I bambini si rincorrono nel corridoio del primo piano del palazzo di vetro
di via del Caravaggio, a Roma. È il compleanno di Lucas, compie otto anni. C’è
un tavolino imbandito con pizzette e panini, Coca-Cola e una torta di pan di
Spagna, panna e cioccolato. Dal soffitto dell’edificio, che era nato per
ospitare degli uffici, pendono dei palloncini colorati e una scritta rossa
sgargiante: “Lucas”. Anche se è Ferragosto il bambino ha potuto festeggiare il
compleanno con gli altri ragazzi del palazzo, nessuno si è mosso da casa,
nonostante il caldo e le vacanze scolastiche, perché si moltiplicano le voci di
uno sgombero imminente nei due edifici gemelli del quartiere romano di Tor Marancia,
in cui abitano circa 380 persone, tra cui settanta minori: una delle
occupazioni abitative più grandi d’Italia.
Appena le chiedo dello sgombero, Elizabeth, una donna peruviana di
cinquant’anni, scoppia a piangere: “Mio figlio piccolo mi chiede di continuo
che succederà durante lo sgombero e io non so rispondere, i bambini sentono i
discorsi degli adulti e si spaventano. Di notte non dorme, appena sente un
rumore va a nascondersi sotto al tavolo”. Mentre Elizabeth mi parla, seduta su
una sedia, le luci colorate della festa le disegnano dei puntini sul viso.
Francesco, il figlio più piccolo della donna, corre insieme agli altri
lungo il corridoio. “Faccio la baby sitter e mio marito l’aiuto pasticcere,
siamo in Italia da 18 anni, da sei anni viviamo nell’occupazione di via del
Caravaggio”, racconta. “Guadagno 1.100 euro al mese, mio marito lavora in nero
e guadagna pochissimo. Prima eravamo in affitto, ma spendevamo mille euro solo
per la casa, senza le spese condominiali. Non ce la facevamo, per questo siamo
venuti qui”, racconta. “Se avessi dove andare, me ne sarei già andata, non
vorrei mai che i miei figli assistessero a uno sgombero”. Comincia a piangere e
gli occhi piccoli e neri si chiudono in una smorfia di dolore, mentre confessa
di non aver detto ai suoi datori di lavoro di vivere in una casa occupata. Il
bambino che giocava si ferma insospettito dalle lacrime della madre e torna
indietro per capire che sta succedendo. Allora la madre si ricompone e finge un
sorriso.
“I miei due figli grandi, Geraldina e Antony, sono iscritti all’università:
mia figlia studia scienze infermieristiche, mio figlio economia. Anche per
questo i soldi non ci bastano mai, ma vogliamo che studino”. Quando racconta
dei figli iscritti all’università, Elizabeth si rasserena. “Geraldina mi ha
fatto promettere che quando avranno finito di studiare smetteremo di vivere in
un palazzo occupato e torneremo in affitto, perché nessuno di noi vuole vivere
con la paura di essere sbattuto fuori di casa dalla polizia”.
Una moratoria sugli sgomberi
Nell’androne dell’edificio c’è un via vai di persone, ci sono quelli delle
altre occupazioni che passano a turno per dare una mano, ci sono i condomini
del palazzo sotto sgombero che si trovano nel cortile per discutere. C’è la
foto del bambino sgomberato da Primavalle con i libri in mano e la frase di
Simone, il ragazzo di Torre Maura che ha contestato i neofascisti dicendo: “Nun
me sta bene che no”. Ci sono dei poster che ritraggono lo scudo con la Medusa
di Caravaggio, diventato il simbolo dell’occupazione e altri striscioni con gli
slogan, ma anche le liste dei turni per le pulizie. Nell’occupazione è tutto
autogestito: i bagni e i servizi come le lavatrici sono in comune, così è
necessario stabilire dei turni per tutto.
“È come vivere in campeggio”, spiega sorridendo Anna Sabatini, una
pensionata romana di 76 anni, considerata una delle portavoce dell’occupazione.
Sabatini dice di aver imparato soprattutto a vivere con persone di origini
diverse. “Ci sono persone originarie del Nordafrica, latinoamericani, europei,
italiani, ognuno fa la sua vita e ha la sua privacy, ma poi ci sono molte
occasioni di incontro e di scambio”, racconta. “Molte delle persone che sono
venute a vivere in questa occupazione nel 2013 lo hanno fatto in seguito a uno
sfratto, alcuni vivevano per strada, altri non riuscivano a pagarsi l’affitto
perché magari avevano perso il lavoro”.
A Roma esistono circa cento edifici occupati e diecimila persone vivono
sotto sgombero. Il 1 settembre 2018 il ministro dell’interno Matteo Salvini ha
pubblicato una circolare nella quale parlava della “necessità” di “attendere
agli sgomberi con la dovuta tempestività, rinviando alla fase successiva ogni
valutazione in merito alla tutela delle altre istanze”.
La nuova prefetta di Roma, Gerarda Pantalone, ex dirigente del dipartimento
libertà civili e immigrazione del Viminale e regista della strategia dei “porti
chiusi”, ha promesso la linea dura sulle occupazioni romane da quando è stata
nominata nel suo nuovo ruolo, nel maggio 2019. Dopo che il 15 luglio è stata
sgomberata la scuola occupata di via Cardinal Capranica, a Primavalle, il
Caravaggio sembra essere il prossimo edificio sulla lista. Lo sgombero è
previsto per la fine di agosto. “Viviamo con il terrore”, confessa Sabatini.
“La vita continua eppure noi viviamo nell’attesa di svegliarci e di trovare i
blindati sotto casa”.
I consiglieri regionali Alessandro Capriccioli di Più Europa, Paolo Ciani
di Demos e Marta Bonafoni della lista civica Zingaretti hanno chiesto una
moratoria, proponendo di sospendere questo tipo di operazioni mentre è in corso
la crisi di governo. “Con la crisi di governo ormai aperta e dagli esiti
imprevedibili, riteniamo necessario chiedere a gran voce una moratoria sugli
sgomberi, previsti a partire dal mese di agosto nella città di Roma”, è scritto
nel comunicato. “Con un ministro dell’interno totalmente concentrato su altro,
cioè su una partita ormai esplicitamente solo elettorale, sarebbe grave e da
irresponsabili far procedere la macchina degli sgomberi che dipende, per la
parte relativa all’ordine pubblico, da un Viminale di fatto senza guida. Alla
preoccupazione per le decine di famiglie che si ritroverebbero senza una vera
soluzione abitativa in pieno agosto, si aggiunge a questo punto l’allarme per
la gestione delle operazioni di sgombero”, hanno scritto i consiglieri. La
regione Lazio guidata dal segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti
e il comune guidato dai cinquestelle per ora non hanno proposto alternative
agli abitanti di via del Caravaggio, ma è stato convocato un tavolo tecnico il
26 agosto, prima che arrivino i blindati.
In uno degli edifici occupati di via del Caravaggio a Roma, agosto
2019. (Sara Cervelli)
“C’è stata una riunione abbastanza importante un paio di settimane fa con
l’assessora ai servizi sociali del comune Laura Baldassarre”, racconta Anna
Sabatini. Il comune ha ventilato la possibilità di erogare un buono casa da
cinquecento euro mensili per quattro anni alle famiglie in condizioni di
fragilità. Questo buono, insieme al sostegno nella ricerca della casa, dovrebbe
servire a sostenere le famiglie che non riescono a permettersi un affitto, ma
da questa misura sono esclusi i single e le famiglie senza figli. I movimenti
per la casa e gli occupanti di via del Caravaggio sono scettici, vorrebbero che
si investisse di più in soluzioni di lungo corso come le case popolari.
“Gli amministratori hanno questo concetto che la fragilità è solo di quelli
che hanno problemi molto gravi, ma anche io che sono in salute e sono single se
fossi sbattuta per strada svilupperei delle fragilità”, conclude Sabatini che
percepisce una pensione minima di 540 euro al mese. La pensionata teme di
finire nei centri di accoglienza a bassa soglia messi a disposizione dalla sala
operativa sociale del comune di Roma, come le duecento persone sgomberate
dall’occupazione di Primavalle lo scorso luglio. “Ho incontrato alcuni di
quelli che sono finiti nei centri, erano disperati. Sono passati da una
situazione di normalità a una specie di carcere. Devono rientrare entro le sei
del pomeriggio, non possono cucinare, nemmeno scaldare un po’ di latte per i
bambini. Questo tipo di approccio noi lo rifiutiamo: è assurdo mettere in un
centro di accoglienza chi è senza casa”, dice la pensionata.
Secondo il ricercatore e architetto Enrico Puccini, autore del libro Verso una politica della casa. Dall’emergenza abitativa
romana ad un nuovo modello nazionale, il fabbisogno di
case popolari a Roma sarebbe di 1.500 unità all’anno, mentre attualmente se ne
assegnano solo cinquecento. Il risultato è che nelle occupazioni a Roma abitano
tra le tremila e le cinquemila famiglie, 12mila persone sono in lista per la
casa popolare, 1.200 persone abitano nei residence in attesa dell’assegnazione
di una casa popolare. “I dati sugli sfratti a Roma segnano un rallentamento per
un semplice motivo: chi doveva essere sfrattato da un alloggio privato lo è già
stato. La crisi che avanza dal 2008 ha fatto le sue vittime nei ceti bassi
e ora inizia ad aggredire il ceto medio. Anche le famiglie che vivono in
occupazione sono, più o meno, le stesse dal 2013, dallo Tsunami tour dei
Movimenti per la casa che ha raddoppiato il numero delle occupazioni a Roma. Da
allora non ve ne sono state altre. Quindi da anni discutiamo di circa duemila
nuclei in una città che ospita 39 milioni di presenze turistiche all’anno”,
commenta Puccini.
Una lezione su Malcolm X
Rispetto ad altre occupazioni il Caravaggio è quella che si è aperta di più
all’esterno con dei risultati inaspettati per gli stessi abitanti. “I genitori
dei bambini che frequentano la scuola media Settimia Spizzichino hanno fatto
una petizione per chiedere di fermare lo sgombero, i genitori dei bambini che
frequentano la polisportiva Castello hanno fatto un’altra petizione, sono
venuti i parroci dentro l’occupazione a portare solidarietà, non era mai
successo”, racconta Cristiano Armati del Coordinamento cittadino di lotta per
la casa.
“Ogni sera viene qualcuno da qualche parte della città a chiedere se serve
qualcosa e in che possiamo essere aiutati”, continua. Nonostante questa
solidarietà da parte dei cittadini, “non ci sono per ora soluzioni di lungo
periodo”, spiega Armati. Il 16 agosto il professore di letteratura americana
Alessandro Portelli è andato nell’occupazione insieme all’assessore alla
cultura del terzo municipio Christian Raimo per tenere una lezione su Malcolm
X. Portelli ha parlato per due ore davanti a una platea di duecento persone,
tra cui molti abitanti dell’occupazione, ma anche romani venuti da altri
quartieri per partecipare alla lezione.
Prima di raccontare la storia del leader afroamericano, Portelli, che è
anche un esperto di storia orale, ha fatto un giro per l’occupazione e ha
intervistato molti degli abitanti dell’edificio. “Le parole della lotta per la
casa a Roma sono sempre le stesse”, ha detto Portelli durante la lezione. “Il
mio impegno politico è cominciato con l’occupazione del Celio del 1969 e poi
con tutta la vicenda dei borghetti, delle baracche, che a Roma erano una cosa
terrificante. Oggi un signore marocchino del Caravaggio mi ha detto, io
guadagno 700 euro al mese, se pago l’affitto non ce la faccio a mangiare. Bene,
esattamente queste identiche parole, se pago l’affitto non ce la faccio a
mangiare, me le ricordo dette da un operaio edile del borghetto Prenestino nel
1969. Questa sensazione che stiamo sbattendo la testa contro lo stesso muro da
cinquant’anni non genera frustrazione, genera una gran rabbia”, ha concluso
Portelli.
l'ultimo articolo apparso su Il Manifesto il 12 giugno 2009:
Brucia compagno brucia, di Ivan Della Mea
Cialtroni presuntuosi autoreferenti mentecatti retorici e pletorici recitanti di grandi parole intelligentissime che vi arrotondano il labbruccio nell'affettata pronunzia e vi allargano i buchi del naso a frogia cavallina per comunicare la potenza del vostro dire e gli occhi che se la tirano a specchio di una cultura altissima profusa con grande intelligenza e non conta un cazzo che nulla sappiate del lavoro, ne fate un'astrazione impreziosita dal suffisso «oro» e del prefisso «lav» non potrebbe fregarvene di meno. Ma volete essere di sinistra, di più, vorreste essere la sinistra e nonostante alcuni di voi abbiano alle spalle più disastri che meriti ancora vi vivete come dirigenti, diri senza genti, e impapocchiate di qui e rompete di là forti del vostro protagonismo e presenzialismo e animati dalla sottile foia di potere che informa il vostro fare: dirigenti di quarantaquattrogattiinfilaperdue ambite cariche nazionali o europee. Eterni quadri di partito o di gruppo per voi tutto fa pedana. Dalla scissione del 1906 al diciannovismo alla nascita del Partito comunista italiano non pochi tra voi già erano attrezzati e si portavano appresso una seggiolina di quelle che si chiudono onde averla prestamente fruibile per poggiare le ponderose chiappe. Voi siete stati e siete ancora la vera rovina del mondo del lavoro in generale e dei lavoratori. Fatte le eccezioni dei Di Vittorio, Novella, Santi, Trentin, Luciano Romagnoli e pochi altri davvero compagni davvero dirigenti, davvero protagonisti coscienti e responsabili di grandi vittorie e di grandi sconfitte, c'è parecchia miseria e assai poca nobiltà a giro e allora mi spiego perché non poche frange della classe operaia del nord, est e ovest, ancorché sindacalizzate, abbiano votato per la Lega. Al sindacato chiedono una sinecura da mero patronato, ma razzismo e intolleranza e non di rado fancazzismo ed egoismo e anche antipartitismo per dire anticomunismo sono costanti assai presenti sulle quali, e da tempo, dalla fine degli anni '80, come documentava con una ricerca il mio carissimo amico Primo Moroni commissionata dal sindacato, nessuna cultura contro veniva attivata e dunque nessuna politica. Si può essere cigiellisti e leghisti e razzisti e lo si è in molti casi. È questa io credo la miseria della politica di oggi e della cultura che l'informa. Chi ha voglia di fare chiarezza su queste contraddizioni? Chi ha la coscienza compagna di dire all'operaio sindacalizzato che discriminare, emarginare, fare pratica costante di razzismo e di differenzialismo significa essere fascisti dentro? Non lo vedo questo coraggio. Non vedo l'urgenza di un fare politica che sia anche fare cultura in questo senso: e cioè in contrapposizione e in rivolta. Chi leghista viene in Piazza della Loggia il 28 maggio di ogni anno o è mentecatto o non si rende conto di essere corresponsabile dello scoppio di quella bomba: uno scoppio che nella coscienza non è finito né mai finirà. Chi, dirigente, non capisce o non vuol capire questo, è uno che ormai vede soltanto i cadreghini rassicuranti e ambiti, le piccole medie e grandi ambizioni di potere personale, la politica del farsi i cazzi propri, del chi fa da sé fa per tre. È ora di guardarsi negli occhi e di dirsi a muso duro tutto questo e ci si romperà forse ulteriormente, ma su quanto resterà si potrà tentare di ricostruire insieme sempre insieme e soltanto insieme un progetto socialista. «Brucia compagno brucia/la lotta continua ancora//Brucia compagno brucia/continuerà».
un'intervista di a Ivan Della Mea
Lo avevo già incontrato negli anni settanta in un paio di occasioni ma solo l'ultima volta, nel 1995, mi ero deciso a intervistarlo. L'occasione era stata la “Festa RAP” (nel senso di “Rossa, Antifascista, Proletaria”) organizzata a Vicenza dal “Collettivo SPARTAKUS”, da Rifondazione Comunista e dalla Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (di cui all'epoca, per quanto indegnamente, ero il responsabile per Vicenza) con la collaborazione di alcuni Centri sociali e gruppi vicentini (“Stella Rossa” di Bassano, “Alter-media” di Schio, “La tienda”, il Collettivo Cà Balbi, gli anarchici bassanesi del “Pisacane”....). Una risposta alla squallida manifestazione di qualche mese prima, nel 1994, dei gruppi neonazisti che avevano letteralmente invaso la città del Palladio, medaglia d'oro per la Resistenza. Ancora non lo sapevo ma, rinviando di continuo per un altro “aggiornamento” sulla sua militanza cantata, non lo avrei più rivisto. Recentemente ho ritrovato gli appunti di quella lunga intervista-conversazione e mi è parso giusto riproporla per ricordare Ivan e le sue canzoni.
NERONE Nerone era un cane che per anni era stato legato alla catena, in un deposito dalla parte dei Navigli, a far la guardia. Divenuto vecchio venne slegato, portato altrove e abbandonato, come da manuale. La sua condizione passò “da quella di schiavo a quella di liberto affamato”. Ritornò nei paraggi, lì dove aveva trascorso tutta la sua vita, cercando una qualche convivenza, un rapporto con gli umani, una mediazione tra una carezza, un tozzo di pane e tante pedate. Una sera nei pressi del vecchio capannone alcuni giovani avevano acceso un fuoco ed erano intenti a “farsi” di eroina. Nerone, afflitto da cronica solitudine, si avvicinò per fare amicizia ma qualcuno, già sotto l'effetto della droga, gli sparò un colpo di pistola in testa. Il giorno dopo toccò proprio a Ivan e al figlio ritrovare il cadavere della povera bestia. Ivan ne riportò un'emozione fortissima anche per la disperazione del bambino. E nacque così la canzone per questo cane “morto in guerra”, vittima inconsapevole dei mille egoismi e miserie di un mondo imperniato sull'usa e getta, tanto per degli umani che delle bestie. Era una delle tante storie che Ivan Della Mea raccontava, accompagnato dalla sua chitarra: una canzone in cui riversava la sua profonda umanità, il suo rifiuto di restarsene indifferente di fronte alle tante ingiustizie del mondo, grandi o piccole che siano. Tra l'altro questa non è l'unica sua canzone “animalista” ante litteram (o meglio: “antispecista). Ricordate “El me Gatt”? Ivan evidentemente è sempre stato un uomo incapace di girarsi dall'altra parte, uno che sentiva veramente sulla propria pelle lo schiaffo dato a chiunque in qualsiasi parte del mondo (citazione guevarista, ovviamente). Roba d'altri tempi.
VALE LA PENA Va anche detto, purtroppo, che riascoltandolo oggi la malinconia rischia di essere il sentimento prevalente. Le sue canzoni legate spesso ai numerosi lutti del proletariato (dall'Ardizzone a Che Guevara, da Ciriaco Saldutto a Franco Serantini, da Avola a Marcinelle), ascoltate 40 e passa anni fa alimentavano quella “rabbia antica” che oggi come oggi rischia di apparire un reperto, un fossile o addirittura un “sentimento da zombies” come mi ha poco gentilmente fatto osservare un ex compagno, all'epoca operaista, oggi rassegnato. Eppure credo valga ancora la pena di ascoltarlo. Non solo perché molte sue canzoni fanno ormai parte della storia delle lotte proletarie, ma anche per la profonda umanità che le pervade, testimonianza sofferta di un modo diverso di concepire i rapporti umani rispetto all'ideologia dominante.
L'UOMO BIANCO La vera e propria mutazione antropologica avvenuta negli ultimi decenni (e che ha contaminato anche buona parte delle classi subalterne) era stata prevista e temuta da Della Mea in epoca non sospetta: quasi avesse avuto una premonizione. Era stato lui stesso a dirmelo: “Quando cantavo Io so che un giorno in fondo non credevo all'esistenza dell'”Uomo bianco vestito di bianco” che ossessionava quel mio carissimo amico poi finito al manicomio. Pensavo che a me non sarebbe mai capitato di vederlo e adesso invece lo vedo anch'io, quasi ogni giorno, in televisione”. Ricordo che l'incontro risale al 1995 e penso sia inutile precisare a chi si riferisse il buon Ivan.
D. Usi ancora il vecchio repertorio nei concerti? Mi riferisco ai tuoi lavori degli anni sessanta, da “Ballata della piccola e grande violenza” a “Forza Gioan l'dea non è morta” (noto anche come “Il rosso è diventato giallo”)? R. Suono spesso canzoni come “Ieri mio padre è morto” o “El me gatt” che venne definita da Roberto Leydi una canzone anarcosindacalista a tutti gli effetti. Posso anche essere d'accordo con l'”anarco” ma non sono mai riuscito a capire il perché del “sindacalista”...Ho invece qualche difficoltà a suonare “Il rosso è diventato giallo”, ma solo per motivi tecnici, non politici. Nel disco molti pezzi venivano suonati da Paolo Ciarchi (della Comune), molto più bravo di me con la chitarra. Ho recuperato anche “A questo punto il prezzo qual'è” (famosa per aver ripreso lo slogan delle Pantere Nere “brucia, ragazzo, brucia” ndr), aggiornandola e aggiustandola un po'. Nel testo originario c'erano forse delle forzature a scapito di quel povero cristo di Cesare Pavese. Purtroppo devo riconoscere che Avola, Battipagli, Soriano Ceccanti, Marighela, Inti Peredo...(tutti citati nella canzone ndr) ormai alla maggior parte delle persone, soprattutto dei giovani, non dicono più niente. L'unico che conoscono è Guevara (e dopo altri 20 anni la situazione non è certo migliorata ndr).
CHI ERA GIOAN?
D. Meglio che niente con questi chiari di luna. A proposito, pecco anch'io di ignoranza e avrei qualche curiosità: chi era “Gioan” a cui spesso ti rivolgi? E chi era Costante, altra figura ricorrente nelle tue canzoni? R. “Gioan” era Gianni Bosio. Costante era un contadino di Torrealta di Ponte del Giglio, in provincia di Lucca. Era un personaggio di grandi, diffusi, minuti saperi; la negazione di ogni esasperazione ideologica. Un uomo legato alla terra, al ciclo delle stagioni, al lavoro dei campi. Aveva una profonda, intima conoscenza di piante e animali, con una visione del mondo che evocava una sorta di mondo magico rurale. Noi viviamo in un mondo dove si parte dall'idea di uomo universale per poi scendere al concreto, al particolare. Nel mondo contadino avveniva il contrario, senza peraltro porsi il problema dell'universale. Costante non era antifascista, almeno non in maniera consapevole, dichiarata. Però quando due suoi compaesani discesi in città e divenuti fascisti, vennero in divisa a casa sua per dirgli che stavano organizzando i giovani della zona, non fece altro che entrare in casa e, senza dire una parola, uscire con il fucile spianato. I due non si fecero più vedere.
D. Mi pare che ti riferissi a lui, a Costante, anche nella canzone “A questo punto il prezzo qual'è”, molto critica verso gli intellettuali alla Cesare Pavese (v. “...l'umore antico di un uomo costante...”)? R. Io posso capire Pavese ma contrapppongo alla sua mitologia sul “paese”, sui campi, le colline, la luna e i falò, la realtà di Costante che invece il paese ce l'ha dentro. In un cero senso l'atteggiamento di Pavese equivale a quello odierno di certi “arancioni” o affini che vanno a vivere in campagna. Ma io credo che sia una questione filosofica o ideologica. Il senso materiale della terra o ce l'hai o non ce l'hai; non c'è ideologia che tenga.
UNA BALLATA PER FRANCO SERANTINI
D. Tu hai dedicato una ballata a Franco Serantini, il giovane anarchico assassinato a Pisa dalla polizia nel maggio 1972. Mi dicevi di averlo incontrato qualche volta a casa di tuo fratello, Luciano (Luciano Della Mea, scrittore, 1924-2003 ndr). Ricordo che tuo fratello ebbe un ruolo non indifferente nel denunciare il pestaggio subito da Franco (si costituì parte civile con Guido Bozzoni riuscendo a impedire la frettolosa, già richiesta, inumazione del cadavere di Serantini ) e nelle polemiche che poi sfociarono in due manifestazioni distinte a Pisa... R. Franco Serantini era molto amico di mia nipote, Maria Valeria Della Mea, anarchica e figlia di Luciano, mio fratello. La ballata in realtà venne scritta da un numeroso gruppo di compagni di varia tendenza, dagli anarchici a Lotta continua. Io mi limitai ad alcuni aggiustamenti metrici e per la musica usai quella di una ballata dedicata a Felice Cavallotti. A Pisa vi furono due manifestazioni perché c'era chi voleva a tutti i costi appropriarsi della morte di Franco, installarci la sua bandierina. Questa era, in sostanza, la posizione di adriano Sofri. In vece Luciano, mio fratello, riteneva che la formidabile ondata di sdegno e solidarietà che la morte del giovane anarchico (massacrato dalla Celere e poi lasciato crepare in carcere ndr) fosse troppo preziosa per farne una questione di bandiera. Alla fine si tennero due distinte manifestazioni: in una parlò Adriano Sofri, nell'altra Umberto Terracini. D. E gli anarchici? R. Se non ricordo male anche tra gli anarchici vi furono valutazioni diverse. Penso fossero più o meno “equamente” distribuiti tra le due manifestazioni. Tra l'altro pioveva che Dio la mandava. Di questo se ne ricordano bene tutti i partecipanti, tranne Marino che però sostiene di ricordarsi di essere stato istigato da Sofri ad ammazzare calabresi proprio in quella circostanza.... D. Usi ancora la “Ballata per Franco Serantini” nei tuoi spettacoli? R. Sì, spesso. Naturalmente è una di quelle canzoni che richiede certe spiegazioni. Io le considero “canzoni d'uso per la memoria storica”.
...MOLTI VIETNAM... D. C'è una tua vecchia canzone su Cuba, sul fatto che “dovere di ogni rivoluzionario è soltanto fare la rivoluzione...”Come la giudichi a tanti anni di distanza? R. Quella su Cuba è del '67, quando appunto andai a Cuba. Si intitolava “Creare due, tre, molti Vietnam”. Non mi capita di cantarla spesso ma di sicuro non rinnego niente, anzi. Il destino delle varie canzoni a volte è molto diverso. Poco fa mi parlavi di quella canzone che ho scritto su un fatto accaduto da queste parti (a Torrebelvicino, vicino a Schio ndr) e mi parlavi di un ex partigiano divenuto poi padrone di una fabbrica. Un giorno, agli inizi degli anni settanta, di fronte ad un picchetto di operai non trovò di meglio che tornare ad imbracciare il fucile per sparare nel mucchio (un operaio rimasto ferito perse un occhio ndr). Sinceramente me ne ero completamente scordato, hai fatto bene a ricordarmela. Altre mie canzoni invece sono entrate nel patrimonio storico della sinistra, come “Cara moglie”. D. Possiamo riassumere a grandi linee la tua produzione? R. Le mie prime canzoni risalgono agli inizi degli anni sessanta, con la “Ballata della piccola e grande violenza”. I dischi principali sono: “Io so che un giorno (con le ballate del Gioan); “Il rosso è diventato giallo”; “Se qualcuno ti fa morto”; “La balorda”; “La ringhiera” (sulla strage fascista di Brescia); “Fiaba grande”; “La piccola ragione di allegria” (su mio fratello); “Su da dio, giù da bestia”, un lavoro sulle contraddizioni, sull'emarginazione metropolitana e sulle risposte di alcuni settori giovanili, in particolare sulla droga. Risale al '77, in coincidenza con l'incremento dei morti per overdose. Per i cent'anni dalla morte di Carlo Marx, in collaborazione con l'Università di Urbino, ho fatto “Carlet”. Poi, finita ormai l'esperienza dei Dischi del Sole, ho continuato a scrivere libri. D. Ce li puoi elencare? R. Con l'editore Bertani (il mitico Bertani di Verona...ndr) ho pubblicato “Fiaba d'orso, di bagato e di un giorno centenario”, su come ho vissuto il centenario della morte di Marx. Poi, per Interno Giallo, “Il sasso dentro”, un romanzo nero metropolitano. Con “Se nasco un'altra volta ci rinuncio” ho vinto il premio Forte dei Marmi. Poi c'è stata “Cantata Ambrosiana” e l'ultimo, per ora, “Un amore di luna” edito dalla Granata Press (ricordo che Ivan ha scritto anche moltissimi articoli per l'Unità, Il Manifesto, Linus...ndr). D. Senti, qui siamo a due passi da Padova. Mi viene in mente un episodio (di cui hai anche raccontato su Linus...) che ti ha visto schierato a fianco degli “autonomi” del Centro Sociale “PEDRO” contro alcuni “benpensanti di sinistra” (diciamo così...) patavini...? R. Sì, mi ricordo i fatti di cui parli...Risalgono al 1987, in occasione di un concerto organizzato dall'ARCI di Padova nel Salone dei Giganti. I giovani compagni del “PEDRO” (un compagno assassinato dalla polizia a Trieste nel 1985 ndr), sostenendo che le mie canzoni esprimevano contenuti molto vicini ai loro, chiesero con molta urbanità di poter esprimere il loro pensiero nel corso di un seminario pomeridiano, sollevando soltanto le obiezioni di un professore universitario. Mi chiesero poi di poter fare un intervento, leggere un loro comunicato durante l'intervallo del concerto della sera. Naturalmente diedi il mio consenso. Salirono sul palco con uno striscione e lessero il comunicato suscitando le ire di quel professore universitario che diede una sberla ad un compagno del centro sociale. Costui evidentemente non aveva ben interiorizzato la nota massima evangelica e rispose con un pugno, a mio avviso giustificato. La mattina dopo veniamo a sapere che il ragazzo del centro sociale era stato denunciato. Andai subito in questura con il responsabile dell'ARCI per dichiarare che i ragazzi avevano avuto il permesso di intervenire e che il primo a menare le mani era stato quel professore. Ricordo che la cosa mi fece incazzare e scrissi quell'articolo per Linus. Si incazzò anche il PCI (nei miei confronti) e io tornai a Padova per fare un concerto al “PEDRO”. Tutto qui. D. L'ultima volta che ti ho visto è stato in televisione. Suonavi e cantavi “O cara moglie” davanti ai cancelli della FIAT durante i famosi 33 giorni... R. I trentatré giorni della FIAT me li sono fatti tutti. Secondo me è stata una sconfitta voluta. D. Voluta da chi (a parte Agnelli & C., ovviamente)? R. Anche da una parte del sindacato. In fondo c'era questa esigenza di ristrutturare, condivisa dagli stessi sindacati...Le ragioni della sconfitta erano quindi organiche. Un vero disastro comunque, con conseguenze irreparabili. C'è anche un altro aspetto da rilevare. In quei trenta giorni la mobilitazione fu praticamente tutta esterna; non c'era nessuno dei minacciati di cassa integrazione. Molti di loro erano giovani e in fondo è logico che un giovane se ne freghi se va in cassa integrazione. Al momento dell'accordo poi, come al solito, gli operai dissero di no e i delegati di sì. Ancora un'occasione persa per riflettere sulla democrazia dentro il sindacato...
I CENTRI SOCIALI A MILANO
D. Se Nando Della Chiesa avesse vinto le elezioni a Milano a quest'ora, con ogni probabilità, saresti “assessore ai Centri Sociali”... R. E sarei subito ricorso alla consulenza di Primo Moroni. Tieni presente che, a mio avviso, è uno dei maggiori esperti di Centri Sociali, non solo a Milano. Fin dall'inizio ha studiato da vicino la nascita di queste realtà auto-organizzate. Personalmente ritengo sia pericoloso rinchiudere sotto la stessa definizione di C.S.A. Situazioni estremamente composite. Soprattutto nel rapportarsi alla realtà esterna, al territorio. Autogestione è una parola bellissima, facile da capire e, apparentemente, da tradurre in pratica quotidiana. Invece il termine “territorialità” è più complesso. Anche da praticare correttamente. E' opinione diffusa, anche in alcuni settori del Movimento, che se Formentini (ex sindaco leghista a Milano ndr) non avesse fatto del Leoncavallo una questione nazionale, forse il Leoncavallo rischiava di estinguersi per un processo di autoghettizzazione. Anche la questione del “casino” in ore notturne era poco più di un pretesto, un problema che si andava risolvendo: i compagni avevano già speso milioni per insonorizzare adeguatamente. Il problema vero era quello di sapersi porre in una prospettiva di reale apertura, di rappresentarsi con il territorio. E' una cosa nota che da almeno dieci anni le uniche, o quasi, novità culturali valide a livello europeo prodotte in Italia sono nate e cresciute nei Centri Sociali, sia per la musica che pe il teatro. Questo spiega perché il Leoncavallo fosse una cosa di giorno e un'altra di notte, quando veniva occupato da 4-5mila persone che volevano vedere le avanguardie artistiche. Giustamente Primo Moroni sostiene che l'apertura alla città dei leoncavallini è avvenuta solo “in difesa”, ossia come risposta tattica all'attacco della giunta. I dieci-quindicimila delle manifestazioni avrebbero potuto e dovuto essere molti di più. C'è stata la quasi totale assenza delle organizzazioni e dei partiti della sinistra. Non bastava la presenza per quanto significativa di Umberto Gay. Bisogna riconoscere che nonostante le assemblee al Teatro dell'Elfo non si è riusciti a spiegare adeguatamente alla città che il Leoncavallo riguardava tutta Milano, tutti i Centri Sociali.. .Personalmente ho scritto sull'Unità che non bastava firmare manifesti e appelli, ma che alle iniziative del Leonka bisognava partecipare fisicamente. Soprattutto nel caso di prevedibili interventi da parte della polizia. Bisognava far capire a quella testa di cazzo di Formentini (quello che chiamava i compagni del Leoncavallo “randagi che non hanno diritto di cittadinanza”) che il suo atteggiamento è politicamente controproducente oltre che sbagliato.
1500 IRRIDUCIBILI VECCHIETTI
D. Restando alla situazione milanese, cosa vorresti aggiungere? R. A Milano non c'è solo il Leoncavallo. Il centro occupato di viale Transiti, per esempio, in questo momento è sicuramente il migliore centro di prima assistenza medica della città. Come laboratorio medico per analisi, come attrezzature comprate personalmente dai medici che vi operano volontariamente. Siccome ci vanno soprattutto extracomunitari anche via Transiti è a rischio con questa amministrazione leghista (stiamo parlando del 1995 ndr). Poi c'è Villa Mantea, un centro di prima accoglienza, per cui il solito Primo Moroni è riuscito a strappare un mandato. Io personalmente sono presidente di un circolo ARCI, costituito prevalentemente da anziani, che da un punto di vista logistico rischia di venir chiuso anche domani: non ha alcuna agibilità, nemmeno il numero civico...per ora non ci hanno sfrattato solo perché la giunbta non farebbe una bella figura a mandare le ruspe contro millecinquecento vecchietti. A mio avviso comunque -e per concludere- anche da parte dei compagni si sono commessi errori grossolani. Figurati che non è ancora stata fatta una mappatura completa dei vari centri sociali e affini. Soprattutto penso sia anche una questione di responsabilità personale. Non è più possibile delegare sempre e comunque. Occorre sapersi impegnare individualmente: la responsabilità politica è anche soggettiva. Se sei convinto di una cosa e non la fai sei responsabile del suo fallimento. Voglio dire che se credo giusta una determinata manifestazione devo andarci di persona, non limitarmi a firmare l'appello. Altrimenti i Centri Sociali rischiano di chiudere...
Quando morì Gianni Bosio, suo amico, interlocutore, maestro, Ivan Della Mea gli dedicò una delle sua canzoni più belle: Se qualcuno ti fa morto. Se qualcuno ti fa morto, diceva, un motivo c’è: ti commemorano, ti fanno elogi e monumenti di parole, ma se ti fanno morto è perché non credono più alle ragioni della tua vita. Basterebbe una canzone come questa per complicare quell’etichetta di “cantante di protesta” che Ivan Della Mea si portava appresso fin dagli anni ’50 – come se avesse da dire solo cose contro cui lottare, e non anche moltissime cose per cui vivere. Ivan ha cantato, scritto, parlato la politica e le lotte, ma soprattutto i sentimenti, i rapporti che a quelle lotte davano, e se non vogliamo farlo morto, daranno ancora un senso. Nato in Toscana, cresciuto a Bergamo, cantava in milanese le sue canzoni rivolte a Gianni Bosio: ti ricordi, Giovanni, del quarantotto, quei bei tempi di buriana, “vegniven giù da la rocca de Berghem i tusan braccia’ su tucc’insema, tutt’insema cantaven, cantaven – Bandiera Rossa, Giuan, te se ricordet…” Il suo comunismo cominciava – “avevo otto anni, calzettoni e due grandi occhi per guardare” – con quell’immagine di amicizia e di gioia, era quello il mondo sognato da creare. E quando poi i ragazzi sconfitti cantavano ancora Bandiera Rossa, la guerra e la rabbia che avevano negli occhi era quella di chi è respinto a forza in un mondo cupo di solitudine e repressione. Accanto alla grande violenza della restaurazione clericale e della guerra fredda, Ivan cantava la “piccola violenza” del mondo familiare, e – come suo fratello Luciano, un altro maestro della nostra cultura e della nostra storia – ci vedeva le radici della violenza maggiore. Quando comprai titubante il suo primo disco, i suoni con cui cominciava – il rumore antimusicale di un motore di scooter – mi sconcertarono, e altrettanto mi sconcertava la sua voce non canonica e imperfetta. Ma “Io so che un giorno” era la più acuta e poetica denuncia che avessi ancora sentito del nuovo mondo che avanzava, che ti comprava il cervello in cambio di una lavatrice, che trattava per matto chi cercava altre libertà (Luciano ne sapeva qualcosa), e che mascherava tutto sotto una coltre di bianco elettrodomestico e manicomiale. Il rumore, le imperfezioni, anche la qualità ruvida di una registrazione fatta in economia, erano tutti segni di una resistenza a quella bianca pulizia senz’anima. Non è stato un cantore di vittorie, di sorti magnifiche e progressive di un comunismo portato dall’onda della storia. A ripensarci, tante delle sue canzoni parlano di sconfitte, di compagni uccisi (Serantini, Ardizzone), di lotte andate a male – e della orgogliosa determinazione a ricominciare. La sua canzone più cantata, quella entrata davvero nella tradizione orale, “O Cara Moglie”, è la storia di uno sciopero sconfitto, di un operaio licenziato, del ricatto padronale che convince o costringe tanti operai a chinare la testa e rientrare in fabbrica – e gli scioperanti che gli gridano crumiri e venduti, ma vedono la loro umiliazione anche come un’offesa fatta a se stessi. Ma la storia è raccontata nel calore di una cucina operaia, condivisa con l’amore familiare, con la proiettività nei confronti del figlio che si trasforma in orgoglio e insegnamento. Alla grande violenza della repressione e dei licenziamenti risponde, stavolta, la “piccola” resistenza dei sentimenti, dell’amore, della dignità. E da qui si ricomincia, oggi come allora. La cucina di “O cara moglie” è anche un pezzo di quel mondo popolare, “di ringhiera”, in cui Ivan si è sempre riconosciuto. Da questo mondo viene la più perfetta della canzoni, “El me gatt”, a questo mondo ha dedicato un disco (“Ringhiera”), e questo mondo frequentava in quell’“arcicorvettocheincormistà” di cui ci raccontava ogni tanto nelle sue lettere al manifesto, e che in cuor gli stava anche quando i discorsi che sentiva lì dentro non gli andavano più tanto bene – un po’ perché al cuore non si comanda, e un po’ perché una cosa sono i discorsi e un’altra le persone, e che se certe persone a cui si vuol bene parlano in un certo modo un motivo ci sarà e noi dobbiamo ascoltare e capire per cambiare. Ivan aveva fatto una vita faticosa e logorante negli ultimi anni, in continuo movimento fra Milano e Sesto Fiorentino, per tenere in vita la creatura più importante e più amata, sua, di Gianni Bosio, di Franco Coggiola, e di tanti che da loro avevamo imparato: l’Istituto Ernesto de Martino, il cuore della memoria e della cultura profonda di un’Italia che vogliono annullare e farci dimenticare. Era davvero un sacrificio, non solo per la fatica fisica ma anche perché in fondo quella di organizzatore e dirigente non era neanche la sua vocazione – ribelle fino in fondo, si adattava con sforzo generoso alle esigenze dell’organizzazione, dell’ordine, dell’ammninistrazione. Ma davvero non c’erano altri che potessero farlo, che rappresentassero così intensamente quella storia (comprese le divisioni, i conflitti, le riconciliazioni, gli incontri) di persone, di suoni, di parole, di carte. Anche questo era un dovere d’amore. Come facciamo a non “fare morto” l’indimenticabile Ivan Della Mea? A me la notizia arriva via internet mentre sono a Whitesburg, in Kentucky, e ieri ho ascoltato una giornata bellissima di musica e di condivisione, creata da Appalshop, un’organizzazione praticamente sorella del de Martino. Leggendo la notizia di Ivan ho pensato che se fosse stato qui ieri si sarebbe divertito e si sarebbe sentito a casa, non tanto per la politica felicemente obamiana (su cui sono sicuro che avrebbe avuto qualche critica) quanto perché quello che ha sempre cercato di fare è stato di tenere insieme le persone in nome di un desiderio bello e sensato, di festa e non solo di lotta. In un film prodotto da Appalshop, Sara Ogan Gunning, una delle voci più grandi della canzone proletaria americana, canta in una canzone la storia della sua vita e conclude “e cantate sempre le mie canzoni”. Per non fare morto Ivan Della Mea, cantiamo ancora “A quel omm”, “La pipa di Costante”, “A Costabona”… Ma ricordiamo anche quello che Phill Ochs diceva, in memoria di Woody Guthrie: “Oggi tutti cantano le sue canzoni, ma che senso ha cantarle senza le ragioni per cui lui le ha scritte?” Le ragioni di Ivan erano tante, qualche volta contraddittorie. Ma lo possiamo salutare con la parole che Gianni Bosio gli disse, e che lui canta, dopo una grande giornata di ricerca sul campo in Toscana: “qualcos’em fatt”. Grazie a Ivan, qualcosa abbiamo fatto e molto ci resta da fare.