo
per serietà e affidabilità e che si spendono nella dura realtà di Kladusa,
Bihac, Kljuc, Hadžići, Sarajevo, Tuzla e Velika Kladusa.
https://www.meltingpot.org/Bosnia-dopo-venticinque-viaggi.html
“Nella foresta
vedo morire i profughi e con loro muore la nostra dignità” – Tania Paolino
La situazione al confine tra la Bielorussia e la
Polonia si fa ogni ora più grave.
Adesso i migranti, nella realtà profughi di guerra che dovrebbero essere
protetti dal diritto internazionale, sono diventati “armi
non convenzionali”, ostaggi incolpevoli di ciò che si va consumando
alle loro spalle e sulla loro pelle. Nel frattempo, in attesa che le
istituzioni europee prendano delle decisioni, rimane ai volontari, agli
attivisti, il compito di rendere la loro condizione meno difficile, di cercare
di evitare la morte di migliaia di persone rimaste bloccate nella foresta.
Nawal Soufi, ad esempio,
l’attivista italo-marocchina impegnata nella difesa dei diritti umani dei migranti
che conosciamo già perché l’abbiamo seguita lungo la rotta
balcanica, adesso è proprio lì a documentare con le immagini
fotografiche e la raccolta di testimonianze agghiaccianti le conseguenze del
cinico gioco politico in cui gli interessi di parte prevalgono sui principi
umanitari.
“I bambini sono senza latte e
le mamme non riescono più ad allattare, perché oramai si trovano in condizioni
disumane da lungo tempo”, racconta Nawal nel suo diario di frontiera. I
volontari non riescono ad aiutare nemmeno tutti coloro che si trovano tra i
boschi in territorio polacco: alcuni a soli tre chilometri dal confine, altri
più lontani, anche una ventina di chilometri all’interno. Per chi si trova in
territorio bielorusso, poi, la situazione è ancora più drammatica: è lasciato
completamente al proprio destino.
Cuore grande
Nawal a volte viene aiutata da un taxista locale a
trasportare persone verso Minsk.
Corse per salvare la vita a chi non mangia da giorni. Oramai, infatti, rimane
poco da fare oltre a comprare del cibo e consegnarlo a questo buon uomo, che
poi lo porta ai migranti.
L’altro ieri una donna, dopo 25 giorni di questo
inferno, è riuscita ad arrivare a Varsavia.
Nawal ha quindi chiesto ai suoi contatti social di cercare per lei da dormire
in quella città. La risposta dall’Italia è arrivata: c’è tanta gente dal cuore
grande, per fortuna.
La volontaria ha davanti ai sui occhi immagini
terribili, alle quali si sommano i racconti di altri testimoni:
la polizia che blocca interi nuclei familiari, con bambini spaventati e
affamati ai quali si nega persino l’acqua;
giovani siriani arrestati in Polonia e ricoverati negli ospedali a causa delle
loro condizioni critiche: non appena si riprenderanno, saranno espulsi. Pare
che qualcuno di loro abbia chiesto asilo politico e
il diritto internazionale vorrebbe che la loro volontà venisse rispettata. Ma
c’è da dubitare fortemente che accadrà.
Una donna da giorni nella foresta, fame, gelo,
solitudine, il telefonino quasi scarico, rischiava di morire, per fortuna è
stata raggiunta e tratta in salvo. Una delle tante. E, ancora, una famiglia di
10 persone, una piccola comunità cui si aggiunge ogni giorno qualcun altro:
“Hanno già tentato di attraversare il confine polacco otto volte e
puntualmente, dopo aver chiesto asilo, sono stati riportati nella foresta. Nel
gruppo ci sono donne, tra cui un’anziana. Ieri sera, però, è successo qualcosa
di molto grave e il gruppo è
scomparso dopo averci mandato questo messaggio: Il cane della polizia ha
attaccato un ragazzo di Deraa (Siria) e gli ha morso la testa. Da quel momento
non ho più notizie. Non riesco a descrivervi come mi sento”, dice Nawal.
Rabbia e frustrazione
Possiamo solo immaginarlo, ma lei è lì, a seguire
questa tragedia umanitaria da vicino, con la rabbia e il senso di frustrazione
addosso. E poi ancora bambini, sempre più infreddoliti, che hanno bisogno di
mangiare: “Stanotte tra le 3 e le 4, un elicottero ha terrorizzato i più
piccoli. Era l’unico momento in cui erano riusciti a prendere sonno dopo una
giornata terribile”, racconta. Altri che implorano: Dio,
ho fame. E i singoli destini diventano il paradigma di
un tragico fallimento. “Questo bambino –
dice Nawal scegliendo un esempio fra i tanti – si trova alle porte dell’Europa.
Lui fa parte di coloro che sotterreranno la dignità dell’Europa unita.
Sì, l’Unione Europea ha perso la sua dignità in questa
frontiera. Lui ancora accenna un sorriso, ha entrambe le gambe
amputate e non riesce ad avere acqua e cibo da troppo tempo. Forse un giorno
tornerà verso il suo Paese d’origine o forse morirà a ridosso di questa
frontiera a causa del freddo e della fame e a noi resterà l’arduo compito di
guardarci allo specchio nei prossimi anni”.
Già, ha ragione, Nawal, e, quando ci guarderemo,
vedremo lo stesso volto che ha chiunque chiuda gli occhi insieme al cuore: il
volto del carnefice e del suo complice.
Da emergenza
umanitaria a pericolosa emergenza politica – Paolo Soldini
È un’emergenza umanitaria senza
precedenti. Migliaia di persone, molte famiglie, moltissimi
bambini, sono prigioniere in uno spazio strettissimo nella foresta tra la
Bielorussia e la Polonia. Non possono attraversare il confine verso la Polonia
e non possono tornare indietro: sono bloccati al freddo e non ricevono da
mangiare e da bere ormai da giorni. La tv polacca ha mostrato una sequenza in
cui una bambina siriana implora un po’ d’acqua e viene minacciata col mitra da
un poliziotto. E quando un gruppo di migranti è riuscito a rompere (pare anche
con utensili graziosamente forniti dai militari bielorussi) la barriera di filo
spinato armato e a inoltrarsi per qualche metro in territorio polacco sono
stati duramente picchiati e portati via dai poliziotti. Dove non si sa: non
certo in qualche ufficio dove potessero fare, come pure sarebbe diritto per la
grandissima parte di loro, richiesta di asilo
politico. Si sono sentiti anche degli spari e non s’è capito
da quale parte del confine: dei morti ci sono stati, ma (per ora) a causa della
temperatura che la notte scende a diversi gradi sotto lo zero e per la
denutrizione.
Tensione con la Lituania
Ma la crisi umanitaria sta diventando una crisi
politica dalle conseguenze che potrebbero essere molto
pericolose. L’Unione europea e la NATO non sanno come reagire alla sfida di
Lukashenko e di Putin, il quale ha smesso ogni ipocrisia da mediatore e si è
schierato apertamente con il suo fido vassallo di Minsk, e la tensione si sta
spostando, ora, anche ai confini della Lituania. Le
ultime notizie parrebbero confermare che anche qui il regime bielorusso stia
per schierare l’arma impropria dei profughi. D’altra parte, quella regione è un
focolaio di tensioni per colpa certo dell’autocrate del Cremlino e delle
sue pulsioni neoimperiali ma
anche per le responsabilità dell’occidente che ha spinto l’alleanza
militare fino ai confini della fu Unione Sovietica,
disattendendo gli impegni che erano stati presi al tempo dell’unificazione
tedesca, proprio nella zona geografica che i russi (sotto qualsiasi regime)
considerano il cuneo indifendibile del loro sistema
di difesa.
Il governo polacco ha imposto lo stato di emergenza
lungo tutta la frontiera con la Bielorussia e la exclave russa di Kaliningrad e
ha aggiunto alla polizia i reparti mobilitati dell’esercito. Sull’altro fronte,
Mosca ha inviato agli alleati degli aerei da ricognizione di quelli che si
usano per tenere d’occhio gli spostamenti di truppe. C’è da ritenere che si
tratti di manovre solo dimostrative, ma quando la tensione è così alta c’è
sempre il rischio di un incidente.
Bisogna insomma trovare il modo di disinnescare
la crisi, ma come? Se dominassero ragione e buon senso, la
prima cosa da fare sarebbe annullare l’arma di Lukashenko portando via dal
confine i profughi dopo aver fatto passare loro il confine. In fin dei conti si
tratta di qualche migliaio di persone (chi dice duemila, chi sei o settemila)
che si potrebbero far entrare in Polonia per poi essere trasportate altrove con
un corridoio umanitario. Verso dove? Berlino ha fatto sapere che non intende
accogliere i profughi, i quali, in grande maggioranza, dicono invece che
proprio in Germania vogliono andare. Ma si potrebbe adottare un meccanismo
di distribuzione fra vari paesi
come quello che venne inventato con la mediazione della Commissione europea a
suo tempo, quando in Italia Salvini bloccava le navi dei soccorritori. Allora,
è vero, si trattava di numeri sull’ordine delle centinaia e non delle migliaia
e non c’era ancora la minaccia del Covid, che rende ovviamente tutto più
difficile. Ma è l’ipotesi di soluzione cui, da quanto si può sapere da
Bruxelles, starebbe lavorando la Commissione e che sarebbe stata oggetto di un
colloquio che Ursula von der Leyen ha avuto ieri
con Filippo Grandi, Alto Commissario
dell’Onu per i Rifugiati. A una via d’uscita di questo tipo starebbero
pensando, in contatto con il Vaticano, le gerarchie cattoliche polacche non
asservite al regime.
Sfida sovranista
Ma questa ipotesi pare destinata a scontrarsi con
l’irragionevolezza sovranista del regime di Varsavia, che appena poche
settimane fa ha sfidato apertamente le istituzioni dell’Unione sostenendo la
preminenza del diritto nazionale su quello comunitario. Il primo ministro
Mateusz Morawiecki ha detto e ripetuto che nessun “clandestino” dovrà entrare
in Polonia, che il respingimento dei profughi in Bielorussia è una questione di
principio e che Varsavia non sta difendendo solo i confini propri, ma quelli di
tutta l’Europa. La quale, secondo il credo sovranista, dovrebbe blindare le
frontiere esterne erigendo il Muro per
il quale qualche settimana fa 12 paesi dell’Unione, ungheresi e polacchi in
testa, hanno chiesto non solo l’approvazione della Commissione, ma anche i
soldi per tirarlo su.
La Commissione, allora, respinse al mittente la
provocazione, ma a Bruxelles non tutti la pensano come la presidente von der
Leyen e la maggioranza del Parlamento europeo che pure ha criticato fermamente
la proposta. Il presidente del Consiglio europeo Charles
Michel, per esempio, ha detto che “si può aprire un
discorso” sul finanziamento da parte della Ue di “infrastrutture fisiche alle
frontiere” e che questo dibattito dev’essere pure veloce perché “i confini
polacchi e baltici sono confini dell’Europa”. Per un paradosso la cui
pesantezza dev’essergli sfuggita, Michel ha detto queste cose durante la
celebrazione alla fondazione Konrad Adenauer della CDU della caduta del Muro di
Berlino…
Ancora più esplicito, e più rozzo, è stato il
capogruppo dei popolari al Parlamento europeo, il social-cristiano Manfred
Weber: “Ci vogliono più difese, più muri, più recinzioni,
più filo spinato a protezione dei confini dell’Unione europea”.
Insomma, le opinioni a Bruxelles sono divise e
anche in questa occasione, come in molte altre, c’è da registrare una
divaricazione degli orientamenti della Commissione e del Parlamento europeo, le
istituzioni più inserite nel meccanismo della integrazione europea, da quelli
del Consiglio, espressione delle volontà dei governi. Se prevarrà la linea
della “fortezza Europa” è ben difficile che si troverà la via d’una
soluzione giusta e umana della crisi
nella foresta di Byałistok. Perché come si legge in un messaggio che il
Movimento europeo italiano ha dedicato al disastro umanitario al confine tra la
Polonia e la Bielorussia, “se non vogliamo che li usino (i profughi) come
un’arma, smettiamo di averne paura”.
Una fiala di profumo – Tonio Dell’Olio
Di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi e della loro
associazione triestina Linea d'ombra ci eravamo già occupati ai tempi in cui
vennero denunciati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
In realtà si erano semplicemente chinati sulle ferite
dei migranti che giungono a Trieste dopo aver camminato giornate intere in
condizioni disumane. I due coniugi, lui 85 anni, non si sono scoraggiati,
tutt'altro. Ogni notte sono fuori dalla stazione di Trieste ad attendere quei
ragazzi e a curare i loro piedi feriti. Mi colpisce che Lorena a un certo punto
tiri fuori una fiala di profumo. Nella mia rozzezza non penso che sia
esattamente ciò di cui hanno bisogno, ma lei spiega che c'è una grande dignità
in queste persone e che talvolta hanno pudore ad avvicinarsi anche perché non
fanno una doccia da giorni e giorni. Quella fiala di profumo più che nascondere
il cattivo odore, conferisce dignità. E ogni notte sono lì, a curare i piedi
piagati, a cercare un nuovo paio di scarpe e a regalare un po' di profumo alla
vita di chi cerca solo di vedere riconosciuta la propria dignità.
domenica 20 settembre 2020
Bielorussia: ci interroga il passato di quale sinistra? - Davide Grasso
La diffusa contestazione di piazza dei risultati ufficiali delle elezioni in Bielorussia ha portato alla ribalta un personaggio, il presidente Lukašenka, che a trent’anni dai rivolgimenti del 1989-91 sembra effetto di un riavvolgimento del nastro della storia. Di fronte a manifestanti pacifici ha raggiunto il suo palazzo esibendo un Kalashnikov a beneficio delle telecamere, e salutato i poliziotti-robocop che lo proteggevano con il pugno chiuso. Ennesima e tardiva manifestazione di ciò che fu il tardo socialismo reale? Un po’ più di questo: monito prezioso, sempre ritornante, della permanente, ineliminabile possibilità che gesti di libertà siano gettati nel fango da chi ne esibisce il simulacro. Lukašenka incarna, piaccia o non piaccia, un ultimo effetto del potere sovietico nell’est europeo; e il carattere caricaturale della sua figura non diminuisce il disprezzo mondiale che attira ancora una volta su nobili idee per cui tante persone hanno perso la vita.
Come
reagiscono gli eredi, nel resto d’Europa, del socialismo novecentesco? La
classe politica che, a cavallo dell’89, passò senza colpo ferire dalla
contiguità con le tecnocrazie dell’est alla membership entusiasta
presso i circoli non meno tecnocratici del neoliberismo di Schengen si schiera
secondo criteri puramente geopolitici: l’Unione europea ha parlato; i vertici
bielorussi hanno torto, i manifestanti hanno ragione. La marginale area di
individui che invece – privati di un ruolo politico nei tempi odierni – non
condivisero o non condividono la svolta liberal-democratica dell’eurocomunismo,
adotta un criterio sovente del tutto speculare: più tenera e possibilista
riguardo a Lukašenka, al suo sistema di potere e ai bielorussi che si rifiutano
di aderire alle proteste, ritiene che il presidente sia sempre meglio di
Charles Michel o Ursula von der Leyen.
In questa
visione calcistica della politica, i riferimenti alla presunta bontà del sistema
istituzionale bielorusso sono infrequenti o di contorno, non meno delle poco
argomentate, liquidatorie condanne espresse dal mondo liberale. La politica non
è, per questo genere di invettiva, materia d’analisi dei fatti (magari in loco
e a proprio rischio e pericolo) ma d’intuizione metafisica, se non divina. O
Lukašenka è l’avatar di Putin (cosa infatti non vera) oppure il movimento è un
pupazzo collettivo artificialmente prodotto da poteri esterni, secondo una
retorica che sostituisce alla considerazione di ovvie e inevitabili relazioni
di sostegno incrociato tra stati e movimenti politici nel mondo, una
contrapposizione ridicola tra rivoluzioni “pure” e “impure”, “false” e
“autentiche”.
Ogni
tentativo della gente di pretendere una vita migliore è – se ciò avviene nei
paesi “sbagliati” – mera interfaccia di cospirazioni occulte di riconoscibile
origine straniera; dove “straniera” vuol però dire “euro-americana”, poiché
Russia, Cina o Iran, là dove agiscono, lo fanno in consonanza con l’azione
oggettiva di uno spirito assoluto della storia. (Tale ironia si applica
inalterata all’opposto versante, se l’ennesimo dramma nazionale è ridotto
a querelle tra spettatori distanti: basta cambiare i termini
dell’equazione.)
Non si può
prendere posizione, in questo mondo, senza tenere conto delle implicazioni
geopolitiche (il che non coincide, sia detto di passaggio, con l’applicazione
compulsiva di statici e anacronistici preconcetti). Schiacciare destini e vite
di milioni di persone sotto cingolati concettuali tanto grossolani quanto
grondanti disprezzo per le voci in assenza, è tuttavia inaccettabile. Mi sono
sempre chiesto se sarebbe possibile ripetere certe affermazioni guardando negli
occhi un/a protagonista in carne ed ossa di quelle vicende. Forse si avrebbe
timore di un pugno in faccia. Fisico o morale?
Presidenti e
generali hanno sempre mistificato le rivoluzioni come complotto straniero,
dagli Zar alla Cia, in primis contro chi alzava il pugno chiuso. La presenza
della destra nei movimenti di oggi è figlia della miseria culturale e umana
della sinistra. Cosa resta della dimensione di senso originaria di essa? Nulla:
socialismo, democrazia, femminismo non sarebbero esistiti se attitudini
gregarie o di servizio avessero prevalso tra le militanti e i militanti di
allora, inducendoli a parteggiare regolarmente, da osservatori arcigni, per
questo o quello stato contro le rispettive società. Costruire futuro senza
guardare al passato è impossibile; ma quale passato scegliamo – questo fa la
differenza.
http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=30441
giovedì 17 settembre 2020
Ingiustizia è fatta
In un commento postato sulla sua pagina social, Dana Lauriola, sottolinea: «Uno dei motivi per cui vado in carcere, scritto nero su bianco, è che non mi sono dissociata dalla lotta No Tav, l’altro è che ho continuato a vivere in Valle di Susa. Sono tranquilla per tutte le scelte che ho fatto in questi anni, ho amato la valle e la lotta No Tav per oltre 15 anni e continuerò a farlo anche se fisicamente lontana. Intanto vi abbraccio, vi farò avere mie notizie. Vi chiedo di continuare la lotta, con tutta la forza e il coraggio che avete».
VOGLIONO ARRESTARE LE NOSTRE IDEE, MA
LE IDEE SONO COME IL VENTO
Di questo si tratta, la
sentenza che ha colpito Dana è il frutto di un vero e proprio processo
alle idee. Ad indicarlo chiaramente sono le motivazioni, non ancora
depositate ma trapelate, che la giudice Elena Bonu ha addotto nel rifiuto delle
misure alternative al carcere, ma è anche la natura stessa della pena comminata.
Una pena evidentemente
spropositata: due anni per aver partecipato ad un’iniziativa durata 10 minuti,
in cui la “colpa” di Dana sarebbe stata quella di spiegare ad un megafono i
motivi della protesta.
Il movimento No Tav
all’epoca dei fatti era in mobilitazione permanente da lunedì 27 febbraio, in
seguito alla caduta di Luca dal traliccio. Giorni di rabbia e
dolore, ma anche di determinazione, nonostante le cariche e gli scontri che
continuavano a susseguirsi.
I No Tav quel giorno avevano
deciso di liberare i caselli di una delle autostrade più care d’Italia, la
Torino Bardonecchia, che dal lunedì della stessa settimana fino al giovedì era
già stata occupata in maniera permanente dal movimento. Il senso di quella
iniziativa era, ancora una volta, sottolineare l’enorme sperpero di denaro
pubblico destinato alla costruzione dell’opera.
Il reato di Dana non è stato
tanto quello di aver partecipato alla liberazione dei caselli, di per sé un
reato trascurabile (sono centinaia i casi in cui processi che riguardavano
iniziative del genere si sono risolti in pene modeste o addirittura in
assoluzioni), ma è evidentemente quello di essere parte con determinazione e
protagonismo di una delle lotte popolari più longeve ed efficaci del nostro
paese, che ha messo in discussione governi e assetti istituzionali e che è la
bestia nera di chi specula e devasta l’ambiente. La sua
“responsabilità” è quella di essere stata per anni uno dei volti pubblici, una
delle voci con cui il movimento ha parlato, ha gridato le proprie accuse
verso un sistema ingiusto che ignora i reali bisogni dei territori.
Una delle motivazioni della
sentenza con cui sono state rifiutate le misure alternative è che Dana non si
sarebbe allontanata nè dal movimento No Tav nè dal territorio continuando a
vivere in valle a Bussoleno. Lei è colpevole dunque di non aver abiurato le sue
idee, di non essersi fatta intimidire dalle persecuzioni che quotidianamente
colpiscono gli attivisti e le attiviste del movimento e di aver continuato a
lottare con generosità, senza risparmiarsi. E’ colpevole di non aver voluto
lasciare un territorio dove risiedono i suoi affetti, dove resistono le
montagne che ha imparato ad amare e conoscere: un territorio che viene dipinto
come un tessuto criminogeno. Gli abitanti della valle che si schierano contro
il TAV in questa narrazione vengono considerati alla stregua di banditi invece
che cittadini preoccupati per il proprio futuro e quello del territorio, già
ferito, in cui vivono. Un processo alle idee che ricorda altri tempi, tempi in
cui in giro per la valle venivano affissi cartelli con scritto “achtung
banditen”, tempi in cui le donne che si opponevano al potere costituito erano
soggette alla “caccia alle streghe”.
Ora come allora i
persecutori, i carnefici si travestono da burocrati,
nascondono la loro vigliaccheria dietro una presunta oggettività del diritto.
Un’oggettività del diritto che condanna sempre i più deboli, condanna chi
resiste ed è supina ai ricchi, ai potenti. La politicizzazione del Tribunale di
Torino, e in particolare di alcuni magistrati e di alcuni giudici che qui
esercitano ormai è cristallina. La giudice Elena Bonu, conosciuta tra le aule
per il suo sadismo, la pm Pedrotta che ha fatto della incriminazione verso i No
Tav la sua ragione di vita, sono i degni eredi di Rinaudo (promosso nell’Unità
di crisi della Regione Piemonte, al servizio di Cirio nella sua devastante
gestione della pandemia), Padalino (invischiato negli scambi di favori, nelle
nomine pilotate e nel peggiore marcio del sottobosco della magistratura),
Caselli (vero iniziatore della strategia di intimidazione verso chi lotta in
Val Susa). Un tribunale che, lavorando in piena sintonia con questura e
carabinieri, è diventato a tutti gli effetti il braccio armato di Telt per
portare avanti un’opera della cui inutilità ormai ne parla apertamente non solo
la popolazione della valle ma persino l’analisi costi benefici dello
scorso governo e la Corte dei Conti Europea.
In un’epoca come questa,
sconvolta dai cambiamenti climatici e dalla pandemia di Coronavirus, ci si
aspetterebbe che le ragioni della vita prevalessero sulle ragioni del denaro.
Ma se c’è qualcosa che abbiamo imparato in questi trent’anni di resistenza è
che solo la determinazione dei popoli, la forza e la dignità di chi si
oppone possono mettere un freno all’egoismo, all’arroganza, alla prepotenza di
chi amministra e gestisce il potere.
La pandemia in cui stiamo
vivendo ha approfondito in noi la consapevolezza che prendersi cura di chi ci
sta vicino, dei posti in cui viviamo è la priorità assoluta. In fondo quando
diciamo “Si parte e si torna insieme” è questo che intendiamo. Quindi abbiamo
deciso di non lasciare sola Dana ad affrontare le prepotenze del potere, ma di
farle sentire tutta la nostra solidarietà e vicinanza con un presidio
permanente sotto casa sua, in Via Pietro Ravetto 38 a Bussoleno, in maniera
che sia grande la vergogna di chi si presenterà per provare a tradurla in
carcere.
Invitiamo tutti e tutte a
portare solidarietà a Dana e testimoniare la propria indignazione verso questa
assurda decisione.
In Val Susa la vergogna dello Stato. Dana e Stefano
liberi subito!
Sono venuti che era ancora notte e sono venuti
in forze. Hanno la paura di chi sa di avere torto.
Questa mattina alle 5, con un blitz in pieno
stile, con blindati e celerini, le forze dell’ordine hanno applicato la
paradossale sentenza nei confronti di Dana emessa dal Tribunale di sorveglianza
di Torino nella persona della giudice Elena Bonu. Ma ad attenderli hanno
trovato il popolo No Tav deciso a sostenere Dana in questo momento e a non far
passare sotto silenzio questa vergognosa prepotenza contro una donna, una
compagna e contro un intero territorio.
Un intero quartiere di Bussoleno è stato
militarizzato per ore, impediti gli accessi agli abitanti del paese che
volevano testimoniare con un gesto d’affetto la loro vicinanza a Dana.
Nonostante il dispiegamento di forze però i No Tav sono riusciti a raggiungere
la casa e a gridare forte il dissenso verso questa ingiustizia. Una marcia
della vergogna per chi è venuto a prelevare Dana, che ha reagito con spintoni a
giovani e anziani, minacce e insulti. La Digos di Torino si è distinta come al
solito nell’esercizio dell’arroganza verso chi lotta per difendere la propria
valle.
I volti di questi loschi individui con i
distintivi erano pieni di paura e vergogna mentre Dana a testa alta ha salutato
i solidali prima di venire condotta all’auto.
Come se non bastasse, mentre questo enorme
dispositivo di uomini e mezzi veniva messo in campo per tradurre Dana i
carcere, tre volanti dei carabinieri notificavano a Stefano, compagno No Tav, i
domiciliari per 5 mesi.
Dopo che l’auto con a bordo Dana era già lontana
dall’abitazione la celere ha caricato a freddo un gruppo di abitanti di
Bussoleno la cui unica colpa è quella di aver voluto salutare una propria
concittadina finita nelle mani dell’ingiustizia, ferendo alla testa un giovane
No Tav.
Questa mattinata ha sancito che la Val Susa è
fuori dallo Stato di Diritto, è un territorio occupato come diciamo da anni,
dove le forze dell’ordine possono fare il buono e il cattivo tempo al servizio
dei potenti senza che nessuno dagli scranni istituzionali faccia domande. Un
luogo dove Telt, l’azienda promotrice dell’opera, amministra direttamente la
giustizia utilizzando tribunali e polizia come una milizia privata. Un luogo
dove un reato sociale, una iniziativa durata dieci minuti, una lettura di un
volantino al megafono può costare due anni di carcere.
E che dire di questo governo supino allo
strapotere delle lobbies del cemento e del mattone? Che dire di quella parte di
maggioranza che per anni si è professata No Tav? Quelli che si professavano
vicini alle esigenze dei cittadini adesso tacciono di fronte allo Stato
d’eccezione che viene applicato in tutta la sua violenza in Val Susa.
Quanto ci è costato questo abuso di potere che è
andato in scena questa mattina? Quanto ci costano i pool di magistrati, quanto
ci costano le decine di agenti della Digos che si occupano quasi esclusivamente
dei No Tav?
Mentre una pandemia sta sconvolgendo il pianeta
le priorità che vengono portate avanti sono chiare, continuare a finanziare il
sistema delle grandi opere inutili e perseguitare, arrestare, colpire chi vi si
oppone.
In valle però si continua a resistere da
trent’anni con determinazione e senza paura, in questa valle abbiamo imparato a
prenderci cura del territorio e del nostro prossimo, a non lasciare nessuno
indietro, abbiamo imparato che il concetto di giustizia, quello vero, non
coincide quasi mai con la violenza della legge. Abbiamo appreso che si è vivi,
si è giusti solo se ci si ribella, e noi continueremo a farlo, perché sappiamo
che questa grande opera è mortifera, sappiamo che non vogliamo un futuro di
devastazione, inquinamento, tumori e desolazione sociale per il territorio in
cui viviamo. Quindi non lasceremo sola Dana, non lasceremo solo Stefano e
continueremo la loro, la nostra battaglia, come sempre pronti con il cellulare
sul comodino e gli scarponi vicino al letto.
