domenica 25 giugno 2017

Chi sono i rifugiati ambientali? - Guido Viale


Chi sono i rifugiati ambientali? Secondo Essam El-Hinawi, che ha introdotto questo termine nel 1985, si tratta di “persone che sono state costrette a lasciare il loro habitat abituale, temporaneamente o per sempre, a causa di una significativa crisi ambientale (naturale e/o provocata da attività umane, come per esempio un incidente industriale) o che sono state spostate in via definitiva da significativi sviluppi economici o dal trattamento e dallo stoccaggio di scarti tossici, mettendo così a repentaglio la loro esistenza e influenzando gravemente la qualità delle loro vite”.
Un’altra definizione da prendere in considerazione è quella dell’Oim(Organizzazione internazionale delle migrazioni) che, si badi bene, parla di migranti ambientali e non di profughi. Vedremo che in un diverso contesto la differenza è molto importante. Per l’Oim (2007) i migranti ambientali sono “persone o gruppi di persone che, per pressanti ragioni di un cambiamento improvviso o graduale che influisce negativamente sulle loro vite o sulle loro condizioni di vita, sono costretti a lasciare le loro dimore abituali o scelgono di farlo, temporaneamente o per sempre, e che si spostano sia all’interno del loro paese che oltre confine”.
Entrambe queste definizioni collocano i profughi o i migranti ambientali fuori dal diritto alla protezione internazionale garantita dalla Convenzione di Ginevra del 1951, in base alla quale le persone a cui spetta il diritto di asilo sono solo quelle costrette a fuggire da un fondato timore di persecuzione (da parte di uno Stato) per cinque ragioni: razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un particolare gruppo sociale.
Successivamente il diritto di asilo è stato esteso includendovi ogni tipo di violenza e, in particolare, la guerra. In ogni caso il termine profugo (refugee) si applica solo alle persone che varcano il confine del proprio Stato, mentre le persone che si spostano al suo interno per cause di forza maggiore, siano esse la guerra, la violenza o il degrado ambientale, sono chiamate (displaced persons) e non possono ovviamente essere fatte oggetto di protezione internazionale.
La correttezza del termine profugo ambientale è stata comunque contestata soprattutto sulla base di due considerazioni.
Primo, il rapporto tra degrado ambientale ed esodo all’estero non è quasi mai diretto. Prima di abbandonare il proprio paese le vittime di un processo di degrado ambientale cercano per lo più altre strade: si spostano in un altro territorio, spesso dalla campagna alla città o dalle regioni periferiche alla capitale. Solo in un secondo tempo tentano la via dell’estero. Ricostruire l’eziologia di questo esodo è pertanto molto difficile. “I disastri – afferma il professor Roger Zetter dell’Università di Oxford, una delle massime autorità negli studi su questo argomento – non spostano la gente. È la loro vulnerabilità sociale e politica e la loro esposizione agli shock a predisporli allo spostamento. L’ambiente non ‘perseguita’ come possono farlo una dittatura o una guerra”.
Secondo, il tentativo di estendere ai migranti ambientali la protezione internazionale garantita dalla Convenzione di Ginevra, in particolare in un periodo in cui la sua applicazione viene messa in forse da molti Governi, rischia di diluire e compromettere anche la protezione accordata alle persone che la Convenzione deve proteggere.
Altri studiosi ritengono invece che i profughi ambientali siano effettivamente vittime di una violenza, quella dei cambiamenti climatici provocati dall’Occidente e dei disastri prodotti dai suoi investimenti, che rendono tutti gli Stati e i popoli che sono all’origine di questi processi responsabili del destino di chi è costretto a fuggire. Per il professor Francois Gemenne dell’Università di Paris Vincennes, i profughi ambientali sono effettivamente vittime di violenza: quelli propri dell’antropocene, cioè dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali provocati dall’Occidente, dai suoi consumi e dai suoi investimenti, che rendono tutti gli Stati e i popoli che sono all’origine di questi flussi responsabili del destino di chi è costretto a fuggire. Per questo hanno diritto a una protezione internazionale. Quale che siano le ragioni che spingono sia i profughi di guerra che i migranti ambientali a fuggire dai loro paesi, oggi sono entrambi esposti allo stesso carico di maltrattamenti, violenza, sfruttamento, rapine e rischi mortali durante il loro viaggio verso l’Europa, dato che nessun corridoio umanitario viene predisposto per facilitare il loro arrivo.
Come si è visto, le cause che spingono i profughi e i migranti ambientali ad abbandonare il loro paese sono diverse. Più in particolare esse rientrano in una delle seguenti categorie:
·         Eventi ambientali estremi come terremoti, alluvioni. Uragani, siccità, carestia, ecc.;
·         Lento degrado del suolo anno dopo anno, come desertificazione, innalzamento del livello del mare, esaurimento degli acquiferi (tutti fenomeni che dipendono dai cambiamenti climatici);
·         Interventi umani che cambiano lo stato di un territorio, come miniere, pozzi petroliferi o per l’estrazione del gas, appropriazione del suolo o dell’acqua, costruzione di grandi infrastrutture come dighe, oleodotti, ferrovie, strade, impianti turistici, sviluppo urbano o grandi manifestazioni come Giochi Olimpici o esposizioni internazionali.
I profughi e i migranti ambientali abbandonano i loro luoghi di origine secondo modalità differenti a seconda dei fenomeni che li hanno spinti a farlo.
Quando sono in gioco eventi estremi e improvvisi, quasi tutti gli abitanti di un’area si spostano insieme verso altre aree il più possibile vicine a quelle che lasciano, per lo più all’interno dello stesso paese. Quando invece il fattore determinante è un degrado graduale dell’habitat, l’emigrazione è in genere più selettiva. Si spostano (da soli o in piccoli gruppi) solo alcuni membri di una famiglia o di una comunità, in genere giovani, spesso i più istruiti e persino i più benestanti, anche perché devono sostenere i costi del loro viaggio, tutt’altro che indifferenti, con le risorse delle loro famiglie o con quelle di parenti che si trovano già all’estero e che li attendono. Spesso, prima di imbarcarsi in un viaggio rischioso verso l’Europa, raggiungono una città o la capitale del paese, dando origine a nuovi slum. Il loro obiettivo principale è guadagnare e mandare del denaro a casa per integrare le scarse risorse delle loro famiglie. Il modello di migrazione seguito dalle persone cacciate dalla costruzione di un’infrastruttura o da qualche altro progetto di sviluppo riproduce quello delle persone colpite da un evento estremo, anche quando il loro trasferimento è organizzato da un’agenzia di governo. Il modello della gente che fugge da una guerra è invece spesso simile a quello seguito dalle persone cacciate dal degrado del loro habitat, anche quando la loro fuga assume le caratteristiche di una valanga, come oggi in Siria. In entrambi questi schemi di esodo, la maggioranza delle persone desiderano tornare prima o poi da dove sono venuti, anche se pochi riescono poi a farlo. Improvvisi disastri ambientali o lento degrado di un habitat sono spesso causa di conflitti armati o di guerre, perché un ambiente immiserito riduce le risorse di una comunità che vive di un’economia di sussistenza, inducendo gruppi etnici o armati ad accaparrarsi quel che resta a spese di altri gruppi anche con le armi. È questo, per esempio, il caso del confitto che coinvolge Boko Haram nel nordest della Nigeria, o di quello che aveva devastato il Ruanda. Spesso l’economia nazionale o le politiche del Governo non sono in grado di far fronte alla rapida crescita di conglomerati urbani provocati da una migrazione interna. È questa una situazione che sfocia facilmente in rivolte urbane che, in un contesto vulnerabile, possono poi esplodere in una guerra aperta, soprattutto se delle potenze straniere cercano di trarre vantaggio dalla situazione per raggiungere i loro scopi.
È questo il caso della Siria: alle origini della guerra che la sta devastando ci sono anni di siccità che avevano strappato un milione e mezzo di contadini dalle loro terre, facendoli confluire verso città già sovraffollate. Qui, in una fase di radicalizzazione e internazionalizzazione del conflitto, l’obiettivo principale dello Stato islamico è stato quello di accaparrarsi le risorse strategiche del paese: in particolare i pozzi petrolifere e soprattutto le risorse idriche attraverso il controllo delle dighe. Tornando a una visione di insieme, le seguenti carte dell’Africa centrale e settentrionale – prese dalla relazione di Grammenos Mastrojeni al convegno Il secolo dei profughi ambientali?, Milano, 24.9.2016 – mostrano come ci sia una sovrapposizione quasi completa tra le aree segnate da degrado ambientale (1), i paesi coinvolti in una guerra o in un conflitto armato (2), le aree colpite da una carestia (3) e le zone da cui proviene la maggioranza dei flussi migratori (4); a riprova di quanto sia difficile distinguere i profughi di guerra da quelli cacciati da un disastro ambientale. È sbagliato considerare questi conflitti questioni puramente regionali. Il peggioramento dell’ambiente globale e l’allargamento delle aree gravemente colpite dai cambiamenti climatici provocano un conflitto crescente tra i paesi “sviluppati” e la moltitudine dei profughi che cercano la sopravvivenza in paesi meno coinvolti dai cambiamenti climatici. Un documento prodotto dal Pentagono già nel 2004 così prospettava il futuro che ci attende:
Le prossime guerre saranno combattute per ragioni di sopravvivenza.
Nei prossimi venti anni diventerà evidente un sensibile calo della capacità del pianeta di sostenere la popolazione esistente. Milioni di persone moriranno a causa di guerre o carestie, finché gli abitanti del pianeta non saranno stati ridotti a un numero sostenibile. I paesi più ricchi, come gli Stati uniti e l’Europa si trasformeranno in “fortezze virtuali” per impedire l’arrivo di milioni di migranti espulsi dalle loro terre sommerse o non più in grado di produrre cibo per mancanza di acqua. Ondate di profughi in arrivo via mare creeranno gravi problemi. Rivolte e conflitti finiranno per spezzare l’Africa e l’India. I Governi incapaci di garantire le risorse di base e i servizi essenziali e di difendere i propri confini verranno spazzati via dal caos e dal terrorismo.
Ma quanto sono i migranti o profughi ambientali? Global Estimates calcola che dal 2008 a oggi siano stati circa 28,5 milioni ogni anno. Un’altra fonte sostiene che solo nel 2015 ci siano stati 27,8 milioni di displaced persons, 19,2 dei quali a causa di calamità naturali e 8,6 a causa di conflitti e violenza; L’Oim prevede 250 milioni di profughi ambientali al 2050. Significativo il numero dei profughi provocati da progetti di sviluppo: in Cina, tra il 1950 e il 2015 circa 80 milioni. In India 65 milioni, di cui solo il 17 per cento sono stati ricollocati in modo più o meno appropriato.
Ecco alcune cifre di spostamenti provocati da progetti di sviluppo ed eventi organizzati dall’uomo (questi dati sono ricavati dal libro Crisi ambientale e migrazioni forzate, prodotto dall’associazione A Sud, Roma, 2016).
Dighe
Three Gorges dam (China): 1,2 million
Danjiangkou dam (China): 340.000
Narmada (India): 3.200 dams, 250.000
Upper Krishna dam (India): 176 villages, 93.200 families, 300.000
Shuikou and Yantan dam (Cina): 180.000
Itaparica dam (Brasile): 40.000
Kedung Ombo dam (Indonesia): 32.000
Nangbeto dam (Togo): 10.600
Eventi
Olimpic games Seul (1988): 720.000
Olimpic games Bejing (2008): more than 1 million
Expo Shangai (2010): 400.000
Santo Domingo: 500 year from Discovery of America (1992): 180.000
Quali sono le politiche dell’Unione Europea nei confronti dei profughi?Schematizzando molto per motivi di tempo si può dire quanto segue: L’Europa deve riuscire a respingere il maggior numero possibile di profughi. Lo fa distinguendo tra profughi che hanno il diritto di chiedere asilo in base alla Convenzione di Ginevra perché fuggono guerre o persecuzioni, e “migranti economici”, che non hanno quel diritto e devono essere rimpatriati. I profughi ambientali rientrano in questa seconda categoria.
La selezione tra profughi di guerra e migranti economici viene effettuata negli sulla base dei paesi di origine, classificati in sicuri e non sicuri. Paesi come Afghanistan, Mali, Niger, Nigeria, Sudan, Etiopia sono considerati sicuri e i profughi di quei paesi sono considerati migranti economici e sono costretti al rimpatrioPer promuoverlo vengono stipulati degli accordi con i loro Stati di origine a cui sono versati miliardi di euro in cambio di questa riconsegna. Ma vengono anche dotati di armamento militare o strumenti di sorveglianza e recentemente, come viene prospettato per il Niger, si progetta il trasferimento in loco di un contingente militare per bloccare i flussi. Respingere i profughi tra le braccia degli aguzzini da cui cercano di fuggire significa esporli al reclutamento delle loro formazioni armate, estendere i fronti di guerra, rendere inabitabili per tutti i loro paesi, come lo sono oggi gran parte della Libia e i territori in mano allo Stato islamico. Costituire l’Europa in fortezza può rendere difficile penetrarvi, ma rende anche impossibile uscirne, perché l’intero continente sarà sempre di più circondato da guerre e bande armate. Ma le politiche di respingimento accrescono anche l’ostilità dei circa quaranta milioni di abitanti di origine straniera – di cui venti di religione musulmana – già insediati in Europa come cittadini europei o immigrati regolarizzati. Ostilità che si è già rivelata origine di un terrorismo stragista autoctono e non importato, ma anche di una crescente estraneità e di un crescente rancore di intere comunità che genereranno nuovi conflitti interni su basi etniche o pseudoreligiose.

L’alternativa a queste politiche deve essere comunque elaborata dal basso, dalla cittadinanza attiva e non solo dai governi, coinvolgendo sia le comunità autoctone che quelle migranti. Non può essere definita in partenza, ma alcuni dei suoi capisaldi possono essere enunciati fin da ora. Si tratta di un programma radicale, assimilabile a un vero e proprio regime change a livello europeo, che per ora può essere valorizzato solo come strumento di mobilitazione e di condizionamento dei Governi, cercando i necessari collegamenti con tutti i movimenti attivi su questi temi.
In sintesi:
Primo: Politiche di austerità e incapacità di accogliere sono strettamente legate. “Non c’è posto” per i profughi perché non c’è più posto per tanti cittadini europei dato che l’austerità continua a sottrarre lavoro, reddito, casa e servizi a tutta la parte inferiore della piramide sociale. Non si può gestire i flussi crescenti dei profughi senza affrontare anche la disoccupazione e la povertà tra un numero crescente di cittadini europei: con un vasto programma di spesa non per grandi opere inutili e dannose, ma per mille e mille piccoli interventi nel tessuto della società.
Secondo: Sul lungo periodo il riequilibrio demografico della popolazione europea con nuovi apporti dall’esterno, per evitare che si riduca a una comunità di vecchi, è inevitabile. Così si rischia di dover richiamare, in un domani non lontano, una parte di quelle popolazioni che oggi ci adoperiamo per respingere e far annegare. È appena il caso di ricordare che il milione e mezzo di profughi entrati in Europa nel 2015, quando ancora era aperta la rotta balcanica, eguaglia a mala pena i migranti economici accolti ogni anno in Europa per tutto il secondo dopoguerra, fino al 2008, pur in presenza di una crescita demografica autoctona che oggi è venuta meno.
Terzo: Per questo occorrono corridoi umanitari di ingresso e soprattutto politiche inclusive, costruite dal basso, fondate su progetti che promuovano la collaborazione tra cittadini europei, soprattutto giovani, e nuovi arrivati. I campi di questi interventi sono noti: assistenza alla persona, agricoltura innovativa di piccola taglia (al posto dello sfruttamento e della schiavizzazione dei profughi e dei migranti non regolarizzati in forme tradizionali di agricoltura estensiva), ristrutturazioni edilizie, salvaguardia degli assetti idrogeologici, fonti energetiche rinnovabili, artigianato di riparazione e manutenzione dell’usato, cultura e altro ancora. Sono per lo più attività legate alla lotta contro i cambiamenti climatici che, quando, e se, se ne presenteranno le condizioni, possono essere trasferite da migranti di ritorno anche nei paesi di origine ed essere il motore di un riequilibrio ambientale ed economico di quei territori.
QuartoUn programma e dei progetti del genere non possono essere affidati né al mercato, dove ognuno si cerca un lavoro da sé, né solo a programmi governativi. Abbinando accoglienza e lavoro, inclusione e produzione, soltanto l’economia sociale e solidale è adatta a concepirli, promuoverli e gestirli; ovviamente con un massiccio sostegno dei poteri pubblici.
Quinto: Le persone fuggite da guerre e disastri per lo più desiderano ritornare nei loro paesi se solo il degrado sociale e ambientale venisse invertito. Sono queste le premesse per la costituzione di una grande comunità euromediterranea. Immigrati e profughi costituiscono un grande potenziale da valorizzare sia nella definizione di una prospettiva politica di pacificazione dei paesi da cui sono fuggiti e di cui conoscono bene conflitti e dinamiche; sia nella progettazione del risanamento ambientale e sociale dei loro territori di origine grazie ai contatti che mantengono con le comunità che hanno lasciato, ma anche grazie alle professionalità e soprattutto alle relazioni che hanno acquisito in Europa.
Sesto: Per questo le loro comunità possono e dovrebbero essere aiutate a organizzarsi per essere parti in causa in campagne per bloccare sia le guerre in corso nei loro paesi di origine, sia le forme più devastanti della presenza economica dell’Europa in quegli stessi territori.
Settimo: Premessa obbligata è una battaglia culturale per riavvicinare le persone tra loro; è nello scambio culturale e nella ibridazione dei rispettivi apporti, ma soprattutto nella vicinanza alle loro sofferenze, che si possono creare le basi per la riconquista di una dimensione umana alla politica. Il rigetto che molti cittadini e cittadine europee manifestano verso profughi e migranti non è dovuto solo alla paura (di una loro propensione a delinquere o del terrorismo). Questa certo non manca, ma viene spesso usata a copertura del rifiuto di mescolarsi con persone e “culture” di cui si teme che possano mettere in forse abitudini e tradizioni a cui ci si sente legati. È questo timore del diverso che va affrontato, senza demonizzare o tacciare di razzismo (ben presente invece in chi lo promuove e lo sfrutta) chi ne è solo portatore o vittima. Farsi concittadini di chi era straniero: questo deve essere il nostro impegno.
da qui

L’infinito nella valigia - Alberto Chicayban

La casa affaticata si era addormentata e respirava rumorosamente nei pressi della stanza di mia madre. Nell’ombra del corridoio mi muovevo con attenzione per non svegliarla mentre lottavo contro la complessa sistemazione della valigia dell’esilio. È vana la pretesa di sbrogliare in maniera razionale l’archetipica e irriducibile questione dell’essenzialità del carico da trasportare quando si tratta del viaggio di sola andata. Non sappiamo chi siamo alla partenza di un viaggio di questo tipo e nemmeno quello che saremo all’arrivo. Meglio lasciare all’inconscio la cernita degli oggetti da asportare dal mondo dell’origine per il trapianto verso l’ignoto. Dieci minuti per ordinare i vestiti potevano bastare. Nudi arriviamo, nudi partiamo.

Mi fermai davanti alla libreria. Anche lì la scelta era stata automatica e arrogante in un atteggiamento da sacerdote unto da gesti rituali segreti. Vocatus atque non vocatus deus aderit. Presi in primo luogo il Grande Sertão:Veredas[1] di Guimarães Rosa in un’edizione economica della Nova Fronteira ancora vergine di appunti. Poi allungai la mano per prendere Ficciones El Aleph, di Jorge Luis Borges, che erano vicino all’altro nello scaffale della prosa. Dalla sezione di poesia scelsi Rubayyat, di Omar Khayyam, in una bella traduzione di Octavio Tarquinio de Souza, piena di rose, vino e amori incantati in bilico fra la vita e la morte. Per ultimo, mi avvicinai allo scompartimento dedicato agli argomenti tecnici e presi La Tecnica de la Orquesta Contemporánea di Alfredo Casella e V. Mortari tradotta dall’italiano allo spagnolo e pubblicata dalla cara Ricordi Americana di Buenos Aires.

Strana scelta. Portare in esilio un solo libro brasiliano in mezzo ad altri quattro libri stranieri, due dei quali scritti da un argentino! Suprema ingiuria! Roba da fare rivoltare nella tomba il patriota Nelson Rodrigues ed evocare il suo personaggio Sobrenatural de Almeida per spiegare una così stramba contraddizione. Ma le stranezze non si fermano qui: perché avevo preso solamente libri che avevo maltrattato a lungo a furore invadente di penna e matita sugli spazi bianchi di ogni foglio? C’erano altri nuovi volumi da leggere che da mesi aspettavano sulla parte alta degli scaffali. L’ultima visita alla Livraria Brasileira al centro di Rio, quasi imbattibile per i libri usati e antichi, era stata una follia. Per quello il compagno commesso Marcos all’insaputa dell’avido proprietario aveva fatto un grande sconto al cliente che se ne andava dal Brasile traditore e vile dei tempi di Fernando Collor de Mello. Come mai paradossalmente dimenticavo gli ultimi acquisti?

Nel mio intimo è rimasta la certezza di aver scelto libri infiniti da mettere in valigia. Melita Richter mi ha chiesto perché sarebbero infiniti questi libri. Non so se riuscirò a spiegarmi o solamente a dimostrare caparbietà. Adesso me ne rendo conto che sono già passati diciassette anni.

Magris disse una volta che il Grande Sertão: Veredas di Guimarães Rosa colpisce come un pugno allo stomaco ed è forse la sintesi migliore che si può fare riguardo alla sua opera. Il grande triestino dal suo osservatorio al Caffè San Marco inquadrò perfettamente la trappola del romanzo che parla di battaglie mentre si scaglia sul lettore ignaro di essere capitato in un combattimento e lo stende. A mio avviso la lettura del Grande Sertão è una sorta di partita a scacchi. Guimarães Rosa era un appassionato di questo antico e misterioso gioco. Probabilmente ha trasportato nel suo romanzo quella  stessa matrice strategica e matematica, infinita anche se rigorosamente limitata allo spazio fisico della scacchiera. Da una parte ci sono le pedine bianche del Bene e dall’altra le pedine nere del Male. È inevitabile la tentazione di stare dalla parte delle pedine bianche, questo perché ci identifichiamo con il Narratore e le sue lotte in favore di quello che ci viene presentato come il Bene. L’Autore invece si mette nella posizione di Dio o di gran maestro: gioca con ambedue i colori delle pedine facendoci credere di essere liberi, perfino di poter avere opinioni personali riguardo l’infinita questione Bene versus Male. Ci sconfigge e ci arricchisce in maniera diversa ad ogni lettura.   

Ficciones è un libricino composto da diciassette racconti corti divisi in due parti precedute da prologhi (il titolo della prima parte detta Giardino Dei Sentieri Che Si Biforcano è probabilmente un’avvertenza perché al centro del racconto dallo stesso nome palpita un labirinto). L’opera dell’argentino Jorge Luis Borges inizia con la scoperta di una cospirazione per creare dal nulla una geografia, natura e civiltà ad opera di scienziati, uomini di lettere e artisti sostenuti da un folle miliardario nordamericano (per forza!) con la finalità di inglobarle in maniera subdola nella realtà (sempre provvisoria) da noi conosciuta. Lungo i racconti scritti da Borges una biblioteca infinita e caotica scrutata dagli abitanti, disperati bibliotecari che si improvvisano cosmologi e teologi (la Biblioteca de Babel) , convive accanto alla storia di Pierre Menard, il francese che provò a diventare uno scrittore del secolo XVII sotto il sole del secolo XX ricostruendosi come Cervantes. No quería componer otro Quijote - lo cual es facil - sino “el” Quijote. Inútil agregar que no encaró nunca una transcripcion mecanica del original; no se proponía copiarlo. Su admirable ambición era producir unas páginas que coincidieram - palabra por palabra y linea por linea - con las de Miguel de Cervantes.  

Sono piccoli e sempre in numero di diciassette[2] i racconti dell’altro libro di Borges messo quella notte in valigia, El Aleph. Il racconto iniziale intitolato El inmortal parla della ricerca di un fiume le cui acque sarebbero in grado di rendere immortale il felice bevitore - el río secreto que purifica de la muerte a los hombres. Il protagonista, il tribuno romano Marco Flaminio Rufo, dopo aver superato molti ostacoli riesce ad arrivare alla splendente, deserta e mostruosa Città degli Immortali senza però trovare un fiume dove abbeverarsi per guadagnarsi l’immortalità. Nell’area scorre solamente un rigagnolo sporco. Al di fuori della Città degli Immortali abitano uomini primitivi - los trogloditas - che non dormono mai, mangiano carne di serpente e girano nudi come bestie, incapaci della parola. Con il tempo Flaminio si affeziona ad uno di loro che lo segue ovunque, lo chiama Argo come il cane di Ulisse. Inutilmente cerca di insegnargli il nome appena ricevuto. Rimanendo con i trogloditi fino a diventare membro del gruppo il tribuno si abitua ai piaceri semplici della natura e sembra dimenticare tutto il resto. Un giorno, sotto la pioggia, chiama Argo con insistenza e lui risponde inaspettatamente con un verso dell’Odissea: - Ya habrán pasado mil cien años desde que la inventé. Tutto viene chiarito. Argo era Omero e i trogloditi gli Immortali che, stanchi della civiltà soffocante, avevano distrutto nove secoli prima la loro maestosa città per poi ricostruirla in maniera assurda, come fosse una parodia o un tempio dedicato agli dei dell’irrazionalità che controllano il mondo e dei quali non sappiamo niente tranne che non sono simili all’Uomo. Il fiumiciattolo sporco costituiva l’ambita fonte dell’immortalità. Marco Flaminio a quel punto comincia a vivere sulla propria pelle il paradosso dell’essere immortale: Nadie es alguien, un solo hombre inmortal es todos los hombres. Como Cornelio Agrippa , soy dios, soy héroe, soy filósofo, soy demonio y soy mundo, lo cual es una fatigosa manera de decir que no soy. Dunque il tribuno decide di partire alla ricerca di acque contrarie alle precedenti. Passano i secoli prima che riesca ad abbeverarsi al fiume della Morte e dormire un’altra volta. In un altro racconto, El Aleph, il Narratore guidato dall’amore per una certa Beatrice e dall’esaltato amico poeta Carlos Argentino Daneri[3] finisce per entrare in un sotterraneo dentro il quale esiste la possibilità di contemplare il Tutto. È quello El Aleph, la percezione dell’Infinito ridotto ad un punto nello spazio. Dice il Narratore dopo l’utilizzo di una vertiginosa enumerazione poetica di elementi sconnessi come metafora dell’intuizione della Totalità:..vi la reliquia atroz de lo que deliciosamente había sido Beatriz Viterbo, vi la circulación de mi oscura sangre, vi el engranaje del amor y la modificación de la muerte, vi el Aleph, desde todos los puntos, vi en el Aleph la tierra, y en la tierra otra vez el Aleph y en el Aleph la tierra, vi mi cara y mis vísceras, vi tu cara, y sentí vértigo y lloré, porque mis ojos habían visto ese objeto secreto y conjetural, cuyo nombre usurpan los hombres, pero que ningún hombre ha mirado: el inconcebible universo. Contemplare il Tutto non è possibile senza una discesa agli Inferi interiori perché in quella situazione ci troveremo dispersi ovunque sotto le sembianze di ogni essere o cosa. Labirinti e specchi, possibili metafore dell’infinito, sono presenti in molti punti dei due libri come in diversi altri scritti di Jorge Luis Borges. Anche l’ombra di William Shakesperare e di altri uomini labirintici si insinua ovunque all’interno di Ficciones El Aleph insieme alla costante rivisitazione di miti e archetipi. Gli archetipi sono stati segnalati all’interno della teoria di Carl Gustav Jung come il contenuto della memoria della specie o inconscio collettivo. Sono indefinibili forse perché infiniti.  

Rubayyat è il nome di un’antica forma di composizione poetica persiana di quattro versi associata in maniera indissolubile al libro che raccoglie tutto quello che di poesia ha lasciato il sublime Ghiyath ad-Din Abul-Fath Omar Bin Ibrahim Khayyam, conosciuto come Omar Khayyam. Omar visse quasi tutta la vita a Nishapur ed è (forse) nato nella stessa città (forse) nel 1048. Viene riconosciuto come il più importante matematico dell’Islam, era anche astronomo e filosofo. I versi di Omar Khayyam invitano al vino e agli amori disperati sotto l’ombra dell’Incertezza: Non ricordo quando sono nato E non so quando morirò Vieni, dolce amica, beviamo questa coppa Dimentichiamoci l’ inguaribile ignoranza. Un altro rubbayat dice: Sonno sopra la terra, sonno sotto la terra Sopra la terra e sotto la terra solo uomini sdraiati / Il Nulla dappertutto. Deserto. Uomini arrivano, uomini partono. Avevo quindici o sedici anni quando trovai il libro di Omar all’interno di una vecchia libreria a casa dei miei zii. Me lo sono tenuto dagli anni ’60 vicino al letto per popolare i miei sogni con le nude ed insaziabili huriNon hai imparato niente dagli uomini saviMa lo strusciarsi dalle labbra di una donna sul tuo petto Potrà rivelarti la felicità Hai i giorni contati. Bevi vino. A quei tempi, però, i vini brasiliani erano velenosi e l’imitatore imberbe di Khayyam non trovò nulla di meglio al lurido bar dell’angolo (gli avventori più sobri lo chiamavano affettuosamente Mosqueiro ossia Angolo delle Mosche). Alle tre di notte, di ritorno a casa, puzzavo di aceto mentre cercavo di fare un discorso contro le religioni usando la voce del Poeta del Vino e delle Anfore: Gente presuntuosa e ottusa inventò / La differenza fra anima e corpoSo solo che il vino spegne l’angoscia E ci devolve la calma. Mi hanno messo sotto la doccia e confiscato il sovversivo Omar. Lo ritrovai solamente alcuni anni più tardi per caso quando cercavo di trasformare il vecchio giradischi Paillard di casa in amplificatore per una chitarra di fortuna: Dal mio tumulo uscirà un odore forte di vino / Che renderà ebbri i passanti. E la serenità dei dintorni Conquisterà per me gli amanti. Gli anni sono passati e la lettura dell’opera I Sufi di Idriss Shah mi hanno rivelato un Khayyam mistico nascosto sotto le anfore di liquido rubino[4]. Attorno ai miei cinquant’anni un successivo Khayyam è sbocciato dalla traduzione del maestro Yogananda. Sono sicuro che ne troverò ancora molti altri di Khayyam coperti dal velo del Mistero. Infatti il nome Khayyam in persiano significa precisamente tendaO ingenuo! Pensi di essere saggio Sei soffocato fra due infiniti / Dal passato e dal futuro intrappolato Bevi e dimentica: non puoi.

L’ultimo libro ad essere sistemato in fondo alla valigia era stato La Tecnica de la Orquesta Contemporánea. Ammetto che la scelta era un pò interessata perché pensavo di riuscire ad occuparmi seriamente di composizione in Europa. Deliri da extracomunitario: il senso comune italiano concede agli immigrati la raccolta di pomodori oppure la microcriminalità (la criminalità che conta è prerogativa degli autoctoni).

Il manuale di Casella e Mortari parte dall’ottavino e dal contrabbasso passando per la chitarra, gli strumenti a plettro, la percussione e la fisarmonica. Esiste anche un paragrafo dedicato agli strumenti a quarti di tono e una sezione per descrivere le allora modernissime Onde Martenot (la prima edizione era del 1948), uno strumento elettrico con voz sobrenatural y fantastica antenato dei pastosi e pastorizzati sintetizzatori dei nostri tempi. Ogni strumento, dalle castagnole al bass tuba, possiede una storia di timbro e linguaggio applicata alle composizioni, trascina dietro di sé etica, sentimenti, emozioni e limiti fisici. Per esempio, l’arpa nell’ultima ottava ha una sonorità rarefatta e stridula, perde le possibilità di cantare. Nel registro grave viene soggiogata dall’indefinito delle note e fatica a sbrigarsi con velocità nelle scale o sequenze di suoni separati da intervalli piccoli. Al fagotto piace tanto lo staccato, ma si quiere hacer el enamorado debe a lo sumo resignarsi a representar la parte del viejito concupiscente “que paga”. Non potrà mai fare i voli appassionati del violoncello nonostante la voce di signore borghese attempato e malizioso.

Un trattato di orchestrazione porta sotto il microscopio la vita degli strumenti nelle composizioni, ritaglia brandelli di Bach, Beethoven, Stravinsky, Ravel o Respighi come esempi anatomici del comportamento strumentale virtuoso o moderato, consiglia atteggiamenti e segnala i confini della fattibilità espressiva. Allo stesso modo della scacchiera indica lo spazio delimitato dentro il quale è paradossalmente possibile raggiungere innumerevoli dimensioni creative in universi musicali paralleli o in fuga. Posso sognare di essere un Claude Debussy o giocare a fare il nostromo dell’astronave di Johann Sebastian Bach che arriverà alla prossima galassia. I libri sono solo specchi e labirinti, all’Infinito ci pensiamo noi.



[1] Grande Sertão: Veredas è Il titolo originale del romanzo brasiliano diversamente da quello scelto per la traduzione italiana (Grande Sertão). La parola sertão significa in portoghese landa desolata e corrisponde ad una vasto territorio che copre parte del Nord Est del Brasile, mentre il termine veredas sta per sentieri.
[2]Il numero 17 ridotto in maniera cabalistica ( 1+7) corrisponde al numero 8 che sdraiato diventa il conosciuto simbolo di infinito. L’opera monumentale di Jodorowski e Costa riguardo i tarocchi (La Via dei Tarocchi) finisce la parte dedicata all’Arcano XVII (La Stella) con queste parole: E al centro del mio ventre, divenuto infinito, ricevo e lascio nascere la luce nella sua interezza (p.243). A mio avviso la percezione delle coincidenze seriali o sincroniche rappresenterebbe l’intuizione dell’infinita trama di coincidenze che possiamo chiamare Realtà.
[3] Il nome Daneri a mio avviso potrebbe essere stato costruito da Borges tramite l’utilizzo della prima sillaba del nome associata all’ultima sillaba del cognome del Sommo Poeta. La presenza nel racconto dell’amata Beatrice defunta e la discesa ad un sotterraneo alla ricerca della Rivelazione possono forse incoraggiare questa intuizione.
[4]Hanno dato il nome di Omar Khayyam ad un cratere della Luna. Mi pare giusto: era un grande astronomo. Gli antichi greci chiamavano cratere la coppa, sarebbe impossibile un omaggio più bello al filosofo e poeta.


Professore universitario ebreo: Israele oggi è simile alla Germania nazista – Yocheved Laufer



Il dottor Ofer Cassif dell’Università ebraica affronta critiche pesanti dopo che i suoi studenti hanno divulgato una registrazione video della sua lezione di scienze politiche.
Il Canale 2, giovedì appena la registrazione della sua lezione è diventata pubblica, ha riferito che Il professore dell’università ebraica, il dottor Ofer Cassif, ha confrontato la legislazione israeliana, recentemente proposta e passata, a quelle del terzo reich nella Germania nazista.
L’affermazione è stata fatta durante un corso di Politics and Government, parte di un programma introduttivo  dell’università ebraica di Gerusalemme.
Uno degli studenti di Cassif si è opposto al confronto, ma il professore di scienze politiche ha proseguito con la sua analogia affermando che è comodo negare la situazione per non adattarsi alla realtà, ma sarebbe molto pericoloso farlo.
Ha anche spiegato ai suoi studenti che il confronto è una questione reale piuttosto che una opinione. I suoi pensieri personali sull’argomento  sono ancora più lungimiranti.
Cassif critica ulteriormente l’attuale situazione in Israele dicendo: “coloro che rifiutano di vedere le somiglianze tra ciò che sta succedendo in Israele, in particolare negli ultimi due anni, e la Germania negli anni Trenta, ha un problema e sarà responsabile della situazione potenziale dello Stato “.
Cassif ha delineato uno specifico parallelo tra la legislazione israeliana più recente per quanto riguarda gli arabi e gli ebrei, e quella della Germania nazista.
Il professore dell’università ebraica ha affermato che la proposta israeliana della nazione-stato  è simile ai metodi tedeschi del 1930 per creare una gerarchia di cittadini secondo le classi.

“Questo non è un conflitto religioso, è un conflitto politico e nazionale che può essere concluso rapidamente solo se il governo israeliano accetta di fare alcune concessioni, solo se il governo israeliano decide di porre fine all’occupazione e raggiungere una pace sicura e giusta con i palestinesi… questa è l’unica soluzione. Non si può gestire il conflitto, come il governo israeliano sta cercando di convincerci. È impossibile gestire il conflitto”

Cassif ha anche criticato la legislazione recentemente votata che ha legalizzato 4.000 case in Cisgiordania, affermando che questa legge “consente agli ebrei di acquisire terreni di proprietà palestinese per loro uso, proprio come furono autorizzati gli ariani nella Germania del 1930  per cacciare gli ebrei dalle loro case”.
Il successivo confronto di Cassif riguardava la recente proposta legislativa promossa da Netanyahu per vietare finanziamenti da parte di ONG straniere. Cassif ha spiegato ai suoi studenti che questo disegno di legge è simile alle leggi approvate dalla Germania nazista che limitarono le organizzazioni ostili al regime.
La destra israeliana ha reagito furiosa per gli insegnamenti del Prof. Cassif.
Il partito di Likud ha difeso la legge dello stato-nazione, spiegando che “è basata sulla Dichiarazione di indipendenza israeliana, e pertanto per questo professore la creazione stessa dello stato è razzista”.
 “Confrontare lo Stato di Israele con il regime più malvagio nella storia dell’umanità non è solo un disgustoso esibizionismo della propaganda anti-israeliana, ma qualcosa di più grave della negazione dell’Olocausto”, ha dichiarato Matan Peleg manager  dell’ONG di destra Im Tirtzu, .
In risposta alle critiche che circondano la pubblicazione della sua lezione, Cassif ha risposto: “lo scopo di una lezione è   discutere e non ho impedito a nessuno dei miei studenti di intervenire, quindi non accetto tentativi di zittirmi per impedire una discussione aperta e costruttiva “.
Inoltre ha aggiunto che difenderà i suoi confronti israelo-nazisti.
L’Università Ebraica di Gerusalemme ha risposto dicendo che la “discussione di Cassif si è svolta durante la lezione” Fascismo – passato e presente “, ed è deplorevole che alcuni studenti abbiano scelto di registrare il loro professore perché contrari alla sua posizione, anziché  condurre una discussione aperta basata su fatti e opinioni “.
Questa non è la prima volta che Cassif è stato criticato per fare confronti nazisti con Israele.
Alla fine del 2015, il professore dell’università ebraica chiamò il ministro della Giustizia Ayelet Shaked “feccia neo-nazista “.
Su simili questioni, Cassif ha scritto sui social media lo scorso anno, e sia tweeting che Facebook lo hanno bloccato per aver fatto  un riferimento a Hitler in risposta a un commento di un pro-Netanyahu.
Ciò avviene dopo che, il mese precedente, il ministro dell’educazione Naftali Bennett propose un nuovo codice etico per le università, per proibire ai professori di esprimere le proprie posizioni politiche personali in aula.
(Trad. Invictapalestina.org

sabato 24 giugno 2017

ricordo di Stefano Rodotà










Cagliari è malata di “servitù turistica”: chi arriva è più importante di chi ci vive - Giorgio Todde

“Cagliari, che vuole diventare città modernissima, ha distrutto e distrugge l’antico ed è al presente qualcosa di ibrido, di scomposto…”.Raffa Garzia (1917)

A Cagliari abbiamo annientato le cose più belle. Senza nessuna cognizione del valore che distruggevamo. Accade spesso con le cose e le persone amate.                                                                       E ora alla città mancano tanti “pezzi”, ma rimane la meraviglia del sito naturale, anche se alterato da azioni sciagurate.
Credevamo, sino a pochi decenni fa, di essere invisibili. Sbagliavamo. E qualcuno sentiva la città – l’intera isola, si può dire – come inadeguata al mondo che c’appariva al cinema, in tivvù o passando il mare.
Poi ci siamo accorti che qualcuno ci guardava. Allora agitazione, apprensione, panico.
Beh, quest’ansia ha causato molti guai.
Ci siamo concessi l’attestato di vivere in relazione con il mondo solo quando la nostra esistenza è stata riconosciuta da altri. Siamo arrivati ad essere ossessionati dalla visibilità. Ma ne è derivata una preoccupazione da inadeguatezza che si è manifestata in tanti modi.
E questa angoscia, tra altre conseguenze, ci ha condotto in pochi anni alla malattia da servitù turistica per la quale la città non è importante per chi la abita ma assume un valore solo se c’arriva qualcuno. Anche se sbarca involontariamente, come capita ai croceristi dirottati qui perché l’Africa fa paura.
Nei nostri giornali e nella solitudine dei cosiddetti social il rovinoso turismo croceristico di mezza giornata – descritto come dannoso in molta letteratura – viene raccontato con toni epici. Ci hanno visto, ci hanno visto! Arrivano! Gridano giornali ed eremiti della tastiera. Panico. Attraccano, attraccano!
Ed esiste perfino qualcuno che, per la cosiddetta visibilità, moltiplicherebbe i moli, farebbe saltare con la dinamite i fondali per accogliere altre navi e altri croceristi sgomenti che spesso chiedono in che città si trovano.
Tra le conseguenze di questo stato d’ansia c’è anche un indimenticabile consigliere comunale che ha perfino proposto di far trovare ai turisti un uomo e un asinello come infopoint. Altri non volevano gli asinelli e hanno proposto gruppi folk oppure mamuthones. Tale è la gratitudine nei confronti di chi ci guarda anche solo per qualche oretta.
Per questa nuova e antica malattia prevale un’idea meschina di città che deve essere in ordine e imbellettata perché arrivano gli ospiti “illustri”, mica perché la abitiamo noi. Contegno, decoro, non facciamoci riconoscere, una messa in scena di Miseria e nobiltà. E il decoro, si sa, è l’inizio di una china molto scivolosa.
Insomma, vince l’idea infantile e sottomessa che noi siamo qui per essere guardati da qualcuno.
Beh, ci deve essere accaduta qualcosa da bambini, magari la mamma non ci guardava e il desiderio di essere visti ci ha trasformato in narcisi al contrario, disposti a specchiarsi non in sé ma in altri. Si vede che la madre città, la madre isola ci trascuravano.
Ed esiste anche un sintomo opposto della stessa malattia. Qualcuno che va a vedere i poveri croceristi quando sbarcano e si sparpagliano nelle vie. Qualcuno che si emoziona, li fotografa perfino. Insomma, i turisti guardano la città e noi guardiamo i turisti, studiamo trepidanti le reazioni, aspettiamo pagelle.
Ma l’essere monocellulare che è il turista, quello immaginato nelle BIT – borsa italiana per il turismo – si comporta come i presentatori che ovunque vadano declamano “sono contento di essere in questa bellissima città”. Allora gli indigeni festanti applaudono.
Aspettavamo uno sguardo, un segno di considerazione. E ora che altri “certificano” la bellezza della città abbiamo preso pure una certa baldanza.
Così siamo passati dall’idea pericolosa di inadeguatezza all’idea, ancora più pericolosa, di essere unici, centrali, capitale del mare nel quale pensavamo di essere naufragati sino a qualche decina di anni fa.
Il passaggio da una considerazione di sé come carenti e arretrati a uno smisurato orgoglio è una condizione sociale bipolare pericolosa.
Però adesso cosa mostriamo se la bellezza l’abbiamo mezzo cancellata?
La spiaggia luminosa del Poetto trasformata in un campo grigio. Tuvixeddu invisibile, da un lato inaccessibile, dall’altro nascosta da una palazzata orrenda. L’anfiteatro romano danneggiato più in quattro legislature che in due millenni. Ci accingiamo a distruggere il bastione della Santa Croce scavandoci un parcheggio. Il centro storico governato dall’urbanistica dei bar e dalla filosofia della birretta. Il Bastione di Saint Remy trasformato in box doccia perché hanno sollevato il pavimento e montato un parapetto di vetro sennò i turisti precipitano mentre si fanno l’ultimo selfie.
Certo, paesaggi deformati e comportamenti scimmiottati intossicano sino alla cancellazione di ogni identità perché si finisce con l’assumere l’identità dell’altro – essere umano o paesaggio – elevato a modello.
Però lo spirito della città resiste all’orgoglio, figlio pericoloso del complesso di inadeguatezza. E trova i suoi rimedi. La nostalgia, sentimento nobile, la conservazione rispettosa dei luoghi e un loro uso coerente con il passato, custodiscono e rendono forte l’identità che sennò si discioglie in una dozzinale brodaglia. E quando attraccano basterà essere quello che siamo, evitando di trasformarci nei nativi davanti al capitano Cook.

venerdì 23 giugno 2017

Intervista a Mairead Corrigan Maguire, premio Nobel per la Pace nordirlandese


(di Umberto De Giovannangeli)

“Gaza sta morendo nel silenzio complice della comunità internazionale. Oltre 1.800 milioni di persone, il 56% minorenni, sopravvivono in una immensa prigione a cielo aperto, completamente isolata dal mondo. È una condizione disumana che nulla ha a che vedere con il diritto alla difesa invocato e praticato da Israele per giustificare un embargo che dura ormai da oltre dieci anni. Le punizioni collettive sono contrarie al diritto internazionale e alla stessa Convenzione di Ginevra. Faccio appello alle Nazioni Unite perché intervengano per porre fine all’embargo. Solo così Gaza potrà tornare a vivere e i suoi giovani a immaginare un futuro”. A parlare, in questa intervista esclusiva rilasciata all’Huffington Post, è Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace nordirlandese, presidente della Nobel Women’s Iniziative, l’organizzazione composta dalle done che hanno ricevuto questo prestigioso riconoscimento. “Negli occhi dei bambini di Gaza – dice Maguire all’HP – ho visto dolore, smarrimento, paura. In tanti hanno conosciuto solo guerra, morte, distruzione. A questi bambini è stata rubata l’infanzia e a molti di loro la vita stessa. In questo contesto, come si può pensare di predicare il dialogo e scegliere la pace?”.
Le Ong che operano ancora a Gaza hanno lanciato un appello disperato: a Gaza manca tutto, l’elettricità, i medicinali, con l’arrivo dell’estate si fa sempre più immanente il rischio di epidemie di tifo…
“È una situazione disperata, prodotta in massima parte dall’embargo imposto da Israele e che dura ormai da oltre dieci anni. Dieci anni d’inferno, di guerre, di distruzione. Israele ha il diritto a difendersi, ma ciò che sta subendo la popolazione civile della Striscia Diga va ben al di là di un eccesso di legittima difesa. Siamo di fronte a punizioni collettive che vengono inflitte indistintamente a civili e miliziani, e che colpiscono soprattutto i più deboli: i bambini, gli anziani, i malati. A Gaza è razionata l’elettricità, le fogne sono a cielo aperto, negli ospedali comincia a scarseggiare il plasma e per i più piccoli il latte in polvere. Questo non è diritto di difesa, questo è un crimine contro cui ogni coscienza libera dovrebbe ribellarsi in nome dell’umanesimo che è un valore che appartiene a tutti e che tutti dovrebbero praticare, come più volte ha ripetuto Papa Francesco”.
Israele imputa ad Hamas la responsabilità di questa situazione.
“Sono da sempre fautrice della disobbedienza civile e della resistenza non violenta. Ho vissuto gli anni terribili della guerra in Ulster e la mia famiglia ha pagato un prezzo pesantissimo in quel conflitto. Ho imparato allora la potenza del dialogo, dell’unirsi per chiedere pace, perché l’altro da sé non venisse visto come un nemico ma come qualcuno con cui incontrarsi a metà strada. Ma Israele sta abusando della sua forza, e nel farlo commette un grave errore…”.
Quale?
“Quello di illudersi che la pace e la sicurezza possano essere garantite e preservata dalla forza militare. Non è così. La pace, per essere davvero tale, deve coniugarsi con la giustizia. Senza giustizia non c’è pace. E non c’è pace quando un popolo è sotto occupazione, quando viene derubato della sua terra o segregato in villaggi-prigione. Quello palestinese è un popolo giovane, e intere generazioni sono nate e cresciuto sotto occupazione, passando da un conflitto all’altro, senza speranza, con la sola rabbia come compagna. E dove c’è rabbia, dove la quotidianità è sofferenza, è impossibile che cresca la speranza”.
Lei ha visitato più volte Gaza e altre volte è stata respinta da Israele. Come ci si sente nei panni di “nemica d’Israele”?
“Quei “panni”, per usare la sua metafora, io non li ho mai indossati. Ho imparato sulla mia pelle cosa significhi discriminazione e odio. Io mi sento amica d’Israele e un amico vero è quello che prova a convincerti che stai sbagliando, che proseguendo su una certa strada finirai male. E’ questo che provo a dire agli israeliani: riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato indipendente, al fianco del vostro Stato, porre fine all’embargo a Gaza e alle inumane punizioni collettive, è fare onore a voi stessi, alla vostra storia. È investire su un futuro di pace che non potrà mai essere realizzato con le armi. Lo ripeto: non si può spacciare l’oppressione come difesa. Questo è immorale. La colonizzazione non favorisce la pace, ma alimenta l’ingiustizia. Da tempo nei Territori vige un sistema di apartheid e denunciarlo non significa essere “nemica d’Israele” e tanto meno anti semita. Significa guardare in faccia la realtà”.
La questione palestinese sembra essere uscita dall’agenda dei leader mondiali, concentrati sulla lotta al terrorismo dell’Isis.
“È terribile il solo pensare che per “far notizia” si debba usare l’arma del terrore. E’ una cosa terribile, contro cui continuerò a battermi in ogni dove. La violenza è un vicolo cieco, un cammino insanguinato. Ma cinque milioni di palestinesi non sono diventati tutto ad un tratto dei “fantasmi”. Non si sono volatilizzati. Continuano a vivere sotto occupazione e sotto un’apparente “tranquillità” cresce la rabbia, la frustrazione, sentimenti sui quali possono far presa gruppi estremisti. Per questo occorre rilanciare il dialogo dal basso, favorire le azioni non violente, la disobbedienza civile, e in questa pratica unire palestinesi e israeliani, musulmani, cristiani, ebrei, come riuscimmo a fare noi in Irlanda del Nord, marciando insieme cattolici e protestanti. E poi c’è la diplomazia, la politica, che è fatta anche di atti simbolici che possono avere in prospettiva un grande peso”.
Un atto del genere quale potrebbe essere a suo avviso?
“Il riconoscimento dello Stato di Palestina. Un atto politicamente forte, che faccia rivivere l’idea di una pace fondata sul principio “due popoli, due Stati”. Sarebbe un bel segnale se fosse l’Europa, come Unione e non solo come singoli Paesi membri, a rilanciare questa prospettiva. In nome di una pace nella giustizia. La pace vera. Un mondo senza guerra e violenza è possibile”.
C’è chi per quest’ultima affermazione le darebbe dell'”utopista”.
“Senza utopia il mondo sarebbe ancora peggiore di quello che è. Senza le “utopiste” le donne avrebbero atteso chissà quanto altro tempo prima di conquistare il diritto di voto nella “civile” Europa…Ma quando parlo, in giro per il mondo, di solidarietà verso i più deboli, quando sostengo che può esistere un mondo senza guerra e violenza, ecco, in quel mondo non mi sento un’utopista ma una realista. La guerra non è mai la soluzione, la guerra è il problema. Questo vale per la Palestina come per la martoriata Siria, dove un popolo intero è ostaggio di una guerra imposta da potenze regionali che hanno favorito, non per il bene dei siriani ma per i propri interessi, la crescita del terrorismo sanguinario dell’Isis. Non saranno le bombe che daranno pace al popolo siriano, che ha diritto di scegliere liberamente chi dovrà guidarli, senza imposizioni esterne”.

ONU: Israele appoggia gruppi jihadisti che combattono in Siria - Stefano Mauro

Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha recentemente espresso le sue preoccupazioni riguardo ai contatti tra i militari dell’esercito israeliano ed i miliziani appartenenti ai diversi gruppi jihadisti che si trovano nella parte meridionale della Siria (provincia di Deraa) e nelle Alture del Golan. In un recente report realizzato dall’ONU (8 Giugno), Guterres si è soffermato sull’aumento progressivo di contatti tra le due parti, come è stato verificato dagli Osservatori ONU dislocati nel Golan.
Gli Osservatori hanno documentato almeno 16 incontri tra la forze israeliane ed i miliziani “ribelli” nelle zone di confine che includono “il Monte Hermon, la zona di Quneitra e le Alture del Golan” nel periodo che va da Marzo 2017 fino al mese scorso. Il rapporto prosegue  indicando che “relativamente al periodo tra marzo e maggio ci sono stati numerosi incontri tra i militari israeliani ed i miliziani jihadisti lungo il confine con scambio di armi, medicinali e apparecchiature militari
Il quotidiano statunitense Wall Street Journal  riporta, proprio in questi giorni, che ”Israele continua a rifornire e sostenere i diversi gruppi ribelli dell’area impegnati nella lotta contro Assad ed i suoi alleati russi, iraniani e libanesi”  pur di mantenere una zona cuscinetto dai suoi confini.
Nel 2016 Israele, secondo il quotidiano USA, ha creato un’unità speciale che ha avuto il compito di distribuire aiuti israeliani ai diversi gruppi. Questi aiuti consistevano in “armi, munizioni, stipendi da dare agli jihadisti”.
Intervistato dal WSJ, il portavoce del gruppo “Combattenti del Golan” (gruppo legato ad Al Qa’eda), Motassam al Golani, ha ringraziato Tel Aviv per aver combattuto al loro fianco: indirettamente con la fornitura di armi e direttamente con il sostegno dell’aviazione e dell’artiglieria. Lo stesso Al Golani è arrivato a  dichiarare che “se non fosse stato per Israele, non avremmo mai potuto tenere testa all’esercito siriano di Assad”.
La tv Russia Today (RT) ha ripreso la notizia intervistando altri miliziani. Il capo di un altro gruppo jihadista in Golan, Abu Sahib, ha dichiarato “che come comandante della mia formazione prendo uno stipendio di 5000 dollari all’anno, versati da Israele”. Durante l’intervista il leader del gruppo ha indicato che la collaborazione con Tel Aviv dura dal 2013 ed è stata fondamentale per continuare a contrastare l’esercito lealista di Assad in tutta l’area, visto che “Israele continua ad inviare soldi e armi non solo al nostro gruppo, ma a tutti i gruppi che combattono nel Golan”.
Secondo le autorità di Damasco il report dell’ONU “conferma quello che le nostre agenzie stampa affermano da tempo”. In diverse occasioni, infatti, le truppe lealiste avevano confiscato ai ribelli armi di provenienza israeliana o avevano documentato il trasporto di jihadisti feriti negli ospedali israeliani. In una nota ufficiale Damasco ha aggiunto che “il network jihadista che Israele sostiene in Siria, fornendo armi, è lo stesso dei terroristi che commettono degli attentati in Europa”.
Ufficialmente il governo israeliano di Benyamin Netanyahu ha smentito le accuse sul finanziamento ai gruppi takfiri definendole “false”.  Tuttavia qualche mese fa l’ex ministro della difesa  Moshe Ya’alon aveva dichiarato che Daesh (Isis) “si era scusato, per aver bombardato erroneamente  Israele per la prima volta”, ammettendo indirettamente i rapporti con i gruppi legati alla galassia jihadista che combattono in Siria.