Visualizzazione post con etichetta lettere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lettere. Mostra tutti i post

martedì 21 dicembre 2021

Lettera aperta della madre di Julian Assange al mondo - Christine Assange

 

Cinquant’anni fa, quando ho partorito per la prima volta come giovane madre, pensavo che non ci potesse essere dolore più grande, ma l’ho dimenticato presto quando ho tenuto tra le braccia il mio bellissimo bambino. L’ho chiamato Julian.

Ora mi rendo conto che mi sbagliavo. Esiste un dolore più grande.

L’incessante dolore di essere la madre di un giornalista pluripremiato che ha avuto il coraggio di pubblicare la verità sui crimini governativi di alto livello e sulla corruzione.

Il dolore di vedere mio figlio, che ha cercato di pubblicare importanti verità, infangato a livello globale.

Il dolore di vedere mio figlio, che ha rischiato la vita per denunciare l’ingiustizia, incastrato e privato del diritto a un giusto processo legale, più e più volte.

Il dolore di vedere un figlio sano deperire lentamente perché gli sono state negate cure mediche e sanitarie adeguate in anni e anni di detenzione.

L’angoscia di vedere mio figlio sottoposto a crudeli torture psicologiche nel tentativo di spezzare il suo immenso spirito.

L’incubo costante che venga estradato negli Stati Uniti, per poi passare il resto dei suoi giorni sepolto vivo in completo isolamento.

La paura costante che la CIA riesca a realizzare i suoi piani per assassinarlo.

L’ondata di tristezza quando ho visto il suo fragile corpo crollare esausto per un mini-ictus nell’ultima udienza a causa dello stress cronico.

Molte persone sono rimaste traumatizzate vedendo una superpotenza vendicativa che usa le sue risorse illimitate per intimorire e distruggere un singolo individuo indifeso.

Desidero ringraziare tutti i cittadini per bene e solidali che protestano a livello globale contro la brutale persecuzione politica subita da Julian.

Per favore, continuate ad alzare la voce con i vostri politici fino a quando sarà l’unica cosa che sentiranno.

La sua vita è nelle vostre mani.

da qui

venerdì 2 luglio 2021

Lettera al Presidente del Parlamento Europeo per la liberazione di Leonard Peltier - Peppe Sini

 Al Presidente del Parlamento Europeo

e-mail: president@ep.europa.eu

Egregio Presidente del Parlamento Europeo,
non sarebbe l’ora di sanzionare gli Stati Uniti d’America per la detenzione di Leonard Peltier?
Non sarebbe l’ora di una mobilitazione internazionale delle istituzioni democratiche per la liberazione di Leonard Peltier?
Non sarebbe l’ora di riconoscere che Leonard Peltier e’ un difensore dei diritti umani e dei popoli e che la sua detenzione e’ un crimine contro l’umanita’?
Non sarebbe l’ora di riconoscere che Leonard Peltier non ha affatto commesso i due omicidi a lui artatamente attribuiti e che la sua detenzione e’ frutto di una scandalosa montatura giudiziaria ed una effettuale persecuzione politica?
Cosa intende fare il Parlamento Europeo per Leonard Peltier?
Glielo chiedo da persona amica della nonviolenza; glielo chiedo da sostenitore delle leggi quando sono – come sempre e soltanto dovrebbero essere – la difesa del debole dall’abuso del forte; glielo chiedo da essere umano ad essere umano, consapevole che nulla di cio’ che accade a un essere umano ci e’ estraneo, poiche’ siamo una sola umanita’ che tutti gli esseri umani comprende, e pertanto la violenza inferta ad una persona tutte e tutti ugualmente ci colpisce e ci convoca ad agire affinche’ quella violenza cessi.
Egregio Presidente del Parlamento Europeo,
cosa intende fare il Parlamento Europeo per rendere giustizia a Leonard Peltier?
Cosa intende fare il Parlamento Europeo per la liberazione di Leonard Peltier?
E non sarebbe l’ora di sanzionare gli Stati Uniti d’America per la detenzione di Leonard Peltier?

Augurandole ogni bene e confidando in un suo interessamento, mi permetto di segnalarle due vecchi libri che forse anche lei gia’ conosce: Peter Matthiessen, Nello spirito di Cavallo Pazzo, Frassinelli, 1994; ed Edda Scozza, Il coraggio d’essere indiano, Erre Emme, 1996. Di Leonard Peltier si puo’ leggere in italiano: La mia danza del sole. Scritti dalla prigione, Fazi, 2005.
(*) Peppe Sini è responsabile del «Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera» di Viterbo

Carissime e carissimi,
gli indirizzi di posta elettronica cui inviare le lettere sono i seguenti:
a) indirizzo diretto del Presidente del Parlamento Europeo: 
president@ep.europa.eu;
b) alcuni indirizzi della segreteria del Presidente del Parlamento Europeo: 
lorenzo.mannelli@ep.europa.euarmelle.douaud@ep.europa.eubarbara.assi@ep.europa.euhelene.aubeneau@ep.europa.eumarco.canaparo@ep.europa.eufabrizia.panzetti@ep.europa.eumichael.weiss@ep.europa.euluca.nitiffi@ep.europa.eumatea.juretic@ep.europa.eufrancesco.miatto@ep.europa.eubarbara.hostens@ep.europa.eumonica.rawlinson@ep.europa.eubeate.rambow@ep.europa.eulaetitia.paquet@ep.europa.eunicola.censini@ep.europa.euarnaud.rehm@europarl.europa.eujulien.rohaert@europarl.europa.eujose.roza@ep.europa.euroberto.cuillo@ep.europa.eusilvia.cagnazzo@ep.europa.eueulalia.martinezdealosmoner@ep.europa.euiva.palmieri@europarl.europa.eutim.allan@ep.europa.euandrea.maceirascastro@ep.europa.euangelika.pentsi@ep.europa.eu;
Naturalmente sarebbe opportuno inviare copia della lettera anche ai mezzi d’informazione e alle altre persone, associazioni ed istituzioni che riterrete utile informare o invitare a prender parte all’iniziativa.
Ovviamente e’ bene che le lettere siano brevi e cortesi.
Un minimo canovaccio potrebbe essere il seguente:
«vorremmo sollecitare Lei, e tramite Lei il Parlamento Europeo e con esso l’intera Unione Europea, ad una iniziativa umanitaria per la liberazione di Leonard Peltier, l’illustre attivista per i diritti umani dei nativi americani, vittima di una spietata persecuzione politica, dal 1977 ingiustamente detenuto dopo un processo-farsa in cui gli sono stati attribuiti delitti che non ha commesso.
Confidando in un sollecito riscontro, distinti saluti,
firma, luogo e data, indirizzo del mittente».

Ogni altra iniziativa nonviolenta per la liberazione di Leonard Peltier (come di ogni altra persona ingiustamente detenuta) e’ opportuna e meritoria.
“Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo
Viterbo, 23 giugno 2021

Una minima notizia su Leonard Peltier
Leonard Peltier e’ nato a Grand Forks, nel North Dakota, il 12 settembre 1944; attivista dell’American Indian Movement che si batte per i diritti umani dei nativi americani, nel 1977 fu condannato a due ergastoli in un processo-farsa sulla base di presunte prove e presunte testimonianze successivamente dimostratesi artefatte, inattendibili, revocate e ritrattate dagli stessi ostensori. Da allora e’ ancora detenuto, sebbene la sua innocenza sia ormai palesemente riconosciuta. Di seguito riportiamo una breve nota di presentazione di un suo libro edito in Italia nel 2005: «Accusato ingiustamente dal governo americano – ricorrendo a strumenti legali, paralegali e illegali – dell’omicidio di due agenti dell’FBI nel 1975 (un breve resoconto tecnico della farsa giudiziaria e’ affidato all’ex ministro della giustizia degli Stati Uniti Ramsley Clark, autore della prefazione), Peltier, al tempo uno dei leader di spicco dell’American Indian Movement (AIM), marcisce in condizioni disumane in una prigione di massima sicurezza. Nonostante la sua innocenza sia ormai unanimemente sostenuta dall’opinione pubblica mondiale, nonostante una campagna internazionale in suo favore che ha coinvolto il Dalai Lama, Nelson Mandela, il subcomandante Marcos, Desmond Tutu, Rigoberta Menchu’, Robert Redford (che sulla vicenda di Peltier ha prodotto il documentario Incident at Oglala), Oliver Stone, Howard Zinn, Peter Matthiessen, il Parlamento europeo e Amnesty International, per il governo americano il caso del prigioniero 89637-132 e’ chiuso. Non sorprende dunque che Peltier sia divenuto un simbolo dell’oppressione di tutti i popoli indigeni del mondo e che la sua vicenda abbia ispirato libri (Nello spirito di Cavallo Pazzo di Peter Matthiessen), film (Cuore di tuono di Michael Apted, per esempio) e canzoni (i Rage Against the Machine hanno dedicato a lui la canzone Freedom). In parte lucidissimo manifesto politico, in parte toccante memoir, questa e’ la straordinaria storia della sua vita, raccontata per la prima volta da Peltier in persona. Una meravigliosa testimonianza spirituale e filosofica che rivela un modo di concepire la vita, ma soprattutto la politica, che trascende la dialettica tradizionale occidentale e i suoi schemi (amico-nemico, destra-sinistra e cosi’ via): i nativi la chiamano la danza del sole» (dalla scheda di presentazione del libro di Leonard Peltier, La mia danza del sole. Scritti dalla prigione, Fazi, 2005, nel sito della casa editrice: fazieditore.it).

 

da qui

sabato 17 aprile 2021

Ahmet Altan e Dana Lauriola tornano a casa

 

Ahmet Altan, dal carcere di Silivri (19/06/2017), scriveva al suo giudice:

In un suo romanzo, John Fowles dice che tutti i giudici del mondo vengono giudicati in base alle loro decisioni. Ed è vero. Tutti i giudici vengono giudicati in base alle loro decisioni. Anche lei verrà giudicato in base alle sue. Pensi a come vorrà essere giudicato, a quale tipo di verdetto si augurerebbe di ricevere, a come vorrà essere ricordato, e poi giudichi di conseguenza. Perché è lei che verrà giudicato. Grazie per il suo tempo e la sua pazienza. (da qui)

 

Possono essere successe tante cose che hanno portato all’apertura delle porte delle celle (vale anche per Dana): qualche giudice si è vergognato delle condanne inflitte dai suoi colleghi, oppure hanno detto loro che strade e scuole vengono intitolate, a volte, a giudici ammazzati, più spesso a chi viene incarcerato, e chi condanna poi può entrare nel campo dell'infamia, per l’eternità, oppure tra i giudici qualcuno non è a libro paga del potere, chissà.

 

Di sicuro passare sette mesi in galera per aver parlato con un megafono o un microfono a qualcuno deve essere sembrato troppo, e passare anni in galera per aver inviato messaggi subliminali pro-golpe durante un programma tv andato in onda mesi prima (leggi qui), se non fosse tragico sarebbe ridicolo.

Di sicuro per Dana e Ahmet sono stati importanti gli appelli e la solidarietà di chi era sentito offeso, in preda ad astratti e concreti furori, per le ingiustizie del mondo e quelle inflitte a loro due e nel caso di Altan, probabilmente, un peso importante ha avuto anche la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.

 

È curioso che da una parte la Corte Costituzionale condanni l’ergastolo ostativo e contemporaneamente si possa stare in galera per reati come quelli per cui vengono condannati molti noTav (e quando escono si continua con gli arresti domiciliari).

 

E come trascurare il fatto che le forze dell’ordine sembrano una polizia privata di Telt (Tunnel Euralpin Lyon Turin), ma anche di FedEx-TNT a Piacenza, e non solo, come se fossimo negli Usa degli anni bui, praticamente tutti, o nell’Italia fascista? Sembra che il capo della polizia sia Edgar Hoover, e che i conti con Bolzaneto non siano stati fatti troppo bene.

 

 

Lettera di Dana: sempre a testa alta, siate saldi!

Carcere delle Vallette, 19 marzo 2021

Car* tutt*,

rieccoci qua dopo un po’ di tempo dall’ultima lettera. Non è mai facile iniziare a scrivervi, molte sono le cose che vorrei condividere e, giorno dopo giorno, si accumulano a tal punto che non so bene come smaltire il grosso. Comunque, ci provo.

Intanto vi rassicuro sulla mia situazione: sto bene, nonostante il passare del tempo e vari accadimenti. Ho passato dei giorni bui a causa della positività da Covid-19 di mia mamma e di mio papà. Mi è stata comunicata tempestivamente e, inevitabilmente, la notizia mi ha provocato angoscia e paura. Per fortuna ad oggi la loro condizione sanitaria appare buona e, nonostante qualche inevitabile strascico, sembrano avviarsi verso la guarigione. Ad altre famiglie, ad altri figli, non è andata così e a tutti loro mi stringo in un sincero è commosso abbraccio…

In questo luogo, dove molte cose non sono concesse, anche il dolore è qualcosa che trova a fatica uno spazio di libertà, per esprimersi.

Più passano i mesi e più mi chiedo come una società che si definisce “civile” possa anche solo tollerare l’esistenza di un’istituzione come quella carceraria. Vorrei davvero essere in grado di trasmettervi la bellezza e la profonda umanità delle mie compagne di detenzione. Vorrei potervi convincere, uno per uno, di quanto meritino la possibilità di vivere una vita diversa, con altri strumenti, essere messe nella condizione di diventare la migliore versione di loro stesse. Il carcere, questo luogo disumano, non ha alcuna utilità e può solo ferire più profondamente di quanto la vita lo abbia già fatto.

A breve si saprà quali saranno le “riforme” messe in campo dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. C’è molta speranza tra la popolazione detenuta che spero, almeno in parte, non venga delusa. So bene che per poter anche solo immaginare un “sistema” equilibrato, bisognerebbe smontare pezzo per pezzo tutto il sistema giudiziario, fare cenere delle sue fondamenta, eliminare le fonti di ingiustizia all’interno della società in cui viviamo e ridefinire collettivamente una serie di priorità e valori. Insomma, per quanto Cartabia abbia, sulla carta, un profilo da costituzionalista di alto livello, non credo sia portatrice di questi ampi interessi e, anche se li avesse, non sarà il Governo Draghi (Governo “acchiappafondi”) a fornire l’opportunità per un reale e profondo cambiamento.

Nonostante questo, qui incrociamo le dita e facciamo lunghi elenchi di possibilità: libertà anticipata di 75 giorni, misure di clemenza, fondi e percorsi per il reinserimento abitativo e lavorativo, tribunale di sorveglianza “obbligati” a concedere misure alternative al carcere laddove ce ne sia la possibilità, ecc…

Qui continuiamo a convivere col Covid, noi come al maschile e in molte altre carceri del Paese.

Per fortuna nessuna di noi si è ammalata troppo seriamente ed anche le “positive”, poco alla volta, recuperano in salute. C’è preoccupazione mista ad un senso di impotenza e per quanto si possa fare “attenzione”, la promiscuità è inevitabile negli spazi ristretti in cui siamo costrette 24 ore su 24.

Mi distacco ora dalla realtà inframuraria per condividere altri pensieri…

Proprio oggi ho letto dell’iniziativa dei giovani del Fridays For Future (che saluto con affetto!!!) e mi chiedo come sia possibile che i media, impegnati in maratone no stop sulla pandemia da tempo immemore, omettano sistematicamente di dire che gli unici responsabili di questo disastro e dei suoi morti siamo solo noi! Noi che con la violazione degli ecosistemi e lo sfruttamento e la devastazione dei territori abbiamo rotto il patto con la natura, lo stesso che fino ad oggi ci ha permesso di vivere!

In molti si chiedono come tutto questo sia possibile e se finirà mai.

Se la prima risposta sta nel capitalismo vorace e sfruttatore, la seconda e sì e che dipende solo da noi! Nessuno però lo dice, il rischio è quello di far passare un messaggio rivoluzionario su scala globale. Spetta a noi, quindi, sostenere i giovani che lottano per un pianeta vivibile e per un futuro che, francamente, per loro, mi sembra nero sotto molti punti di vista!

In quest’ultimo mese si sono susseguiti molti avvenimenti e le lotte, che con fatica si sono manifestate a causa delle restrizioni della pandemia, mi sono giunte forti e chiare: l’8 marzo delle donne e le manifestazioni di studenti ed insegnanti sono solo alcune, senza dimenticare la mia amata Valle a cui dedicherò l’opportuno spazio a fine lettera. Con emozione ricevo queste immagini e ne sono stimolata.

Vorrei ringraziare con tutto il cuore le Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso e i/le compagn* tutt* che ogni giovedì sono una presenza amica sotto al carcere che dà forza a tutte noi.

Mando un altrettanto grosso ringraziamento alle compagne dell’Udi di Palermo e a tutti coloro che si stanno battendo per la mia liberazione e per accendere un faro sulla difficile condizione di noi detenute e detenuti.

Un ringraziamento, perché forse finora ne ho fatti troppo pochi, a tutte le persone che da oltre sei mesi e da tutto il Paese continuano a scrivermi lettere, cartoline, disegni, e mi inviano, fiori, gatti e farfalle. Mi aprite ogni volta un’inaspettata finestra sul mondo e grazie a voi, per qualche minuto, non vedo sbarre né cemento.

Per concludere, il mio pensiero va là alla mia amata Valle.

In questi giorni state lottando, di nuovo, contro gli incendi. So bene quanto doloroso sia vedere bruciare i nostri boschi e i nostri alberi e non posso che non condividere con voi questo dispiacere. Mentre la valle brucia e lotta contro la pandemia, si vede espropriare manu militari i terreni di nostra proprietà da parte dell’azienda Telt, su mandato dello Stato italiano. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti, credo che la realtà sia sotto gli occhi di tutti!

La lotta No Tav, irriducibile come il suo no alla devastazione della nostra terra e allo sperpero di denaro pubblico, mi insegna ogni giorno il valore della resistenza e della lotta. Se potessi scegliere oggi, dal carcere in cui sono rinchiusa, tra altre mille vite, quella accanto a voi sarebbe per me l’unica desiderabile. I giganti che da decenni ci troviamo a fronteggiare hanno i piedi d’argilla perché sono stati costruiti su menzogne e inganni, prima o poi, se sapremo restare uniti e determinati, li faremo andare giù!

Vorrei ancora, scusate se sono prolissa ma l’aveva anticipato, dedicare un pensiero ai compagni dei Si-Cobas colpiti pochi giorni fa da un’infame inchiesta giudiziaria per la loro attività sindacale di lotta, a loro va tutta la mia solidarietà e l’impegno, per quanto possibile, a dar voce alla loro iniziativa per smascherare questa vergognosa operazione!

Solidarietà anche alle sorelle e ai fratelli del comitato No Grandi Navi di Venezia che, per difendere la laguna dai mostri delle navi da crociera, si trovano ora sotto attacco e a dover sostenere onerose spese legali. Sono sicura che anche in questo caso la solidarietà sarà diffusa, io sono sempre con voi! (Anche sui barchini!)

Chiudo, finalmente, confermandovi che il 14 aprile ci sarà la “Camera di Consiglio” presso il Tribunale di Sorveglianza per valutare mie eventuali misure alternative al carcere. Sappiate che comunque vada, io sono serena.

Sono in contatto con me stessa e la mia voglia di lottare per un mondo più giusto, e più vivace che mai. Sono con voi, in ogni momento.

Sempre a testa alta, siate saldi!

Avanti No Tav!

Dana

Ps. Rispetto alla chiusura indagini e le relative misure cautelari sul Primo Maggio 2019, non posso che restare allibita dalla strumentalità messa in campo da Questura e Pubblico Ministero.

Quella giornata, attraversata da migliaia di persone nello spezzone sociale insieme al movimento No Tav, è stato unicamente un atto di dignità verso chi, non volendoci in piazza, fa da tempo ormai di temi importanti come i diritti sociali e quelli lavorativi discorsi ed azioni al ribasso.

Noi, padroni di niente, ma soprattutto schiavi di nessuno, abbiamo dato voce a chi lotta per un futuro diverso, per i diritti e a difesa della Terra e dell’ambiente. Abbiamo difeso il nostro diritto a manifestare e non ci siamo accontentati di una sfilata fine a se stessa con unico intento quello celebrativo.

Siamo tanti a non accontentarci delle briciole e a non credere alle solite bugie.

Ai compagn* colpit* insieme a me dalle misure cautelari (nel mio caso come il gioco carta-forbice-pietra il carcere in cui già mi trovo vince il banco quindi le firme sono per ora rimandate) va il mio abbraccio più sincero.

Siate saldi!

da qui

 

 

Con la fantasia rompo i muri della mia galera - Ahmet Altan

 

«Un oggetto in movimento non è né dove è, né dove non è», afferma Zenone nel suo famoso paradosso. Fin dalla mia giovinezza ho creduto che questo paradosso sia più adatto alla letteratura o, anzi, agli scrittori, che alla fisica. Scrivo queste parole dalla cella di una prigione. Aggiungete la frase: «Scrivo queste parole dalla cella di una prigione» a qualsiasi narrazione e sarà come aggiungere una vitalità inquieta, una voce spaventosa proveniente da un mondo oscuro e misterioso, la coraggiosa posizione di un oppresso che resiste e un malcelato appello alla grazia. È una frase pericolosa che può essere usata per sfruttare i sentimenti delle persone. E gli scrittori non sempre si astengono dall’usare le frasi in un modo utile ai loro interessi quando è in gioco la possibilità di toccare i sentimenti della gente. Perfino capire la loro intenzione può bastare al lettore per provare compassione nei confronti di chi ha scritto quella frase. Ma aspettate. Prima che iniziate a commiserarmi, ascoltate quello che vi dirò.

Sì, sono detenuto in una prigione di alta sicurezza in mezzo al nulla. Sì, mi trovo in una cella dove la porta viene aperta e chiusa con uno sferragliare di chiavi. Sì, ricevo i miei pasti attraverso un buco in mezzo alla porta. Sì, anche la parte superiore del piccolo cortile lastricato dove cammino su e giù è chiusa da gabbie d’acciaio. Sì, non mi è permesso di vedere nessuno a parte il mio avvocato e i miei figli. Sì, mi è vietato perfino inviare una lettera di due righe ai miei cari. Sì, ogni volta che devo andare in ospedale tirano fuori delle manette da un mucchio di ferri e me le mettono ai polsi. Sì, ogni volta che mi portano fuori dalla mia cella gridano «alza le braccia, togliti le scarpe» e me lo urlano in faccia.

Tutto questo è vero, ma non è l’intera verità. Nelle mattine d’estate, quando i primi raggi di sole passano attraverso le nude finestre a sbarre e colpiscono il mio cuscino come delle lance scintillanti, sento i canti giocosi degli uccelli di passaggio che hanno fatto il loro nido sotto le grondaie del cortile e gli strani scricchiolii dei detenuti che, passeggiando negli altri cortili, schiacciano le bottiglie d’acqua vuote sotto i loro piedi.

Vivo con la sensazione di abitare ancora in quella casa con giardino dove ho trascorso la mia infanzia o, per qualche motivo e non so spiegarmi perché, in uno di quegli alberghi delle vivaci strade francesi del film Irma la Dolce.

Quando mi sveglio con la pioggia autunnale che colpisce le sbarre della finestra, con la furia dei venti del nord, comincio la giornata sulle rive del Danubio in un albergo con delle torce sulla facciata che vengono accese ogni notte.

Quando mi sveglio con il sussurro della neve che si accumula tra le sbarre della finestra d’inverno, inizio la giornata in quella dacia con una finestra sul davanti dove si rifugiò il dottor Zivago.

Finora, non mi sono mai svegliato in prigione – nemmeno una volta. Di notte, le mie avventure sono ancora più cariche di azione. Giro tra le isole della Thailandia, gli alberghi di Londra, le strade di Amsterdam, i labirinti segreti di Parigi, i ristoranti sul lungomare di Istanbul, i piccoli parchi nascosti tra le strade di New York, i fiordi della Norvegia, le piccole città dell’Alaska con le loro strade sepolte dalla neve.

Mi potete incontrare lungo i fiumi dell’Amazzonia, sulle rive del Messico, nelle savane africane. Parlo tutto il giorno con persone che nessuno vede o sente, persone che non esistono e non esisteranno fino al giorno in cui le menzionerò. Le ascolto mentre parlano tra di loro. Vivo i loro amori, le loro avventure, le loro speranze, le loro preoccupazioni e le loro gioie. A volte rido mentre cammino in cortile, perché mi capita di sentire le loro conversazioni piuttosto divertenti. Poiché non voglio metterli sulla carta in prigione, incido tutto ciò in qualche angolo della mia mente con l’inchiostro scuro della memoria.

So che sarò un uomo schizofrenico finché queste persone rimarranno nella mia mente. So anche che sono uno scrittore quando queste persone si ritrovano in certe frasi sulle pagine di un libro. Mi piace fare avanti e indietro tra schizofrenia e scrittura. Mi libro come fumo e lascio la prigione con le persone che esistono nella mia mente. Forse hanno il potere di imprigionarmi, ma nessuno ha il potere di tenermi in prigione.

Sono uno scrittore. Non sono né dove sono né dove non sono. Ovunque mi rinchiudano, viaggerò per il mondo con le ali della mia mente infinita. Inoltre, ho amici in tutto il mondo che mi aiutano a viaggiare, molti dei quali non ho mai conosciuto. Ogni occhio che legge quello che ho scritto, ogni voce che ripete il mio nome, mi tiene per mano come una piccola nuvola e mi fa volare sulle pianure, le sorgenti, le foreste, i mari, le città e le loro strade.

Mi ospitano silenziosamente nelle loro case, nelle loro sale, nelle loro stanze. Viaggio in tutto il mondo nella cella di una prigione.

Come avrete capito, ho un’arroganza divina, un’arroganza che spesso non è riconosciuta ma che è propria degli scrittori ed è stata tramandata di generazione in generazione per migliaia di anni. Ho una fiducia in me stesso che cresce come una perla dentro il duro guscio della letteratura. Ho un’immunità protetta dall’armatura di acciaio dei miei libri. Scrivo nella cella di una prigione. Ma non sono in prigione.

Sono uno scrittore. Non sono né dove sono né dove non sono. Mi si può imprigionare, ma non tenermi in prigione. Perché, come tutti gli scrittori, possiedo una magia. So attraversare i muri con facilità.

Traduzione di Luis E. Moriones

Dalla Repubblica del 27 settembre 2017.

da qui

 

 

Cara Dana, ora che sei finalmente tornata a casa…

 

Cara Dana,

ora che sei finalmente tornata a casa, anche se non nella tua amata Bussoleno in Valsusa, siamo certi che poco alla volta ti riapproprierai delle tue libertà.

Quando ieri è arrivata la notizia della tua scarcerazione, ci siamo tutti immediatamente agitati dalla contentezza e dalla voglia di riabbracciarti. Saremmo voluti venire di corsa tutte e tutti sotto al carcere!

Immaginavamo però che il provvedimento mantenesse comunque delle caratteristiche vendicative, nonostante l’ottima relazione dell’equipe trattamentale interna al carcere, che è il pilastro su cui dovrebbe fondarsi la valutazione dei magistrati, come hanno aggiunto anche i tuoi avvocati. Tant’è che purtroppo ti è stata concessa la detenzione domiciliare con tutte le restrizioni e non ti è permesso accompagnarti o ricevere visite da chi è parte del movimento No Tav o dell’Askatasuna.

Ci viene subito da pensare che sembra essere una colpa quella di condividere con i propri affetti la voglia di costruire un mondo libero dalle ingiustizie sociali e di lottare contro chi vuole devastare la terra e speculare sulla vita di tutte e tutti noi. Resta che però abbiamo tirato un grande sospiro di sollievo nel saperti finalmente fuori da quelle orribili mura.

Cara Dana, chissà come sarà andata la tua prima notte in una casa, in un letto vero, senza sbarre, senza il rumore delle chiavi, delle serrature, dei manganelli sulle sbarre. La possibilità di recuperare un’intimità personale, di cura e riposo.

Immaginiamo che non sia stato semplice salutare le tante compagne di detenzione che in questi lunghi sette mesi sono diventate la tua famiglia in qualche modo, come pensiamo che lasciare lì Fabiola, con cui hai condiviso tre mesi di detenzione e lo sciopero della fame, sia stato ugualmente difficile.

Ma ora è il tempo della riconquista della libertà. La strada sappiamo essere ancora un po’ in salita, ma ci rallegriamo nel saperti fuori dal carcere.

È stata tantissima la solidarietà che nel tempo si è costruita in tuo sostegno. Da realtà come Amnesty International e Greenpeace, alle incredibili Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso, che dall’8 ottobre ogni giovedì si sono ritrovate sotto il carcere; la lunga lista di realtà in lotta che in tanti anni hanno avuto la possibilità di incontrarti e condividere un pezzo di strada insieme a te; il lunghissimo elenco tra giuristi, intellettuali, persone della cultura e dello spettacolo tra cui Elio Germano, Zerocalcare, Giovanna Marini e altri circa 800 firmatari dell’appello che chiedeva a gran voce la tua liberazione.

E poi ovviamente le Fomne Contra ‘l Tav e tutto il movimento No Tav che no ha smesso per un solo secondo di sentirti vicina.

Un grazie speciale vogliamo mandarlo ai tuoi avvocati per quanto hanno fatto in questi lunghi mesi, combattendo contro un’ingiustizia amplificata da un sistema carcerario basato solo sulla repressione.

A loro va un sentito ringraziamento perché in questi sette lunghi mesi, sono venuti a trovarti ogni settimana, con l’emergenza sanitaria in corso, anche più volte. Con lo stesso affetto che faceva battere i nostri cuori qui fuori.

 

Insomma, la solidarietà è un’arma potente e meravigliosa, che ci ha permesso di tenere duro tutto questo tempo che, a volte, è davvero sembrato infinito anche per noi qui fuori.

Ma adesso è arrivato il momento di riconquistare la libertà per te, ma anche per Fabiola che purtroppo si trova ancora in carcere e anche per Stella e Mattia, anche loro ancora ai domiciliari.

Vogliamo che il lungo elenco dei/delle No Tav ancora afflitti da restrizioni della propria libertà tornino liberi al più presto e faremo tutto il necessario perché ognuno possa ritornare a percorrere i sentieri della Valsusa, quegli stessi sentieri che ci hanno fatto incontrare e creare relazioni indistruttibili e intoccabili anche dai più duri dei provvedimenti punitivi.

“Si parte e si torna insieme”, sempre! È la promessa che rinnoviamo anche questa volta!

Che il vento della Valsusa possa tornare presto a soffiare sul tuo viso di donna libera e su quello di tutte e tutti i No Tav ancora ristretti!

Forza Dana e Avanti No Tav!

da qui

 

 

qui un dialogo tra Ahmet Altan e Roberto Saviano

sabato 22 agosto 2020

John Berger - Lettera da Parigi. Un bacio per noi

Grazie per il quadro, Marisa, ci ho messo sopra un vetro. L'uomo dipinto con il balzo datogli dalla terra! (Sono arrivato a preferire le figure maschili a quelle femminili perché quei corpi hanno in qualche modo più bisogno di essere disegnati, visto che si è sgretolato un ideale). L’uomo da te dipinto, e intorno a lui gli orizzonti, e accanto a lui, il vero, non dipinto, lichene che ha resistito alla siccità e a ogni temperatura estrema per milioni di anni. Lichene primordiale, petali, piume - li tieni tra le pagine e ne tiri fuori uno, come un biglietto da un borsellino, ogni volta che dipingi un viaggio. Io? Io sono a Parigi, alla più grande mostra di Brancusi mai realizzata. Niente licheni qui, né piume, né pruriti. È quasi tutto lucido epuro. Mi pare, Marisa, di aver visitato il suo studio di Impasse Ronsin subito dopo la sua morte, nel 1957. Ero con un amico - forse con Zadkine, che era anche un suo amico. Ricordo il nome BRANCUSI scarabocchiato sulla porta e di fianco, appeso, un ferro di cavallo; in alto i lucernari, la morsa sul bancone e le sculture e i famosi piedistalli intagliati e le parti della sua Colonna senza fine, tutti ammassati ma senza fare a gomitate, ogni lavoro platonicamente a braccetto con il proprio vicino. 

Ricordo in particolare la presenza benevola dell’uomo che era appena stato sepolto nel cimitero di Montparnasse. Lo studio mi sembrava un panificio con i forni ancora caldi, da dove il fornaio era appena uscito per scendere al fiume. Ma è tutto vero? Ero proprio lì o me lo sono inventato, frutto della mia immaginazione influenzata da tutte quelle foto abbaglianti e misteriose che scattò nel suo studio o da una visita che feci allo studio ristrutturato e che venne in seguito trasformato in museo? (Molte di quelle foto sono alla splendida mostra Pompidou). Oggi non c’è nessuno con cui poter verificare. Eppure il dubbio è legittimo, dato che Brancusi aveva l’imbarazzante dono di essere completamente se stesso e, insieme, sempre sfuggevole. (Aveva sette anni quando scappò per la prima volta di casa, nei Carpazi). Io non scolpisco uccelli, disse una volta, ma il volo. Vestiva come un contadino russo, eppure il suo amico Marcel Duchamp, nel 1920, vendette le sculture di Brancusi a collezionisti d’avanguardia negli Usa, dove venivano considerate come splendidi emblemi dell’era moderna. Le sue prime sculture di uccelli s’ispiravano all’uccello mitologico delle foreste romene, chiamato Maiastra. Quando da Bucarest arrivò a Parigi, nel 1904, fece gran parte del viaggio a piedi. Nonostante ciò il suo ultimo uccello, che risale agli anni ’30, già profetizzava la forma del jet Concorde!
I suoi disegni, quando li guardo, hanno l’aria di essere delle cartine, ed è strano per uno scultore. I contorni non creano forme ma tracciano semplicemente confini che possono essere attraversati. Andare via, lasciare, è tutta la sua opera. Soprattutto lasciare la terra per il cielo, come nell’intenzione delle sue Colonne senza fine.
E mentre sono qui, Marisa, voglio improvvisamente resistere. Penso a una delle tue piume che cade sulla terra. Forse amo troppo l’imperfetto e il difettoso. Voglio scoprire come si giudica il furfante. Lui resta un grande, è ovvio, ma noi potremmo conoscere qualcosa in più sul suo dolore.
Alla mostra c’è un’opera dal titolo Scultura per ciechi. È un ovale, in marmo, che poggia sul lato, pressapoco delle dimensioni di un uovo di struzzo, ma non così simmetrico.
Immagina che un cieco lo raccolga, affascinato, cominci a sentirlo, con la punta delle dita. Questa lieve sporgenza è al posto di un naso? E questo dolce incavo sta diventando un’orbita? E qui, dov’è un po’ ruvido, non potrebbe essere l’attaccatura dei capelli? Dopo qualche istante lo rigira e inizia a toccarlo per scoprire se c’è una crepa, come con un uovo di Pasqua che si apre. Alla fine si chiederà: questa cosa che reggo in mano è un contenitore o un cuore? Chissà se c’è una testa all’interno, oppure se è una testa che sta prendendo corpo?
Ebbene, questa scultura fa parte di una lunga serie di teste ovali orizzontali create fra il 1910 e il 1928. Alcune le chiamò La Musa addormentata, Il Neonato, L’Inizio del mondo, Primo grido, Prometeo. Naturalmente Brancusi le pensò come nuclei, non come contenitori.
E si sforzò per lo stesso risultato in tutte le sue sculture lucide: gli uccelli, i pesci, le principesse. Ogni volta, quando lavorava, voleva tornare indietro - eliminando tutte le imperfezioni, i logorii - al punto di accrescimento della prima Creazione, all’idea pura mentre prende corpo. Platonico, ancora una volta. Il fatto che passasse mesi a lucidare i suoi lavori era parte integrante di quel viaggio di ritorno al puro, a ciò che esisteva prima della gravità e della Caduta.
Il furfante intraprese l’assurda sfida dell’impiego di materiali pesanti e grezzi, quali il marmo, il bronzo e la quercia. A volte vinse, altre perse. In quest’ultimo caso l’opera lucidata rimane una custodia, un contenitore e non diventa il cuore. Quando invece riesce nell’intento, l’intero materiale viene trasformato dal movimento che lui, miracolosamente, è capace di conferirgli. Nel caso del grosso e piatto Pesce, il marmo diviene acqua.
Vi è riuscito con quasi tutti gli uccelli e i pesci, e anche con le teste ovali; ma con i pinguini, le testuggini, i torsi, Leda e le donne eleganti, no. Questi rimangono contenitori: conchiglie nella migliore delle ipotesi, serbatoi da motocicletta personalizzati, nella peggiore. (È ovvio che non mi dispiacerebbe averne uno sulla mia moto).
La famosa storia di come, nel 1927, i doganieri americani tassarono una delle sculture di Brancusi perché considerata non un’opera d’arte, bensì un utensile, viene spesso ripresa come esempio di filisteismo burocratico. A me pare che quell’errore colossale sia piuttosto comprensibile e non così stupido come viene giudicato.
Penso che il vecchio artista, nel suo isolamento, sentisse il problema dei contenitori, e se negli ultimi vent’anni non fece praticamente nulla di nuovo, lo si deve al fatto che si rese conto di aver già trovato tutto ciò che gli era dato di trovare. Del resto non ci sono poi così tanti cuori, e l’infinita molteplicità di piume, foglie, cortecce e pelli, non lo interessava.
Con una eccezione. L’eccezione che rappresenta la sua più sbalorditiva invenzione: Il Bacio. Il primo lo realizzò nel 1907 e continuò a farne fino al 1940. Questo è il tema ricorrente della sua opera, una controparte dell’uccello. Tutti i Baci sono in pietra grezza, neanche uno lucidato né platonico.
Tutte le versioni mostrano una coppia abbracciata ricavata da un singolo blocco di pietra che rimane molto rettangolare, come un pilastro. I loro occhi, visti di profilo, ne formano uno solo; le loro quattro labbra, un’unica bocca. Una linea leggera segna il confine delle loro pelli premute assieme. La superficie più esterna del blocco accoglie le quattro braccia avviluppanti e terminano nelle mani, appena schiuse, che premono i corpi all’interno, petto contro petto.
La pietra, ora, non deve trascendere la sua natura materiale; rimane legata alla terra, Marisa, è parte dello stesso mondo di licheni, muschi e piume. E nonostante siano opere riconoscibili dell’autore, quelle coppie aspirano a qualcosa di molto differente dal resto del suo lavoro. Di fronte a esse ci si imbatte in ciò che venne dopo, e non prima, della Caduta. Quelle coppie tarchiate stanno da questa parte, dalla nostra parte, in tutto il nostro solito scompiglio. Non cercano la perfezione, ma vogliono semplicemente essere un po’ più complete. Ogni tanto, con i Baci, il vecchio mascalzone intervallava nella pietra una sofferenza: la sofferenza per un desiderio di un'unità perduta. Che è il motivo per cui ci baciamo, no? Grazie ancora, Marisa, per l'uomo e per il lichene attaccato al foglio grezzo...

[In«Linea d’ombra», n. 11, gennaio 1996. Traduzione di Leonardo Deho].

 

da qui

domenica 14 giugno 2020

Lettera al giudice: bocciate mio figlio


Signor giudice, su consiglio di un avvocato vi mando questa lettera (di accompagnamento, mi sembra si dica) per spiegare le ragioni per le quali faccio ricorso.
Ho un ragazzo un po’ difficile, non lo nego. Noi genitori spesso non siamo a casa perché dobbiamo lavorare. Ha quindici anni, un’età nella quale si ascoltano più gli amici che i genitori, anche per me era così. La sua sfortuna è che i suoi migliori amici non amano la scuola e quelli più grandi l’hanno abbandonata, cosicché non ha grandi esempi. La nostra speranza era la scuola: è ancora in obbligo scolastico, quest’anno ha fatto poco e niente, era destinato a ripetere l’anno. Ci aveva promesso che l’anno prossimo avrebbe fatto meglio, si sarebbe impegnato. Forse qualche compagno di scuola e qualche professoressa gli avevano fatto venire idee positive, forse la scomparsa di uno dei suoi amici l’aveva fatto riflettere.
Noi ci avevamo parlato, sembrava che si aprisse uno spiraglio per il futuro, perdere un anno non è la fine del mondo, poi è successo quello che è successo. A causa del coronavirus hanno deciso che tutti sarebbero stati promossi. Non so come l’hanno presa gli altri genitori, ma per noi è stato un brutto colpo.
L’anno prossimo dovrà fare due anni in uno e sarà impossibile. Per lui uno sarebbe difficile, ma può farcela, due anni insieme no. Ho chiesto alle professoresse che me lo bocciassero: loro sarebbero d’accordo, la Preside pure, altri genitori sono d’accordo, ma non si può.
Nella riunione iniziale con tutti i genitori la Preside ci parlava dell’autonomia, come sono più belle le scuole con l’autonomia; adesso mi dicono che la scuola non può fare niente, ha deciso il Ministero.
La mia richiesta, signor Giudice, è che mio figlio sia bocciato, solo questo.
Grazie per l’attenzione
Mi firmo: Paola Rossi, madre

martedì 12 maggio 2020

lettere di una professoressa e di un professore


LETTERA AI MIEI STUDENTI/ESSE - Daniela Pia
Carissimi ragazzi e ragazze
Questi due mesi e mezzo di didattica d'emergenza hanno cambiato il nostro modo di vivere la quotidianità: la scuola, luogo di incontro, scontro e confronto ha dovuto fare i conti con l'assenza.
Ci è stato sottratto il luogo in cui il dialogo educativo si svolgeva in presenza di voi, studenti/esse dei docenti e di tutto il personale scolastico; una sottrazione necessaria a tutela della salute di tutti ma tremenda per le implicazioni che ne sono derivate.
Già Isaac Asimov, nel 1951, in un racconto intitolato " chissà come si divertivano" aveva anticipato uno scenario in cui una scuola meccanizzata, una scuola in cui la tecnologia si prendeva il ruolo principale, lasciava due fanciulli alle prese con la loro solitudine : nell'anno 2157, Tommy e Margie, abituati ad usare solo il computer, ritrovano un libro il fatto costituisce un evento eccezionale. Per loro, infatti, un libro stampato è un oggetto antichissimo, sconosciuto e buffo che genera curiosità e perplessità, diventa però anche lo strumento che porta Margie a riflettere sulla sua scuola e a confrontarla con quella del passato e ne emerge il rimpianto di non poter avere il contatto con compagni e insegnanti.
Ebbene questa pandemia ha anticipato gli scenari, come vi siete sentiti me lo avete raccontato -almeno quelli di voi che hanno interagito in modo proficuo- perché diciamocelo sinceramente, tanti di voi sono scomparsi dal rapporto che abbiamo cercato di mantenere con quella che impropriamente viene chiamata DAD.
Alcuni ci stanno mettendo l'anima, altri lavorano ad intervalli e certi risultano non pervenuti. Questo mi addolora, lo sento come una sconfitta nostra, di tutti noi. Era il momento in cui assumersi la propria responsabilità era una scelta davvero indispensabile, non tanto per il voto ma per cercare di investire nella formazione, mettere cioè i mattoni per la costruzione del vostro/nostro essere futuro.
Ho letto lavori belli e toccanti che mi hanno dato speranza, ma anche quelli che non ho letto mi hanno raccontato molto, comunque: mi hanno raccontato che bisogna trovare la forza dentro di noi per cercare di fronteggiare l'emergenza senza farsi furbi, sperando in una sanatoria che promuoverà tutti/e.
Se il prossimo anno ci chiederà conto delle competenze che siamo stati in grado di costruire saremo anche chiamati ad aprire gli occhi per guardare in modo diverso a quello che sarà e questo non sarà possibile se abbiamo dedicato il nostro tempo al materasso o ai video games. Più dipendiamo dalla tecnologia più siamo fragili, esseri vulnerabili che hanno bisogno di strumenti critici per interpretare la realtà che stiamo vivendo. Ce lo siamo detti tante volte che uno degli obiettivi principali della scuola è formare cittadini consapevoli, sappiamo bene che è un obiettivo raggiungibile soltanto attraverso un paziente e capillare lavoro che continui in modo coerente anche in questa fase.
La DAD fa quel che può, i protagonisti però dovete essere voi con tutte le vostre forze con tutta vostra intelligenza, non siate indifferenti; Antonio Gramsci in " odio gli indifferenti" nella lettera del novembre 1917 intitolata "Occorre cambiare noi stessi" diceva: <Scontiamo la nostra leggerezza di ieri, la nostra superficialità di ieri. Disabituati al pensiero, contenti della vita giorno per giorno ci troviamo oggi disarmati contro la bufera, avevamo meccanizzato la vita, avevamo meccanizzato noi stessi[---] rifuggivamo dagli sforzi! ci sembrava inutile porre delle ipotesi lontane e risolverle! sia pure provvisoriamente [---] e non vedevamo che l'avvenire sprofonda le sue radici nel presente e nel passato».
Ecco siate consapevoli di questo carissimi ragazzi e ragazze queste parole, che sono distanti quasi un secolo, sono oggi estremamente attuali per iniziare a riflettere su cosa vogliamo essere.
Ho sentito il bisogno di scrivervi perché mi mancate tanto, mi mancano le domande, la vostra presenza allegra o problematica, mi mancate tanto nel vostro essere umani, nel vostro cammino di costruzione del sé e dei se.
Spero di potervi abbracciare presto e di leggere prestissimo i vostri lavori.
Vi voglio bene.



Lettera di un prof ai suoi studenti - Nicola Limonta

Ragazze e ragazzi,
come state? Questa domanda, che spesso in classe tralasciamo, troppo presi dalle scadenze e dalle tempistiche di lezioni, verifiche e interrogazioni, oggi mi sembra una forma di cura nei vostri e nei miei confronti.
Vi scrivo dopo numerosi giorni chiuso in casa, a parte qualche uscita per fare la spesa. Non so più quanti giorni siano passati.
Ci siamo salutati un sabato, presi dalla nostra quotidianità, convinti di rivederci il lunedì.
Invece tutto è cambiato, di colpo, come un fulmine a ciel sereno.
E’ come se quella domenica 23 febbraio, in cui tutto per noi è iniziato, avesse stabilito un prima e un dopo: nelle nostre abitudini, in come ci relazioniamo, in ciò di cui parliamo e nel modo in cui parliamo. Uno spartiacque delle nostre certezze e delle nostre paure.
Penso che valga per tutti noi.
Anche se è vero che non tutto è cambiato immediatamente. Ci è voluto tempo, forse troppo, per evitare uscite inutili. All’inizio non abbiamo compreso fino in fondo. Io per primo, nella settimana precedente, ho sottovalutatato a potenza di questo virus, non ne avevo capito la gravità.
Abbiamo visto tanti mettere davanti gli interessi personali a quelli della collettività: chi per una corsa, chi per rientrare nei paesi d’origine percorrendo l’Italia intera, chi – ancora più colpevole e ancora oggi – difende i profitti senza tutelare la salute dei propri lavoratori e quella pubblica.
Alla fine siamo arrivati alla condizione di oggi: chiusi in casa, le relazioni ridotte a zero, guardiamo fuori dalla finestra perché il futuro ci appare un po’ diverso da come lo pensavamo solo un mese fa.
I pensieri e le menti, le vostre ma, in tutta onestà anche la mia, ora sono occupati per la maggior parte del tempo dalla preoccupazione per quello che sta accadendo, dall’ignoto che ci è davanti, da quando torneremo a scuola o come concluderemo l’anno scolastico, come sarà la maturità, cosa potremo fare questa estate. E questo è uno shock, perché da un giorno all’altro cambia la quotidianità e la nostra capacità di immaginarsi nel futuro.
Non vedervi in questi giorni per me non è semplice. Lo capite da quanto tempo occupa questo discorso nelle mie lezioni online (e chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo visti per mesi online).
Credo che in questa situazione non ci sia qualcuno che ha capito tutto, le cattedre dalle quali spesso noi insegnanti ci innalziamo, distanziandoci da voi, sono state distrutte.
È un’occasione da saper utilizzare, valorizzando questo desiderio di confrontarci che le contingenze fannno irrompere: un desoderio che vedo nei vostri sguardi dallo schermo, leggo nelle vostre parole sulle chat e si rispecchia, identico, nel mio sentire.
Le disequazioni e le parabole possono passare in secondo piano, le ritroveremo lì ad aspettarci fra i banchi di scuola.
Ragionare insieme serve a contaminarsi nel sapere, avere spirito critico su ciò che accade attorno a noi, ci aiuta ad avere meno paura per quello che abbiamo davanti. Probabilmente questa pandemia cambierà il mondo in molti aspetti, non so se in meglio o in peggio. E non so neanche se andrà tutto bene, non riesco a dirvelo.
Non riesco nemmeno a cantare dai balconi, perché in molte città, tra cui la mia, Bergamo, si soffre. Davanti a tutte queste incertezze che condivido con voi, posso promettervi che proveremo ad attraversare questo deserto insieme, ad affrontare insieme uno degli  esame di maturità più difficili che la storia ci mette di fronte, a guardare negli occhi ciò che non ci sta bene e a cambiarlo, se necessario.
Ci daremo una mano, perché questo ve lo devo. Non perché io sia un saggio, ma perché, come diceva sempre un amico che mi ha insegnato a guardare negli occhi le ingiustizie e le storture del mondo: “siamo vecchi arnesi, dobbiamo lasciar il meglio di noi a chi viene dopo”.
Che mondo volete domani? Come lo sognate?
Cosa significa anteporre la comunità all’io?
Immaginiamo un mondo ancora iper accelerato o vogliamo sentire un battito diverso del tempo?
Di questo voglio parlare con voi. Questo vi devo, perché così ne usciremo uomini e donne migliori.
Avanti!


domenica 3 maggio 2020

Ibrahim Gökçek in sciopero della fame sino alla morte




Trecentosedici giorni di sciopero della fame. Il bassista del Grup Yorum, il popolare gruppo musicale turco – noto in Italia soprattutto per la sua splendida esecuzione davanti a una folla oceanica di Bella Ciao – è arrivato oltre il limite di ogni umana possibilità di resistenza. Ha incredibilmente trovato la forza di scrivere ancora una lettera a l’Humanite, che l’ha pubblicata domenica scorsa. Non possiamo non pubblicarla anche noi, ringraziando per questo, in modo tutt’altro che formale, il quotidiano francese. Ibrahim racconta in prima persona le ragioni di una lotta straordinaria vissuta insieme, fino alle estreme conseguenze, a Helin Bölek e Mustafa Kocak, i due altri giovanissimi componenti del gruppo che sono stati lasciati morire nei giorni scorsi. Ibrahim ha il diritto e sente il dovere di farlo, per questo le sue parole devono arrivare ovunque sia possibile, perché quello che si sta consumando in questo mese in Turchia, all’ombra della pandemia, è un atto di barbarie. Un atto che può lasciare esterrefatto solo chi abbia scarsa dimestichezza con la conoscenza dei livelli raggiunti dalla repressione del regime di Erdogan. Quel regime accusa tutto il Grup Yorum di “terrorismo” ma le note e le parole di Ibrahim hanno un altro profumo, quello inconfondibile di un uomo che usa il corpo come uno strumento per esprimere un disperato desiderio di libertà. Un desiderio per il quale quest’uomo e i suoi compagni sono disposti a morire. Non vanno lasciati soli. Scrivete a comitatosolidalegrupyorum@gmail.com e seguite la lotta nei prossimi giorni qui: https://www.facebook.com/freegrupyorum/






La lettera di Ibrahim Gökçek


Dalla mia camera da letto, in una delle baraccopoli di Istanbul, guardo fuori dalla finestra il giardino. Uscendo, potevo vedere il Bosforo di Istanbul un po’ più lontano. Ma ora sono a letto e peso solo 40 chili. Le gambe non hanno più la forza di trasportare il mio corpo. Al momento, posso solo immaginare il Bosforo.
Sono sul palco, con la cinghia della chitarra attaccata al collo, quella con le stelle che mi piace di più…Di fronte a me, centinaia di migliaia di persone, con i pugni alzati, cantano “Bella Ciao”. La mia mano batte le corde della chitarra come se fosse la migliore del mondo…Le gambe sono forti… Potrei fare avanti e indietro da Istanbul.
Queste due affermazioni sono reali … Entrambe sono mie, sono la nostra realtà. Perché vivo in Turchia e faccio parte di un gruppo che produce musica politica. E così, la mia storia rappresenta la grande storia del mio Paese… Oggi sono passati 310 giorni (adesso diventati 316, ndt) da quando non mangio. Diciamo che “Mi esprimo per fame” o che “Mi hanno tolto il basso e per esprimermi uso il mio corpo come strumento“.
Mi chiamo Ibrahim Gökçek …Per 15 anni ho suonato il basso nel “Grup Yorum”. Il Grup Yorum, creato 35 anni fa da 4 studenti, ha una storia a scacchi come quella della Turchia. Questa storia ci ha portato fino ad oggi ad uno sciopero fino alla morte per potere fare di nuovo concerti.
Una di noi, la mia cara compagna Helin Bölek, è morta il 3 aprile, il 288 ° giorno di sciopero della fame illimitato. Sono io che ho raccolto il testimone. Forse ti chiederai: “Perché i membri di un gruppo musicale fanno uno sciopero della fame fino alla morte? Perché preferiscono un mezzo di lotta tanto spaventoso come lo sciopero della fame illimitato? ”.
La nostra risposta è nella realtà bruciante che ha portato Helin a sacrificare la vita a 28 anni e che mi spinge a dissolvermi ogni giorno di più:
Siamo nati nelle lotte per i diritti e le libertà iniziate in Turchia dal 1980. Abbiamo pubblicato 23 album per riunire cultura popolare e pensiero socialista. 23 album venduti in totale per oltre 2 milioni di copie. Abbiamo cantato i diritti degli oppressi in Anatolia e in tutto il mondo. In questo paese, tutto ciò che vivevano coloro che combattevano per i loro diritti, gli oppositori, coloro che sognavano un paese libero e democratico e anche noi che cantavamo le loro canzoni, vivevamo le stesse cose: eravamo guardati a vista, imprigionati, i nostri concerti erano proibiti, la polizia ha invaso il nostro centro culturale e fracassato i nostri strumenti. E per la prima volta con l’AKP al governo della Turchia, siamo stati inseriti nella lista dei “ricercati terroristi”.
Questo è il motivo per cui oggi ho deciso, anche se ti sembrerà folle, di smettere di mangiare. Perché, nonostante la qualifica che mi è stata data, non mi sento assolutamente di essere un terrorista.
Il motivo per cui siamo stati inseriti in questo “elenco terroristico” è il seguente: nelle nostre canzoni parliamo di minatori costretti a lavorare sotto terra, di lavoratori assassinati da incidenti sul lavoro, di rivoluzionari uccisi sotto tortura, di abitanti dei villaggi il cui ambiente naturale viene distrutto, di intellettuali bruciati, di case distrutte nei quartieri popolari, dell’oppressione del popolo curdo e di quelli che resistono. Parlare di tutto ciò in Turchia è considerato “terrorismo”. Coloro da 30 anni pensano che non è più tempo di socialismo internazionalista e che un’arte come la nostra non abbia pubblico si sbagliano.
Abbiamo tenuto concerti che hanno raccolto il pubblico più vasto nella storia della Turchia e ospitato artisti provenienti anche da fuori della Turchia. Nello stadio Inönü di Istanbul, 55.000 spettatori hanno cantato all’unisono canzoni rivoluzionarie. Dal palco ho accompagnato con la chitarra un coro straordinario formato da 55.000 persone durante l’ultimo dei nostri concerti dal titolo “Turchia indipendente”, con ingresso gratuito: c’era quasi un milione di persone. Per 4 anni consecutivi, abbiamo invitato progressisti e artisti dalla Turchia sul nostro palco. In uno dei nostri concerti, Joan Baez è salita sul palco con una delle chitarre che la polizia ha distrutto nel nostro centro culturale.
Da sempre il Grup Yorum è da sempre stato vittima della repressione in Turchia. Ma dopo la proclamazione dello stato di emergenza dichiarato dall’AKP nel 2016 e la crescente repressione di tutte le categorie, giornalisti, progressisti, accademici, abbiamo capito che ci aspettava una repressione ancora più feroce. Una mattina, al risveglio, abbiamo scoperto che 6 di noi erano stati inseriti nella “lista dei terroristi”. Il mio nome era in questo elenco. Un chitarrista che 5 anni fa aveva partecipato a un concerto che aveva raccolto più di un milione di spettatori era diventato un terrorista ricercato e sulla sua testa era stata posta una taglia. L’AKP al governo, ad ogni crisi, intensifica le sue aggressioni e reprime fasce sempre più numerose della popolazione.
Dopo la pubblicazione di questo elenco, in due anni, il nostro centro culturale ha subito nove attacchi dalla poliziaQuasi tutti i nostri membri sono stati imprigionati e si è arrivati al punto che non ci sono più membri del Grup Yorum. Siamo stati obbligati ad assumere nuovi musicisti per continuare a esibirci nei concerti. Abbiamo dovuto organizzare concerti con i giovani dei nostri cori popolari. Nello stesso tempo, per contrastare gli attacchi, abbiamo rilasciato comunicati stampa e petizioni. Ma tutto ciò non ha fermato la repressione.
Nel febbraio 2019, durante una riunione nel nostro centro culturale, sono stato arrestato e nel maggio 2019, abbiamo iniziato lo sciopero della fame per “fare revocare il divieto dei nostri concerti, fermare le aggressioni al nostro centro culturale, per fare rilasciare tutti i membri incarcerati del nostro gruppo e cancellare i processi avviati contro di loro e perché venissero cancellati i nostri nomi dall’elenco dei terroristi”. Successivamente, con Helin Bölek, abbiamo trasformato la nostra azione in uno sciopero della fame illimitato. Ciò significava che non avremmo rinunciato a questo sciopero della fame fino a quando le nostre richieste non fossero state accettate. Al prezzo, se necessario, della nostra stessa morte.
Durante i nostri processi, Helin e io fummo rilasciati, ma nonostante il diffondersi del sostegno popolare, di quello di artisti e di membri del Parlamento, il governo si è rifiutato di ascoltare le nostre richieste. Helin ai parlamentari che la visitarono disse: “Se ci prometteranno di permetterci di fare un concerto, interromperò lo sciopero della fame illimitato”. Ma anche questa promessa ci è stata negata. Di più: il governo ci ha impedito di organizzare il suo funerale secondo i desideri di Helin. Helin riposa in un cimitero di Istanbul, coperta da un lenzuolo bianco.
Ora la stanza accanto alla mia è vuota, quanto a me, che da qualche tempo vivo dentro un letto, non so come finirà il mio viaggio. La battaglia che si sta impegnando nel mio corpo si concluderà con la morte? Oppure con la vittoria della vita?
Quel che so con maggior forza in questa lotta, è che, fino alla soddisfazione delle nostre rivendicazioni, mi aggrapperò alla vita anche in questo cammino verso la morte.
(*) testo ripreso da Comune-info
In “bottega” vedi L’assassino si chiama Erdogan e Helin Bölek: Bella Ciao per sempre (di Doriana Goracci)


#FREEGRUPYORUM #FREEPEOPLESLAWYERS #ONEDAYHUNGERSTRIKE #2MAGGIO

Appello a partecipare numerosi allo sciopero della fame europeo di un giorno in solidarietà con Grup Yorum e gli Avvocati del popolo – OGNI SABATO
Come aderire?
Manda una tua foto con un cartello con scritto:
«In sciopero della fame per un giorno in solidarietà con Grup Yorum e gli Avvocati del popolo.
Vogliamo che le giuste richieste siano accettate!
Free Grup Yorum! Free People’s Lawyers 2 Maggio»
Sosteniamo le richieste di #GrupYorum:
– La fine delle incursioni della polizia nel Centro Culturale İdil
– La cancellazione dalla lista dei ricercati dei membri del Grup Yorum
– La rimozione del divieto dei concerti di Grup Yorum
– La cessazione delle accuse contro i membri di Grup Yorum
– Il rilascio di tutti i membri di Grup Yorum attualmente in carcere
Sosteniamo le richieste degli #Avvocati del popolo che chiedono di poter difendere i loro clienti!
Lo scorso sabato 25 aprile in Europa hanno aderito allo sciopero della fame circa 1200 persone


QUI il canale youtube di Grup Yorum