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martedì 23 dicembre 2025

Il Tav, i media e i voltagabbana - Giovanni Vighetti

 

Nessun movimento di opposizione ha mai avuto in Italia la capacità di dare una continuità trentennale alle ragioni della propria lotta, e la recente e partecipata manifestazione dell’8 dicembre, ventennale dall’epico sgombero popolare nel 2005 del cantiere nella piana di Venaus, ne è la dimostrazione. Se duri trent’anni e prosegui, se ai nostri volti invecchiati si affiancano quelli dei più giovani – e molti sono nostri figli o nipoti – vuol dire che le ragioni della lotta non sono fuffa ma hanno radici motivate e ben salde.

Ma i media di queste ragioni non parlano. E il giorno dopo la manifestazione non trovi su La Stampa un’intervista a chi è partecipe del movimento no Tav ma a chi l’ha abbandonato, come Antonio Ferrentino. E allora alcuni chiarimenti vanno fatti. Cambiare opinione è legittimo, ci mancherebbe altro. Ma quando si passa da una parte all’altra della “barricata”, si dovrebbe avere la serietà di scegliere un dignitoso silenzio o di occuparsi d’altro. Diversamente, un’affermazione come «oggi non ha più senso manifestare contro l’Alta Velocità» diventa sale sulle ferite aperte nelle vite dei cittadini no Tav traditi – questo il termine più gentile utilizzato in proposito – dal Masaniello pentito che quando, prima di entrare in sintonia con Mario Virano (all’epoca Commissario di Governo per l’Alta Velocità Torino-Lyon), era tra i punti di riferimento del movimento no Tav, gridava al megafono, a Venaus nel 2005, che neanche con l’uso dei carri armati avrebbero messo un chiodo in Valle di Susa.

L’autore dell’intervista all’ex presidente della Comunità montana è il giornalista Andrea Bucci che, in un precedente articolo (La Stampa del 7 dicembre), aveva già collezionato lo scoop dei petardi tirati ad altezza d’uomo contro le forze dell’ordine. Ora, se la balistica non è un’opinione, di fronte a reti metalliche e intrecciate alte 4-5 metri e orlate di filo spinato alla “concertina” (lo stesso filo spinato elicoidale usato da Israele nel conflitto in Palestina), un petardo, che comunque non è pericoloso come un lacrimogeno, se viene tirato ad altezza d’uomo, può, al massimo, rimbalzare. Ma tant’è. Tutto serve per definire come violenza immotivata e gratuita ogni azione contro i cantieri (e sono già quattro!) che militarizzano aree della Valle di Susa. Nella stessa direzione vanno articoli come quello recente di Alberto Giulini, sul Corriere della Sera, che dedica più spazio alle dichiarazioni di sindacalisti autonomi della Polizia che alle ragioni dell’opposizione all’inesistente linea ad alta velocità tra Torino e Lyon. Sì, proprio inesistente perché la Francia – aspetto fondamentale taciuto da media al servizio dei propri editori più che di una una corretta informazione – non ha ancora elaborato alcun progetto definitivo e tanto meno stanziato risorse per la costruzione di una linea ad alta velocità in direzione Lyon, sì che l’alta velocità terminerebbe comunque all’uscita del tunnel di base a Saint Jean de Maurienne. Non importa: troveremo probabilmente un altro illuminato ministro ai trasporti – in realtà ce l’abbiamo già – che proporrà di accollarsi oltre ai costi del tunnel di base che sarebbero spettati ai francesi, anche i tre quarti dei costi della tratta in territorio francese!

Ma, tornando all’intervista, c’è un altro aspetto importante da rigettare. Non è assolutamente vero – come afferma Ferrentino («Non si è detto nulla sul raddoppio del traforo del Frejus, del progetto della seconda canna, e invece si vuol fermare la ferrovia») – che il movimento no Tav non si sia opposto al raddoppio del Frejus. La tesi, sostenuta in più occasioni da La Stampa, non può essere sostenuta anche dall’ex presidente della Comunità montana, visto che contro il raddoppio del tunnel abbiamo marciato insieme, a Bardonecchia, prima della sua giravolta.

Il movimento ha sempre individuato nel raddoppio del tunnel autostradale del Frejus un pericoloso tassello della trasformazione del territorio valsusino in un’area di transito penalizzante per chi in valle vive e per lavorare, dopo aver perso una dopo l’altra le numerose realtà produttive locali, deve fare il pendolare oppure emigrare in altre zone d’Italia o all’estero. Certo l’impegno è stato più ridotto, ma non è difficile capire il perché. Innanzi tutto l’autostrada – costruita con soldi pubblici e ovviamente poi privatizzata, nel rispetto della linea “oneri pubblici e guadagni privati” – è stata presentata come una superstrada non a pagamento e, dunque, imposta con l’inganno (mentre l’elevata tariffa, tra le più care d’Italia, ne causa uno scarso utilizzo da parte dei torinesi che prima la sostenevano e ora nei fine settimana, per risparmiare l’elevato pedaggio, intasano le due statali della Valle). In ogni caso, opporsi all’autostrada era impossibile dopo l’apertura del tunnel del Frejus nel 1980, anno in cui nessuno ne immaginava le conseguenze sul territorio valsusino. E, per evitare la contestazione nei confronti del raddoppio del tunnel autostradale, i lavori di scavo sono stati effettuati partendo dal lato francese. Per opporsi più duramente al raddoppio (anch’esso imposto con l’inganno, perché presentato come canna di sicurezza e non di transito per auto e Tir), sostenendo contemporaneamente due fronti di lotta, poi, ci sarebbe voluto Nembo Kid, anche perché l’Alta Valle è sempre stata più preoccupata a ricevere fondi dalla Regione per l’innevamento artificiale che a programmare uno sviluppo urbanistico meno speculativo del proprio territorio o curarsi dell’interesse generale della Valle.

Infine sono inaccettabili le dichiarazioni di Ferrentino su Askatasuna («Il movimento è ormai gestito dai centri sociali di Torino. Per Askatasuna l’opera è l’unico vero megafono per ottenere visibilità») che, tra l’altro, riducono i valsusini che manifestano contro la linea ad alta velocità a un insieme di imbecilli, teleguidati da strategie altrui piuttosto che consapevoli delle ragioni di una lotta che, senza alcune giravolte, avrebbe potuto e dovuto chiudersi già nel 2005. E sono particolarmente sgradevoli in quanto fatte da chi, a suo tempo, non ne disdegnava l’appoggio nei momenti più impegnativi dello scontro.

Askatusuna non ha certo bisogno di difensori d’ufficio ma è grave la campagna di criminalizzazione nei suoi confronti. Per alcuni è quasi un’ossessione. Come per l’ex procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo che, anche dalla pensione, insiste nei suoi assilli («La violenza è nel DNA di Askatasuna […] è una associazione criminale», La Stampa, 1 dicembre), reiterando la precedente affermazione secondo cui «dal punto di vista della criminalità il distretto giudiziario del Piemonte, tra mafie, antagonisti e No Tav “è un inferno”» (Ansa, 13 settembre 2024). Poco manca che il centro sociale venga accusato anche del recente terremoto di magnitudo 7,5 che ha colpito il Giappone e il movimento no Tav del conseguente rischio tsunami. Ma cosa dovrebbe fare un centro sociale? Limitarsi a organizzare tornei di ping pong e non essere partecipe delle lotte che manifestano il crescente disagio sociale delle periferie (come è considerata la Valle di Susa rispetto alla Città Metropolitana)? Concludo, e ammetto che queste righe sono scritte con molta rabbia, tipo L’avvelenata di Guccini. Stranamente – si fa per dire – gli operai dell’Ilva in lotta per la legittima difesa del posto di lavoro che hanno assediato la Prefettura di Genova, battuto i caschi sulle reti, gridato frasi non propriamente gentili verso i poliziotti, a cui hanno rilanciano i candelotti lacrimogeni, e, infine, abbattuto con una gigantesca pala meccanica parte delle reti metalliche a protezione della zona rossa, non vengono caricati. Evidentemente è più facile manganellare i giovani o giovanissimi studenti, come più volte è avvenuto (non solo ma) in particolare a Torino, che affrontare operai delle acciaierie che hanno ben altra esperienza e forza fisica.

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martedì 11 febbraio 2025

La polizia, la destra, la sinistra - Giovanni Vighetti

 

Nell’ultima puntata dell’interessante fiction della Rai La lunga notte. La caduta del duce c’è un dialogo significativo tra il gerarca Dino Grandi, autore della mozione che al Gran consiglio del fascismo del luglio 1943 portò alla sfiducia e caduta di Mussolini e al suo arresto, e il responsabile dell’Ovra, acronimo di Opera vigilanza repressione antifascismo, cioè la polizia politica fascista. Se il fascista Grandi si rende conto dell’imminente crollo del regime il responsabile dell’Ovra ribatte: «L’aria non cambierà mai. Noi siamo lo Stato e lo saremo sempre. Anche senza Mussolini».

In questo passaggio c’è ben poca fiction e molta realtà. In effetti il capo dell’Ovra Guido Leto, che diresse la feroce polizia politica durante la dittatura fascista, è uno degli infiniti esempi della mancata epurazione della presenza fascista nelle istituzioni perché, dopo un breve periodo di detenzione, fu incaricato da Umberto Federico D’Amato di riorganizzare le strutture dei Servizi segreti. Anche il curriculum di Umberto Federico d’Amato, che da dirigente dell’Ufficio politico della Questura di Roma divenne poi responsabile dell’Ufficio Affari Riservati, nido nero negli anni della strategia della tensione, è un’altra cartina tornasole del fallimento del mancato rinnovamento democratico delle forze di polizia: nell’anno 2000 la Procura Generale di Bologna lo ha indicato tra i mandanti, insieme a Licio Gelli il capo della Loggia Massonica eversiva P2, della strage della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Con l’errore dell’amnistia di Togliatti del 22 giugno 1946, atto con cui si rinunciò a perseguire e punire i crimini fascisti, al punto che anche un violento squadrista come Piero Brandimarte, responsabile della strage del 18-20 dicembre 1922 a Torino in cui 11 esponenti della sinistra furono assassinati e molti altri massacrati di botte, venne incredibilmente assolto (https://volerelaluna.it/allarmi-son-fascisti/2022/12/16/torino-1922-una-strage-fascista-e-la-regola-dellimpunita/) … anche perché la maggioranza dei giudici, in particolare quelli della Corte di Cassazione, era rimasta legata a doppio filo nero con l’ideologia fascista e il “pugno di ferro” lo utilizzò nei confronti delle azioni dei partigiani. Con questo passato prossimo della dittatura fascista non abbiamo mai fatto fino in fondo i conti, e questa storica mancanza ha generato la nebbia che ha sempre facilitato e coperto le trame nere che, in tempi più recenti, ha spesso messo in pericolo la democrazia nel nostro Paese, a iniziare dai tentativi di colpo di Stato, tra cui il più grave quello del dicembre 1970 guidato da Junio Valerio Borghese, e dalle numerose stragi fasciste che hanno sempre visto la partecipazione dei Servizi segreti, di volta in volta “assolti” con la formula “trattasi di una minoranza di servizi deviati”. Certamente i servizi segreti deviati esistono, ma costituiscono solo la minoranza fedele alla Costituzione.

Da questo preambolo, storicamente documentato, consegue che l’organizzazione delle forze di polizia è ancora lontana da una visione pienamente democratica, perché le leve di comando, con rare eccezioni, sono rimaste avvolte dal filo nero di responsabili già compromessi con il fascismo e non epurati, i quali a loro volta hanno selezionato i propri eredi per garantire la continuità della visione conservatrice e reazionaria. Non si può diversamente spiegare il radicamento all’interno delle forze di polizia e dell’esercito della P2 o dell’organizzazione paramilitare Gladio. L’impunità sempre garantita dai vertici degli apparati, anche in occasione della “macelleria messicana” del G8 a Genova nel 2001, la rinuncia a introdurre elementi di chiarezza e controllo sui comportamenti, anche individuali, dei poliziotti con il numero di codice da apporre sul casco, sono altri elementi che non aiutano ad avere fiducia in una Polizia, più impegnata a reprimere le contestazioni sociali che non la criminalità, e la cui “fotografia” nell’immaginario collettivo è sempre più quella del manganello che colpisce la testa dei manifestanti.

In questo quadro si inserisce la classe politica, a trazione neofascista, di questo Governo autoritario indirettamente aiutato nella “presa del potere” da chi, in questa fase storica che richiede la massima unità anche sul terreno elettorale, continua a scegliere l’astensionismo. E il Governo Meloni, con il decreto sicurezza, sta percorrendo, a grandi passi, la strada dell’involuzione antidemocratica con l’inasprimento delle pene (dai sei mesi ai due anni) per chi manifesta con blocchi stradali o ferroviari, forme di lotta che rientrano nella legittima tradizione delle lotte operaie e sociali, che vengono quindi punite come illecito penale e non più amministrativo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/10/03/sorvegliare-e-punire-i-poveri-e-i-ribelli/). Inoltre, con la proposta di una sorta di scudo penale, rafforza l’autoritarismo e le garanzie di impunità alle forze dell’ordine, a cui viene delegato il contenimento e la repressione del dissenso, sempre più criminalizzato anche dai media filogovernativi, che invece è il sale della dialettica democratica quando il Potere si rifiuta di ascoltare o accettare o mediare rispetto alle ragioni dell’opposizione sociale. Ancor più grave, in un Paese in cui i Servizi segreti sono sempre stati coinvolti nelle trame nere e nelle stragi neofasciste, l’intento di potenziarne le attività sotto copertura, consentendo agli agenti non solo di partecipare alle organizzazioni terroristiche-eversive ma anche di dirigerle e guidarle, arruolando nuovi membri (https://volerelaluna.it/politica/2025/01/27/cancellate-larticolo-31-del-disegno-di-legge-sicurezza/), e obbligando le Università a collaborare con i Servizi in deroga alle norme sulla riservatezza, il che porterebbe a un controllo sulla libera espressione garantita dalla Costituzione (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/01/14/luniversita-il-governo-e-il-grande-fratello/).

Quanto alle forze dell’opposizione, per lo più silenziose e timorose anche sull’incredibile episodio del  corteo di poliziotti carabinieri e finanzieri che il 24 novembre 2024 hanno manifestato a Torino di fronte al Comune contro ogni forma di dissenso sociale e chiedendo la chiusura del centro sociale Askatasuna (https://volerelaluna.it/commenti/2024/03/13/il-colore-dei-manganelli/), risultano sensibilmente slegate dalla realtà del Paese, e nei momenti di tensione cercano sempre di cavarsela in calcio d’angolo con la formula “esprimiamo la nostra solidarietà alle forze dell’ordine”. Frase di rito retorica e utilizzata a prescindere, senza nemmeno approfondire o conoscere i motivi delle proteste per pigrizia o mancanza di coraggio intellettuale e con molta cecità politica, perché questa linea allontana i cittadini che rivendicano la piena e attiva partecipazione sociale, mentre le forze dell’ordine storicamente sono e restano, se non si introducono elementi di controllo rispetto all’uso della forza quando questa è illegittima o sfocia nella violenza, un granitico bacino elettorale del centrodestra.

Illuminante su questi continui “calci d’angolo”, fini a se stessi e alla propria pallida visibilità, è la dichiarazione riportata sul Corriere della Sera di due senatrici renziane di Italia Viva, partito che tra governo e opposizione sta un po’ di qua e un po’ di là ma mai dalla parte dei lavoratori o dei cittadini, in occasione del recente e violento intervento per l’esproprio del terreno di proprietà di valsusini No Tav alle porte di Susa (un esproprio compiuto manu militari senza aspettare quello amministrativo, e quindi senza rispettare le regole, talmente urgente che oggi il terreno è solo una discarica di jersey di cemento, griglie e filo spinato utilizzati per blindare lo sgombero). «Basta violenze in val di Susa — hanno commentato le senatrici di Italia Viva Silvia Fregolent e Raffaella Paita –. I lavori dell’Alta velocità Torino-Lione devono andare avanti, la battaglia di gruppuscoli no Tav e centri sociali è inutile e anacronistica. Le infrastrutture sono fondamentali per lo sviluppo del paese e dell’Europa, e servono anche a tutelare quell’ambiente a cui i no tav tutti dicono di tenere. Solidarietà alle forze dell’ordine, costrette ad avere a che fare con questi facinorosi». Evidentemente, come la maggioranza dei deputati che siedono in Parlamento, non sanno nemmeno che la Francia ha rinviato a dopo il 2040 ogni decisione se costruire o meno una linea ad alta velocità per collegare Torino a Lyon e che quindi il tunnel sotto il Moncenisio è fine a se stesso, e servirà solo per una risibile e demenziale linea ad alta velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne.

da qui

lunedì 21 ottobre 2024

L’inganno della Torino-Lione - Giovanni Vighetti

Continuare a parlare di Alta Velocità tra Torino Lione vuol dire continuare a ingannare i cittadini. La realtà dei fatti, e non delle opinioni, è ben diversa perché la Francia, che è sempre stata tirata per i capelli in questo insulso progetto, ha più volte dichiarato che solo dopo il 2040 e in presenza di significativi aumenti dei volumi di traffico potrebbe decidere se progettare e finanziare una tratta ad Alta Velocità tra Saint Jean de Maurienne e Lione. Al momento la Francia non ha preso impegni per la tratta verso Lione, tecnicamente impegnativa e costosa, ma punta a migliorare alcuni tratti dell’attuale linea ferroviaria esistente che, in direzione nord, va verso Digione. Questo vuol dire che forse e solo verso la seconda metà del secolo corrente si discuterà se realizzare la linea ferroviaria verso Lione che, in questo caso potrebbe essere operativa solo verso fine secolo. Questo dato, rispetto alla velocità rivoluzionaria che ha assunto lo sviluppo del capitalismo finanziario a danno di quello industriale e che sta stravolgendo l’economia produttiva in Europa, e che di conseguenza disegnerà nuove e imprevedibili linee commerciali, dimostra quanto sia obsoleto il progetto del TAV Torino Lione. Ma in ogni caso oggi, dopo più di trent’anni di progetti, dibattiti e contrapposizioni, si può oggettivamente parlare solo di una linea ad Alta Velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne, praticamente solo del tunnel di base. E questa è una bestialità che non giustifica in alcun modo lo scempio ambientale della Valle di Susa e lo sperpero di risorse pubbliche in un Paese in cui Sanità e Istruzione Pubblica sono in agonia.

La Francia è sempre stata tirata per i capelli… Difatti, per convincerla, l’Italia si è generosamente accollata una notevole parte di costi non dovuti. Diciamolo con chiarezza: mentre il tunnel di base di 57 km, che con doppia canna diventa di 114 km, si trova per tre quarti in territorio francese e per un quarto in quello italiano, l’Italia si è accollata il costo dei tre quarti dell’opera lasciando solo un quarto della spesa a carico dei francesi. Chapeau! Inoltre in questa infinita diatriba il TAV, ridotto a una linea tra Susa e Saint Jean de Maurienne, è diventato un’arma di distrazione di massa a danno della linea storica, che non è obsoleta e che è stata via via sottoutilizzata molto al di sotto delle sue potenzialità per il calo del transito merci, ed è ormai bloccata dall’agosto del 2023 per la frana che, sul lato francese, ha investito la linea poco oltre Modane. Che il tratto franato non sia stato rimosso e messo in sicurezza, dopo ben 18 mesi, su quella che è un’importante linea internazionale causando ulteriori problemi, in primis ma non solo, all’industria piemontese già colpita duramente dal disimpegno di Stellantis nel settore dell’automotive, è un altro campanello d’allarme che i nostri politici, anzi i nostri politicanti, più al servizio delle lobby che non al servizio dei cittadini e del bene pubblico, stanno gravemente sottovalutando. La messa in sicurezza dell’area franata sul lato francese, che procede con una melina e lentezza d’altri tempi rispetto alle attuali tecnologie e capacità logistiche, non deve essere strumentalizzata per sostenere l’utilità del nuovo traforo ferroviario, che oltretutto è fine a se stesso, ma deve essere recepito come serio campanello d’allarme: si è in presenza di un disimpegno francese su questa storica direttrice commerciale. È una questione da non sottovalutare con le solite fumose dichiarazioni in politichese, perché la Francia ha capacità di programmazione e una ben diversa e concreta visione statale della difesa dei propri interessi industriali e relativi scambi commerciali, rispetto alla storica evanescente linea espressa nella programmazione industriale dai vari governi del nostro Paese.

Tornando alla realtà valsusina, dove siamo ancora alla ricerca di un’identità che possa supplire a quella industriale, smarrita con la chiusura delle fabbriche più importanti, quanto avvenuto a Susa in questi giorni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/10/10/cera-una-volta-il-west-anzi-in-val-di-susa-ce-ancora/) è grave ma non è che un aperitivo rispetto a quello che accadrà nei prossimi anni. Non c’era alcun bisogno di militarizzare l’area di San Giuliano come una frontiera di guerra, di bloccare la statale, di sgomberare e occupare con la forza un terreno alla vigilia del suo esproprio. L’esproprio avrebbe seguito il suo corso amministrativo come è avvenuto a suo tempo a Chiomonte senza particolari problemi e alcuno scontro. È stata una gratuita prova di forza, una pesante intimidazione per quanto dovrà ancora avvenire nei prossimi anni, per dimostrare che il territorio non appartiene a chi ci vive ma è merce a disposizione del Potere. Il Movimento No Tav, al di là delle mille bugie e della continua criminalizzazione per il “reato di continuare a resistere”, nella sua anima è composto da valsusini e vede una forte partecipazione popolare: non è perfetto e commette anche degli errori, ma ha il merito di aver mantenuto la schiena dritta in difesa del territorio e del bene pubblico, di aver saputo costruire un filo di collegamento tra gli anziani che iniziarono l’opposizione nei primi anni 90 e le nuove generazioni. Si può simpatizzare per lui o averlo in antipatia, ma parlare di violenza No Tav è insopportabile quando è la polizia che sgombera i presidi, tira centinaia di lacrimogeni e molti ad altezza d’uomo, costruisce tre fortini militari sul territorio, e questo dopo decine di anni in cui le amministrazioni locali hanno detto no a questa nuova linea ferroviaria, dopo centinaia di iniziative e marce popolari spesso semplicemente derise. Difendersi tirando piume di galline sarebbe anche divertente ma in questa Valle dominata dal vento è oggettivamente impossibile.

Tornando “all’aperitivo” di questi giorni: si prospettano tempi durissimi per la comunità valsusina ed è tempo di rinsaldare e potenziare la massa critica contro l’opera, perché non si può sottovalutare il disagio di sei anni di chiusura della linea ferroviaria Bussoleno-Susa con studenti e pendolari costretti ad accalcarsi sui bus, non rendersi conto di cosa vorrà dire il traffico e l’inquinamento di migliaia di viaggi dei camion, avanti e indietro tra Susa e Salbertrand per il trasporto del materiale dello scavo o sottovalutare i costi ambientali dell’insulso trasferimento dell’autoporto da Susa a San Didero,

Gli anni a venire non saranno una passeggiata, e il tutto per una inutile linea ferroviaria ad alta velocità tra Susa e Saint Jean de Maurienne, e il miraggio di una improbabile stazione internazionale a fronte di una realtà in cui troppe stazioni ferroviarie dei nostri paesi sono abbandonate al degrado e all’insicurezza.

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