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venerdì 18 dicembre 2020

COME FUNZIONA DAVVERO IL MES (E QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE). DIALOGO CON MARCO GIACONI

 

“OCCORREREBBERO GLI EROI, MENTRE OGGI ABBIAMO SOLO PICCOLI UOMINI ETERODIRETTI”. COME FUNZIONA DAVVERO IL MES (E QUALI SARANNO LE CONSEGUENZE). DIALOGO CON MARCO GIACONI

 

Carissimo Professore, ci spiega in sintesi come funziona il MES?

Il Meccanismo Europeo di Stabilità nasce nel 2011-2012, quando la grande crisi finanziaria, importata dagli Usa, arriva pesantemente in tutta l’Europa. L’art.123 dei Trattati vieta a tutti gli Stati membri della UE, e alla stessa Banca Centrale Europea, di salvare Paesi membri dell’Unione che siano comunque in grave difficoltà. A cosa serva allora una UE che, esplicitamente, afferma che non si deve aiutare un proprio membro è un mistero doloroso? La ratio dell’art.123 dovrebbe essere quella che gli Stati non devono essere incentivati a indebitarsi, sapendo che altri li aiuteranno, ma è un ragionamento pseudo-economico e capzioso. La crisi del 2006-2010, comunque, è grave e viene finalmente aggirato l’art.123; prima con l’EFSF, nato il 9 maggio 2010, ovvero lo European Financial Stability Fund, che inizia a operare concedendo in totale 175 miliardi a Irlanda, Portogallo e Grecia. Il MES, che sostituisce il Fondo, è invece una organizzazione internazionale costituita con un Trattato affiancato, ma non incluso, tra quelli della UE. Può contare su 700 miliardi di euro circa, di cui gli Stati membri iniziano a versare pro quota 80 miliardi. La Germania è oggi il primo “socio” del MES, con il 27% delle quote, l’Italia ne ha oggi il 18%. Finora il “Meccanismo Europeo di Stabilità” ha concesso finanziamenti a Cipro (6,3 miliardi) Grecia (61,9 miliardi) e Spagna (41,3 miliardi). La “condizionalità” del MES ovviamente esiste, “non esistono pasti gratis”, come diceva Milton Friedman, e varia a seconda della natura dello strumento utilizzato per finanziare uno Stato in difficoltà. Per i prestiti diretti, esiste un “programma di aggiustamento macroeconomico” in forma di memorandum, che è via via meno stringente nel caso delle linee di credito precauzionali, che riguardano Paesi fondamentalmente sani ma colpiti da shock avversi. Le linee del MES prevedono: a) consolidamento fiscale, b) riforme strutturali, riforme del settore finanziario. La prima linea di credito si chiama PCCL, Precautionary Conditioned Credit Line, che vale per i Paesi UE sostanzialmente solidi. La seconda line è la ECCL, Enhanced Conditions Credit Line, che è quella già preconizzata per lo Stato italiano. Il MES è poi guidato da un “Consiglio dei Governatori” composto da 19 ministri delle Finanze dell’area Euro. Opera di solito all’unanimità. Ma il Meccanismo di Stabilità Europeo può anche funzionare all’85% delle quote di capitale se, in caso di minaccia alla stabilità dell’Euro e dell’economia UE, la Commissione Europea e la BCE richiedano l’assunzione di decisioni urgenti per l’assistenza finanziaria. Per l’economia, vale sempre il detto della fisica aristotelica, motus in fine velocior. Finora, il capitale già sottoscritto è di 704,8 miliardi, di cui 80,5 già versati. La sua capacità di prestito è oggi di 500 miliardi di Euro. La riforma del MES di cui si sta trattando non modifica di molto le linee fondamentali, oggi, di azione del Meccanismo.

Come si comporteranno i mercati dopo che abbiamo dichiarato fedeltà al MES?

La globalizzazione, da quando è arrivata al suo punto di non ritorno, ha accentuato fortemente la concorrenza tra gli Stati membri della UE. L’Unione è oggi un beggar thy neighbour club, una associazione dove si cerca di impoverire il proprio vicino. D’altra parte, si tratta di Paesi con economie comparabili, tutte fortemente export-led, che quindi si fanno una concorrenza durissima sui mercati esteri e, inevitabilmente, anche in ambito UE. L’“Inno alla Gioia” beethoveniano, rielaborato dal compositore anche rispetto al testo di Schiller, non è affatto realistico. Francia e Germania usano, da molto tempo, le regole europee per raggiungere una loro, unita o separata, egemonia continentale. L’Italia è l’unico grande Paese europeo che ha costituito, piuttosto, una sua buffa “religione europeista”, eredità della vecchia teoria del “vincolo esterno” con cui si faceva fare all’Europa quello che non volevamo fare da soli, per paura di perdere voti. Diceva Montanelli che i francesi vanno in Europa da francesi, i tedeschi da tedeschi, noi italiani invece stiamo in Europa da europei. Una classe dirigente per la quale l’interesse nazionale è una espressione “fascista” è il frutto di questa ingenua e sciocca esterofilia. Peraltro, come ha notato Paolo Savona, il MES funziona anche come “prestatore di ultima istanza”, mentre nemmeno la BCE non è lender of last resort, come tutte le Banche di emissione al mondo. Per Savona, pur essendo lender of last resort; ma il MES non ha disponibilità illimitata di moneta, come dovrebbe invece accadere, non è mai tempestivo, può non essere risolutivo per la quantità di denaro erogato (nessuno può mai prevedere di quanto abbia bisogno uno Stato in crisi finanziaria) e si è poi, dotato di un sistema di aggiustamento macroeconomico che si basa sul vecchio criterio dell’“Austerità”, che può andare bene in alcuni casi ma non in tutti. Cosa faranno i mercati quando vedranno che accettiamo il MES? Semplice, diranno tra sé e sé che “l’Italia è alla canna del gas” e chiederanno interessi molto maggiori del solito per rifinanziare la parte non-MES del nostro debito pubblico. Inoltre, siccome il ripagamento del MES è primario rispetto gli altri debiti, i mercati diranno “tenetevi pure il MES, ma ora noi ce ne andiamo”.

Il direttore tedesco Regling ha detto chiaramente che ci saranno condizionalità, eccome… cosa vuol dire perciò condizionalità finanziaria per i prestiti?

Il MES è, tutto sommato, una Banca, e le Banche non sono opere di beneficienza. Il contratto tra creditore e debitore si inquadra qui nel Reg. 472/2013, che fa parte del vecchio Two Pack, dove all’art.7 comma 5 si dice che “la Commissione, d’intesa con la BCE e, nel caso, con il FMI, esamina, insieme allo Stato membro interessato, le eventuali modifiche e gli aggiornamenti da apportare al programma di aggiustamento macroeconomico… il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione Europea, decide in merito alle modifiche da apportare a tale programma”. Qualunque sia la serie di condizioni del prestito, i creditori possono in ogni momento imporre condizioni più restrittive, e il finanziamento, proprio a questo scopo, viene concesso in tranches. Nel caso della Grecia, la Troika ha imposto ben 61 misure fiscali a Atene, ma solo 15 di esse erano già contemplate dal memorandum MES del 2015, tutte le altre sono arrivate nei ben quattro “aggiornamenti” successivi. Mai visto, peraltro, un prestito senza condizioni. Questi sono straccioni che non hanno mai chiesto un prestito per cambiare la macchina. Qui, la nostra classe politica, raccogliticcia e incompetente, si rivela per quello che è. Klaus Regling, il presidente del MES, si mise molta paura quando Yannis Varoufakis, allora ministro dell’economia del governo Tsipras, gli disse che Costa Gavras, il famosissimo regista di “Z”, voleva fare un film sulla crisi del debito greco. Aveva ragione, Regling: dalle registrazioni raccolte di nascosto da Varoufakis, lo si sentiva gridare che non sarebbero state pagate le pensioni, se Atene non avesse saldato la sua ultima rata al Fondo Monetario. Si ricordi, poi, che queste riunioni non sono certo dei delicati minuetti. È probabile che qualcuno ti faccia la tipica domanda da mafioso, del tipo: “so che tuo figlio va bene a scuola, ma non vorrei certo che si facesse male uscendo…” oppure “Certamente, hai comprato una bella casa al mare, speriamo che non vi succeda niente…”. Per il MES attuale, Francia e Germania si sono messe d’accordo nel richiedere la sottoscrizione, all’Italia e agli altri eventuali richiedenti di un credito MES, di un memorandum di intesa che gli imponga di destinare le risorse acquisite per l’emergenza sanitaria e economica, e a rispettare, occorre ricordarlo, il Patto di Stabilità e Crescita. La “rigorosa condizionalità” è comunque la diretta derivazione dell’art.136 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, non del regolamento del MES. L’accattonaggio di certi politici italiani, che dicono, “prendiamoli comunque, sono sempre 35 miliardi” mi ricorda un grande film del 1959 con Alberto Sordi e Renato Salvadori, “I magliari”. Ambientato, guarda caso, in Germania.

Cosa c’entra Prodi in tutto questo?

Romano Prodi c’entra sempre. Mi ricordo che, quando il mio vecchio maestro Francesco Cossiga lo nominava, non dimenticava mai di aggiungere, con la sua classica perfidia, che era andato in cattedra all’Università pubblicando un libretto di poche pagine sul distretto delle piastrelle di Scandiano, dove peraltro Prodi era nato. Certo, beati monoculi in terra caecorum, uno che sa qualcosina fa sempre la sua bella figura nella crassa ignoranza della nostra classe politica. Mi sembra che Romano Prodi stia facendo propaganda per il MES, ma attenti: Prodi conosce benissimo la burocrazia europea, e ho l’impressione che il testo sottotraccia dei suoi interventi sia: state in campana, se non digerite il MES non vi daranno nemmeno il resto. È probabile che abbia ragione.

Tornando al dunque: come si fanno i prestiti internazionali?

La Banca dei Regolamenti Internazionali, il “torracchione” di Basilea con la più bella biblioteca di economia e storia economica del mondo, classifica i prestiti internazionali da governo, e da stato a stato, o da privato a privato, come quando, nel 1974, Helmut Schmidt fece avere alla Banca d’Italia, per due anni e con un onere di interessi pari a quello dei Treasure Bonds Usa, due miliardi di Usd. Il prestito fu garantito dalle nostre riserve di oro, poi il prestito viene rinegoziato due anni dopo, e la garanzia stavolta fu di 650 tonnellate d’oro e, solo ora, una parte di questo metallo (“all’idea di quel metallo…”, canta il Barbiere di Siviglia rossiniano) va verso la Germania, nascosta sotto i rottami di ferro di un carro ferroviario della FIAT. Poi, ci sono i prestiti da privati o da enti finanziari pubblici a favore di enti e organizzazioni dell’altro Stato. Poi c’è anche quello da impresa a impresa, ma di due Paesi diversi, il supplier’s creditQuasi tutti i prestiti internazionali sono di durata media o lunga, ovvero oltre i 5 anni. Di solito, il prestito viene ripagato in beni o servizi dall’ente che lo riceve, e di solito il prestito viene vincolato alla cessione di beni e di altre materie prime. Si chiama countertrade, ed è una forma del classico baratto. Quando Hjalmar Schacht, il cosiddetto “banchiere di Hitler” (ma era ebreo e massone) ricostruisce l’economia tedesca, lo fa facendo baratto con cibo e materie prime di Paesi che avevano bisogno della grande tecnologia tedesca. Non c’era passaggio di denaro, e quindi non c’era nemmeno la necessità di comprare la moneta accettata dal venditore sui mercati internazionali. Bel risparmio. Per i prestiti internazionali, essi vengono erogati di solito da enti internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Banca Europea degli Investimenti, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, e dai consorzi di banche internazionali. Hanno solitamente un vincolo di destinazione, tali prestiti. Comunque, i prestiti degli organismi finanziari internazionali non comportano un esborso finanziario al ricevente, il pagamento viene riferito direttamente al fornitore.

Come va il nostro sistema industriale?

La crisi attuale, generata dalla pandemia da Covid-19, dovrebbe portare ad una caduta totale del 30%, la più grande dopo la crisi derivata dalla Seconda Guerra Mondiale. La caduta della manifattura italiana porterà ad una ulteriore contrazione del Pil, nel trimestre prossimo, del 4%. Ma i tavoli aperti al Ministero dello Sviluppo Economico sono oltre 149. 102 di questi sono attivi da oltre tre anni, 28 da ben sette anni. Inutile parlare della razionalizzazione della burocrazia, che dovrebbe essere, più esattamente, fatta saltare con la dinamite: se riduci gli occupati nel settore pubblico, poi ti fanno causa, la vincono e ti tocca pagarli come nuovi. Distruggere, possibilmente sempre con la suddetta dinamite, la lunghissima catena tra Stato Centrale e Regioni, che proprio la pandemia ha rivelato essere quello tutti che gli analisti sapevano già: degli enti inutili e costosissimi. Né è possibile andare avanti con questa economia tutta export-led che deprime il mercato interno e produce gioventù bruciate, tra corsi di Lettere e altre frescacce e, anche, la gig economy, l’“economia dei lavoretti”. Occorre una nuova formula produttiva.

Come funziona la finanza pubblica in eccesso di debito?

Perché si è formato, all’inizio degli anni ’70, il nostro grande debito pubblico, quel debito che, da “grande” può, come disse Ronald Reagan, “cavarsela benissimo da solo”? Basse aliquote sugli scaglioni alti del reddito, bassa tassazione dei redditi da capitale, la riduzione delle imposte patrimoniali, ovviamente l’alto tasso di evasione fiscale e l’espandersi dell’economia in nero. L’idea di Keynes qui era, come spesso accade, giusta: la crisi si manifesta nel momento in cui il contribuente non accetta più di pagare tasse extra per soddisfare le richieste dei rentier.

In chiusura, ci spiega come si collega il libretto Guerra senza limiti dei generali cinesi Liang Qiao e Xiangsui Wang con quanto è successo a Wuhan? 

Malgrado qualcuno dica il contrario, non credo che a Wuhan sia successo qualcosa di davvero pericoloso, nel laboratorio per la guerra batteriologica dell’area di Hebei. I cinesi hanno attribuito la prima infezione del Covid-19 ai giochi militari internazionali e agli Usa, presenti a Wuhan poco prima dello scoppio della pandemia. Gli americani accusano poi i cinesi di aver infettato volontariamente il globo. È una guerra delle informazioni, niente di più. I due colonnelli cinesi hanno elaborato un modello di “guerra senza limiti” dove la guerra non è nemmeno più guerra, ma è azione costante di governo. Nella finanza, nella tecnologia, nella information technology, nella guerra culturale, tutto è sempre una operazione marginale di guerra, dove non serve più lo scontro militare tradizionale, ma la verifica di una superiorità tecnologica, finanziaria, sociale sull’avversario. Il caso di Wuhan è, casomai, l’indicazione che la Cina lavora ancora sulla guerra batteriologica, per difendersi, ma anche per attaccare. Attacco e Difesa sono, nella teoria dei due colonnelli cinesi, la stessa cosa. Quindi, terreno/non terreno, guerra/non guerra, violenza/non violenza, tutto opera nel “sistema della combinazione tra gli estremi”, una memoria di Sun Tzu.

Domanda da secchione. Quanto è affidabile la versione inglese di Guerra senza limiti, l’unica disponibile agli occidentali vista la riservatezza che ancora circonda l’originale cinese? 

I miei amici sinologi mi dicono che la traduzione è buona, per quanto possa essere accettabile la traduzione dal cinese in inglese.

Aggiunta sapienziale. Questo è Jung a quarant’anni, Viaggio infernale nel futuro, nel Libro rosso (1, V). Siamo intorno al 1915. “Quello che i destini dei popoli rappresentano nella realtà concreta accadrà nei vostri cuori. Se in voi verrà ucciso l’eroe, allora sorgerà per voi il sole del profondo, che risplende da un luogo remoto e ancora ignoto. Ma subito tutto ciò che finora pareva morto si animerà in voi e si tramuterà in serpenti velenosi che vogliono avvolgere il sole, e voi piomberete nella notte e nel turbamento… l’eroe vuole intraprendere tutto ciò che gli è possibile – l’anonimo spirito del profondo invece fa emergere tutto ciò che l’uomo non può fare – il non-potere impedisce ulteriori ascese. Non possiamo eliminare il nostro non-potere ed elevarci al di sopra di esso. Il non-potere esigerà la sua quota di vita.  Questo ci condurrà ad apprezzare le più piccole cose e alla saggia moderazione che viene richiesta dalle massime altezze”. Commenti.

L’Io eroico si costruisce assumendosi la responsabilità di fare fronte allo strapotere dell’inconscio. Il Viaggio dell’Eroe, archetipo narrativo, mitico e culturale, è il raggiungimento da parte dell’Io della Autorealizzazione, dell’Individuazione e dell’Illuminazione. Il Viaggio dell’Eroe ci porta alla scoperta del Tesoro, ovvero il nostro vero Sé. Ma questo crea una naturale azione di contrasto da parte dell’inconscio, che fa nascere serpenti, come quelli che bloccano Laocoonte. L’Eroe sconfigge il drago, l’Es freudiano, salva la Fanciulla, l’Eros che diviene finalmente superamento dell’Io, e qui la memoria della tradizione cavalleresca è essenziale, poi conquista il Tesoro, la padronanza di Sé e la costruzione autonoma e eroica del carattere, infine edifica il Regno. Che è la nostra Vita. Ecco, occorrerebbero gli Eroi, mentre oggi abbiamo solo piccoli uomini eterodiretti.

Andrea Bianchi con Marco Giaconi

da qui

martedì 10 dicembre 2019

il MES del nostro scontento


MES: ancora il primato della finanza - Francesco Gesualdi

I politici non sempre dicono la verità, ma ogni tanto hanno la capacità di attrarre l’attenzione su tematiche che i cittadini farebbero bene a seguire di più. Un caso del genere si è verificato di recente quando è stato portato alla ribalta ciò che i media hanno battezzato “Trattato salva Stati”, il cui vero nome è “Trattato per il meccanismo europeo di stabilità”, in sigla MES. Un’analisi più dettagliata ci dice che il vero obiettivo del trattato non è la salvezza degli Stati, bensì dell’euro minacciato da crisi di sfiducia ogni volta che gli Stati si sovraccaricano di debiti.
La storia del MES inizia nel 2010, un periodo in cui più di uno Stato europeo dell’area euro, si trova costretto ad accrescere il proprio debito, quale per salvare le proprie banche travolte da gestioni fallimentari, quale per tamponare gli effetti di una crisi economica che si sta trasformando in crisi sociale. È di questi tempi l’emergere degli “Stati maiali”, appellativo attribuito non con l’intento di offendere chicchessia, ma perché il caso ha voluto che i paesi in maggiore difficoltà siano Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, le cui iniziali hanno permesso a qualche giornalista fantasioso di elaborare la sigla PIIGS, un acronimo che in inglese suona appunto come maiali. Il debito, che in condizioni normali attrae gli investitori ansiosi di collocare i propri capitali, può trasformarsi in un potente repellente se diventa così alto da non dare più affidamento di restituzione. E poiché l’afflusso di capitali rafforza le monete, mentre la fuga le indebolisce, questa è la ragione per la quale il debito pubblico è diventato uno dei temi di maggiore attenzione per l’Unione Europea, in particolare per i paesi che condividono l’euro. Attenzione esercitata attraverso due modalità. La prima vigilando affinché nessuno Stato si indebiti oltre misura. La seconda, soccorrendo i paesi in maggior difficoltà affinché la crisi rimanga circoscritta al loro interno. Una sorta di cordone sanitario per evitare che vengano risucchiati nella crisi anche gli altri paesi e soprattutto l’euro.
Nel 2010 i primi Stati a manifestare un gran bisogno di prestiti, ma ormai così decotti da non ricevere più neanche un euro dai privati, furono Irlanda e Grecia, che però trovarono un’Europa non ancora organizzata per intervenire in maniera centralizzata a sostegno dei paesi membri afflitti da crisi finanziarie. Per cui inizialmente la situazione venne tamponata con prestiti bilaterali da parte dei singoli governi. Quello italiano, ad esempio, nel 2010 a titolo unilaterale prestò alla Grecia una decina di miliardi di euro, essi stessi raccolti a debito. Solo più tardi venne formato un fondo comune d’intervento che dopo vari appellativi, nel 2012, assunse il nome definitivo di MES (ESM in inglese). All’inizio, però, il MES non poteva essere considerato un organismo facente parte a pieno titolo all’architettura dell’Unione Europea perché non sussistevano tutti i presupposti giuridici per includerlo. Solo più tardi gli aspetti giuridici mancanti vennero integrati e nel giugno 2019 i governi dell’area euro si sono accordati su una bozza di trattato che dà pieno accoglimento al MES nella casa europea. Il tutto in vista della firma definitiva concordata per una data di dicembre di quest’anno. Ed è stato proprio l’approssimarsi dell’imminente scadenza ad avere riacceso il dibattito attorno al MES.
Il trattato, che per diventare pienamente operativo deve ottenere la ratifica dei parlamenti dei 19 paesi aderenti all’eurozona, oltre a definire compiti, struttura e dotazione del fondo, stabilisce anche a chi può essere offerta assistenza e a quali condizioni. Premesso che il fondo elargisce solo prestiti, per giunta finalizzati anche al salvataggio delle banche, esso divide i possibili paesi richiedenti in due categorie: quelli con un debito moderato e quelli con un debito elevato. Ai primi chiede come contropartita solo l’impegno a proseguire sulla strada della moderazione. Ai secondi invece, impone regole molto più stringenti. Ed è proprio questa differenziazione che alcuni reputano inaccettabile perché è come se i paesi dell’eurozona venissero ufficialmente divisi in buoni e cattivi, creando differenze ancora più marcate fra i paesi a debito moderato e quelli a debito pesante. A detta dei critici, gli investitori privati potrebbero inserirsi in questa crepa per imporre tassi di interesse più elevati ai paesi inseriti nella lista dei cattivi, prendendo a pretesto che la stessa Unione Europea li classifica come inaffidabili. In conclusione si potrebbe andare verso una definitiva conferma del differenziale esistente fra paesi dell’eurozona (il famoso spread), che invece di ridursi potrebbe continuare a crescere portando all’assurdo che i paesi forti paghino interessi bassi e quelli più in difficoltà interesse alti.
Un’altra critica mossa al Trattato è che i paesi a debito elevato potrebbero ricevere prestiti dal MES solo se fanno un tentativo di ristrutturazione del proprio debito. Che significa ottenere sconti dai creditori sul capitale da restituire. Un’ipotesi che molti vedono come una iattura perché metterebbe in difficoltà banche, assicurazioni e fondi pensione tradizionalmente forti detentori di titoli di Stato. E poiché queste istituzioni gestiscono risparmio dei cittadini, alla fine sarebbero i cittadini stessi a subire i contraccolpi della ristrutturazione. Se le cose dovessero funzionare davvero così è tutto da verificare, ma la critica è infondata perché il Trattato non contempla l’obbligo di ristrutturazione, termine che non è mai citato neanche negli allegati. Ciò che invece è contemplato è che il prestito ai paesi più indebitati sia condizionato alla firma di un accordo (meglio noto come Memorandum of Understanding) in cui siano elencate le riforme che il paese ricevente deve attuare per ridurre il proprio debito. Certo, fra queste può essere compresa anche la ristrutturazione, ma le esperienze passate ci dicono che altre sono le richieste più usuali. Valga come esempio la Grecia che dal MES e suoi antenati ha ricevuto prestiti a più riprese, ogni volta dovendosi impegnare a tagliare salari, pensioni, sussidi ai più poveri, in nome dell’abbattimento del debito.
Il trattato istituzionalizza anche la presenza della Troika, recitando testualmente che il rispetto del Memorandum sarà verificato in collaborazione con la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale.
In conclusione il Trattato sancisce il primato della finanza senza tenere in alcuna considerazione le esigenze sociali, i diritti umani, la salvaguardia della democrazia, concetti che non sono mai citati neanche di sfuggita. L’anima sociale: ecco il vero aspetto che manca al Trattato. Caratteristica che emerge anche dalla decisione di lasciare che ogni Stato risolva i propri problemi arrangiandosi da solo, sollecitando l’intervento degli altri solo quando l’instabilità dell’uno minaccia la stabilità di tutti.
Il MES insomma rappresenta un altro passo avanti verso la costruzione dell’Europa di tipo condominiale dove si sta assieme solo perché si condivide il tetto, le scale e l’ascensore, ma per il resto ognuno è estraneo all’altro, se non nemico. Tutt’un’altra Europa rispetto a quella sognata da Spinelli e gli altri padri fondatori che in tema di debito pubblico avrebbero chiesto soluzioni condivise a partire dall’emissione di titoli europei e di maggiore intervento da parte della Banca Centrale Europea. Da un punto di vista tecnico le modalità per conciliare riduzione del debito e salvaguardia sociale esistono. Ma il loro utilizzo dipende da come batte il cuore.
da qui


Fermate il Mes! Voglio scendere… - Marco Bersani

Nel surreale dibattito politico, la questione della riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è precipitata come un copione teatrale con ruoli predeterminati: ecco allora la maschera Salvini erigersi a paladino anti-sistema, con il controcanto delle maschere Governo-Pd sulle magnifiche sorti e progressive dell’integrazione europea.

Pare impossibile, dentro questo scenario, dire parole di verità. Proviamo quindi a sgombrare il campo: il MES non nasce oggi, è attivo dal luglio 2012, come Fondo salva-Stati, ed è l’evoluzione di precedenti meccanismi, il Fesf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) e il Mesf (Meccanismo europeo di stabilità finanziaria), pensati, con l’insorgere della crisi finanziaria globale del 2008, come strumenti per tutelare l’Unione monetaria dall’effetto domino di crisi occorse a singoli Paesi.
Fa parte del medesimo processo che ha visto, sempre nel 2012, l’approvazione del Fiscal Compact, che il nostro Paese ha inserito all’unanimità addirittura in Costituzione.
Tutte le tappe sinora descritte, compresa l’attuale, hanno visto la condivisione di tutte le forze politiche, che oggi fingono contrasti, avendo solo in testa l’infinita campagna elettorale che caratterizza il nostro Paese.
Il MES è già intervenuto, e ciascuno può intuire in quale direzione, nelle crisi finanziarie di Irlanda, Portogallo, Cipro e naturalmente Grecia, la più grande lezione di pedagogia “austeritaria” sinora realizzata. Perché l’essenza del MES sta nella “condizionalità” dei suoi interventi: se un Paese ne richiede l’aiuto, deve sottoscrivere un Memorandum, ovvero una serie di “riforme” sotto il segno della riduzione del costo del lavoro, dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni.
Se tutto questo è già in campo, di cosa si sta quindi discutendo? Di una riforma del MES, che va verso l’estensione del suo ruolo, tanto in merito alle richieste di aiuto degli Stati, quanto a quelle del sistema bancario.
Nel caso degli Stati, sarà il MES (che, non va dimenticato, agisce per statuto come un creditore privato e non come un’istituzione pubblica) a valutare la sostenibilità del debito pubblico e a proporre la linea di credito Pccl (Precautionary conditioned credit line), senza contropartite, per i Paesi “virtuosi”, o la linea Eccl (Enhanced conditions credit line), con richiesta di pesanti misure d’austerità, per i Paesi con rapporto debito/pil superiore al 60%.
Nel caso delle banche, la novità è che il MES potrà essere utilizzato per finanziare l’attuale Fondo di risoluzione unico, creato dalle banche europee per sostenere gli istituti in difficoltà (misura messa ora in campo non a caso, dato l’attuale rischio di collasso del sistema bancario tedesco).
Due brevi riflessioni ne conseguono.
La prima è relativa al fatto che, con questa riforma, si rinsalda il binomio trappola del debito pubblico/politiche liberiste e di austerità. Fatto un sospiro di sollievo per il mancato successo delle forze sovraniste e nazionaliste alle ultime elezioni europee, le elite politico-finanziarie continentali hanno deciso di rafforzare la gabbia del debito e di inasprire ulteriormente l’architettura iper-finanziarizzata dell’Unione Europea.
La seconda è che chi si oppone alla riforma del MES (appellandosi magari a supremi interessi nazionali), senza mettere in discussione l’intero telaio, che, da Maastricht in avanti, ha costituzionalizzato il liberismo come unica via per il continente europeo, sta mischiando le carte del medesimo mazzo truccato.
Perché una ineludibile domanda ci riguarda tutti: come affrontare la crisi climatica, la diseguaglianza sociale, la questione migratoria e il diritto al reddito senza stracciare il trattato di Maastricht e avviare un nuovo processo costituente europeo?

(Articolo pubblicato anche su il manifesto)

da qui


Il Fondo Salvastati così non va - Alfiero Grandi
Fiscal Compact con le connesse direttive, Sistema bancario europeo e Fondo Salvastati (Mes) sono aspetti tra loro legati. Valutarli divisi può portare solo guai. Le sceneggiate e i toni aggressivi della Lega e del resto della destra in Parlamento, da scontro frontale, sono strumentali e servono a coprire i loro stessi errori. La rissa della destra non deve però impressionare e tanto meno spingere a una posizione arroccata, impedendo un esame equilibrato di queste misure. Ci sono già state esperienze negative per avere affrontato con leggerezza e approssimazione le trattative per accordi a livello europeo su materie finanziarie ed economiche. Stracciarsi le vesti solo dopo è un atteggiamento che non ci possiamo permettere.
 Il Fiscal Compact prevede il rientro nei ranghi dei paesi che non rispettano i parametri del 3% di deficit e hanno un debito pubblico superiore al 60% del Pil. Il debito dell’Italia è al 135% del Pil. Non risulta invece che qualcuno abbia chiesto di aggiungere un altro punto per obbligare i paesi con forte surplus a investire quanto potrebbero, come prevedono le regole in vigore. I tagli sono un obbligo mentre gli investimenti no? Per ora è difficile capire se il vagheggiato strumento di bilancio per convergenza e competitività sarebbe qualcosa di più di un auspicio: con quali risorse, per quali obiettivi? Con Two packs e Six packs, collegati al Fiscal compact, sono stati aggiunti vincoli più severi. Questi provvedimenti (non inseriti finora nel sistema giuridico europeo) hanno ispirato la cura da cavallo riservata alla Grecia. In sostanza dal trattato di Maastricht, 1992, sono state via via irrigidite le regole. La modifica nel 2012 dell’articolo 81 della Costituzione è stata conseguenza di queste regole. Come sappiamo è stata introdotta durante il Governo Monti (con un sostegno rigorosamente bipartisan tanto che il relatore di maggioranza alla Camera fu l’on. leghista Giancarlo Giorgetti) e approvata con i voti di oltre i due terzi del Parlamento sì da non essere sottoponibile a referendum popolare. Solo una nuova modifica della Costituzione approvata da Camera e Senato potrebbe cancellare quella versione dell’articolo 81 della Costituzione, la cui applicazione – per di più – è stata finora rimandata di volta in volta per gentile concessione dei controllori europei. Tornare al precedente art. 81 potrebbe essere fatica inutile se il Fiscal Compact e i suoi collegati divenissero, come ora si vorrebbe fare, parte dei trattati europei (secondo la Corte europea sovraordinati alla Costituzione). Va ricordato che l’obiettivo originario del trattato di Maastricht era “stabilità e crescita”. La stabilità con annesse politiche di bilancio restrittive c’è stata, la crescita è rimasta solo un titolo. Perché una interpretazione restrittiva del trattato di Maastricht dovrebbe ora entrare nei trattati europei? Queste regole dovrebbero essere riviste e finalmente dovrebbe vivere la parte che non c’è (la crescita) degli obiettivi di Maastricht, visto che ora anche la Germania soffre una fase difficile dell’economia. I nuovi strumenti di bilancio a livello europeo rispondono a questa esigenza? È tutto da dimostrare.
La proposta è di inserire queste regole nel sistema giuridico europeo, modificabile solo o uscendo dall’Unione (da evitare come dimostra la Brexit) o modificando i trattati stessi (obiettivo che richiede l’unanimità). Quindi prima di arrivare alla firma è necessario capire bene cosa si sta facendo. Gli atti di fede sono controproducenti e lasciano a una destra becera uno spazio che non dovrebbe avere. Tante volte si sono sentite autocritiche sulla pesante cura imposta alla Grecia, qualcuno ha ammesso che era sbagliata, ma troppo tardi. In realtà continua a prevalere la stessa linea. Evitare che scatti questo irrigidimento senza averne valutato le conseguenze è il minimo necessario.

 Il secondo capitolo è il rafforzamento dell’Unione bancaria. Potrebbe essere un risultato utile, a condizione che non diventi a sua volta una trappola per imporre alle banche di considerare tossico il debito pubblico mentre ci sono grandi banche europee che hanno quantità enormi di veri titoli finanziari tossici in pancia. È evidente che un sistema europeo proteggerebbe meglio le banche dai fallimenti (le banche, non gli azionisti) e i depositi dei correntisti, almeno fino a 100.000 euro come è previsto oggi in Italia. Troppe “distrazioni” quando si discuteva dei fallimenti bancari hanno lasciato passare il bail in, senza neppure un tempo congruo di entrata in vigore. Bail in che obbliga a caricare il fallimento sulle spalle non solo degli azionisti ma anche di chi ha acquistato titoli delle banche e perfino sui correntisti oltre i 100.000 euro, come è accaduto recentemente nelle crisi delle banche venete e popolari. Questo è costato caro a quanti hanno investito risparmi, talora indotti con l’inganno, ma anche allo Stato che è stato spinto a restituire parte dei soldi perduti, vedremo alla fine con quali costi e risultati. Il bail in è stato introdotto all’insegna della parola d’ordine “mai più soldi pubblici nei fallimenti delle banche”. Parola d’ordine velleitaria perché lo Stato non può disinteressarsi degli aspetti sistemici e delle conseguenze sociali ed economiche, come infatti si è visto con i recenti provvedimenti. Semmai il sistema dovrebbe fare i controlli ex ante per evitare i costi successivi.
Anche Bush jr decise di lasciare fallire Lehman Brother ma innescò la crisi finanziaria mondiale, da cui l’Italia dopo oltre 10 anni non è del tutto uscita. Come ha osservato Penati su Repubblica il sistema bancario non è avulso dal contesto economico del paese. Le banche italiane hanno acquistato centinaia di miliardi di titoli di Stato: se dovessero liberarsene in poco tempo, per evitare di partecipare a un eventuale consolidamento del debito pubblico, si aprirebbe un serio problema per il finanziamento del debito pubblico. In alternativa se dovessero vedersi tagliato il credito vantato verso lo Stato per la ristrutturazione del debito (una parte non verrebbe più pagato) si potrebbe creare una situazione ai limiti dell’ingovernabilità. Lo Stato non avrebbe soldi per intervenire, le banche avrebbero parte dei titoli trasformati in carta straccia, con relative perdite e rischio nei conti. Perché l’Italia dovrebbe accettare ora queste regole? Che tra l’altro sono controcorrente rispetto agli acquisti dei debiti pubblici fatti dalla BCE, in gran parte attraverso le banche centrali? Va ricordato inoltre che le garanzie europee sia per i depositi che per le banche in difficoltà entrerebbero in campo solo dopo avere esaurito le risorse nazionali.

 Infine il terzo caposaldo delle decisioni europee è il Fondo Salvastati (MES). Non basta sottolineare che nei documenti è scritto che il Fondo “può” anziché “deve” chiedere la ristrutturazione del debito pubblico prima di intervenire per concedere prestiti. Il MES ha un finanziamento mutualistico: ogni Stato partecipa pro quota, l’Italia fino a un massimo di 125 miliardi di euro, terzo contribuente dopo Germania e Francia. La parte più preoccupante è nel meccanismo di decisione del MES. Viene costruita in sostanza una istituzione separata, finanziata dagli Stati ma resa del tutto autonoma. Tanto che nemmeno la Commissione europea avrebbe un ruolo di indirizzo e controllo; tanto meno il Parlamento europeo. Quando lo Stato in difficoltà si rivolgesse alla tecnostruttura del MES sarebbe di fronte a una scelta: o subisce le condizioni poste o niente intervento salvastati. Infatti non è previsto un organo politico di appello, perché tutto è concepito come una tecnostruttura indipendente, al punto che il suo comportamento viene sottratto alle leggi ed è esente da responsabilità. Sarebbe una tecnostruttura indipendente, potentissima perché avrebbe a disposizione le munizioni conferite dagli Stati che però sarebbero esclusi da qualunque indirizzo e controllo. Attaccarsi alla differenza tra “deve” e “può” è molto meno delle garanzie necessarie. Ha ragione chi afferma che già al momento della richiesta di intervento ci sarebbero rischi per gli Stati. Perché potrebbe partire la speculazione nel momento stesso della notizia della richiesta, creando con ciò stesso un’emergenza. Le banche verrebbero coinvolte con il rischio di perdere parte importante dei crediti verso lo Stato e di fatto diventerebbe impossibile trovare gli spazi per interventi pubblici a favore delle aree sociali più colpite perché il fondo Mes porrebbe le sue condizioni (Grecia docet).
 Chi ha concepito questi strumenti aveva ben presente la loro coerenza: criteri derivanti dal Fiscal compact e annessi, sistema di intervento europeo nelle crisi bancarie, Fondo salvastati i cui orientamenti probabilmente sarebbero ispirati al Fiscal compact. Penati conclude il suo intervento su Repubblica ricordando che il treno è ormai partito. Buttarla in rissa come vuole la Lega è pericoloso, bisognerebbe invece negoziare duramente le contropartite e si dovrebbero aggiungere le garanzie che tutto il percorso resti guidato dalle istituzioni democratiche, senza scivolamenti tecnocratici. Tuttavia, se non fosse possibile ottenere risposte adeguate meglio rinviare la firma e pensarci ancora: troppo rilevanti le conseguenze per il nostro paese. Se un giorno dovesse finire la “comprensione europea” per il bilancio pubblico italiano, se dovesse esserci un impazzimento dello spread, l’Italia potrebbe, in linea ipotetica, essere costretta a chiedere aiuto al Fondo MES e a quel punto va ricordata la spiegazione che diede Monti sulla durezza dei provvedimenti che adottò il suo Governo. Voleva rispettare i parametri ma non voleva cedere sovranità al Fondo salvastati. Quindi scelse di decidere autonomamente i tagli della spesa pubblica, ad esempio con la normativa Fornero sulle pensioni, ma evitò di chiedere aiuto al Fondo salvastati per non cedere sovranità. Se non l’ha fatto Monti…
da qui

MES, rissa e bugie senza spiegare: noi adesso ci proviamo - Antonino Di Stefano

Meccanismo Europeo di Stabilità
Il Meccanismo europeo di stabilità esiste dal 2012 ed ha la funzione di prestare assistenza agli Stati in difficoltà finanziarie. E’ venuto recentemente alla ribalta mediatica e politica, perché dal 2017 si discute di una sua riforma. Sono queste modifiche che hanno innescato la reazione di forze politiche anti europee. I Paesi Ue hanno trovato un accordo politico preliminare nel mese di giugno e tra qualche giorno dovrebbe arrivare il via libera ufficiale dei governi. Per l’entrata in vigore servirà poi la ratifica dei Parlamenti dei singoli Stati.

MES, le modifiche concordate
Lo strumento consente agli Stati in difficoltà finanziarie di accedere a prestiti, che possono anche servire per far fronte ad una crisi bancaria. Per smorzare le polemiche, diciamo subito che né nella vecchia formulazione, né nel testo concordato a giugno, si parla esplicitamente di ristrutturazione del debito del Paese che chiede aiuto. Cosa che ha scatenato le reazioni politiche cui abbiamo accennato. Tuttavia il Mes può decidere di accordare assistenza finanziaria, chiedendo eventualmente che una parte del debito venga ristrutturata. Però non si tratta di un automatismo. Serve una maggioranza qualificata dell’85% del capitale del Mes. Poiché l’Italia detiene quasi il 18%, può sempre porre il veto. Quindi: nessuno può imporre la ristrutturazione del debito italiano senza il consenso dell’Italia.

Quali i pericoli per i risparmiatori?
Quando si parla di ristrutturazione, si intende che il debito viene ridotto d’imperio, allungate le scadenze e ridotti gli interessi. Quindi, i risparmiatori che detengono titoli di Stato, ma anche le banche che in Italia sono costrette a comprare a piene mani, avrebbero un danno. E’ successo in Grecia, in Russia, in Argentina, tanto per fare qualche esempio. Su questo si è basata la politica per alimentare allarme e paure, ma come abbiamo appena visto non è così.  Il processo decisionale è così complesso ed articolato che difficilmente si può arrivare ad una tale decisione. Anche perché nessuno in Europa ha interesse a far entrare in default un Paese, perché il rischio di contagio all’intera area è troppo alto.

MES aiuto alle banche tedesche?
Una delle novità principali della riforma è che il Mes può sostenere il Fondo di risoluzione unico per le banche alimentato dalle banche e non dagli Stati. Però, in presenza di una crisi particolarmente grave, potrebbe chiedere aiuto al Mes per incrementare le sue “munizioni”. Insomma, una doppia protezione per tutte le banche europee, non solo quelle tedesche. Vero è che queste ultime, con la loro finanza creativa fatta di “Cds Swap” (forme di copertura delle loro speculazioni)  sono esposte per importi molto più elevati del loro patrimonio, ma ciò non significa che debbano fallire. Lo stesso si potrebbe dire, allora, per le nostre banche, che nei loro bilanci hanno iscritti miliardi di titoli di Stato italiani. Significa che rischiano di essere aiutate? Al momento non è ipotizzabile. E qui entra in campo un’altra falsità artatamente diffusa e che potrebbe essere una danno vero per il Paese e per tutti noi.

Quali pericoli dalla riforma del Mes?
Secondo alcuni bravi economisti, nelle pieghe della riforma potrebbe annidarsi un segnale negativo per i mercati, che potrebbe minare non solo la credibilità del nostro debito, ma anche la stabilità dell’euro. Ed un segnale, per fortuna lieve, si è avuto con l’immediato incremento del famoso “spread”, non appena sono venute fuori le polemiche. Questa ed altre criticità sembrano essere state in buona parte ridotte e superate nell’Eurogruppo del cinque dicembre, ma la finalizzazione è stata rimandata. Si vedrà.

Che cosa si potrebbe fare?
Intanto non aderire a trattati e riforme se non dopo una attenta lettura e valutazione. Per troppo tempo i nostri politici a Bruxelles hanno fatto passare provvedimenti negativi per l’Italia senza battere ciglio. Molti per ignoranza e disattenzione. Altri non riusciamo a spiegarceli. Come è capitato nel pieno della crisi bancaria internazionale del 2011. Quando tutta l’Europa ha ricapitalizzato le proprie banche impiegando centinaia di miliardi e facendo passare, subito dopo, una norma che li qualificava come aiuti di Stato. Quando l’Italia, per disattenzione e negligenza, si è trovata nella stessa necessità, ha potuto fare ben poco e con colpevole ritardo. Il danno è stato enorme, anche se nessuno lo dice.
Per il caso specifico che stiamo trattando:
·         insistere per la creazione di un ampio debito federale europeo, o stabilire che la BCE garantisca, a certe condizioni, i debiti sovrani dei singoli Stati membri;
·         completare l’integrazione del sistema bancario europeo;
·         introdurre l’assicurazione europea sui depositi (questa sì che tutelerebbe i clienti), vincendo le riserve della Germania che recentemente sembrano essersi ammorbidite. Come si sono ammorbidite quelle sul rigore fiscale e di bilancio.
·          
Conclusioni
Bocciare la riforma del Mes significherebbe mettere in discussione l’iter decisionale su questi ed altri provvedimenti. Saggio, invece, evitare assolutamente di parlare di uscita dall’euro e dall’Unione, perché il solo parlarne ci può danneggiare. Anche se sarebbe comprensibile, visti certi atteggiamenti di Paesi, specialmente Francia e Germania, che in passato ma anche oggi, tendono a creare non pochi problemi all’idea stessa di Europa. 



un punt e MES – bortocal

uno che non capisce niente neppure della produzione della Nutella potrebbe mai capire come funziona il MES – che ha peraltro approvato a giugno in Consiglio dei Ministri?
come si può credere a chi blatera di rischio di ristrutturazione del debito per via del MES e poi propone di uscire dall’euro, cioè vuole la svalutazione selvaggia della nostra moneta nazionale e non la ristrutturazione, ma la polverizzazione, del valore dei titoli di stato?
in caso di catastrofe finanziaria, quando stai per perdere tutto, una ristrutturazione parziale sarebbe invece un buona soluzione, evidentemente (ma forse lo sarebbe anche prima di arrivare proprio al rischio finale).
ma questi vivono in un mondo immaginario e non sanno niente dei rischi.
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la vecchia pubblicità del Punt e Mes me l’ha ricordata la mia amica Doriana: siamo a un mitico Carosello del 1965.
ovviamente ad un vecchietto come me fa piacere ricordarlo, se non altro per respirare quell’aria incantata e ottimista di mezzo secolo fa, oltre che l’imminente arrivo della minigonna.
qui dice, verso la fine, che il Punt e Mes ha una chiusura di sicurezza, e mi sembra che potrebbe bastare anche per il MES di oggi.
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cervelli all’ammasso dilagano anche nei social, anzi forse soprattutto qui dentro.
per uno che valutava di mestiere le competenze linguistiche, e dunque anche quelle logiche, non è una novità dal punto di vista professionale, ma fa sempre impressione, che ci siano persone geneticamente incapaci di costruire mentalmente sequenze logiche che abbiano un senso,
esattamente come ci sono persone incapaci di arrotolare la lingua per mancanza di un gene specifico che consente di farlo senza difficoltà a chi ce l’ha.
sono quelli che, quando il dito indica la luna, guardano il dito (proverbio cinese o detto di Mao, fate voi).
quelli che: il pericolo è l’assicurazione contro il debito e non i debiti che si rischia di non riuscire a pagare.
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l’unica differenza è che chi non sa arrotolare la lingua se ne accorge, se prova, mentre chi non sa fare logicamente due più due fa quattro, non capirà mai di non riuscirci e vedrà il mondo come un complotto contro chi sragiona come lui e non crede che faccia tre o cinque.
la democrazia, purtroppo, ci mette in balia dei meno dotati mentalmente, e l’unico rimedio sembra di riuscire a tirarseli dalla propria parte badando bene di non offenderli col ricordargli il loro handicap, che loro peraltro non riconoscono di avere, e intortandoli con qualche slogan stupido che possano capire anche loro.
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allora, provo a dirgliela così: riguardatevi il Carosello; se fa bene il Punt e Mes, tranquilli, che neppure un MES da solo ammazza voi e i vostri preziosi soldini.