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martedì 5 marzo 2024

I primi viaggi di Andy Catlett - Wendell Berry

Andy, nel 1943, a  nove anni, viene messo su un pullman e mandato per un po' di giorni dai nonni.* 

Viene trattato come un ospite eccezionale, come forse succedeva con tutti, l'ospitalità un tempo è stata una cosa sacra.

Andy è un bambino, ma viene trattato come se fosse già grande, lui guarda, partecipa, contribuisce, sono giorni in cui inizia a diventare un ometto, amato da tutti.

Il libro è davvero bellissimo, il viaggio di pochi chilometri, a nove anni, il viaggio più importante della vita.

Cito alcune righe davvero belle e importanti, ma tutte le pagine sono memorabili, semplici, gentili, accoglienti.

Il vero quesito per chi è anziano e morente, credo, non è se si è amato e se si è stati amati a sufficienza, ma se si è stati abbastanza grati per l'amore ricevuto e dato, in qualunque misura. […] Preghiamo per poter avvertire gratitudine fino alla fine. (p. 118)

buona (straordinaria) lettura.



chissà se Peter Handke ha conosciuto Andy

Quando il bambino era bambino – Peter Handke

Quando il bambino era bambino,
andava con le braccia a penzoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume fosse una corrente,
e questa pozzanghera il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere bambino,
tutto era per lui animato,
e tutte le anime erano una.
Quando il bambino era bambino,
non aveva opinione su niente,
non aveva abitudini,
sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo cambiava posizione,
aveva un vortice nei capelli
e non faceva facce da fotografare.
Quando il bambino era bambino,
era il tempo delle seguenti domande:
Perché io sono io e perché non tu?
Perché io sono qui e perché non là?
Quando è iniziato il tempo e dove finisce lo spazio?
È forse la vita sotto il sole nient’altro che un sogno?
Ciò che vedo, sento e odoro
è forse solo l’apparenza di un mondo di fronte al mondo?
Esiste realmente il male e persone che sono veramente cattive?
Come può essere, che io, che sono,
prima di essere, non ero,
e che io, che sono, un giorno
non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito.
E adesso mangia tutto ciò, e non solo per necessità.
Quando il bambino era bambino,
si svegliò una volta in un letto sconosciuto
e ora succede sempre così,
molte persone gli sembravano belle
e ora solo in qualche caso fortunato,
si immaginava chiaramente il Paradiso
e ora ne ha solo il presentimento,
non poteva pensare al nulla
e oggi rabbrividisce al solo pensiero.
Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo
e ora è tutto immerso nella cosa come allora solo
quando questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino,
gli bastavano per nutrirsi mela, pane,
ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere
e ora è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua
e ora è ancora così,
aveva su ogni montagna
la nostalgia di una montagna sempre più alta
e in ogni città
la nostalgia di una città sempre più grande,
prendeva sulla cima di un albero le ciliegie tutto euforico,
come è ancora oggi,
aveva timore verso ogni straniero
e ne ha tutt’ora,
aspettava la prima neve,
e la aspetta ancora.
Quando il bambino era bambino,
lanciava un bastone contro l’albero come una lancia,
e ancora oggi continua a vibrare.
da qui


 

*Quando ero bambino mi ricordo come una cosa normale, anche a 5-6 anni, l'esperienza di essere accompagnati e fatto sedere su un pullman, "affidato" all'autista, qualcuno, un parente, mi avrebbe accolto a destinazione, ringraziando l'autista. Cose d'altri tempi.


 

Romanzo davvero molto bello che tratta temi cari all'autore come la vita quotidiana rurale, scandita dai ritmi naturali dell'agricoltura, il senso di appartenenza ad una comunità, i legami famigliari e valori come l'amicizia e l'amore. Il libro ci immerge nel viaggio in solitaria (tramite l'autobus) del giovane Andy da Hargrave a Port William in campagna, in visita ai nonni paterni e materni. I primi, vivono in autentica armonia con la terra di cui si nutrono e la natura, non possedendo ne mezzi come l'auto e nemmeno l'elettricità, mentre i secondi sono più moderni (il nonno materno Mat Feltner possiede un'auto con la quale va a prendere il nipote a casa dei nonni Catlett) ma sempre profondamente radicati alla vita rurale. La vita quotidiana con tutti i dettagli che accadono nelle fattorie dei nonni ci viene narrata dallo stesso Andy, il quale con gli occhi di un bambino ci racconta il mondo rurale di Port William, i suoi personaggi e le loro storie. La voce narrante si scoprirà essere quella di Andy oramai anziano che ricorda narrando gli episodi della sua infanzia.

da qui

 

Andy Catlett, ormai vecchio, ci racconta di quando, a nove anni, si recò, da solo, in autobus, da Hargrave, dove abitava con i genitori e il fratello Henry, a Port William, per trascorrere alcuni giorni con i nonni sia paterni che materni. Hargrave e Port William sono nel Kentucky e distano, tra di loro, appena dieci miglia. Per Andy quel breve viaggio finì per essere una pietra miliare nella sua formazione. Quando lo compì era da poco passato il Natale del 1943, "un anno crudele e funesto; in Europa c'era la guerra. Durante quei giorni, trascorsi dai nonni, non successe nulla di eccezionale, c'era il trascorrere quieto della vita quotidiana: la nonna che faceva le frittelle e la torta di more e che non lesinava nello zucchero, che era razionato per via della guerra, c'erano le mucche da mungere, il freddo pungente, il tepore della stufa a legna, le chiacchierate di un pugno di operai che lavoravano il tabacco, i perdigiorno di Port William che oziavano dal barbiere, la pace della vita familiare, il problema razziale sullo sfondo...In questa serena quotidianità, nel cuore del fanciullo Andy, germogliarono i grandi temi che attengono all'uomo: la vecchiaia, la morte, la guerra, la dignità dei doveri quotidiani, il rispetto per gli altri, l'amore per la natura... Adesso, che Andy è vecchio, rivede il nonno, che seduto sulla sua sedia a dondolo, vicino alla stufa, rifletteva. Ora Andy, che è avanti con gli anni, sa su cosa riflettesse il nonno e dice: "Sono diventato vecchio per capire quali fossero i suoi pensieri. Pensava a tutto quel tempo, che quand'era ragazzo doveva essergli sembrato un'eternità e che adesso sembrava così poca cosa. Pensava alle persone che ricordava, ormai morte, a quelle che erano arrivate e se n'erano andate prima che lui nascesse, e a quelle che sarebbero arrivate e se ne sarebbero andate dopo di lui, e al posto che occupava in quel lungo corteo..."

da qui

lunedì 14 ottobre 2019

dicono di Peter Handke


dice Helena Janeczek

Penso che si possa essere contenti del Nobel a Peter Handke considerandolo uno degli scrittori più importanti della letteratura mondiale del secondo novecento.
Ma penso pure che dal quadro complessivo non vada esclusa questa immagine al funerale di Milośević da lui apprezzato come “difensore del popolo” serbo.

Cerco di fare il punto su questa storia per come la so io.
Non è una storia semplice e, proprio per questo, penso che vada la pena di esporla.

Peter Handke non è "German", come all'epoca della polemica sul suo primo saggio filoserbo, titolò non ricordo quale giornale americano. E' nato nel 1942 in un piccolo comune della Carinzia, la parte più sud-orientale dell'Austria, figlio illegittimo di una madre slovena. Quella madre poi suicida a cui dedica uno dei suoi libri più belli: "Infelicità senza desiderio".
Durante il nazismo, quando l'Austria si fece di buon grado annettere al Terzo Reich, gli sloveni furono non solo fortemente discriminati, ma alla fine addirittura deportati.
In Carinzia, terra di frontiera, come nei territori limitrofi fascisti (Friuli Venezia Giulia e Istria), si organizzò una resistenza partigiana slovena, in collegamento con quella jugoslava e titina il cui impulso maggiore era serbo.

Ma fino allo scoppio della Guerra dell'(Ex) Jugoslavia, Peter Handke non era mai stato uno scrittore "impegnato" né in qualche modo filocomunista o filotitino. Anzi al contrario era uno che aveva programmaticamente rivendicato di essere "un abitante della torre d'avorio". Infatti i suoi libri (tranne gli interventi filoserbi) sono davvero privi di segni premonitori di un'ideologia chauvinista, a differenza di altri (grandi) scrittori che si sono schierati da quella parte.

Handke viveva e vive tuttora alle porte di Parigi e sembra aver reagito con un'irritazione crescente e poi montata agli estremi alla rappresentazione dei conflitto nei media tedeschi, dove, semplificando, gli unici "cattivi" erano i serbi e non anche i croati che, proprio allora, cominciavano a celebrare gli ustascia e il loro fondatore Ante Pavlević, molto volonterosi carnefici al fianco dei nazisti, molto più attivi a fare strage di ebrei e rom. A questo si sommava un'avversione da "abitante della torre d'avorio", ossia di uno scrittore che coltivava una visione appartata e raffinata del mestiere di scrivere rispetto al gergo giornalistico. Insomma una polemica - quasi un po' "pasoliniana" - contro la semplificazione e il consumismo regnante in occidente.
Tutto ciò ha fatto sì che Peter Handke diventasse il fiore all'occhiello della propaganda di Milošević, un utile megafono che ripeteva anche le menzogne più terribili e deliranti, come la negazione del genocidio di Srebenica e il fatto che i bosniaci avrebbero orchestrato loro stessi l'assedio di Sarajevo.


Peter Handke a Tommaso Di Francesco, Il Manifesto, 2010

"Lei è stato accusato d'avere portato una rosa rossa sulla tomba di Milosevic e di avere approvato il massacro di Srbrenica?
«È una menzogna assoluta. Il Tribunale di Parigi ha condannato il Nouvel Observateur per diffamazione per queste affermazioni: 
m'avevano attribuito che io avevo dichiarato d'essere felice solo vicino Milosevic. Chi mi conosce sa che odio tutti gli uomini di potere. Ma naturalmente tutti i giornali francesi hanno oscurato la condanna. Hanno fatto la campagna contro di me arrivando al risultato della Comédie française che ha annullato un mio lavoro in programma, e poi hanno taciuto che non era vero quello che avevano detto. Amo profondamente la Francia di George Bernanos, di François Mauriac, e soprattutto di Albert Camus ma la cultura di questa Francia è veramente vergognosa. Ci sono ormai le caricature della letteratura e della filosofia come André Gluksmann, Bernard-Henri Lévy, e le macchiette del diritto internazionale e dell'umanitario come Bernard Kouchner, diventato nel frattempo ministro degli esteri. Quanto a Srbrenica hanno fatto la caricatura delle mie parole. Io ho condannato i crimini commessi dai serbi, ho ricordato però che tutto è incomprensibile se non si ricordano le stragi, anche di donne, vecchi e bambini - non come a Srbrenica - perpetrate prima dalle milizie bosniaco musulmane guidate dal comandante di Srbrenica Naser Oric nei villaggi intorno a Srbrenica, a Kravica, a Bratunac. Fatte con l'autorizzazione del presidente Izetbegovic. Era una feroce guerra interetnica e interreligiosa da denunciare tutta quanta».
Non pensa di avere sbagliato ad andare nel 2006 al funerale di Milosevic morto nel carcere dell'Aja?
«Non ero invitato e potevo starmene a casa. No, mi sono detto, devo andarci anche se sarà dannoso per me. E infatti hanno subito fatto tsunami contro di me falsando ogni mia parola. Sono riconoscente ai miei libri, ma sono fiero di questa scelta. E' una testimonianza che aiuta anche la nuova Serbia, quella che ora si batte perché il Kosovo non venga sottratto alla sua sovranità, storia e cultura. Così come sono fiero di essere andato prima all'Aja, non per riverire Milosevic, non mi interessava nulla di lui come uomo di potere. So che anche i serbi hanno commesso crimini, che non difendo. Insisto a denunciare la natura di una guerra complessivamente fratricida. Sono andato all'Aja perché era ancora in carcere accusato di tutto e come unico colpevole della guerra dei Balcani che ha visto, dal 1991 al 1995 e poi dal 1996 al 2002, ben sette fronti di guerra, e alcuni con Milosevic non ancora al potere o non più al potere, quando non addirittura coinvolto a sancire la pace, com'è accaduto a Dayton per la Bosnia Erzegovina, con tanto di ringraziamenti Usa. Sono andato all'Aja soprattutto perché penso che il politico in carcere sia molto più interessante di quando comanda. Del resto ero in buona compagnia con l'ex ministro della giustizia statunitense, Ramsey Clark».
[Peter Handke a Tommaso Di Francesco, Il Manifesto, 2010]


Dal Kosovo al Colorado - Salman Rushdie

Nell'accesa battaglia per il titolo di Scemo Internazionale dell'Anno sono in lizza due pesi massimi. Il primo è lo scrittore austriaco Peter Handke, che ha stupito persino i più ferventi ammiratori delle sue opere con una serie di appassionate apologie del regime genocida di Slobodan Milosevic. Per i suoi servigi propagandistici, è stato insignito dell'Ordine dei Cavalieri serbi durante una sua recente visita a Belgrado. Tra altre sue precedenti idiozie, Peter Handke aveva sostenuto che i musulmani di Sarajevo si massacrassero regolarmente da sé per poter accusare i serbi, e aveva negato persino il genocidio perpetrato da questi ultimi a Srebrenica. Ora ha paragonato i bombardamenti aerei della Nato all'invasione degli alieni nel film "Mars Attacks!"; e per di più ha comparato, con una futile commistione di metafore, le sofferenze dei serbi a quelle dell'Olocausto.
Al momento, il suo rivale in scemenze di classe mondiale è l'attore cinematografico Charlton Heston. Il suo commento, in qualità di presidente della Us National Rifle Association, al recente massacro degli innocenti ad opera dei giovani Dylan Klebold e Eric Harris alla Columbine High School di Littleton, Colorado, è un vero capolavoro di balordaggine: è convinto dell'opportunità di armare gli insegnanti americani, poiché ritiene che le scuole sarebbero più sicure se il personale didattico avesse la facoltà di abbattere a revolverate i fanciulli affidati alle sue cure.

Non intendo tracciare facili paralleli tra i bombardamenti aerei della Nato e il massacro del Colorado. No, la violenza maggiore non genera quella minore. E non è neppure il caso di voler vedere troppi significati nell'assonanza tra le tendenze hitleriane di Milosevic e la funesta celebrazione del compleanno di Hitler da parte della cosiddetta "mafia degli impermeabili"; o nella correlazione, anche più raccapricciante, tra la mentalità da videogiochi dei killer del Colorado e i video aerei ripresi dal vivo ed esibiti ogni giorno dai pubblicitari della Nato.

Bisogna ammettere che rispetto alla guerra si è portati a provare sentimenti ambigui a fronte della confusa azione della Nato, del suo modo di cambiare politica in piena corsa. Ci hanno appena detto che non era possibile prevedere la selvaggia ritorsione di Milosevic contro il Kosovo; e un attimo dopo sostengono che era tutto preventivato. Oppure: non si prevede di dispiegare truppe di terra; anzi, ripensandoci meglio, può darsi di sì. E gli obiettivi della guerra? Strettamente limitati. Vogliamo soltanto creare un porto sicuro nel quale i profughi kosovari possano ritornare. Anzi no, marceremo fino a Belgrado e faremo fuori Milosevic. Non ripeteremo l'errore commesso con Saddam! Tuttavia, una cosa è obiettare contro questi tentennamenti e contraddizioni, e altra è fiancheggiare l'orrore, come fa Peter Handke, con un misto di follia e di cinismo.

L'intervento della Nato è moralmente giustificato dalle sofferenze che vediamo ogni sera sui nostri schermi televisivi; e imputare al suo intervento la tragedia dei profughi equivale ad assolvere le milizie serbe dei loro crimini. Va detto e ripetuto che la colpa del terrore e delle vittime è di chi commette gli assassinii e gli atti di terrorismo. Quanto alla strage in Colorado, bisogna ammettere che le armi non sono la sola causa di questo orrore.

I killer hanno imparato su Internet a fabbricare bombe, e per i loro impermeabili hanno tratto ispirazione da un film con Leonardo Di Caprio. Da chi hanno imparato a dare così poco valore alla vita umana? Dai loro genitori? Da Marilyn Manson? Dai Goths? Ma dire questo non significa certo adottare la posizione impenitente di Charlton Heston, il quale sostiene che "il vero problema sono i ragazzi, non le armi". Il signor Heston ha una certa pratica nell'enunciare con toni biblici comandamenti del tipo: difendi il tuo diritto di girare armato alla faccia di tutti. Non sarai certo rimproverato solo perché qualche ragazzetto ci avrà rimesso le penne.

Il Kosovo e il Colorado hanno in realtà qualcosa in comune: stanno a dimostrare come nel nostro mondo instabile, versioni incompatibili della realtà si scontrano tra loro, con risultati sanguinosi. Questo però non vieta di formulare un giudizio morale sulle versioni contrastanti del mondo in guerra tra loro. Quelle di Handke e di Heston non possono che essere giudicate riprovevoli e indifendibili, e meritano di essere distrutte.

Anche se è stato coautore del grande film "Il cielo sopra Berlino", Peter Handke, definito un "mostro" da uomini come Alain Finkielkraut e Hans Magnus Enzensberger, dal filosofo sloveno Slavoj Zizek e dal romanziere serbo Bora Cosic, merita di essere "finished" (liquidato), secondo la concisa espressione di Susan Sontag. E benché Charlton Heston abbia regalato a milioni di spettatori qualche tranquillo sonnellino nella penombra dei cinema, con quel suo volto così sottilmente mobile da far pensare al Monte Rushmore, merita anche lui di essere radiato.

Chi vincerà il premio? Con la sua follia, Peter Handke si è reso complice di un orrore su vasta scala, ma fortunatamente in pratica non dispone di alcun potere. Dal canto suo, Charlton Heston, che guida negli Stati Uniti la lobby della diffusione delle armi, sta facendo del suo meglio per farle entrare come parte integrante di ogni casa e famiglia americana. Così, uno di questi giorni, in qualche parte dell'America, un altro giovanotto impugnerà un fucile per sparare addosso ai suoi amici. Data la maggiore efficacia della sua follia, consegno la palma a Charlton Heston. Ma non siamo ancora alla fine del primo semestre dell'anno, e non è escluso che qualche imbecille ancora più grosso si faccia avanti per contendergli il titolo. Teniamo gli occhi bene aperti.

articolo apparso su Repubblica dell'8 maggio 1999 - Traduzione di Elisabetta Horvat


domenica 13 ottobre 2019

Peter Handke ha vinto il premio Nobel per la Letteratura

Un disinvolto mondo di criminali - Peter Handke

Peter Handke racconta di due viaggi in Serbia, quando la Serbia era il nemico numero uno del mondo civile e giusto, il nostro, naturalmente.
Peter Handke cerca di capire e applica le parole di Adorno nei suoi ragionamenti e nei suoi comportamenti.
e, quando i potenti hanno deciso che ci sono solo il bianco e il nero,  sottrarsi a questa scelta prescritta è un crimine, o quasi, diventi un nemico.
Peter Handke si interroga, dubita, ascolta, parla, sta con i perdenti, un altro tedesco (Bertolt Brecht) scriveva che "fra i vinti la povera gente faceva la fame e fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente".
gli intellettuali, quelli non embedded, sono scomodi, fastidiosi, non sono patriottici, gli si fa terra bruciata intorno.
siano benedetti coloro i quali non scelgono fra bianco e nero - franz

ps:  dice Adorno: "La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta"


sabato 18 agosto 2018

Congo Square - James Baldwin

il libro ha pochissime pagine, ma ognuna di esse ha un'intensità fortissima.
James è un bambino, ha una maestra che lo tratta già come un giovane adulto, lui ha una curiosità e una sete di conoscenza e comprensione senza pari.
è curioso di tutto e la maestra è il suo mentore.
sembra che la poesia di Peter Handke sia stata scritta per lui:
"...Quando il bambino era bambino, 
era l'epoca di queste domande.
Perché io sono io, e perché non sei tu? 
Perché sono qui, e perché non sono lì? 
Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? 
La vita sotto il sole, é forse solo un sogno? 
Non è solo l'apparenza di un mondo davanti a un mondo,
quello che vedo, sento e odoro? 
C'è veramente il male e gente veramente cattiva?
Come può essere che io, che sono io, non c'ero prima di diventare?
E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?..."



fatevi un regalo, leggete questo piccolo grande libro e godetene tutti






Édouard Louis, dall’introduzione al libro
Qualche mese fa sono atterrato a Parigi di ritorno da un giro di conferenze in Giappone. Il viaggio era stato magnifico, ma lungo e faticoso, e per questo avevo deciso di prendere un taxi invece del solito autobus. L'autista, un ivoriano robusto e pelato, era sceso dall'auto e mi aveva aiutato a ficcare la valigia nel bagaglio. Io mi ero sistemato sul sedile posteriore. Avevamo già percorso alcuni dei chilometri dell'autostrada che collega l'aeroporto alla città, fiancheggiata da campi di grano, boschi e capannoni industriali, e io stavo osservando quel paesaggio, un misto di vegetazione e acciaio grigiastro, quando il tizio al volante ha cominciato a rivolgermi la parola, chiedendomi quale fosse il mio lavoro. Non amo raccontare in giro di essere uno scrittore. Ho troppa paura di sembrare arrogante, o peggio, di dare l'impressione che il mio lavoro sia in vendita. La maggior parte delle volte rispondo che studio letteratura, ed è esattamente così che ho risposto anche quel giorno. «Ah», ha insistito lui, «allora a lei interessano i libri e tutto quello che ci gira intorno » . Ho annuito e allora lui ha commentato. «Sa, io non leggo. I libri mi annoiano. Però di una cosa mi sono accorto, che in Francia i premi li danno solo a bianchi che parlano di bianchi. L'ha notato anche lei? Tutto è per i bianchi».
Ho fatto cenno di sì. Ho imparato nel tempo a conservare un'espressione perfettamente neutrale anche quando sto provando una forte emozione, e sono sicuro che il tassista non potesse scorgere l'effetto che quella frase aveva avuto su di me. E tuttavia quell'uomo mi aveva aiutato ad ammettere una realtà che aveva una sua forte evidenza, ma che non ero mai riuscito ad articolare con analoga limpidezza: anche se non leggeva, come mi aveva appena confessato, anche se non aveva mai stabilito alcun contatto con i libri, quell'uomo sapeva che la letteratura e le sue istituzioni, il suo sistema, non solo lo ignoravano, ma cosa ancor più grave, escludevano la sua vita dal dominio del visibile.
La letteratura ha sempre funzionato in una sorta di gioco tra il dentro e il fuori: racconta alcune vite e ne tace altre. Quando Zora Neale Hurston e James Baldwin hanno descritto le esistenze dei neri e l'oppressione permanente che erano costretti a subire, la radicalità del loro gesto stava innanzitutto nell'introdurre nella letteratura delle vite che prima non erano mai state rappresentate, esattamente come Proust e Gide avevano fatto con l'omosessualità.
La ragione della mia emozione e della sua intensità stava nel fatto che la frase del tassista mi aveva brutalmente riportato alla memoria quel che avevo provato sulla mia stessa carne diversi anni prima.
Sono nato in un minuscolo villaggio nel nord della Francia, dove era presente una fabbrica che impiegava la quasi totalità dei suoi abitanti, almeno fino all'inizio degli anni Ottanta.
Quando sono nato, negli anni Novanta, a seguito di diverse ondate di licenziamenti, la maggior parte degli abitanti non aveva più il lavoro e cercava di sopravvivere grazie ai sussidi statali. Mio padre e mia madre avevano smesso di andare a scuola a quindici anni, così come avevano fatto i miei nonni prima di loro e come faranno i miei fratelli più piccoli dopo di me. Mio padre aveva lavorato in fabbrica per dieci anni finché un peso non gli era caduto addosso spezzandogli la schiena. Mia madre non lavorava perché a detta di mio padre il ruolo di una donna era quello di occuparsi della casa e dei figli.
Da bambino, agli occhi miei e della mia famiglia la letteratura non era qualcosa che ci riguardasse davvero: ci accorgevamo, dalla televisione e dai giornali, che i premi letterari non finivano mai nelle mani di scrittori che raccontassero di noi, e che si rivolgessero a noi, e chiaramente, come capitava al tassista, anche noi eravamo consapevoli che, premiati o meno, i libri non si interessavano alle nostre vite. Mia madre lo ripeteva sempre: Di noi, che siamo gli ultimi, nessuno si interessa veramente. Era proprio la sensazione di essere invisibile che la spingeva a votare, come quasi tutta la mia famiglia, per l'estrema destra. Mia madre diceva: Sono i soli a parlare di noi. Il voto per i partiti populisti non era tanto una manifestazione di razzismo quanto il tentativo disperato di esistere nello sguardo degli altri.
I miei non mi hanno mai visto leggere un libro. Non c'erano libri in casa: nemmeno uno. Per noi un libro rappresentava un'aggressione: era l'incarnazione, il simbolo della vita che non avremmo mai vissuto, la vita di quelli che studiano, che hanno le competenze e il tempo per leggere, la vita di coloro che sono andati all'università e che dunque hanno una vita meno pesante della nostra.
La scuola aveva cacciato i miei dal sistema scolastico e dall'accesso alla cultura nell'età in cui i figli della borghesia cominciano il loro ciclo di studi. La cultura, il sistema scolastico, i libri: avevamo l'impressione che ci rifiutassero, che non ne volessero sapere di noi; e noi, per rappresaglia, li rifiutavamo a nostra volta. La cultura ci trascurava? Allora noi ci vendicavamo della cultura. Provavamo odio per la cultura.
La questione della successione degli eventi, dello stabilire quel che viene prima e quel che viene dopo, del fissare i comportamenti che precedono o che invece sono provocati da altri comportamenti, è probabilmente tra le più importanti per comprendere il mondo in cui viviamo. Non bisognerebbe mai dire che i ceti popolari — e quindi mio padre e mia madre — rifiutano la cultura, ma che la cultura rifiuta i ceti popolari, che poi, a loro volta, rifiutano la cultura. Non bisognerebbe mai dire che i ceti popolari sono violenti, ma che i ceti popolari subiscono violenze quotidiane ed è per questo che riproducono quelle stesse violenze, per esempio votando l'estrema destra. Ogni analisi che pretenda di cogliere il senso del mondo senza fare proprio un pensiero che individui tale successione è destinato al fallimento.
Sono consapevole più di qualsiasi altra persona di come la letteratura e i libri possano rappresentare una violenza perché a un certo punto della mia vita, superata l'infanzia, ero ricorso a quel genere di violenza per ferire le persone che mi stavano intorno.
Per una serie di circostanze fortunose e una serie di fallimenti provvidenziali, ho frequentato il liceo e l'università. Sono stato il primo della famiglia a farlo. All'inizio della settimana partivo per lo studentato o mi trasferivo da amici e poi tornavo dai miei per il fine settimana. Appena varcavo la soglia di casa, mi sedevo sul divano con un libro in bella vista, e il più delle volte fingevo di leggere. Volevo far vedere alla mia famiglia che non ero più come loro, che non appartenevo più al loro mondo e alla loro classe sociale, e sapevo che per raggiungere quell'obiettivo il libro era certamente l'arma più letale. Qualche anno più tardi, ripensandoci, ho provato solo vergogna per quel mio comportamento, ma all'epoca non ci pensavo, fuggivo e basta. Ero troppo orgoglioso di essere sfuggito alla classe sociale della mia famiglia; ero stupido e arrogante. Le nostre cene si concludevano sempre con un litigio. Io parlavo e mia madre mi interrompeva: Ehi, smettila di parlare come un libro stampato, non ho bisogno delle tue lezioni e dei tuoi paroloni. Lo diceva con un misto di collera, tristezza e repulsione. Mi rimproverava di considerarmi superiore — Pensi di essere migliore di noi — e io replicavo che non era vero. E invece era proprio così: mi credevo migliore di lei, migliore di tutta la mia famiglia, ed ero deciso a farglielo sapere. I libri erano il mezzo più efficace per ottenere quel risultato, e più mia madre mi diceva che parlavo come un libro più mi sentivo incoraggiato a continuare. Quelle frasi che mi rivolgeva mi sembravano il più bel complimento che avessi mai ricevuto: ero parte di coloro che leggevano i libri e che parlavano come i libri.
Agli occhi di mia madre un romanzo di Hemingway era molto più violento della foto di un miliardario al centro di un immenso e bellissimo salone, magari ricoperto d'oro, come le capitava di vedere nelle pagine delle riviste. La foto del miliardario, anche se era violenta a sua volta, e in modo forse più insidioso, la faceva sognare: mia madre passava ore a guardare le foto delle ville sulle riviste patinate e a dire quanto sognasse vivere in una di quelle ville. Il libro di Hemingway, invece, non la faceva sognare: la schiacciava, le ricordava il suo posto nel mondo, nient'altro.
Nella cultura è compresa una violenza intrinseca. È probabilmente a causa di questa violenza che James Baldwin racconta in Congo Square che un giorno, quando aveva intorno ai sette anni, era stato costretto ad arrampicarsi in cima al mobiletto del bagno per recuperare un libro nascosto nello scaffale più in alto, sopra la vasca. Era stata sua madre a nasconderlo. Da diversi mesi vedeva suo figlio leggere in modo compulsivo le pagine di quel romanzo e "piena d'ansia e tremante" aveva deciso di allontanarlo dalla vista del figlio. La famiglia di Baldwin era una famiglia di poveri pastori battisti neri e sicuramente sua madre aveva visto in quel libro che James stringeva tra le mani il simbolo di quel che alla fine li avrebbe allontanati. Aveva sicuramente compreso quel che il libro le annunciava: suo figlio non avrebbe avuto la sua stessa vita, e attraverso i libri avrebbe avuto accesso a cose, a delle possibilità, a dei privilegi, che a lei erano stati sempre negati.
Il problema è di sapere se i libri sono condannati a riprodurre questi confini sociali. Se la violenza della cultura è inevitabile.
In realtà, qualche mese dopo il viaggio in Giappone, ho tenuto una conferenza alla Casa della Letteratura di Oslo. Mi avevano proposto di parlare di un autore a scelta e io avevo deciso di parlare di Toni Morrison.
Quando sono entrato nella sala delle conferenze sono rimasto colpito dalla presenza di un numero impressionante di donne nere, un numero molto superiore rispetto agli incontri in cui mi capita di parlare dei libri che scrivo. Alla fine della conferenza ho discusso con molte di loro: alcune avevano letto Toni Morrison, altre no, ma tutte si sentivano accolte dai libri della scrittrice americana. Sapevano che romanzi come Jazz o A casa si rivolgevano a loro, non solamente a loro, ma innanzitutto a loro, e in quell'istante la violenza della cultura mi è sembrata sospesa.
Non voglio dire che un libro di Toni Morrison sia sufficiente perché le diseguaglianze sociali e il loro riprodursi si interrompano, ma almeno in quel caso la letteratura ha svolto il suo compito: ora tocca ai politici svolgere il proprio.
Nella mia vita e in contesti diversi ho incontrato persone che nello stesso modo si sentivano accolti dai libri di James Baldwin. Opere come No Name in the Street o The Devil Finds Work (all'interno della quale si trova Congo Square) hanno permesso loro di superare la soggezione e l'umiliazione che la "cultura" aveva prodotto sui miei genitori quand'ero bambino.
Contrariamente ai miti che la borghesia cerca di imporci da secoli, " la cultura" non salverà nessuno. Non aprirà lo spirito, non renderà la società migliore, non ridurrà la violenza nel mondo. Sarà solo un certo tipo di cultura a farlo, e alla fine, un tipo di cultura che sarà stata in grado di definirsi contro la cultura dominante, un tipo di cultura che si sarà generata contro la cultura esistente.

Congo Square è una scintillante e viscerale esegesi profondamente autobiografica in cui tutti i temi ricorrenti nell’opera dell’autore da cui trae spunto lo splendido documentario I am not your negro sono presenti. Ossia l’eccezione rispetto alla norma, la diversità, l’alterità, l’unicità, la moltiplicazione dei punti di vista, connettendo la realtà all’immaginario, anche filmico e letterario, che spesso si illude di saperla raccontare ma non vi riesce in quanto si relaziona alla materia con strumenti inadeguati. Folgorante, potente, semplice, preciso, puntuale, brillante, divulgativo, profondo, mai cattedratico, artificioso o retorico.

…Attraverso Congo Square James Baldwin, la voce per eccellenza della coscienza sociale, culturale, economica, politica, civile, un uomo che ha sempre combattuto per i diritti suoi e degli altri, che è andato anche contro i propri interessi, sempre percorrendo la strada più scomoda, perché l’unica capace di condurre alla verità, che ha lavorato per l’integrazione, contro ogni sopruso e discriminazione, il primo, per dire, che ha affrontato il tema dell’omosessualità nella comunità afroamericana, l’autore perennemente interessato alla moltiplicazione dei punti di vista, all’eccezione da ciò che è considerato normale, al diverso tout court, lo scrittore dalla cui opera prende le mosse il documentario, bellissimo, I am not your negro, fa un’esegesi del cinema molto più approfondita di quella di tanti critici del settore. E soprattutto, attingendo a piene mani dalla propria autobiografia, e con stile dotto ma chiarissimo, spiega perché, essendo un medium come tanti altri, e non avendo strumenti adeguati per rappresentare la totalità del mondo, non possa davvero raccontare bene la realtà, anche quando si fa vanto di un presunto, ma non autentico ‒ e dunque inefficace ‒ realismo.

martedì 3 novembre 2015

In memoria di Mario Masala, poeta


In Africa, quando un vecchio muore, è una biblioteca che brucia (Amadou Hampâté Bâ)

 


Mario Masala non c’è più, era un poeta improvvisatore, fra i più importanti della Sardegna.

I poeti improvvisatori sono diffusi in tutto il mondo, ma li conoscono in pochi.

Sono i poeti che sanno tenere attenti per ore un pubblico in estinzione, come i poeti, da quando, per centinaia di anni, o anche millenni, raccontano storie, giocano con le parole, appassionano il pubblico.

C’è stato un tempo nel quale la televisione non esisteva, si usciva di casa, quando c’era la festa del paese non si invitava il gruppetto che faceva cover, non si invitava lo scemotto che aveva fatto qualche comparsata alla tv, come succede oggi.

Si invitavano i poeti, e si spendeva (poco, per carità) per fare arrivare i migliori.

Si contavano i giorni che mancavano alla gara poetica, nella quale i poeti si sfidavano (anche ora, ma sempre meno) su temi sorteggiati fra le proposte del pubblico.

E la sera la piazza era piena, ci si portava la sedia da casa, nelle serate e notti fresche d’estate.

I bambini correvano qui e là, quando il bambino era bambino, andavano venivano ogni tanto si fermavano, e quando chiedevi loro cosa vuoi fare da grande alcuni rispondevano il poeta, non il tronista, non il paramedico, non il consigliere di circoscrizione, proprio il poeta.

quando i bambini vogliono diventare poeti, ecco, quella è una civiltà superiore.

Intanto c’è stata una trasformazione anche antropologica (si legga una poesia di Francesco Masala, qui, per intuire qualcosa), ma questo è un altra storia,o forse no.

 

QUI Mario Masala racconta la sua vita, da quando era bambino, in sardo con i sottotitoli in italiano.

È’ una bellezza ascoltare il suo racconto, provateci.

 

Ecco un piccolo ricordo uscito sulla stampa sarda:

Una vita sui palchi di tutta l’Isola (e non solo) per cantare le storie della sua terra: Mario Masala, “Masaleddu”, ha passato ben 64 anni davanti a un microfono come poeta improvvisatore. La sua voce e la sua straordinaria vena poetica non canteranno più: si è spento ieri a 80 anni nella sua casa di Silanus lasciando un grande vuoto nella poesia sarda.
Ha iniziato a cantare a 16 anni: nella sua prima gara si trovò subito davanti i grandi nomi come Cicciu Piga, Andria Nìnniri e Remundu Piras. Fu proprio quest’ultimo che intuì il suo straordinario talento e lo spinse al canto. Masala ha girato le piazze della Sardegna ed è stato poi sui palchi di tutto il mondo come ospite dei circoli sardi.
Tre anni fa, in occasione del Premio Funtana Elighe a Silanus. aveva composto una poesia dedicata all’amico Toni Manca appena scomparso.
Oggi riportiamo le sue stesse parole per ricordarlo: “Pro nois tottus sos paesanos issu est biu et est cantende ancora“ (Per noi compaesani lui è vivo e sta cantando ancora)
da qui

lo potete sentire cantare qui:




e qui:





anche Mario Masala appare in questo bel documentario di Giovanni Columbu:




venerdì 13 febbraio 2015

Un disinvolto mondo di criminali - Peter Handke


Peter Handke racconta di due viaggi in Serbia, quando la Serbia era il nemico numero uno del mondo civile e giusto, il nostro, naturalmente.
Peter Handke cerca di capire e applica le parole di Adorno nei suoi ragionamenti e nei suoi comportamenti.
e, quando i potenti hanno deciso che ci sono solo il bianco e il nero,  sottrarsi a questa scelta prescritta è un crimine, o quasi, diventi un nemico.
Peter Handke si interroga, dubita, ascolta, parla, sta con i perdenti, un altro tedesco (Bertolt Brecht) scriveva che "fra i vinti la povera gente faceva la fame e fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente".
gli intellettuali, quelli non embedded, sono scomodi, fastidiosi, non sono patriottici, gli si fa terra bruciata intorno.
siano benedetti coloro i quali non scelgono fra bianco e nero - franz

ps: 
 dice Adorno: "La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta"






Il titolo originale - In lacrime, chiedendo - rivela il registro di scrittura che il noto autore austriaco (nato nel 1942) adotta per le "annotazioni a posteriori su due attraversamenti della Iugoslavia in guerra - marzo e aprile 1999", redatte durante la campagna della Nato. Handke trascrive le sue immediate reazioni alle operazioni militari degli alleati, ma soprattutto denuncia la manipolazione delle informazioni sui media occidentali. Deriva, il titolo, da uno degli ultimi colloqui dell'autore, ormai in procinto di lasciare il paese, con una oncologa di Novi Sad che, affranta, gli parlava delle sofferenze dei suoi pazienti, aumentate a dismisura a causa della guerra: "Questa donna non riesce a capire ciò che i paesi in cui si è sempre recata volentieri (è stata spesso negli Usa) stanno facendo al suo popolo. Ma poi, invece di indignarsi, chiede soltanto: 'insomma siamo davvero così colpevoli?'. E questi occhi qui, non immediatamente distolti, puntati dritti in faccia a noi, tenuti fissi nella luce e nel sole; CHIEDENDO tra le lacrime, chiedendo; chiedendo; rimprovero, tema per uno scultore, ma quale?".

Handke ha viaggiato con alcuni amici serbi in zone a lui care, incontrando persone che sentiva autentiche, spontanee, non corrotte dalla modernizzazione contemporanea. E non s'interroga su quali siano stati gli errori della politica serba negli ultimi anni - un aspetto, questo, che gli è stato spesso rimproverato -, piuttosto mette in evidenza i guasti causati dalla guerra, la pena degli abitanti, l'insensatezza dell'azione bellica. Si mette dalla parte dei deboli e delle vittime, e questo gli fa onore - d'altra parte, però, il suo modo d'indagare gli fa perdere di vista il contesto complessivo, soprattutto gli impedisce di individuare le radici del conflitto balcanico. Handke bolla la politica occidentale e i media che la sostengono con una durezza tale da parere talora non obiettivo, o comunque incapace di sondare sia le origini che le conseguenze di quella politica. Ma non solo: il suo procedere per partito preso gli impedisce di cogliere gli stessi deprecabili difetti nei media serbi, prima e durante i bombardamenti della Nato.

La contraddittorietà della sua posizione ha determinato una ricezione differenziata della sua figura in Serbia: se era ospite gradito ai detentori del potere - anche se non si può accusare Handke di aver sostenuto la dittatura - lasciava invece perplessa o addirittura divisa l'opposizione. Una frazione ridotta vedeva in lui lo scrittore famoso che con i suoi clamorosi interventi pubblici finiva - magari inconsapevolmente - di legittimare il regime aiutandolo a sopravvivere. Per la maggior parte dei lettori e degli intellettuali serbi, invece, Handke costituiva, soprattutto nel periodo dei bombardamenti, una forma di conforto. Lo sentivamo come unilaterale, sì, ma rappresentava pur sempre un barlume di speranza: ci trasmetteva l'illusione che non fossimo del tutto - e per sempre - abbandonati.



 E smettiamola di associare gli «snipers» di Sarajevo ciecamente ai «serbi»: la maggior parte dei caschi blu francesi uccisi a Sarajevo furono vittime dei cecchini musulmani. E smettiamola di collegare l'assedio (orribile, stupido, incomprensibile) di Sarajevo esclusivamente all'armata serbobosniaca: nella Sarajevo degli anni 1992-1995, decine di migliaia di civili serbi rimasero bloccati nei quartieri del centro, come Grbavica, che a loro volta erano assediati - eccome se lo erano! - dalle forze musulmane. E basta attribuire gli stupri soltanto ai serbi. Smettiamola di collegare le parole in modo unilaterale, alla maniera del cane di Pavlov. Allarghiamo l'apertura che ci si presenta. Che la breccia non sia più ostruita da parole marce e avvelenate. Resti fuori ogni mente malvagia. Abbandoniamo finalmente questo linguaggio. Impariamo l'arte della domanda, viaggiamo nel paese sonoro, in nome della Jugoslavia, in nome di un'altra Europa. Viva l'altra Europa. Viva la Jugoslavia. Zivela Jugoslavija.



 «Uno così» può e deve anche potersi comportare come gli dettano le sue emozioni. E nessuno può seriamente biasimare Peter Handke se per lui quella dei serbi è una questione molto personale e fortemente sentita. O forse non è così? Forse è giusto biasimare chi ha il coraggio di una totale franchezza e umanità, nel mondo freddo e impersonale che è quello della politica? (E anche se così fosse, non sarebbero comunque giustificate certe etichette e certe accuse che rasentano il linciaggio morale). Il fatto che abbia detto una frase di troppo (quell´infelice paragone tra i serbi e gli ebrei) lo ha ammesso, e per iscritto, già da anni (un´ammissione apparsa anche sui giornali tedeschi). All´epoca se ne prese atto senza alcuna replica.

Perché ora tutto questo viene tirato un´altra volta in ballo, come se lo stesso Handke non avesse ritrattato quella frase?

Chi si accontenta di basarsi sul sentito dire, su voci o su fonti anonime, non esita neppure un attimo a demonizzare un uomo come Peter Handke. E sempre esaltante veder cadere un grande dall´altare nella polvere. (Come nello sport, che pochi paesi seguono come il nostro.) Ma il «lettore», che giudica con cognizione di causa (o meglio evita di giudicare) non esiterà a schierarsi contro la denigrazione in atto. Di fatto, non può che solidarizzare con il suo autore e dargli manforte. Anche perché altrimenti «il suo leggere» ne uscirebbe screditato…


sabato 6 settembre 2014

Quando il bambino era bambino – Peter Handke

Quando il bambino era bambino,
andava con le braccia a penzoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume fosse una corrente,
e questa pozzanghera il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere bambino,
tutto era per lui animato,
e tutte le anime erano una.
Quando il bambino era bambino,
non aveva opinione su niente,
non aveva abitudini,
sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo cambiava posizione,
aveva un vortice nei capelli
e non faceva facce da fotografare.
Quando il bambino era bambino,
era il tempo delle seguenti domande:
Perché io sono io e perché non tu?
Perché io sono qui e perché non là?
Quando è iniziato il tempo e dove finisce lo spazio?
È forse la vita sotto il sole nient’altro che un sogno?
Ciò che vedo, sento e odoro
è forse solo l’apparenza di un mondo di fronte al mondo?
Esiste realmente il male e persone che sono veramente cattive?
Come può essere, che io, che sono,
prima di essere, non ero,
e che io, che sono, un giorno
non sarò più quello che sono?
Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito.
E adesso mangia tutto ciò, e non solo per necessità.
Quando il bambino era bambino,
si svegliò una volta in un letto sconosciuto
e ora succede sempre così,
molte persone gli sembravano belle
e ora solo in qualche caso fortunato,
si immaginava chiaramente il Paradiso
e ora ne ha solo il presentimento,
non poteva pensare al nulla
e oggi rabbrividisce al solo pensiero.
Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo
e ora è tutto immerso nella cosa come allora solo
quando questa cosa è il suo lavoro.
Quando il bambino era bambino,
gli bastavano per nutrirsi mela, pane,
ed è ancora così.
Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere
e ora è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua
e ora è ancora così,
aveva su ogni montagna
la nostalgia di una montagna sempre più alta
e in ogni città
la nostalgia di una città sempre più grande,
prendeva sulla cima di un albero le ciliegie tutto euforico,
come è ancora oggi,
aveva timore verso ogni straniero
e ne ha tutt’ora,
aspettava la prima neve,
e la aspetta ancora.
Quando il bambino era bambino,
lanciava un bastone contro l’albero come una lancia,
e ancora oggi continua a vibrare.
da qui