giovedì 28 dicembre 2017

Una piccola storia ignobile - Lorenzo Guadagnucci


La nomina di Gilberto Caldarozzi a vice capo della Dia (Direzione investigativa antimafia) sta suscitando un po’ di scandalo fra le anime belle – tipo il sottoscritto – che ancora vogliono credere che nella democrazia italiana esistano valori e norme morali di condotta cui fare riferimento, ereditate dalla più nobile tradizione della democrazia costituzionale. In realtà la scelta compiuta dal ministro Marco Minniti, la scelta cioè di nominare a quel delicato incaricato uno dei funzionari condannati in via definitiva per una delle più violente e infamanti operazioni di polizia degli ultimi decenni (la cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz del 21 luglio 2001), va letta in termini politici e nell’ambito della ridefinizione dei rapporti fra l’ordinamento interno e gli obblighi internazionali in materia di tutela dei diritti fondamentali.
La nomina di Caldarozzi, sotto il profilo legale, è certamente lecita. Il funzionario ha scontato la sua pena (qualche mese di arresti domiciliari grazie all’abbuono di tre anni dovuto all’indulto) e anche i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici (stabiliti in automatico dal giudice) e quindi è rientrato in polizia.
Il ministro ha scelto di affidargli un incarico importante e delicato nonostante la grave e clamorosa condanna subita, ignorando quelle valutazioni di opportunità e buon senso che le anime belle vorrebbero vedere applicate, secondo il principio per cui l’onore e la credibilità dell’istituzione è più importante della sorte degli individui e anche secondo la regola per cui a grandi poteri (ossia a ruoli gerarchici rilevanti)  devono corrispondere grandi responsabilità e non grandi privilegi. In sostanza, pensano le anime belle, se un dirigente di polizia viene condannato per un fatto così grave – un  pestaggio ingiustificato di cittadini inermi, con l’aggiunta della costruzione di prove false e il tentativo di occultare tutto con falsi verbali – è bene che lasci per sempre il suo incarico e se possibile la stessa polizia, in nome dell’interesse primario del corpo di appartenenza, che di fronte a fatti simili deve mandare chiari messaggi di ripudio e di sdegno a tutti i cittadini e anche a chi lavora in polizia. Ne va della credibilità del corpo e delle istituzioni: questo pensano le anime belle.
Fra queste c’è anche la Corte europea per i diritti umani, istituita a Strasburgo per garantire l’applicazione della Convenzione europea per i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali sottoscritta solennemente dopo la Seconda guerra mondiale, la quale Corte nelle sue sentenze prescrive la sospensione dal servizio dei funzionari eventualmente rinviati a giudizio per reati riferibili all’articolo 3 della Convenzione (trattamenti inumani e degradanti e tortura) e la rimozione, cioè il licenziamento, nel caso di condanna definitiva. Quale sia il fine di simili “consigli” è fin troppo evidente: la necessità di punire in modo adeguato violazioni gravissime e soprattutto di prevenire ulteriori abusi, salvaguardando la dignità e la credibilità delle forze di sicurezza di fronte ai cittadini.
Caldarozzi e gli altri funzionari condannati per la sciagurata spedizione alla Diaz le condanne, in verità, non sono stati condannati per tortura, visto che lo specifico reato ancora non esisteva, e quindi la “prescrizione” della Corte, che peraltro non ha il potere di farla rispettare, è più sostanziale che formale, visto che è stata la Corte stessa, e non i tribunali italiani, a qualificare il blitz alla Diaz come un caso di tortura.
Qui si innesca la scelta politica compiuta dal nostro governo. Minniti e Gentiloni avrebbero potuto agire con prudenza e buon senso, tenendo conto delle sentenze della Corte e magari gettando un pensiero ai concittadini (compreso il sottoscritto) che nella notte della Diaz non erano nel ruolo dei carnefici bensì in quello un pochino più scomodo, e soprattutto umiliante, delle vittime. In sostanza, una volta deciso, come è stato deciso anche da precedenti governi, che l’Italia non accetta l’idea di sospendere o rimuovere i propri dirigenti di polizia nemmeno in casi tanto gravi e clamorosi, avrebbero potuto riammettere Caldarozzi senza affidargli un ruolo di primo piano: per salvare le apparenze, per non aggiungere sale a una ferita ancora aperta, per non rischiare ulteriore discredito sulla scena internazionale, visto che l’Italia è reduce da quattro pesantissime condanne alla Corte di Strasburgo per casi di tortura (due sentenze per la Diaz e una per Bolzaneto riguardanti il G8 del 2001, una per i maltrattamenti inflitti a detenuti nel carcere di Asti nel 2004).
Minniti ha scelto diversamente e il suo gesto è al tempo stesso una sfida e una precisa scelta di politica istituzionale. È una sfida alle anime belle (oltre che, naturalmente, uno schiaffo in faccia ai cittadini sottoposti ad abusi e torture) e a chi pretenderebbe provvedimenti seri – normativi e no –   nell’ottica delle prevenzione; è una scelta di politica istituzionale perché conferma l’insofferenza del nostro paese per gli obblighi giuridici, morali e politici che scaturiscono dalle convenzioni sulla tutela dei diritti fondamentali, obblighi che sono il fondamento del diritto umanitario ma che sono ormai visti come un intralcio da correggere e superare (vedi la nuova politica migratoria). Per certi versi Minniti si mette in scia coi suoi predecessori, da Scajola in poi, tutti fermi nel rifiutare qualsiasi richiesta di intervento a carico di funzionari e dirigenti implicati nel caso Diaz, ma fa anche di più, scavalcando tutti a destra potremmo dire, perché la sua scelta su Caldarozzi, per quanto legittima sul piano formale (grazie alla natura ibrida e incerta del diritto internazionale in materia di diritti umani) ha un valore simbolico e politico particolarmente alto, visto che arriva all’indomani di ben due condanne dell’Italia davanti alla Corte di Strasburgo proprio per il caso Diaz, un caso – va ribadito – che è stato qualificato come tortura all’unanimità da sette giudici di sette diversi paesi.
Il dottor Caldarozzi vive così il suo piccolo trionfo. Rientra negli apparati di polizia percorrendo il tappeto rosso steso da Minniti e si prende la sua rivincita, lasciando dietro di sé una scia di inutili parole spese da tante anime belle, inclusi i giudici di Cassazione che nel 2014 confermarono il no del Tribunale di sorveglianza alla sua richiesta di affidamento ai servizi sociali per il residuo di pena (otto mesi) non coperto dall’indulto. La Cassazione confermò il no, inviando Caldarozzi agli arresti domiciliari, per la non apprezzabile predisposizione del condannato a un ripensamento critico della sua condotta, dedotta dalla sua indifferenza rispetto ad una prospettiva risarcitoria volontaria delle vittime, dalla lettura minimale delle sue responsabilità, dal rifiuto di esprimere pubblica ammenda per quanto accaduto in riferimento alle sue colpe”.
È una linea, quella tenuta da Caldarozzi, che Minniti evidentemente approva e che mi spinge a trarre una morale da questa avvilente vicenda.
Abbiamo tentato, in questi sedici anni e rotti, di aiutare la polizia e lo stato a uscire a testa alta dalla brutta vicenda delle torture, dei falsi e delle calunnie che hanno caratterizzato il G8 di Genova, lo abbiamo fatto proponendo ai vertici delle istituzioni di mettersi al fianco dei cittadini vittime degli abusi: potevamo dire insieme che sui diritti fondamentali non si transige e che l’interesse pubblico prevale sui legami personali e istituzionali intercorrenti fra uomini degli apparati e responsabili politici.
Lo stato ha detto no e ha preferito salvare, coprire, proteggere gli alti dirigenti indagati, processati e condannati, sacrificando tutto il resto: la lealtà, la dignità, la credibilità che i cittadini si aspettano da chi indossa una divisa o svolge un ruolo nel servizio pubblico.
Abbiamo perso.  Ci credevamo cittadini, ma agli occhi dei ministri (per non dire di altri) non siamo che stolide e superflue anime belle ferme a un’idea superata dello stato e della democrazia.

da qui o da qui 

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