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mercoledì 20 agosto 2025

L’Occidente, i diritti umani, la democrazia. Intervista con Patrick Zaki

(di Sabrina di Carlo e Joshua Evangelista)


Zaki, tutto è cominciato con il tuo arresto, il 7 febbraio del 2020…

Allora e ormai da 10 anni stavo lavorando nel campo dei diritti umani. La situazione in quel momento era veramente terribile in Egitto. Mi sono preparato come al solito, perché avevo viaggiato molto negli ultimi 10 anni, e non mi avevano mai fermato. Mi avevano monitorato, avevo ricevuto chiamate per minacciarmi rispetto al mio lavoro, ma non erano mai arrivati al punto di arrestarmi. Anche per questo ho deciso di tornare. Quando, una volta atterrato, sono arrivato ai controlli, mi hanno fermato e mi hanno chiesto: «Il tuo nome è Patrick?». Non ci sono migliaia di Patrick in Egitto e lì ho capito che sarebbe successo qualcosa. Ho avuto qualche secondo per avvisare la mia famiglia e poi sono stato sequestrato da un ufficiale dell’intelligence e mi hanno portato in una stanza all’interno dell’aeroporto per interrogarmi: mi hanno fatto delle domande per circa 24 ore. Lì ho subito violenza e non mi hanno fatto dormire; poi mi hanno portato all’esterno dell’aeroporto in una delle strutture dell’intelligence, mi hanno bendato, utilizzato l’elettricità per torturarmi, sottoposto a umiliazioni fisiche e psicologiche. Sono sparito per 36 ore prima di apparire davanti alla prima investigazione ufficiale. Non troppo tempo, grazie alla pressione fatta dalle persone, a cominciare dall’Università di Bologna, che erano scese in piazza in Italia per chiedere la mia libertà. Queste persone mi hanno salvato la vita, perché in Egitto alcuni spariscono per 9-10 anni e nessuno sa dove sono. Cercavo di stare calmo, di risparmiare energia, perché ho documentato per tanti anni casi di fermo in aeroporto, casi di tortura e quindi la mia mente cercava di ripassare i casi che avevo studiato per capire come potevo cavarmela. Poi mi hanno messo in una macchina, mi hanno ammanettato e nuovamente bendato e mi hanno messo in una piccola stanza per tre ore. Ero spaventato. In Egitto sai quando entri in prigione ma chissà quando ne uscirai: tra 5 o 10 anni? E perché mi hanno fermato, quale sarà l’accusa per cui mi manderanno in carcere? Forse per il mio lavoro, il mio essere un difensore dei diritti umani?

La prigione è un luogo fisico, ma è anche un luogo mentale. Come hai vissuto la detenzione?

La tortura psicologica è stata sicuramente quella più dura. Ovviamente ho subìto anche torture fisiche, però dopo un po’ le ferite guariscono, il dolore passa, mentre è più difficile superare la tortura psicologica. Prima sono stato messo in una cella da solo, poi con un’altra persona e poi alcune volte mi hanno rimesso di nuovo da solo. Quella è stata la parte più dura del carcere e l’esperienza più difficile da immaginare: non puoi parlare con nessuno, hai solo la tua mente, spesso ci litighi, hai tante domande, nessuna risposta. Una delle cose più terribili che ho visto sono le persone impazzite. Alcune non riescono a resistere all’interno della cella per 23 ore al giorno, senza accesso alla luce del sole. La prima prigione in cui sono entrato era quella di Mansura, il luogo dove sono cresciuto, e qui ero in cella con un ragazzo di 18 anni. Il primo giorno, mentre stavo andando a dormire, l’ho sentito parlare ma era voltato verso il muro e mi sono sorpreso, non capivo se stesse parlando con me, poi ho scoperto che c’erano alcuni disegni sul muro e che lui stava parlando con quei disegni che aveva fatto perché non aveva avuto nessun compagno di cella nell’ultimo anno. Resistere in queste condizioni, nella prigione in Egitto, tra le peggiori del mondo, resistere per due anni e uscire, sopravvivere, è stato un miracolo. A volte sono stato davvero giù. Pensavo che non volevo svegliarmi il giorno successivo, volevo solo che tutto finisse… Per affrontare tutto ciò cercavo di farmi una routine all’interno della prigione: mi svegliavo, lavavo i vestiti ogni giorno, cercavo di tenere pulita la cella, pensavo a cosa avrei potuto mangiare. È una battaglia, cerchi di ammazzare il tempo. Ogni giorno lotti contro i minuti, addirittura contro i secondi. All’interno della prigione il tempo passa molto lentamente, un secondo sembra durare un anno. Ho fatto tante battaglie per ottenere ciò che chiedevo, ciò che doveva essere un mio diritto, per esempio i giornali. Ho fatto uno sciopero della fame per ottenere una radio. Mi battevo per tutto, anche per aver la possibilità di poter leggere un libro.

Hai parlato di quanto la lettura sia stata importante nella tua detenzione: quali sono stati i libri che più ti hanno aiutato nel sopportare quei lunghi mesi?

All’inizio cercavano di evitare che avessi qualcosa da leggere, perché vogliono che tu sia sempre sotto pressione e che non possa dimenticare dove sei. In prigione ho letto 100, 120 libri; prima leggevo quasi solo testi legati allo studio della politica e della legge, ma in prigione era meglio la narrativa, dei libri che potevano farmi evadere, immaginando di essere nelle storie, dimenticando le condizioni in cui mi trovavo. Per me è stata importante Elena Ferrante con il suo L’amica geniale. Avevo iniziato il libro a Bologna e l’ho finito in prigione: la descrizione dei dettagli, di Napoli, le sue strade… In prigione ti sembra di dimenticare i colori e lei, con le sue descrizioni, me li faceva rivedere. Un altro libro importante è stato Cecità di Saramago. Poi ho capito che poteva anche aiutare gli altri prigionieri: quando scoprivamo che era arrivato uno nuovo, facevamo di tutto per fargli avere dei libri e scambiarseli era una forma di resistenza collettiva. Le guardie impazzivano per questi scambi che erano un modo per supportarci a vicenda.

Anche aver scritto un libro è stato terapeutico? Nel libro parli della speranza come forma di resistenza.

Sono stato in carcere 20 mesi e 8 giorni. La battaglia è stata molto difficile e la speranza è stato l’unico motivo per cui sono rimasto vivo. Sapere cosa stava succedendo nelle piazze, la grande mobilitazione intorno al mio caso, gli ha dato valore: ha costretto i paesi occidentali e la Commissione europea a rendersi conto del comportamento dell’Egitto e questo mi ha dato speranza. Una delle paure più grandi dei prigionieri è quella di essere dimenticati dietro le sbarre. Quindi, è importante sentire che ci sono persone fuori che pensano a te. Vi racconto un’altra storia. In prigione c’è un sistema per cui la tua famiglia può mandarti un po’ di soldi e tu puoi prendere dei coupons per mangiare qualcosa alla mensa. Un giorno ho sentito chiamare un uomo a cui hanno detto che gli avevano inviato circa 30 sterline egiziane – che sono circa 60 centesimi, quindi non ci si poteva comprare nulla. Ma quando ha ottenuto il suo denaro ha sorriso perché ha sentito che la sua famiglia, anche se non poteva andare a trovarlo, pensava a lui e quei 60 centesimi gli hanno dato la forza di resistere, pensando che un giorno sarebbe uscito e ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarlo.

Oggi la tua storia ha oltrepassato i confini e ha ispirato diverse persone. Chi era Patrick prima di essere conosciuto dal pubblico e chi è Patrick ora? ?

Non c’è una gran differenza. Prima della prigione ero uno studente tra gli altri, anche se quando sono arrivato a Bologna per il master lavoravo già nel campo dei diritti umani. Certo, quando mi hanno arrestato, tutto è cambiato. La prigione mi ha lasciato una cicatrice, è stata un’esperienza traumatica, ma mi ha anche dato moltissima visibilità per poter parlare di diritti umani a festival e in programmi tv. Dico spesso che il libro che ho scritto non è su Patrick Zaki, ma è la storia di 40.000 prigionieri di opinione in Egitto. E mi sento anche un po’ in colpa per quelli che sono ancora in prigione mentre io sono fuori, viaggio, cerco di fare progressi. L’unica cosa che è cambiata è che ora riesco a stare seduto su una sedia per un’ora o due, mentre prima non stavo fermo un attimo.

Questa esperienza ha cambiato anche la percezione del tuo lavoro?

La prigione è stata un fattore chiave nella mia riflessione sui diritti umani. In questo momento quello che mi preoccupa di più è quanto sta accadendo in Palestina. Il genocidio a Gaza ha già ucciso più di 55.000 civili. Mi chiedo se davvero esistono i diritti umani nel mondo attuale e se sono per tutti o riguardano solo le persone bianche. Oggi un criminale di guerra come Netanyahu può continuare a viaggiare verso gli Stati Uniti, è il benvenuto da Trump e altri fascisti che stanno discutendo apertamente di quando occuperanno Gaza uccidendo altri palestinesi. Forse dovremmo ripensare al senso dei “diritti umani” se non valgono per tutti nel mondo. E lo dico con una certa tristezza essendo l’oggetto dei miei studi e la mia passione. È cambiata la prospettiva con cui pensiamo ai diritti umani. Siamo passati da una priorità per tutti a qualcosa che è messo in discussione continuamente. Quando la gente parla di diritti umani negati si riferisce sempre a paesi poveri dell’Africa, o dell’Asia, l’Iran, l’Arabia meridionale, l’Egitto, e non si preoccupa di paesi europei e occidentali. La cosa è quasi ironica. In Germania arrestano ogni giorno manifestanti, negli Stati Uniti, all’Università di Columbia, arrestano gli studenti che si vedono cancellare persino la laurea o il permesso di soggiorno. Anche qui in Italia la libertà di espressione e di manifestazione è sotto attacco.

Recentemente hai visitato i luoghi legati alla memoria della Shoah. Oggi non possiamo non vedere una recrudescenza degli atti di antisemitismo come in un eterno ritorno della storia. Quanto è importante oggi che le posizioni non si polarizzino, che si distinguano i governi dai popoli e la religione dai fondamentalismi?

Andare in Polonia e vedere il luogo dove il genocidio è accaduto per me è stata un’esperienza importante. Mi ha fatto pensare a molte cose. Il problema è che non dovremmo avere un doppio standard. Dovremmo trattare ogni forma di oppressione, ogni genocidio nello stesso modo. Oggi chi supporta la Palestina o cerca di ascoltare la voce dei palestinesi è tacciato di antisemitismo. Per altro verso, non tutte le persone ebree sono israeliane e non tutti gli israeliani hanno le stesse idee. Ci sono molte persone ebree, alcune delle quali mie amiche, che sono contro il Governo di Israele e dovremmo ricordarci di loro, mentre la propaganda censura le loro voci. Viviamo in un’era di propaganda sistematica per cui i musulmani sono tutti terroristi. Alcuni, quando sentono parlare in arabo, pensano che la persona sia un terrorista solo per quello… Questa discriminazione è una tortura per gli arabi. Anche se sei una persona molto consapevole, ti condiziona. La stessa propaganda cerca di raccontare la guerra in Palestina come una guerra tra ebrei e musulmani, dimenticando che in Palestina vivono molti cristiani che a Gaza hanno perso le loro famiglie. Uno dei miei amici ha perso suo padre, ucciso da un cecchino mentre era nascosto all’interno di una chiesa. Sapete quante chiese sono state bombardate a Gaza? Sapete quanti cristiani sono stati uccisi a Gaza? Non credo, perché deve sembrare una guerra tra i terroristi di Gaza e gli ebrei. Invece questa è una guerra tra gli israeliani, gli occupanti, il Governo di Netanyahu e la popolazione di Gaza. E la storia non è iniziata il 7 ottobre, ma nel 1945, ed è una lunga storia di colonizzazione, di oppressione e di violenza verso i palestinesi. Anche di questo dovremmo essere consapevoli per non avere doppi standard: quello perpetrato nei confronti degli ebrei è stato un genocidio e ciò che sta succedendo in Palestina è un genocidio. Se vogliamo raggiungere la pace, dobbiamo riconoscere a tutti gli eventi la stessa importanza e lavorare affinché i diritti umani siano di tutti.

In Egitto, un altro simbolo di questa battaglia è Alaa Abd el-Fattah, la cui vicenda continua a suscitare preoccupazione internazionale. Sua madre, Laila Soueif, ha condotto una battaglia instancabile per la sua liberazione. Qual è il tuo pensiero su Alaa, sulla sua storia e sul coraggio delle madri come Laila?

La storia di Alaa Abdel-Fattah ha sempre occupato un posto speciale nel mio cuore. Non è solo una storia politica, è profondamente personale. È cominciatata molto presto nella mia vita, quando stavo iniziando a esplorare la politica. Già da ragazzino riflettevo sulla Palestina, sulla guerra americana in Iraq e sull’ingiustizia. E questo mi ha portato a cercare voci al di là della narrazione tradizionale egiziana. La prima voce che ho trovato veramente indipendente, audace e diversa è stata quella di Alaa. Il suo blog, una delle prime forme di giornalismo indipendente in Egitto, offriva un modo radicalmente nuovo di discutere di politica e di diritti umani. Attraverso le sue parole, ho scoperto un nuovo linguaggio politico, uno spazio in cui il dissenso non era solo possibile, ma necessario. La sua piattaforma non si è limitata a informare, ma è stata di ispirazione. Ha dato vita a un’ondata di altri blogger e pensatori che, come lui, volevano parlare di politica da sfondi e con obiettivi diversi. Durante la rivoluzione, Alaa è stato più di un semplice commentatore. Era presente. Era attivo. Stava costruendo idee e comunità. Uno dei concetti più brillanti che ha introdotto è stato il “Tweet Nadwa” (Tweet Talk), un incontro in cui le persone discutevano di questioni politiche e sociali twittando in diretta, creando uno spazio collettivo di dialogo, resistenza e immaginazione. Questo tipo di innovazione mi ha lasciato un segno indelebile. Uno dei momenti più emozionanti della mia vita è stato in tribunale, durante una delle mie udienze. Alaa era lì, anche lui imprigionato. Ho sentito la sua voce. Gli ho gridato e lui ha risposto. Ma poi ho sentito il walkie-talkie di un ufficiale che emetteva l’ordine: “Non fate incontrare Patrick e Alaa”. Avevano paura di due prigionieri che si scambiavano idee. Ma la storia di Alaa è anche la storia della sua straordinaria famiglia, e soprattutto di sua madre. La dottoressa Laila Soueif non è solo una brillante accademica e docente di matematica all’Università del Cairo. È anche un’attivista di lunga data, che è stata in prima linea nella protesta fin dagli anni ’70. La sua determinazione non ha mai vacillato. Oggi, a quasi 70 anni, è impegnata in uno dei più lunghi scioperi della fame della storia moderna: chiede il rilascio di suo figlio, che ha superato da tempo la sua condanna e continua a essere detenuto ingiustamente. Ha perso oltre il 35% del suo peso corporeo. Il mondo guarda altrove, distratto da nuove tragedie, ma lei si rifiuta di lasciare che il silenzio prenda il sopravvento. Quando parla, non inizia parlando di suo figlio. Parla di tutti i prigionieri di coscienza in Egitto. Solo dopo parla di Alaa. Perché la sua lotta non è solo per lui. È per ogni “Alaa” in una cella di prigione del Paese. Mi ricorda le madri di Plaza de Mayo in Argentina, quelle donne coraggiose che hanno marciato per decenni alla ricerca dei loro figli scomparsi. Per me è un idolo, un esempio, un’eredità vivente di resistenza.

Alaa è uno dei tanti prigionieri politici in Egitto…

Sì. In Egitto ci sono ancora circa 40.000 prigionieri politici. Ma non parliamo solo del Medio Oriente: anche negli Stati Uniti, negli ultimi mesi, tantissimi studenti sono stati arrestati. Persino in Germania vediamo derive pericolose. Quando si abusa della legge per mettere a tacere chi esprime la propria opinione, la democrazia muore, ovunque accada.

Parlare oggi di democrazia sembra più complicato di qualche anno fa. Perché?

Perché dopo quanto accaduto negli ultimi anni, in tanti si chiedono se quella che viviamo è davvero una democrazia. O se non è solo una narrazione, una propaganda dell’idea di democrazia. Basta guardare alla Palestina: i doppi standard dei Paesi occidentali sono evidenti. Si paragona spesso la reazione europea alla guerra in Ucraina con quella a fronte di Gaza, e si nota come non c’è coerenza. I “due pesi e due misure” non possono stare al centro della democrazia.

Quindi cos’è, per te, la vera democrazia?

Per me è semplice: democrazia significa dare priorità ai diritti umani, alla libertà d’espressione, a tutte le forme di libertà. Ma onestamente, non vedo tutto questo nemmeno in Italia. Pensiamo alle politiche sui rifugiati.

C’è stato un momento in cui hai sentito crollare la fiducia nella democrazia?

Sì, la guerra in Palestina ha fatto cadere tante maschere. Politici che parlano sempre di diritti umani, democrazia, femminismo… e poi restano in silenzio. Un esempio su tutti: l’Ungheria che accoglie Netanyahu nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale. È un tradimento dei valori di cui ci diciamo custodi. E ci costringe a chiederci che tipo di democrazia vogliamo.

Un’ultima domanda. In questo momento di grave difficoltà, cosa può fare la società civile?

Dobbiamo smettere di guardare agli altri con l’atteggiamento del “salvatore coloniale”. Basta pensare di dover “andare ad aggiustare il mondo”. No. Aggiustiamo prima noi stessi. La democrazia in Europa è in pericolo. Siamo in uno dei momenti più bui della sua storia. Solo dopo aver rimesso ordine in casa nostra potremo pensare davvero a come aiutare altri Paesi. Prima dobbiamo guardarci allo specchio.

da qui

lunedì 10 gennaio 2022

L’insostenibile fascino della repressione

 


Le parole sono importanti.


Ecco la definizione di repressione secondo il vocabolario: “attività e azione violenta o intimidatoria attuata dal governo e dai centri di potere contro forze e movimenti rivoluzionari e progressisti, o comunque di opposizione, di protesta e di contestazione” (qui)


 

Nel 1977 Marco Bechis, al rientro in Italia, scampato alle torture (e alla morte) degli assassini argentini, fu accolto da due carabinieri, e al racconto delle scosse elettriche un carabiniere disse: “Laggiù sì che fanno sul serio, mica come da noi…” (p.187, Marco Bechis, La solitudine del sovversivo, (qui la recensione del libro)

 

Nel 2001 a Genova è successo quello che tutti sanno, ma nessun torturatore e picchiatore, e sopratutto nessuno dei loro capi, ha pagato (lo ricorda Enrico Zucca), anzi sono stati promossi, con merito, e quindi tutti i componenti delle forze dell’ordine sanno che comportarsi in quel modo è buono e giusto.

Non è fuori luogo pensare che in tutte le scuole delle forze dell’ordine degli ultimi 20 anni avranno insegnato che tutto ciò che non è vietato è lecito.

 

Intanto i capi d’accusa per cui si deve sprecare la vita in tribunale sono simili in tutto il mondo, in Egitto è molto usato il reato di diffusione di notizie false (leggi qui), a migliaia lo provano sulla propria pelle, per esempio Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah.

 

Da noi si usa molto l’associazione a delinquere e l’eversione (leggi qui), ma anche eversione e associazione a delinquere (qui, per esempio).

 

Per Paolo Persichetti la repressione è per rivelazione di notizie di cui sia vietata la divulgazione (leggi qui), ed è inquietante il modus operandi scandaloso delle forze dell’ordine:

Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2, per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie, che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio, sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in ostaggio la storia, di sequestrare il passato.

 

Della repressione dei militanti no Tav sappiamo molto (qui l’ultimo caso, quello di Emilio Scalzo, qui e qui Angelo Tartaglia spiega l’assurdità di quel mostro della Tav in Val di Susa, ma solo chi è intellettualmente onesto può capire); sappiamo anche che se il potere militare, politico, giudiziario avesse dedicato solo la metà di quello sforzo repressivo verso le mafie e l’evasione fiscale dei milionari (in euro) e avesse scatenato l’unica guerra giusta, quella contro i paradisi fiscali, l’Italia sarebbe un paese migliore.


qui un interessante intervento di Livio Pepino, su democrazia e repressione

 

Interessante ascoltare qui Federico Petroni e Alfonso Desiderio, di Limes, il ruolo passivo del nostro paese nella straordinaria repressione a stelle e strisce, per ricordarci il compito dell’Italia, quello del servo (ecco perché si chiamano servitù militari).

 

Nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, ma anche in tante altre, si parla di libertà, di parola, di stampa, di opinione, di ricerca, di associazione, quando è stata scritta, dopo la seconda guerra mondiale, erano libertà da tutelare, negli anni, in maniera sempre più veloce, sono diventate libertà da reprimere.

Le libertà che si espandono sono quelle di produrre e vendere armi, sistemi di repressione e sorveglianza.


Gli stati uniti del mondo delle libertà, gli stati uniti del mondo della repressione, gli stati uniti del mondo dell’oppressione e gli stati uniti del mondo del colonialismo e del neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, sporca di sangue (qui si ricordano gli Stati Uniti d'America come il paese più terrorista del mondo).

Ogni paese ha mille strumenti per la repressione, le bombe, l’esercito, il carcere, la polizia, i tribunali, dipende dalla resistenza incontrata o dalle convenienze, dal sistema giudiziario o dalle leggi dei paesi interessati, o anche solo infischiandosene della volontà popolare.

 

Tanti, troppi, sono oggetto di repressione, dai curdi a Julian Assange, dalle donne afghane ai neri degli Usa (e non solo), dagli indigeni dal Canada fino alla Terra del Fuoco ai palestinesi, dai migranti agli stranieri, da Mimmo Lucano (qui un lucido commento di Marco Revelli) e tutti quei milioni che hanno votato, inascoltati, nel 2011 perché dell’acqua non si facesse profitto.

Molte centinaia di milioni (o qualche miliardo?) di persone in tutto il mondo sono umiliate e offese, unitevi, direbbe Karl Marx.


martedì 21 settembre 2021

Natale dei figli perduti - Nicoletta Vallorani

  

Le arpilleras cilene raccontano famiglie. Lo fanno appoggiandosi a una tradizione antica e la rinnovano, ripetendo un rituale consueto per trasformarlo in una strategia di lotta e di resistenza. Nel tempo e in epoca di dittatura, sostituiscono al quadro di una comunità festosamente riunita la rappresentazione di una prigionia, quella dei loro figli scomparsi, ragazze e ragazzi rubati alla vita che avrebbero dovuto e potuto scegliere. La “Sala de torturas”, di Marjorie Agosìn, è di un dolore intollerabile. In tratti semplici, con una essenzialità cromatica assoluta, il ricamo evoca un’assenza dolorosa e l’idea di una privazione di libertà che non è sopportabile. È successo e continua a succedere, da qualche parte e in qualche modo, e la comunità civile, o presunta tale, continua a prenderne atto senza molto reagire. “Così va il mondo” ripete a intermittenza il narratore di Slaughterhouse Five, or the Children Crusade (Kurt Vonnegut Jr., 1970) mentre cerca di raccontare il massacro della guerra, il bombardamento di Dresda e le vittime insensate di un’operazione inutile.

 

Serve tornare a questi racconti in un natale virato in dramma come il nostro. È, per me, una strategia per fare i conti con un’assenza molto diversa, temporanea e contingenziale, che pure rende tutti tristi e furiosi. Oggi navighiamo nella nostalgia dei nostri figli intrappolati all’estero dalla chiusura di frontiere fino a poco fa attraversabili per spostarsi da un paese “libero” all’altro.  Tolleriamo male che i nostri privatissimi “giovani Holden”, disseminati per il mondo, non abitino più qui e non riescano a tornare da noi. Che il loro posto rimanga vuoto, in una festività il cui senso fatichiamo ormai a capire, ci pare inaccettabile.

 

Nei fatti, una contingenza sanitaria specifica, ha funzionato da reagente per rendere vistosamente chiaro un dato: tanti ragazzi sono via, fuori da confini prima permeabili, altrove. In molti casi, non è stata esattamente una scelta. Questo è un paese nel quale la filiera che dalla formazione scolastica e accademica porta al lavoro si è interrotta da tempo, intrappolata in intoppi amministrativi, aporie formative, gattopardeschi percorsi che dovrebbero selezionare e che in realtà mortificano l’entusiasmo e demoliscono la creatività e il talento. Arriva a meta chi si adegua, dunque spesso il più accomodante, il più esperto nella strategia dell’affiliazione, il meno competente ma più bravo nel marketing, il più tarato su ciò che appare invece che su ciò che è. Questo è un paese in cui il giovane Holden ha smesso da tempo di coltivare la cultura umanistica, perché gli hanno detto che essa non serve a nulla se non a procurarsi sogni strampalati e la propensione a diventare un disadattato. Siccome a nessuno piace essere un disadattato, questo giovane Holden nuovo di zecca cambia patria. E a natale, in tempo di pandemia, lascia la sedia vuota.

 

Di fronte al desiderio inadempiuto, i bambini pestano i piedi e strillano, e se la prendono con il gatto, il tempo, la mamma, la televisione e il governo ladro. Gli adulti, invece, ragionano. O dovrebbero farlo. E il ragionamento da fare, qui, è ampio e complesso, prospetticamente aperto su un futuro del quale, prima o poi, dovremmo provare a occuparci. Esso riguarda i danni sistematicamente inflitti alla formazione, l’insipienza di percorsi professionalizzanti pensati apposta per demotivare gli entusiasti e premiare gli astuti, le opportunità professionali cancellate dalle convenienze politiche la sciatteria formale e sostanziale con la quale in più occasioni, in passato ma non solo, alcune tra le cariche più importanti dello stato hanno liquidato il malessere giovanile come una responsabilità esclusiva, appunto, dei giovani. Che sono giovani, si sa, e non hanno voglia di far nulla.

 

Questa cosa mi rende furiosa. Mi colpisce la distrazione colpevole con la quale, in tempi difficili di pandemia, sono state governate scuole e università, intrappolate in un labirinto di necessità magicamente dissolte quando si trattava di riaprire attività remunerative. Mi ferisce la penalizzazione pesante del mondo della cultura, con cinema e teatri chiusi, in un momento in cui la coesione della comunità intorno alla bellezza dell’arte, con tutte le cautele possibili, avrebbe potuto salvarci. Mi turba la faciloneria nella gestione dell’informazione, l’arroganza dei media, l’incapacità di una documentata esposizione dei fatti. E l’incapacità di tacere, quando questi fatti non ci sono e quando non si ha nulla da dire.

 

Il risultato di tutto questo è una comunità scomposta – non ordinata e non pacificata – nella quale la cancellazione di un rito di ricongiungimento produce un dolore transitorio, qualche furore insensato orientato a caso e nessuna riflessione sull’opportunità di mettere in atto misure che tutelino le generazioni più nuove e consentano di governare il futuro in modo più sensato.

Perciò i giovani se ne vanno. Se ne sono già andati. Hanno scelto di cercare altrove quello che qui non si trova, in termini pratici e simbolici, e di andare a fare il cameriere a Madrid o la ricercatrice a Londra, o qualunque altra cosa ovunque sia, ma non qui. È una scelta difficilissima che risponde al desiderio di costruirsi in un contesto interessante. Chi se ne va di casa, da noi, non è il giovane Holden (J. D. Salinger, The Catcher in the Rye, 1951), ma neanche somiglia al Duddy Kravitz di Mordecai Richler, The Apprenticeship of Duddy Kravizt, 1959) e non ne possiede la smisurata ambizione. Semplicemente, chi se ne va lo fa perché non ha altra via d’uscita. E nel momento stesso in cui se ne va, comincia a costruire la sua patria immaginaria, quella terra idilliaca di puri affetti che Salman Rushdie, da esule, ricostruisce alla perfezione nel suo Imaginary Homelands (1991).

 

Dove però non torna.

E lascia una sedia vuota.

 

Nessun Natale più di questo ha messo in luce quanto sia dura privarsi di quel che diamo per scontato. La ritualità ci serve. Lo dimostra il modo agguerrito nel quale rimpiangiamo i tragici pranzi natalizi con la famiglia allargata che in altri anni in moltissimi abbiamo detto di detestare. Non è questione di incoerenza. Siamo umani, e ci manca il rito, la scansione del tempo, la conferma che i giorni non sono tutti uguali. Non tolleriamo gli spazi vuoti quando sappiamo che potremmo riempirli. Ma incaponirsi è da bambini. I grandi cercano soluzioni. Le costruiscono soluzioni. Usano quello che sanno – se lo sanno, e la cultura serve a sapere – per evitare di perdere la parte della comunità che deve e può costruire il futuro.

 

Così torno al punto da cui sono partita. Torno alle occasioni in cui possiamo occuparci di ragazzi che davvero faticano a tornare o che non sono tornati.  Torno a Patrick Zaki e a Giulio Regeni, e a posizioni che dovremmo prendere da adulti e da governanti, e che non stiamo prendendo. Torno alle battaglie inutili che fanno le persone normali, anche quando sono singoli in una comunità poco coesa. Torno alla necessità, da adulti, di occuparci del mondo che verrà e di chi dovrebbe costruirlo.

Ogni presenza conta, e se è una presenza giovane, conta di più.

da qui

lunedì 24 maggio 2021

ricordo di Shadi Habash






Che non si dica Balaha - Francisco Soriano

 

Il 2 maggio è morto nelle carceri egiziane Shadi Habash. Il giovane regista era stato incarcerato e torturato per la sua collaborazione artistica con il cantante Ramy Essam, esiliato in terra svedese dal 2015 a causa delle persecuzioni per le sue attività dissidenti nei confronti del regime egiziano. Habash aveva realizzato nel 2018 un video musicale dal titolo “Balaha”: significa “dattero” ed è il nomignolo che gli egiziani hanno riservato al loro dittatore. In realtà il riferimento sarcastico si riferisce al personaggio di un film degli anni ottanta in cui si narra la storia di un malato psichiatrico di nome Balaha, finito in isolamento proprio per il suo disagio mentale. La canzone che ha reso Habash un detenuto dissidente conteneva parole di denuncia sociale e non semplicemente di ilarità nei confronti del regime: “Tu vivi nei giardini e noi, invece, dentro le celle… ti hanno rubato le terre promettendoti grappoli d’uva, ci hanno rubato il nostro Nilo e ti hanno lasciato qualche goccia …”.

Per comprendere il grave stato di persecuzione, tortura e violazione di qualsiasi diritto umano in Egitto è necessario riportare qualche statistica ufficiale. Nel mese di aprile di quest’anno sono stati giustiziati nove prigionieri: erano accusati dell’uccisione di altrettanti agenti durante gli attacchi al commissariato di Kerdasa nell’agosto del 2013. L’esecuzione è avvenuta nel mese sacro del ramadan e ha visto coinvolto nella mattanza anche un uomo di 82 anni. A causa di questa spirale di vendetta il sistema giudiziario egiziano ha triplicato le esecuzioni che, nel 2020, ha portato l’Egitto al terzo posto nel vergognoso primato dei Paesi che applicano questa orribile pratica. Le ultime esecuzioni sono solo una parte di quelle riservate a un gruppo di 183 persone condannate a morte con sentenza emessa nel 2014 da un tribunale di Giza e confermate dalla Corte di Cassazione. Nei due mesi di ottobre e novembre del 2020, secondo fonti di Amnesty International, ci sono state 87 esecuzioni di cittadini condannati alla pena di morte. Il Committee for Justice (CFJ) è una associazione indipendente dei diritti umani con sede a Ginevra e attiva negli studi e ricerche sulle violazioni dei diritti umani nell’area MENA, acronimo di Medio Oriente e Africa del Nord. Questa associazione ha stilato un ultimo report dal titolo emblematico: The Giulio Regenis of Egypt. Il documento rappresenta un quadro inquietante perché fa emergere il grado di disumanità delle autorità egiziane che, dalla seconda metà del 2013 (anno del golpe del generale Abdel Fattah Al-Sisi) all’ottobre del 2020, hanno intensificato nelle carceri le loro pratiche repressive: sono deceduti almeno 1.058 prigionieri a causa di torture o morti provocate dal rifiuto di prestare le adeguate cure mediche. In questo caso la pandemia da Covid-19 ha dato una mano al regime. La volontaria astensione da parte delle autorità alle cure mediche nei confronti dei detenuti è una delle modalità preferite dal regime del faraone Abdel Fattah Al-Sisi per spegnere il dissenso dei prigionieri politici. Infatti secondo le stime ufficiali delle associazioni umanitarie il 71% dei decessi totali nelle prigioni, dal 2013 al 2020, è determinato dalla carenza di cure mediche. Nel 2021 la percentuale potrebbe essere addirittura superiore: questa tragedia denota un’inaccettabile deriva umanitaria senza precedenti nel mondo.

Queste sono le stime ufficiali che non tengono conto delle sparizioni e delle detenzioni nei centri di carcerazione “informali”: attività che avvengono secondo modelli di tortura di tipo “sudamericano”, tristemente ricordati per il fenomeno dei “desaparecidos”, cioè persone uccise dopo strazianti torture e occultate in fosse comuni o lanciate ancora in vita nell’oceano da aerei in volo.

In particolare bisogna sottolineare il valore perverso di un articolo del codice penale egiziano, l’articolo 143, che prevede la custodia cautelare a tempo indeterminato quando si viene accusati di reati punibili con la pena di morte: terrorismo, sedizione, reati di opinione e pericolosità nei confronti dell’ordine pubblico. Come in Turchia il reato di terrorismo mantiene una volontaria ambiguità. Questo determina l’allargamento della sua sfera di applicabilità in pene severissime nei confronti di cittadini che, con il terrorismo non hanno nulla a che fare: è un atto pensato e programmato per poter perseguitare con maggiore legittimità e con una parvenza di “legalità”. Meglio sottolineare che, al contrario, i metodi di un terrorismo di stato si riconoscono meglio nei rastrellamenti, nella tortura, nella sparizione di inermi cittadini accusati di aver contestato il regime o, semplicemente, di averne studiato contraddizioni e illegalità. In questo quadro insopportabile di ingiustizie come non ricordare la vile messinscena della cattura e l’uccisione di fantomatici rapinatori accusati di essere coinvolti nell’uccisione di Giulio Regeni, al fine di depistare le indagini dei magistrati italiani nei confronti dei servizi di sicurezza egiziani. Secondo il Committee for Justice (CFJ), dal luglio al settembre del 2020 si sono verificati 557 casi di sparizione forzata nelle carceri e 20 casi di tortura che hanno provocato la morte o danni irreversibili nelle vittime. Questi sono numeri recenti che non considerano tutti i casi dal 2013. Un periodo in cui vi è stato un proliferare di migliaia di incredibili crimini nei confronti di cittadini inermi. Sembra a questo punto naturale sottolineare che le violazioni sono determinate e possibili in sede processuale dalla mancanza di indipendenza del potere giudiziario. Le persone vengono sottoposte all’insostenibile pratica delle carcerazioni preventive arbitrarie e prolungate secondo il sistema delle “porte girevoli”, condizione che si aggiunge alla mancanza di tutele ai fini di un processo equo fra chi accusa e chi si difende. Infatti è “normale” in Egitto la persecuzione dei difensori delle vittime anche attraverso la carcerazione con incriminazioni simili a quelle riservate ai propri clienti. In questo quadro come non ricordare la sorte riservata a Bahey El Din Hassan direttore del Center oh Human Rights Studies of Cairo, condannato in contumacia l’anno scorso a 15 anni di reclusione. Il caso di Patrick Zaki è ancora più paradossale se si pensa che il giovane studente copto è stato incarcerato e mai più rilasciato per aver scritto sui social media pensieri che offendevano e addirittura avrebbero messo in pericolo la sicurezza delle istituzioni egiziane. Il presidente del CFJ ben evidenzia, in molteplici interventi a mezzo stampa, che le autorità egiziane dispongono di elenchi che osiamo definire ‘preconfezionati’, contenenti una serie di accuse che possono essere mosse contro oppositori, difensori dei diritti umani e giornalisti: adesione e finanziamento di gruppi terroristici, spionaggio, incitamento alla violenza e al terrorismo. […] Sostanzialmente servono da pretesto per poter procedere con la custodia cautelare in carcere, da prolungare poi ad libitum, per sbarazzarsi dei cittadini scomodi”.

Nell’ottobre del 2019 Shadi Habash riusciva a far diffondere un suo messaggio con l’obiettivo di chiedere aiuto alle autorità internazionali e testimoniare la condizione dei detenuti politici in Egitto: Resistere in prigione significa resistere a te stesso. Proteggi te stesso e la tua umanità dall’impatto di quello che tu vedi ogni giorno. Ti fermi, vai di matto o lentamente muori perché sei stato buttato dentro una stanza due anni fa e sei stato dimenticato, non sapendo quando ne verrai fuori. Sono alcune settimane che l’attivista Alaa Abdel Fattah ha cominciato uno sciopero della fame e della sete per sensibilizzare l’opinione pubblica sul trattamento sanitario insufficiente o dolosamente assente nelle carceri, soprattutto nel contenimento del Covid-19. Ai familiari della donna sono state proibite le visite e la possibilità di farle pervenire medicinali. Altre due attiviste, Marwa Arafa e Kholoud Said, hanno subito una carcerazione dopo essere scomparse dalle loro abitazioni: sono ricomparse in mano alle forze di sicurezza egiziane qualche settimana dopo. Alle due donne viene tuttora riservato un trattamento davvero “speciale” perché detenute nella sezione Scorpion, che ospita detenuti politici accusati di reati d’opinione. Sembra segnato il destino di Patrick Zaki: nei suoi confronti le autorità si distinguono ancora una volta per la loro sistematica opera di annientamento psicologico e fisico dello studente. Il regime mostra sempre di più atteggiamenti paranoici, disumani e punitivi al limite della sopportazione. La verità è che il sistema economico egiziano getta sempre di più la popolazione in uno stato di depressione provocata da fame e disoccupazione: un sistema sfrontatamente liberista improntato alla corruzione e allo smantellamento dei servizi pubblici. Le risorse vengono spese in sistemi di controllo interno della popolazione e di acquisto di armi come deterrente esterno. Il Cairo è partner privilegiato dell’Italia nell’acquisto di strumenti bellici, secondo le stime più attendibili per un giro di affari di in decine di miliardi di euro. Secondo quanto riferisce la Rete italiana per la pace e il disarmo (Ripd), l’Egitto “è il Paese destinatario del maggior numero di licenze; è in aumento la propria quota fino a 991,2 milioni di euro grazie alla licenza di vendita delle due Fregate Fremm”. E questa è solo una parte delle spese egiziane nel nostro Paese.

Pertanto è evidente constatare che gli affari valgono molto di più della vita delle persone, anche se si tratta di un cittadino italiano come nel caso di Giulio Regeni. Una vergogna ben imbandita sull’altare dell’ipocrisia e della complicità silente a crimini efferati.

da qui

 

 

Shadi Habash, un nuovo caso oscuro dall’Egitto - Marco Magnano


Il regista e videomaker è morto nel carcere di Tora, vicino al Cairo, dopo due anni di detenzione senza processo. La sua colpa? Un videoclip

Ancora una volta, l’Egitto è protagonista di un caso di giustizia negata che si somma alle numerose storie di cui il Paese, negli ultimi anni, si è reso protagonista.

A rompere il generale silenzio sul sistema di incarcerazioni e sparizioni forzate che gli organi di sicurezza egiziani hanno allestito sin dal colpo di Stato che nel 2013 portò al potere Abdel Fattah Al-Sisi, è questa volta la morte di un fotografo e regista egiziano, Shadi Habash, morto a soli 24 anni venerdì 1 maggio nel carcere di Tora, alla periferia del Cairo, lo stesso in cui è rinchiuso Patrick George Zaki.

Habash era stato arrestato nel marzo 2018 e da allora era detenuto in attesa di processo. «La sua salute è andata peggiorando per diversi giorni», racconta all’agenzia stampa France Presse il suo avvocato, Ahmed el-Khwaga, «era stato portato in ospedale, poi è stato rimandato in carcere, dov’è morto». Le autorità egiziane non hanno commentato quanto accaduto, ma la ragione dell’arresto è chiara a tutti. «Come videomaker - spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia - ha diretto una serie di video, compreso quello incriminato di questo cantante esule in Svezia che aveva scritto un brano satirico, Balaha, che in italiano si traduce con “dattero”, rivolto al presidente al-Sisi». “Balaha” non è soltanto il frutto, ma è un personaggio comico del cinema popolare egiziano degli anni Settanta, noto per mentire in modo patologico. Un messaggio forte ed evidentemente vietato in un Paese in cui, come ricorda ancora Noury, «c'è una linea rossa che supera inavvertitamente, perché è mobile, separa quello che è lecito per quello che è illecito e uno non si rende conto di averla oltrepassata fino a quando viene portato in carcere».

La canzone, tuttavia, non era nemmeno stata scritta da Habash, che aveva soltanto diretto il video, ma dal poeta Galal el Beheiry, anche lui in carcere, insieme al cantante Rami Essam, una delle voci più note della Rivoluzione del 2011, quando due suoi brani (Pane, libertà, giustizia sociale e Irhal, ”vattene”, indirizzato a Hosni Mubarak) furono cantati insieme a lui da milioni di manifestanti a piazza Tahrir.

A pochi giorni dalle elezioni del marzo del 2018, che videro la riconferma di al-Sisi, il video della canzone di Essam, che ora è in esilio in Svezia, aveva superato i tre milioni di visualizzazioni su Youtube. Troppo per un potere politico che non accetta di essere messo in discussione.

Proprio allora Habash venne portato in carcere, nella prigione di Tora, e tenuto in detenzione preventiva per indagini che non sono mai andate avanti. «È la prassi in Egitto. Quel carcere - continua Noury - o ti uccide di botte o ti uccide di mancate cure mediche o ti uccide di isolamento. Il 2 maggio è accaduto anche lui, così com’era accaduto ai suoi compagni di prigionia, come stanno raccontando le cronache degli esuli egiziani di questi ultimi giorni».

La condizione di sistematica incertezza a cui si è sottoposti nelle carceri egiziane porta ancora una votla all’attenzione mondiale le condizioni in cui i detenuti vivono all'interno delle prigioni del Paese, già normalmente pericolose e sovraffolate e in queste settimane rese ancora più pericolose dalla pandemia di coronavirus. In questa incertezza vive anche Patric George Zaki, il cui arresto preventivo è stato prorogato di 45 giorni in 45 giorni senza nemmeno una formalizzazione delle accuse.

Martedì 5 maggio i giudici egiziani hanno deciso che lo studente dell’Università di Bologna, rimarrà in carcere nonostante le sue preoccupanti condizioni di salute. Zaki, infatti, soffre d’asma e ha problemi respiratori seri, che nel contesto dell’emergenza sanitaria globale rappresentano un ulteriore elemento di allarme. «Sappiamo che è vivo - chiarisce il portavoce di Amnesty - per il semplice fatto che nessuno ci ha detto che è morto. L'ultima visita i suoi familiari l'hanno potuta effettuare il 9 di marzo, quindi siamo quasi a due mesi di distanza. Quello che sappiamo è che dovrebbe essere scarcerato, prima di tutto perché è innocente, e poi perché è un soggetto a rischio. E allora quello che Amnesty International ha deciso di fare in queste ultime settimane insieme all'Università di Bologna e al Comune di Bologna è di sollecitare un provvedimento umanitario di rilascio per motivi di salute. Lo abbiamo fatto coinvolgendo l'ambasciatore italiano in Egitto, Giampaolo Cantini, che ha risposto garantendo interessamento in una prima occasione e gli abbiamo riscritto proprio in questi giorni per chiedere che dia seguito alle sue buone intenzioni». Buone intenzioni che purtroppo, finora, non hanno portato a risultati concreti.

Il fatto è che queste violazioni, così evidenti, così documentate e dal rilievo internazionale, non sembrano avere alcuna conseguenza. «Politicamente - riflette Riccardo Noury - l’Egitto non rende conto a nessuno, perché i rapporti sono così forti sul piano bilaterale con tanti Paesi e sono rapporti di convenienza, di armonia, di scambi di varia natura. Dovrebbe rendere conto agli organi internazionali sui diritti umani, ai meccanismi sui diritti umani delle Nazioni Unite che però hanno un potere persuasivo pari a zero, possono fare dei report delle denunce e approvare delle risoluzioni, condannare, però tutto questo non incide. Inciderebbe una presa di posizione politica nei rapporti di alcuni paesi chiave con l'Egitto ma questa presa di posizione manca».

È legittimo chiedersi se la crisi del mercato degli idrocarburi, il crollo del prezzo del petrolio e in generale la flessione economica globale, possano ridurre la posizione di forza dell’Egitto, costringendolo a rendere conto delle proprie azioni di fronte alla comunità internazionale. Tuttavia, il Paese non è così dipendente dalle esportazioni di petrolio come lo sono altri nella regione, soprattutto nella Penisola arabica o nel Golfo persico, quindi anche questa ipotesi sembra da scartare. «L'Egitto - conclude infatti Noury - ha altre risorse che non sono semplicemente legate a fattori economici. La sua posizione lo rende un Paese chiave nella zona dell'Africa del Nord, in particolare rispetto alla Libia, ma anche rispetto a fenomeni come l'immigrazione. È stato il primo Paese a raggiungere la pace con Israele, quindi in qualche modo è considerato un esempio di moderazione e di progresso. Queste sono carte che l'Egitto gioca con intelligenza, minacciando che se venisse a mancare questo ruolo equilibratore e di pace nell'area il terrorismo esploderebbe, l'immigrazione ripartirebbe e la Libia si spezzerebbe ancora di più».

da qui

 

 

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

il presidente (dittatore) egiziano Abdel Fattah al-Sisi non vuole essere chiamato dattero

 



sabato 3 aprile 2021

Patrick e Dana compagni di cella

I reati per cui Patrick si trova in galera, da un tempo lunghissimo, sono "istigazione a proteste e propaganda di terrorismo sul proprio profilo Facebook"

Sono gli stessi reati di Dana Lauriola, in realtà, con l’aggravante, per lei, di aver usato un megafono (https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/03/05/no-tav-lappello-per-la-scarcerazione-di-dana-lauriola/6123143 e https://www.notav.info/post/la-dichiarazione-di-dana-sui-fatti-del-1-maggio-2019-basta-accanimenti )

 

Amnesty chiede, giustamente, la liberazione di Patrick Zaki, “arrestato solo perché attivista”, scrivono nell’appello.

(https://www.amnesty.it/appelli/liberta-per-patrick/)

Amnesty chiede, giustamente, la liberazione di Dana Lauriola, arrestata solo perché attivista.

(https://www.amnesty.it/arresto-di-dana-lauriola-esprimere-dissenso-pacificamente-non-puo-essere-punito-con-il-carcere/ )

 

Si moltiplicano le iniziative per chiedere la libertà e per dare la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, d’accordo la maggioranza del Parlamento Italiano (leggi qui ), diversi comuni danno la cittadinanza onoraria a Patrick Zaki.

A Dana Lauriola nessuno, in Parlamento, chiede di dare la cittadinanza italiana, visto che ce l’ha già, e gli stessi nessuno non chiedono la liberazione, nessun comune pensa alla cittadinanza onoraria par Dana Lauriola.

 

Chi ha il coraggio di spiegare a Patrick che, quando tornerà in Italia, potrebbe essere un cittadino italiano?

E quindi, se istigasse a proteste e propaganda contro la TAV in Val di Susa, potrebbe essere indagato, come Erri De Luca?

E se magari sostenesse le sue ragioni pubblicamente con un megafono andrebbe in prigione, come Dana?

E chi riuscirebbe a spiegargli che le prigioni italiane sono più belle di quelle egiziane e che i giudici italiani sono brava gente, mica come quelli cattivi egiziani, e che le leggi democratiche italiane sono più civili di quelle della dittatura egiziana?

 


Lettera di Dana: sempre a testa alta, siate saldi!


Carcere delle Vallette, 19 marzo 2021

Car* tutt*,

rieccoci qua dopo un po’ di tempo dall’ultima lettera. Non è mai facile iniziare a scrivervi, molte sono le cose che vorrei condividere e, giorno dopo giorno, si accumulano a tal punto che non so bene come smaltire il grosso. Comunque, ci provo.

Intanto vi rassicuro sulla mia situazione: sto bene, nonostante il passare del tempo e vari accadimenti. Ho passato dei giorni bui a causa della positività da Covid-19 di mia mamma e di mio papà. Mi è stata comunicata tempestivamente e, inevitabilmente, la notizia mi ha provocato angoscia e paura. Per fortuna ad oggi la loro condizione sanitaria appare buona e, nonostante qualche inevitabile strascico, sembrano avviarsi verso la guarigione. Ad altre famiglie, ad altri figli, non è andata così e a tutti loro mi stringo in un sincero è commosso abbraccio…

In questo luogo, dove molte cose non sono concesse, anche il dolore è qualcosa che trova a fatica uno spazio di libertà, per esprimersi.

Più passano i mesi e più mi chiedo come una società che si definisce “civile” possa anche solo tollerare l’esistenza di un’istituzione come quella carceraria. Vorrei davvero essere in grado di trasmettervi la bellezza e la profonda umanità delle mie compagne di detenzione. Vorrei potervi convincere, uno per uno, di quanto meritino la possibilità di vivere una vita diversa, con altri strumenti, essere messe nella condizione di diventare la migliore versione di loro stesse. Il carcere, questo luogo disumano, non ha alcuna utilità e può solo ferire più profondamente di quanto la vita lo abbia già fatto.

A breve si saprà quali saranno le “riforme” messe in campo dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. C’è molta speranza tra la popolazione detenuta che spero, almeno in parte, non venga delusa. So bene che per poter anche solo immaginare un “sistema” equilibrato, bisognerebbe smontare pezzo per pezzo tutto il sistema giudiziario, fare cenere delle sue fondamenta, eliminare le fonti di ingiustizia all’interno della società in cui viviamo e ridefinire collettivamente una serie di priorità e valori. Insomma, per quanto Cartabia abbia, sulla carta, un profilo da costituzionalista di alto livello, non credo sia portatrice di questi ampi interessi e, anche se li avesse, non sarà il Governo Draghi (Governo “acchiappafondi”) a fornire l’opportunità per un reale e profondo cambiamento.

Nonostante questo, qui incrociamo le dita e facciamo lunghi elenchi di possibilità: libertà anticipata di 75 giorni, misure di clemenza, fondi e percorsi per il reinserimento abitativo e lavorativo, tribunale di sorveglianza “obbligati” a concedere misure alternative al carcere laddove ce ne sia la possibilità, ecc…

Qui continuiamo a convivere col Covid, noi come al maschile e in molte altre carceri del Paese.

Per fortuna nessuna di noi si è ammalata troppo seriamente ed anche le “positive”, poco alla volta, recuperano in salute. C’è preoccupazione mista ad un senso di impotenza e per quanto si possa fare “attenzione”, la promiscuità è inevitabile negli spazi ristretti in cui siamo costrette 24 ore su 24.

Mi distacco ora dalla realtà inframuraria per condividere altri pensieri…

Proprio oggi ho letto dell’iniziativa dei giovani del Fridays For Future (che il saluto con affetto!!!) e mi chiedo come sia possibile che i media, impegnati in maratone no stop sulla pandemia da tempo immemore, omettano sistematicamente di dire che gli unici responsabili di questo disastro e dei suoi morti siamo solo noi! Noi che con la violazione degli ecosistemi e lo sfruttamento e la devastazione dei territori abbiamo rotto il patto con la natura, lo stesso che fino ad oggi ci ha permesso di vivere!

In molti si chiedono come tutto questo sia possibile e se finirà mai.

Se la prima risposta sta nel capitalismo verace e sfruttatore, la seconda e sì e che dipende solo da noi! Nessuno però lo dice, il rischio è quello di far passare un messaggio rivoluzionario su scala globale. Spetta a noi, quindi, sostenere i giovani che lottano per un pianeta vivibile e per un futuro che, francamente, per loro, mi sembra nero sotto molti punti di vista!

In quest’ultimo mese si sono susseguiti molti avvenimenti e le lotte, che con fatica si sono manifestate a causa delle restrizioni della pandemia, mi sono giunte forti e chiare: l’8 marzo delle donne e le manifestazioni di studenti ed insegnanti sono solo alcune, senza dimenticare la mia amata Valle a cui dedicherò l’opportuno spazio a fine lettera. Con emozione ricevo queste immagini e ne sono stimolata.

Vorrei ringraziare con tutto il cuore le Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso e i/le compagn* tutt* che ogni giovedì sono una presenza amica sotto al carcere che dà forza a tutte noi.

Mando un altrettanto grosso ringraziamento alle compagne dell’Udi di Palermo e a tutti coloro che si stanno battendo per la mia liberazione e per accendere un faro sulla difficile condizione di noi detenute e detenuti.

Un ringraziamento, perché forse finora non ne ho fatti troppo pochi, a tutte le persone che da oltre sei mesi e da tutto il Paese continuano a scrivermi lettere, cartoline, disegni, e mi inviano, fiori, gatti e farfalle. Mi aprite ogni volta un’inaspettata finestra sul mondo e grazie a voi, per qualche minuto, non vedo sbarre né cemento.

Per concludere, il mio pensiero va là alla mia amata Valle.

In questi giorni state lottando, di nuovo, contro gli incendi. So bene quanto doloroso sia vedere bruciare i nostri boschi e i nostri alberi e non posso che non condividere con voi questo dispiacere. Mentre la valle brucia e lotta contro la pandemia, si vede espropriare manu militari i terreni di nostra proprietà da parte dell’azienda Telt, su mandato dello Stato italiano. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti, credo che la realtà sia sotto gli occhi di tutti!

La lotta No Tav, irriducibile come il suo no alla devastazione della nostra terra e allo sperpero di denaro pubblico, mi insegna ogni giorno il valore della resistenza e della lotta. Se potessi scegliere oggi, dal carcere in cui sono rinchiusa, tra altre mille vite, quella accanto a voi sarebbe per me l’unica desiderabile. I giganti che da decenni ci troviamo a fronteggiare hanno i piedi d’argilla perché sono stati costruiti su menzogne e inganni, prima o poi, se sapremo restare uniti e determinati, li faremo andare giù!

Vorrei ancora, scusate se sono prolissa ma l’aveva anticipato, dedicare un pensiero ai compagni dei Si-Cobas colpiti pochi giorni fa da un’infame inchiesta giudiziaria per la loro attività sindacale di lotta, a loro va tutta la mia solidarietà e l’impegno, per quanto possibile, a dar voce alla loro iniziativa per smascherare questa vergognosa operazione!

Solidarietà anche alle sorelle e ai fratelli del comitato No Grandi Navi di Venezia che, per difendere la laguna dai mostri delle navi da crociera, si trovano ora sotto attacco e a dover sostenere onerose spese legali. Sono sicura che anche in questo caso la solidarietà sarà anche diffusa, io sono sempre con voi! (Anche sui barchini!)

Chiudo, finalmente, confermandovi che il 14 aprile ci sarà la “Camera di Consiglio” presso il Tribunale di Sorveglianza per valutare mie eventuali misure alternative al carcere. Sappiate che comunque vada, io sono serena.

Sono in contatto con me stessa e la mia voglia di lottare per un mondo più giusto, e più vivace che mai. Sono con voi, in ogni momento.

 

Sempre a testa alta, siate saldi!

Avanti No Tav!

Dana

 

Ps. Rispetto alla chiusura indagini e le relative misure cautelari sul Primo Maggio 2019, non posso che restare allibita dalla strumentalità messa in campo da Questura e Pubblico Ministero.

Quella giornata, attraversata da migliaia di persone nello spezzone sociale insieme al movimento No Tav, è stato unicamente un atto di dignità verso chi, non volendoci in piazza, fa da tempo ormai di temi importanti come i diritti sociali e quelli lavorativi discorsi ed azioni al ribasso.

Noi, padroni di niente, ma soprattutto schiavi di nessuno, abbiamo dato voce a chi lotta per un futuro diverso, per i diritti e a difesa della Terra e dell’ambiente. Abbiamo difeso il nostro diritto a manifestare e non ci siamo accontentati di una sfilata fine a se stessa con unico intento quello celebrativo.

Siamo tanti a non accontentarci delle briciole e a non credere alle solite bugie.

Ai compagn* colpit* insieme a me dalle misure cautelari (nel mio caso come il gioco carta-forbice-pietra il carcere in cui già mi trovo vince il banco quindi le firme sono per ora rimandate) va il mio abbraccio più sincero.

Siate saldi!

da qui


La dichiarazione di Dana sui fatti del 1 maggio 2019: basta accanimenti!

 

Condividiamo molto volentieri la dichiarazione spontanea rilasciata da Dana, a nostro avviso doverosa e giusta, durante l’interrogatorio di garanzia in seguito alla denuncia per il Primo Maggio 2019. Questo accanimento deve finire!

 

“Ho appreso dall’ordinanza applicativa, notificatami in carcere, che mi sono addebitati alcuni reati per la giornata del primo maggio 2019.

Sempre della stessa, ho avuto contezza della ricostruzione dei fatti, evidentemente fornita dalla Questura cittadina alla Procura, tale ricostruzione non è sicuramente veritiera.

Vengono omessi importanti elementi che, inseriti nella corretta cronologia dei fatti, avrebbero permesso d’interpretare la giornata e le azioni in essa susseguitisi, sotto un’altra luce, sicuramente non incriminante.

Questa lettura ha comportato l’emissione di misure cautelari a distanza di due anni dai fatti, tempo credo troppo lungo per giustificare una reale esigenza delle cautelari.

In quella giornata, per molte volte e dal principio ossia poco dopo il concentramento in Piazza Vittorio, la parte più numerosa della manifestazione, costituita da migliaia di persone, è stata oggetto di tentativi non solo di rallentamento, ma di una vera e propria espulsione dal corteo.

La negazione del diritto a manifestare e di quello a veicolare in piazza contenuti dall’alto valore ideale e morale è stata per tutta la giornata l’elemento che ha determinato i fatti qui descritti in maniera fuorviante.

Sono stata per tutta la giornata sopra il fugone dello “spezzone sociale”, impegnata nell’attività di speakeraggio. Non ho commesso alcuno dei reati che mi vengono addebitati e, soprattutto, ho esercitato il mio diritto alla “parola” e al libero pensiero, descrivendo ciò che vedevo con i miei occhi.

Pertanto, ritengo che ad essere violati oggi siano i miei diritti costituzionali e che questa misura sia priva di fondamento.”

da qui