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giovedì 27 marzo 2025

Dispotismi lucidati – Enrico Euli


Approvato che la Terra è del Signore, come la sua abbondanza; approvato che la Terra viene concessa ai santi; approvato che noi siamo i santi” (da un’assemblea cittadina, tenutasi a Milford, Connecticut, nel 1640)

La tirannide tende a tre fini: che i sudditi abbiano pensieri meschini (un pusillanime non si rivolterà contro nessuno), che siano in continua diffidenza l’uno dell’altro (la tirannide non si distrugge prima che si stabiliscano rapporti di reciproca fiducia tra loro…), che siano nell’impossibilità di agire… Eppure a chi voglia riflettere potrebbe forse sembrare strano che compito dell’uomo di stato sia poter esaminare i mezzi per dominare e tiranneggiare gli altri, volenti o non volenti… La grandissima maggioranza degli stati militaristi rimangono in piedi quando combattono, crollano quando hanno conquistato un impero: in tempo di pace perdono la tempra, come il ferro. Responsabile è il legislatore che non li ha educati a saper vivere in ozio” (Aristotele, Politica, libri VI e VII)

Gli uomini (e donne-uomini) di stato si stanno rivelando per quel che sono: dei despoti che, più si scoprono impotenti verso chi e ciò che è più forte di loro, più si fingono onnipotenti verso chi e quel che tengono sotto (e va sempre più giù). Gli esempi non sono mai mancati nella storia, ma oggi è in corso una gara tra loro che non si era più vista da tempo.

La lucida follia della Meloni: ha parlato di “riarmo sostenibile” e ha dichiarato però che la dizione Rearm Europe è fuorviante. Ha poi letto parti del Manifesto di Ventotene, onestamente ammettendo – per chi avesse ancora dei dubbi – che “quella non è la sua Europa”. Purtroppo non è neppure quella di molti che si stracciavano le vesti e le sbraitavano contro (per lesa maestà nei confronti dei Padri tutelari) e neppure quella della von der Leyen (che molti di loro hanno rieletto). E meno male che, votandola, volevano evitare l’avanzata dell’estrema destra!

La lucida follia della pastora tedesca non è particolarmente originale: siamo ancora lì, come sempre, al “si vis pacem, etc etc…” (mi vergogno anche solo a ridirlo intero). La novità è però che “Dobbiamo prepararci alla guerra!”. La locomotiva tedesca – che non cresce e anzi declina da un po’ – deve militarizzare la sua produzione, se vuole restare in alto, proseguire a crescere e a dominare l’Unione. Allarmare ancora una volta col pericolo russo serve soprattutto a questo. Una Germania super-armata e potente, una Germania con i baffi, ecco il vero pericolo per l’Europa e per il mondo intero: altro che Russia.

La lucida follia di Trump è quella di credere che le guerre si fermino con i soldi, con i ricatti e con la fretta. Ci sta già sbattendo contro in Palestina (la tregua è già finita) e con la Russia (non è iniziata – se non al telefono – e non ci sarà a breve). Netanyahu prosegue a fare quel che vuole, come ha sempre fatto, col permesso di tutti, in barba a qualunque negoziato. Ed è Putin a dettare le sue condizioni e a poter prendere tempo semplicemente perché ha vinto la guerra; e – ancor più semplicemente, se non fosse per i morti – altri (l’Europa e Zelensky) non le possono dettare perché l’hanno persa. Neanche Dio onnipotente potrebbe fermarli (e neppure il Dio degli eserciti). Figuriamoci Trump.

E chi prova a fermare la lucida follia di Erdogan? Ocalan chiede al PKK di deporre, finalmente, le armi e lui, in tutta risposta, che fa? Fa arrestare il sindaco di Istanbul per corruzione e appoggio verso i ‘terroristi curdi’. Ogni capo di governo sta solo cercando di tenersi in piedi e tenere il potere in questo marasma, con qualunque mezzo. Ma Erdogan è veramente insuperabile: riesce a fornire droni a tutti e a proporsi come mediatore, stare in Occidente ed entrare nei Brics, stare nella Nato e colludere con i suoi nemici, far fare le elezioni ma eliminare i rivali, sostenere la Palestina ma far soldi con i sauditi. Fantastico.

La lucida follia di Draghi ci avvolge ancora nelle sue spire: persevera con le sue ricette, che stanno alla base del disastro in cui già siamo, ma è considerato un sapiente e va ascoltato con devozione. La saggezza nonviolenta direbbe altro (5 proposte per Russia e Ucraina), ma chi la ascolta? Nessuno.

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mercoledì 26 febbraio 2025

Empatia verso le vittime - Elena Basile

 

È molto difficile comprendere come funzioni l’empatia negli esseri umani. Le teorie psicoanalitiche spiegano che gran parte delle nostre posizioni, apparentemente razionali, trovano la loro radice nell’opaca profondità del nostro inconscio. Banalizzando eccessivamente, si potrebbe affermare che la destra, col suo bisogno di autorità, ordine gerarchico e repressione dei colpevoli, è come espressione del bisogno di reprimere da parte di un padre frustrato; mentre la sinistra, che “vorrebbe supportare” (virgolette necessarie) a priori i deboli nella società, attribuendo al sistema responsabilità forse sproporzionate, sarebbe come una manifestazione del senso di colpa maturato nei confronti della madre. Generalizzazioni che servono a poco. Eppure, non tanto la posizione della destra, tradizionalmente a favore del militarismo patriottico, ma quella dell’elettorato del PD sorprende e inquieta non poco sulla guerra in Ucraina. Le esternazioni di Elly Schlein, che difende ancora l’invio di armi in Ucraina per la pace giusta e afferma di non poter essere mai d’accordo col Presidente Trump, sono di un semplicismo aprioristico stupefacente. Se Trump si dichiara per la pace in Ucraina, bisogna boicottarlo a prescindere perché è Trump. Se Putin afferma che l’Unione Sovietica ha perso 26 milioni di cittadini russi per liberare l’Europa dal nazismo bisogna cancellare una verità storica perché difesa da Putin.  Il ragionamento della leader del PD (e purtroppo di gran parte dell’elettorato piegato dalla propaganda ininterrotta di Mentana) è di una violenza estremista evidente, e dimostra come si sentano di appartenere al mondo del bene come i crociati, e come in nome del bene possano seminare distruzione e abbeverarsi del sangue degli Ucraini.

Contro posizioni del genere a che valgono gli argomenti ragionati e documentati? Vediamone alcuni. Sono anni che i cosiddetti ‘filoputiniani’ cercano di spiegare come questa guerra sia stata decisa dai neoconservatori americani negli anni Novanta, risponda a una strategia illustrata da Brzezinski nel 1997 nel libro La grande scacchiera, ripresa da uno studio della Rand Corporation, Istituto di ricerca del Pentagono, nel 1919, e persegua obiettivi esistenti ai tempi del Primo Ministro britannico Lord Palmerston e della prima guerra di Crimea (1853/56). Questi obiettivi sono riassumibili nell’assedio alla Russia per evitare lo sbocco al mare e la proiezione nel Mediterraneo, che è stata provocata dalla NATO e in parte giustificata dalle ragionevoli preoccupazioni di sicurezza russe: gli anglo-americani hanno violato il principio di ingerenza negli affari interni di un altro Stato realizzando il colpo di Stato di piazza Maidan, sostenendo contro il principio europeo relativo alla protezione delle minoranze linguistiche e regionali, le politiche neonaziste di repressione contro le popolazioni russofone. Questo fatto, a Cuba, a parti inverse, si è tenuto nel 1963 in una crisi internazionale nel corso della quale la postura di Kennedy, basata sulla sicurezza territoriale e sul rifiuto dell’installazione dei missili sovietici a Cuba, è molto simile a quella di Mosca contraria alle basi NATO in Ucraina.

La conquista dei territori ucraini e di quelli dei Paesi NATO è poi smentita da fattori oggettivi (PIL russo, materie prime, superficie, tasso demografico decrescente, esiguità delle truppe impiegate all’inizio dell’operazione speciale, mediazione possibile nel marzo del 2022 quando la Russia non aveva ancora conseguito le sue annessioni).

E infine la posizione occidentale sul Kossovo smentisce la critica alla difesa russa dell’indipendenza delle regioni russofone.

Si tratta di infiniti argomenti documentati a cui Elly e il suo elettorato rispondono battendo il piedino per terra come i bimbi che fanno i capricci: “mai con Putin l’aggressore, mai con Trump, il rozzo e spregiudicato Presidente”.  Questa sarebbe l’illuminata politica estera dei progressisti europei.

Ancora più sbalorditiva è l’empatia che l’intero establishment nutre per Zelensky. Non conoscono invece i volti del milione di vittime ucraine, tra morti, feriti e mutilati di guerra, dei ragazzi che non possono pagarsi l’esonero militare, presi con la forza dalla strada, dalle università, dalle palestre e inviati al fronte in una guerra suicida, carne da macello per gli interessi del nazionalismo delle regioni dell’Ovest ucraino, ma soprattutto per assecondare gli scopi strategici del blob neoconservatore di Washington. Come si fa a provare solidarietà per un politico che ha coperto la corruzione e che dopo questa guerra avrà un esilio dorato, e non sentire pietà per questi ragazzini che cercano di fuggire e vengono riacciuffati, picchiati e rinviati al fronte? L’animo umano è in fondo non troppo complicato. Basta trasformare la complessità di una guerra, il suo dolore, i suoi lutti e disperazione in una partita di calcio in cui si parteggia fanaticamente per un fronte o per l’altro. E allora rimane solo il burattino ucraino contro il nemico, Putin.

Molti analisti che si considerano freddi e lucidi come pesci lessi ritengono ciarpame sentimentalistico quelle che a me sembrano imprescindibili considerazioni etiche. Facciamoli contenti allora e arriviamo al ragionamento di politica internazionale.

Una classe dirigente all’altezza dei suoi incarichi e devota agli interessi dei popoli europei dovrebbe oggi riconoscere il fallimento delle politiche di entrambe le amministrazioni democratica e repubblicana statunitensi mirate a indebolire la Russia attraverso il buco nero dell’Ucraina. La mediazione con Mosca potrebbe allora essere considerata una priorità. Invece di elemosinare un posto al tavolo con Trump, gli europei potrebbero farsi carico di negoziare la cessazione delle ostilità, la fine  dell’invio di armi da parte di Bruxelles, la rinuncia russa ai territori a Ovest del Dnepr,  la neutralità di Kiev nell’ambito di una architettura di sicurezza OSCE, nella quale vi siano garanzie all’inviolabiltà delle frontiere, l’applicazione degli accordi di Minsk, la graduale cancellazione delle sanzioni accompagnata dai referendum nel Donbas e negli altri territori a Est del Dnepr.

Sarebbe indispensabile prendere lo spunto dalle minacce da parte di Washington di imporre tariffe illegali e un aumento straordinario delle spese per la difesa in ambito NATO, per sostenere una difesa europea fuori dell’alleanza atlantica, in grado di difendere e perseguire interessi europei nel rispetto del multilateralismo e della legalità internazionale.

L’avvicinamento ai BRICS e la ricerca di una mediazione con il Sud del globo al fine di riformare il FMI, la BCE e l’ONU dovrebbe essere l’obiettivo naturale dell’Europa, che è innanzitutto una potenza civile e culturale, e ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

La cooperazione economica con la Cina ha vantaggi innegabili. Con i Brics l’Europa dovrebbe poter evitare di essere vittima degli abusi unilaterali degli Stati Uniti.

Nel Mediterraneo l’Europa non può che sostenere, contro Israele e gli Stati Uniti, la legalità internazionale difesa dalla maggioranza dei paesi membri dell’ONU. Una politica mediterranea e mediorientale indipendente dagli Stati Uniti, oltre a essere consona ai principi umanistici e alla difesa dei diritti umani, sarebbe foriera di ritorni geopolitici notevoli. Essa avrebbe come obiettivo la stabilità della mediazione tra sunniti e sciiti, del ritorno della diplomazia internazionale in relazione al conflitto israelo-palestinese e della fine dell’illegalità nella quale sguazza il governo terrorista israeliano, di gran lunga più responsabile delle organizzazioni di liberazione della Palestina occupata, che adottano metodi terroristi.

L’Europa in grado di costruire una politica estera indipendente che includa anche la transizione ecologica e la cooperazione allo sviluppo sostenibile non è ancora visibile all’orizzonte. Essa dovrebbe essere costituita da un movimento popolare transnazionale che difenda l’interesse del 99% del ceto medio impoverito, delle classi lavoratrici, della piccola impresa, degli agricoltori, dell’artigianato, del precariato, dei migranti e degli emarginati. I mai tramontati ideali di libertà e giustizia sociale, e il DNA della nostra modernità potrebbe animare un dibattito aperto che porti alla cancellazione dei trattati di Maastricht e alla rifondazione della costruzione europea.  Si dovrebbe partire dalla politica e non dall’economia. L’Unione politica e federale con politica economica di bilancio e fiscale comune, munita di un meccanismo di redistribuzione della ricchezza nell’ambito del compromesso al massimo comun denominatore tra creditori e debitori, modulato sul funzionamento equilibrato dei parametri di responsabilità e solidarietà, sarebbe nell’interesse sostanziale europeo. Bisognerebbe inoltre abolire il deficit democratico e riformare le istituzioni secondo il principio della separazione dei poteri. Per questa Europa e il suo statuto costituzionale i popoli voterebbero a favore.  Il debito comune permetterebbe investimenti nello Stato sociale, in sanità, istruzione, ricerca, innovazione, trasporti e infrastrutture. Le cooperazioni rafforzate del nucleo duro, paesi fondatori e mediterranei, potrebbero portare a compimento le politiche comuni dell’immigrazione, industriale, spaziale, energetica.

Se realizzassimo questa Europa, non ci sarebbe bisogno del liberalismo autoritario, di censura, della narrativa unica, dei cordoni sanitari contro le destre radicali. La propaganda neofascista non attecchirebbe. La gente voterebbe per un progetto illuminato al servizio dei popoli.

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lunedì 2 dicembre 2024

Zelensky ora propone pace all’ombra della Nato. Quella che si poteva avere nel 2022 - Fulvio Scaglione

  

E così il presidente Zelensky ha deciso di abbordare la questione che è ormai diventata ineludibile: trovare un modo per fermare la guerra, prima che l’Ucraina tracolli dopo tre anni di coraggiosa resistenza e sacrifici enormi. E lo ha fatto rinunciando di fatto al sogno che ha animato questa lotta, ovvero “tornare ai confini del 1991”, quindi recuperare il Donbass e la Crimea. Niente più Piano per la Vittoria, a dispetto dei missili a lungo gittata che ora potrebbe usare con l’autorizzazione degli Usa, della Gran Bretagna e della Francia, ma molto realismo. La sua proposta: l’Ucraina nella Nato subito e per i territori occupati dalla Russia si vedrà, si tratterà. Purché si smetta di sparare e di morire, qualunque proposta è buona. Ma l’uscita di Zelensky, e non certo per colpa sua, mette un’infinita malinconia. Perché a questa stessa soluzione si poteva arrivare già nel 2022, quando la guerra aveva solo pochi giorni di vita.

Quasi tre mesi fa, nel silenzio della stampa occidentale, le truppe russe sono arrivate, in territorio ucraino, tanto avanti quanto lo erano nelle primissime settimane dell’invasione del febbraio 2022. E in questi tre mesi, come ben sappiamo, sono avanzate ancora. È piuttosto evidente, quindi, che si può definire questa situazione drammatica: perché se si fosse data una qualche possibilità alle trattative tra Russia e Ucraina che si erano aperte già poco dopo l’inizio dell’invasione, per quanto fosse già allora pesante la condizione degli ucraini e non fosse alle viste (allora) alcuna sanzione nei confronti della Russia colpevole dell’aggressione, ci saremmo risparmiati centinaia di migliaia di morti, distruzioni infinite soprattutto a carico dell’Ucraina, l’escalation militarista che investe anche l’Europa, le minacce atomiche e infinite difficoltà economiche.

È una realtà triste ma innegabile. La gente lo ha capito bene, visto che in tutti i Paesi coinvolti i sondaggi e le ricerche spiegano che i comuni cittadini sono per fermare la guerra. A cominciare ovviamente da Ucraina e Russia (come ha spiegato bene Daria Mihaylova in queste pagine), ma proseguendo con gli Stati Uniti (il 52% chiede di sospendere le forniture di armi all’Ucraina), la Germaniala Francia e così via. I sostenitori della guerra a ogni costo sopravvivono, purtroppo, soprattutto nei Governi, con le conseguenze che vediamo: la maggioranza più risicata di sempre per la Commissione Europea, crisi profondissime per i Governi di Francia e Germania, Regno Unito e così via. E si capisce bene perché: che fine farebbe il potere di deterrenza dell’Occidente se questa guerra si concludesse con l’impressione di una vittoria (o anche solo di una non sconfitta) della Russia? Quante altri potenziali Donbass e Crimee ci sono, oltre che nell’ex Urss (Abkhazia, Ossetia del Sud, Transnistria…), in giro per il mondo?

Come si diceva, già nel marzo del 2022 la scelta era angosciante ma semplice: fermare la guerra e poi cercare una “pace giusta”, oppure proseguire la guerra per imporre una “pace giusta”. Sappiamo bene quale soluzione sia stata scelta e le conseguenze che ha avuto. Di che cosa si discusse allora, tra russi e ucraini, lo hanno spiegato bene sulla rivista Foreign Affairs due importanti studiosi americani, Samuel Charap e Sergey Radchenko. Dopo un primo incontro interlocutorio il 28 febbraio 2022, in cui i russi presentarono condizioni così dure da essere inaccettabili, nei successivi round (cioè mentre falliva sul campo l’obiettivo del Cremlino di sbandare il governo Zelensky e sostituirlo con un governo amico) la trattativa cominciò a prendere senso. Il 3 e 7 marzo le delegazioni si. incontrarono ancora, e il 10 marzo, in Turchia, ci fu il colloquio tra il ministro degli Esteri ucraino Kuleba e il suo omologo russo Lavrov. Poi i colloqui proseguirono in forma indiretta fino al momento, poi risultato decisivo, del 29 marzo, quando a Istanbul le delegazioni si scambiarono una bozza di accordo redatta dagli ucraini e accettata dai russi come positiva base di discussione.

Il succo era questo: l’Ucraina sarebbe diventata un Paese permanentemente neutrale e avrebbe rinunciato all’adesione alla Nato, ma avrebbe potuto liberamente entrare nella Ue (al contrario di quanto voleva la Russia nel 2013-2014, quando il ripensamento del presidente Janukovich sulla Ue scatenò l’Euromaidan). I russi chiedevano che l’esercito ucraino (molto rinforzato durante la presidenza Poroshenko) venisse ridotto a una forza poco più che simbolica (85 mila uomini, qualche centinaio di carri armati e missili a gittata ridotta). L’Ucraina chiedeva ai Paesi occidentali (in primo luogo Usa e Gran Bretagna, ma anche Canada, Germania, Israele, Italia, Polonia e Turchia) di impegnarsi a soccorrerla in caso di nuova aggressione: l’equivalente dell’ingresso nella Nato ora ipotizzato.

La soluzione pacifica del problema Crimea veniva rimandata, dando alle parti 15 anni per trovare un accordo: una “concessione” della Russia, che mai prima aveva messo in discussione il proprio controllo sulla penisola. Le più immediate questioni territoriali (ovvero il Donbass) venivano lasciate a trattative dirette tra Zelensky e Putin. Proprio come adesso si ipotizza.

Le cose, poi, nel 2022 andarono come ben sappiamo. Colpa di Zelensky, convinto di poter vincere la guerra? Colpa di Boris Johnson e Joe Biden, che gli promisero aiuti sufficienti a sventare i piani del Cremlino? Colpa dei Paesi che dovevano fare da garanti e non se la sentirono di assumersi un simile obbligo? Colpa dei russi? Non lo sapremo mai. Ma la domanda vera è un’altra: sarebbe stata, quella, una “pace giusta”? Considerato che l’Ucraina era stata aggredita, no. Ma la pace giusta è quella possibile. La pace impossibile è sempre ingiusta. E anche la soluzione ora proposta da Zelensky lo è.

Facciamo l’ipotesi che molti danno per scontata, ovvero che Donald Trump cercherà di “imporre” una trattativa. Qualcuno pensa che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nella Ue sia più vicino di quanto lo fosse nel 2022? Che Zelensky potrà sedersi a un tavolo con Putin e discutere della Crimea? Che il Donbass tornerà sotto il pieno controllo di Kiev? Che Usa, Gran Bretagna e gli altri Paesi siano oggi più disponibili a fornire all’Ucraina quelle garanzie che non fornirono nel 2022?

La risposta è sempre e solo una: spingere sul pedale della guerra è stato un clamoroso errore, la scelta di una strategia fallimentare di cui stanno facendo le spese, ovviamente, soprattutto gli ucraini. Un errore clamoroso soprattutto per chi ritiene, giustamente, che quella russa sia stata (qualunque motivazione possa addurre il Cremlino, a volte anche con ragione) un’aggressione. La cosa fondamentale era fermare l’aggressione. Convincere l’aggredito (magari già convinto di suo: la ricerca Gallupp del marzo 2022 diceva che il 73% degli ucraini si pronunciava per l’idea di combattere) di poter ottenere la rivincita ha prodotto il risultato che vediamo ogni giorno. Chi se ne prenderà la responsabilità?

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venerdì 27 settembre 2024

Non basta dire "guerra giusta" - Alessandro Marescotti

 

Sempre più soldati ucraini starebbero disertando, mentre i giovani del Paese scelgono la strada della renitenza per evitare il servizio militare. Le risorse materiali e umane si stanno rapidamente esaurendo, e il morale è ai minimi storici. Mentre si prepara la Caporetto di Zelensky.

 

La guerra in Ucraina, iniziata nel febbraio 2022, è stata a lungo presentata come una "guerra giusta" da parte dell'Occidente. La narrazione dominante ha giustificato l'aiuto militare, finanziario e politico a Kyiv come una difesa della sovranità nazionale e dei principi fondamentali dell'ordine internazionale. Tuttavia, ciò che è apparso sempre più evidente con il progredire dello scontro (e delle sconfitte dei soldati ucraini) è che la giustezza di una guerra non si misura solo in base ai principi che la sottendono, ma anche in base al suo esito. Una guerra "giusta", se persa, può trasformarsi in un incubo di devastazione senza alcun ritorno, innescando nuove instabilità e sofferenze.

Zelensky e la disfatta militare

Nel corso degli ultimi mesi, le notizie dal fronte ucraino sono state sempre meno incoraggianti. Il presidente Zelensky si trova ora a fronteggiare una realtà ben diversa da quella che immaginava. La controffensiva ucraina dello scorso anno, ampiamente annunciata e sostenuta dall'Occidente, non ha prodotto i risultati auspicati. Le linee russe sono rimaste intatte e le perdite sul campo sono state ingenti.

Quella scelta sbagliata militarmente è stata l'inizio di un ciclo di sconfitte per Zelensky.

Secondo varie fonti, sempre più soldati ucraini starebbero disertando, mentre i giovani del Paese scelgono la strada della renitenza per evitare il servizio militare. Le risorse materiali e umane si stanno rapidamente esaurendo, e il morale è ai minimi storici. La narrazione di Zelensky sulla possibile riconquista della Crimea e delle regioni orientali si è rivelata una chimera. Con il sostegno militare occidentale che inizia a vacillare, la possibilità di una vittoria totale dell'Ucraina appare sempre più irrealistica. Anzi. Quella che si prepara è la Caporetto di Zelensky.

Un'opportunità diplomatica mancata

A questo punto, è lecito chiedersi se la strada della diplomazia non avrebbe potuto evitare questo bagno di sangue. Gli accordi di Minsk, che prevedevano una maggiore autonomia per le regioni del Donbass, avrebbero potuto rappresentare una via per una pace negoziata. Escludere Kyiv dalla NATO e garantire una posizione di neutralità geopolitica, come molti avevano suggerito, avrebbe potuto scongiurare il conflitto. Invece, la linea dura scelta dal governo ucraino, fortemente influenzato dall’appoggio occidentale, ha portato a una guerra devastante che, a oggi, sembra lontana dall’avere un esito favorevole per Kyiv.

Il prezzo della guerra

Le cifre parlano chiaro: un milione di morti e feriti, città distrutte, milioni di sfollati. La guerra ha consumato enormi risorse, non solo per l'Ucraina, ma anche per i Paesi che la sostengono. Il sogno di Zelensky di una vittoria totale si è infranto contro la dura realtà della resistenza russa, e il suo obiettivo di riconquistare la Crimea sembra sempre più un’ossessione irrealizzabile, piuttosto che un piano strategico realistico.

Nel frattempo, l'Occidente inizia a interrogarsi sulla sostenibilità del suo sostegno a oltranza. Gli Stati Uniti, in particolare, stanno affrontando un dibattito interno su quanto ancora siano disposti a investire in una guerra che sembra non avere fine. Le risorse militari sono limitate, e con la crescente sfida cinese sullo scenario globale, Washington potrebbe decidere di concentrarsi su altre priorità.

Una guerra trasformata in incubo

Alla luce di tutto ciò, la domanda che emerge è: chi beneficerà davvero di questa guerra? Per ora, sembra che l'unico risultato concreto sia una devastazione senza precedenti, con poche prospettive di pace duratura. Una "guerra giusta", se combattuta senza una chiara strategia di vittoria o una via d'uscita negoziata, può trasformarsi rapidamente in una guerra che causa solo distruzione.

La storia è piena di esempi in cui la smania di vittoria ha portato al disastro, e l’Ucraina rischia di diventare l'ultimo tragico capitolo di questa lezione.

Note: Testo realizzato con l'ausilio di un LLM su input e revisione finale dell'autore.

 

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domenica 1 settembre 2024

Non tutto può essere permesso a Zelensky - Domenico Gallo

 

La narrazione mainstream della guerra in corso come un episodio della lotta delle “democrazie” contro le “autocrazie”, che vede l’eroica Ucraina combattere contro il gigante Russo per difendere il “mondo libero” dai progetti imperiali di Putin, qualche volta inciampa in fatti che squarciano il velo di menzogne che nutre questa favola.

I fatti ci dicono che il Parlamento ucraino ha approvato in seconda lettura e in via definitiva (20 agosto) la legge che sopprime la Chiesa ortodossa di Onufrio, quella non autocefala, canonicamente legata al Patriarcato di Mosca. Ciò, malgrado la Chiesa ortodossa bandita avesse preso le distanze dall’invasore il giorno stesso dell’avvio della guerra e fosse stata assai tempestiva nell’organizzare un Sinodo in cui modificare tutti gli elementi di “dipendenza” rispetto a Mosca. La Chiesa ortodossa messa al bando è accreditata di 10.000 parrocchie ed è ancora la comunità religiosa maggioritaria nel paese. Sopprimere una Chiesa con milioni di fedeli, è un fatto che stride con la narrazione ufficiale di un paese aggredito che combatte per difendere la libertà. Non potendo raccordare i fatti con la narrazione ufficiale, il circo mainstream ha reagito cancellando questo spiacevole episodio, come se non fosse mai avvenuto. Ma il silenzio connivente dei media è stato svergognato dal grido levato da Papa Francesco all’Angelus del 25 agosto: «Continuo a seguire con dolore i combattimenti in Ucraina e nella Federazione Russa, e pensando alle norme di legge adottate di recente in Ucraina, mi sorge un timore per la libertà di chi prega, perché chi prega veramente prega sempre per tutti. Non si commette il male perché si prega. Se qualcuno commette un male contro il suo popolo, sarà colpevole per questo, ma non può avere commesso il male perché ha pregato. E allora si lasci pregare chi vuole pregare in quella che considera la sua Chiesa. Per favore, non sia abolita direttamente o indirettamente nessuna Chiesa cristiana. Le Chiese non si toccano!».

In proposito merita di essere divulgato l’intervento dell’arcivescovo metropolita della Chiesa Ortodossa italiana, Filippo Ortenzi: «La Chiesa Ortodossa Italiana ha appreso con dolore la delibera della Duma ucraina di mettere fuorilegge la Chiesa Ortodossa Ucraina, nonostante questa abbia rotto formalmente il legame che la univa al Patriarcato di Mosca, le cui origine sono comuni e risalgono al 980 quando il principe di Kiev Vladimir I il Santo, dopo aver ricevuto il battesimo a Cherson (in Crimea) e preso il nome cristiano di Basilio, tornato a Kiev promosse il battesimo di massa degli abitanti nelle acque del Dnepr. Quella tra Russia e Ucraina è una guerra fratricida tra popoli ortodossi, come ha affermato il metropolita ortodosso ucraino Onufrij. I popoli russo e ucraino provengono dalla (medesima) fonte battesimale del Dnepr e una guerra tra loro è una ripetizione del peccato di Caino, che uccise il suo stesso fratello. Una tale guerra non può essere giustificata né da Dio né dal popolo. Non si può cancellare la storia con un colpo di spugna oppure con una legge. […] La fede e la spiritualità non sono aspetti che possono essere facilmente rimossi o regolamentati. Esse fanno parte dell’anima di un popolo e rappresentano un legame profondo con la propria storia e cultura. La soppressione di una Chiesa, che neppure Stalin, pur perseguitandola aspramente, non si azzardò mai a sopprimere, nonostante ben 50mila ucraini avessero militato nelle SS naziste, […] non può che suscitare lo sdegno di tutti coloro che reputano la libertà religiosa come uno dei diritti fondamentali dell’uomo». Parole sante, sarebbe il caso di dire; peccato che nessuno abbia voluto ascoltarle e farle ascoltare.

Dobbiamo concludere che a Zelensky, “unto del Signore”, tutto è concesso. Ciò accade non solo sul piano della repressione interna, ma anche su quella della conduzione delle ostilità. Infatti, l’offensiva scatenata da oltre due settimane con la penetrazione di reparti corazzati ucraini in Russia nella regione di Kursk, ha dimostrato che sono cadute tutte le linee rosse che gli alleati occidentali avevano imposto all’Ucraina. Non ci sono più limiti all’uso sul territorio russo di qualsiasi tipo di armi fornite dalla NATO e Zelensky non si è certo curato di Crosetto, che aveva espresso contrarietà all’invasione della Russia. Anche questa operazione azzardata ha avuto la scorta mediatica del circo mainstream, che ha oscillato fra giustificazione e glorificazione. Non tutto però può essere giustificato. Ci sono dei pericoli gravi che non possiamo non vedere. Il rischio è quello di una catastrofe nucleare se venisse colpita la centrale nucleare di Kurchatov, situata a circa 50 km a ovest di Kurk. Questo sito nucleare, costruito dall’Unione Sovietica nel 1971, è particolarmente vulnerabile a causa della mancanza di strutture di contenimento in cemento sopra i reattori. I reattori RBMK-1000 della centrale di Kurchatov, simili a quelli utilizzati a Chernobyl, sono noti per la loro fragilità. Questi reattori funzionano ad acqua bollente a circuito chiuso, il che li rende particolarmente suscettibili a incidenti che potrebbero portare al rilascio di radiazioni anche in assenza di un attacco diretto. Come ha spiegato il fisico Dmitri Gorchacov, un attacco anche limitato potrebbe causare danni irreparabili e provocare una catastrofe nucleare. Non si tratta di un rischio ipotetico. È accertato che la notte del 22 agosto un drone ucraino è stato lanciato contro la centrale nucleare di Kurchatov. Fortunatamente il drone è stato intercettato dalla contraerea russa. Sembra che fosse diretto verso un magazzino di stoccaggio, il che avrebbe causato un danno enorme.

Fatto sta che questa notizia non esiste nei media occidentali, che hanno deciso di occultarla. Un silenzio assordante gravita intorno alla vicenda. Eppure un incidente nucleare in una zona di combattimento, con missili e colpi di artiglieria che vengono lanciati da tutte le parti, potrebbe accadere e avrebbe conseguenze catastrofiche ben oltre i confini dell’Ucraina e della Russia. Nonostante la gravità della situazione, tacciono le principali associazioni ecologiste e i partiti verdi europei, che hanno buttato alle ortiche la loro ideologia fondativa per indossare l’elmetto. Dobbiamo aspettarci una nuova Chernobyl prima di comprendere che non tutto può essere permesso a Zelensky?

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domenica 18 febbraio 2024

Teatro e politica – Giorgio Agamben

 

È quanto meno singolare che non ci si interroghi sul fatto, non meno imprevisto che inquietante, che il ruolo di leader politico sia nel nostro tempo sempre più spesso assunto da attori: è il caso di Zelensky in Ucraina, ma lo stesso era avvenuto in Italia con Grillo (eminenza grigia del Movimento 5 stelle) e ancor prima negli Stati Uniti con Reagan. È certo possibile vedere in questo fenomeno una prova del tramonto della figura del politico di professione e dell’influsso crescente dei media e della propaganda su ogni aspetto della vita sociale; è però evidente in ogni caso che quanto sta avvenendo implica una trasformazione del rapporto fra politica e verità su cui occorre riflettere. Che la politica avesse a che fare con la menzogna è, infatti, scontato; ma questo significava semplicemente che il politico, per raggiungere degli scopi che riteneva dal suo punto di vista veri, poteva senza troppi scrupoli dire il falso.

Quel che sta avvenendo sotto i nostri occhi è qualcosa di diverso: non vi è più un uso della menzogna per i propri fini politici, ma, al contrario, la menzogna è diventata in se stessa il fine della politica. La politica è, cioè, puramente e semplicemente l’articolazione sociale del falso. Si capisce allora perché l’attore sia oggi necessariamente il paradigma del leader politico. Secondo un paradosso che da Diderot a Brecht ci è diventato familiare, II buon attore non è, infatti, quello che si identifica appassionatamente nella sua parte, ma colui che, conservando il suo sangue freddo, la tiene per così dire a distanza. Egli sembrerà tanto più vero, quanto meno nasconderà la sua menzogna. La scena teatrale è, cioè, il luogo di un’operazione sulla verità e sulla menzogna, in cui si produce il vero esibendo il falso. Il sipario si solleva e si chiude proprio per ricordare agli spettatori l’irrealtà di quanto stanno vedendo.
Quel che definisce oggi la politica – divenuta, com’è stato efficacemente detto, la forma estrema dello spettacolo – è un inedito capovolgimento del rapporto teatrale fra verità e menzogna, che mira a produrre la menzogna attraverso una particolare operazione sulla verità. La verità, come abbiamo potuto vedere in questi ultimi tre anni, non viene, infatti, occultata e resta anzi facilmente accessibile a chiunque abbia voglia di conoscerla; ma se prima – e non soltanto a teatro – si raggiungeva la verità mostrando e smascherando la falsità (veritas patefacit se ipsam et falsum), ora si produce invece la menzogna per così dire esibendo e smascherando la verità (di qui l’importanza decisiva del discorso sulle fake news). Se il falso era un tempo un momento nel movimento della verità, ora la verità vale soltanto come un momento nel movimento del falso.
In questa situazione l’attore è per così dire di casa, anche se, rispetto al paradosso di Diderot, deve in qualche modo raddoppiarsi. Nessun sipario separa più la scena dalla realtà, che – secondo un espediente che i registi moderni ci hanno reso familiare, obbligando gli spettatori a partecipare alla recita. – diventa essa stessa teatro. Se l’attore Zelensky risulta così convincente come leader politico è proprio perché egli riesce a proferire sempre e dovunque menzogne senza mai nascondere la verità, come se questa non fosse che una parte inaggirabile della sua recita. Egli –come del resto la maggioranza dei leader dei paesi della Nato – non nega il fatto che i russi abbiano conquistato e annesso il 20 % per cento del territorio ucraino (che del resto è stato abbandonato da più di dodici milioni dei suoi abitanti) né che la sua controffensiva sia completamente fallita; nemmeno che, in una situazione in cui la sopravvivenza del suo paese dipende in tutto e per tutto da finanziamenti stranieri che possono cessare da un momento all’altro, né lui né l’Ucraina hanno davanti a sé alcuna reale possibilità. Decisivo è per questo che, come attore, Zelensky provenga dalla commedia. A differenza dell’eroe tragico, che deve soccombere alla realtà di fatti che non conosceva o che credeva non reali, il personaggio comico fa ridere perché non cessa di esibire l’irrealtà e l’assurdità delle sue stesse azioni. L’Ucraina, un tempo chiamata la Piccola Russia, non è però una scena comica e la commedia di Zelensky non potrà in ultimo che convertirsi in un amara, realissima tragedia.

da qui

giovedì 1 giugno 2023

L’occidente delle libertà

di Francesco Masala – a proposito di ebrei antisemiti (?), nazisti, censure, satira, senza dimenticare Julian Assange, con un disegno di Mauro Biani, con interventi di Daniele Genser, Nicolai Lilin, e un articolo di Giovanni Pillonca, ma non solo.


Roger Waters è indagato dalla polizia tedesca per avere usato una divisa delle SS in uno spettacolo a Berlino (qui), Zelensky adotta pubblicamente simboli nazisti (qui), omaggiato come un capo di stato, che per un pezzo di terra è disposto a far morire tutti gli ucraini (e questo non è uno spettacolo, o forse sì).

 

Daniele Ganser spiega che, nell’occidente delle libertà, la censura e le liste di proscrizione sono normali, anche se, per ora, non si bruciano i libri in piazza (come recentemente è capitato in Ucraina)



 

 


Nicolaj Lilin riferisce di un generale tedesco che si è espresso sull’addestramento dei militanti delle forze armate ucraine in Germania: sono più interessati all’esperienza e ai metodi dei punitori delle SS che agli affari militari.

 

 

 In Germania: attacchi contro gli ebrei critici del sionismo – Giovanni Pillonca

In un articolo apparso il 4 aprile scorso sulla rivista online +972 magazine la corrispondente dalla Germania, Heibh Jamal riferisce delle nefaste conseguenze derivanti dalla risoluzione approvata dal Bundestag nel 2019 che dichiara antisemita il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions, un movimento che promuove la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per i palestinesi) e di conseguenza anche chiunque lo sostenga. La risoluzione era giustificata dall’aumento degli episodi di antisemitismo e dai timori generati dal flusso crescente di immigrati provenienti dai paesi musulmani. Ma era anche la diretta conseguenza del voto con cui, l’anno prima, il Bundestag aveva dichiarato “l’esistenza di Israele come parte dell’interesse nazionale della Germania”. La risoluzione nasce anche da una discutibile interpretazione della definizione di antisemitismo data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nel 2016, che offre il destro a applicazioni strumentali autorizzando la destra a definire antisemita chiunque critichi le politiche di Israele. È per questa ragione che nel 2021 un gruppo di studiosi nei campi della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente hanno stilato la Jerusalem Declaration on Antisemitism, firmata da più di 350 personalità del mondo della cultura internazionale tra i quali Abraham Yehoshua e Carlo Ginzburg. “Quali che siano le intenzioni dei suoi sostenitori – si dice nel preambolo della Dichiarazione di Gerusalemme – la definizione di antisemitismo data dall’IHRA “offusca la differenza tra discorsi antisemiti e legittime critiche a Israele e al sionismo. Ciò causa confusione, mentre delegittima le voci dei palestinesi e di altri, compresi gli ebrei, che hanno opinioni aspramente critiche nei confronti di Israele e del sionismo. Niente di tutto questo aiuta a combattere l’antisemitismo”.

Sulla situazione venutasi a creare in Germania, in seguito alla risoluzione, avevano già riferito lo scorso anno sia Peter Beinart su Jewish Currents, sia Avraham Burg, ex Presidente del Parlamento israeliano, su Haaretz, prendendo spunto entrambi da una conferenza organizzata a Berlino dall’Einstein Forum, intitolata “Hijacking Memory: The Holocaust and the New Right” (Il sequestro della memoria: l’Olocausto e la nuova destra). La conferenza era incentrata sull’analisi del fenomeno dell’appropriazione indebita, se non del vero e proprio sequestro, del processo di espiazione tedesco da parte della destra filoisraeliana. L’articolo di Beinart segnalava come la memoria dell’Olocausto, in Germania, venisse usata come arma per far tacere chi criticava Israele. La risoluzione del Bundestag, infatti, equipara il boicottaggio di Israele ai boicottaggi nazisti degli ebrei, ignorando il fatto, sosteneva Beinart, “che i gruppi della società civile palestinese hanno creato il movimento BDS perché vogliono la ‘piena uguaglianza’ con gli ebrei mentre i nazisti boicottavano gli ebrei perché volevano esattamente il contrario”. Il meccanismo messo in moto dalla risoluzione e l’estrema puntigliosità con cui le istituzioni pubbliche ne hanno assicurato l’applicazione nel corso degli ultimi tre anni, oltre a colpire i movimenti palestinesi, adesso – è questo il paradossale sviluppo della faccenda – finisce per rivolgersi anche verso gli stessi ebrei che avanzano critiche verso lo Stato di Israele, come dimostra Heibh Jamal nel suo articolo.

Jamal riporta la testimonianza di Wieland Hoban, compositore e traduttore accademico che è anche presidente di Jüdische Stimme, un’organizzazione ebraica antisionista, il quale ha accertato una decisa e preoccupante impennata nel numero di ebrei presi di mira perché fortemente critici della posizione categoricamente filo-israeliana della Germania. “Mentre i tedeschi e le istituzioni statali sono a proprio agio nel diffamare e calunniare i palestinesi, sostiene Hoban, si sta arrivando al punto in cui abbiamo dei non ebrei che affibbiano ad altri ebrei l’infamante accusa di essere antisemiti!. Si tratta di un nuovo imprevisto sviluppo cui si è arrivati negli ultimi due anni”.

Gli ebrei non sionisti sono il bersaglio di una marea di attacchi e di vari livelli di censura a causa della loro solidarietà con la causa palestinese, non soltanto dalla destra più conservatrice, ma anche da alcuni settori della sinistra, in particolare la fazione Antideutsch, che trova uno dei suoi collanti più efficaci nel sostegno incondizionato a Israele e nella profonda avversione nei confronti di chi critica il sionismo.

Pertanto le differenze di opinione politica sul capitolo Israele-Palestina sono scoraggiate, persino minacciate, da un ampio fronte politico. La conseguenza è una situazione contorta in cui lo Stato decide cosa è antisemita e offensivo per gli ebrei – e gli stessi ebrei ne sono spesso il bersaglio. È il caso di Adam Broomberg, un artista ebreo sudafricano che ora vive a Berlino, il quale ha dovuto difendersi da una serie di accuse da parte del commissario per l’antisemitismo di Amburgo, Stefan Hensel, a causa del suo sostegno alla causa palestinese. Broomberg, cresciuto nel Sud Africa dell’apartheid, racconta di aver compreso l’impatto dell’apartheid sin da quando era un adolescente. “A scuola mi dicevano ogni giorno che se l’apartheid fosse finito in Sud Africa, ciò avrebbe significato la fine dell’esistenza dei bianchi. Allo stesso modo, mentre frequentavo una scuola religioso-sionista, mi dicevano che il sionismo avrebbe assicurato la sopravvivenza del popolo ebraico. In entrambi i casi venivano usate le stesse strategie per giustificare il mantenimento dello status quo, ed entrambi questi miti hanno iniziato a crollare per me contemporaneamente. Il mio sostegno alla Palestina non è qualcosa che ho deciso all’improvviso. Ho 52 anni e questa decisione l’ho presa quando avevo 15 anni”…

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lunedì 19 dicembre 2022

«Stiamo vincendo» dice Pirro-Pinocchio Zelensky

…e ce lo fanno credere

articoli e video di Vittorio Rangeloni, Fabrizio Salmoni, Enrico Vigna, Laura Tussi, Ugo Bardi, Giuseppe Masala, Vladimir Volcic, Manlio Dinucci, Stefano Orsi, Giacomo Gabellini, Alexander Belik, Vladimir Putin, Angela Merkel, Valerio Magrelli, Tonio Dell’Olio, Vittorio Giacopini, Nora McKeon, Luigi Ferrajoli, Laura Pennacchi, Francesco MasalaDomenico Gallo, Serge Halimi, Franco Astengo, Proletari Comunisti, Gregorio Piccin e un appello per una tregua umanitaria

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Siamo disposti a morire per l’Ucraina? – Fabrizio Salmoni

Questa è la domanda che dobbiamo porci di fronte alle pressioni mediatiche della propaganda atlantista.

Abbiamo letto le ennesime dichiarazioni di Zelensky: “Almeno sei regioni sono al freddo e al buio, non abbiamo più generatori (infatti li chiediamo alla Nato), i russi ci stanno distruggendo tutte le infrastrutture e le fonti energetiche, MA STIAMO VINCENDO”. L’evidente contraddizione è un segno paradossale che quell’uomo è malato di fanatismo e prigioniero del suo ruolo di propagandista della causa e del regime ultranazionalista che rappresenta. Forse addirittura comincia a denunciare qualche scompenso mentale.

 

Tutti coloro che seguono la situazione bellica tramite le più svariate fonti indipendenti sanno che i russi stanno lentamente riprendendosi i territori nell’est che avevano perduto con la controffensiva ucraina di settembre-ottobre e che il ripiegamento tattico sulla riva sinistra del Dnieper aveva senso dal punto di vista militare per rafforzare la difesa dei confini dei territori di congiunzione alla Crimea e quindi per avere un fronte solido garantito dalla barriera naturale del fiume e posizioni da cui inchiodare gli ucraini sulle macerie di Kherson.

 

Da pochi giorni sappiamo inoltre che la Nato sta esaurendo le scorte di armi, (potete solo immaginare la quantità di armi inviate in Ucraina fin dal 2014, cioè da ben prima dell’invasione russa?), che gli americani cominciano a innervosirsi per le continue imperiose richieste, e che per bocca della Von der Layen (notizia del 30 novembre) le perdite militari ucraine ammontano a OLTRE 100.000 uomini (svista o autorevole soffiata?) (1). Sappiamo anche che è in corso un’evacuazione da Kherson di quelle poche migliaia di ucraini (10-15.000) che non hanno seguito i 120.000 oltre le linee russe, che il regime sta “incoraggiando” i cittadini a evacuare le zone invivibili (almeno sei regioni e mezza Kiev), esodi che, dicono gli analisti, potrebbero interessare almeno cinque milioni di persone verso un’Europa già sofferente per le sanzioni autoinflitte che non è pronta ad accoglierle; sappiamo che l’Ucraina è un Paese semidistrutto e già fallito finanziariamente come Stato, e avrebbe già perso la guerra a giugno se non fossero arrivate ancora armi dall’Occidente. Be’ se questo è un Paese che sta vincendo lasciamo al senso comune di giudicare.

 

Quella dello “stiamo vincendo” è una litania che i media mainstream ripetono da quando si erano eccitati per la controffensiva nell’est. A sentire loro, gli ucraini non hanno mai smesso di “controffendere”. E’ un discorso amaro quello sui nostri media (talk show compresi) che appaiono completamente asserviti all’ala bellicista della Nato e dedicati alla propaganda di guerra. Lo dimostrano diffondendo solo le veline degli ucraini, richiedendo a ogni interlocutore di premettere sempre che “C’è un Paese invasore e uno aggredito” , un mantra dovuto per avere dignità di parola, e interrompendo a ripetizione le risposte non gradite; naturalmente è vietato contestualizzare con la narrazione dei 14.000 morti nel Donbass dal 2014 provocati dalla soldataglia neonazista o dell’estensione della Nato oltre qualsiasi assicurazione precedente ai confini della Russia. Si parla della propaganda russa contrapponendola alla nostra “libera stampa” ma di fronte alle performance dei vari Mentana, Merlino, ecc. viene spontaneo pensare che la differenza sia minima tra i due sistemi di informazione. Provate voi a dire pubblicamente che forse la Russia non ha tutti i torti. Orsini ne sa qualcosa pur avendo uno status che parzialmente lo protegge. Provate a ricordare pubblicamente che la Nato nel 1999 ha bombardato la Serbia, Paese sovrano, per ben 90 giorni costringendola ad accettare l’indipendenza di una sua provincia secessionista, tanto per dirne una (2).

 

In realtà, ciò che salta agli occhi è che la guerra in Ucraina sancisce la rottura del capitalismo globalizzato e prefigura la creazione di un sistema capitalistico alternativo con l’abbandono del dollaro, la separazione delle risorse energetiche, la differente gestione delle risorse umane (leggasi sfruttamento), con conseguenti ricalibrazioni dei “valori” e perdita di influenza e potere economico dell’Occidente (Usa in testa).

Questo è quanto si vuole impedire cercando la sconfitta della Russia. Questa è la vera posta di un gioco sulla pelle degli ucraini. Un obiettivo difficilmente realizzabile nei confronti di una nazione, la Russia, che ha ampia capacità di aggregare interessi e soprattutto è una potenza nucleare che non accetterebbe una capitolazione senza reagire. Questo lo sanno tutti ma la lobby militarista europea e atlantica sembra ancora decisa a sostenere le farneticazioni di Zelensky e a tentare la carta militare fino in fondo.

E Zelensky fa di tutto per trascinarci alla guerra mondiale con le sue provocazioni (il missile in Polonia, l’interferenza in Bielorussia, i droni esplosivi sulle basi aeree strategiche russe). Fino a quando i suoi militari sono disposti a sostenerlo? Qualcuno ci potrebbe dire se c’è un qualche dissenso nel gruppo dirigente ucraino? Quanto sostegno sociale rimane al regime con un paese distrutto e la gente al freddo e alla fame (trapelano notizie di proteste popolari a Odessa)? Quanto siamo disposti noi a pagare o a morire per quel regime? Sarebbe opportuno costringerlo alla resa prima che ci pensino i suoi con altri mezzi

(1) Affermazione subito cancellata dai file del discorso a seguito di rimproveri ucraini che non hanno mai divulgato le cifre delle perdite ma che si affrettano a correggere in 10.000/13.000 perdite, cifra che nessun analista condivide. Smentendo lo stesso Zelensky che nei giorni della controffensiva aveva accennato a numeri “da 500 a 1000 al giorno”. Facendo la media con i giorni di guerra, la cifra della Von der Leyen si avvicina per difetto alla realtà. Del resto, un riscontro indiretto proviene dall’analisi delle rispettive tattiche delle due parti avversarie: gli ucraini attaccano a folate di mezzi misti pesanti e leggeri insieme alla fanteria (battaglioni tattici) mentre i russi ne fanno strage con l’artiglieria per poi eventualmente contrattaccare quando l’attacco si sfalda o rifluisce. La prossima probabile caduta di Artemiosk (Bakmut) potrebbe essere un colpo fatale per il morale del paese.

(2) A chi è attento non può sfuggire la preoccupante sequenza di manipolazione mediatica che con il governo Draghi e la pandemia ha alzato il livello di manipolazione e controllo massifico sull’opinione pubblica. Nel nostro “libero Paese” chi si sottrae al “pensiero unico”, a torto o a ragione, viene in qualche modo penalizzato o punito.

da qui

 


La superiorità morale dell’Occidente – Francesco Masala

Tutto il mondo che critica l’Occidente ha molto da imparare.

I paesi occidentali sono un esempio per tutti e certe cose che succedono nei paesi sottosviluppati (Trump userebbe un’altra parola) in Occidente non potrebbero mai succedere.

Solo due esempi.

Nei paesi occidentali un presidente non potrebbe mai avere un figlio invischiato in affari poco chiari (Trump userebbe un’altra parola) in paesi specchio della trasparenza e della democrazia. Non potrebbe mai, ma se così fosse si dimetterebbe da qualsiasi carica istituzionale, per vergogna, per onestà, per dare un esempio morale.

Nei paesi occidentali un ex presidente non potrebbe mai raccontare che l’Occidente, la Nato, l’Europa, gli Usa non rispettano gli accordi di pace (di Minsk), di cui erano garanti, ma anzi hanno fatto di tutto per costringere la Russia a fare qualsiasi cosa, magari un’invasione. Non potrebbe mai, ma se presa dalla sindrome di Cossiga, per cui qualche verità esce fuori, per togliersi qualche macigno dalla scarpa, allora, se così fosse, la guerra dell’Occidente contro la Russia terminerebbe domani, per la vergogna, per decenza, perché il mondo morale dell’Occidente è superiore a qualunque altro, addirittura nella galassia.

L’Occidente è il migliore dei mondi.

Finché dura.

 

 

Accordi di Minsk e ruolo della Germania. La risposta di Putin ad Angela Merkel

Il presidente russo Vladimir Putin ha definito “deludenti” le dichiarazioni dell’ex cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha recentemente affermato che gli accordi di Minsk del 2015 sono stati “un tentativo di dare tempo all’Ucraina”.

“È deludente. Francamente, non mi aspettavo di sentirlo dall’ex cancelliere, perché ho sempre pensato che i leader della Repubblica federale [di Germania] fossero in dialogo sincero con noi. Sì, certo che hanno sostenuto l’Ucraina, ma mi sembrava che i leader [tedeschi] volessero sempre risolvere [il conflitto] sulla base dei principi che avevamo raggiunto, compresi gli accordi di Minsk”, ha sottolineato il leader russo dopo un vertice con i leader dell’Unione economica eurasiatica.

In tal senso, ha ribadito che Mosca “ha fatto tutto bene” in relazione all’avvio dell’operazione militare in Ucraina. Ha anche ricordato che i membri del formato Normandia (Germania, Francia) ” hanno mentito” sulla loro disponibilità a rispettare quanto concordato, mentre l’Ucraina ha ripetutamente rifiutato di attenersi alle disposizioni che cercavano di porre fine al conflitto.

“L’idea era solo quella di riempire l’Ucraina di armi e prepararla per il combattimento. Vediamo, forse ce ne siamo resi conto troppo tardi. Forse dovremmo iniziare tutto questo prima [dell’operazione]. Speravamo solo che avremmo potuto concordare il quadro degli Accordi di Minsk”, ha sottolineato.

In questo contesto, ha sottolineato che si pone la questione della fiducia che attualmente “è quasi a zero”. “Come raggiungere un accordo? Cosa negoziare? È possibile negoziare con qualcuno? E dove sono le garanzie?”, sono le domande che ha posto il capo dello Stato russo. Tuttavia, ha sottolineato che alla fine ” sarà necessario raggiungere accordi” e ha assicurato che Mosca è “aperta” a tali scenari.

Cosa ha detto la Merkel?

In un’intervista pubblicata mercoledì scorso al quotidiano Die Zeit , l’ex capo del governo tedesco ha assicurato che gli accordi in questione non solo hanno dato tempo a Kiev, ma le hanno anche permesso di ” rafforzarsi, come si vede oggi”.

“L’Ucraina del 2014/15 non è l’Ucraina di oggi. Come si è visto nella battaglia per Debaltsevo [un importante nodo ferroviario nella Repubblica popolare di Donetsk] all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente invadere allora. E dubito fortemente che gli stati della NATO  avrebbero potuto fare tanto quanto stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina”, ha detto.

“Era chiaro a tutti noi” che il conflitto era congelato e la questione rimaneva irrisolta, ha proseguito l’ex presidente, aggiungendo che “è stato proprio questo a dare tempo prezioso all’Ucraina “.

Vale la pena ricordare che non è la prima volta che la Merkel si esprime in questo senso. Alla fine di novembre, ha affermato in un’intervista per la rivista  Der Spiegel  che il congelamento del conflitto raggiunto con gli accordi di Minsk ha permesso all’Ucraina di diventare “più forte e più resiliente “.

  • Angela Merkel era alla guida del governo tedesco nel 2014, quando in Ucraina ebbe luogo un colpo di stato che fece precipitare il Paese in un conflitto interno. Gli accordi di Minsk sono stati firmati nel febbraio 2015 con la sua partecipazione.
  • Il 22 febbraio di quest’anno il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che gli accordi in questione non esistono più, dopo il riconoscimento delle repubbliche del Donbass, che a settembre sono entrate a far parte del Paese eurasiatico. Secondo il presidente, gli Accordi di Minsk “sono stati uccisi” dalle autorità ucraine.

(traduzione AD)

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