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lunedì 27 ottobre 2025

“Non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità” - Tomaso Montanari

 

Pubblichiamo di seguito, per il suo alto valore culturale e civile e per la testimonianza che esprime, il testo dell’introduzione svolta il 6 ottobre 2025 dal rettore dell’Università per Stranieri di Siena, Tomaso Montanari, nella cerimonia di conferimento della laurea magistrale honoris causa in Scienze linguistiche e comunicazione interculturale a Suad Amiry, scrittrice e architetta palestinese, fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation Ramallah. Mancano, nel testo, solo i saluti iniziali, omessi per ragioni di spazio. (la redazione)

«Oggi i giovani liberi si sollevano nelle università,
e lanciano la loro voce nel vento.
Oggi vediamo cuori sgozzati come i nostri,
e piangono per le madri che non hanno trovato tempo per piangere.
i giovani liberi si sollevano nelle università:
e non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità.
Oggi il mondo mostra una certa giustizia,
una certa umanità,
il loro grido è la mia voce
e il loro sangue è il mio
bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra.
Siamo un buon mondo, governato da demoni bianchi
Perché non diventiamo un solo mondo?
Perché non cresciamo insieme?
La mia voce, la vostra voce e il mio sangue,
se accresce la vostra rabbia, ora è vostro.
Insegnate ai vostri figli che il corpo della terra è uno,
che i confini della terra sono un’invenzione
e chi non rifiuta di uccidere sarà ucciso facilmente.
Fermate il fuoco sui nostri petti, fermate il fuoco
perché possiamo seminare
la nostra terra e nutrirvi».

Buongiorno, e benvenuta sia ogni persona che oggi è convenuta in questa Aula Magna. […] Saluto in modo tutto speciale la professoressa Suad Al Amiry, che oggi riceverà il massimo riconoscimento che il nostro ateneo può conferire, deciso dagli organi accademici della Stranieri, con la piena e formale approvazione del Ministero dell’Università e della ricerca. Vi ho salutato e accolto con le parole di Haidar al Ghazali, giovane poeta palestinese, nato a Gaza nel 2004, e lì tuttora imprigionato: in attesa della liberazione, o della morte.

La nostra Università per stranieri ha uno statuto speciale. La sua missione è – cito lo statuto – quella di «promuovere e favorire la dimensione internazionale della ricerca e della formazione, i processi di incontro, dialogo, mediazione fra persone con lingue e culture diverse, nell’intento di favorire la civile e pacifica convivenza». Per questo pensiamo – con Haidar al Ghazali, che riconosciamo come giovane maestro, suo malgrado – che «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità». Non verrà promosso: non importa se professore, o rettore. Perché è questo l’unico, decisivo, esame della nostra vita.

È per questo motivo che, il 26 giugno 2024, la nostra comunità accademica, prima in una assemblea generale e poi con un voto unanime del Senato accademico, ha approvato e divulgato un articolato documento su ciò che Israele sta compiendo a Gaza, un documento in cui tra l’altro si legge che la Stranieri di Siena:

«Condanna con fermezza la smisurata rappresaglia perpetrata dallo Stato di Israele a Gaza in risposta all’esecrabile e ingiustificabile eccidio compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 – nella consapevolezza che questi eventi sono stati preceduti da una lunga storia di conflitti, nel corso dei quali lo Stato israeliano ha attuato una crescente politica di occupazione territoriale di lunga durata, repressione sanguinosa e discriminazione nei confronti del popolo palestinese. La punizione collettiva che Israele sta attuando dal 7 ottobre ha già provocato circa 40.000 morti, la maggior parte dei quali sono donne e bambini: un massacro che non ha nulla a che fare con la difesa di Israele, e che violando sistematicamente il diritto internazionale si configura come atto di terrorismo. L’azione a Gaza ha comportato e comporta, inoltre, l’imposizione di spostamenti di massa della popolazione della Striscia e una sistematica distruzione di abitazioni, strutture e infrastrutture civili, scuole e monumenti, che favorisce l’insorgenza di malattie e contagi, e rende di fatto impossibile la vita quotidiana di oltre due milioni di persone, tendendo ad annullarle come comunità riconoscibile. Condivide l’ordinanza della Corte internazionale di Giustizia dell’Aja (26 gennaio 2024), per cui è ‘plausibile’ che questo massacro stia assumendo i contorni del genocidio, cioè del volontario, tentato annientamento materiale e culturale del popolo palestinese. E plaude alla Corte Penale internazionale dell’Aja per aver spiccato mandati di arresto contro i responsabili massimi di Hamas e del Governo di Israele. Chiede l’immediato cessate il fuoco, la liberazione di tutti gli ostaggi e accertamenti rapidi ed efficaci dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità perpetrati da entrambe le parti. Rigetta con forza ogni tentativo di emarginare nella categoria infamante di ‘antisemitismo’ le proteste contro la politica di guerra dello Stato di Israele, e di criminalizzare in questo modo un dissenso diffuso, al contempo indebolendo il significato stesso del concetto di ‘antisemitismo’».

Fin qui, il nostro documento. Il genocidio in corso a Gaza rappresenta la negazione più assoluta di ciò per cui la nostra università esiste, cioè la pacifica convivenza tra i popoli. Nelle conversazioni radiofoniche sul processo ad Adolf Eichmann a Gerusalemme, Hannah Arendt – alla quale, in questo ateneo, è dedicata un’aula – riflette sul fatto che ogni genocidio (e naturalmente lei si riferisce alla Shoah, cui oggi dobbiamo atrocemente aggiungere il genocidio dei palestinesi) costituisce un crimine contro la diversità umana, quella pluralità senza la quale i termini “umanità” e “genere umano” non avrebbero senso. Di fronte alla Shoah, Arendt afferma che nessuno gode della prerogativa che Eichmann si era concesso: quella di decidere con chi abitare la Terra. La Terra con la maiuscola: e oggi la terra di Palestina, nella quale Israele vuole vivere senza il popolo palestinese, condannato all’eliminazione totale. Per questo oggi, stare con il popolo palestinese – esporre la sua bandiera in ogni sede della Stranieri per decisione del Senato accademico, e oggi farlo in questa aula magna; o indossare la kefiah, come oggi faccio io – ha il significato di un manifesto, umano e accademico: perché «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità».

Dopo di me, prenderà la parola la dottoressa Aya Ashour, che dopo un anno e mezzo di tentativi, la nostra piccola università è riuscita a fare esfiltrare da Gaza, alla fine nello scorso giugno, e che oggi fa parte della nostra comunità accademica. Carissima Aya: benvenuta nella nostra comunità, la tua presenza è un segno di speranza, e un atto di ribellione contro il genocidio del tuo popolo! Per la sua uscita da Gaza devo ringraziare il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, la ministra dell’Università e della ricerca, Anna Maria Bernini: li devo ringraziare perché in questo caso hanno fatto il loro preciso dovere istituzionale. E con loro sono lieto di ringraziare il capo dell’unità di crisi della Farnesina Nicola Minasi, e l’Ambasciatore d’Italia ad Amman, Luciano Pezzotti. E devo ringraziare anche Paola Caridi, che nello scorso gennaio ha inaugurato questo anno accademico con una splendida lectio su Gaza, e che in questi mesi permette al discorso pubblico italiano di avere notizie, informazioni, chiavi di lettura che nessun altro, in Italia, sa dare; e che in tutta la vicenda di Aya è stata una preziosa consigliera e ha avuto un ruolo, discreto quanto decisivo.

Per questa solenne cerimonia abbiamo scelto la data di oggi, 6 ottobre: perché uno dei compiti dell’università è dire la verità. E in questo caso, la verità storica è che la storia di questo genocidio non comincia affatto il 7 ottobre 2023: c’è stato un ‘6 ottobre’, che risale fino al 1967, fino al 1948, fino all’Ottocento. E nessuna rozza propaganda può cancellare la storia.

Carlo Ludovico Ragghianti, storico dell’arte e presidente del Comitato di Liberazione Nazionale che liberò Firenze, ha scritto che il compito di chi insegna all’università è «assumere e mantenere ad ogni costo e in ogni caso la responsabilità dell’intervento pubblico dello spirito critico»; e aggiungeva: «Non posso ricordare senza commozione come Delio Cantimori percepisse con chiarezza di storico delle eresie questo atteggiamento, donandomi – nel 1934, al ritorno da un viaggio nella Germania già nazificata – la riproduzione del gufo disegnato dal Dürer, con questo commento: Mon seul crime est d’y voir claire la nuit». Ecco perché un gufo, una civetta, è il simbolo delle università. Oggi, vedere nella notte significa vedere – con la storia e con il diritto internazionale – che, sì, questo è un genocidio.

La storia, il diritto internazionale. E accanto a loro, lo studio del patrimonio culturale. Sarà, in questa cerimonia, il professor Giuseppe Marrani, direttore del dipartimento di studi umanistici, a leggere la motivazione della laurea honoris causa a Suad Amiry. E saranno gli archeologi e studiosi del patrimonio culturale Agnese Fusaro e Jacopo Tabolli a pronunciarne la tradizionale laudatio. Ma permettete anche a me di dire una parola sulle ragioni di questo alto riconoscimento, alla terza donna che – dopo Nadia Fusini e Ludmilla Petrusevskaja – riceve la laurea honoris causa nel corso di questo mandato rettorale, in questa Aula Magna dedicata a un’altra donna, Virginia Woolf. Molti di noi conoscono Suad Amiry attraverso i suoi bellissimi libri, pubblicati in Italia da Feltrinelli, e oggi da Mondadori, per uno dei quali ha vinto il Premio Viareggio, nel 2004. Una scrittura profonda e ironica, che restituisce l’immagine di una intellettuale cosmopolita con i piedi profondamente piantati nel dolore, ma anche nella gioia, del suo popolo e della sua terra. Leggendola, affiorano alle labbra le parole celebri di Edward Said, questo grandissimo intellettuale, che era anche palestinese, per il quale «la scrittura è l’ultima resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia dell’umanità». Resistenza: sumud, in arabo. Una parola che abbiamo imparato a conoscere, e che è stata scelta come bandiera da una flotta di pace, una Flotilla globale, nel senso di umana, che è stata capace di far sentire al popolo di Gaza la vicinanza del mondo. E anche di fare cadere, una ad una, le maschere dei nostri cosiddetti ‘valori occidentali’. Costringendo qualcuno a dire in chiaro che «il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto».

Suad Amiry conosce bene, e dall’interno, questa storia: ha lavorato incessantemente alla pace, lungo una intera vita: e per tre anni dal 1991 al 1993, ha fatto parte della delegazione palestinese per la trattativa di pace a Washington. Ma il suo impegno è stato prezioso non solo per il suo popolo: lo è stato e lo è anche per noi occidentali, così sicuri della nostra moralità, dei nostri valori. Con grande schiettezza, Amiry ha così, recentemente risposto, a un intervistatore che le chiedeva condanne, prese di distanza, prove di accettabilità morale: «Non dateci lezioni di moralità, grazie. Con tutte le vittime civili causate dall’Occidente in tante guerre lontane e recenti non mi sento di dover prendere lezioni di moralità da voi occidentali». Ecco, queste parole, nella loro chiara fermezza, coincidono con la bussola di questa università: dove non pensiamo, e non insegniamo, che qualcuno abbia un primato morale, o culturale. E dove invece insegniamo che il pensiero critico va rivolto, innanzitutto, verso la propria cultura, la propria tradizione, il proprio mondo. Un metodo critico oggi drammaticamente urgente, ora che – uso le parole di un altro grande scrittore, Omar el Akkad, sul genocidio di Gaza – «considerando anche lo spargimento di sangue che scatenerà in futuro, quello che è successo sarà ricordato come il momento in cui milioni di persone hanno guardato all’Occidente, all’ordine basato sulle regole, al guscio del liberalismo e a come è asservito al capitalismo, e hanno detto: “Non voglio averci più niente a che fare”». E noi, noi che dell’Occidente siamo parte, abbiamo bisogno di ascoltare le voci degli altri, imparare l’umiltà, accettare le critiche. Abbiamo bisogno di Suad Amiry: ne abbiamo un bisogno vitale.

Accanto al suo lavoro di scrittrice, l’architetta Suad Amiry ha costruito negli anni il più importante progetto di catalogazione e conoscenza del patrimonio culturale palestinese. Oggi una parte di quel patrimonio culturale non esiste più. Il fine di questo genocidio, infatti, è non solo cancellare il popolo palestinese, ma il nesso di quel popolo con la sua terra. E il patrimonio culturale è la parte concreta, tangibile – e dunque fragile, ed esposta – di questo nesso spirituale e storico. La Nakba è una catastrofe che travolge umani, animali, piante (come Paola Caridi ci ha insegnato) e anche testimonianze storiche, archivi, monumenti, opere d’arte, villaggi, pietre. Lo fa secondo un piano scellerato, e a suo modo chiaro e razionale: nascondere che questo sia stato. Noi, in Italia, sappiamo cosa vuol dire essere una nazione per via di cultura molto prima di essere uno Stato unitario. In qualche modo meglio di altri, possiamo capire quanto sia importante che il patrimonio culturale palestinese sopravviva. Per testimoniare che, no: quella non era una terra senza popolo. Suad Amiry lo ha fatto. Ha dedicato una vita a costruire depositi di memoria: depositi che i missili e i droni israeliani non possono distruggere. Ha salvato il passato, perché esista un futuro. Per questo oggi la vogliamo proporre come esempio alle nostre studentesse e ai nostri studenti: perché la conoscenza non serve a nulla se non è al servizio di un progetto di umanità. Perché «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità».

Grazie, professoressa Amiry: per aver accettato questa laurea, per aver accolto l’invito a fare parte della nostra comunità. Noi continueremo a parlare di Gaza, a denunciare il genocidio, a difendere le ragioni del popolo palestinese: a studiare ciò che ci permetta, lo speriamo, di superare l’esame di umanità. E lo faremo per una ragione semplice: perché è la cosa giusta.

Concludo, con un pensiero rivolto a chi non c’è. In questi giorni, e in queste notti, è continuo il filo delle lettere con Gaza. Lettere firmate «con profondo rispetto e disperata speranza». Lettere che non credo che dimenticherò mai, e che non mi permettono di pensare ad altro, e spesso nemmeno di dormire. E, del resto, se da Auschwitz fossero uscite lettere, video, telefonate, quale essere davvero umano avrebbe potuto pensare ad altro? Così vorrei concludere leggendovi una lettera di Abdallah Nasser Alkafarna, il messaggero dei 152 ragazzi che hanno avuto la borsa Iupals, con cui siamo in continuo contatto. È lui che ha redatto la lettera aperta al ministro Tajani che ho consegnato all’Ansa, e che ha sbloccato la situazione. Abod, il messaggero, è ancora a Gaza, sull’orlo della morte e della disperazione. E un giorno mi ha scritto:

«Tomaso, so che sei molto impegnato e che leggi centinaia di e-mail ogni giorno […] ma volevo scriverti come se fossi un amico. Non so nemmeno perché ti sto scrivendo adesso. Forse perché in passato mi hai ascoltato, o perché mi hai fatto sentire, anche solo per un momento, che non siamo solo numeri maledetti su uno schermo […] ma studenti reali con sogni e un futuro. Un tempo mi confidavo con i miei amici, ma ora sono morti. Passavo il tempo con la mia gatta, ma anche lei non c’è più. La mia casa, il mio letto, la stanza dove mi sentivo al sicuro […] tutto è stato distrutto davanti ai miei occhi. Quindi ti scrivo, Tomaso. Non perché tu possa sistemare tutto, ma perché non so dove altro riversare questo dolore. Ti prego… continua a parlare di noi. Forse domani qualcosa cambierà. Forse, in questa settimana piena di paura e sradicamento, si aprirà una porta. Sto perdendo la speranza, sto perdendo persino l’energia per sognare… ma quando ti scrivo mi ricordo che là fuori c’è ancora qualcuno che ci vede».

Abood, oggi la promessa che ti ho fatto, te la facciamo tutti, in questa Aula Magna. Questa aula in cui speriamo di abbracciarti presto. Non smetteremo di parlare di te, di voi. Continueremo a parlare di Gaza, per la Palestina, in tempo opportuno e in tempo non opportuno. Perché, no: «non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità».

da qui

martedì 22 maggio 2018

Qualcosa di nuovo a Gaza - Lorenzo Guadagnucci



La scrittrice palestinese Suad Amiry in un’intervista uscita sul manifesto ha evocato finalmente il tema della nonviolenza con riguardo a a quel che sta avvenendo a Gaza e in generale alla lotta in corso da decenni in Palestina. Amiry dice che la Marcia del ritorno e le proteste in corso ai confini della Striscia sono una forma di “resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne, ragazzi preoccupano Israele perché è una resistenza che non può battere”.
Si è detto spesso, negli anni passati, che ai palestinesi è mancato un Gandhi o un  Martin Luther King, e tuttora, a dire il vero, non si intravedono guide politiche di simile spessore, ma soprattutto è mancata quella che Aldo Capitini chiamava persuasione: la convinzione personale, civile e politica della forza della nonviolenza, da scrivere appunto in unica parola, per non confonderla con la semplice assenza di violenza. La nonviolenza di Capitini (e Gandhi e King e molti altri) è una strategia politica di liberazione, è lotta politica in grado di sovvertire l’ordine delle cose verso più libertà, più democrazia, più giustizia sociale. La politica palestinese non ha mai sposato questa visione, per quanto non manchino in Palestina movimenti d’azione nonviolenta.
Le proteste in corso a Gaza sono “popolari e non violente” come dice Amiry, ma non sono ancora, a quel che sembra, parte di un’autentica strategia di lotta nonviolenta. Non c’è ancora un chiaro indirizzo politico collettivo e le stesse azioni di protesta potrebbero avere connotati nonviolenti più limpidi, più evidenti, più coinvolgenti, con le mille forme che l’azione diretta può assumere.
Lo stato di Israele – ha ragione Amiry – è messo in difficoltà dalla protesta popolare e non armata in corso a Gaza: l’esercito preferisce confrontarsi con azioni violente, magari condotte con esplosivi e armi da fuoco, perché è cosciente della propria superiorità militare e perché gli interventi contro le “azioni terroristiche” sono facilmente giustificabili nel discorso pubblico. Nelle settimane scorse a Gaza l’esercito israeliano ha scelto comunque  la via della carneficina, alzando per l’ennesima volta la posta, ma potrebbe aver compiuto un errore esiziale, perché Israele si è esposto al biasimo interno e internazionale.
La reazione delle cancellerie, si dirà, è stata debole, ma intanto c’è stata, e le incerte giustificazioni portate dal governo israeliano (le decine di vittime indicate come terroristi, il pericolo di una violazione dei confini, la responsabilità attribuita ad Hamas di manipolare i propri cittadini) non hanno convinto e non reggeranno a un’eventuale inchiesta internazionale sui massacri. L’opinione pubblica israeliana è stata condotta dal governo Netanyahu lungo un binario sempre più fosco di militarizzazione e isolamento. Quanto potrà reggere, in Israele, tanta tensione?
C’è un’occasione da cogliere. Se a Gaza si riuscirà a sviluppare la protesta popolare in corso verso un’autentica strategia nonviolenta che punti a coinvolgere l’opinione pubblica israeliana e internazionale, la vicenda palestinese potrebbe giungere davvero a un punto di svolta. L’esercito israeliano è in difficoltà e fatica sempre più a sostenere, come è costretto a fare da decenni, d’essere l’esercito “più morale” al mondo: una retorica necessaria a giustificare agli occhi dei suoi stessi soldati la guerra asimmetrica che conduce, con militari di leva ben armati che affrontano civili, ragazzi, persone comuni in un’evidente disparità di forze. Non c’è niente di morale nel massacrare decine di persone disarmate e tutti lo sanno, i governanti israeliani, come i soldati e i cittadini: c’è quindi un varco che si apre, nonostante le roboanti dichiarazioni di ministri e generali.
Israele, nonostante tutto, è ancora una società pluralista e una lotta nonviolenta del popolo palestinese troverebbe appoggi e consensi in un’opinione pubblica che si ricompatta quando esercito e governo possono alzare la bandiera della difesa dei confini e del contrasto al terrorismo. Il passato, in questo senso, pesa molto. Un radicale, convinto ed evidente cambio di rotta nella politica palestinese provocherebbe alla lunga un terremoto nella società e nella politica israeliana.  
Ha ragione Amiry: Israele non può sconfiggere la resistenza popolare disarmata. A Gaza non c’è un Gandhi, ma forse non c’è bisogno di un Gandhi per aprire una stagione nuova e scommettere finalmente, senza riserve, sulla forza rivoluzionaria della nonviolenza. Non è facile, perché una svolta del genere implica grande maturità politica e una forte coesione sociale, mentre a Gaza la rabbia cresce, la vita è impossibile, la situazione sul terreno improba, eppure, se ha ragione Suad Amiry, qualcosa di nuovo è forse già in costruzione.
da qui


ecco l'intervista di Chiara Cruciati a Suad Amiry:


«Se domani Milano, Roma, Napoli venissero messe sotto assedio, come reagireste?». Così Suad Amiry risponde a chi in questi giorni (governi e stampa occidentale) pare incapace di descrivere per quel che è la Grande Marcia del Ritorno di Gaza. Architetto, tra le più note scrittrici palestinesi, era ieri a Firenze per un incontro organizzato dall’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese.
Oggi i palestinesi, nella diaspora e nella Palestina storica, commemorano la Nakba mentre a Gaza è in corso una strage. La Nakba continua, ma continua anche la lotta palestinese per il ritorno.
Israele va ripetendo bugie: il responsabile delle violenze è Hamas. Per cosa esattamente è responsabile? Da tre anni non usa armi. Partiamo da questo: è impensabile mettere due milioni di persone dentro una prigione per 11 anni, impedendogli di studiare, muoversi, curarsi, uscire. La gente è disperata, davvero disperata. Se succedesse a voi? Oggi siamo a 70 anni dalla Nakba, quando siamo stati cacciati dalle nostre terre. La mia famiglia è stata cacciata da Gerusalemme, so che significa essere un profugo che non può tornare a casa. La Nakba continua: confiscano le nostre terre, costruiscono colonie. E ora gli Stati uniti si comportano come cent’anni fa fece la Gran Bretagna: Trump ha promesso Gerusalemme agli israeliani come Balfour promise la Palestina al movimento sionista. Eppure stiamo mettendo in difficoltà Israele: queste manifestazioni sono resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne, ragazzi preoccupano Israele perché è una resistenza che non può battere.
Da generazioni i palestinesi vivono la cacciata dalle proprie terre come un fatto temporaneo. Quanto questo senso di temporaneità, ma allo stesso tempo di precarietà, ha plasmato il popolo palestinese?
Per lungo tempo i palestinesi hanno provato in ogni modo a mantenere viva la speranza, anche con l’accettazione di Israele e della soluzione a due Stati, senza ottenere nulla. In mancanza di una soluzione il sentimento di instabilità, precarietà, preverrà impedendo la formazione di una società normale. L’altro elemento di cui tener conto è quello dell’assenza, un concetto che mi ossessiona: Israele ci considera assenti anche se siamo lì, a pochi chilometri. Assenti significa inesistenti.
Nonostante l’uso israeliano di forza letale senza alcuna giustificazione, la narrazione prevalente è quella della legittima «difesa dei confini». Il reale contesto di deprivazione e di lotta per la libertà dei palestinesi scompaiono. È una novità nel panorama internazionale o una narrativa consolidata a Occidente?
La narrativa israeliana è diventata quella europea e americana. La cultura occidentale ha fatto propria quella visione. Non esiste più una contro-narrativa, ma una mera accettazione delle politiche di Israele.
Nei suoi libri, da «Golda ha dormito qui» all’ultima opera «Damasco», sono centrali i concetti della perdita e della nostalgia, accanto a quello della memoria. Quanto ritrova di quei sentimenti nelle mobilitazioni di queste settimane?

Uno dei limiti che noi palestinesi abbiamo è il non parlare delle perdite personali subite. Non siamo stati capaci di raccontare le storie personali. Allora come oggi. Cosa significa per una famiglia aver perso lunedì un figlio o un marito, non vederlo tornare a casa, non trovarlo più nella sua stanza? Qualche anno fa durante le manifestazioni in Libano per la Nakba, un amico, Munib al-Masri, fu colpito dai proiettili israeliani e rimase paralizzato. Ho seguito la sua storia, cosa ha significato l’aver abbandonato la scuola, aver viaggiato all’estero sperando di tornare in piedi. Noi palestinesi siamo rimasti dei numeri. Nei miei racconti provo a fare questo: raccontare le storie individuali, non solo quella collettiva. Quando scrivo della perdita della mia scuola, del mio quartiere, del mio tinello, racconto cosa vuol dire Nakba per ognuno di noi. E dunque per l’intera società, per tutto il popolo.