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giovedì 11 novembre 2021

Ai confini dell’inferno

Bosnia, dopo venticinque viaggi - Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi 


Il report della missione che si è svolta dall’8 al 13 ottobre 2021


Questa volta, partiamo in sei con tre auto. Con noi, Sandra Rosatti e Gabriele Sala dell’associazione Mamre di Borgo Manero, Biancaluna Bifulco e Antonio Nigro di Salerno.

di Linea D’Ombra ODV

 

Cantone di Una Sana. Scene di diffusa sofferenza, di normale capillare violenza fra edifici abbandonati dai tempi della guerra civile jugoslava, villette leziose di bosniaci emigrati, case cadenti, colli boscosi e fiumi.

Ad ogni nostra visita, tutto appare sempre un po’ peggio, con l’inesorabilità di una frana. È l’effetto della politica di rigetto dell’UE, che tende costantemente ad aggravarsi, anche per l’aumento del numero di paesi determinati a bloccare ogni accesso ai loro territori.

Vista dalla Bosnia, ma anche dalla piazza della stazione di Trieste, la politica dell’Unione Europea nei confronti dei migranti sembra di breve respiro, irrazionale oltre che criminale, ma ha pezzi di razionalità.
Sul piano economico: si accumula in Bosnia e nei Balcani una riserva di forza lavoro a bassissimo prezzo.

Sul piano politico interno: per favorire sistemi di governance più autoritaria di popolazioni provate da una perdurante crisi economica – pensiamo solo a come in Italia i sondaggi diano ai due partiti dichiaratamente contro i migranti il maggior numero di voti.

Inoltre, e soprattutto, bisogna tener presente che al posto di comando in Europa come ovunque nei paesi ‘ricchi’ c’è “l’Economia”, la crescita fine a se stessa, strutturalmente indifferente ad ogni altra cosa: basti pensare al comportamento nei confronti della gravissima questione climatica, per cui il segretario generale dell’ONU – di un organismo quindi certamente non su posizioni radicali – ha sentito l’esigenza di dire che “siamo sulla buona strada per la catastrofe” (26 ottobre).

Nelle nostre riflessioni sociali e politiche bisogna tener conto di questa cecità strutturale del sistema economico mondiale nei confronti di tutto ciò che ostacola una crescita che ormai è solo crescita dei profitti. Il disastro balcanico dei profughi e ancor più quello libico-mediterraneo ne sono una dolorosa evidenza.

Recentemente 12 paesi europei hanno chiesto di finanziare muri ai confini. L’Europa ha risposto negativamente, ma sottolineando che ogni paese ha diritto a difendere le proprie frontiere come crede, “pur nel rispetto dell’acquis europeo”. La questione migranti è rimasta un problema interno di ogni singolo Stato. Diverse sono le varianti e anche le contraddizioni, che non inficiano la sostanziale unità di una politica cinica e violenta. Andando sul terreno, la tocchiamo con mano.
Dobbiamo tener sempre presente che questo fenomeno di migrazioni di profughi, dal Medioriente, dall’Africa, sono l’inizio di un fenomeno storico fondamentale, il segnale dell’invivibilità di vaste e sempre maggiori parti del mondo e, di conseguenza, il rovesciamento sull’Europa, ancora assai modesto, degli effetti del colonialismo, su cui la prosperità dell’Europa è nata.


Venendo alla nostra attività – di aiuto concreto e socializzazione con i migranti, di rapporto con organizzazioni che operano in maniera stanziale e di informazione diretta sullo sviluppo di una situazione che frequentiamo regolarmente ormai da più di tre anni -, sentiamo l’esigenza fare alcune riflessioni sull’intervento dei gruppi internazionali di volontari in Bosnia.
È un intervento ovviamente indispensabile sul piano umanitario, per attenuare le dure condizioni di vita dei migranti fuori dai campi; sul piano politico, per diffondere conoscenza e informazioni aggiornate sull’intollerabilità della condizione migrante, raccogliendo informazioni precise anche sui suoi aspetti peggiori, come, per citare il caso forse più grave, l’azione della polizia croata.
Tuttavia, è difficilissimo passare ad un livello politico più complesso, che pure sarebbe indispensabile, sia per quel che riguarda il rapporto fra le organizzazioni di volontariato, che per il rapporto con la popolazione e, soprattutto, con i migranti stessi a partire da una loro consapevolezza di esser portatori di un diritto alternativo a quelli imposti o proclamati dagli Stati.
Sarebbe importante cominciare a discutere di questo fra gli attivisti, ma non ci facciamo illusioni in merito.

Non faremo un resoconto descrittivo del viaggio: riteniamo che non abbia più senso, ma mostreremo alcune situazioni esemplari.

Arriviamo a Velika Kladuša dopo un viaggio interminabile sotto la pioggia, dovuto a una chiusura improvvisa dell’autostrada Susak-Karlovac. Troviamo grandi nuvole basse, pioggerella insistente, freddo.

Cominciamo i nostri incontri con i migranti lo stesso giorno del nostro arrivo: accampamenti e squat dove la gente sopravvive come in una situazione di guerra. E guerra è, infatti.

Questi migranti si trovano fra due guerre: la guerra donde provengono – guerra vera e propria, come in Siria, in Afganistan, guerriglie di vario genere e disfacimento sociale, come in Iraq, guerre ambientali, come in Bangladesh e anche un insieme di tutto questo; e la guerra dell’Unione Europea contro di loro lungo tutta la catena balcanica, dalla Turchia alla Bosnia. Una guerra fatta di polizie, di fili spinati, di muri, di fiumi, montagne, freddo, fango, fame. E nel prossimo futuro sarà ancora peggio.

Sabato sera, andiamo subito all’ex macello, luogo storico d’incontro con i migranti. Luogo storico vuol dire che ha conosciuto tempi meno peggiori, quando c’erano docce calde installate da No Name Kitchen. Ed era un luogo di socializzazione fra attivisti e migranti.

Intorno a un fuocherello, sotto una tettoia, alcuni uomini. Più in là, in un piccolo ambiente oscuro, una famiglia afgana: con una bimba di 6 anni, una ragazzina di 15 e due fratelli. Il padre faceva l’interprete per un contingente internazionale ed eccolo qui a tentar di arrivare in Europa con la sua famigliola, rischiando tutto, mentre le chiacchiere mediatiche sull’Afghanistan sono già spente!

Il giorno dopo, con Simon di NNK, andiamo in un grande squat, fuori Kladuša dove vivono alcune decine di migranti. Anche qui, famiglie con bimbi piccoli. Anche qui, fra muraglie squallide, resti di una guerra mai conclusa, incontriamo un mondo dove l’accoglienza del viaggiatore è un rito sociale importante. Queste donne e questi uomini hanno bisogno prima di tutto di essere riconosciuti come tali e la donazione di beni indispensabili è il mezzo attraverso cui passa questo riconoscimento, senza che sia possibile scindere l’uno dall’altro.

Domenica 10, in partenza per Bihac, andiamo in quella sorta di villaggio afgano, che sorge nel prato alla periferia di Kladuša, non lontano dal cosiddetto hangar dell’elicottero. Circa 150 famiglie con molti bambini. Il cielo basso, la pioggerella insistente sulle misere tende, le corse giocose di molti bambini nel fango rendono la situazione indescrivibile. Incontri, sguardi, storie.

Ne riportiamo una, raccolta da Antonio Nigro, fra le più dolorose delle tante raccontate, accennate, alluse, tutte incise nei corpi, balenanti negli sguardi. Un energico arrabbiato uomo afgano sui 35-40 anni.

Durante la notte la polizia di frontiera mi ha portato vicino a Velika Kladusa, frontiera bosniaca. Hanno coperto le loro facce con delle maschere e non c’era luce, non riuscivo a vedere nulla. Loro hanno iniziato a picchiarmi forte. Mi hanno detto: “Vuoi andare in Italia? Vuoi andare in Germania? Vuoi andare nel Regno Unito?”. Hanno acceso la musica e hanno iniziato a ballare sul mio corpo e non potevo muovermi. Ho urlato e pianto tanto dicendo “per favore non picchiatemi”. Erano molto soddisfatti, godevano della mia sofferenza, ho sentito che mi vedevano come un animale, come se mi volessero rendere carne per il barbecue. Ero ferito ed ero diventato nero per il troppo sanguinare. Ero steso nel campo, non potevo muovermi per le troppe ferite. Non so, questa è l’Unione europea, questi sono i diritti umani. Voi non supportate i diritti umani, state mentendo, questa è sofferenza e supportate un regime, ci prendete la libertà. Non c’è democrazia per colpa vostra e della vostra sporca politica.

Prima di prendere, sempre sotto la pioggia, la tortuosa strada che porta a Bihac, passiamo per un altro squat ad incontrare due famiglie afgane in una casa abbandonata.
L’incontro può essere efficacemente riassunto, senza parole, dalla foto di Lorena intitolata ‘la principessa afgana’.


A Bihac, abbiamo incontrato a lungo Amir Labbaf, l’esponente dei Dervisci Gonabadi, delle cui dolorose vicende abbiamo già informato precedentemente e che continuiamo a seguire nel suo difficile percorso di lotta.

Insieme a lui, un giovane iraniano, anche lui perseguitato politico, vittima di un attacco da parte di un gruppo di pakistani all’interno del Miral per motivi banali, nell’indifferenza della vigilanza, fatto che gli impedisce l’uso delle gambe.

Bisogna ricordare – e denunciare – che la pessima gestione dei campi produce spesso situazioni di grave disagio che possono provocare tensioni e anche violenze. La condizione migrante è anche una lotta per la sopravvivenza e porta il peso di un mondo orientale che frana sotto i colpi di una mondializzazione cieca e ottusa, i cui interessi geopolitici ed economici sono indifferenti ai disastri sociali che provocano.
Abbiamo aiutato questo ragazzo, espulso dal Borici, a trovare una sistemazione, in un contesto che gli garantisca un minimo di sicurezza. Sappiamo infatti che l’intelligence iraniana continua a perseguire gli esuli politici, ricattandoli pesantemente con le famiglie rimaste in patria.

Infine, a Bihac abbiamo ripreso l’abitudine recente di recarci al parco sull’Una per curare. Fino a quando non è arrivata ad impedircelo la polizia, allertata da qualche cittadino.
A ritorno, per noi due, piccola cerimonia di controllo poliziesco.


Rapporto economico

Velika Kladusa  
Abbiamo mantenuto il riferimento della nostra volontaria bosniaca che aiuta circa 20 famiglie composte in gruppi allargati con bambini che vivono tra gli squats e la tendopoli di plastica, alla quale abbiamo lasciato buoni spesa alimentare concordati con il supermarket Suda Luka ed altri due negozi. 
Con 
No Name Kitchen la collaborazione è stata mantenuta non solo coordinandoci nell’attività ma, anche, nell’acquisto di beni di prima necessità e in contributi investiti in voucher. Questi voucher sono dei buoni spesa che i migranti privi di tutto, possono spendere secondo un tetto monetario prestabilito, presso i negozi con cui esiste l’accordo

Bihac
A Bihac abbiamo sostenuto alcune situazioni molto vulnerabile e supportato No Name Kitchen con le stesse modalità di Velika Kladusa. Abbiamo inoltre mantenuto il nostro supporto economico all’
Associazione Solidarnost per l’acquisto di cibo, scarpe, legna e altri generi di prima necessità.

L’impegno economico devoluto è stato in totale di euro 5.551, 49.

N.B. Tutte le spese relative ai nostri viaggi comprensive di vitto, alloggio, carburante, sono state, come sempre, esclusivamente a nostro carico.

Grazie a tutti e tutte per aver reso possibile questo aiuto che non è solo assistenziale ma esprime una solidarietà politica occupandosi, appunto, della cura di persone ai margini della vita. Una gratitudine particolare va alle Associazioni che ci hanno sostenuto e che sono l’espressione più importante della società civile e dei legami di comunità.

Nella rinnovata gratitudine per i nostri donatori e la loro generosa solidarietà, vogliamo estendere i ringraziamenti a questi volontari che conosciamo per serietà e affidabilità e che si spendono nella dura realtà di Kladusa, Bihac, Kljuc, Hadžići, Sarajevo, Tuzla e Velika Kladusa.

https://www.meltingpot.org/Bosnia-dopo-venticinque-viaggi.html


“Nella foresta vedo morire i profughi e con loro muore la nostra dignità” – Tania Paolino

La situazione al confine tra la Bielorussia e la Polonia si fa ogni ora più grave. Adesso i migranti, nella realtà profughi di guerra che dovrebbero essere protetti dal diritto internazionale, sono diventati “armi non convenzionali”, ostaggi incolpevoli di ciò che si va consumando alle loro spalle e sulla loro pelle. Nel frattempo, in attesa che le istituzioni europee prendano delle decisioni, rimane ai volontari, agli attivisti, il compito di rendere la loro condizione meno difficile, di cercare di evitare la morte di migliaia di persone rimaste bloccate nella foresta.

Nawal Soufi, ad esempio, l’attivista italo-marocchina impegnata nella difesa dei diritti umani dei migranti che conosciamo già perché l’abbiamo seguita lungo la rotta balcanica, adesso è proprio lì a documentare con le immagini fotografiche e la raccolta di testimonianze agghiaccianti le conseguenze del cinico gioco politico in cui gli interessi di parte prevalgono sui principi umanitari.

“I bambini sono senza latte e le mamme non riescono più ad allattare, perché oramai si trovano in condizioni disumane da lungo tempo”, racconta Nawal nel suo diario di frontiera. I volontari non riescono ad aiutare nemmeno tutti coloro che si trovano tra i boschi in territorio polacco: alcuni a soli tre chilometri dal confine, altri più lontani, anche una ventina di chilometri all’interno. Per chi si trova in territorio bielorusso, poi, la situazione è ancora più drammatica: è lasciato completamente al proprio destino.

 

Cuore grande

Nawal a volte viene aiutata da un taxista locale a trasportare persone verso Minsk. Corse per salvare la vita a chi non mangia da giorni. Oramai, infatti, rimane poco da fare oltre a comprare del cibo e consegnarlo a questo buon uomo, che poi lo porta ai migranti.

L’altro ieri una donna, dopo 25 giorni di questo inferno, è riuscita ad arrivare a Varsavia. Nawal ha quindi chiesto ai suoi contatti social di cercare per lei da dormire in quella città. La risposta dall’Italia è arrivata: c’è tanta gente dal cuore grande, per fortuna.

La volontaria ha davanti ai sui occhi immagini terribili, alle quali si sommano i racconti di altri testimoni: la polizia che blocca interi nuclei familiari, con bambini spaventati e affamati ai quali si nega persino l’acqua; giovani siriani arrestati in Polonia e ricoverati negli ospedali a causa delle loro condizioni critiche: non appena si riprenderanno, saranno espulsi. Pare che qualcuno di loro abbia chiesto asilo politico e il diritto internazionale vorrebbe che la loro volontà venisse rispettata. Ma c’è da dubitare fortemente che accadrà.

Una donna da giorni nella foresta, fame, gelo, solitudine, il telefonino quasi scarico, rischiava di morire, per fortuna è stata raggiunta e tratta in salvo. Una delle tante. E, ancora, una famiglia di 10 persone, una piccola comunità cui si aggiunge ogni giorno qualcun altro: “Hanno già tentato di attraversare il confine polacco otto volte e puntualmente, dopo aver chiesto asilo, sono stati riportati nella foresta. Nel gruppo ci sono donne, tra cui un’anziana. Ieri sera, però, è successo qualcosa di molto grave e il gruppo è scomparso dopo averci mandato questo messaggio: Il cane della polizia ha attaccato un ragazzo di Deraa (Siria) e gli ha morso la testa. Da quel momento non ho più notizie. Non riesco a descrivervi come mi sento”, dice Nawal.

 

Rabbia e frustrazione

Possiamo solo immaginarlo, ma lei è lì, a seguire questa tragedia umanitaria da vicino, con la rabbia e il senso di frustrazione addosso. E poi ancora bambini, sempre più infreddoliti, che hanno bisogno di mangiare: “Stanotte tra le 3 e le 4, un elicottero ha terrorizzato i più piccoli. Era l’unico momento in cui erano riusciti a prendere sonno dopo una giornata terribile”, racconta. Altri che implorano: Dio, ho fame. E i singoli destini diventano il paradigma di un tragico fallimento. “Questo bambino – dice Nawal scegliendo un esempio fra i tanti – si trova alle porte dell’Europa. Lui fa parte di coloro che sotterreranno la dignità dell’Europa unita. Sì, l’Unione Europea ha perso la sua dignità in questa frontiera. Lui ancora accenna un sorriso, ha entrambe le gambe amputate e non riesce ad avere acqua e cibo da troppo tempo. Forse un giorno tornerà verso il suo Paese d’origine o forse morirà a ridosso di questa frontiera a causa del freddo e della fame e a noi resterà l’arduo compito di guardarci allo specchio nei prossimi anni”.

Già, ha ragione, Nawal, e, quando ci guarderemo, vedremo lo stesso volto che ha chiunque chiuda gli occhi insieme al cuore: il volto del carnefice e del suo complice.

da qui

 

 

 

 

Da emergenza umanitaria a pericolosa emergenza politica – Paolo Soldini

È un’emergenza umanitaria senza precedenti. Migliaia di persone, molte famiglie, moltissimi bambini, sono prigioniere in uno spazio strettissimo nella foresta tra la Bielorussia e la Polonia. Non possono attraversare il confine verso la Polonia e non possono tornare indietro: sono bloccati al freddo e non ricevono da mangiare e da bere ormai da giorni. La tv polacca ha mostrato una sequenza in cui una bambina siriana implora un po’ d’acqua e viene minacciata col mitra da un poliziotto. E quando un gruppo di migranti è riuscito a rompere (pare anche con utensili graziosamente forniti dai militari bielorussi) la barriera di filo spinato armato e a inoltrarsi per qualche metro in territorio polacco sono stati duramente picchiati e portati via dai poliziotti. Dove non si sa: non certo in qualche ufficio dove potessero fare, come pure sarebbe diritto per la grandissima parte di loro, richiesta di asilo politico. Si sono sentiti anche degli spari e non s’è capito da quale parte del confine: dei morti ci sono stati, ma (per ora) a causa della temperatura che la notte scende a diversi gradi sotto lo zero e per la denutrizione.

 

Tensione con la Lituania

Ma la crisi umanitaria sta diventando una crisi politica dalle conseguenze che potrebbero essere molto pericolose. L’Unione europea e la NATO non sanno come reagire alla sfida di Lukashenko e di Putin, il quale ha smesso ogni ipocrisia da mediatore e si è schierato apertamente con il suo fido vassallo di Minsk, e la tensione si sta spostando, ora, anche ai confini della Lituania. Le ultime notizie parrebbero confermare che anche qui il regime bielorusso stia per schierare l’arma impropria dei profughi. D’altra parte, quella regione è un focolaio di tensioni per colpa certo dell’autocrate del Cremlino e delle sue pulsioni neoimperiali ma anche per le responsabilità dell’occidente che ha spinto l’alleanza militare fino ai confini della fu Unione Sovietica, disattendendo gli impegni che erano stati presi al tempo dell’unificazione tedesca, proprio nella zona geografica che i russi (sotto qualsiasi regime) considerano il cuneo indifendibile del loro sistema di difesa.

Il governo polacco ha imposto lo stato di emergenza lungo tutta la frontiera con la Bielorussia e la exclave russa di Kaliningrad e ha aggiunto alla polizia i reparti mobilitati dell’esercito. Sull’altro fronte, Mosca ha inviato agli alleati degli aerei da ricognizione di quelli che si usano per tenere d’occhio gli spostamenti di truppe. C’è da ritenere che si tratti di manovre solo dimostrative, ma quando la tensione è così alta c’è sempre il rischio di un incidente.

Bisogna insomma trovare il modo di disinnescare la crisi, ma come? Se dominassero ragione e buon senso, la prima cosa da fare sarebbe annullare l’arma di Lukashenko portando via dal confine i profughi dopo aver fatto passare loro il confine. In fin dei conti si tratta di qualche migliaio di persone (chi dice duemila, chi sei o settemila) che si potrebbero far entrare in Polonia per poi essere trasportate altrove con un corridoio umanitario. Verso dove? Berlino ha fatto sapere che non intende accogliere i profughi, i quali, in grande maggioranza, dicono invece che proprio in Germania vogliono andare. Ma si potrebbe adottare un meccanismo di distribuzione fra vari paesi come quello che venne inventato con la mediazione della Commissione europea a suo tempo, quando in Italia Salvini bloccava le navi dei soccorritori. Allora, è vero, si trattava di numeri sull’ordine delle centinaia e non delle migliaia e non c’era ancora la minaccia del Covid, che rende ovviamente tutto più difficile. Ma è l’ipotesi di soluzione cui, da quanto si può sapere da Bruxelles, starebbe lavorando la Commissione e che sarebbe stata oggetto di un colloquio che Ursula von der Leyen ha avuto ieri con Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Onu per i Rifugiati. A una via d’uscita di questo tipo starebbero pensando, in contatto con il Vaticano, le gerarchie cattoliche polacche non asservite al regime.

 

Sfida sovranista

Ma questa ipotesi pare destinata a scontrarsi con l’irragionevolezza sovranista del regime di Varsavia, che appena poche settimane fa ha sfidato apertamente le istituzioni dell’Unione sostenendo la preminenza del diritto nazionale su quello comunitario. Il primo ministro Mateusz Morawiecki ha detto e ripetuto che nessun “clandestino” dovrà entrare in Polonia, che il respingimento dei profughi in Bielorussia è una questione di principio e che Varsavia non sta difendendo solo i confini propri, ma quelli di tutta l’Europa. La quale, secondo il credo sovranista, dovrebbe blindare le frontiere esterne erigendo il Muro per il quale qualche settimana fa 12 paesi dell’Unione, ungheresi e polacchi in testa, hanno chiesto non solo l’approvazione della Commissione, ma anche i soldi per tirarlo su.

La Commissione, allora, respinse al mittente la provocazione, ma a Bruxelles non tutti la pensano come la presidente von der Leyen e la maggioranza del Parlamento europeo che pure ha criticato fermamente la proposta. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, per esempio, ha detto che “si può aprire un discorso” sul finanziamento da parte della Ue di “infrastrutture fisiche alle frontiere” e che questo dibattito dev’essere pure veloce perché “i confini polacchi e baltici sono confini dell’Europa”. Per un paradosso la cui pesantezza dev’essergli sfuggita, Michel ha detto queste cose durante la celebrazione alla fondazione Konrad Adenauer della CDU della caduta del Muro di Berlino…

Ancora più esplicito, e più rozzo, è stato il capogruppo dei popolari al Parlamento europeo, il social-cristiano Manfred Weber: “Ci vogliono più difese, più muri, più recinzioni, più filo spinato a protezione dei confini dell’Unione europea”.

Insomma, le opinioni a Bruxelles sono divise e anche in questa occasione, come in molte altre, c’è da registrare una divaricazione degli orientamenti della Commissione e del Parlamento europeo, le istituzioni più inserite nel meccanismo della integrazione europea, da quelli del Consiglio, espressione delle volontà dei governi. Se prevarrà la linea della “fortezza Europa” è ben difficile che si troverà la via d’una soluzione giusta e umana della crisi nella foresta di Byałistok. Perché come si legge in un messaggio che il Movimento europeo italiano ha dedicato al disastro umanitario al confine tra la Polonia e la Bielorussia, “se non vogliamo che li usino (i profughi) come un’arma, smettiamo di averne paura”.

da qui



Una fiala di profumo – Tonio Dell’Olio

Di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi e della loro associazione triestina Linea d'ombra ci eravamo già occupati ai tempi in cui vennero denunciati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

In realtà si erano semplicemente chinati sulle ferite dei migranti che giungono a Trieste dopo aver camminato giornate intere in condizioni disumane. I due coniugi, lui 85 anni, non si sono scoraggiati, tutt'altro. Ogni notte sono fuori dalla stazione di Trieste ad attendere quei ragazzi e a curare i loro piedi feriti. Mi colpisce che Lorena a un certo punto tiri fuori una fiala di profumo. Nella mia rozzezza non penso che sia esattamente ciò di cui hanno bisogno, ma lei spiega che c'è una grande dignità in queste persone e che talvolta hanno pudore ad avvicinarsi anche perché non fanno una doccia da giorni e giorni. Quella fiala di profumo più che nascondere il cattivo odore, conferisce dignità. E ogni notte sono lì, a curare i piedi piagati, a cercare un nuovo paio di scarpe e a regalare un po' di profumo alla vita di chi cerca solo di vedere riconosciuta la propria dignità.

da qui


domenica 20 settembre 2020

Bielorussia: ci interroga il passato di quale sinistra? - Davide Grasso

La diffusa contestazione di piazza dei risultati ufficiali delle elezioni in Bielorussia ha portato alla ribalta  un personaggio, il presidente Lukašenka, che a trent’anni dai rivolgimenti del 1989-91 sembra effetto di un riavvolgimento del nastro della storia. Di fronte a manifestanti pacifici ha raggiunto il suo palazzo esibendo un Kalashnikov a beneficio delle telecamere, e salutato i poliziotti-robocop che lo proteggevano con il pugno chiuso. Ennesima e tardiva manifestazione di ciò che fu il tardo socialismo reale? Un po’ più di questo: monito prezioso, sempre ritornante, della permanente, ineliminabile possibilità che gesti di libertà siano gettati nel fango da chi ne esibisce il simulacro. Lukašenka incarna, piaccia o non piaccia, un ultimo effetto del potere sovietico nell’est europeo; e il carattere caricaturale della sua figura non diminuisce il disprezzo mondiale che attira ancora una volta su nobili idee per cui tante persone hanno perso la vita.

Come reagiscono gli eredi, nel resto d’Europa, del socialismo novecentesco? La classe politica che, a cavallo dell’89, passò senza colpo ferire dalla contiguità con le tecnocrazie dell’est alla membership entusiasta presso i circoli non meno tecnocratici del neoliberismo di Schengen si schiera secondo criteri puramente geopolitici: l’Unione europea ha parlato; i vertici bielorussi hanno torto, i manifestanti hanno ragione. La marginale area di individui che invece – privati di un ruolo politico nei tempi odierni – non condivisero o non condividono la svolta liberal-democratica dell’eurocomunismo, adotta un criterio sovente del tutto speculare: più tenera e possibilista riguardo a Lukašenka, al suo sistema di potere e ai bielorussi che si rifiutano di aderire alle proteste, ritiene che il presidente sia sempre meglio di Charles Michel o Ursula von der Leyen.

In questa visione calcistica della politica, i riferimenti alla presunta bontà del sistema istituzionale bielorusso sono infrequenti o di contorno, non meno delle poco argomentate, liquidatorie condanne espresse dal mondo liberale. La politica non è, per questo genere di invettiva, materia d’analisi dei fatti (magari in loco e a proprio rischio e pericolo) ma d’intuizione metafisica, se non divina. O Lukašenka è l’avatar di Putin (cosa infatti non vera) oppure il movimento è un pupazzo collettivo artificialmente prodotto da poteri esterni, secondo una retorica che sostituisce alla considerazione di ovvie e inevitabili relazioni di sostegno incrociato tra stati e movimenti politici nel mondo, una contrapposizione ridicola tra rivoluzioni “pure” e “impure”, “false” e “autentiche”.

Ogni tentativo della gente di pretendere una vita migliore è – se ciò avviene nei paesi “sbagliati” – mera interfaccia di cospirazioni occulte di riconoscibile origine straniera; dove “straniera” vuol però dire “euro-americana”, poiché Russia, Cina o Iran, là dove agiscono, lo fanno in consonanza con l’azione oggettiva di uno spirito assoluto della storia. (Tale ironia si applica inalterata all’opposto versante, se l’ennesimo dramma nazionale è ridotto a querelle tra spettatori distanti: basta cambiare i termini dell’equazione.)

Non si può prendere posizione, in questo mondo, senza tenere conto delle implicazioni geopolitiche (il che non coincide, sia detto di passaggio, con l’applicazione compulsiva di statici e anacronistici preconcetti). Schiacciare destini e vite di milioni di persone sotto cingolati concettuali tanto grossolani quanto grondanti disprezzo per le voci in assenza, è tuttavia inaccettabile. Mi sono sempre chiesto se sarebbe possibile ripetere certe affermazioni guardando negli occhi un/a protagonista in carne ed ossa di quelle vicende. Forse si avrebbe timore di un pugno in faccia. Fisico o morale?

Presidenti e generali hanno sempre mistificato le rivoluzioni come complotto straniero, dagli Zar alla Cia, in primis contro chi alzava il pugno chiuso. La presenza della destra nei movimenti di oggi è figlia della miseria culturale e umana della sinistra. Cosa resta della dimensione di senso originaria di essa? Nulla: socialismo, democrazia, femminismo non sarebbero esistiti se attitudini gregarie o di servizio avessero prevalso tra le militanti e i militanti di allora, inducendoli a parteggiare regolarmente, da osservatori arcigni, per questo o quello stato contro le rispettive società. Costruire futuro senza guardare al passato è impossibile; ma quale passato scegliamo – questo fa la differenza.

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=30441

giovedì 17 settembre 2020

Ingiustizia è fatta

 


In un commento postato sulla sua pagina social, Dana Lauriola, sottolinea: «Uno dei motivi per cui vado in carcere, scritto nero su bianco, è che non mi sono dissociata dalla lotta No Tav, l’altro è che ho continuato a vivere in Valle di Susa. Sono tranquilla per tutte le scelte che ho fatto in questi anni, ho amato la valle e la lotta No Tav per oltre 15 anni e continuerò a farlo anche se fisicamente lontana. Intanto vi abbraccio, vi farò avere mie notizie. Vi chiedo di continuare la lotta, con tutta la forza e il coraggio che avete».

da qui



 VOGLIONO ARRESTARE LE NOSTRE IDEE, MA LE IDEE SONO COME IL VENTO

Di questo si tratta, la sentenza che ha colpito Dana è il frutto di un vero e proprio processo alle idee. Ad indicarlo chiaramente sono le motivazioni, non ancora depositate ma trapelate, che la giudice Elena Bonu ha addotto nel rifiuto delle misure alternative al carcere, ma è anche la natura stessa della pena comminata.

Una pena evidentemente spropositata: due anni per aver partecipato ad un’iniziativa durata 10 minuti, in cui la “colpa” di Dana sarebbe stata quella di spiegare ad un megafono i motivi della protesta.

Il movimento No Tav all’epoca dei fatti era in mobilitazione permanente da lunedì 27 febbraio, in seguito alla caduta di Luca dal traliccio. Giorni di rabbia e dolore, ma anche di determinazione, nonostante le cariche e gli scontri che continuavano a susseguirsi.

I No Tav quel giorno avevano deciso di liberare i caselli di una delle autostrade più care d’Italia, la Torino Bardonecchia, che dal lunedì della stessa settimana fino al giovedì era già stata occupata in maniera permanente dal movimento. Il senso di quella iniziativa era, ancora una volta, sottolineare l’enorme sperpero di denaro pubblico destinato alla costruzione dell’opera.

Il reato di Dana non è stato tanto quello di aver partecipato alla liberazione dei caselli, di per sé un reato trascurabile (sono centinaia i casi in cui processi che riguardavano iniziative del genere si sono risolti in pene modeste o addirittura in assoluzioni), ma è evidentemente quello di essere parte con determinazione e protagonismo di una delle lotte popolari più longeve ed efficaci del nostro paese, che ha messo in discussione governi e assetti istituzionali e che è la bestia nera di chi specula e devasta l’ambiente. La sua “responsabilità” è quella di essere stata per anni uno dei volti pubblici, una delle voci con cui il movimento ha parlato, ha gridato le proprie accuse verso un sistema ingiusto che ignora i reali bisogni dei territori.

Una delle motivazioni della sentenza con cui sono state rifiutate le misure alternative è che Dana non si sarebbe allontanata nè dal movimento No Tav nè dal territorio continuando a vivere in valle a Bussoleno. Lei è colpevole dunque di non aver abiurato le sue idee, di non essersi fatta intimidire dalle persecuzioni che quotidianamente colpiscono gli attivisti e le attiviste del movimento e di aver continuato a lottare con generosità, senza risparmiarsi. E’ colpevole di non aver voluto lasciare un territorio dove risiedono i suoi affetti, dove resistono le montagne che ha imparato ad amare e conoscere: un territorio che viene dipinto come un tessuto criminogeno. Gli abitanti della valle che si schierano contro il TAV in questa narrazione vengono considerati alla stregua di banditi invece che cittadini preoccupati per il proprio futuro e quello del territorio, già ferito, in cui vivono. Un processo alle idee che ricorda altri tempi, tempi in cui in giro per la valle venivano affissi cartelli con scritto “achtung banditen”, tempi in cui le donne che si opponevano al potere costituito erano soggette alla “caccia alle streghe”.

Ora come allora i persecutori, i carnefici si travestono da burocrati, nascondono la loro vigliaccheria dietro una presunta oggettività del diritto. Un’oggettività del diritto che condanna sempre i più deboli, condanna chi resiste ed è supina ai ricchi, ai potenti. La politicizzazione del Tribunale di Torino, e in particolare di alcuni magistrati e di alcuni giudici che qui esercitano ormai è cristallina. La giudice Elena Bonu, conosciuta tra le aule per il suo sadismo, la pm Pedrotta che ha fatto della incriminazione verso i No Tav la sua ragione di vita, sono i degni eredi di Rinaudo (promosso nell’Unità di crisi della Regione Piemonte, al servizio di Cirio nella sua devastante gestione della pandemia), Padalino (invischiato negli scambi di favori, nelle nomine pilotate e nel peggiore marcio del sottobosco della magistratura), Caselli (vero iniziatore della strategia di intimidazione verso chi lotta in Val Susa). Un tribunale che, lavorando in piena sintonia con questura e carabinieri, è diventato a tutti gli effetti il braccio armato di Telt per portare avanti un’opera della cui inutilità ormai ne parla apertamente non solo la popolazione della valle ma  persino l’analisi costi benefici dello scorso governo e la Corte dei Conti Europea.

In un’epoca come questa, sconvolta dai cambiamenti climatici e dalla pandemia di Coronavirus, ci si aspetterebbe che le ragioni della vita prevalessero sulle ragioni del denaro. Ma se c’è qualcosa che abbiamo imparato in questi trent’anni di resistenza è che solo la determinazione dei popoli, la forza e la dignità di chi si oppone possono mettere un freno all’egoismo, all’arroganza, alla prepotenza di chi amministra e gestisce il potere.

La pandemia in cui stiamo vivendo ha approfondito in noi la consapevolezza che prendersi cura di chi ci sta vicino, dei posti in cui viviamo è la priorità assoluta. In fondo quando diciamo “Si parte e si torna insieme” è questo che intendiamo. Quindi abbiamo deciso di non lasciare sola Dana ad affrontare le prepotenze del potere, ma di farle sentire tutta la nostra solidarietà e vicinanza con un presidio permanente sotto casa sua, in Via Pietro Ravetto 38 a Bussoleno, in maniera che sia grande la vergogna di chi si presenterà per provare a tradurla in carcere.

Invitiamo tutti e tutte a portare solidarietà a Dana e testimoniare la propria indignazione verso questa assurda decisione.

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In Val Susa la vergogna dello Stato. Dana e Stefano liberi subito!


Sono venuti che era ancora notte e sono venuti in forze. Hanno la paura di chi sa di avere torto.

Questa mattina alle 5, con un blitz in pieno stile, con blindati e celerini, le forze dell’ordine hanno applicato la paradossale sentenza nei confronti di Dana emessa dal Tribunale di sorveglianza di Torino nella persona della giudice Elena Bonu. Ma ad attenderli hanno trovato il popolo No Tav deciso a sostenere Dana in questo momento e a non far passare sotto silenzio questa vergognosa prepotenza contro una donna, una compagna e contro un intero territorio.

 

Un intero quartiere di Bussoleno è stato militarizzato per ore, impediti gli accessi agli abitanti del paese che volevano testimoniare con un gesto d’affetto la loro vicinanza a Dana. Nonostante il dispiegamento di forze però i No Tav sono riusciti a raggiungere la casa e a gridare forte il dissenso verso questa ingiustizia. Una marcia della vergogna per chi è venuto a prelevare Dana, che ha reagito con spintoni a giovani e anziani, minacce e insulti. La Digos di Torino si è distinta come al solito nell’esercizio dell’arroganza verso chi lotta per difendere la propria valle.

I volti di questi loschi individui con i distintivi erano pieni di paura e vergogna mentre Dana a testa alta ha salutato i solidali prima di venire condotta all’auto.

Come se non bastasse, mentre questo enorme dispositivo di uomini e mezzi veniva messo in campo per tradurre Dana i carcere, tre volanti dei carabinieri notificavano a Stefano, compagno No Tav, i domiciliari per 5 mesi.

Dopo che l’auto con a bordo Dana era già lontana dall’abitazione la celere ha caricato a freddo un gruppo di abitanti di Bussoleno la cui unica colpa è quella di aver voluto salutare una propria concittadina finita nelle mani dell’ingiustizia, ferendo alla testa un giovane No Tav.

 

Questa mattinata ha sancito che la Val Susa è fuori dallo Stato di Diritto, è un territorio occupato come diciamo da anni, dove le forze dell’ordine possono fare il buono e il cattivo tempo al servizio dei potenti senza che nessuno dagli scranni istituzionali faccia domande. Un luogo dove Telt, l’azienda promotrice dell’opera, amministra direttamente la giustizia utilizzando tribunali e polizia come una milizia privata. Un luogo dove un reato sociale, una iniziativa durata dieci minuti, una lettura di un volantino al megafono può costare due anni di carcere.

E che dire di questo governo supino allo strapotere delle lobbies del cemento e del mattone? Che dire di quella parte di maggioranza che per anni si è professata No Tav? Quelli che si professavano vicini alle esigenze dei cittadini adesso tacciono di fronte allo Stato d’eccezione che viene applicato in tutta la sua violenza in Val Susa.

Quanto ci è costato questo abuso di potere che è andato in scena questa mattina? Quanto ci costano i pool di magistrati, quanto ci costano le decine di agenti della Digos che si occupano quasi esclusivamente dei No Tav?

 

Mentre una pandemia sta sconvolgendo il pianeta le priorità che vengono portate avanti sono chiare, continuare a finanziare il sistema delle grandi opere inutili e perseguitare, arrestare, colpire chi vi si oppone.

In valle però si continua a resistere da trent’anni con determinazione e senza paura, in questa valle abbiamo imparato a prenderci cura del territorio e del nostro prossimo, a non lasciare nessuno indietro, abbiamo imparato che il concetto di giustizia, quello vero, non coincide quasi mai con la violenza della legge. Abbiamo appreso che si è vivi, si è giusti solo se ci si ribella, e noi continueremo a farlo, perché sappiamo che questa grande opera è mortifera, sappiamo che non vogliamo un futuro di devastazione, inquinamento, tumori e desolazione sociale per il territorio in cui viviamo. Quindi non lasceremo sola Dana, non lasceremo solo Stefano e continueremo la loro, la nostra battaglia, come sempre pronti con il cellulare sul comodino e gli scarponi vicino al letto.

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Il magistrato Livio Pepino: «In val Susa uno schema repressivo ormai consolidato»