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domenica 14 luglio 2024

La transizione in atto verso un mondo nuovo è ormai frenabile solo dalla guerra globale - Francesco Cappello

 

Il vecchio mondo non funziona più né dal punto di vista della sicurezza globale né da quello economico e della sostenibilità delle economie estrattive neoliberiste. Esso era fondato sull’egemonia unipolare USA che, con i suoi vassalli europei da una parte e orientali (Australia, Giappone, Corea del Sud, Filippine) dall’altra, stanno cercando di frenare la riorganizzazione delle relazioni tra Paesi di cui risultano protagonisti i paesi BRICS allargati, sempre più numerosi, con un potenziale di espansione enorme. Intorno ai BRICS plus orbita ormai l’80% del mondo

Gli USA usano Israele, così come i paesi NATO-Ue

Il vecchio mondo, dominato dagli USA, sta tentando di arginare, con la minaccia militare e la violenza delle armi, l’affermazione del mondo multipolare; il risultato ampiamente pianificato consiste nella destabilizzazione di diverse aree critiche del pianeta: dal cuore dell’Europa, in Ucraina, usata come piattaforma di guerra contro la Federazione Russa, al Medioriente, ove lo strumento di conservazione del vecchio ordine occidentale è Israele, sino al mar cinese meridionale dove allo stesso scopo è utilizzata la contesa artificiosa sull’isola di Taiwan. Dinamiche analoghe sono in atto nel continente africano che si sta liberando dalla seconda colonizzazione francese e statunitense e in quello sudamericano ove è l’Argentina a svolgere il ruolo di strumento reazionario a uso e consumo del vecchio dominio USA.

Con l’espansione della NATO a Est sino ai confini della Federazione Russa, che include la volontà di inglobare l’Ucraina, è stato violato il principio di indivisibilità della sicurezza secondo cui la sicurezza di alcuni non può essere raggiunta a discapito di quella di altri. L’ultimo atto di tale follia atlantista è stata l’inclusione di Finlandia e Svezia. La Finlandia condivide con la Russia quasi 1400 km di confine. È stato, di conseguenza, provocato il collasso del sistema di sicurezza euro Atlantico che dev’essere ricostruito al più presto. In altre parole la minaccia all’Europa, lungi dal venire dalla Federazione Russa, deriva, chiarissimamente ormai, dalla sua servitù al sistema di dominio anglo americano, un giogo che la sta trascinando a velocità crescente in un baratro, un vicolo cieco evolutivo.

Gli USA speravano, forse, che portare le proprie infrastrutture militari più vicine ai confini della Russia potesse essere fatto impunemente, senza ricevere una risposta simmetrica sotto forma di missili vicino agli Stati Uniti, per ristabilire la deterrenza nucleare. Recentemente è accaduto proprio questo al largo della costa della Florida e di Cuba, dove la Marina russa ha insediato uno schieramento militare permanente, a 60 miglia dalla costa della Florida che mette sotto tiro atomico gli Stati Uniti. Ciò è avvenuto per ristabilire la deterrenza nucleare dopo che gli USA, per mano ucraina, hanno attaccato, danneggiandoli, due sistemi radar di allarme precoce nucleare, su scala intercontinentale, russi.

Da una parte e dall’altra si tratta ormai di una guerra esistenziale che nessuno, per opposte ragioni, può permettersi di perdere; poiché a fronteggiarsi sono le più grandi potenze atomiche del pianeta, ciò significa che tutto è in gioco, che l’esistenza di tutto e le esistenze di tutti noi sono in gioco.

La Russia è una potenza nucleare. Vorrebbero smantellarla e colonizzarla economicamente depredandone le risorse, come erano riusciti a fare con Eltsin per un decennio.

Da subito, la Federazione russa ha dichiarato che se si dovesse trovare a fronteggiare apertamente le forze USA-NATO non esiterebbe, qualora divenisse l’unico modo per difendersi, a ricorrere all’uso delle armi nucleari. In pratica, perché si eviti una risposta nucleare, bisogna sperare in una Russia sempre vincente sui campi di battaglia…

Diviene così fondamentale l’offensiva diplomatica russo-cinese consistente nell’appello a costruire una nuova architettura di sicurezza internazionale senza il dominio occidentale (1), che ristabilisca il rispetto delle leggi internazionali, un’idea estremamente popolare nei paesi del Sud del mondo stanchi di relazioni politiche, commerciali ed economiche ineguali, senza rispetto alcuno delle loro sovranità e delle civiltà culturali di appartenenza.

 

Le origini geoeconomiche del conflitto

Gli USA stanno conoscendo una crescita del loro debito pubblico e del loro debito estero insostenibile nelle attuali condizioni geopolitiche soprattutto a causa del processo di dedollarizzazione in corso. Il primo ammonta ormai a 34,5 trilioni di dollari che rappresentano il 129% del PIL nazionale (Prodotto Interno Lordo). Il suo ritmo di crescita è tumultuoso. La Federal Reserve ha, infatti, dovuto alzare i tassi di interesse per rendere più appetibili i titoli di Stato USA sempre meno richiesti nel mondo (al loro posto, come vedremo, si preferisce acquistare oro e altro) con la conseguenza inevitabile che il necessario rifinanziamento a tassi più alti del costo del debito pubblico, il servizio al debito ossia gli interessi da corrispondere ai creditori, stanno aumentando esponenzialmente. Attualmente essi ammontano a circa un trilione (mille miliardi) di dollari all’anno, quasi tre miliardi di dollari al giorno!

Ed ecco un aspetto fondamentale relativo al conflitto in atto: la Cina, il più grande detentore straniero di titoli del Tesoro americano, negli ultimi anni ha rallentato i suoi acquisti e anzi si ritrova piuttosto a liberarsi di titoli del tesoro USA precedentemente acquistati vendendoli. Stessa cosa fanno, in misura diversa,, il Giappone e alcuni paesi europei come l’Irlanda e il Belgio. Tutto ciò accade malgrado il freno a tale tendenza costituito dal continuo rialzo dei tassi (pur con evidenti effetti collaterali, tra i quali il rallentamento della crescita economica, le recenti crisi bancarie, ecc.) che promette una remunerazione più generosa dei titoli ai paesi acquirenti il debito americano. La Federal Reserve insiste rendendo più appetibile la remunerazione dei prestiti che continuano a chiedere al resto del mondo ma la loro promessa è sempre meno credibile.

Il debito estero statunitense (la somma di tutti i debiti che il governo degli Stati Uniti deve a creditori stranieri) ormai prossimo ai 20.000 miliardi di dollari ha superato l’80% del PIL. In particolare, gli USA, da tempo ormai, importano assai più di quanto esportino. Gli Stati Uniti hanno, infatti, una bilancia commerciale in deficit, ininterrottamente, dal 1975. Lo sbilanciamento è un dato strutturale intervenuto dopo l’intervento di Nixon nel 1971 che trasformò il dollaro in valuta fiat (nel senso biblico della creazione monetaria illimitata: fiat lux et lux fuit). Prima di allora, l’equilibrio della bilancia dei pagamenti era assicurata dal fatto che il debito estero americano fosse esigibile dai paesi creditori in oro. I paesi con cui gli USA si indebitavano erano perciò legittimati a chiedere l’estinzione del loro credito in oro. L’oro nelle riserve USA non era però sufficiente alle esigenze delle transazioni commerciali, in rapida crescita, dell’epoca, da cui la scelta del 1971 che rese possibile una creazione monetaria illimitata, indipendente dall’esistenza di un corrispettivo in oro.

In passato, il dollaro, reso forte dalla sua continua domanda sui mercati internazionali, ha causato un “listino prezzo” dei prodotti americani all’estero più costoso per gli acquirenti stranieri mentre le importazioni, con un dollaro forte, divenivano più convenienti per i consumatori americani che si sono così potuti permettere un elevato livello di consumo di prodotti esteri.

Il dollaro, imposto al mondo quale valuta internazionale, se da una parte ha permesso agli USA di importare senza preoccuparsi di esportare un equivalente in beni, prodotti internamente, verso altri Paesi, ha avuto come conseguenza l’abbandono progressivo dell’economia reale; in pratica tutto ciò ha portato ad una sempre più bassa quota di produzione manifatturiera così che molti beni che prima venivano prodotti internamente ora devono necessariamente essere importati. A questa deindustrializzazione derivante dall’abbandono progressivo dell’economia reale ha corrisposto una crescente finanziarizzazione dell’economia. Una vera e propria dissociazione fra economia reale e finanza. Si è consolidata l’idea che i soldi si possano fare con i soldi.

Il primo campanello d’allarme sulla insostenibilità a lungo andare di deindustrializzazione e finanziarizzazione è emerso con la crisi del 2007/2008.

Oggi gli Stati Uniti cercano di correre ai ripari tornando a investire nell’economia reale e nella reindustrializzazione ricorrendo allo scopo a programmi di investimento che fanno leva sul debito pubblico, sostenuto da successive sessioni di quantitative easing, inaugurati dalla crisi del 2007, che hanno permesso all’economia finanziaria di sopravvivere a se stessa, ma anche dall’acquisto di titoli di debito pubblico da parte dei grandi fondi di investimento (The big three: Blackrock, Vanguard, State Street), in grado di rastrellare risparmi su scala globale con cui puntellare il sistema economico finanziario, comprandone i titoli del debito e dando ossigeno al dollaro, non sappiamo per quanto tempo ancora.

Come gli USA, altri Paesi risultano pesantemente indebitati con l’estero; si tratta della Francia e del Regno unito, non a caso, strenui sostenitori e alimentatori dei conflitti in atto.

Vivere al di sopra delle proprie possibilità, come pretendono di fare i paesi in deficit, indebitandosi, non è però possibile a tempo indeterminato.

In passato gli Stati Uniti potevano permettersi il privilegio di accumulare enormi deficit senza che il dollaro potesse svalutarsi perché il suo valore era tenuto alto dalla obbligata domanda di dollari da parte degli altri Paesi costretti a usarli per effettuare i loro acquisti sui mercati internazionali. Oggi però si sperimentano alternative all’uso del dollaro che difatti risulta diminuito del 20% negli ultimi anni. Il suo uso è paradossalmente sempre più ostacolato dallo stesso protezionismo aggressivo occidentale che pretende ormai di limitare i propri scambi al cortile di casa occidentale. Questo protezionismo aggressivo verso Paesi con cui si hanno relazioni economiche ostili è definito friend shoring o allyshoring. In altre parole, quei Paesi che adottano il friend shoring scelgono di importare solo dalla cerchia di Paesi ritenuti amici e spostano le loro attività produttive (delocalizzazioni) solo verso quei Paesi con cui condividono valori politici e strategie geopolitiche comuni. Gli affari si fanno solo con gli amici anche a costo della deglobalizzazione dell’economia.

 

La genesi delle politiche di friendshoring

A Paesi debitori corrispondono Paesi creditori. Tra quelli ritenuti ostili, al primo posto risulta la Cina nonché la stessa Federazione Russa e alcuni Paesi arabi. L’inevitabile conflitto tra Paesi debitori e creditori è esploso quando questi ultimi hanno preteso di spendere il loro surplus non più finanziando il debito americano con l’acquisto di titoli USA, quanto, piuttosto, investendoli nella costruzione di infrastrutture commerciali su scala globale. Si pensi, a titolo di esempio, al caso della nuova via della seta cinese e al corridoio Nord-Sud russo che da Pietroburgo passando per il mar Caspio e l’Iran giunge sino in India. Infrastrutture di queste dimensioni oltretutto incrinano il potere talassocratico americano. Anche la legittima volontà di acquisto di asset industriali importanti (porti, centri di produzione, ecc.) presso i paesi occidentali, da parte dei paesi creditori, viene impedita e ostacolata con ogni mezzo essendo foriera di perdita di dominio da parte del vecchio ordine unipolare occidentale, a favore dei paesi creditori, contrastabile efficacemente solo ricorrendo alla minaccia manu militari e anzi all’impiego pianificato della forza militare.

 

Protezionismo aggressivo

Le sanzioni, i dazi, il sequestro e il congelamento delle riserve valutarie russe hanno causato il ridimensionamento delle relazioni col mondo orientale. Esse hanno rapidamente portato alla divisione del mondo in blocchi sempre meno comunicanti e alla accelerazione della fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta e del relativo modello neoliberista che aveva ripreso vigore dopo la seconda metà degli anni ’70.

Come su accennato si assiste alla sostanziale volontà di ricollocamento del surplus orientale (sono tanti i paesi che vendono titoli occidentali e comprano oro) in investimenti infrastrutturali nello spazio BRICS in continuo ampliamento, in Medioriente, Africa, Sud America e ultimamente direttamente nello spazio europeo, in Serbia (2) e Ungheria (3), dove la Cina, per fare un esempio, intende costruire anche fabbriche per la produzione di auto elettriche e batterie ad alta tecnologia, bypassando così le misure protezionistiche europee (l’Ungheria essendo un paese dell’Unione) che tentano di salvare i loro investimenti nello stesso settore ben consci di come i prodotti cinesi risultino ormai di più alta qualità e prezzo assai inferiore rispetto ai corrispettivi europei.

Si aggiunga che il sistema produttivo europeo è fortemente penalizzato dagli alti costi delle materie prime, anche energetiche, a causa delle sanzioni alla Russia imposte dagli USA e che viceversa, la Cina ha potuto avvantaggiarsene aumentando enormemente gli scambi nel settore energetico con la Federazione Russa.

L’Occidente è in grande difficoltà con la Cina. Non può permettersi di considerarla un “rivale sistemico” e chiederle di interrompere la collaborazione con il suo partner strategico, la Russia, perché l’abbandono della Cina come partner commerciale implicherebbe la rinuncia a quasi 800 miliardi di dollari di interscambio e questo comporterebbe un’ancor più rapido declino dell’economia europea.

 

Da Bigpharma a bigarma, al gas liquefatto USA

Gli USA nel tentativo di riequilibrare la propria bilancia dei pagamenti hanno imposto all’Unione europea, tra l’altro, le proprie esportazioni di armi e la propria produzione di gas liquefatto (GNL). Il gas liquefatto USA da quattro a cinque volte più caro rispetto a quello russo per ricevere il quale l’Europa ha dovuto sostenere oltretutto sostenere le relative spese di infrastrutturazione di passaggio dal gas russo da tubo a quello da gasiera ha reso assai meno competitiva la sua produzione industriale. Non è a caso che in Europa oggi si assiste a una diminuzione della produzione industriale e a un relativo processo di delocalizzazione e/o deindustrializzazione.

Il processo di arroccamento dell’Occidente allargato, rispetto all’emersione del nuovo mondo, che si sta riorganizzando per autonomizzarsi dalle istituzioni occidentali, sta peraltro accelerando la dedollarizzazione in corso compresa la costruzione di una nuova moneta dei BRICS (vedi il mio Un mondo nuovo è in costruzione. Una seconda occasione che il mondo non deve mancare).

Il potere di signoraggio del dollaro imposto al mondo aveva fin qui permesso agli USA di disporre di una fonte di liquidità praticamente illimitata al servizio della loro egemonia imperiale. Stampando dollari alla bisogna (cosa che avrebbe immancabilmente svalutato la moneta di qualsiasi altro Paese che avesse adottato lo stesso fare) hanno potuto costruirsi l’esercito più potente al mondo. Hanno recitato il ruolo egemonico di finanziatori di aiuti internazionali e investimenti esteri ecc.. Si sono potuti permettere di “dare” senza in realtà spendere, apparendo generosi senza che a loro potesse mancare nulla nel tentativo di mascherare l’oscena violenza di 75 anni della loro “pace” in cui secondo le diverse stime degli storici hanno causato da 20 a 30 milioni di vittime da moltiplicare per 10 se nel conto si volessero includere i feriti.

L’attacco alla Russia da parte degli USA, nello spazio europeo, che aveva lo scopo di impedire quel virtuoso e crescente connubio politico economico tra Europa e Federazione Russa, in grado, secondo le più ataviche paure angloamericane, di oscurare l’egemonia unipolare USA, ha sortito l’effetto di spingere la Federazione Russa verso la Cina, girando le spalle all’Occidente. Nelle intenzioni del potere egemonico occidentale, lo smantellamento della Russia e la sua colonizzazione economica, avrebbero l’ulteriore obiettivo di ostacolare la crescita impetuosa della Cina facendole mancare le materie prime che in larghissima misura le giungono proprio dalla Federazione Russa.

La globalizzazione neoliberale è stata così letteralmente fatta a pezziI blocchi nel commercio mondiale e la relativa dedollarizzazione che ne consegue, rischiano ora di minare le fondamenta stesse del neoliberismo globale e con esse le loro istituzioni belliche ed economiche col rischio che si consideri tragicamente di usare le prime quali via di uscita dalla trappola in cui l’Occidente si è ficcato non accettando la fine dell’ordine di Yalta e del successivo, necessario, ridimensionamento drastico dell’egemonia unipolare degli USA, esercitata a partire dal collasso dell’URSS.

Nel 1944 si aveva piena consapevolezza di come fosse necessario, dopo che il mondo aveva subito due conflitti mondiali e si trovava al cospetto di un modello di organizzazione socioeconomico alternativo a quello occidentale, quale quello sovietico, arrivare a una riforma del sistema dei pagamenti internazionali imponendo la scambiabilità del dollaro con l’oro. Ciò sarebbe servito a evitare grandi surplus e corrispondenti insanabili deficit che immancabilmente conducono a tensioni che sfociano in conflitti tra Paesi il cui esito produce immancabilmente la “soluzione” militare.

Oggi ci sarebbero tutte le condizioni esterne a consigliare una nuova Bretton Woods, con il pungolo dei BRICS+ in sostituzione di quello dell’URSS, cercando piuttosto la collaborazione Con il Sud Globale magari prima che la guerra possa conoscere un’ulteriore fatale espansione…

 

UNIT. La rivoluzione corre dalla liquidità alla compensazione

È la nuova moneta in fase di costruzione nel mondo BRICS+. Dalle prime indiscrezioni dovrebbe trattarsi non di una moneta emessa dalla banca centrale di un qualsiasi Paese ma di una moneta internazionale nella forma di semplice unità di conto che superi finalmente il paradigma vigente della liquidità il quale provoca le attuali patologie di cui soffre il sistema dei pagamenti internazionali per accoglierne una strutturalmente diversa fondata sul CLEARING (compensazione), come proposto a suo tempo nel 1944 a Bretton Woods, da J.L.M. Keynes, in grado di mettere fine contemporaneamente alla moneta a debito (usura), al potere di signoraggio, di accumulazione, ai mercati abusivi della finanza speculativa internazionale, e a quegli squilibri nelle bilance commerciali e dei pagamenti che portano a enormi deficit da una parte e surplus dall’altra.

Nell’adozione del paradigma del clearing la speranza della costruzione di un mondo strutturalmente più giusto e collaborativo, un mondo senza guerre.


Note

(1) Il nuovo sistema di sicurezza eurasiatico proposto dal presidente russo Vladimir Putin è stato il punto focale della discussione al recente vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). Putin ha sottolineato l’importanza di dare priorità alla sicurezza all’interno della SCO, affermando che “è stata presa la decisione di trasformare la struttura antiterrorismo regionale della SCO in un centro universale incaricato di rispondere all’intera gamma di minacce alla sicurezza” creando altresì un’architettura di sicurezza aperta a “tutti i paesi eurasiatici che desiderano partecipare”, compresi i “paesi europei e NATO”. Ha inoltre sottolineato, tra l’altro, come sia fondamentale stabilire alternative ai meccanismi economici controllati dall’Occidente, espandere l’uso delle valute nazionali negli insediamenti e istituire sistemi di pagamento indipendenti e sviluppare corridoi di trasporto internazionali in Eurasia.

(2) La Serbia ha firmato un accordo su un “futuro condiviso” con la Cina e intende rafforzare il commercio reciproco in yuan.

(3) In una conferenza stampa congiunta con Xi il 9 maggio, Viktor Orban ha annunciato che la Cina investirà in Ungheria in crescita tecnologica e industriale, 6.400 miliardi di fiorini (16,5 miliardi di euro).


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Raccolta articoli https://www.francescocappello.com/energia-gas-liquefatto/

da qui

lunedì 25 marzo 2024

La legge vieterà di manifestare contro Israele - Francesco Cappello


1. Il ddl 1004 proposto dalla lega intenderebbe impedire le manifestazioni di dissenso “antisemite” dei cittadini italiani

2. Le “Disposizioni di legge per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo“ del 30 gennaio 2024

Si tratta di  articoli pienamente coerenti con la progressiva chiusura degli spazi politici, atti a limitare, controllare e impedire manifestazioni in cui si criticano le istituzioni israeliane. Esso vorrebbe tutelare le istituzioni e la storia ebraica.

Così si apre il ddl [1]

ONOREVOLI SENATORI. – Alla luce del conflitto armato attualmente in corso in Medio Oriente e delle ripercussioni che tale guerra ha sul nostro Paese, anche sul piano civile, visto l’interesse mediatico dimostrato dagli organi di informazione e le numerose manifestazioni di cittadini, nasce l’esigenza della presente proposta che è finalizzata ad adottare nell’ambito della legislazione vigente la definizione operativa di antisemitismo.

La parola antisemitismo entra così nel linguaggio giuridico italiano; un po’ come la parola mafia che fu sdoganata per la prima volta in un documento ufficiale nel 1865 dal prefetto di Palermo, Cesare Mori, in un rapporto inviato al governo centrale italiano, essa permise poi di parlare di antimafia e di istituire le prime Commissioni Parlamentari di inchiesta sulla mafia del ’63 e del ’72.

Bisognerebbe però che qualcuno spiegasse, a chi ha stilato il disegno di legge, come la parola antisemita, usata nell’accezione di chi sarebbe contro gli ebrei, quale cultore di ideologia nazista, seppure invalsa nell’uso corrente, non abbia alcun fondamento; le Lingue semitiche sono, infatti, un gruppo di lingue comprendente il babilonese e l’assiro, l’ebraico e l’aramaico, l’arabo e l’etiopico [2].

Arabo ed ebraico sono quindi entrambe lingue e popolazioni di una stessa area geografica. Chissà perché antisemitismo, anche nel linguaggio giuridico, debba indicare avversione nei confronti degli Ebrei, della loro cultura, delle loro istituzioni.

Nella parte finale del comma 2 dell’art. 1 si legge ciò che si dovrà intendere

per antisemitismo si intende una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici.

Il ddl nel tentativo apparente di tutela di un popolo che in passato ha subito genocidio vorrebbe maldestramente e incostituzionalmente controllare e impedire le manifestazioni a favore di un altro popolo che sta subendo atti genocidiari.

A fronte di una possibile escalation delle manifestazioni della società civile, a favore della popolazione palestinese, in pieno dissenso con le politiche di cooperazione della nostra classe dirigente con Israele, sotto processo per atti genocidiari presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU (CIG) (a cui si sono associati diverse decine di Paesi – Il numero complessivo dovrebbe essere ormai prossimo a cento), la lega di Matteo Salvini ha deciso di correre ai ripari per arginare e bloccare quella che sarebbe “l’ondata di antisemitismo” nel Paese, con un disegno di legge: Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismod’iniziativa dei senatori leghisti Romeo, Pirovano e Bergesio, comunicato alla presidenza il 30 gennaio 2024.

Divenuta legge dello Stato sarebbero vietate le manifestazioni giudicate antisemite per aver adottato slogan, simboli e atti considerati antisemiti. Una manifestazione pubblica di pensiero come quella di Ghali, Dargen D’Amico o le parole di un qualsiasi giornalista che scrivesse e pubblicasse un suo pezzo giudicato troppo pro Palestina e quindi tacciabile di antisemitismo, potranno essere sanzionabili.

Avranno dimenticato, i nostri legislatori l’articolo 21 della Costituzione?

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria.

 

Il 7 ottobre 2024 come l’11 settembre 2001

Torna alla mente l’immediata promulgazione, dopo i fatti dell’11 settembre 2001, dell’USA Patriot Act,una legge federale, limitativa delle libertà personali, per motivi emergenziali di sicurezza nazionale: la legge per unire e rafforzare l’America fornendo strumenti adeguati necessari per intercettare e ostacolare il terrorismo. Si tratta di una serie di norme che hanno rinforzato il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, anche a discapito di privacy e libertà di movimento dei cittadini.

Nel preambolo del ddl leggiamo:

Dopo il terribile attacco terroristico del 7 ottobre compiuto dall’organizzazione terroristica Hamas con altri movimenti alleati della galassia terroristica islamista, come il Jihad islamico palestinese, i focolai di antisemitismo già presenti in tutta Europa (documentati per l’Italia dal CDEC e dall’Eurispes) si sono estesi e propagati sotto la veste di antisionismo, dell’odio contro lo Stato Ebraico e del suo diritto ad esistere e difendersi.

l’articolo 2 del DDL autorizza il capo del governo ad adottare, usando come strumento legislativo l’ormai famigerato dpcm “il Presidente del Consiglio dei ministri adotta, con proprio decreto, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge”,

“al fine di prevenire e contrastare qualunque atto o manifestazione di antisemitismo

di

creare una banca dati sugli episodi di antisemitismo (…) avuto riguardo sia ai crimini d’odio che agli atti di natura incidentale” (Cosa si debba intendere per atti di natura incidentale non è dato sapere. Si capisce bene però che il governo intende istituire una vera e propria black list schedando chi si dovesse macchiare di atti di antisemitismo)

e di predisporre

“apposite misure per contrastare la diffusione del linguaggio d’odio antisemita sulla rete internet, anche attraverso l’aggiornamento delle regole di accesso alle piattaforme di social media nonché mediante sistemi di segnalazione e rimozione, uniformi ed efficienti, dei relativi contenuti”

e di intervenire in campo educativo con

“un piano di formazione rivolto a insegnanti ed educatori in merito alla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo (…) nonché circa i pregiudizi e gli stereotipi nei confronti degli Ebrei, ivi incluse le possibili teorie complottistiche che ne possono derivare”

e per il

personale delle Forze di polizia in merito alla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo, ai fini di una corretta individuazione della natura antisemita di un reato

nonché campagne di informazione

sui canali del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale

finalizzate

“alla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo” e nell’ambito delle attività associative e sportive.

all’art.3 è infine previsto

 

“Il diniego all’autorizzazione di una riunione o manifestazione pubblica per ragioni di moralità”

motivabile

“anche in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”.

Come si vede l’articolo 3 modifica il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza – TULPS ove come è noto si stabilisce che “I promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico, devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al Questore”. come previsto dall’art.17 della Costituzione

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Secondo il TULPS la comunicazione è dovuta per regolamentare il traffico e simili. Ora però si dà al questore la possibilità di diniego preventivo ed è così che, con ogni probabilità, saranno vietate le manifestazioni pro Palestina che contestano il sionismo.

Se avvenisse un miracolo e il Presidente della Repubblica rinviasse la legge alle Camere, nel caso di seconda approvazione da parte del Parlamento egli sarebbe costretto a firmarla; in tal caso non rimarrebbe che (a seguito di un giudizio davanti a un giudice) chiedere al tribunale di reinviare la questione alla Corte Costituzionale, nella speranza che quest’ultima ne riconosca l’incostituzionalità dichiarando la legge illeggittima retroattivamente, cancellandola così definitivamente dal nostro ordinamento.

È perciò quanto mai importante che i cittadini italiani conoscano il disegno leghista perché possano esercitare in questa fase le dovute pressioni in grado di convincere la lega a ritirare da subito il ddl 1004 o il Parlamento a non approvarlo.

 

Torna in mente il viaggio di Salvini in Israele

In veste di vicepresidente del consiglio e ministro dell’interno, Salvini, l’11 dicembre 2018, pronunciò per l’occasione le seguenti parole:

«Il nascente antisemitismo fa rima con l’estremismo islamico a cui qualcuno non presta necessaria attenzione (…) per un ministro dell’Interno, Israele è uno dei modelli dell’anti-terrorismo, di intelligence, di controllo del territorio, di difesa dei confini: da questo punto di vista vado a studiare e imparare. E poi vado a rinsaldare tra Italia e Israele, che per me sono fondamentali».

L’Italia, ottemperando all’ordinanza preventiva della Corte del Sudafrica, dovrebbe piuttosto smettere qualsiasi cooperazione militare con Israele procedendo alla abrogazione immediata della legge 94 del 2005 che la codifica, e riconoscere in modo bilaterale lo Stato di Palestina (vedi L’Italia riconosca lo Stato di Palestina) aggiungendosi ai 139 Stati che nel mondo lo hanno già fatto.

Sono ora ben tre i motivi di complicità (vedi Italia collaborazionista?) dell’Italia con i crimini che Israele sta compiendo a danno del popolo palestinese:

·         la cooperazione militare con Israele (vedi Da vent’anni li aiutiamo a compiere i peggiori crimini),

·         la partecipazione del nostro paese al taglio dei finanziamenti dell’UNWRA,

·         il tentato furto del gas palestinese (vedi Genocidio con furto. Nel mirino i corvi e gli avvoltoi dell’ENI che volteggiano su Gaza Marine).

Noi, rappresentanti della società civile, abbiamo il dovere di mobilitarci contro il genocidio (vedi Mobilitiamoci contro il genocidio)

Un invito a ciascuno a contribuire alla Campagna di mobilitazione iscrivendosi al canale Telegram https://t.me/Mobilitiamocicontroilgenocidio MOBILITIAMOCI CONTRO IL GENOCIDIO!


Note

[1] Il ddl 1004 è leggibile qui https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/430506.pdf

[2] Lingue semitiche (o il semiticos.m. ), gruppo di lingue comprendente il babilonese e l’assiro, l’ebraico e l’aramaico, l’arabo e l’etiopico, caratterizzate da un ricco consonantismo, da un sistema di vocali limitato alla serie aiu, e da una morfologia costituita da radici formate da tre consonanti. Storicamente si divide in tre gruppi: il gruppo orientale o accadico, che nel II millennio a.C. si divide in babilonese e assiro; il gruppo nord-occidentale, rappresentato dall’ugaritico, il fenicio, l’ebraico, l’aramaico, che poco prima dell’era cristiana sopraffà le altre lingue e dà vita ad alcuni dialetti fra cui il siriaco: di questo sono in uso oggi alcuni dialetti aramaici e, risorta, la lingua ebraica, propria dello stato di Israele; il gruppo sud-occidentale, diviso nelle due tradizioni araba ed etiopica, tuttora vivente come lingua letteraria nelle forme rispettive dell’arabo classico in tutta l’Africa sett., Arabia, Giordania, Siria e dell’amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia. Definizione da Oxford Languages

da qui


venerdì 2 settembre 2022

Eni rivende il gas russo 10 volte più caro rispetto al prezzo a cui lo acquista - Francesco Cappello

 

 

La minaccia di sanzioni ha stranamente fatto aumentare la quantità di gas russo importato…

Eni compra a poco dai russi e rivende a prezzi da 10 a 15 volte più alti agli italiani con la protezione e l’avallo del governo. La colpa degli aumenti viene addebitata a Putin. Gli extra profitti in forma di dividendi vengono distribuiti agli azionisti tra cui i grandi fondi di investimento

Che io sappia il primo a parlarne è stato Carlo Cottarelli in un intervento su la Stampa dello scorso 14 marzo, chiamando in causa il governo che ha fatto orecchie da mercante… Il caro bollette secondo Cottarelli è dovuto alle speculazioni sul prezzo del gas indicizzato a quello che ci commercializza finanziariamente presso la borsa di Amsterdam. Cottarelli aveva già chiamato in causa il governo che si è guardato bene dall’intervenire.

Salvatore Carollo (ex dirigente Eni), intervistato nel corso di una trasmissione televisiva (Non è l’arena), andata in onda ad aprile scorso, alla domanda del gionalista sul rapporto tra guerra in Ucraina e prezzo del gas rispondeva: fondamentalmente nessun rapporto con la guerra perché non c’è stato un solo metro cubo di gas che è mancatoLa stessa quantità allo stesso prezzo.

L’unico luogo dove il prezzo è cambiato (attualmente si registra un aumento di più di 15 volte nda) è stato alla borsa di Amsterdam che però abbiamo deciso noi di usare come riferimento per la vendita di gas al consumatore italiano, una scelta politica che noi abbiamo fatto.

Chiede l’intevistatore se ENI, ENEL, EDISON, ecc. comprino a 100 per poi rivendere a 500. Carollo conferma che è quel che succede affermando che i numeri esatti andrebbero verificati aggiungendo che dovrebbe essere lo Stato italiano a chiedere trasparenza su questi numeri ma lo Stato non lo fa. Cingolani ha detto che non è riuscito ad avere questi numeri (prezzo di acquisto e di rivendita nda). Lo Stato dovrebbe dire: visto che è una mia scelta politica e sono io che decido il prezzo allora lo cambio, allora chiedo la trasparenza alle aziende che importano gas altrimenti gli tolgo la concessione.

Continua Carollo affermando che il Gas liquefatto statunitense è di proprietà delle compagnie private petrolifere americane. Esso costa più caro ed in più dobbiamo competere con gli altri paesi offrendo un prezzo più alto per aggidicarcelo. È questa la realtà del mercato. E continua denunciando:

Abbiamo riserve di gas nazionale che non utilizziamo perché abbiamo dato priorità alle importazioni. I contratti take or pay (se non prendi paghi lo stesso) stabiliti con la Russia servivano a garantire al produttore il recupero degli investimenti necessari alla costruzione del gasdotto. Se si volesse interrompere prima della scadenza la fornitura devi pagare lo stesso. Alla fine il risultato sarebbe che noi prendiamo gas alternativo (leggi gas liquefatto nda) pagandolo molto di più e in più dovremmo pagare quell’altro quindi tornando alla bolletta questo sarebbe uno scenario comunque disastroso per l’economia del Paese.

https://youtu.be/m_PHuAQj1h0

Recentemente hanno ripreso l’argomento Giovanni Zibordi in un articolo dello scorso 19 agosto

ENI fa pagare 10 volte il gas russo o algerino ora alle aziende fingendo di comprarlo al TTF

Zibordi commenta la bolletta energetica di un’azienda che si è vista infliggere una bolletta con un aumento pari a 8 volte:

Questo aumento di quasi otto volte del gas non lo incassa la Gazprom o la società algerina che il gas lo fanno pagare circa come prima per ora.

Esiste, è vero, ora una quota del gas, quello liquefatto per nave e poi rigassificato, che proviene dal famoso mercato in Olanda di cui parlano ora sempre i giornali il “TTF”, che è aumentata di 10 o 12 volte. Questa quota del gas consumato che arriva per nave è solo un 5% circa del totale del gas che arriva in Italia, per cui quando si guarda la bolletta di ENI alle aziende il suo costo non giustifica certamente un aumento di 8 volte..

 

Predicare bene e razzolare male

Avete capito bene. Non ci arriva meno gas dalla Russia (vedi nota (1)). Ne compriamo anzi di più e ad un prezzo bassissimo rispetto a quello liquefatto che viene venduto alla borsa olandese ma lo vendiamo, per criminale decisione politica del governo Draghi, al prezzo del gas liquefatto (GNL) che è è passato in poco tempo da 20 euro a megawattora agli attuali 340. Ricordiamo che il GNL è una percentuale bassissima (il 5% del gas commercializzato) del gas che i rivenditori italiani ENI in primis commercializzano. In conclusione Putin funziona da capro espiatorio a copertura degli aumenti che metteranno, se non vengono fermati in tempo, in ginocchio il sistema produttivo italiano e i bilanci delle famiglie.

A conferma un indizio importante è l’utile del semestre di ENI che sale a 7,39 miliardi. Il Governo però protegge anche fiscalmente gli extra profitti di ENI. Cancella, infatti, la tassa sulle compagnie energetiche. Gli utili di Eni sono intoccabili

 

Fuori l’Italia dalla guerra

Draghi era direttore generale del Tesoro quando ENI fu privatizzata e ceduta a soggetti esteri. Nazionalizzare ENI che non è più una società italiana ma internazionale che non fa gli interessi dell’Italia ma dei suoi azionisti (blackrock [10 mila miliardi], Vanguard, Statestreet … 35,45 % di azionisti esteri e poi tanti fondi sarebbe una delle prime cose da fare. Eni oggi è una società a partecipazione statale in cui lo Stato lascia fare limitandosi a incassare dividendi. In alternativa alla nazionalizzazione si potrebbe creare una società pubblica che compri il gas e lo rivenda a prezzi equi alle aziende e alle famiglie italiane. È pure evidente che bisogna smetterla di mandare armi e risorse logistiche e finanziarie in Ucraina ma diplomatici alla ricerca della ricostruzione delle condizioni della Pace ristabilendo nel contempo i rapporti commerciali del nostro Paese con la Russia. L’Italia non favorisce la guerra. L’Italia ripudia la guerra.

Ascoltiamo infine questo applauso oceanico al salvatore della Patria. Meritato, vero!? O no?

https://youtu.be/oRnpNe4GIbA



Note

(1) Capiamo anche perché mentre si addebita alla scarsità di Gas il suo alto prezzo, in realtà se ne importa una quantità maggiore in modo da massimmizzare dividendi e profitti a discapito degli italiani. Alla luce di quanto sopra risulta chiaro anche il ruolo della filiera del gas liquefatto e l’uso strumentale della guerra per ridimensionare, propagandisticamente e di fatto, il ruolo dei gasdotti. Snam ha abbandonato il GALSI (gasdotto dall’Algeria). È stato bloccato il South Stream e più recentemente il Nord Stream 2. Oggi i livelli di stoccaggio, secondo i dati del GIE (Gas Infrastructure Europe) sono al 70,54%, più della media degli ultimi cinque anni (70,32%) e cosa incredibile, secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico (Mise), rielaborati da Altreconomia, tra gennaio e maggio, sono stati venduti all’estero 1.467 milioni di metri cubi equivalenti (Smc), significa 578% in più rispetto ai 254 milioni di Smc del 2021. Un volume che supera le esportazioni degli ultimi 15 anni più grande della produzione interna (a quota 1.368 milioni di metri cubi equivalenti).

Ricordiamo che ENI, Edison ed ENEL non sono più imprese pubbliche ma delle SPA. Tra i proprietari delle azioni i soliti noti: Blackrock, Vanguard, State Street…

da qui